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Commento e analisi “LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE” di Alfred Hitchcock

Dopo "Il ladro" del 1956, prodotto dalla Warner Bros, nel 1957, con “La donna che visse due volte” (noto anche come "Vertigo") Hitchcock tornava al colore e alla sua vecchia casa di produzione, la Paramount. Il film era tratto dal romanzo di Pierre Boileau e Thomas Narceiac “D’entre les morts”. La presenza di un attore del calibro di James Stewart e di una stella nascente come Kim Novak, facevano presagire che il film avrebbe soddisfatto il grande pubblico.

A "La donna che visse due volte" collaborò la squadra preferita di Hitchcock, vale a dire, il direttore della fotografia Robert Burks, l’addetto al montaggio George Tomasini, il compositore Bernard Herrmann, la costumista Edith Head e il produttore associato Herbert Coleman.

Nonostante l’aspettativa favorevole, "La donna che visse due volte" non suscito quel successo desiderato, almeno per quanto riguarda il parere del pubblico. La pubblicità aveva giocato sul fatto che il film era simile ad altri capolavori del maestro realizzati in quel decennio, ma così non era. In effetti, "La donna che visse due volte" era decisamente diverso, non fosse altro che per l’assenza di humour, l’immediata rivelazione della reale identità di Judy e principalmente per la mancanza del lieto fine. C’è da dire però che la stampa quotidiana non si espresse negativamente sul film, lo fecero invece i critici dei settimanali più rappresentativi, biasimando l’esigua verosimiglianza della trama. In ambito accademico "La donna che visse due volte" non fu degnato della minima considerazione.  A restituire il prestigio alla pellicola giunse negli anni ’70 un corale apprezzamento da parte delle nuove generazioni di critici che gli tributarono il giusto riconoscimento.

"La donna che visse due volte" è una scalata tortuosa, accentuata ancor di più dalla paura di cedere nell'ignoto.

 

Eros e thanatos, amore e morte – duplice natura delle pulsioni umane – sono alla base del film. Tutto è costruito sulla polarità: alla sognante, assente Madeleine si contrappone Judy, che appare all’inizio come una donna concreta, appariscente, dal trucco pesante, fino a quando, per amore, non è anch’essa risucchiata nel tentativo disperato di Scottie di far rivivere il passato. Gli specchi riflettono questa continua dualità fisica e mentale, dell'apparenza e della realtà. Il tutto viene calato nel vortice dell'aspirale, presente sin dai titoli di coda, e capace di trascinare gli spettatori nelle profondità vertiginose della travagliata psicologia dei protagonisti.

"La donna che visse due volte" è un film dal ritmo pacato, per certi versi sognante, in cui sono senza dubbio più importanti le sfumature psicologiche e i rapporti fra i personaggi che non gli sviluppi narrativi. I ritmi filmici sono scanditi dal continuo vagabondare dei personaggi, dalle passeggiate, dai percorsi in automobile. Lo smarrimento dell’uomo ricorda, in un certo senso, l’inquietudine del protagonista de’ “La finestra sul cortile”, ma non più scongiurata da un fare ansioso ed esagitato come quello del fotoreporter.

Scottie è alla ricerca di qualcosa che dia senso alla sua vita; nel caos dell’esistenza si trova a fare i conti con l’amore e con la morte, con l’illusione e la realtà della vita, con il rimpianto e il desiderio dell’impossibile. E a conclusione di un aspro percorso, quando la vertigine sembra ormai sconfitta e la realtà riconosciuta, non vi è premio né consolazione: nell’uno o nell’altro caso, con o senza vertigine, c’è d’affrontare sempre un nuovo baratro.

Redazione: CineHunters

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