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Batman ritratto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Batman venne concepito da un’idea di un artista, tale Bob Kane. Agli stadi embrionali non era che un’immagine fetale, abbozzata, che fiorì nella fantasia fino al giorno in cui l’ora di venire al mondo giunse. La matita e i colori veicolarono la sua nascita come ostetriche e permisero il parto di questa creatura che conobbe la vita su di un foglio di carta, nel momento esatto in cui quella matita finì d’imprimere il suo ultimo tratto. Quel primo disegno andava considerato come un infante che aveva aperto per la prima volta gli occhi al mondo, ancora ben diverso dall’aspetto che assumerà quando maturerà nello sviluppo che i suoi genitori creativi infonderanno in lui. Il primo ritratto di Batman fu uno schizzo delineato con il desiderio di dare essenza ad un supereroe non ancora chiaro e cristallizzato con limpidezza nelle forme e nel costume. Solo un simbolo era evidente sin dal principio: quello di un grosso pipistrello che l’eroe avrebbe dovuto portare sul petto come fosse un emblema. Era Batman, che in quella sua iniziale raffigurazione lasciava echeggiare il suo primo pianto, come fosse venuto al mondo al cospetto dei propri creatori. Bob Kane e Bill Finger lo perfezionarono nelle settimane a venire e gli conferirono il dono della parola, racchiusa in nuvole d’inchiostro. Era il 1939. Ma Batman reificò nel pensiero di Kane ancor prima, essendo stato ispirato da un’immagine anch’essa stampata su carta e risalente addirittura a secoli e secoli antecedenti la data del periodo. Erano i disegni curati a mano da Leonardo da Vinci e rappresentanti il Grande Nibbio, la macchina volante progettata dal Genio tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Gli appunti didascalici e le illustrazioni del Grande Nibbio furono raccolti dal da Vinci nel Codice sul volo degli Uccelli. Leonardo, che sempre cercò di creare una macchina che potesse replicare il volo degli uccelli e renderlo possibile per l’uomo, realizzò una versione della suddetta idea che mimasse una sorta di volo in planato. L’apertura alare del marchingegno attirò l’attenzione del fumettista che ne trasse suggerimento per creare il mantello dell’eroe, il cui dispiegamento replicava l’apertura alare della macchina e, altresì, dei pipistrelli.

Riproduzione del Grande Nibbio di Leonardo da Vinci

 

Batman vide la luce nella storia dell’arte, il suo mito si accrebbe col volere della concretizzazione di una fantasia e nel desiderio della scoperta, dell’invenzione. Dalla stretta collaborazione tra Kane e Finger i particolari del costume si accentuarono fino a dar forma all’eroe come lo conosciamo oggi, con un background definito, un’identità umana e una storia. Batman conobbe il mondo quando completò il proprio iniziatico processo di formazione e, come albo a fumetti, venne pubblicato per l’etichetta DC Comics nel maggio del 1939; qualche anno dopo Superman, e prima di Flash, Lanterna Verde e Wonder Woman.

La figura dell’uomo-pipistrello divenne, col passare degli anni, un’icona incomparabile nel mondo del fumetto e nell’immaginario collettivo popolare. Il fascino tenebroso e maledetto del cavaliere oscuro permane tutt’oggi come se non fosse mai stato scalfito dal passare delle decadi. Batman è comparabile a un’opera che conserva la magnificenza originaria, e necessita soltanto sporadicamente di qualche lieve ritocco, eseguito dagli esperti restauratori, i quali correggendo leggermente l’estetica e modernizzando la storia riescono a rendere le sue avventure sempre al passo coi tempi.

Dietro la maschera dell’uomo-pipistrello si nasconde il miliardario Bruce Wayne. Bruce, quando era soltanto un bambino, ha assistito alla morte dei propri genitori, uccisi sotto i suoi occhi da un ladro di strada. Il drammatico evento segnò irrimediabilmente il piccolo, che giurerà sul corpo esanime del padre e della madre, che farà tutto ciò che sarà in suo potere per impedire ad altri di provare la medesima sofferenza arrecatagli da un malvivente. Il trauma cui venne investito da bambino gli farà sviluppare uno stato di diffidenza, di paranoia e sospetto che, da un lato affinerà le sue straordinarie qualità intellettive e investigative, dall’altro minerà i suoi rapporti con le altre persone. A quella fatidica notte, i suoi creatori fecero risalire alcuni elementi che andranno poi a formare la personalità del protagonista e che fungeranno da spiegazioni esaustive su quella che sarà la sua scelta. Bruce stava guardando uno spettacolo a teatro riguardante la maschera di Zorro. Come lo spadaccino che combatteva per l’indipendenza della sua gente così Batman avrà un costume color nero che potrà aiutarlo a mimetizzarsi tra le ombre. Bruce crescerà tra le cure di Alfred, il suo maggiordomo, e da lui spalleggiato, ma dalla lussuosa residenza, comincerà la sua personale battaglia contro il male che aleggia sulla città e che cercherà d’estirpare con sempre crescente vigore. Batman tutela la città di Gotham, una metropoli rigida, sozza, ricolma di quartieri sudici e periferie traboccanti di delinquenza. E’ una città fortemente inquinata, le cui esalazioni di gas si levano dagli scarichi infiammati, un centro urbano dal sapore antico, ricco di grattacieli che stagliano alti nel cielo e che recano sui propri esterni Gargoyle in pietra. Questi scenari gotici sono terreno fertile per le imprese del crociato incappucciato.

