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“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

Una sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Fasciame distrutto, remi trasportati dalle correnti, cadaveri abbandonati su delle assi di legno e infine un relitto fantasma, un tempo vanto e orgoglio della marineria, una possente nave che solcava le acque più burrascose, lasciato adesso navigare senza meta, a trovar riposo sottomesso al volere di Poseidone. Erano questi i tetri scenari che le Sirene lasciavano sul loro cammino nei passi della mitologia arcana. Esseri dalla cui voce nasceva un soave e ammaliante canto, che stregava chiunque lo ascoltasse, le sirene erano sensuali creature marine, e il loro corpo rappresentava una irresistibile seduzione per i marinai, che nella solitudine dei loro viaggi, cedevano alla follia del loro richiamo. Accecati nei pensieri, gli uomini tra le braccia delle sirene trovavano la morte e conducevano le loro navi alla rovina. Bellissime in viso quanto sinistre e diaboliche nella mente, le sirene erano degli ibridi ittiomorfi: straordinariamente femminile il loro volto e metà del loro corpo, dalla vita in giù, invece, una coda pinnata si dipanava oltre modo, consentendo loro di nuotare liberamente in mare aperto. Lunghi capelli ne cingevano il magnifico viso coprendo talvolta il seno nudo, mentre gioielli serpentiformi e monili dorati, certamente trafugati dai relitti, ne ornavano le braccia. La coda era imponente nonostante sembrasse leggerissima alla vista, quando veniva mossa con estrema naturalezza e leggiadria. Probabilmente nel solcare le acque talvolta strofinavano le code sul fondo del mare, catturando perle preziose che aderivano alle loro squame senza più staccarsi, fornendo alle sirene una lucente pelle riflettente. Nonostante tra le onde trovassero l’ambiente naturale nel quale muoversi perfettamente, le sirene riuscivano ed adagiarsi anche sulle rive, traendo conforto e piacere nello sdraiarsi sugli scogli, venendo accarezzate dagli schizzi dei fluttui che, scontrandosi con le rocciose pareti, bagnavano i loro corpi. Quando avvistavano una nave all’orizzonte cominciavano a far echeggiare il loro dolcissimo canto, e una volta che i marinai soggiogati indirizzavano le vele verso la loro isola, le sirene si immergevano in acqua nuotando verso la prua della nave. Lasciavano i loro corpi semi sommersi, mostrando solo il tronco nudo, generando così un turbinio di passione a tutti coloro che le osservavano attoniti. Nelle mente degli uomini quei melodiosi canti ricordavano quanto di più tenero e allettante i loro pensieri potessero rammentare: il sorriso di una madre perduta, la risata delle fanciulle di un tempo e il bisbiglio all’orecchio di una sposa lontana che invocava il marito, distesa su di un morbido letto. Gettandosi in mare i marinai ponevano i loro sguardi senza sosta alla disperata ricerca di quelle creature cosi incantevoli e belle, per nulla coscienti che in quegli istanti la loro fine giungeva implacabile dal fondo del mare: mani misteriose infatti afferravano le gambe degli stolti e li trascinavano verso una morte sicura. Sulle rive opposte, raccolti i corpi ormai privi di vita, le Sirene riempivano l’aria con l’eco di una nenia malinconica, sentenziando un mistico funerale di congedo.

E’ questa che ho raccontato con sentito trasporto la descrizione più classica del mito delle sirene. Una rievocazione descrittiva valevole fino al 1837, quando il genio letterario di Hans Christian Andersen rese partecipi i propri lettori di un capolavoro destinato a mutare per sempre ciò che si poteva immaginare sulle sirene. Non erano più soltanto creature sensuali e bellissime, seducenti e fatali. Le sirene con Andersen erano donne sognanti e innamorate, creature dall’animo puro e incontaminato, anime cristalline, capaci di amare incondizionatamente. Con la fiaba dell’autore danese, le sirene divennero universalmente conosciute anche come delle essenze femminili di armoniosa grazia.

