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Ecco l'elenco di tutte le nomination agli Oscar del 2018:

Miglior film

Chiamami col tuo nome
Dunkirk
Get Out
Il filo nascosto
Lady Bird
La forma dell’acqua
L’ora più buia
The Post
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior regia

Christopher Nolan, Dunkirk
Greta Gerwig, Lady Bird
Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto
Guillermo del Toro, La forma dell’acqua
Jordan Peele , Get Out

Miglior attore protagonista

Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto
Daniel Kaluuya, Get Out
Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.
Gary Oldman, L’ora più buia
Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome

Miglior attrice protagonista

Frances McDormand, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Margot Robbie, Io, Tonya
Meryl Streep, The Post
Sally Hawkins, La forma dell’acqua
Saoirse Ronan, Lady Bird

Miglior attore non protagonista

Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Richard Jenkins, La forma dell’acqua
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe, The Florida Project
Woody Harrelson, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior attrice non protagonista

Allison Janney, Io, Tonya
Laurie Metcalf, Lady Bird
Lesley Manville, Il filo nascosto
Mary J. Blige, Mudbound
Octavia Spencer, La forma dell’acqua

Miglior film d’animazione

Baby Boss
Coco
Loving Vincent
Ferdinand
The Breadwinner

Miglior documentario

Abacus: Small Enough to Jail
Faces Places
Icarus
Strong Island
Last man in Aleppo

Miglior film straniero

A Fantastic Woman
Loveless
The Insult
On body and soul
The Square

Miglior sceneggiatura originale

Get Out
Lady Bird
La forma dell’acqua
The Big Sick
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior cortometraggio documentario

Edith+Eddie
Heaven is a Traffic Jam on the 405
Heroin(e)
Knife Skills
Traffic Stop

Miglior canzone

“Mighty River”, Mudbound
“Mystery of Love”, Chiamami col tuo nome
“Remember me”, Coco
“Stand Up for Something”, Marshall
“This is me”, The Greatest Showman

Miglior sceneggiatura non originale

Chiamami col tuo nome
Logan
Molly’s Game
Mudbound
The Disaster Artist

Potete leggere la nostra recensione del live action de "La bella e la bestia" cliccando qui.

Migliori costumi

Il filo nascosto
La bella e la bestia
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Victoria & Abdul

Miglior trucco e acconciature

L’ora più buia
Victoria & Abdul
Wonder

"Blade Runner 2049" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tra i film candidati "Blade Runner 2049". Potete leggere la nostra recensione cliccando qui.

Migliore scenografia

Blade Runner 2049
La Bella e la Bestia
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia

Miglior cortometraggio

DeKalb Elementary
My Nephew Emmett
The Eleven O’Clock
The Silent Child
Watu Wote/All of Us

Miglior montaggio sonoro (“sound mixing”)

Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

Miglior effetti speciali (“visual effects”)

Blade Runner 2049
Guardiani della Galassia: Vol. 2.
Kong: Skull Island
Star Wars: Gli ultimi Jedi
The War – Il pianeta delle scimmie

"The War - Il pianeta delle scimmie", potete leggere la nostra recensione cliccando qui.

Miglior fotografia

Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
L’ora più buia
Mudbound

Miglior sonoro (“sound editing”)

Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi

"Gli ultimi Jedi" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Potete leggere la nostra recensione de "Gli ultimi Jedi" cliccando qui.

Miglior cortometraggio animato

Dear Basketball
Garden Party
Lou
Negative Space
Revolting Rhymes

Miglior colonna sonora originale

Dunkirk
Il filo nascosto
La forma dell’acqua
Star Wars: Gli ultimi Jedi
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior montaggio

Baby Driver
Dunkirk
Io, Tonya
La forma dell’acqua
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Redazione: CineHunters

"Jumanji" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Correva l’anno 1869, e i giovani Caleb e Benjamin, in una notte fredda e buia si accingono, terrorizzati, a seppellire una vecchia cassa chiusa con dei robusti lucchetti e cinta tutta attorno con del fil di ferro. Seppellire equivale a nascondere, mettere al riparo dallo sguardo dei posteri ciò che non si vuole venga rinvenuto. Ma quello che il terreno inzuppato dalle continue piogge può occultare, può venire ugualmente scoperto, se a destare la curiosità dei viandanti è un rumore. Ciò che l’occhio non vede può comunque inquietare il cuore, se un tam-tam di tamburi, un suono acuto e persistente, quasi ritmato, proveniente da quella cassa sepolta, viene udito.

Cento anni dopo, il giovane Alan Parrish ode proprio il rullo di quei tamburi, ridestatisi dal torpore dell’oscurità del terreno, in seguito ai lavori di scavo che un’impresa edile sta effettuando proprio nello stesso punto in cui, un secolo prima, la cassa fu nascosta al mondo. Quel frastuono cadenzato attira Alan fino a fargli ritrovare i resti di un antico baule che custodisce al suo interno uno strano gioco da tavolo, inserito in una particolare scatola di legno intagliato, che reca una scritta: “Jumanji”. Alan lo raccoglie, se lo porta a casa e, assieme alla sua migliore amica Sarah, di cui è segretamente innamorato, comincia a giocare a Jumanji…

  • Vuoi giocare?

E’ soltanto un gioco” – quante volte abbiamo ascoltato questa affermazione? “Jumanji” nasce dall’idea di sfatare la concezione innocente e sicura dell’atto di giocare, trasformando l’azione del gioco in fonte d’insidie letali. Giocare è un verbo che spesso associamo ai bambini. Si gioca quando si è piccoli, nel periodo in cui l’immaginazione è tanto preponderante nel nostro modo di guardare il mondo da permetterci di trasformarlo nel nostro immenso parco giochi. E’ forse per tale ragione che i tamburi di “Jumanji” vengono uditi soltanto dai più piccoli. Essi attirano la loro attenzione, li invogliano ad avvicinarsi sino ad aumentare il ritmo del rullo quando i giovani sono a pochi passi dal rinvenire “Jumanji”. Il gioco ha una propria coscienza, e desidera essere trovato. I tamburi, pertanto, sono un segnale che attrae i bimbi verso il gioco e… verso il pericolo.

Ma giocare vuol significare, altresì, fuggire dalla realtà circostante, per rifugiarsi in una divertente fantasticheria. E’, in un certo senso, quello che cerca Alan quando inizia la sua partita a “Jumanji” con Sarah, ovvero distrarsi per qualche minuto e allontanarsi dai problemi che la vita gli sta ponendo davanti e a cui non riesce a trovare alcuna soluzione. Alan è infatti vessato da certi bulli di quartiere che lo tormentano e lo aggrediscono quotidianamente, e soffre l’incomunicabilità col padre che sembra non capirlo e vorrebbe mandarlo in un collegio d’istruzione. Alan progetta di scappare di casa, ma, poco prima di lasciarsi tutto alle spalle, si imbatte in Sarah, venuta a cercarlo, con cui, tra un discorso e l’altro, comincia a giocare a Jumanji.

A quel punto, le peculiarità inquietanti del gioco cominciano a manifestarsi in tutta la loro cupa essenza: le pedine sull’intricata e labirintica “scacchiera” si muovono da sole, e ogni qual volta uno dei due tira i dadi, verso il centro del gioco, all’interno di una sagoma tondeggiante di vetro, compare una scritta di colore verde che recita inquietanti versi rimati. La prima “poesia” del gioco preannuncia l’arrivo di un stormo di pipistrelli africani. Spaventati, Alan e Sarah decidono di mettere via il tutto, ma quando il ragazzino getta via i dadi, Jumanji “pensa” che il giocatore abbia in verità “tirato” e così fa apparire il secondo messaggio. Alan viene condannato a restare intrappolato nella giungla di Jumanji fin quando, dai dadi, un giocatore non farà uscire i numeri “5” o “8”. D’un tratto Alan inizia ad essere risucchiato dal gioco, sotto lo sguardo attonito di Sarah che, di lì a poco, verrà aggredita da una volata di pipistrelli neri. Poco prima di scomparire, Alan implora Sarah di tirare i dadi ma la ragazza, messa in fuga dai volatili, scapperà via. Di Alan si perderà ogni traccia per i successivi 26 anni…

  • Una partita in sospeso

Quel semplice gioco da tavolo, che doveva donare ad Alan un po’ di conforto in un mondo esterno fitto e opprimente come una giungla e una realtà famigliare che non riusciva a capirlo, si trasforma in un’angosciante prigione senza alcuna via di fuga. Ventisei anni dopo, la casa dei Parrish è caduta in rovina e viene acquistata ad un prezzo stracciato da Nora Shepherd, tutrice dei suoi due nipoti, Peter e Judy, figli del fratello morto assieme alla moglie in un incidente d'auto. Proprio Peter e Judy rinvengono il gioco nella soffitta della villa, chiamati anch’essi dal suono dei tamburi, e iniziano a giocare. Dopo aver assistito all’apparizione di zanzare giganti e di scimmie inferocite, Peter lancia i dadi ancora una volta, ottenendo come combinazione numerica un 5. Dal gioco fuoriesce un leone della savana unitamente ad Alan, divenuto oramai un uomo adulto. In principio, il protagonista non comprende cosa sia accaduto e osserva con incertezza la realtà casalinga che lo circonda. Dopo aver combattuto con il temibile predatore, Alan si rende finalmente conto d’essere stato liberato. Quella a cui Judy e Peter hanno dato inizio è, in realtà, la continuazione della partita rimasta insoluta dal 1969 tra Alan e Sarah. Il gioco giace quindi in una sorta di stasi, di attesa inamovibile, perché per proseguire necessita della presenza di Sarah.

“Jumanji” funge così da articolata metafora della prosecuzione delle questioni rimaste in sospeso. Tali vicende finiscono per ripresentarsi nel corso della nostra vita e non possono essere evitate. Fuggire dai problemi, come stava per fare Alan all’inizio del suo viaggio quando, pur di non affrontare il padre, era pronto a scappare per non voler fare più ritorno, non è mai la soluzione. E’ proprio per rammentare tale monito che il gioco torna a ripresentarsi facendo riecheggiare i suoi lugubri suoni tambureggianti. Il percorso impervio rappresentato dalle caselle di Jumanji ha le sembianze di un tracciato labirintico. I “cunicoli” del Dedalo non costituiscono tuttavia un sentiero difficoltoso da perscrutare in virtù dei suoi passaggi quanto invece dei suoi tranelli. Il tratto da percorrere in Jumanji è intricato ma piuttosto evidente: il giocatore deve riuscire a sventare ogni minaccia, è questa la sua unica sfida. Dopotutto, Jumanji non è un gioco di strategia, come tiene a precisare Judy. E’, invece, un gioco di sopravvivenza. E lottare per sopravvivere fa parte dell’istinto vitale di ogni essere umano. Le caselle di Jumanji creano un percorso intersecante, che raffigura l’andirivieni delle sfide di una vita. Jumanji è un avviluppante labirinto dove si può scorgere l’uscita contando le caselle che mancano al raggiungimento della via di fuga, e in cui, nonostante ciò, si ha sempre il terrore di non riuscire a giungere alla fine del percorso.