Definire Batman un antieroe dark è quanto ma sbagliato. Batman è un giustiziere, un vigilante che accetta volontariamente la propria missione di salvataggio e veglia, e alla sua gente ha offerto in un patto vincolante, la sua vita. L’adempiere questo compito che non avrà mai fine è lo scopo della sua intera esistenza, ed egli, lo assolverà fin quando la sua battaglia contro le forze del male non esigerà la sua morte. Batman non corrisponde quindi ai canoni tradizionali dell’antieroe cinico, disinteressato, che compie l’azione eroica sebbene non voglia volgere completamente se stesso alla causa. Batman è l’esatto opposto, colui che dedica tutto ciò che ha al perseguimento di un obiettivo che non ha mai fine. Al contempo, tuttavia, Batman si differenzia dall’eroe incorruttibile e senza macchia, solare e ottimista, generoso e altruista, tutti criteri personificati da Superman. Batman è un eroe oscuro, deciso, violento con i criminali più efferati, tormentato e distolto. Egli, nella sua interpretazione più classica, agisce sulla linea che demarca i due stadi esistenziali dell’eroismo, quello dell’eroe vero e dell’antieroe, poiché non corrisponde completamente né all’uno né all’altro. Egli vive in una sorta di stasi sospesa tra le due realtà parallele, ed è ciò che calca maggiormente l’unicità di questo supereroe. Batman si differenzia dagli altri personaggi anche perché non possiede alcun superpotere, è un uomo comune, mortale e vulnerabile, ma che si è sottoposto ad addestramenti severi e tempranti che ne hanno fortificato il fisico, le abilità e la tenacia, permettendogli di superare il limite delle possibilità umane.

Batman è l’umanizzazione di una rara forma di paura. Egli deciderà di sfruttare il pipistrello, quel volatile notturno che tanto gli aveva arrecato spavento da bambino per farne un suo simbolo e terrorizzare i criminali. Batman si riveste della sua stessa paura per divenire un demone della notte dal terrificante aspetto che possa seminare il panico nel cuore e nella mente dei malavitosi. Eppure, egli si fa carico di una paura particolareggiata, un sentimento di allerta che da una parte si erge ad effige immateriale di terrore verso tutti coloro che compiono azioni malvagie, dall’altra ha l’obiettivo di costituire l’emblema carnale di giustizia e bontà. La paura intessuta tra i filamenti del mantello di Batman è un’arma contro i criminali di tutto il mondo ma anche un rifugio, come fosse un drappo di velluto sotto cui gli innocenti possono trovare riparo. Timore e speranza possono essere trasfigurate nel simbolismo di due mani che si toccano vicendevolmente e combaciano come epidermide appartenente alla stessa natura, ed esse si uniscono, piegando ogni dito nello spazio corrisposto e lasciato libero dal palmo. Le due mani si stringono in un’univoca presa, rappresentando un’alleanza comune di terrore e speranza. Batman è paura ma è altresì gioia per gli indifesi. Egli agisce nell’ombra ma è come fosse un faro di luce che schiarisce l’oscurità della notte. Il vigilante viene come posseduto da questo continuo dualismo tra luce e oscurità che lo vede sostare nell’ombra come un faro prossimo ad accendersi. Batman è la metamorfosi di una notte buia, di una mezzanotte che rintocca per scandire l’inizio di un’attività criminale senza tregua, ed egli combatte per fermarla prima del sorgere delle prime luci dell’alba: egli è notte che trascorre per garantire un nuovo giorno, che possa essere più sereno di quello già trascorso.

Il Batsegnale che proietta in cielo il simbolo del pipistrello è il grido d’aiuto di un popolo che vede in quel fascio di luce l’allegoria di un provvidenziale salvatore.

La mitologia di Batman è composta da innumerevoli Villan che hanno personalità complesse, pieni di sfaccettature psicologiche e caratteriali con storie curate e approfondite. Tra gli avversari più pericolosi di Batman, Due Facce è colui che più di altri ricalca il tema della dualità, della personalità divisoria che in un mondo governato dal disordine ha come unica fonte di giudizio la sorte, immaginata sotto forma di una moneta, il cui lancio è capace di dare un solo esito tra due possibili scelte. Dopo di lui meritano una menzione speciale:

  • Il Pinguino, dall’aspetto grottesco e dal carattere insensibile e orripilante, che rappresenta una sorta di boss del crimine anch’esso chiamato col nome di un volatile. Vestito con tuba, frak, e munito di monocolo, porta sempre con sé un…ombrello.
  • Lo Spaventapasseri, vera e propria personificazione estetica del fantoccio, che incute paura agli uccelli per allontanarli dalle coltivazioni, diventa esso stesso paura da riversare sul “volatile umano” quale è Batman. Crane è la parte più tetra dell’emozione della paura trattata nelle opere di Batman, trasformando l’astratto terrore immaginato in un incubo che la vittima crede di star vivendo davvero. Se Batman è “paura” avversa ai soli criminali, Crane si eleva al rango di paura universale, metamorfizzata e siffatta ad uomo, che può contagiare chiunque come un’infezione per cui non esiste alcuno antidoto. Lo Spaventapasseri crede fermamente che ogni scelta compiuta dall’uomo sia legata alla paura.
  • L’enigmista, il cui vero nome è Edward Nigma, è una personalità distorta e compulsiva. E’ ossessionato dagli enigmi con i quali anticipa spesso le sue prossime mosse, sfidando le autorità a capire ciò che si nasconde dietro i suoi indovinelli. Nigma è intimorito dall’arguzia di Batman e vuol metterlo alla prova in una sottile sfida d’intelligenza che verte sul comprendere le mosse dell’avversario anticipandone gli indizi contenuti tra gli enigmi.
  • Freeze, glaciale avversario con un cuore di ghiaccio che batte solo per la propria sposa. Freeze adopera con destrezza un’arma congelante e può sopravvivere solo restando all’interno di una speciale tuta criogenica che mantiene la temperatura del suo corpo al di sotto dello 0.
  • La velenosa e bellissima Poison Ivy, crudele madre natura somigliante a un’eterea ninfa dei boschi che cammina a piedi spogli restando nuda, rivestita di sole foglie. Ella è in grado di dar voce e anima alle piante ed è il simbolismo vivente della feroce vendetta della natura sull’indifferenza dell’uomo.
  • Bane, colossale nemico dotato di una forza sovrumana alimentata dal Venom.
  • L’immortale Ra's al ghul che anela a un utopistico mondo privo di criminali e che ricerca il bene generando altro male in un’esistenza che verte all’eternità.
  • Hugo Strange, sadico psichiatra dalla sopraffina intelligenza.

La galleria dei nemici comprende molti altri avversari di spessore. Tra questi, villan come Clayface, Killer Croc e Solomon Grundy rappresentano uno stadio successivo, dove la deformità della mente tipica dei precedenti avversari viene sostituita da una mostruosità nel corpo.

Contro ognuno dei suoi acerrimi nemici, Batman sperimenta una sfida che ne mette a dura prova la resistenza, l’audacia e la perspicacia. Lo Spaventapasseri, ad esempio, sfida le paure inconsce e mai superate di Batman, Ra's al ghul i suoi intoccabili dogmi di incorruttibilità e di discernimento tra moralità e immoralità, e Poison Ivy, come l’antieroina Catwoman, con la sua bellezza fa vacillare la sua resistenza in quanto tentazione sensuale del male. Le pulsioni sessuali che Bruce prova nei confronti delle donne fatali quali possono essere Poison Ivy, Talia al Ghul e Harley Quinn vengono sublimate nel suo intenso e passionale rapporto con Selina Kyle, la più rappresentativa tra le donne pericolose che è riuscita a far invaghire Batman di lei e a costruire un rapporto in cui l’amore e l’odio si intrecciano in un contesto avventuroso e d’azione. 

Ad allietare la solitudine di Batman sono i personaggi di Robin, Nightwing e Batgirl, divenuta poi Oracle, ed in particolare Alfred che riveste il ruolo di padre adottivo, alleato e confidente. Tuttavia, la misantropia di Bruce è un male incurabile. L’astraente senso del dovere che lo opprime gli impedirà di poter mai vivere una vita normale.

Bruce Wayne, come vollero Bob Kane e Bill Finger, è un figlio dannato. Un cavaliere maledetto, ossessionato dalla reminiscenza della morte dei suoi cari genitori. Egli vive schiacciato da un irrazionale senso di colpa che lo conduce a sentirsi come responsabile della loro morte. Batman è un eroe disturbato, la cui “sofferente pazzia” trova ristoro nella battaglia per un fine superiore. Quella di Batman è un’assuefatta follia razionale che viene sepolta sotto il peso dell’armatura che lo aiuta a tollerarne il dolore. Quella che definisco la sua follia razionale è diametralmente opposta alla follia irrazionale, insana e omicida del Joker, la sua nemesi. Batman e Joker sono due facce di una medaglia che li vede uno contro l’altro, in una atavica battaglia tra bene e male. Joker è ossessionato dalla sua esistenza, ed è attratto da ciò che rappresenta l’eroe mascherato non l’uomo. Batman è la democrazia equilibrata, Joker l’anarchia dell’insurrezione sregolata. I due vengono stilisticamente rappresentati in maniera opposta anche per un piccolo dettaglio che molto spesso sfugge all’attenzione: la seriosità e l’ilarità.

Joker genera l’incubo reale di una felicità spensierata e senza regole che sfocia nella cruenta apatia. Quello di Batman è un temperamento drammatico, afflitto, angoscioso, quella del clown è invece una lucida follia, esternata in una risata inquietante che trova piacere nell’attuazione del dolore. Batman soffre e alimenta la bontà insita del suo animo nell’afflizione, Joker incrementa la propria malvagità nella vivacità macabra della comicità. Nella contrapposizione tra Batman e il Joker, la drammaticità rappresenta il bene e l’ilarità il male. La compromessa sanità mentale di Batman ricerca l’ordine, l’instabilità mentale del Joker il caos, in un continuo gioco fatale che li vede contrapposti.

L’architettura imperscrutabile del palazzo mentale qual è la mente di Batman è paragonabile alle salde mura di Arkham, dove restano segregate nelle profondità irraggiungibili delle celle le torbide paure e i tormenti ansiogeni di un uomo che ha trasformato il dolore in fuoco che arde per dar calore e fiamma al suo volere.

