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Speciali di Cinema: La carriera di Brendan Fraser – Un eroismo dimenticato da Hollywood

Voglio cominciare a scrivere su Brendan Fraser ricordandolo in un suo ruolo a teatro, di cui forse si parla raramente quando si fa cenno alla sua carriera. Era il settembre del 2001 quando Fraser sbaragliava una folta e agguerrita concorrenza di aspiranti provinanti, aggiudicandosi la parte principale nel dramma di Tennessee Williams “La gatta sul tetto che scotta” nella prestigiosa Pièce londinese del West End. Furono cinque i mesi consecutivi di repliche che registrarono il tutto esaurito, con Fraser acclamato dalla critica e dal pubblico per l’immensa prova attoriale cui aveva adempiuto. Dopo anni in cui macinava film su film e aveva finalmente raggiunto il successo nell’Hollywood dei divi più celebri, era riuscito a ritagliarsi il suo posto d’onore a teatro: la vera dimora della recitazione. Quella in cui il pubblico e gli attori diventano parte integrante di una scenografia che tende a estendersi ben più dei semplici confini “scenici” di una cinepresa. Brendan Fraser è stato da sempre un attore difficilmente collocabile in un vero e proprio genere prediletto. Ricordarlo a teatro, in un’opera così complessa vuol dire rammentare la figura di un attore di un certo spessore drammatico, eppure, tanti sono i ruoli al cinema diversissimi tra loro: il comico, l’imbranato della situazione, lo studente, il musicista, l’uomo risoluto e persino l’eroe per eccellenza.

Qualche anno prima di quel successo a teatro, precisamente nel 1996, Brendan Fraser parodiava la figura di Tarzan nel film Disney “George…re della giungla?”, una bizzarra e demenziale commedia per famiglie che si rivelerà un inaspettato quanto clamoroso successo commerciale: il primo per l’attore. Se uno spettatore qualunque prendesse in esame per la prima volta Brendan Fraser in quel film non potrebbe che proferire un giudizio del tutto simile a questo: un attore scelto soltanto per il proprio aspetto fisico. Un “belloccio” utile soltanto per intrattenere il pubblico femminile e recitare, se così si può dire, in pellicole dai caratteri leggeri e clowneschi. Una sentenza decisamente discriminante. Niente di più falso! Basterebbe fare un passo indietro, dare un’occhiata ad una filmografia che affonda le radici agli inizi degli anni ’90, per comprendere quanto la prima impressione possa rivelarsi sbagliata.

La carriera di Brendan Fraser comincia nel 1991 con una lunga gavetta che lo porterà ben presto a duettare con nomi di una certa rilevanza: nel dramma sul tema dell’antisemitismo “Scuola d’onore” divide oneri e onori della scena con Matt Damon e Ben Affleck, nella commedia gialla “Scambio d’identità” recita fianco a fianco ad una certa Shirley MacLaine, e nel parodistico “Il mio amico scongelato” si trova ad interpretare un cavernicolo, risvegliatosi nell’ultimo decennio del novecento, che ha come unico amico Sean Astin, il Samvise Gamgee de “Il signore degli anelli”. Quest’ultimo film, a dire il vero, non andrà poi così lontano da quei criteri pantomimici e surrealistici visti in “George”, eppure “Encino man”, come sarà conosciuto in America, fa parlare di sé tra il pubblico adolescenziale, soprattutto per una vena narrativa tanto assurda da risultare gradevole. Nel thriller ansiogeno “Sinistre ossessioni” del 1995 sfida Viggo Mortensen, l’Aragorn della medesima trilogia in cui reciterà il vecchio collega Sean Astin, per tentare di vivere un amore malato con Ashley Judd. Infine in “110 e lode” per primeggiare, “duella” a colpi di battute con il premio oscar Joe Pesci, in una toccante commedia drammatica dalla profonda morale, basata sulla differenza tra lo studiare semplicemente sui libri di testo e il comprendere davvero ciò che è in verità la vita: quella fatta di esperienze, di amori, di delusioni e strazianti addii. E’ questo il primo grande film che individuo nella carriera di Brendan Fraser: quello in cui si comincia a notare la grande versatilità che caratterizza gli interpreti dell’Hollywood più competitiva. Contrapposti in due ruoli tanto diversi troviamo Fraser da una parte e Pesci dall’altra. Il primo è uno studente modello iscritto all’ultimo anno di Harvard che si pone come obiettivo primario quello di conseguire la laurea a pieni voti; il secondo, invece, è un barbone dal passato colmo di dolore, che ha una precisa idea della vita e di ciò che è realmente meritevole di essere vissuto. Dal loro rapportarsi emerge un’analisi per nulla scontata su ciò che è la vita, un lungo pellegrinaggio costellato da numerose tappe da intraprendere. Un’indagine che porterà il personaggio di Fraser a rivedere le proprie priorità e abbracciare una particolare ispirazione che lo sospingerà negli obiettivi futuri, dopo aver concluso il proprio percorso di studi senza ottenere il massimo del punteggio che in principio tanto significava per lui.