I dadi, in tutto questo, evocano la casualità del fato, e sono, coi loro numeri, portatori di un esito incerto che fa fluire irrequietezza. Le scelte di una vita e le mosse per sopravvivere non sono qui decise dalla saggezza o dall’audacia di un giocatore quanto dalla mano della fatalità. Gioco e terrore, vita e morte si alternano in un’esperienza esistenziale volta alla comprensione delle proprie paure e alla dominazione del proprio coraggio.

  • Ritorno alla realtà: tra passato e presente

Sebbene il film mantenga sempre un ritmo divertente, vivace, adrenalinico e avventuroso, “Jumanji” declina una poesia triste e profondamente sensibile.

Alan, in principio, avrebbe voluto lasciare quel mondo che conosceva. Era stufo di tollerare soprusi dai prepotenti e severi ordini impostigli dal padre. Probabilmente però quella fuga che Alan avrebbe voluto compiere all’inizio del film era un gesto di paura e avrebbe guidato il protagonista a un pentimento. Alan sarebbe poi corso a casa, dal padre e dalla madre, e avrebbe chiarito l’alterco che avevano avuto. L’esternazione di una semplice frase sarebbe bastata. Purtroppo, l’atroce volontà del gioco gli ha impedito di fare ciò che avrebbe voluto. E così, quando Alan torna alla realtà, scopre con profonda tristezza che i suoi genitori sono morti. Jumanji ha spezzato il legame famigliare che univa Alan ai suoi, i quali si sono spenti senza mai scoprire cosa era accaduto davvero al loro figliolo. Il protagonista non ha neppure potuto dire loro addio.  “Jumanji” celebra sommessamente l’importanza della comunicazione in quanto strumento per esprimere i sentimenti. All’inizio del lungometraggio, la madre di Alan, a seguito del diverbio che il marito ha avuto col figlio, sembra rivolgersi al consorte per invogliarlo a tornare in casa e a parlare con Alan. “Sam! Sam!” dice con fare esortativo la donna, ma quand’ecco che il padre di Alan si volta verso di lei, e lei lo congeda, con un candido: “niente!”; come se accettasse di rimandare la conversazione, cosciente di poterla riprendere al loro ritorno. Ma Alan e i genitori non avranno mai più alcuna conversazione. E’ il triste tributo che “Jumanji” fa all’importanza della parola e soprattutto al tempo presente, quello da non farsi sfuggire e che spesso diamo per scontato quando non dedichiamo il giusto spazio ad una persona importante. Per il resto dei suoi giorni, Sam crederà che Alan sia sparito per colpa sua e mai alcuna parola di conforto udirà per dare pace al suo cuore stanco.

Alan mira una città molto diversa da quella che aveva lasciato, sozza, malandata, colma di gente povera, di senzatetto, ricca di mura imbrattate e in piena crisi. La fabbrica di scarpe del padre, fiore all’occhiello della sua famiglia, è fallita ed è stata abbandonata; persino la statua del generale Angus Parrish, antenato di Alan, è totalmente deturpata da imbrattature spray. Le persone sono apparentemente impazzite, i sogni si sono infranti, e non vi è alcun rispetto per la storia antica del centro urbano e per gli avi di un tempo. Anche l’esilarante Carl Bentley, vecchio amico di Alan e noto con il diminutivo di “Laccio bollente”, è stato costretto ad abbandonare il suo sogno di progettare scarpe per vestire la divisa da poliziotto, la cui vettura d’ordinanza verrà ironicamente martoriata dalla furia di Jumanji.  Sembra che gli effetti spaventosi del gioco si siano propagati per la città, fino a farla piombare in un disordine generale, che non svanirà fin quando Jumanji non verrà portato a conclusione. La realtà cittadina si riflette sulla realtà parallela del mondo di Jumanji, che finisce per compendiare tanto il passato quanto il presente e condurlo in un avvilente futuro senza speranza. Alan fa solo brevi accenni circa la sua esperienza ventennale nella giungla di Jumanji, e confessa che in quei luoghi non esistono solo scimmie, leoni e zanzare, ma anche creature impossibili da immaginare o anche solo da scrutare, ombre impenetrabili che si muovono nella notte e attendono in agguato. Il suo racconto, criptico ed ermetico, suscita l’immaginazione sopita di noi ascoltatori. Così come l’origine di Jumanji e il potere ad esso legato permangono nell’imperscrutabilità, anche l’essenza stessa del mondo del gioco finisce per permanere nell’ambiguità proprio per lasciare allo spettatore un alone di incerta e imprecisata magia. Ma la particolarità di “Jumanji” è quella di trasportare le paure di un mondo incastonato tra gli intagli di un gioco da tavolo e rigettarle nella realtà che noi ben conosciamo. “Jumanji” solo in parte può trasportar chi questo mondo vuol lasciar…perché finisce poi per trasformare quello stesso mondo appena lasciato in un riflesso selvaggio di Jumanji. La giungla enigmatica, primordiale, selvaggia e incontenibile invade una città irriconoscibile!

  • Vite spezzate, tra prigioni interne ed esterne

Alan ritrova Sarah, divenuta anch’ella una donna adulta e segnata irrimediabilmente dall’esperienza traumatizzante della sua scomparsa. Nei loro dialoghi, Sarah fa emergere la sofferenza di una vita amara che l’ha portata all’isolamento. Era soltanto una bambina quando Alan scomparve, e non fu mai creduta da nessuno quando raccontava ciò che aveva visto. Se Alan era rimasto intrappolato in un mondo parallelo, se vogliamo virtuale, come quello del gioco, Sarah era rimasta sola e prigioniera in una realtà cittadina menefreghista e insensibile. Entrambi separati hanno fatto fronte a una vita spezzata. Quando Alan osserva le piante carnivore, i grossi baccelli di colore giallo, i verdi rampicanti robusti e vividi, fuoriusciti dal gioco, invadere l’abitazione, affermerà che “ci sono cresciuto così, è ciò che c’è là fuori che mi terrorizza”. La “giungla cittadina” e la giungla di Jumanji possono venire messe a confronto. Così come è terrificante la forza animalesca che si nasconde all’interno del gioco, pronta a manifestarsi nella nostra realtà, allo stesso modo è inquietante ciò che ci può attendere fuori dalle mura di casa. Alan fu terrorizzato dal mondo di Jumanji ma imparò a riconoscerlo come la sua unica e sola “casa”, Sarah fu segnata dalla quotidianità urbana e finì per non conoscere dimora alcuna. Quella di Jumanji è stata per Alan una prigione interna, velata, quella di Sarah una prigione senza confini, capace d’estendersi all’esterno. Si tratta di due mondi così differenti eppure ricchi delle medesime, grandi difficoltà. Vivere e vincere le proprie battaglie, nella giungla o in città, richiede un’immensa dose di coraggio che è ciò che vuole insegnare “Jumanji”. Ed è proprio nel loro ritrovarsi che Alan e Sarah sentono di non essere più soli ma di appartenere l’uno all’altra, e nella fortificazione dei loro spiriti, essi riprendono a combattere con le loro più recondite paure, per porre fine al gioco e risanare le ferite di una vita spezzata. Uniti, Alan e Sarah vogliono vivere insieme in questo mondo e non più lasciarlo come le paure volevano, a volte, suggerire loro.

  • Un avversario prima o poi va affrontato

La gioventù e la maturità riguardano il periodo della vita che Jumanji è riuscito a racchiudere nella sua esperienza di gioco. Tra Alan e Sarah e Judy e Peter esiste un rapporto di reciprocità che riguarda l’età adulta e la giovinezza. Alan vede in Peter il bambino che fu un tempo e cerca di educarlo come fece suo padre con lui, rendendosi poi conto che il figlio diventa padre ereditando a volte anche i difetti del genitore.

Sul finire delle vicende, Alan dovrà compiere l’ultimo passo: affrontare il suo acerrimo nemico. Come teneva suo padre a ricordargli, un avversario prima o poi va affrontato. Alan è perseguitato da un efferato cacciatore della giungla, Van Pelt, che aspira da sempre ad ucciderlo poiché lo considera la più inafferrabile delle sue prede. Van Pelt cela, sotto i suoi baffi folti e spioventi, il volto del padre di Alan, come se rappresentasse la più grande paura del protagonista ma al contempo il più grande atto di coraggio che Alan deve compiere. Per tutta la sua vita, Alan ha vissuto oppresso dai sensi di colpa per non aver parlato con Sam da padre a figlio, e fronteggiando apertamente Van Pelt, ha l’occasione di dimostrare d’essere un uomo coraggioso benché terrorizzato dalla consapevolezza di dover perire sotto i suoi colpi. Scrutando il volto del cacciatore, Alan, senza rendersene conto, sta sfidando con coraggio suo padre, facendo valere quell’ardire che il genitore ricercava in lui. Poco prima di essere colpito a morte, Alan lascia cadere i dadi che reggeva in mano, i quali segnano il numero necessario alla pedina di Alan per raggiungere la fine del percorso e far pronunciare al protagonista la parola “Jumanji”. Alan ha superato la prova e ha vinto il gioco, e così tutte le manifestazioni di Jumanji vengono ora risucchiate via all’interno del gioco. Il tempo si annulla ed Alan e Sarah tornano nel 1969, a quella famosa sera in cui tutto ebbe inizio. Erano loro i giocatori originari quando la partita cominciò, e il tempo ha ripreso ora a scorrere con normalità, senza più gli effetti distorti del gioco. L’orologio a pendolo che aveva rintoccato il cambio dell’ora poco prima che Alan si dissolvesse in Jumanji può adesso riprendere a segnare il tempo reale, non più funestato dalla maledizione di Jumanji.

E’ la nuova occasione di vita che Alan e Sarah potranno godere insieme. Alan ne approfitta per riappacificarsi immediatamente con il padre, il quale si scusa anch’egli. Da adulti, Alan e Sarah, sono adesso sposi e in attesa del loro primo figlio. Rincontrano quindi Judy e Peter, e offrono ai genitori dei due un lavoro che garantirà sicurezza per il futuro. Il destino che rischiava d’essere deciso da un tiro di dadi è adesso plasmato dalla conoscenza di Alan e Sarah.

Nel suo generare distruzione, Jumanji ha pur sempre donato una nuova vita ai propri giocatori. Non a caso, il gioco, rimasto sulla battigia, semisepolto dalla sabbia, cullato dal lento mormorio della risacca, fa ancora riecheggiare il rullo dei suoi tamburi per attirare a sé altri nuovi giocatori.

Jumanji avrà sempre una volontà tutta sua.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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E' stato rilasciato il nuovo trailer di "Tomb Raider", il reboot diretto da Roar Uthaug basato sulle avventure di una giovane Lara Croft, interpretata da Alicia Vikander. Il film è ispirato al reboot videoludico cominciato con "Tomb Raider" e proseguito con "Rise of the Tomb Raider".

Il personaggio di Lara Croft ha già avuto una trasposizione cinematografica, venendo interpretata in "Tomb Raider" e "Tomb Raider - La culla della vita" dalla splendida Angelina Jolie.

