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Recensione e analisi: L’ALBA DEL GIORNO DOPO

Il professor Jack Hall, esperto del clima, in una conferenza mondiale lancia un allarme ecologico, in quanto a causa del surriscaldamento del clima le calotte polari si stanno sciogliendo. Se no si provvederà subito le conseguenze saranno catastrofiche. Tutta la Terra sarà investita da immani cataclismi, alla fine dei quali agli uomini ci si presenterà uno scenario pari ad una nuova era glaciale. Ovviamente nessuno prende sul serio le parole dello scienziato, però le sue previsioni si manifestano prima del previsto.

Con lo scioglimento delle calotte polari le acque del mare raggiungono il punto critico di desalinizzazione, e questo innesca una serie di continua di calamità: tempeste, uragani, trombe d’aria a ripetizione, nevicate improvvise e chicchi di grandine grossi come palline da golf. Il ghiaccio fa gelare i serbatoi dei mezzi di trasporto, siano essi terrestri, navali o di cielo, e tutto intorno la natura nuore stritolata dalla morsa inesorabile del gelo. I modelli matematici non rispondono più alle regole, ma alla fine il professore riesce a proferire la sua ipotesi: “A tempesta finita (fra 7 – 10 giorni) saremo in una nuova era glaciale”. La sola salvezza per chi sarà nelle aree interessate è quella di starsene in casa e cercare di riscaldarsi con ogni mezzo di fortuna, aspettando che passi il periodo critico. Sam, in una New York invasa prima dalle acque e poi dal ghiaccio, trova riparo nella biblioteca pubblica, assieme a Laura e un esiguo numero di persone che si attengono ai consigli dello scienziato. Ce la fanno a sopravvivere al gelo usufruendo del calore prodotto dalla combustione dei libri e dei mobili presenti nell’edificio, fin quando il padre non giunge a portarli in salvo, mentre le forze della natura pian pianino si placano.

La storia segue contemporaneamente varie direttrici parallele. In una vi sono espresse le vicende personali di Jack, della moglie Lucy e del figlio Sam; nell’altra le scelte degli scienziati e degli uomini di governo, i centri per lo studio dei fenomeni metereologici, il centro NASA di Houston, la Casa Bianca, l’Ambasciata americana in Messico; successivamente la sciagura che investe la Terra e le sue catastrofiche ripercussioni.

A queste tre linee di sviluppo si intersecano le storie di uomini e donne qualunque raggiunti dalle catastrofi: dalla gente in fuga per una destinazione più sicura a un senzatetto con il suo fedele cane, dagli amici che seguono lo scienziato nella sua impresa al presidente sordo al grido della scienza con l’animo libero da tornaconti politici, da bibliotecari inorriditi perché l’averlo scampata è in parte legata alla distruzione dei libri che custodiscono al piccolo affetto da leucemia curato da Lucy e salvato in extremis.

Con questo film il regista Roland Emmerich intende mandare un messaggio sociale, politico-ambientalista, e quindi le vicende dei singoli gli promettono un semplice motivo per rimarcare gli effetti terrificanti che un atteggiamento umano sconsiderato e delle scelte politiche scellerate rischiano di provocare in un prossimo futuro.  Sebbene il forte messaggio, la pellicola reca in sé degli spunti umoristici e il suo contenuto non risulta affatto oratorio e d’ammonimento. Non mancano comunque rimandi simbolici e metafore che inducano gli spettatori a pensarci su un attimino.

Il film, se da un lato appare debole nell’approfondimento dei caratteri è dall’altro invece ricco di richiami simbolici e metafore. Non è certo lì per caso l’accostamento biblico, tanto che lo stesso regista fa dire al barbone che si mette al sicuro con il suo cane all’interno della biblioteca la frase “C’è il diluvio universale, là fuori!”. Come il Dio della Genesi intende punire gli uomini per le loro colpe, così la Natura con la sua forza scatenata colpisce e travolge gli essere umani che l’hanno oltraggiata e offesa con il loro comportamento.

Un forte simbolismo è rivolto all’importanza della cultura per la salvezza della civiltà. L’inconsueta arca è una biblioteca, dove i rifugiati si sottraggono al gelo con il calore prodotto dall’incendio dei libri, non prima però aver superato un’estenuante lotta tra essi stessi se procedere o meno al rogo dei volumi. Se il filone tributario viene a essere sacrificato, di certo il filosofo Nietzsche si salva, e principalmente una preziosa stampa della Bibbia a opera di Gutenberg, perché essa, ripete Sam, “rappresenta l’aurora dell’era della ragione… La lingua scritta è la più grande conquista dell’umanità… Se la civiltà occidentale è finita, io ne voglio salvare almeno un pezzettino”.

Al messaggio ecologista fa da contorno la polemica sul mondo occidentale troppo industrializzato e soggiogato dai tanti interessi economici.

Se è vero che l‘immane catastrofe interessa tutto l’emisfero settentrionale, dall’India al Giappone, all’Europa, è pur vero che essa si localizza maggiormente in due città simbolo della globalizzazione: Los Angeles e New York. Tra le prime cose che andranno distrutte vi è la scritta HOLLYWOOD sulla collina di Beverly Hills che racchiude in sé tutta l’industria cinematografica, mentre una delle ultime immagini funeste è quella della statua della libertà che, dapprima coperta dalle acque, così come tutta l’isola di Manhattan, è poi attanagliata tra i ghiacci che ne lasciano venir fuori solamente la corona e la fiaccola.

Segue una nave russa che, abbandonata dall’equipaggio, si addentra come un vascello fantasma tra i grattacieli invasi dalle acque del diluvio. E’ lì che Sam troverà cibo e farmaci per la sopravvivenza.

Il Sud del mondo diventa dunque il luogo della salvezza: una sorta di contrapposizione rappresenta la fuga degli americani assieme al loro presidente che si accalcano alle frontiere con il Messico. Uno scambio alquanto significativo di ruoli e direzioni.

Un monito esplicito viene rivolto all’umanità, che deve avere, come in seguito commenterà, suo malgrado il presidente: “un profondo senso di umiltà di fronte al potere della Natura”. A condizione che, ci raccomanda il professore, “l’uomo si rimbocchi le maniche e impari a non ripetere gli stessi errori”. Ma l’ironia di Emmerich non cessa di far presa sul pubblico, in quanto la frase finale proviene dalla stessa navicella spaziale nella quale gli astronauti hanno seguito l’evolversi della tragedia, e osservano ora la Terra di nuovo libera da nubi.  Battuta che recita così: “Avevi mai visto un cielo tanto sereno?” Come dire che solamente quando l’uomo è stato castigato l’equilibrio cosmico si ricostituisce.

Redazione: CineHunters

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