Due anni prima, precisamente nel 1994, lo troviamo nei panni di un vero e proprio metallaro squattrinato insieme a Steve Buscemi e Adam Sandler nella commedia musicale “Airheads – Una band da lanciare”, un piccolo cult per gli amanti del cinema rock. Giungiamo dunque al 1998, quando viene scelto come co-protagonista nell’opera “Demoni e dei”, un dramma con Ian Mckellen, basato sulla vita di James Whale, il famoso regista che portò al cinema il personaggio di Frankenstein e dell’uomo invisibile negli Horror anni ’30. Il film, una struggente e a tratti anche inquietante investigazione introspettiva all’animo del tormentato regista britannico, viene accolto con ampi consensi, guadagnando tre nomination all’oscar e facendo salire Fraser in cattedra, portato alla ribalta come grande interprete drammatico. I critici scoprono inaspettatamente un attore completo, che cela dietro quell’espressione a volte giocherellona un importante talento. L’anno successivo corteggia Alicia Silverstone in “Sbucato dal passato”, una deliziosa e originalissima commedia romantica con Cristopher Walken. Un altro buon risultato nella carriera dell’attore, ma a Fraser manca ancora qualcosa: il film della sua vita, quello che lo farà diventare uno degli eroi d’azione del cinema di fine Novecento. 

Brendan Fraser e Rachel Weisz ne "La mummia"



E proprio nel 1999 arriva la chiamata della Universal che gli offre il ruolo di Rick O’Connell ne “La mummia”. Il progetto iniziale è quello di un film fanta-horror in cui Imothep, la creatura risvegliatasi dopo duemila anni di sonno eterno, semina il terrore nel moderno Egitto. Lentamente i caratteri del film mutano durante la lavorazione di Stephen Sommers, e il lungometraggio espande i propri orizzonti abbracciando i canoni tipici dei film d’azione. Il film distilla sapientemente tempi comici alternandoli con quelli Horror, stanziando inoltre più di un pizzico di quell’avventura esplorativa e al cardiopalma che tanto giovò alle pellicole di Indiana Jones. Nel mese di maggio sbarca al cinema “La mummia”, un mix perfetto capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa. Il fascino scenografico dell’antico Egitto rivive con la grafica computerizzata e con le ricostruzioni di un set dal vivo a Marrakech, nel cratere di un vulcano inattivo che funge da luogo prescelto per l’allestimento dello scenario in cui giace una “defunta” Hamunaptra. L’enorme successo de “La mummia” lo avvolge: nel primo week-end sono quasi cinquanta i milioni portati in cassa ai botteghini statunitensi. Un record destinato ad aumentare nelle successive settimane. Cento, duecento, trecento, si va oltre, fino ai quattrocento milioni d’incasso, un risultato assolutamente imprevisto alla vigilia della distribuzione nelle sale. Il film balza fino ai primi quattro posti dei lungometraggi di maggior successo dell’anno, facendo scorpacciata di nomination ai Saturn Award (una per lo stesso Fraser) e sfiorando il Bafta per migliori effetti speciali e l’Oscar per i magnifici effetti sonori abbinati all’irresistibile colonna sonora composta da Jerry Goldsmith.

Una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina posta sulla schiena con due pistole, un paio di pantaloni color marrone chiaro e stivali ai piedi: è questo il look distintivo di Rick O’Connell. Un aspetto che forse non sarà evocativo quanto il cappello e la frusta di Indy ma che conquista comunque un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones. Terminate le riprese e oramai annoverato nell’Olimpo dei divi di Hollywood, Fraser decide di concedersi una pausa dai riflettori fin troppo luminosi della cinematografia americana, e volge lo sguardo verso l’Inghilterra per sbarcare così a teatro con l’opera di Tennessee Williams di cui facevo cenno nell’apertura di questo mio pezzo. L’eroe de “La mummia” non è solo, a quanto pare, un eroe, ma si dimostra un attore completo, capace di destreggiarsi con naturalezza sia nei ruoli d’azione che in quelli più frivoli, ricoprendo parti impegnate e non disdegnando affatto quelle brillanti. Sembra dimostrarlo apertamente in quell’allestimento teatrale in cui spicca su tutti. Per la regia di Harold Ramis, l’Egon dei Ghostbusters, torna al cinema nella commedia di successo “Indiavolato” in cui interagisce con una sensualissima e “mefistofelica” Elizabeth Hurley. Nel 2001 riabbraccia l’adorata Rachel Weisz tornando nel sequel “La mummia – il ritorno” che addirittura supererà i grandi incassi del capitolo precedente stabilendo così un nuovo record. La saga degli O’Connell prosegue in un’avventura mozzafiato lungo tutto l’Egitto, verso la mistica oasi di Ahm Shere, dove riposano i resti, per nulla “dormienti”, del Re Scorpione. Nel 2002 affianca un sontuoso Michael Caine nel dramma Vietnamita “The Quiet American”, mentre nel 2004 dialoga con le sagome cartoonesche di Bugs Bunny e Daffy Duck in “Looney Tunes - Back in action” pellicola ispirata al successo di “Space Jam”. Fraser gigioneggia, passando in pochi mesi dall’essere serioso all’ilarità più spontanea. Egli si diverte e vuol far divertire, oscillando da film d’autore ad adattamenti destinati al mero intrattenimento.