Batman custodisce dentro di sé uno spirito crucciato, un animo desolato e oppresso. Le sue disperate fatiche compiute sempre con enorme rischio sembrano voler far intendere che Batman non tema mai la morte e che l’accolga come una liberazione. Come un autunno prossimo a cessare, l’anima del cavaliere oscuro può essere descritta come un paesaggio malinconico con cumuli di foglie rattrappite che giacciono senza vita e colore sul freddo terreno. E’ lo spirito di un uomo che vive da sempre in un interminabile inverno, stagione che avverte interiormente e che scandisce ogni giornata della sua vita con pioggia copiosa e nevicata incessante. Batman vive in un lungo inverno che non può essere ravvivato da alcun soffio estivo. E’ proprio in una notte gelida che Batman appare in piedi sulla cima di un palazzo, quando la luna piena su nel cielo sembra essere alle sue spalle e un fulmine che tuona dal nulla illumina per qualche istante la sua sagoma minacciosa.

Batman è mente pensante che riflette sull’asperità dell’esistenza con il gelo dell’inverno, la sola atmosfera che lo avvicina ad un senso di quella chiusura intima che motiva la propria battaglia. Bruce nella malinconica bellezza dell’inverno ha trovato se stesso, la sua doppia vita, la sola causa eroica che dà un senso normale a un mondo anormale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

Dale Cooper (Kyle MacLachlan) e David Lynch disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

E’ quasi l’alba. Destatevi dal vostro sonno e accomiatatevi dai vostri sogni fino alla prossima notte. Vestitevi con celerità ma prendete il tempo che vi occorre per gustare una buona tazza di caffè. Quando avrete finito, salite a bordo della vostra auto e sfrecciate a tutta velocità per le strade, verso lo stato di Washington. Dirigetevi, pressappoco, a cinque miglia dal confine tra Stati Uniti e Canada, nella città montana chiamata “Twin Peaks”. Un cartello posto al ciglio della strada vi darà il benvenuto quando sarete giunti in prossimità della città. La scritta “Twin Peaks” è tracciata con uno speranzoso color verde, come se volesse tranquillizzare i propri aspiranti visitatori a varcare i confini e ad addentrarsi in città. E’ probabile, per chi conosce cosa sia “Twin Peaks”, che il solo immaginare un fittizio viaggio in macchina, compiuto alle prime luci dell’alba per portarsi in città, faccia avvertire un senso di profonda inquietudine misto a una sensazione di incontrollabile curiosità. Poter calcare realmente il territorio di Twin Peaks potrebbe essere un sogno per chi ha subito il fascino dei misteri di quel luogo immaginario, ma soltanto il fantasticare di poter davvero trovarsi laggiù, potrebbe tramutare la sensazione del sogno in un terrificante incubo.

Tuttavia, proseguiamo ad immaginare d’esser giunti, o forse tornati, a Twin Peaks. Cosa ci attenderà? Grandi camion con rimorchio caricati con grossi tronchi di legno pregiato percorrono le strade della località in lungo e in largo. Si nota il loro andirivieni sostando in quello che è il luogo più affollato dell’intera città: l’RR Diner, locale in cui potremmo sorseggiare l’inconfondibile caffè di Twin Peaks e assaporare la tipica e gustosa crostata di ciliegie. Non ci resterà poi che fare un salto alla stazione di polizia comandata dallo sceriffo Truman, prima di affrontare le paure più torbide e avanzare tra i boschi di Twin Peaks.

Il bubolare dei gufi inquieta gli animi di coloro che hanno il coraggio di farsi strada tra i boschi al crepuscolo. Questi volatili osservano le persone, appollaiati sui rami degli alberi coi loro occhi ricchi di bastoncelli, e tutto sono tranne quello che sembrano. Nella profondità di quei luoghi un drappo color rosso mosso dal vento come fosse fuoco divampante, si materializza dal nulla. Il telone rosso è pronto ad alzarsi per smascherare sotto i nostri sguardi vigili gli incomprensibili misteri di “Twin Peaks”. Una volta che questo fantomatico sipario si è alzato, intravediamo la sagoma di un anziano David Lynch che ci attende seduto comodamente in poltrona. Lynch ci invita a sederci accanto a lui e a riprendere visione della sua arte: a riguardare quel sogno che è stato “Twin Peaks” come spettatori divenuti adesso sognatori. Perché “Twin Peaks” è una narrazione gestuale, fisica e simbolica, strutturata per essere osservata, quasi indagata visionariamente, e per farlo non possiamo che guardare tale serie e immaginare d’essere anche noi a Twin Peaks, tra i freddi e lugubri boschi di quelle montagne impenetrabili.

“Twin Peaks” è arte sbocciata nel medium televisivo, la quale invoglia a provare un’esperienza emotiva in un contesto fittizio. Ma che tipo di arte è? Cos’è realmente “Twin Peaks”?

Era l’8 aprile del 1990 quando il network ABC trasmetteva il primo episodio della serie. “Twin Peaks” nasceva dall’idea del regista David Lynch e dello sceneggiatore Mark Frost. “I segreti di Twin Peaks” andò in onda per due stagioni, la prima composta da 8 episodi, la seconda da 22 episodi. Sin dalle prime puntate, il telefilm divenne oggetto di culto da parte di migliaia di appassionati che evidenziarono il taglio nettamente originale e imparagonabile a qualunque altro prodotto del periodo. “Twin Peaks” fu l’espressione massima e di maggior successo del genio artistico di David Lynch, e in quanto opera concepita secondo le ideologie stilistiche del cineasta risulta tutt’oggi un prodotto impossibile da catalogare sotto un dato genere.

