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Commento e analisi: “BEN-HUR” – UNA “VISIONE” DEL CRISTO

Sul capolavoro di William Wyler, nel corso degli anni, sono state scritte tantissime pagine, tutte tese ad abbracciare i molteplici aspetti sollevati dalla storica pellicola ispirata al romanzo di Lew Wallace. Si lessero solamente pareri unanimi, soprattutto alla luce delle reazioni entusiastiche, dopo la “Premiere”, tenutasi nella prestigiosa cornice di Broadway, fino a quando, durante la serata degli Academy Award, l’opera impreziosita da un superlativo Charlton Heston come protagonista, stabiliva il record storico di vittorie, eguagliato, ma mai superato, solo trentotto anni dopo. Con un tale numero di premi, il film non poteva che essere considerato un Kolossal, portatore di una magnificenza ineguagliabile nel tempo. Le varie tematiche sollevate dall’imponente lungometraggio furono abilmente analizzate dai critici più illustri; le penne più rappresentative del New York Times, del United Press International, del Los Angeles Times tessero gran parte degli elogi al film, che scrutava all’interno dell’animo dei protagonisti. Nello stesso tempo, da più parti, veniva  evidenziato come l’opera di Wyler coniugasse splendidamente l’avventura Hollywoodiana al dramma storico, la complessa vicenda politica dell’Impero Romano con l’aspetto più intimo della fede religiosa.

Durante l’intero svolgimento della storia l’alone mistico della presenza del Salvatore permea in ogni dove. Il sottotitolo del film reca proprio la scritta “Un racconto del Cristo”. Questo perché la storia del principe giudeo fatto schiavo e condannato alle galee, prima di trovare la sua personale vendetta nella gloriosa corsa delle quadrighe, si svolge negli anni più intensi della vita di Gesù. L’aspetto più interessante, e per certi versi univoco tra Wyler e l’autore, riguarda proprio il modo in cui Cristo viene rappresentato. Nel film Gesù appare sostanzialmente in tre sequenze, senza mai però mostrare il volto, quasi a volere rimarcare la sua natura divina. Nel titolo, molto personale, che ho dato a questa recensione, ho scritto “Una visione del Cristo”, proprio per porre maggiore rilevanza al “ritratto”, del Dio fatto uomo. Non abbiamo una visione totale del Cristo in quest’opera, non c’è dato vederlo. Ma così il cineasta, paradossalmente, ci offre una visione ben più profonda dell’immagine del Divino. Non serve mirarlo in volto, non è necessario che il nostro sguardo incontri il suo se riusciamo a vederlo nel nostro io. Sia che ci si affidi o no a un credo religioso, l’idea artistica perpetrata sullo schermo da Wyler stesso è affascinante per la natura mistica, profonda e inesauribile che reca intorno a sé la figura del Cristo.

Nelle canoniche recensioni dedicate al film, spesso ci si concentra sulla lunga disamina dell’animo di Ben-Hur, consumato dall’odio, sporcato dal desiderio di vendetta, corrotto da una rabbia che mai si potrà placare, se non altro fino a quando non si porrà fine all’obbrobrio generato dalla tirannia di un impero. Ma molte delle recensioni trattano brevemente l’interpretazione del divino (dove io cerco di porre maggiore attenzione) dimenticando che è solo la presenza di chi accompagna l’intera narrazione a poter far cadere “la spada di mano” a un uomo che non riesce a ritrovare la pace interiore dopo anni di torture e di sofferenze.