L’uscita del reboot è prevista per il 16 marzo 2018.

Ecco il nuovo trailer di "Tomb Raider":

Redazione: CineHunters

"Rumori fuori scena" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sipario

Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci. Non so perché. C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo.(David Lynch)

L’opera “Noises Off” è una commedia di Michael Frayn, composta nel 1977 e portata in scena per la prima volta nel 1982 al Lyric Theatre di Londra. Il testo ebbe uno splendido adattamento cinematografico nel 1992, per la regia di Peter Bogdanovich. La peculiarità di questa commedia, dal titolo “Rumori fuori scena”, è il suo appartenere al genere del “Teatro nel teatro”, ed il suo conseguente immergersi in una realtà narrativa dalla duplice valenza. “Rumori fuori scena” narra le disavventure di una compagnia teatrale, impegnata nell’allestimento della farsa “Niente addosso”. Nella commedia gli attori reali assumono i ruoli di attori fittizi, i quali a loro volta sono portati inevitabilmente a interpretare i personaggi protagonisti delle scene farsesche, appunto di “Niente addosso”. “Rumori fuori scena” è una recita nella recita, un’interpretazione nell’interpretazione, una finzione dalla doppia natura.  La storia ha inizio in piena notte, all’interno di un teatro in cui si stanno svolgendo le prove generali del testo da rappresentare.

Alla vigilia dell’allestimento di un qualsiasi spettacolo, il teatro sembra sempre giacere in una sorta di dormiveglia.  La spoglia platea, i vuoti palchetti che sovrastano il pianterreno, e il golfo mistico, vacuo e libero, paiono tutti immersi in un dolce sonno, in attesa d’essere risvegliati dall’arrivo del pubblico e dell’orchestra che animerà il laconico silenzio della sala. La compagnia teatrale di Lloyd è in fermento, e i preparativi procedono con passo spedito.

“Rumori fuori scena” è l’incontro tra la realtà precostruita di una commedia scritta e dallo svolgimento ben studiato, con la farsa esilarante, che non segue una trama o una spiegazione logica, ma irrompe con fragore inaspettato per generare situazioni cariche di coinvolgente ilarità. E’ proprio un teatro “deserto” quello che, in piena notte, sta ospitando la sgangherata compagnia del regista Lloyd Dallas.

  • Atto Primo

Il teatro è il disperato bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita”. (Eduardo De Filippo)

E’ da poco passata la mezzanotte, e la “prima” della commedia “Niente addosso” si avvicina. Lo scenografo Tim Allgood ha impiegato due giorni per montare sul palcoscenico le imponenti scenografie. L’ambientazione della farsa prevede, infatti, che gli eventi si svolgano nel soggiorno di un elegante villino di montagna, costituito da un piano terra e da un piano superiore, a cui si può accedere per mezzo di una scala di legno, a due rampe, posta alla sinistra della scena. Il villino è solo apparentemente disabitato. Esso spesso è oggetto di visita, o per meglio dire d’irruzione, da parte dei personaggi interpretati dagli attori della compagnia. I personaggi di “Rumori fuori scena” sono 9: Dotty Otley, che in “Niente addosso” interpreta la signora Clackett, Garry Lejeune, nello spettacolo è Roger, Brooke Ashton, che nella farsa è Vicky, Frederick Fellowes, nello spettacolo Philip Brent ma anche “Lo sceicco arabo”, Belinda Blair, che in “Niente addosso” interpreta Flavia Brent, e Selsdon Mowbray, nello spettacolo “il ladro. Chiudono il cerchio il già citato regista Lloyd, il suddetto Tim e l’assistente di scena Poppy.

Portare in scena “Niente addosso” risulta un’impresa estremamente complessa. Le entrate e le uscite di alcuni personaggi (i quali non devono mai incrociarsi sulla scena o ne verrebbe meno il proseguo della farsa stessa) sono innumerevoli, si susseguono a ritmi incalzanti e, per dare l’effetto desiderato, devono essere eseguite con tempistiche sincronizzate, senza margine d’errore. Lloyd, per tale ragione, esorta i suoi attori a dare il massimo. Gran parte dell’agire interpretativo dei personaggi riguarda l’uscita e l’entrata in scena con in mano particolari oggetti che devono essere, di volta in volta, prima deposti in una zona specifica della casa e poi ripresi in un secondo momento. In particolare, il piatto di sardine preparato dalla signora Clackett è spesso fonte d’errore, perché viene lasciato sul comodino quando dovrebbe essere portato via o dimenticato nel dietro le quinte quando invece dovrebbe trovarsi in scena. E’ proprio su di un comune “piatto di sardine” che la farsa e la commedia stessa ruotano e si intersecano in un valore prettamente comunicativo. Nella vita anche un banale oggetto può avere un’importanza rituale per l’accadimento di un evento. Portare le sardine fuori o riportarle dentro nella realtà teatrale di “Rumori fuori scena” funge da metafora dell’ignaro agire dell’uomo in un universo deterministico. Tiene ad affermare, filosofeggiando, Lloyd che il fare entrare le sardine e il fare uscire le sardine costituiscono la farsa, e di conseguenza il teatro, e quindi la vita. E’ la meraviglia del teatro, quella di poter conferire simbolismo e spessore a un semplice oggetto scenico, in questo caso, un comune piatto di sardine, destinato a cambiare il corso e il senso della rappresentazione di una parte di vita.

L’intero primo atto di “Rumori fuori scena” mostra le prove della farsa, spesso interrotte da beffardi imprevisti e goffe incertezze degli attori che, senza riconoscere le proprie disattenzioni, procedono imperterriti a far riecheggiare i loro vocalizzi alla stessa maniera di come l’orchestra del Titanic suonava le proprie arie con il piroscafo invaso dalle acque. Tutta la compagnia a poche ore dall’inizio della rappresentazione è già stremata. Poppy e Tim non riposano da quarantotto ore e devono ancora restare all’erta per coordinare gli attori. “Rumori fuori scena” è l’esaltazione del teatro nella sua fase primordiale, il principio di un abbozzo che deve essere ancora plasmato. E’ per tale ragione che le prove mostrate nel primo atto assumono un valore pieno, vivo, affascinante, perché è come se la commedia stessa nascesse sotto i nostri occhi. La soave purezza del teatro si avverte molto prima della rappresentazione, già nell’istante in cui si pensa all’opera da portare in scena. Le prove sono, per l’appunto, l’embrionale concezione dell’opera teatrale, poiché è nella preparazione iniziale che si plasma la rappresentazione finale.

“Rumori fuori scena” sa esaltare ogni aspetto della lavorazione teatrale, partendo dall’autore del testo fino all’assistente di scena. Tutti coloro che lavorano alla realizzazione della commedia rispettano i loro ruoli. Gli attori si concentrano sull’interpretazione, il regista sulla direzione specifica e globale dell’evento teatrale, su cui nessuno osa metter parola, e la scenografia viene issata e resa unica col massimo del lavoro decorativo possibile per far sì che l’impatto visivo della scena risulti sempre sorprendente. Tutti i membri della compagnia lavorano a ritmi frenetici, lasciando trasparire uno stress senza fine. Lo stoico Tim non sa risparmiarsi, e riveste il triplice ruolo di direttore di scena, attrezzista e persino di “jolly” di ogni singolo attore. La presenza dell’autore fittizio di “Niente addosso”, vale a dire il fantomatico Robin Housemonger, aleggia sul gruppo in maniera costante. Lloyd, talvolta, prende in mano il tomo in cui è contenuto il lavoro dell’autore, affermando che quello è il “testo sacro” e che non può essere in alcun modo alterato né dev’essere necessariamente capito dall’attore, più che altro dev’essere solamente eseguito. La volontà dell’autore teatrale fugge dall’approvazione degli attori stessi. Ciò che infatti avviene nella farsa non risponde ad una logica ben precisa, accade perché è così che ha voluto il dio-creatore e autore, e il testo risponde ad una irrazionale leggerezza splendidamente artistica.

Ne deriva una differenza: “Rumori fuori scena” rappresenta la vita fatta di ansie, fatiche, impegni, collaborazioni, amicizie e amori, rimorsi e gelosie, vendette e ritorsioni. La farsa “Niente addosso” rappresenta l’esatto contrario: essa è l’illogicità della vita umana, l’ineluttabilità degli eventi, e come essi possano essere riletti in chiave umoristica. E’ sempre la capacità di ridere della sventura la forma più fine di acume e intelligenza. Quella di “Rumori fuori scena” è la vita portata entro i confini di un palcoscenico e considerata priva di un significato, poiché il senso vero sfugge alla ricerca dell’uomo e va al di là delle sue possibilità d’indagine. La vita è esperienza inattesa, improvvisazione senza regole, è una farsa teatrale che fugge da ogni logica che non sia comprensibile in una smorfia volta al riso.

Humphrey Bogart affermava che la differenza sostanziale tra un copione e la vita è che il copione deve avere un senso. Se non c’è dato comprendere le dinamiche che spingono i personaggi di “Niente addosso”, possiamo invece cercare di capire cosa domina l’agire dei personaggi di “Rumori fuori scena”. Nelle loro entrate e nelle loro uscite è racchiudibile l’alba e il crepuscolo, l’arrivederci e il ritorno. E’ forse per tale ragione che i personaggi sulla scena entrano ed escono con tale frequenza. “Rumori fuori scena” è l’apertura coordinata di una porta che simboleggia un nuovo inizio nel contempo in cui un’altra porta, che simboleggia un addio, si chiude. La farsa e la commedia, qui divenute un tutt’uno, rispondono al bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita e alle varie tappe che ne fanno parte.

  • Atto secondo

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.” (William Shakespeare)

Vi è mai capitato, mentre sedete in platea, di perdere per qualche istante la concentrazione sullo spettacolo in sé e domandarvi cosa, al contempo, sta avvenendo dietro le quinte? Quella che si trova al di là della scenografia è una realtà fatta di silenzi, di comunicazioni gestuali, vocalmente inespresse, di suggerimenti laconici onde evitare che il pubblico in sala si accorga di qualcosa. Nelle compagnie più diligenti, direi professionali, in genere, non accade nulla di particolarmente interessante. Gli attori e le attrici siedono pazientemente e attendono d’essere chiamati dal direttore di scena per la loro entrata. Qualcuno/a più “ansioso/a”, invece, leggerà ancora una volta il copione, lo/a scenografo/a tamburellando il piede sul pavimento come segno d’impazienza, aspetterà la fine del primo atto per potersi mettere subito al lavoro al cambio scena. Un clima così disteso non è respirabile nella compagnia capeggiata da Lloyd Dallas, che dietro le quinte è capace d’inscenare “una commedia”, ancor più divertente di quella che si svolge in palcoscenico.