“I segreti di Twin Peaks” narra la storia di Dale Cooper, un agente dell’FBI che giunge nella località di Twin Peaks per indagare sul misterioso omicidio di Laura Palmer, una popolare studentessa ritrovata morta e avvolta in un telo di plastica. Cooper comincia la sua particolare indagine integrandosi con i cordiali abitanti del luogo, apprezzando la quiete e la serenità che Twin Peaks trasmette. Tuttavia, l’alone di pace, schiettezza e semplicità che sembra aleggiare su tutta la cittadina non è che una patina ingannevole che riveste il paese e i suoi abitanti. Twin Peaks nasconde innaturali enigmi irrisolti, misteri impercorribili e ambiguità occulte mai venute a galla. A Twin Peaks nulla è come sembra, la forza soprannaturale alberga tra i meandri dell’oscurità come ombra invisibile che si muove tra i boschi al calare della notte. Cooper è un investigatore del tutto atipico, che antepone il suggerimento istintivo e la deduzione trascendentale alla dotta razionalità. Pertanto, egli possiede una mente incline a investigare la superficie del sovrannaturale, a scavare nel profondo per tentare di far risalire a galla i molteplici segreti del luogo. Sarà, infatti, proprio Cooper a scoprire alcune entità che dimorano a “Twin Peaks” come il Gigante o il nano con cui egli interloquirà nel mezzo delle proprie visioni oniriche.

Tutti i personaggi di “Twin Peaks” vantano una caratterizzazione propria che li rende inconfondibili tra loro. All’onesto sceriffo Truman si oppone il crudele uomo d’affari Benjamin Horne, all’ingenua e adorabile Lucy, segretaria dello sceriffo, si avvicina come in un duetto coordinato il bonaccione Andy, agente di polizia innamorato di lei. E così si prosegue, al violento Leo Johnson si oppone il ragazzo ribelle Bobby Briggs, figlio dell’integerrimo Generale Briggs, innamorato della cameriera Shelly, ragazza coraggiosa ma schiacciata dalle violenze del marito. Tra le personalità femminili più importanti Audrey Horne spicca come la più dolce e tenace, e ad essa è paragonabile, per quel che riguarda la presenza e lo spessore nella serie, il personaggio di Donna Hayward, la migliore amica della vittima Laura Palmer, che insieme al motociclista James Hurley indaga privatamente per scoprire l’assassino della sua giovane amica. Cooper, durante la serie, si avvarrà della collaborazione dell’agente Albert Rosenfield, esperto scienziato forense dal carattere apparentemente superficiale, cinico, straordinariamente sarcastico e ingestibile, e da Gordon Cole, interpretato dal creatore David Lynch, superiore di Cooper, affetto da sordità.

A questa prima parte di personaggi principali se ne susseguono molti altri, talvolta rappresentati goliardicamente. Due personaggi elusivi e dal temperamento eccentrico sono Nadine, dotata di una inspiegabile forza sovrumana, e la signora Ceppo, una donna anziana che regge a sé un ceppo di albero che è in grado di “comunicare” con lei. Una caratteristica di “Twin Peaks” è quella di far agire i propri personaggi in contesti e azioni grottesche che alimentano un approccio surreale e critico allo stile di vita di quei cittadini. Nessun personaggio è dipinto secondo i classici canoni dell’incorruttibilità o della cattiveria più efferata (eccetto l’antagonista), ma vengono descritti secondo le più variegate sfumature caratteriali che possono oscillare dalla bontà d’animo di alcuni all’immoralità di altri.

“Twin Peaks” è un’opera estremamente complessa, che fugge da qualsivoglia univoca e semplicistica interpretazione generale. Una serie che andrebbe analizzata episodio dopo episodio, scena dopo scena, poiché molto soggetta a interpretazioni continue che sfociano nel personale, nell’immaginato e nel simbolismo camuffato. La peculiarità più evidente di “Twin Peaks” è quella di riuscire a coniugare i canoni della detective story con quelli della soap-opera. Parallelamente all’indagine dell’agente Cooper, la serie si concentra sui molti abitanti del luogo, esplorandone le attività occultate e le bizzarre interazioni. Molte delle sequenze che coinvolgono gli stravaganti cittadini sono cadenzate da dialoghi inusuali, apparentemente incomprensibili, ai limiti del “no-sense”, e finiscono, alle volte, per suscitare ilarità. La commedia nera e tendenzialmente macabra è sfruttata pienamente nell’operato di Lynch. Alcuni bislacchi personaggi con i loro intrecci amorosi che hanno foce nell’alterco, nella gelosia, nella ripicca, assumono i contorni parodistici delle telenovele. Questo inaspettato lato comico della serie si intreccia in maniera spiazzante con un’atmosfera maggiormente cupa, orrifica e spaventosa. “Twin Peaks” riesce a generare riso o a terrorizzare nel giro di pochi secondi, al rapido scatto di un cambio di scena.