Hans Christian Andersen

 

Protagonista della fiaba più famosa di Andersen è una Sirena, o meglio, una Sirenetta, tanto gentile, tanto bella, ma anche tanto sfortunata. La storia della Sirenetta ha qualcosa che non si trova di solito nelle altre fiabe: non mette solo in moto la nostra fantasia, la nostra immaginazione, mette in moto soprattutto il nostro sentimento. Il nostro cuore soffre e si rattrista per la giovane Sirena così dolce e delicata, e così pronta al sacrificio. A un sacrificio che le costa la rinuncia al canto e alla parola e la costringe a una continua sofferenza fisica. Ella cerca la felicità nel mondo degli uomini e, quando si accorge che non può realizzare il suo sogno d’amore, diventa una magnanima dispensatrice di bene e d’affetto per colui che, senza saperlo, l’ha fatta tanto soffrire.

La Sirenetta per il suo modo di sentire, è veramente una creatura umana, appunto per questo Andersen ha immaginato per lei, come premio, come ricompensa, un’anima immortale. Una fiaba irreale per le vicende narrate, vicissitudini che sono fuori dalle nostre possibilità, ma sono reali per l’umanità dei personaggi e per i loro caratteri così vivi, così autentici, così veri. Basti andare con la mente alle scene in cui la Sirenetta pensa mestamente ai suoi cari: le sorelle che cantano un triste canto per averla perduta; il Re e la nonna che da lontano tendono il braccio sconsolati. Più che un particolare di una scena fiabesca, sembrerebbe una scena da figurarsi in un dramma, in una tragedia di quelle che creavano gli antichi Greci, tutti dominati dal sentimento di un destino doloroso, avverso che non si può vincere. Chi va a passeggiare lungo il mare che bagna Copenaghen può vedere su un grosso masso, accarezzato dall’onda che fluttua sommessa, una fanciulla di bronzo che guarda, seduta, lungo il lontano orizzonte. E’ il monumento alla Sirenetta, la soave protagonista dell’omonima fiaba.

Le fiabe Anderseniane hanno una grande ricchezza di motivi; improntati a una eccezionale immediatezza d’intenzione psicologica, si sviluppano in una narrazione sobria e limpida, inconfondibilmente ritmata, dove uomini e animali si esprimono in un mondo in cui è infranta ogni barriera tra realtà e fantasia. Scriveva Andersen: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco”.

Il vero carattere della Sirenetta è descritto da Andersen con dovizia di particolari, specialmente psicologici che di solito si riscontrano nei personaggi delle fiabe. L’autore ha voluto puntare alla ricerca delle emozioni e dei sentimenti del personaggio, creando una figura malinconica e sensibile, altruista e decisa, che nel corso della narrazione vediamo crescere e maturare. Una volta diventata persona umana la sua vita è un alternarsi di speranze e delusioni. Il principe, dal canto suo, la tratta come un trastullo, come un cucciolo a cui voler bene e la fa stare accanto a sé solo perché gli ricorda un’altra ragazza, quella che egli crede l’abbia salvato. Quando la Sirenetta scopre la vera identità della promessa sposa del principe sprofonda nella tristezza più cupa, e malgrado la sua angoscia augura ai due giovani ogni felicità, continuando a sorridere pur sapendo che allo spuntar del sole si trasformerà in spuma del mare. E poi quando le sorelle le mettono in mano il coltello con cui dovrà uccidere il giovane principe per salvarsi, la Sirenetta, raggiunge l’apice della sua umanità, gettando in mare il pugnale e affrontando così il suo crudele destino.

A differenza delle altre fiabe, che di solito si concludono con la famosa formula … “E vissero tutti felici e contenti”, nella Sirenetta siamo in presenza di un finale triste, sconvolgente, anche se intriso di profonda morale. In effetti la Sirenetta è solo apparentemente una fiaba, Andersen ha usato alcuni elementi del fiabesco come appiglio per narrare un’affascinante, ma di certo malinconica, storia d’amore.

