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Recensione e analisi “Quando la moglie è in vacanza”

Il signor Sherman, direttore di una locale casa editrice, da sette lunghi anni marito fedele, rimasto solo in città, dopo aver mandato moglie e figlio in montagna per la villeggiatura, si trova adesso alle prese, da un lato con la nuova vicina di casa, una procace e innocente giovane donna, e dall’altro con le proprie fantasie erotiche, che in sostanza non verranno mai messe in atto. Così, dopo alcuni giorni di vita da single, spaventato che la moglie possa tradirlo, o che egli stesso possa cedere alle lusinghe di altre donne, abbandona la città e raggiunge la famiglia nel Maine. Su questa, diciamo così, banale trama, attinta da un’omonima opera teatrale di George Axelroad, il regista Billy Wilder mette su una pellicola spumeggiante, ironica e piacevolissima, in cui si avvicendano sequenze sognate di grande coinvolgimento passionale, e scene vere, sì, insomma reali, di quelle che rappresentano la quotidianità più modesta e consueta. L’occhio attento del regista è riuscito a tirar fuori da situazioni più che comuni un film e un personaggio che a detta di tanti, e io non posso che essere d’accordo, hanno fatto storia.

Partendo dal titolo originale “The seven year itch” che tradotto significa “Il prurito del settimo anno”, ci accorgiamo d’essere in presenza del famoso adagio, il quale recita che la coppia dopo sette anni di matrimonio debba, in qualche modo, non andare più d’accordo. Il marito in questione, ossessionato da un eventuale tradimento della moglie e perseguitato dai sensi di colpa, in quanto si sente irresistibile agli occhi delle donne - ma questo è solo quanto crede lui - si vede cadere ai propri piedi una dietro l’altra i tipici soggetti che da sempre popolano i sogni dei mariti a caccia d’avventura: la collega, la migliore amica della moglie, la segretaria, la cassiera del negozio sotto casa. Detto questo, dunque, neppure la nuova vicina può sottrarsi alla sua forza seduttrice.

La tecnica ricorrente del film è quella della contrapposizione, infatti, l’intera pellicola gioca su due piani ben distinti, ma che a volte tendono a intersecarsi: il sogno e la realtà. Il signor Sherman agisce su tutti e due i piani, forse più nel sogno e meno nella realtà. Ad ogni scena sognata segue una scena vissuta, che naturalmente è di andamento diverso, e sovente sortisce effetti comici e spassosi. Le tinte e i tempi dei sogni sono contrapposti a quelli inerenti alla realtà: i primi sono appassionati, vivaci, ricchi di entusiasmo, i secondi, invece, lievi, compassati, monotoni. Anche la musica si adatta alle circostanze: appaganti note di musica classica affiancano i sogni sensuali, mentre nella realtà tutto diventa scontato, piatto, banale.

Questo è uno dei film che meglio hanno contribuito alla nascita del mito di Marilyn Monroe, incantevole “oggetto del desiderio” nel quale vivono e si intersecano in un perfetto equilibrio candore e sensualità. Prodotto in un momento di diffuso perbenismo etico, la pellicola non scivola mai nella volgarità. Addirittura la censura tagliò due scene che oggigiorno farebbero solamente sorridere, nella loro purezza d’animo. In una, Marilyn è all’interno della vasca da bagno, sommersa dalla schiuma, che lascia scorgere solamente il viso, una gamba e un braccio; l’altra è divenuta il simbolo stesso del film: la gonna dell’attrice sollevata dal vento sulla grata della metropolitana.  

Seduzione e ingenuità è il binomio chiave del mito di Marilyn che in quegli anni si stava consolidando. La mano del regista si fa apprezzare soprattutto per il garbo usato nelle riprese, in cui non figura alcuna trivialità. Allo spettatore non resta altro che immaginare le fattezze della protagonista nei momenti d’intimità, o le varie occasioni dove lei se ne sta nuda, ma sempre ben celata dietro le piante del terrazzo o da un piede che sbuca dallo schienale di una poltrona.

Il film, per questi e per tanti altri motivi, sin dalla sua uscita nel lontano 1955, è rimasto nella storia della cinematografia.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters    

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