Gli scenari montani della serie emanano la brezza di un’aria pura e incontaminata, eppure, le scenografie opprimenti e le alte pareti di legno trasmettono un senso di ansia schiacciante, quasi invivibile. La città è permeata da un angosciante stato di allerta, di paura, poiché forze malvagie alitano su essa. Questo clima inquietante risulta essere inizialmente incompreso allo spettatore per via della simpatia del protagonista e di molti altri personaggi che minimizzano il lato pauroso della storia. E’ una duplice identità quella della serie, che mescola l’ironia surrealistica al terrore. “Twin Peaks” è strutturata secondo un perpetuo dualismo: due sono le cascate inquadrate durante la sigla che si congiungono in una, e due sono le anatre che nuotano sullo specchio d’acqua; la dualità si ripresenta, in particolar modo, durante la scoperta dell’entità demoniaca che infesta Twin Peaks, visibile anche nei riflessi degli specchi che rimarcano il tema della dualità: dell’immagine che si specchia e di quella che si riflette che, inquietantemente, non corrisponde alla prima. “Due” sono i mondi su cui si sviluppa la narrazione: il mondo “reale” e quello che Cooper scopre nascosto tra i boschi, palesandosi quasi in una sovrapposizione. Il mondo “trascendentale” pare esplorabile come se il personaggio s’immergesse tra le acque e il suo corpo si mantenesse per metà in superficie e per metà immerso, in un continuo contatto tra la realtà vera e quella parallela.

“Twin Peaks” fa dell’ambiguità la sua unica fonte d’espressione, e si distacca dalla chiarezza limpida della spiegazione. Il mistero primario, descritto da Lynch come l’albero della serie da cui poi si dipanano diversi rami che sorreggono gli enigmi secondari, è quello riguardante l’assassino di Laura Palmer. Un interrogativo che sarà destinato a trovare risposta nel nono episodio della seconda stagione. La sconvolgente rivelazione dell’assassino e la conseguente scoperta dell’entità malvagia che appesta Twin Peaks furono mostrate per imposizione dei produttori con il totale disappunto del creatore. Lynch considerava quel mistero come le solide radici dell’opera e rivelarlo così presto avrebbe portato ad uno sradicamento del tronco e a un crollo autoinflitto. Di fatto, Lynch perse l’interesse e abbandonò la sua creatura per non prendersene più cura sino agli ultimi due episodi. In conseguenza di ciò, la serie smarrì la rotta e naufragò, inabissandosi con sotto-trame alquanto inutili. Il finale della seconda stagione è girato come fosse il secondo atto di un dramma incompiuto. Il viaggio di Cooper trova compiutezza nella scoperta della Loggia Nera, l’entrata nella realtà parallela che ha dimora a Twin Peaks e viene rappresentata da un immenso telone rosso che si sovrappone in un’immagine estetica alla flora della foresta. In quel moto circolatorio, Cooper porta alla luce un incubo destinato a rimanere sopito per i successivi 25 anni.

Ed è a questo punto che vorrei collegarmi con quanto scritto inizialmente, quando abbiamo immaginato di percorrere insieme il nostro finto viaggio e di trovarci fianco a fianco a David Lynch, ad osservare quest’ultimo atto della storia. Con questa terza avventura, Lynch porge la mano al proprio pubblico e lo invoglia, come dicevo, a valicare i confini della camera e ad avventurarsi nel sogno fatiscente di “Twin Peaks” per combattere l’incubo che lo avviluppa. La terza stagione consta di un totale di 18 episodi, ed è una sorta di lungo film scomposto.

In questa terza e probabilmente (il “forse” è sempre d’obbligo) ultima stagione, Lynch dà sfoggio di tutto il suo repertorio creativo. “Twin Peaks – Il ritorno” è un’opera nata per dare risposta ai quesiti del passato, sventando però i pericoli di una risoluzione netta e cristallina. Ad ogni possibile risposta, la nuova serie rilascia una serie di successivi interrogativi che ne aumentano il mito. La terza stagione di “Twin peaks” è volutamente confusa, estraniante, segue una narrazione ingarbugliata, nettamente più articolata e complessa delle precedenti. Lo spettatore non può che immergersi nella realtà immaginifica e guardarla seduto comodamente in poltrona, come fosse accanto a Lynch, senza però potergli chiedere alcuna delucidazione in merito. Non è possibile spiegare Lynch, si può solo tentare di capirlo, lo si può ammirare, ma non lo si può né descrivere né raccontare.

“Twin Peaks – Il ritorno” è arte sequenziale che scorre via con una maestosa cura dell’immagine, trattata come fosse tela i cui colori si depositano su essa come per imbrattarla in modo caotico ma prestabilito dall’artista.  Le scene più intense, misteriose, scorrono per essere mirate dallo spettatore e contemplate non necessariamente per essere comprese. Le sequenze di quest’ultimo viaggio evidenziano quanto la serie sia un qualcosa di mai visto sul piccolo schermo e certifichi un’espressione meta-televisiva intellegibile. E’ un linguaggio di suoni e immagini che nella parte numero 8 trae la propria esaltazione massima con sequenze che si muovono in modo psichedelico, luci, suoni, scenografie e recitazione che agiscono armonicamente in un simbolismo che evita qualunque spiegazione unilaterale, unanime.  “Twin Peaks” è come fumo protetto da un fuochista, emesso da un grosso bricco, o forse una caldaia, che assume forme allegoriche rimaste sospese per aria, ammassi gassosi leggibili ma inafferrabili, pronti a svanire al semplice tocco.