Andersen impresse il proprio dolore su quei fogli di carta, la sua vivida sofferenza emotiva nella parole che rinarravano il triste fato della Sirenetta, perpetrando un finale dal distacco prostrante che innalzò a emblema imperituro di quel senso di profonda insoddisfazione che egli provava e di quel dolore che ne torturava l’animo.

La Sirenetta Ariel disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nel 1989 la Disney distribuì nei cinema di tutto il mondo “La Sirenetta”, il primo classico del cosiddetto “Rinascimento Disney”. Ispirato alla fiaba scritta da Andersen, il lungometraggio d’animazione mutò alcuni punti chiave della storia, donando alla protagonista, nel film battezzata con il nome di Ariel, che richiama lo spirito dell’aria di William Shakespeare, un lieto fine. Fortunatamente, permettetemi di scriverlo, sebbene la storia di Andersen sia assolutamente perfetta, un vero elogio alla sua fantasia creativa in grado di far riflettere sulla tragicità di una fiaba che mescola interpretazioni velate sulla realtà, il finale dell’opera è incredibilmente straziante. Un film che riadattasse il racconto restituendo alla Sirenetta un atto conclusivo sereno e felice fu un vero e proprio “dono” che la Disney offrì non soltanto alla sua protagonista ma a tutti i fan (come il sottoscritto) che amano la fiaba originale e che, pur rispettando il supremo volere dell’autore, provano un senso di profonda angoscia, memori di un finale dalla drammaticità devastante, e che grazie al lungometraggio Disney poteva adesso essere analizzato da una prospettiva tutta nuova.

“La Sirenetta” ebbe il merito di conferire nuova e preziosa linfa vitale alla Walt Disney, reduce da un periodo di magre consolazioni e modesti risultati di critica e di pubblico. Il film diretto da John Musker e Ron Clements fece da apripista al periodo di successi sfolgoranti che dureranno per tutti gli anni ’90: “La Sirenetta” fu a tutti gli effetti la “madre” che generò una luce nuova, chiara e raggiante che illuminerà la Disney per il successivo decennio.

Il film narra naturalmente la storia di Ariel, una sirena del mare, principessa degli abissi, figlia del Re Tritone.  Per disegnare il fisico slanciato e armonico della Sirenetta, gli animatori si ispirarono ad Alyssa Milano, famosissima in Italia come Phoebe nella serie tv “Streghe”. Ariel è una sirenetta di sedici anni dai folti capelli rossi, che nuota sul fondale marino insieme al dolce Flounders, un pesce color giallo e azzurro, e Sebastian, un granchio rosso, consigliere del padre e figura protettiva nei confronti della giovane. Ariel raccoglie spesso oggetti dispersi dagli umani in mare, ella è mossa da una profonda curiosità verso gli uomini, anche se il contatto tra le creature del mare e gli umani è assolutamente proibito dal regno da cui proviene. I canti musicali del film servirono per l’esposizione canora dei sentimenti dei protagonisti. Ariel canta i suoi desideri, ma anche i suoi sentimenti, poggiandosi su di uno scoglio e inarcando il proprio corpo all’indietro e verso l’alto, mentre la marea si scontra con la parete rocciosa: ella esprime il proprio volere di essere libera e intraprendere la vita che vorrebbe sulla terra insieme al suo amato. La protagonista anela a una libertà e canta tale volere in un modo che verrà, ad esempio, ripreso ne “Il gobbo di Notre-Dame”, quando Quasimodo canterà l’ardente desiderio di essere liberato dalla prigionia della cattedrale per uscire fuori. Le canzoni de “La Sirenetta” servirono altresì per tracciare l’amore che le creature del mare riservano al loro mondo nella celebre “In fondo al mar”, splendida melodia che traccia le meraviglie nella vita sul fondo del mare e le differenze rispetto ai pericoli del “mondo esterno.” “La Sirenetta” ebbe il grande merito di aver ripristinato le parti musicali come elementi essenziali e peculiari dei migliori classici Disney. Grazie alle proprie musiche il film vinse due premi Oscar, per la migliore colonna sonora e la migliore canzone, un qualcosa che si ripeterà più volte per le successive opere della Disney, che per le parti musicali impiegherà sempre sforzi massimi per garantire una resa sempre di altissimo livello.

