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Recensione e analisi: “Wonder Woman” – Il credo di un’amazzone

Erminia A. Giordano disegna Gal Gadot come Wonder Woman per CineHunters

 

Bianche sponde, acque salmastre che baciano arenili di sabbia dorata, picchi rocciosi di catene montuose che si ergono alte nel cielo azzurro e su cui sorgono palazzi regali, centri abitativi di antica caratura estetica, terreni cinti e strutturati per l’addestramento e dimore lussureggianti, riflettenti stilisticamente di un gusto arcaico: è Temishira, l’isola del Paradiso, la patria delle Amazzoni. La regista Patty Jenkins ce la presenta così, come una terra incontaminata, calcata soltanto dalle altere andature delle donne guerriere che abitano l’isola. Temishira è un luogo creato dall’esalazione del padre degli dei dell’Olimpo, con l’ultimo soffio vitale di Zeus che ha generato questa terra come ultimo baluardo in cui albergano guerriere dedite a una sola missione: proteggere il mondo dalla furia dello sconfitto e sperduto Ares, il dio della guerra, scampato alla morte ma indebolito nel corpo, che da sempre corrompe gli uomini nati impetuosi e nobili per trasformarli in sanguinolenti assassini. In questo paradiso terso e cristallino nasce Diana, la figlia della regina Ippolita, futura protettrice del genere umano.

Diana cresce formandosi come donna e plasmandosi come una guerriera imbattibile, senza mai dimenticare la vocazione di ogni singola amazzone: sconfiggere, se mai dovesse ripresentarsi, Ares. E un giorno, mentre ella ammirava le acque azzurre del mare, scorge un aereo militare nazista precipitare a largo dell’Isola. Diana si tuffa in soccorso del pilota caduto e lo salva da morte certa. L’uomo salvato dall’inclemenza dei marosi è Steve Trevor, una spia al servizio della Resistenza Britannica, infiltratasi tra i nemici della Germania di Hitler. E’ un incontro intenso e colmo di meraviglia per entrambi: da una parte Diana scruta con stupore per la prima volta i lineamenti di un uomo, o più precisamente, dell’uomo che amerà per tutta la sua vita immortale, dall’altro Steve riapre i suoi occhi al mondo, mirando il viso della donna per cui metterà a repentaglio la sua vita. Una visione futuristica, uno spartiacque tra la conoscenza passata di Diana e l’avventura futura che coinvolgerà questi due eroi.

Brandendo “l’ammazza-dei” una spada affilata denominata in tal modo perché è da sempre riconosciuta come la sola arma con cui poter trafiggere Ares, indossando l’armatura e legando ad essa il lazo d’oro, Wonder Woman parte alla volta dell’Inghilterra per porre fine alla guerra, secondo il suo credo, generata dal volere di Ares.

“Wonder Woman” è l’audace e spettacolare viaggio di un’eroina indomabile alla scoperta del mondo esterno. Un film che si sviluppa volontariamente in un appassionata oscillazione crogiolante tra passato e presente, tra mito arcano e realtà storica. L’inizio è di fatto ambientato nella contemporaneità del DC Cinematic Universe, quando Diana Prince, reggendo tra le sue mani la cornice contenente uno scatto fotografico risalente alla guerra che la ritrae, Steve con gli altri tre uomini della sua squadriglia, rievoca un passato che affonda le proprie radici nella storia più triste e buia dell’umanità: quella del conflitto mondiale. Se una storia va raccontata, però, va rinarrata dal principio, da quando una giovane bambina sognava, nella sua fanciullezza innocente e nel suo spontaneo e ingenuo coraggio, di diventare una combattente ineguagliabile. Ecco che si delinea l’altra oscillazione della pellicola, quella dove il passato si mescola al mito che rivive sotto forma di raffigurazioni di stampo greco, dipinti in cui gli dei vengono catturati in pose di una staticità movimentata, nell’atto di combattere valorosamente o soccombere tragicamente e cadere dalle sommità dell’Olimpo durante la guerra tra Zeus e il misterioso Ares. Wonder Woman è un personaggio nato dalle influenze dei racconti mitologici e con essi prosegue fino a insinuarsi con grazia nella realtà costruita del cinema moderno.

Patty Jenkins confeziona un film lineare ed equilibrato, abbandona le atmosfere troppo cupe dei precedenti adattamenti DC Comics, ma non per questo rinuncia all’epicità dell’azione e all’emozione di un fato avverso che riesce a regalare forti emozioni a un pubblico di appassionati. “Wonder Woman” traspone con cura la storia di Diana Prince, sebbene introduca alcune apprezzabili novità che rendono il film adatto per essere scoperto anche da chi di Wonder Woman conosce ogni seducente dettaglio nascosto tra i segreti di una dea guerriera e tra le pieghe dell’armatura dell’eroina adornata da bianche stelle impresse su sfondo azzurro.