Ma nel 2006 realizza una delle massime aspirazioni per un attore, quella di recitare nel film più importante dell’anno: è infatti il protagonista, insieme a Sandra Bullock e Matt Dillon, di “Crash – Contatto fisico” dramma sul razzismo vincitore del Premio Oscar come miglior film. Contemporaneamente non snobba affatto la televisione partecipando come guest-star a tre puntate della famosa serie “Scrubs”; l’episodio della sua ultima apparizione è a tutt’oggi tra i più amati e apprezzati dai fan della serie. E’ un periodo d’oro per l’attore, che sembra non sbagliare mai un colpo. Nel 2007 riveste dapprima la parte di un gangster che tenta disperatamente di proteggere l’amata Sarah Michelle Gellar dalla furia di Andy Garcia in “The air i breathe”, e poi quella dell’avventuriero Trevor Anderson in “Viaggio al centro della terra” uno dei primi lungometraggi del nuovo corso del cinema 3D, che ottiene straordinari riscontri di critica e di pubblico, in particolare per la performance volutamente impacciata ma tenace dello stesso Fraser. Nel medesimo anno torna ad interpretare Rick O’Connell ne “La mummia - La tomba dell’imperatore dragone”, terzo attesissimo capitolo della saga che tuttavia perderà Rachel Weisz e il regista Stephen Sommers, spostando questa volta l’obiettivo della macchina da presa di Rob Cohen, dall’Egitto alla Cina. Nonostante la pur sempre valida prova di Fraser nel suo ruolo più famoso, e un incasso che anche questa volta supererà i quattrocento milioni, il film non avrà l’apprezzamento della critica e dei fan più accaniti del franchising. Fraser chiude il 2008 con il fiabesco “Inkheart – La leggenda di cuore d’inchiostro” con Helen Mirren, venendo scelto nel ruolo del protagonista dalla stessa scrittrice Cornelia Funke, che creò il personaggio del libro ispirandosi proprio all’attore nativo di Indianapolis. In “Inkheart” interpreta Mo, una “lingua di fata” ovvero una persona con il potere di trasportare sulla Terra i personaggi dei libri e dar loro “vita”. La carriera di Brendan sembra quindi ben indirizzata sui binari di un cinema fantasy e avventuroso di sicura affidabilità. 