Una delle scene più intense dell’opera di Wyler vede Ben-Hur crollare per gli stenti: un corpo provato dalla sete e spezzato dal tradimento. E’ proprio in quell’istante, quando ogni speranza sembra svanire, che il Divino si pone al di sopra dell’uomo, e accorre a salvarlo. Nell’esatto termine della proliferazione della richiesta “Aiutami!” la mano di Ben-Hur viene sfiorata, richiamando velatamente l’arte del “Giudizio universale”, dove Dio sfiora la mano dell’uomo. In quel preciso istante, e cioè quando Ben-Hur, ormai privo di vigore, si lascia cadere si avvicina a lui il figlio di Dio. La scena mostra soltanto il volto di Heston che fissa quello  del Cristo; le mani di Gesù accarezzano l’uomo e gli porgono da bere. Noi non vediamo il volto del Salvatore, possiamo solo immaginarlo, affidandoci all’espressione dell’interprete principale: percepiamo il Cristo attraverso lo sguardo di Ben-Hur. Agli occhi del giudeo, Gesù non è altro che un uomo qualunque, eppure dopo averlo osservato, sorridendogli, non può che cambiare immediatamente espressione, quasi a percepire l’aura divina che il Salvatore sembra recare in sé. Persino il centurione, che aveva severamente ordinato di non dare da bere a Ben-Hur, avvicinandosi al Cristo, si ferma di colpo, sopraffatto dall’imponenza visiva che Egli emana. Anche in questo caso la camera si sofferma alle spalle di Gesù, e noi percepiamo lo sgomento e il timore solo con lo sguardo del romano. Cristo mosso a compassione si appresta a soccorrere l’uomo, qui mostrato come il protagonista dell’opera, ma in una visione ben più ampia e attenta; tutto ciò in realtà rappresenta un dio che solleva da terra “un uomo qualunque” ormai sopraffatto. Lo stesso uomo che rimesso in piedi otterrà sul finire delle vicende la propria vittoria e la propria salvezza. Messaggio singolo e adatto solo allo scenario fittizio o invito speranzoso rivolto a tutta l’Umanità?

Passano circa cinque anni da quel fatidico incontro, ma il protagonista è ancora lì a rimarcare quell’avvenimento, ricordando di come un falegname gli abbia offerto dell’acqua, rinvigorendo non solo il suo corpo stanco ma anche lo spirito, e infondendo in lui la forza di proseguire e affrontare con fiducia ogni colpo di ogni remo a cui Messala lo avevano incatenato. Ben-Hur ritrova Gesù nel momento finale della sua vita, quando trascina sulla sua schiena la pesante croce nel tragitto verso il Golgota. Durante la scena della condanna, la camera offre un’ampia visione della folla, e Cristo, il cui volto, in questo frangente potrebbe essere ben visibile, viene ancora offuscato da un alone che copre i suoi lineamenti. Prostrato a terra assistiamo al rovesciamento della medaglia: sarà questa volta Ben-Hur a tentare di sollevare il corpo di Gesù offrendogli dell’acqua, ma non andrà nel medesimo modo; il giudeo viene, infatti, scacciato e non può che limitarsi a osservare da lontano la sofferenza di quell’uomo. Il volto di Heston mostra il dolore e la sofferenza, la fine vicina che porta al principio. Inchiodato alla croce ed eretto sul monte, il Cristo dona l’ultima visione del suo corpo terreno al popolo, e anche in questa occasione sarà il volto di Ben-Hur a tentare di comunicare il tutto allo spettatore.

L’ombra cala sul viso dell’eroe al momento della morte di Gesù, ma poco dopo una musica echeggia d’improvviso, ed Heston, avvicinandosi alla camera, viene illuminato da un’intensa luce inattesa. La fine è il principio, la morte genera la vita, l’ombra precedente lascia il posto alla luce imminente. E’ una splendida messa in scena artistica del timore misto alla speranza.

Ben-Hur trova in quell’istante la fine della propria guerra, la conclusione delle proprie sofferenze, riabbraccia la sua amata e la propria famiglia, anch’essa salvata da una pioggia liberatoria. L’opera di Wyler nella sua indagine del Divino tende a unire sotto la propria magnificenza cinematografica, sia il credente che il non credente. Dona un sentimento di speranza, affascinando anche chi non si affida all’idea del Potente, perché la ricerca della “risposta” riguarda l’animo di ogni uomo che anela alla sua scoperta.

La sequenza finale, con le tre croci vuote e il pastore che si incammina verso la parte destra della scena, induce a pensare che la vita è sacra e inalienabile, proprio perché alla base c’è il Massimo dei Sacrifici e la sua natura non può essere diversa dalla sua stessa origine.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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