“Wonder Woman” coniuga con giusto equilibrio l’azione fatiscente con la spigliata ironica e con l’atroce dramma della guerra, basa l’empatia comunicativa dei propri personaggi sulle valenti interpretazioni degli attori e gran parte dell’imponenza delle scene su di un’ottima colonna sonora che ne scandisce splendidamente i ritmi. “Wonder Woman” pone al centro dell’azione la sua protagonista e la camera la segue mentre lei si palesa per la prima volta dinanzi agli implacabili eserciti nemici, che nulla possono quando ella attacca con vigore, facendosi strada su di un campo di battaglia fangoso e fermando i proiettili con la facilità di una dea giusta, venuta nel mondo degli uomini per far cessare questa follia.

Tra i meriti del film spicca l’allusiva caratterizzazione di Ares, non soltanto personificato ma soprattutto mistificato astrattamente come un demone invisibile, un portatore e generatore di follia guerrafondaia. Ares appare come un tarlo nella mente degli uomini avvezzi allo spirito bellico. Egli come un paranoico pensiero crudele si instaura tra le menti dei potenti ma non li condiziona secondo il potere ipnotico di un male sinistro, più che altro, si “diverte” ad assistere alle loro reazioni. Se Diana crede fermamente che gli uomini siano sottomessi al giogo di Ares, dovrà ricredersi quando scoprirà, come prevedibile, che egli altri non è che un “suggeritore”, una voce fuori dal coro diabolica che pronuncia le proprie parole nel buio di una notte solitaria, un ascetico consigliere che declama guerra ma che non la perpetra egli stesso. Ares indirizza gli uomini che potrebbero, perché governati dal libero arbitrio, ignorarlo, eppure seguono volontariamente l’agire militare e vigliaccamente guerrigliero. Ares in “Wonder Woman” è una rivisitazione del lucifero biblico. Egli è invidioso delle creature giacenti sulla terra e create dal proprio padre, e decide di rivoltarsi ad esso e dimostrare come quei figli inferiori, altri non sono che errori di un dio saggio. Wonder Woman comprendendo questa deprimente verità potrebbe voltare le spalle all’Umanità, poiché essi non meritano le sue gesta eroiche.

Ma ella ci dona la morale più importante di ogni supereroe dei fumetti, quella che alle volte tendiamo a dimenticare nella lettura superficiale di un comune albo a fumetti: quello che domina la ferrea volontà di un eroe non è la meritocrazia universale, gli eroi scelgono di difendere ciò che è giusto perché è quello per cui credono, ed è un volere ineluttabile! Diana ci offre così il suo personale pensiero, il credo di un’amazzone divenuta dea. Ed ella giunge a questa conclusione dopo aver scoperto l’amore, non più soltanto l’amore familiare e disinteressato di una madre, ma quello passionale, e sbocciato inaspettatamente, di una coppia innamorata. A seguito dell’eroico sacrificio di Steve, Diana raccoglie le forze residue e si erge sul dio della guerra in uno spettacolare scontro in cui Diana prevale sulle forze del male: ella era l’ammazza dei, l’ultima figlia di Zeus e testimonianza vivente di una stirpe divina.

La bellezza incantata dell’anima linda della protagonista del film è delineata sulla meraviglia estetica di Gal Gadot. Dicevo che Wonder Woman è una statua non bronzea, ma dalla caratura degli inarrivabili canoni estetici delle opere antiche, una sorta di statua in movimento, concepita secondo gli stili classici e caratterizzata secondo i voleri moderni. Gal Gadot riesce ad andare oltre questa mia descrizione, essendo portatrice di una bellezza calda e avvolgente, materializzatasi specialmente nel sorriso che lei rivolge agli innocenti che ha portato in salvo: in quei frangenti le fossette del viso emanano la grazia di un’eroina eterea e inimmaginabile, una forza protettrice limpida e cristallina, verosimigliante a quelle acque che l’hanno accarezzata quando lei cresceva nella serenità di Temishira. Gal Gadot raccoglie l’eredità di Lynda Carter come Wonder Woman perfetta, vero fiore all’occhiello di un film a lei dedicato e per cui è riuscita a riempire lo schermo con l’incalcolabile prorompenza dei lineamenti del suo volto, in grado di fuoriuscire dallo schermo.

Il lungometraggio termina il proprio viaggio tornando al presente, là dove Diana stagliandosi da un palazzo vola via, pronta a ritornare ancora una volta a essere, Wonder Woman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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