Durante il secondo atto di “Rumori fuori scena”, la compagnia è ormai in piena attività e si sposta di città in città e di teatro in teatro in una lunga tournée. Dopo i primi grandi successi, la compagnia sta vivendo una fase transitoria che presto li condurrà ad un fiasco dietro l’altro. Questo è dovuto al fatto che Lloyd li ha temporaneamente abbandonati per curare la regia dell’Amleto con un’altra compagnia teatrale, ma soprattutto perché tra gli attori sono emersi molti malumori dovuti per lo più a ripicche di cuore e gelosie. Lloyd sopraggiunge nel dietro le quinte un pomeriggio, per ritrovare un po' d'intimità con Brooke, ma viene subito informato da Tim dei dissapori sorti tra gli attori: Dotty e Garry si sono lasciati, per l'eccessiva gelosia di lui, che vede in Frederick un rivale, visto che una sera a cena ha ascoltato e consolato Dotty in preda a una crisi nervosa; la stessa Dotty è convinta, a causa di alcuni equivoci, che Belinda si stia infatuando di Garry, sostenendo che lei sia innamorata di Frederick; per di più, non si riesce a trovare Selsdon, per l'ennesima volta, addormentatosi chissà dove ubriaco. A complicare la situazione si aggiunge Poppy, che vuole informare Lloyd d’essere incinta. Alla pomeridiana dello spettacolo, i malumori tra la compagnia si susseguono senza sosta. La scena adesso si svolge interamente negli ambienti posti nel retropalco. Nel corso della rappresentazione della farsa si registrano innumerevoli gag esilaranti tra gli attori nel dietro le quinte, i quali tentano di ferirsi e colpirsi tra loro nell’istante in cui sfuggono alla vista del pubblico che numeroso affolla la platea. Da qui in poi si producono i “famosi” rumori fuori dalla scena.

Le entrate e le uscite sincronizzate degli uomini e delle donne, e quindi degli attori e delle attrici, avvengono adesso in una duplice veste che riguarda tanto i personaggi della farsa sul palcoscenico quanto i personaggi della commedia nel dietro le quinte. In contemporanea, la flebile linea di demarcazione meta-teatrale tra farsa e commedia tende ora a essere rispecchiata simbolicamente dalla divisione tra “palco” e “retropalco”, luoghi scenici che separano due differenti modalità d’interpretazione che si susseguono, altalenandosi continuamente. Ciò che accade nel secondo atto è la duplice realtà di “Rumori fuori scena”, quella che avviene sul palcoscenico, sotto gli occhi attenti e vigili degli spettatori che in modo del tutto insolito assistono alla farsa, e quello che si verifica oltre le quinte su cui è posta invece l’attenzione dei veri spettatori, i quali assistono a ciò che normalmente è celato al loro sguardo.

  • Atto Terzo

“Il teatro è così infinitamente affascinante perché è così casuale. E’ come la vita.” (Arthur Miller)

Nella concezione casuale del teatro, l’errore, se lieve, può contribuire ad impreziosire lo spettacolo. A teatro ogni rappresentazione è diversa, basta un cambio d’intonazione, un movimento differente, un cenno improvvisato e il tutto muta. La commedia teatrale non vanta l’immortalità di un’opera filmica, essa è in perpetuo divenire e in questo moto incessante il piccolo errore finisce per evidenziare la naturalezza dell’operato dell’uomo a teatro. Nel terzo atto di “Rumori fuori scena” tutto sembra essere lasciato al caso. La farsa “Niente addosso” è preda dell’incertezza di un destino e dell’indeterminatezza di un esito nebuloso. Si fa ritorno nell’ampio soggiorno del villino, ma ormai i rapporti e gli screzi che serpeggiano tra gli attori provocano incredibili quanto tragicomici danni alla farsa che perde ogni logica di sviluppo. Sulla scena irrompono, sostituti in concomitanza con i protagonisti, i personaggi, che finiscono per incontrarsi tra loro disfacendo la logica dell’esecuzione; persino Lloyd si trova costretto ad entrare in scena, salvo poi rendersi conto di aver aggravato ulteriormente la situazione.

  • Cala il sipario

Un bravo attore non fa mai la sua entrata prima che il teatro sia pieno” (Jorge Luis Borges)

La compagnia giunge infine a Broadway, il più prestigioso teatro della loro tournée. Lloyd è oramai in preda alla paranoia, teme che gli attori combinino un ennesimo strafalcione, ha persino paura che la scenografia cada rovinosamente giù e non ha il coraggio di assistere. Rientrerà solo alla fine per ascoltare gli scroscianti applausi provenire dalla platea, entusiasta. La farsa è stata un successo e gli attori hanno finalmente dimenticato i loro dissapori. Tutti insieme, mano nella mano, compiono un inchino, come grandi attori e uomini di teatro dinanzi ad un teatro strapieno di spettatori elettrizzati. Sono nati sentimenti forti di amore e relazioni destinate a durare tra gli attori e le attrici della compagnia. La nascita perdurata di un sentimento è la vita, ma anche la farsa, e questo è il teatro. Si chiude così “Rumori fuori scena”, nell’assordante ma sempre gradevole rumore di un applauso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“La tenera canaglia” è un film commedia del 1991, per la regia di John Hughes. Sue, detta Trucioli, è una bimbetta di 9 anni, orfana di entrambi i genitori, che vive con un uomo senza fissa dimora. Una sorta di vagabondo che aveva vissuto un tempo con la madre, ormai deceduta, di Sue.

Queste due eterogenee figure vanno avanti quotidianamente vivendo di piccoli espedienti, i quali permettono loro di riempirsi la pancia, ottenendo magari anche un pasto caldo. Passando da una località all’altra, nel loro girovagare, arrivano a toccare anche Chicago. E’ qui che mettono in scena un finto investimento automobilistico ai danni della bella e ricca professionista Gray Ellison che per scusarsi di quanto accaduto li porta a cena in un noto ristorante. Nelle mire dei due c’è la palesata speranza di poter essere accolti dalla donna in casa sua, ma il sopraggiungere di Walker Mc Cormick, il fidanzato di Grey che ostenta una manifesta superiorità e di conseguenza dispezzo nei confronti di ciò che giudica plebeo, manda all’aria il loro piano. Il caso vuole che il giorno seguente Bill resta di nuovo vittima ignara di un altro incidente, ma questa volta non voluto e programmato. In un certo senso siamo di fronte ad una svolta nella dinamica della premeditazione. Infatti a seguito del secondo investimento Gray ospita i due nella sua lussuosissima casa, suscitando così la disapprovazione del fidanzato che si allontana violentemente da lei. La donna non tarderà a comprendere la strana condizione in cui si trovano l’uomo e la bambina e capisce pure di essere stata raggirata. Intanto in Gray è scoccata la scintilla della commiserazione e della solidarietà e sta anche per affezionarsi ai due, principalmente alla piccola Sue.

La rivalità tra Gray e Bill molto presto si trasforma in un sentimento del tutto nuovo. E Bill comprende che quello è il luogo ideale per far crescere la bambina: una fissa dimora, calda e accogliente, governata da una persona a cui sta a cuore la felicità di Sue, e non come è stato finora, cioè un’esistenza fatta di espedienti e di privazioni. A questo punto anche Bill si cercherà un lavoro onesto, mentre Mc Cormick arrabbiato per tutto ciò che è accaduto e per come si stanno mettendo le cose telefona alla polizia e ai servizi sociali denunciando Bill, che viene arrestato e la bambina mandata presso un istituto che raccoglie orfani. Nel frattempo Gray si rende conto di essersi innamorata di Bill e lo fa liberare dietro il pagamento della cauzione e ottiene anche l’affidamento della bimba. Lascia quindi il suo vecchio fidanzato e rinuncia anche al suo prestigioso posto nell’ufficio legale. Non resta altro che ricongiungere tutti e tre per cominciare una nuova vita insieme. Finalmente una vita onesta, tranquilla e felice.

"Ti chiamano Trucioli? Per la tua bella cascata di Riccioli..."

 

“La Tenera canaglia” rappresenta l’attenzione del regista nei riguardi dei bambini bisognosi d’affetto e cresciuti troppo in fretta, nonché sull’eccessiva differenza di classe, sulla ricchezza e sulla povertà, sulle ambizioni ad ogni costo e sui tanti senzatetto sparsi per il mondo. Dei buoni sentimenti assieme a un alone di perbenismo pervadono tutto il film. Una Alisan Porter, non alla sua prima esperienza cinematografica, lascia intravedere, sia pure con le dovute proporzioni, una Shirley Temple degli anni che furono, che canta l’inno americano davanti alla tv.

John Hughes non è la prima volta che si cimenta nel genere di film che vedono come protagonisti i bambini.  Ricordiamolo in "Mamma ho perso l’aereo", in cui è stato autore e produttore. In “La tenera canaglia” appare in una triplice veste, ma a differenza del precedente questo è un film con bambina e un senzacasa, altro settore prediletto di quel particolare periodo storico.

L’attrice Kelly imprime alla pellicola un certo carattere, anche se alcune situazioni appaiono scontate e il senso logico spesso va a farsi benedire. Non mancano le gag, ma si tratta sempre di situazioni comiche messe su con estrema facilità, oltre al dipanarsi della storia che risulta alquanto leggera. Tutto sommato però è un buon film, un film che scorre e si lascia guardare; un film senza tante pretese ma gradevole. Ti porta a volte, magari verso il finale, a propendere più per una soluzione che per l’altra. Non una sorta di tifo da stadio, ma di quelli sommessi, pacati, intimamente sentiti.

Un James Belushi nel ruolo del barbone che, tutto sommato, ha reso appieno ciò che il regista gli aveva chiesto e ciò che egli stesso si era imposto d’interpretare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

La 75ª edizione della cerimonia di premiazione dei Golden Globe si è svolta nella serata di ieri, 7 gennaio 2018, al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills di California, per la conduzione del comico Seth Meyers. 