Questa terza stagione è plasmata dall’estro geniale, incomparabile di Lynch, che avrebbe potuto cullarsi sulla riproposizione, ma che invece non lo ha fatto; ha creato invece una nuova storia che si riallacciasse in qualche modo alla precedente e offrisse nuove e indecifrabili chiavi di lettura. Se il modo di raccontare tale storia potrà sembrare altamente disorientante, sarà il rammentare quanto l’arte di Lynch sia da vedere più che da analizzare, a riportarci sulla strada principale della visione. “Twin Peaks” è poesia ermetica che lascia ai lettori l’incertezza di ciò che stanno vivendo, garantendo loro la sola possibilità di ripetere l’ultima parola che hanno letto o udito per tentare di capirla, similmente a quanto fa Dougie Jones nel suo discutere quotidiano.

Tecnicamente sopraffina, la terza stagione è un labirinto criptico custodito da un oracolo che però non proferisce risposte a tutti gli enigmi che riposano scolpiti tra i cunicoli di questa costruzione. “Il ritorno” si differenzia dal passato poiché Twin Peaks non è più neppure l’unico luogo in cui agiscono tutti i personaggi, anzi, in questa terza stagione la cittadina è quasi meta di un ben più largo viaggio che il protagonista dovrà adempiere. E’ per l’appunto l’odissea del vero Dale Cooper, incarnatosi nel simpatico e di poche parole Dougie Jones. Il tema della dualità ritorna in auge con la presenza dei “doppioni”, dell’entità malvagia che si manifesta con l’aspetto distorto del protagonista. Tuttavia, il lavoro di Lynch non è del tutto esente da pecche. Come accaduto nelle serie precedenti, le molteplici sotto-trame che riguardano i personaggi secondari appaiono poco interessanti, noiose, evitabili e senza riscontri finali.

Ma quest’ultima tappa ha un obiettivo più grande al suo interno per ciò che concerne il protagonista assoluto: quello che Cooper si è prefissato inavvertitamente agli albori della sua missione. Cooper, una volta “svegliatosi” dal torpore, attraversa questa dimensione in cui anela al salvataggio di Laura, la quale dipartita diede inizio a tutto. Come in un moto rotatorio e infinito, percorribile sui lineamenti del numero “8”, Cooper alla fine riabbraccia il principio. Lynch si innamorò artisticamente della sua Laura e con Cooper provò a salvarla un’ultima volta. La mano che Dale porge alla giovane con la quale attraversa la boscaglia nel tentativo di salvarla è l’atto conclusivo della parte 17, e che poteva essere il finale tanto agognato da ogni fan. Non da Lynch che rovescia quanto realizzato all’ultimo capoverso del proprio copione, incastonando le sue creature nell’ineluttabilità del mistero e del tempo ignoto. Quando finiremo di vedere il diciottesimo episodio, la domanda che dovremo porci non sarà “in che anno siamo?” Ma ancora una volta: “cos’è Twin Peaks?”.

Abbandonate quel posto a sedere, fuoriuscite dal sogno e lasciatevi alle spalle la cittadina. Il viaggio è cessato. Tornate alla realtà e cercate di darvi una risposta. “Twin Peaks” è un concetto, un’essenza, un’arte geniale inspiegabile ma apprezzabile che appartiene all’artista e non al popolo. E’ tutto ciò che non esiste nella vita vera, ma si accresce nella fertilità della creazione artistica, poiché ciò che ha mostrato può avvenire soltanto in quel luogo: può accadere solo a…Twin Peaks.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

Nell'immaginario che vorrei percorrere per i passi iniziali di questo testo, scruto la figura di un poeta che dedica i versi di un componimento alla donna amata in una notte serena, quando il cielo assume i contorni di un tenue ascoltatore dai tanti sguardi simili a luci scintillanti di stelle. Quel cielo vuole udire i passi di quell’autore e farli propri come parole che volano via, ispirate dai raggi luminosi di una luna, unica lettrice di un cuore innamorato. In egual modo, vedo un musicista, che può creare un brano in cui imprime ad ogni singola nota un frammento di quel sentimento che vorrebbe esternare a parole. E quel canto può vibrare via, raggiungere l’infinità del firmamento, in una notte quieta o in una sera funestata dal conflitto terreno…

E’ dunque un inno d’amore quello che di cui vorrei parlare. Un canto interminabile che echeggia e attenua il fragore del fuoco sui campi di guerra: è il tema di Lara. Un’ode intrisa di terso sentimento, che si leva in cielo come nenia che isola l’acustica della mente e del cuore di un innamorato dai frastuoni dei colpi di cannone e dallo strepitio rimbombante dei fucili. La melodia del Tema di Lara è d’intellegibile consistenza, e viene (metaforicamente parlando) eseguita dai passi musicali di un uomo innamorato, tale Zivago, per reclamare la donna amata, tale Lara, che il fato della guerra ha condotto alla separazione obbligata di due corpi. Zivago e Lara si perdono un giorno, d’un tratto, dopo essersi cercati per tutta una vita. E’ l’irrispettoso esito, il destino infausto che la guerra porta con sé. Zivago e Lara, conosciutisi in tempo di guerra, si cercano e si ricercano, condannati ad un allontanamento dei corpi ma accomunati dalla volontà delle loro anime, che seppur confinate in un rifugio corporeo che li tiene a distanza, si sfiorano idealmente nel volersi ricongiungere.