In quello stesso anno però la sua vita privata subisce un duro colpo a seguito della separazione con la moglie Afton Smith, che lo aveva reso padre di tre figli. L’esperienza della separazione genera un contraccolpo sul piano lavorativo che porta ad una frenata inaspettata. Comincia una dura battaglia legale tra Fraser e l’ex moglie, la quale riuscirà a strappare in giudizio una sentenza che impone all’attore il pagamento di quasi un milione di dollari l’anno per il mantenimento e gli alimenti. Contemporaneamente, Fraser, per rispetto verso il regista che lo diresse in “Viaggio al centro della terra” allontanato dalla direzione del sequel, decide di rifiutare un contratto di diversi milioni di dollari per reinterpretare la parte del professor Trevor. L’anno successivo Brendan sarà impegnato insieme ad Harrison Ford nel dramma “Misure straordinarie” basato sulla vera storia di John Crowley, un padre dedito alla ricerca di una cura per salvare i propri figli da una patologia rarissima, la malattia di Pompe. O’Connell e Indiana, pur recitando per la prima volta assieme, non lasceranno il segno e il film passerà quasi del tutto inosservato. La batosta definitiva arriva però all’uscita di “Furry Vengeance” una bambinesca commedia dalla devastante ricezione critica che sembra porre una pietra tombale sulla carriera dell’attore. Proprio in quei mesi molti si chiedono cosa abbia spinto Brendan Fraser ad accettare di fare un film di così bassa qualità dopo le alte vette della notorietà raggiunte in passato. In verità, l’attore sembra essere stato costretto ad accettare qualunque ruolo gli venisse proposto per tentare di assicurarsi i soldi necessari al pagamento del debito annuale nei confronti dell’ex-moglie. Il periodo buio prosegue nei mesi successivi, Fraser viene infatti scelto per interpretare l’arciere Guglielmo Tell in una grossa produzione hollywoodiana ma un grave infortunio alla schiena subito dall’attore e evidenti problemi di budget spingono la pre-produzione del film a precipitare in un limbo senza fine. L’infortunio subito indica inoltre la fine dell’eroismo su schermo dell’attore: Fraser non potrà più interpretare alcun ruolo d’azione senza il supporto di uno stuntman. Fraser decide così di tornare a Broadway con “Elling” ma l’allestimento terminerà dopo soltanto nove giorni, ricevendo tenui riscontri. D’improvviso sembrano così lontani i tempi in cui dominava sul palcoscenico di Londra, e in molti si chiedono cosa stia accadendo. Quella faretra da cui venivano estratte frecce di sicuro successo ha lasciato il posto soltanto a dardi spuntati, che forse fanno clamore ma senza però colpire alcun bersaglio. Non riuscendo più a lavorare al cinema, Fraser manifesta pubblicamente l’enorme difficoltà di mantenere i suoi obblighi monetari verso la moglie che, a detta dell’attore, si dimostra totalmente indifferente nei confronti della situazione finanziaria dell’ex marito, accusandolo di nascondere il vero ammontare del proprio conto in banca. Reduce dal grave risentimento alla schiena, Fraser recentemente è tornato a dedicarsi a sporadici doppiaggi in film d’animazione e ad apparizioni come guest-star in serie televisive comunque rinomate. L’attore appare ultimamene più appesantito e provato, con una più che evidente rassegnazione stampata in volto.

Nei mesi scorsi i cinefili su internet avevano indetto addirittura una petizione per farlo tornare saldamente a lavorare. La parabola discendente dell’attore non può che farmi riflettere su quanto Hollywood possa essere selettiva, aspra e rude, prima dando tanto e poi riprendendosi tutto, servendo alle volte un conto salatissimo. In un cinema contemporaneo in cui i remake la fanno da padrone, anche “La mummia” (che era già di per sé un remake con toni totalmente diversi nel 1999 dell’opera con Boris Karloff) non poteva esimersi da questa moda recente. Tom Cruise sarà il nuovo protagonista che fronteggerà una creatura dalle sinistri forme femminili, risvegliatasi quando il proprio sarcofago è stato rinvenuto e portato alla luce. Inutile dire che per stessa amissione del nuovo regista, la domanda più ricorrente che in molti gli rivolgono circa il nuovo rifacimento della mummia è: “Brendan Fraser ci sarà?” “No!” - Tuona il cineasta.

Nonostante la carriera dell’attore possa vantare film di grande successo e commedie divertentissime, i personaggi da lui interpretati, quelli più amati restano comunque i ruoli caratterizzati da quell’eroico, anche se apparentemente riluttante, altruismo. Brendan Fraser per molto tempo ha fatto parte della cerchia di quei grandi eroi che nelle rispettive saghe riuscivano con spavalderia e temerarietà ad affrontare le difficoltà di una vita con il piede costantemente premuto sull’acceleratore. Una “vita spericolata”, come quelle che nel cinema degli anni ’60 viveva Steve McQueen. Le note di una famosa canzone italiana potrebbero riecheggiare nella vostra mente durante la lettura di questi ultimi passi, ma O’Connell come il Dottor Jones, e come un'altra dozzina di eroi dalla mascella spiovente aveva raggiunto una grande popolarità nel cinema avventuroso, una fama che sembrava non poter tramontare così tristemente all’orizzonte. I personaggi di Fraser erano il più delle volte uomini comuni alle prese con eventi del tutto straordinari. Persone mosse dal desiderio della scoperta e della rivelazione inaspettata, ma, piuttosto che amanti del brivido e del rischio, erano invece contraddistinti da un concreto pragmatismo, che li obbligava inevitabilmente ad anteporre la salvezza della donna amata o dell’amico fraterno a scapito di quella “gloria eterna”, ottenuta magari con il ritrovamento di un magico reperto. Eroi recalcitranti, a tratti implacabili a tratti meno impavidi ma pur sempre intrepidi e valorosi.

L’eroismo di O’Connell è oramai soltanto un ricordo ma in molti continuano a domandarsi se Brendan Fraser possa davvero tornare ad essere l’eroe schietto, genuino che il cinema sembra aver tristemente dimenticato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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