Di seguito la lista di tutti i vincitori:

Miglior attrice in una mini-serie o film per la televisione

  • Jessica Biel, The Sinner
  • Nicole Kidman, Big Little Lies
  • Jessica Lange, Feud: Bette and Joan
  • Susan Sarandon, Feud: Bette and Joan
  • Reese Witherspoon, Big Little Lies

Miglior attore non protagonista

  • Willem Dafoe, The Florida Project
  • Armie Hammer, Chiamami col tuo Nome
  • Richard Jenkins, La Forma dell'Acqua
  • Christopher Plummer, Tutti i Soldi del Mondo
  • Sam Rockwell, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
  • Miglior attrice non protagonista

Miglior attrice in una serie commedia o musicale

  • Pamela Adlon, Better Things
  • Alison Brie, GLOW
  • Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel
  • Issa Rae, Insecure
  • Frankie Shaw, SMILF

Miglior attrice in una serie drammatica

  • Caitriona Balfe, Outlander
  • Claire Foy, The Crown
  • Maggie Gyllenhaal, The Deuce - La Via del Porno
  • Katherine Langford, Tredici
  • Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale

Miglior attore in una serie drammatica

  • Jason Bateman, Ozark
  • Sterling K. Brown, This Is Us
  • Freddie Highmore, The Good Doctor
  • Bob Odenkirk, Better Call Saul
  • Liev Schreiber, Ray Donovan

Miglior serie drammatica

  • The Crown
  • Il Trono di Spade
  • The Handmaid’s Tale
  • Stranger Things
  • This Is Us

Miglior attore non protagonista

  • David Harbour, Stranger Things
  • Alfred Molina, Feud: Bette and Joan
  • Christian Slater, Mr. Robot
  • Alexander Skarsgard, Big Little Lies
  • David Thewlis, Fargo

Miglior colonna sonora originale

  • Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
  • La Forma dell'Acqua
  • Il Filo Nascosto
  • The Post
  • Dunkirk

Miglior canzone originale

  • “Home,” Ferdinand
  • “Mighty River,” Mudbound
  • “Remember Me,” Coco
  • “The Star,” Gli eroi del Natale
  • “This Is Me,” The Greatest Showman

Miglior attrice non protagonista

  • Laura Dern, Big Little Lies
  • Ann Dowd, The Handmaid’s Tale
  • Chrissy Metz, This Is Us
  • Michelle Pfeiffer, The Wizard of Lies
  • Shailene Woodley, Big Little Lies

Miglior film d'animazione

  • Baby Boss
  • The Breadwinner
  • Coco
  • Ferdinand
  • Loving Vincent

Miglior attrice non protagonista

  • Mary J. Blige, Mudbound
  • Hong Chau, Downsizing - Vivere alla Grande
  • Allison Janney, I, Tonya
  • Laurie Metcalf, Lady Bird
  • Octavia Spencer, La Forma dell'Acqua

Miglior sceneggiatura

  • La Forma dell'Acqua
  • Lady Bird
  • The Post
  • Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
  • Molly’s Game

Miglior film straniero

  • A Fantastic Woman
  • Per Primo Hanno Ucciso mio Padre
  • In the Fade
  • Loveless
  • The Square

Miglior attore in una mini-serie o film per la televisione

  • Robert De Niro, The Wizard of Lies
  • Jude Law, The Young Pope
  • Kyle MacLachlan, Twin Peaks
  • Ewan McGregor, Fargo
  • Geoffrey Rush, Genius

Miglior serie commedia o musicale

  • Black-ish
  • The Marvelous Mrs. Maisel
  • Master of None
  • SMILF
  • Will & Grace

Miglior attore in una commedia

  • Anthony Anderson, Black-ish
  • Aziz Ansari, Master of None
  • Kevin Bacon, I Love Dick
  • William H. Macy, Shameless
  • Eric McCormack, Will & Grace

Miglior regia

  • Guillermo del Toro, La Forma dell'Acqua
  • Martin McDonagh, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
  • Christopher Nolan, Dunkirk
  • Ridley Scott, Tutti i Soldi del Mondo
  • Steven Spielberg, The Post

Miglior mini-serie o film per la televisione

  • Big Little Lies
  • Fargo
  • Feud: Bette and Joan
  • The Sinner
  • Top of the Lake: China Girl

Miglior attrice in una commedia

  • Judi Dench, Victoria & Abdul
  • Helen Mirren, Ella & John - The Leisure Seeker
  • Margot Robbie, I, Tonya
  • Saoirse Ronan, Lady Bird
  • Emma Stone, La Battaglia dei Sessi

Miglior film commedia o musicale

  • The Disaster Artist
  • Scappa - Get Out
  • The Greatest Showman
  • I, Tonya
  • Lady Bird

Miglior attore in un film drammatico

  • Timothée Chalamet, Chiamami col tuo Nome
  • Gary Oldman, L'ora più buia
  • Daniel Day-Lewis, Il Filo Nascosto
  • Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.
  • Tom Hanks, The Post

Miglior attrice in un film drammatico

  • Jessica Chastain, Molly’s Game
  • Sally Hawkins, La Forma dell'Acqua
  • Frances McDormand, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri
  • Meryl Streep, The Post
  • Michelle Williams, Tutti i Soldi del Mondo

Miglior film drammatico

  • Chiamami col tuo Nome
  • Dunkirk
  • The Post
  • La Forma dell'Acqua
  • Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Redazione: CineHunters

Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella a cavallo tra il 5 e il 6 gennaio è, per i bambini, l’ultima notte magica delle festività natalizie. Un uomo dalla barba color argento dà il via, e una donna che “calza” indumenti miseri e consunti, pone fine ai festeggiamenti. L’Epifania tutte le feste si porta via.  E’ il compito che la Befana assolve tutti gli anni, quello di regalare un dolce risveglio ai piccini nel giorno in cui il clima natalizio è ormai agli sgoccioli.

Della Befana si sa ben poco. C’è chi crede sia antica come il mondo, chi afferma, senza provare dubbio alcuno, che lei era già vecchia quando nacque Gesù Bambino e che si trovava nei pressi di Betlemme quando incrociò i Re Magi che stavano per raggiungere la grotta in cui era nato il Redentore. Alcune leggende vedono i Magi spingersi a domandare a quella donna dal vetusto aspetto di accompagnarli, ma ella avrebbe desistito dall’uscire di casa, chi lo sa, forse intimorita dal freddo pungente. Poco dopo, però, la donna si sarebbe pentita e avrebbe così resa colma una cesta di dolci da offrire a tutti i bambini che avrebbe incontrato quella notte sulla sua strada, nella speranza di incontrare il Re dei Re appena venuto al mondo. E’ forse per tale mito che noi tutti, ancora oggi, attendiamo lo scoccare della prima ora del 6 gennaio per deporre le statuine dei Re Magi nel presepe dinanzi alla grotta dove giace il Bambino Gesù. Il giorno della Befana sembra riguardare, in qualche modo, la venuta dei Re Magi.

Ma chi era davvero quella vecchina cui i racconti fanno menzione? Perché ebbe in dono quella che si crede sia un’immortalità? La Befana è in vero una figura avvolta da un alone di magico mistero. A differenza di Babbo Natale, che i racconti sono soliti far risalire la sua residenza al Polo Nord, non si conosce dove la Befana viva, celata allo sguardo dell’uomo. E sempre per differenziarsi dal Signore del Natale, la Befana non ha elfi al proprio servizio. Si suppone che viva sola, in un luogo imprecisato. Perché non potrebbe vivere su nel cielo, tra le stelle luminose del firmamento sconfinato?

La Befana sono solito pensarla come un’anima un tantino sfortunata. Non ha il medesimo vantaggio di Babbo Natale. Lei arriva soltanto alla fine delle festività, non dona gioia quando il periodo natalizio ha dato appena inizio al suo corso. Lei discende dal remoto, quando oramai le ferie dal lavoro sono prossime a cessare e gli impegni tornano a bussare nuovamente alla porta, quando le vacanze scolastiche sono agli sgoccioli e il divertimento senza apparente fine, nonostante tutto, tende a cessare. La Befana dona così, con i suoi dolciumi all’interno delle calze, l’ultima gioia, quel soffio di bontà, sinonimo di un periodo lieto e terso qual è il Natale.

Al calar del sole, il 5 gennaio, potremmo alzare gli occhi al cielo e volgere lo sguardo alla luna nel vano tentativo di scorgere le fattezze stravaganti della Befana che vola tra pascoli di nuvole. Talvolta ella, se riuscissimo a intravederla, potrà avere intorno al capo un fazzoletto di stoffa, ma c’è chi giurerebbe di averla vista indossare un cappello a punta. Vola in sella a una scopa, si manifesta nella notte e reca a sé le sembianze di una megera malandata. Che la Befana sia una strega? Nessuna risata sadica potrebbe udirsi fuoriuscire dalla sua bocca, se non un flebile risolino affettuoso. Ella è in verità soave e gentile, come se quel suo pesante aspetto fosse la condanna del tempo atta a nascondere una bellezza interiore. Le sue vesti scucite, avvolte dalla fuliggine che vien giù dai cunicoli dei camini, il suo volto affossato dalle rughe, il suo naso adunco e il suo mento a ciabatta, la sua andatura in volo del tutto somigliante a quella di una fattucchiera ria e malvagia, sono tutte sembianze ingannatrici, che contrappongono la bontà della sua anima all’esteriorità menzognera.

La Befana è costante contrapposizione: dispensa col suo volo armonioso felicità in un giorno di leggera malinconia, possiede le parvenze di una megera eppure ha i modi garbati di una strega buona, e nei suoi sgradevoli caratteri somatici non incute alcun timore, tutt’altro! Invita i piccini a guardare oltre le apparenze e a scorgere la bellezza di un cuore puro.

E se l‘espressione pesante del volto della Befana non sia che una mistica patina generata volutamente dalle sue arti magiche? La Befana sembra voler rappresentare la bellezza interiore, quella occultata sotto una greve parvenza poiché meritevole d’essere scoperta soltanto da chi può riuscire a vedere sempre oltre le pur semplici apparenze. Ella, millenni orsono, rifiutò di uscire di casa per prestare aiuto a quei tre viandanti ma se ne pentì poco dopo. Rammentate la vecchia mendicante che testò la generosità del cuore di un principe delle fiabe, chiedendo riparo dal freddo pungente nel castello regale e offrendo come pegno una rosa incantata? La Befana potrebbe agire in egual maniera, muovendosi nella notte come una vecchia dal misero aspetto che porge regali a chi è, o diventerà, uno spirito degno, tanto da ricordarci come bisognerebbe conoscere la vera bellezza, quella che si insinua nell’animo e che porta a fare del bene. Quello stesso bene che scaccia il carbone.

E se la stessa Befana… Se esistesse realmente e… Se incontrata davvero, rivelasse, al cospetto di un puro di cuore, d’essere in verità non una sgraziata vecchietta dall’anima candida, ma una dolce e leggiadra entità? Magari la sua bruttezza si dissolverebbe e apparirebbe una bellissima fata, eternamente giovane come il tempo immortale, desiderosa di mostrarsi per com’è soltanto a chi è stato buono e generoso nella sua vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il miracolo della 34ª strada" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’accusa, imperterrita, esortava il giudice Harper a sancire la condanna. “E’ la vigilia di Natale, tutti noi vogliamo fare ritorno alle nostre case…” affermava con impazienza l’avvocato. Nessuna prova a sostegno della difesa era pervenuta tra le mani dei legali di Kris Kringle, l’imputato chiamato a processo. Tuttavia, Kringle appariva pur sempre sereno. I suoi occhi fissavano la corte con immutata fiducia.  Quel simpatico vecchietto con quella folta barba bianca che gli copriva parte del viso, non smetteva mai di sorridere a chiunque incrociasse il suo sguardo.  Forse perché egli sapeva che un’espressione solare e bonaria fosse in grado di rassicurare il cuore di un interlocutore ancor prima di una parola pronunciata. Poco prima che il giudice ponesse fine alle “ostilità” in tribunale e pronunciasse la propria condanna, accompagnata dal canonico colpo di martelletto, l’avvocato difensore dell’anziano Kringle rientrò in aula con in mano le tante agognate “prove”. “Vostro onore, posso ora dimostrarle che Kiss Kringle è…il vero Babbo Natale”. Avete letto con attenzione? L’udienza che si stava perpetrando era volta ad emettere una sentenza piuttosto particolare: se il signor Kris Kringle fosse realmente Babbo Natale? Ma come può un uomo essere Babbo Natale? Tutti noi siamo consapevoli della sua inesistenza. Il signor Kringle doveva essere un “pazzo” se affermava con tale convincimento d’essere il papà del Natale. Ma prima di scoprire il fato cui andrà incontro il signor Kringle, facciamo un passo indietro, per riscoprire una storia incastonata tra l’immaginazione e la realtà, tra il vero e la finzione, tra il genio e la follia