Ne deriva un’immediata demarcazione adoperata nella storia della Sirenetta, ovvero quella tra il mondo degli abissi e quello al di sopra della superficie, ovvero quello degli umani. Se gli umani nutrono una curiosità prettamente scientifica verso ciò che è ignoto ed eseguono una ricerca per conoscere ciò che si cela tra gli abissi dell’oceano, Ariel, un essere per noi così unico e raro, così bello e incantato, desidera conoscere ciò che si trova al di là della superficie. Dal punto di vista degli spettatori è curiosa l’empatia che si sviluppa nei confronti della protagonista, una creatura “fantastica” che mira a voler diventare “normale”. Ariel, infatti, si innamora del principe Eric, un uomo che mira per la prima volta su di un’imbarcazione alla deriva e che salva da morte certa, portandolo fino alla riva e rincuorando il suo spirito dimesso cantando per lui. Eric non può vederla perché ha perso i sensi e conserva i suoi canti nel suo cuore e nella sua mente.

Se gli umani volessero nel profondo conoscere una realtà così magicamente possibile come quella in cui vive Ariel, ella, dal canto suo, desidera ardentemente diventare un’umana, abbracciare il nostro mondo e camminare con le sue gambe sulla superficie terrestre. Ne consegue una flebile interpretazione su come la conoscenza colpisca il sentimento ancor prima della razionalità, spingendo questi alle volte spiriti appartenenti a mondi opposti a volersi incontrare. L’avvicinamento tra Eric e Ariel è l’incontro tra due razze diversificate eppure così accomunate dal medesimo sentimentalismo che ci rende pressoché unici.

E’ curioso notare come l’incontro tra Ariel e Eric rimandi ai classici miti delle sirene cui facevo cenno inizialmente: Ariel emerge dalle acque verso una nave prossima ad affondare ma non è una creatura malvagia, pronta a uccidere i naufraghi. Ariel è una dama del mare d’impareggiabile bellezza e d’inconfondibile sensibilità emotiva. Il suo canto non è un’irresistibile manifestazione atta a stregare le sue prede, è invece un dolce conforto che ella riserva all’amato. Una diversità che cambia i classici approcci delle sirene dei miti rendendoli profondamente simili a quelli voluti da Andersen.

La sirenetta, pur di poter incontrare nuovamente l’uomo, stringe un patto con Ursula, la diabolica strega del mare, rappresentata nel film come una gigantesca piovra dal viso e dal tronco umano, che le dona le gambe privandola però della sua incantevole voce. Ariel dovrà farsi amare dal principe e dovrà riuscire a farsi dare un vero bacio poco prima che tramonti il sole al terzo giorno. In caso contrario sarà condannata a tramutarsi in un essere consumato, e unirsi ai tanti altri mutati in simili sembianze e ingannati dalla strega. Ursula è una piovra viscida dai tentacoli subdoli e pericolosi che sembrano rappresentare metaforicamente le brame di potere cui mira la strega del mare. Un essere in grado di catturare e assoggettare tutto ciò che lo circonda con l’oscurità delle proprie armi tentacolari. La strega del mare è un essere neutrale nell’opera di Andersen ma nell'adattamento cinematografico è l’antagonista principale della storia, dal riso sardonico e dalla fisicità corpulenta, uno dei cattivi più sinistri, e inquietanti mai realizzati dalla Disney.

Ariel incontra così Eric restando perennemente muta, non potendo comunicare con lui se non con i gesti e i suoi sguardi. Tra i due comincia a sbocciare un forte sentimento.

