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Recensione: SHINE

Il cinema si è interessato spesso alla figura dell’artista ossessionato, tormentato dalla propria arte. Sono stati prodotti parecchi film riguardanti la biografia di pittori, musicisti, poeti, raffigurati sovente come persone a metà strada tra la normalità e la follia. Tra gli artisti più gettonati sul grande schermo un posto di rilievo lo occupa di certo Vincent Van Gogh che ha percorso gran parte della storia del cinema da “Lust for Life” (film del 1956, di Vincente Minnelli) a “Vincent e Theo” (del 1989 di Robert Alman), fino a giungere a “Sogni” di Akira Kurosawa e al “Van Gogh” di Maurice Pialat, pellicole entrambe realizzate nel 1990. Un altro genio del colore entrato nel mondo della celluloide è Pablo Picasso, personalità a cui fu dedicato nel 1955 un documentario girato da Henri George Clouzot dal titolo “Le Mystère Picasso”, mentre Andy Warhol, cercò di girare un film su se stesso che però non terminò mai.

Un film, di sicuro più recente, che ci presenta il senso della vera genialità di un artista è Shine, del regista Scott Hicks, che narra la storia vera del pianista David Helfgott, portato alla pazzia dalla sua stessa arte, e riammesso alla vita grazie ad essa.

David è un ebreo polacco che vive in Australia con la sua famiglia, parte della quale è stata annientata nei campi di sterminio disseminati in Europa. David è un genio, un bambino prodigio, dalle cui mani escono melodie meravigliose. Assai sensibile passa un’infanzia fatta di traumi e di grandi dolori sommessi. Il padre lo vuole a tutti i costi musicista affermato, in quanto egli stesso, a sua volta, deluso dal proprio genitore che non gli aveva permesso di realizzare il suo sogno, vale a dire quello suonare il violino. David si ritrova così un padre autoritario, rigido, prepotente, ma che a modo suo lo ama, anche se gli chiede fedeltà assoluta nei confronti suoi e in quelli dell’intera famiglia. Gli domanda pure di fare lo stesso con se stesso e di seguire quello che si sente dentro. Il bambino affronta così delle prove davvero difficili per lui, ma ha pure la fortuna d’imbattersi in due persone che contribuiranno alla sua piena maturazione sia artistica quanto umana.

Col trascorrere del tempo David miete un successo dietro l’altro, tanto da essere invitato in America per completare gli studi. Il padre però si oppone ed egli si piega con non poca sofferenza. Al secondo diniego ce la fa ad imporsi, e così, liberatosi della pressione del genitore, beneficia di una borsa di studio al Royal College of Music di Londra. Si trova adesso ad affrontare una grande sfida, il traguardo che il padre avrebbe sempre voluto che tagliasse: giungere a suonare il concerto n°3 di Rachmaninov, un’opera che ogni maestro di pianoforte sconsiglia al proprio allievo, in quanto troppo impegnativo, di sicuro il concerto più difficoltoso del mondo, ma che lui intende presentare come saggio finale del corso di perfezionamento. Ciò che ne viene fuori è un qualcosa di spettacolare, di magnifico, di unico. David stravince ma subito dopo la sua mente cede, getta la spugna, e quindi viene allontanato dalla società e di conseguenza anche dalla sfera musicale. Torna così in Australia, dove il padre è restio ad accoglierlo. Viene invece rinchiuso in una clinica per malati di mente, e li vi rimarrà per ben dieci anni, riuscendo solo a stento a venirne fuori.  A fargli risalire la china contribuì di certo il suo amore verso Gillian, una dolce astrologa che con pazienza lo seguirà nella vita così come nel mondo concertistico e musicale.

 

Con Shine siamo di fronte a un film di raro lirismo e forte emozione, e non soltanto per la drammaticità della storia narrata o per la melodia che lo attraversa dalla prima all’ultima sequenza. Al centro c’è David, totalmente preso, rapito dalla musica, dalla sua forza creativa e spirituale. Nel film, David diventa una cosa sola con la musica, la melodia è dentro di lui, le sue mani suonano sempre un pianoforte immaginario, dal momento che quello vero gli viene negato. E così quando torna alla vita e alla musica è “shine” – scrivono i giornali - splendente come se un’aureola circondasse il suo capo.

Una caratteristica che in maniera simbolica segue l’evoluzione psicologica del protagonista è di certo l’acqua. La si scorge dalla pioggia che vien giù copiosa in tutte le scene in cui in qualche modo è rifiutato: dall’acqua del bagno, a quella della doccia, a quella della piscina, dove galleggiano sparsi i fogli di uno spartito. Il lungometraggio narra con estrema delicatezza, venata a volte da profonda tensione, la condizione dell’artista, straniero in un mondo che non può capirne la grandezza, proprio perché solo lui in grado d’arrivare dove nessuno può arrivare per cogliere ciò che poi non tratterrà per sé, ma donerà a chiunque abbia voglia di sforzarsi per comprendere appieno la meraviglia dell’arte.      

Il film ha ottenuto numerosi attestazioni e riconoscimenti artistici, tra cui l’Oscar e il Golden Globe nel 1996 al protagonista, Geoffrey Rush, come miglio attore; e ancora altre 6 nomination per gli Oscar e 3 ai Golden Globes.

Autore: Emilio Giordano 

Redazione: CineHunters

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