  • La verità così è…

Kris Kringle, quell’arzillo vecchietto che si aggira per le strade di New York, è Babbo Natale. E’ la verità, perlomeno quella che l’opera vuol suggerirci. Del resto dovremmo tutti noi essere coscienti che non esiste l’assoluta verità, e che l’idea d’essere depositari di una sola verità non è che un’illusione costruita dall’uomo. Come nella vita così in un copione teatrale o cinematografico, la verità esiste secondo certi punti di vista che sfuggono dalla coercizione di una visione univoca.  Dunque, perché il personaggio di Kringle dovrebbe mentire se crede d’essere Babbo Natale? State vedendo un film natalizio, e colui che ricorda nell’aspetto, nei modi di porsi e nell’atteggiamento Babbo Natale, deve essere Babbo Natale. Riponiamo questa fiducia nel personaggio quasi come fosse una sottintesa ovvietà. Così è…se vi pare. La verità, alle volte, non è poi così chiara né dev’essere necessariamente a senso unico. Perché Kringle dovrebbe essere Babbo Natale? Non è arrivato dal cielo in sella alla sua slitta trainata da Impeto, Furia, Saltarello, Brontolo, Cometa, Cupido, Freccia, Fulmine, le sue amate renne. Non indossa il suo classico costume rosso scarlatto, anzi i suoi indumenti sono quelli di un distinto signore che passeggia in un giorno di fine dicembre “calzando” un elegante cappotto. Egli pare, a tutti gli effetti, un uomo qualunque. Nessun alone di impalpabile magia aleggia attorno alla sua figura né incantesimo alcuno viene pronunciato dalla sua bocca e filtrato dalle sue mani. E’ Babbo Natale solo perché dice di esserlo; ma perché dovremmo credergli? Proprio su questo interrogativo vorrei porre l’attenzione. Se un uomo qualunque venisse da noi e ci confessasse d’essere il signore della Notte di Natale non gli crederemmo di certo. Le nostre convinzioni sarebbero irremovibili: Babbo Natale non esiste. Dunque, perché sin dai primi minuti tutti noi spettatori siamo così pienamente convinti che Kriss Kringle dica il vero? Perché è un film! E la sospensione dell’incredulità ci invoglia a porre in lui la nostra fede. E’ proprio sul concetto di fede che il lungometraggio del 1947 “Il miracolo sulla 34ª strada” espleta la propria indagine.

Avere fede significa voler credere strenuamente in ciò che non si può né vedere né toccare, poiché la tangibilità può sostituire la fede con la certezza, e diventare pertanto evidenza. Persino in una narrazione filmica il pubblico può essere stimolato nello sperimentare una prova di fede. Il personaggio di Kris Kringle sembra sbucato fuori dal nulla, fuoriuscito dall’ignoto, emerso da una breccia in grado di demarcare il confine terreno tra l’incontenibile fantasticheria e la ragionevolezza più calcolatrice. Egli afferma d’essere nato e vissuto al Polo Nord, eppure gli unici suoi trascorsi registrati e documentati riportano che ha vissuto negli ultimi mesi presso una clinica per anziani rimasti soli e affetti da turpe mentali.

  • Fantastica follia

Che Kringle sia, in verità, un folle? Ma a tal proposito cos’è propriamente la “follia”? Si può compendiare l’affabulante personalità di un uomo, il suo estro sognante e la sua fantasia contagiosa e debellarla come mera deturpazione mentale? Kris Kringle interpreta il mondo con gli occhi di chi crede che dietro ogni cosa si celi un pizzico di magia. E così facendo, la realtà che si materializza sotto i nostri occhi viene vista e riletta secondo una prospettiva irreale, e per questo tendente alla fantasia più sferzante. Kringle è un folle o l’esatto contrario, vale a dire un “genio”?  Guardare il mondo esterno con gli occhi di chi sogna significa trasformare tutto ciò che ci circonda nella nostra personale tela pittorica sulla quale poter imprimere pennellate di colori. Volgendo gli occhi al cielo, vediamo la volta celeste solitamente tinta di un azzurro chiaro, con qualche nuvola di bianca consistenza simile alla candida seta. Non sarebbe del medesimo avviso Vincent Van Gogh, che osservava il cielo buio della notte e ne scrutava i dettagli che fuggivano dalla vista superficiale dei più. Nessuno indugiava ad ammirare i gorghi vorticosi che si stagliavano nel cielo, nessuno contemplava le luminescenze di quella notte stellata che lui, nei giorni seguenti, dipinse con trasporto. Perché il cielo di Van Gogh è soltanto un’interpretazione soggettiva? Perché non può essere una visione condivisa da chi sente che quella tela rispecchi anche il proprio sguardo sul mondo e su quel tetto azzurro che permane immobile sopra il nostro capo? E’ dunque una realtà distorta quella rivista dai pittori, dai poeti, e dai sognatori? E’ semplicemente un modo di abbracciare la vita, che antepone alla più fredda ragionevolezza un animo fantastico. Kringle, con la sua geniale follia, incarna dunque il credo nell’inaspettato.

"Notte stellata" di Vincent Van Gogh

 

E’ forse un folle Kris Kringle nel voler ammirare il mondo con una tale vivezza e con una gioia cromatica in grado d’esaltare i colori della positività dell’animo umano. Del resto, in un tempo in cui nel periodo di Natale il messaggio della festività è stato totalmente stravolto per venire piegato al bieco guadagno economico, è “folle” il comportamento di questo Babbo Natale, uomo nella norma che crede d’essere speciale. La storia gioca così con la fiducia del pubblico, il quale viene messo alla prova. Gli spettatori avranno fede? Crederanno nell’esistenza di Babbo Natale? Kringle resta costantemente un uomo comune, all’apparenza. Nessun evento straordinario sembra essere generato dal suo volere. Ma non è mediante la manifestazione della magia, nell’esternazione compiuta e vedibile che va ricercata la fede, del resto, in tal caso, non si tratterebbe più di fede. Sebbene Kringle non compia prodigi con le proprie arti magiche, egli comincia a mutare il mondo che lo circonda e lo fa mantenendo prettamente un atteggiamento normale. Quando viene assunto per indossare i panni di un “finto” Babbo Natale ai grandi magazzini Macy's di New York, Kris suggerisce ai genitori che incontra di comperare i regali nei negozi che offrono l’offerta migliore. Un agire il suo che lascia sgomenti tutti i suoi superiori e che stupisce gli acquirenti, colpiti dall’onestà di quello che credono un semplice dipendente. Supponendo che sia una mossa pubblicitaria, tutte le altre catene di negozi si regolano di conseguenza, suggerendo ai loro acquirenti di acquistare i doni dove potranno risparmiare. La corsa al guadagno viene disfatta dalla “magia” di questo Babbo Natale, il quale, agendo nella sfera del normale, compie un qualcosa di eccezionale.

E proprio ai grandi negozi Macy’s, Kris conosce Doris Walker, interpretata dalla meravigliosa Maureen O’Hara, una madre che ha cresciuto la figlia Susan non facendola mai credere nel fantastico, non raccontandole mai alcuna fiaba né favola di qualsiasi genere. Doris non vuole che la piccola si illuda, che la sua mente si perda tra lande infinite di immaginazione, poiché lei stessa rimase ferita da un sogno, quando un uomo si finse solamente un principe azzurro prima di abbandonarla per sempre.

  • Amara verità, dolce bugia

Cos’è vero, cosa non lo è, e come capirlo? Ed è dunque ad un processo che si può stabilire cosa sia vero e cosa no. Una corte, un giudice, una giuria, un accusatore e un difensore sono lì ad assistere e a dibattere sulla veridicità di un tema inusuale e assurdo: se Kris Kringle sia realmente Babbo Natale. L’amara verità indurrebbe tutti i presenti a pronunciare un verdetto contrario, che svilisca ogni forma di speranza nell’esistenza di una creatura magica; la dolce bugia, invece, spingerebbe i diretti interessati a proclamare un responso che scagionerebbe Kris. Ma come si può ammettere che egli sia davvero Babbo Natale? Ecco che l’avvocato difensore, Fred Gailey, uomo innamorato di Doris e da sempre amante della fantasia tersa e intellegibile, irrompe nuovamente sulla scena con in mano le prove. Sono solo tre lettere scritte da tre bambini e indirizzate a Kris, a Babbo Natale. A seguito di queste tre lettere, migliaia e migliaia giungono in tribunale, portate da postini provenienti da tutto il mondo. Ecco che la verità non è più ciò che così è se pare ai più, ma diventa un qualcosa che così è…se viene creduta dai più. I bambini, i veri depositari della verità incontaminata, credono in quell’uomo, credono che lui sia il vero Babbo Natale e lo fanno senza il bisogno d’avere alcuna prova. Se Kris rassicurava gli spiriti dei suoi cari semplicemente con lo sguardo, questa volta, veniva salvato dal potere della parola scritta, quella impressa su carta dai piccini che credono in lui. La fede dei bambini intenerisce la giuria e il giudice scagiona Kris. L’amara verità si mescola alla dolce bugia creando un sapore agrodolce, dove la bubbola e l’autenticità si amalgamano senza più differenze. Doris torna a credere nella magia, e con lei la piccola Susan, la quale ottiene sul finale il regalo che tanto aveva desiderato: una casa nuova dove poter vivere con la mamma e il suo nuovo papà, Fred. Era il dono che Susan aveva confessato a Kris di volere, il quale, senza magia alcuna, era riuscito a donarle.

Quello di poter vivere la vita attraverso l’immaginazione più dominante è il proposito che quanti più di noi dovrebbero prefissarsi allo scoccare di un nuovo anno. L’immaginazione non consiste soltanto nel vedere cose che nella realtà non esistono. La fantasia è un paese dalla natura del tutto particolare. Un mondo avulso dalla realtà circostante, nel quale possiamo lanciare palle di neve in spiaggia nel mese di agosto, in cui siamo padroni di una nave e facciamo rotta ogni giorno per i mari della Cina, dove possiamo diventare la Statua della Liberta all’indomani di un nuovo giorno, pronti ad ammirare il sorgere del sole da un’altezza titanica, e nello stesso pomeriggio poter volare verso il sud con uno stormo di anatre. E’ quanto mai possibile varcare quel mondo ed è così meravigliosamente semplice poterlo fare.