Ursula cova odio nei confronti della bella Ariel, e trasformandosi in umana, usufruisce della voce della Sirenetta per ingannare Eric, cancellandogli la memoria fino a convincerlo che la donna ad avergli salvato la vita sia stata lei. Eric sembrerebbe prossimo a innamorarsi della strega, condannando la povera Ariel a trasformarsi nuovamente in sirena.  Alla fine Ariel riuscirà a sconfiggere Ursula, e suo padre, mosso a compassione e colpito dall’amore provato dalla figlia, decide di trasformarla in umana. Eric, ricambiando l’amore di Ariel, la sposa a bordo della sua nave poco prima di partire verso l’orizzonte.

“La Sirenetta” fu un capolavoro animato che trattò splendidamente il tema del diverso e l’incontro tra due mondi attraverso un amore corrisposto e dal valore ineluttabile. Non solo il ritmo è cadenzato argutamente, e i personaggi sono caratterizzati a dovere, ma è lo sforzo nel ricreare un’animazione innovativa e dal dettaglio curatissimo che fece de “La Sirenetta” un classico di raffinata pregevolezza. Il tratto artistico con cui venne “dipinto” il mondo sottomarino fu una resa scenica di assoluta magnificenza che “immerse” gli spettatori tra i fondali di una realtà che avrebbero dovuto scoprire con tanta indiscrezione, nell’esatto modo in cui Ariel scopre lentamente il mondo che tanto desidera. Venne adoperato uno sforzo mastodontico per l’animazione, con l’elaborazione di oltre un milione di bolle ben visibili ogni qualvolta i personaggi parlano sott’acqua, ma è la luce la quintessenza della finezza e della ricercatezza nel ricreare la minuziosità del dettaglio scenico: come fosse un quadro di Caravaggio, non c’è dato vedere da che punto con precisione arriva il fascio di luce, lieve ma comunque abbastanza luminoso da rendere le profondità del mare ben visibili. I personaggi nuotano nei fondali, dove il buio dovrebbe essere preponderante, ma la luce seguita sempre a irrompere dall’alto, da più parti che possiamo soltanto immaginare. E nelle profondità sono i colori degli oggetti, della flora e della fauna marina a ravvivare l’ambientazione, come se le stesse creature del mare donassero vivezza e colore alle tavolozze artistiche del film. Nell’oscurità degli abissi gli esseri viventi sono i colori luminescenti capaci di esprimere la vitalità dell’esistenza in fondo al mar.

“La Sirenetta” della Disney, sebbene non conservi la drammaticità e l’impressione tragica del corso e del finale dell’opera letteraria, mantiene una decisa tensione emotiva e analizza con garbo e gentilezza un amore impossibile che diventa attraverso un percorso di rinunce, sofferenze e rischi, splendidamente possibile.

L’adattamento cinematografico della Walt Disney, oltre a poter essere naturalmente paragonabile a “La Sirenetta” di Hans Christian Andersen, poiché derivante dalla fiaba dello scrittore danese, può fungere da ultimo tassello del puzzle, e adempiere ad un completamento.

Personalmente immagino Ariel, viva e in salute, volgere il proprio sguardo sulla superficie dell’acqua rischiarata dal sorgere del sole mattutino, e in quei riflessi tra le onde, proprio in quell’istante, quando la brezza soffiando dolcemente le sposta i rossi capelli, ella riesce a rimirare il volto della Sirenetta di Andersen. Un viso che si delinea nei riflessi di un mare che trasfigura se stesso come fosse un portale su un’esistenza parallela. Entrambe nelle mie fantasie incontrano i rispettivi sguardi, e la Sirenetta, prossima a tramutarsi in spuma del mare può, per un solo e meraviglioso istante vedere “se stessa” felice e contenta, essendo riuscita a trovare l’amore che tanto aveva desiderato.

Poco prima di scomparire tra il movimento delle onde, la Sirenetta può avvertire il conforto che la “se stessa” di una realtà, poi non così distante, è riuscita a scorgere e vivere nell’amorevolezza terrena. Ariel può così anch’ella mirare la Sirenetta disfarsi in bolle, e comprendere quanto il dono che è riuscita a cogliere sia prezioso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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