“Il dottor Zivago” è, di fatto, una meravigliosa storia d’amore, che affronta l’asperità della separazione con la bellezza sopraffina di un canto musicale, che annienta il lamento del dolore e il grido di sofferenza generato dalla guerra.

“Il dottor Zivago” è un film del 1965, con protagonisti Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Rod Steiger e Alec Guienness. Si tratta di un kolossal ricco di pathos, imponente, straordinario, appassionante, tratto dall’omonimo romanzo di Boris Leonidovic Pasternak, che nel 1958 vinse il Premio Nobel per la Letteratura. A dirigere il lungometraggio fu il regista inglese David Lean, il quale ha al suo attivo altrettanti capolavori come Il ponte sul fiume Kwai” e, l’intramontabile, Lawrence d’Arabia”.

Jurij Andrèevic Zivago si è da poco laureato in medicina ed è in attesa della specializzazione. Allevato dal ricco Aleksandr Gromeko, dopo la morte della madre avvenuta in giovane età, Jurij frequenta adesso gli studi per specializzarsi nella sua professione all’Università di Mosca. E’ qui che ha modo di scoprire la brutalità delle repressioni dell’esercito nei confronti del popolo che manifesta in maniera pacifica per ottenere migliori condizioni di vita, e fa anche la conoscenza di Lara, figlia di una modista, donna ambiziosa, mantenuta da Viktor Komarovskij, una persona senza un briciolo di umanità.

Zivago, che nel frattempo aveva sposato la cugina Tonya (intrepretata da Geraldine Chaplin), cresciuta assieme a lui, si innamorerà di Lara Antipova (intrepretata magistralmente da Julie Christie), giovane donna di umili origini. Successivamente Jurij incontrerà di nuovo Lara in tristi circostanze e le darà una mano per evitare la prigione in quanto ha sparato all’amante della madre che l’ha sedotta e umiliata. Le strade dei due torneranno ad incrociarsi allo scoppio della prima guerra mondiale, dove la ragazza fa la crocerossina e nel frattempo ha contratto matrimonio con un rivoluzionario.

Costretti di nuovo a restare separati Zivago farà ritorno a Mosca dove assieme alla famiglia lascerà la città a seguito del fragore della rivoluzione bolscevica, per trovare riparo in un villaggio sperduto. Jurij da lì a poco scoprirà che vicino alla sua tenuta abita anche la sua amata Lara e così la va a cercare. I due questa volta non daranno freno ai propri sentimenti e dunque diverranno amanti, almeno fino a quando l’Armata non catturerà Zivago. I due si rivedranno tempo dopo, ma sarà un ultimo, accorato addio. Zivago impiegò il suo tempo residuo per ritrovare Lara, e un giorno, gli parve di vederla a bordo di un tram. Quando fece per inseguire il mezzo, venne colpito da un infarto e spirò. 

Il lungometraggio è una storia di sentimenti, di addii, di reminiscenze struggenti di momenti felici, già vissuti nella monotonia del giornaliero, ma poi vissuti nuovamente con accorata nostalgia. Un grande sconforto, una profonda mestizia aleggiano sul fluire della narrazione, come se si stesse per raggiungere quell’appagamento tanto desiderato, ma che per un nonnulla ci sfugge e vola via.

Una passione travolgente al limite della sofferenza, sprofondata in un appassionante contesto storico, raccontato da due insuperabili interpreti e da un maestro della ripresa capace di coniugare, con estrema abilità e grazia, spettacolo, divertimento e morale fanno de “Il dottor Zivago” un film unico, inimitabile.  “Il dottor Zivago” è un’opera che il tempo non scalfisce, un classico che si fa guardare sempre con rinnovato interesse. Un film che a oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione non ha perso minimamente il suo smalto e la sua magia iniziali.

“Il dottor Zivago” è una storia che tratta di un amore adulterino, che fugge dai precetti della fedeltà imposta ma ricerca la fedeltà voluta, quella che Zivago e Lara trovano nel richiamo vicendevole delle loro anime. Seppur il contesto storico e culturale imporrà loro una vita di rinunce, essi perdureranno a sentirsi vicini nello spazio che occupano le loro anime, le quali seguitano a chiamarsi ancora e ancora, alimentate da un amore carnale che trascende e anela oltre il metafisico.

L’adattamento di Lean, presentato al 19° Festival di Cannes e vincitore di cinque premi Oscar con altrettante nomination, risulta essere alquanto fedele al capolavoro di Pasternak. Jurij Zivago, nella sua imperfezione da uomo mortale, non ha mai inteso essere l’uomo nuovo. Non riesce a essere un marito fedele e neppure un assiduo amante della sua amatissima Lara.

Nella solitudine vissuta durante la rivoluzione egli non può che assumere l’aspetto dell’uomo tormentato, del compositore che, privato della propria compagna, si lascia andare a un lamento che rivive come armonia per la sua Lara. Una musica soave che udì quell’ultima volta che la vide: il corpo corse per raggiungerla, l’anima si fermò per sfiorarla per sempre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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