Ci vuole solo un po’ di pratica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ebenezer Scrooge - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La straordinaria storia di Ebenezer Scrooge, il vecchio e insensibile avaro, perseguitato, in una notte del 24 dicembre, dai fantasmi del passato, del presente e del futuro, ha fatto sognare intere generazioni di adulti e piccini, ed ha rappresentato e rappresenta ancora oggi uno dei racconti natalizi più conosciuti al mondo. Questo racconto, uscito dalla penna dello scrittore inglese Charles Dickens, pubblicato per la prima volta nel 1843, dal titolo originale “A Christmas Carol”, tradotto in italiano come “Canto di Natale”, attraverso elementi di fantasia immersi in un’atmosfera surreale, vuole materializzare l’idea della redenzione. E’ su questa scia che l’irriducibile misantropo si accorge di avere anch’egli un cuore che pulsa e che può provare gioia per la felicità altrui. Scrollatosi di dosso la sua atavica corazza, fatta di cupidigia e indifferenza, promette di glorificare e amare il Natale, la festa della solidarietà e dell’amore, la festa che infonde speranza e anela da sempre a un mondo pacificato da odi e dissapori, reso gioioso e puro dalla nascita di Gesù Bambino.

“Canto di Natale” di Charles Dickens è un romanzo di critica nei confronti della società in cui l’autore viveva, ma è anche una storia emozionante che racchiude in sé verità profonde. E’ l’incontro tra la tradizione del romanzo gotico e il genere fiabesco, una vicenda ricca di allegorie che mette in evidenza come chi vive nella pochezza d’intenti e nell’avidità d’animo ha l’opportunità di liberarsi dai vincoli che lo trattengono; vincoli che riguardano le differenze sociali, l’insensibilità verso il prossimo, l’aridità di cuore. Col tempo, il protagonista ritrova la magia delle piccole cose, quei comportamenti che arricchiscono l’animo e fanno in modo che ci si possa sentire gratificati dentro. Un testo, quello dello scrittore inglese, pieno di emozioni, magico, riflessivo, che ci riporta ai piccoli gesti quotidiani, a un semplice sorriso, all’amore incondizionato, al calore della famiglia. Ciascuno di noi incontra gli stessi fantasmi di Scrooge, non soltanto la notte di Natale, ma ogni qualvolta le prevaricazioni, l’individualismo, l’ostentata indifferenza hanno su di noi il sopravvento, facendoci dimenticare che la vera ricchezza sta proprio nel donare agli altri.

Quella di Natale non è mai una notte come un’altra. La lancetta dei secondi gira con apparente normalità ma il tempo pare ora comprimersi ora dilatarsi in un processo astratto e contradditorio, che fugge da ogni fondamento scientifico, perché regolato da una magia madre dall’emozione. Sicché il tempo subisce un’esaltazione del suo effetto relativo. Un istante felice a Natale passa con molta più rapidità, eppure si assapora come se dovesse durare all’infinito. Come ci sovviene da bambini, quella soave, mistica notte, possiede un che di unico che la rende differente da tutte le altre; ciononostante passa, vola via, cedendo come sempre il posto al nuovo giorno: il giorno di Natale. Questo è quanto ci suggeriscono gli orologi, meccanismi privi d’emozione, e quindi non in grado di calcolare “un tempo diverso”, che si discosti da quello computato.

Se osservato con gli occhi della sensibilità e con una sognante vena interpretativa, benché sia inconsistente, il tempo di Natale si può considerare senza tempo. E’ forse per tale ragione che, giocando un po’ di fantasia, si può credere che in una sola notte, l’arcigno Ebenezer Scrooge abbia potuto rivivere le vicissitudini di un’esistenza amara. Tempo passato, tempo presente, tempo futuro, e ancora, periodo andato, istante trascorso, presente che svanisce, futuro incerto: è sempre una questione di tempo. E ogni anno, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, la razionalità umana irrimediabilmente deve farsi da parte per lasciare che l’incanto prenda il sopravvento, in modo che la fantasia possa rendere quella notte così intensa tanto d’essere capace di compendiare un tempo illimitato. Si tratta della stessa tenera magia che induce i bambini a credere ad un uomo panciuto, con una folta barba bianca e vestito di rosso, il quale scende giù dai comignoli per consegnare i doni a tutti i bimbi del mondo. Ma come può Babbo Natale riuscire a far credere ad un infante di poter girovagare per il mondo in sella a una slitta trainata da renne? Semplicemente perché il piccolo ha fede, e crede in cuor suo che Babbo Natale arresti il tempo. Su quel suo carro alato, il papà del Natale sfugge dai costrutti dell’uomo, inceppa gli ingranaggi dell’orologio universale e in una sola notte raggiunge ogni bambino addormentato. E’ sempre una questione di tempo, anche un pargoletto lo sa; perché quella di Natale è una notte che non può essere in alcun modo cadenzata.

E’ proprio a tarda notte che un fantasma si manifesta all’avido Scrooge. Dickens fa che i lugubri versi di quell’entità vengano fuori dalle parole scritte, come allegorie frastornanti, udibili nel silenzio dei nostri pensieri durante la lettura. Robert Zemeckis, “traduttore” del testo letterario in opera filmica, fa di quei frastuoni, grevi rumori di catene. In “A Christmas Carol”, l’ectoplasma dell’avido Jacob Marley ha l’aspetto di una figura fluorescente, scheletrica e dagli occhi spiritati. Ciocche di capelli elettrizzati levano le punte verso l’alto, e un paio di occhiali giacciono sul naso, come immobilizzati dalle rughe e dall’espressione crucciata che soleva avere in vita. Grosse catene gli cingono il corpo, impedendogli di liberarsi, simbolo dell’egoismo che in vita imprigionò il suo cuore, impedendogli di poter ascendere al Paradiso. Lo spirito avverte Scrooge che se non cambierà in fretta, un fato ancora peggiore aleggerà su di lui non appena trapasserà nell’aldilà, e preannunzia all’uomo l’imminente visita di tre fantasmi.

La rappresentazione dello spirito di Marley è un tantino differente in un altro, splendido adattamento del “Canto di Natale”, fatto ad opera della Walt Disney. Se l’irascibile Scrooge, nella suddetta versione, ha i connotati del “taccagno” Zio Paperone, la manifestazione spiritica di Jacob ricalca, invece, le sembianze del celebre Pippo. Lo Scrooge di Paperon de’ Paperoni considera il Natale un giorno lavorativo come un altro, e scaccia via anche le più semplici decorazioni che possano solamente ricordargli quella festività. L’ufficio di Scrooge è “spoglio” di qualunque addobbo, è freddo e umido, privo di colori caldi e luminosi, come se riflettesse l’animo arido del padrone.

D’un tratto, irrompe il nipote Fred (Paperino), giunto all’ufficio dello zio per invitarlo a trascorrere la vigilia di Natale nella sua dimora. Ma Fred viene prontamente invitato ad andar via, e a riprendersi in fretta e furia la ghirlanda natalizia che aveva portato con sé come dono da offrire allo zio, da porre sulla maniglia della porta. Non è un caso che il fantasma di Jacob si manifesti per la prima volta dentro i contorni di un “oggetto”, un battiporta d’oro.

Anche un banale ornamento può nascondere un messaggio profondo, visibile o invisibile all’occhio dell’uomo. Se la ghirlanda doveva rappresentare una flebile nota di colore nello scialbo e cupo ufficio di Scrooge, quel picchiotto era intenzionato, dal canto suo, ad esprimere un’anticipazione degli incontri che Scrooge avrebbe avuto di lì a breve. Jacob seguita poi a manifestarsi come un’ombra riflessa su di una parete, la quale imita, come un tenebroso mimo, la camminata baggiana e timorosa di un preoccupato Scrooge.

  • Il fantasma del Natale passato

Nel buio, una luce, dapprima fioca ma poi sempre più intensa, comincia a illuminare un angolo della camera del vecchio Scrooge. Ai piedi del letto, un fantasma di minute dimensioni si mostra agli occhi del protagonista. E’ il fantasma del Natale passato. In “A Christmas Carol”, tale spirito ha le sembianze di una fiamma divampante, come fosse una candela accesa che arde senza mai consumarsi. Il suo capo emana una luce battente che illumina l’orizzonte, come fosse un faro pronto a schiarire un passato coperto da fitte tenebre che tutto avviluppano. Lo spirito volge la mano a Scrooge e lo accompagna fuori dalla sua casa, per volare via e tornare a molti anni prima. Il tempo si presenta velatamente nell’incarnazione dello spirito del Natale passato. Una fiamma che brucia può essere spenta se una campana di vetro, simile a quella che il fantasma regge in mano, chiude la fiammella al suo interno. L’aria si consuma in fretta, la fiamma si spegne e così una vita svanisce; e con essa spariscono anche i rimpianti, le occasioni mancante, i pentimenti e gli errori a cui non si è potuto porre rimedio. Il tempo non va sprecato, bisogna capire i significati impartiti dagli accadimenti trascorsi, e le lezioni che un passato può insegnare per ottemperare alle pecche commesse, da non ripetere più in futuro. E’ l’insegnamento che il primo fantasma, nella sua estetica così peculiare, trasmette all’anziano Scrooge: quello di non lasciare che la fiamma ardente di una insensibilità egoistica sciolga la cera di un’esistenza intera.

Il fantasma del Natale passato nel “Canto di Natale” della Disney ha le fattezze del Grillo Parlante di “Pinocchio”. Quale scelta più azzeccata, se non quella di un consigliere che mira ad interloquire con la coscienza? Il grillo parlante è la voce interiore che torna a riecheggiare dopo anni di silenzio. Un riverbero figurato dell’intimità che si ridesta per esortare l’animo di Scrooge a prendere consapevolezza di ciò che è andato perduto per sempre, così da salvaguardare gli affetti che ancora non sono stati sviliti e allontanati. Dal turbamento provocato dalla rimembranza della donna amata in giovinezza, Scrooge comincia a schiudere il suo cuore, sotterrato sotto un cumulo di monete d’oro.

  • Il fantasma del Natale presente

Scrooge si imbatte in seguito nello spirito del Natale presente, il quale troneggia sulla cima di un albero di Natale. Attorno a lui, la sala è cinta da orologi meccanici, i cui ingranaggi sono ben visibili all’occhio. Le rotelline dentate permettono il movimento di alcune statuine, ferme in pose danzanti, poste in cima agli orologi. Il tempo presente si muove senza sosta; l’attimo fa posto a quello successivo, quando lo spirito comincia a dialogare con Scrooge. Il fantasma lo trae a sé, sollevandolo da terra e lasciandolo penzoloni nel vuoto, mentre sotto i suoi piedi si snocciola la realtà cittadina in uno scorrere d’immagini. Il fantasma dà a Scrooge la visione degli avvenimenti scorti da una prospettiva celeste.

Scrooge, guidato dal fantasma, si reca poi a trovare la famiglia Cratchit, riunita attorno al tavolo durante la sera del 24 dicembre. Il piccolo Tim, mai così tenero e indifeso come tratteggiato nella versione Disney, scende le scale, reggendosi con una stampella, per consumare, insieme alla sua famiglia, una scarnita coscetta di pollo. Scrooge si trova dinanzi alla più straziante delle indigenze. Nella versione Disney, il secondo fantasma è “interpretato” da Willie, il gigante. L’elevata statura di una tale essenza impalpabile indica come il tempo presente sia impossibile da “racchiudere”.

L’uomo possiede il ricordo per indagare il passato, ha la percezione del futuro, eppure il presente si muove nell’intermezzo, in un lasso di tempo indefinito, illimitato, grande come un colosso. E’ per l’appunto il momento presente il periodo nel quale dover ponderare e prendere una degna decisione, prima che sia troppo tardi.

  • Il fantasma del Natale futuro

Per ultimo, si palesa lo spirito del Natale futuro, il più inquietante tra i tre. Esso è una sagoma avvolta in un mantello nero come un tizzone, un’ombra che getta buio sull’avvenire e che conduce Scrooge a scrutare l’atroce sofferenza di un triste domani. Nel “Canto di Natale” della Disney, l’imponente Gambadilegno si cela sotto il truce manto dello spirito. La risata sardonica del personaggio terrorizza Scrooge, e la sua ansietà lo fa precipitare tra le fiamme di una voragine apertasi nel suolo. Scrooge sembra prossimo a precipitare all’inferno, e la sua anima è ormai irrimediabilmente dannata.

Ma la sua discesa si conclude sul lindo pavimento della sua abitazione. Quel fuoco ardente era fiamma in grado di ridurre in cenere la brevità del tempo prossimo. Era il monito finale, il rintocco dell’ultima ora, l’alba che sorge e che porta con sé un nuovo giorno, per una nuova esistenza.

L’indomani, lo Scrooge di “A Christmas Carol” si accomoda sulla sedia della sua scrivania, e guarda fugacemente il suo orologio da taschino. Il signor Cratchit, suo dipendente, arriva in ufficio con un po’ di ritardo. Di tutta risposta Scrooge lo ammonisce verbalmente e gli aumenta il salario: un premio per aver ben speso quel tempo con i suoi cari. Per tutto il giorno di Natale, Scrooge, sia esso “dipinto” con le sembianze di un uomo dal mento spiovente e dal naso aquilino, o di un papero dal becco pronunciato, si fa strada in città per dispensare le proprie ricchezze, sotto forma di doni, ai più bisognosi, camminando con passo spedito e aria leggiadra, come se quel suo bastone fosse più uno strumento d’accompagnamento che un aggeggio di supporto alla sua andatura.

Il tempo del Natale riprende a progredire con la sua particolare meraviglia, ed è adesso tutto riassunto e compreso nella dolcezza del piccolo Tim, che ha l’aspetto di un adorabile bimbo o di un tenero “topolino”, che cerca d’afferrare un orsacchiotto di peluche dal sacco dei regali del signor Scrooge, il quale tenta più volte di nasconderglielo alla vista, per far sì che la sorpresa sia davvero tale, meritevole pure di un pizzico d’attesa.

No, non sono né bubbolescempiaggini: il tempo del Natale non ha eguali, perché una sola notte può cambiare davvero il destino di un uomo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Una poltrona per due" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Parecchi anni addietro, te ne stavi lì, sprofondato comodamente in poltrona, a rimuginare sul più e sul meno, quando hai udito distintamente un suono provenire dal televisore. L’avevi lasciato acceso giusto per ricevere in cambio un po’ di compagnia. Non t’importava poi tanto guadare le immagini, eri perso tra i tuoi pensieri, magari in piedi su di un asse ad elaborare un qualche funambolico piano dell’ultimo minuto per acquistare i regali che ti eri ripromesso di comprare per tempo, ma che, anche quest’anno, avevi rimandato, e ora ci voleva la più classica delle “imprese”.  La tua attenzione era stata catturata da uno spot televisivo. Non affrettarti a suggerirmelo, so bene cosa hai fatto: ti sei voltato a vedere ciò che ti aspettavi. Era la classica presentazione di un film: il 24 dicembre, Italia Uno avrebbe trasmesso “Una poltrona per due”, e proprio in quell’istante lo stava annunciando. Già! Come se ce ne fosse stato il bisogno! “Una poltrona per due” su Italia Uno, la sera della vigilia di Natale, era talmente un’ovvietà da rimanere quasi indifferenti. A quel punto tu avrai accennato di sicuro un sorriso. Magari avrai anche parlottato e con un filo di sarcasmo quanto fosse scontata una tale scelta per il palinsesto di Mediaset.

Era il 1989 quando “Una poltrona per due” veniva trasmesso per la prima volta. Ma quasi dieci anni dopo, con precisione quasi chirurgica, dal 1997 cominciò la sua costante messa in onda, sia pure con qualche variante, ogni vigilia di Natale; ma “Una poltrona per due” non è per nulla un film di Natale. Per lo meno, non è tipicamente quello che si suole descrivere come film natalizio. “Una poltrona per due” è una commedia per adulti, ambientata sì nel periodo di Natale, ma per nulla farcita di buoni sentimenti o d’insegnamenti educativi. E’ una storia in cui si gioca con lo stato sociale di un’esistenza, dove si capovolgono le vite di un ricco e di un povero. Il Natale è dunque il momento in cui si svolgono gli eventi, l’atmosfera in cui si consuma un’ironica disavventura, il “fondale nevoso” su cui agiscono i personaggi sulla scena. “Una poltrona per due” è certamente uno dei simboli di quanto il cinema e le opere ad esso correlate possano legarsi fino a risultare inconfondibili, se riferiti ad un ben preciso periodo dell’anno. Il cinema e il Natale rappresentano un connubio molto più soggettivo di quanto si possa credere.

Il Natale è il periodo più bello dell’anno. Il ritrovarsi a casa con i nostri affetti più cari è fonte di festosa e coinvolgente felicità. E il cinema col Natale ha avuto e mantenuto da sempre un rapporto speciale. No, non mi riferisco soltanto ai tipici film a carattere natalizio. Sarebbe fin troppo scontato. Parlo di qualcosa di più personale, un sentimento che accomuna un particolare film alla suggestione visiva ed emotiva di quel preciso periodo dell’anno. Un tale legame trascende dall’ambientazione del film stesso. A Natale non si guardano soltanto le opere a tema: si guardano ancor di più quei film che riscaldano il nostro cuore, al pari di come può farlo una tazza rossa traboccante di cioccolata calda, col nostro corpo infreddolito dalla neve che copiosa viene giù. Ognuno di noi conserva nelle proprie memorie quei film che ama rivedere in concomitanza col periodo delle feste. Quando riguardiamo per l’ennesima volta il lungometraggio che più amiamo, negli attimi in cui a pochi passi da noi le luci dell’albero illuminano il buio della nostra camera e si riflettono ad intermittenza sullo schermo, si crea un’atmosfera di magia impalpabile che sembra proiettarsi all’interno del film stesso. Anche se quello che vediamo non è propriamente un film di Natale finisce per essere investito dal medesimo incanto, come vogliono suggerirci le nostre emozioni. Forse i film più belli da vedere a Natale sono quelli appartenenti alle saghe del cinema. Sarà per via del clima di vacanza, per l’assenza dai banchi di scuola, per le meritate ferie dal lavoro, ma quando arriva il Natale e abbiamo più tempo per noi stessi e per i nostri cari, amiamo rifugiarci nei luoghi fantastici della settima arte più a lungo di quanto non lo si faccia solitamente, e lo facciamo con le nostre saghe più amate, da gustare in vere e proprie maratone senza fine.

Tra tutti quei film speciali che sentiamo ancora più nostri a Natale, ecco spuntare ancora una volta “Una poltrona per due”. Curioso come il lungometraggio abbia ottenuto la caratura del classico in virtù del suo costante campeggiare in sequenza sulla rete televisiva ogni vigilia di Natale. “Una poltrona per due” su Italia Uno è una formalità, diremmo, con una punta d’ironia, è una delle poche certezze che abbiamo in questo mondo. In Italia, il pubblico nel corso degli anni si sarà rapportato col film nei modi più disparati: ci saranno quegli spettatori che lo avranno visto e rivisto, ma anche coloro che, pur vedendolo costantemente proposto nel periodo natalizio, se lo saranno fatti sfuggire. E’ nell’indole umana, dopotutto, ignorare ciò che è ripetitivo, a discapito di un evento più che straordinario. “Una poltrona per due” è diventata “la routine”, c’è sempre, alla stessa ora, nello stesso giorno, anno dopo anno, non è come un altro film trasmesso quando capita. E per tale ragione - chi lo sa - molti lo avranno ignorato perché consapevoli che lo avrebbero potuto recuperare l’anno successivo. E’ un po’ il fardello cui è andato incontro il film, quello di rischiare d’incappare nella prevedibilità. Ma, in verità, di anno in anno, “Una poltrona per due” sembra cadenzare lo scorrere del tempo, come se fosse un elemento tradizionale, investito di un peso sociologico filtrato attraverso il medium televisivo. “Una poltrona per due” è una decorazione, un ornamento messo da parte, come fosse un addobbo di Natale, pronto ad essere tirato fuori all’occorrenza.

Sebbene sia visto e rivisto, il film ha reificato, dando vita a una sorta di rito sociale, che coinvolge migliaia di spettatori sparsi per l’Italia, i quali sul web si incontrano virtualmente per scambiarsi battute iconiche del lungometraggio nel momento esatto in cui i personaggi le proferiscono “in diretta”. C’è addirittura qualche pagina facebook che organizza l’evento per fare il countdown agli inizi del nuovo anno in attesa che passino i mesi e si torni a rivedere “Una poltrona per due”. Più che fare il conto alla rovescia per il film, la gente ama conteggiare, attraverso l’attesa dello stesso, il ritorno del periodo natalizio preannunciato dalla sua andata in onda.

Il film attira a sé gli spettatori che lo ricordano quasi a memoria, ma anche quelli che lo hanno veduto solo una volta. E in egual misura anche coloro che lo hanno visto a tratti, che hanno scrutato solamente qualche scena tra uno zapping e l’altro. “Una poltrona per due” non è più un lungometraggio da vedere, quanto d’ascoltare, come fosse una narrazione radiofonica, da udire sommessamente, quasi in sottofondo, mentre gustiamo le prelibatezze culinarie preparate per l’occasione nel clima festoso della famiglia. E così si ride ancora quando il ricco  Dan Aykroyd cede la propria poltrona al povero Eddie Murphy, quando gli antagonisti subiscono la loro giusta punizione, e si arrossisce quando Jamie Lee Curtis toglie via il suo vestito luccicante e si mostra nuda dinanzi alla camera che cristallizza la sua procacità. Tante argomentazioni e momenti continuati che possono essere riletti costantemente da nuovi punti di vista.

Di anno in anno, quella particolare scena del film viene rivista in un nuovo contesto, e assume un nuovo valore, perché mai come in quella sera un momento vissuto si intreccia a quello immortalato su pellicola. “Una poltrona per due” non è che un esempio valevole soprattutto per i film che più amiamo vedere e rivedere. La vita ogni 24 dicembre è sempre ricca di momenti diversi e magicamente intensi, e così quel particolare film che tanto amiamo guardare a Natale, sebbene sia sempre lo stesso, può arrivare a regalarci un’emozione nuova, perché sempre conformato alla magia del Natale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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