Vai al contenuto

Valerian e Laureline disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

In un passato imprecisato, un’antica civiltà aliena vive in pace e prosperità sulle rive di una spiaggia bagnata da acque limpide, contornata da bianche sponde e sabbia tenue e liscia al solo guardarla. Le eteree creature d’aspetto umanoide albergano vicino al mare, all’interno di graziose dimore ricavate da grosse conchiglie rosee. Questi cerei alieni raccolgono, come dono offerto loro dal mare, delle perle fatiscenti, le quali contengono enormi quantità di energia. Tali perle possono essere replicate fino a centinaia di altrettanti esemplari da alcuni animaletti indigeni dopo averne fagocitata una soltanto. Ogni qualvolta l’animaletto rilascia dalla sua epidermide i multipli di quelle bellissime perle, le creature donano le stesse alla terra, in un simbiotico scambio tra gli esseri viventi e il pianeta che li ospita. Un giorno, inaspettatamente, una misteriosa guerra combattuta nello spazio tra gli uomini finisce per annientare il pianeta natale di quella stirpe, e i pochi sopravvissuti riescono a mettersi in fuga per scampare alla morte.

Anno domini 2170. Valerian e Laureline, agenti speciali spazio-temporali del governo dei territori umani (che hanno i volti di Dane DeHaan e Cara Delevingne) sono in missione nella città intergalattica chiamata Alpha, una titanica metropoli in continua espansione la cui popolazione è composta da migliaia di specie diverse che provengono da ogni parte dell’universo. I 17 milioni di abitanti di Alpha hanno unito i loro talenti, le loro tecnologie e le loro risorse per migliorare le condizioni di vita di tutte le specie. Valerian e Laureline, interrompendo uno scambio clandestino tra alcune razze imprecisate, recuperano l’oggetto del contenzioso, ovvero l’animaletto di quel pianeta che abbiamo conosciuto al principio, ultimo esempio rimasto in vita di una così rara specie. Quella che doveva essere una semplice missione di recuperò, si rivelerà il primo passo di una fiabesca avventura. Valerian e Laureline inizieranno di lì a breve a svelare i molteplici segreti che si nascondono attorno alla distruzione del pianeta Mul e all’estinzione della razza aliena su cui verte un doloroso segreto militare destinato ad essere portato alla luce.

Raccogliere tra le mani le figure di Valerian e Laureline, tirandole via dalle pagine di un fumetto, e imprimerle su di una pellicola, renderle vivide, tangibili come uomo e donna, e trasporre il loro mondo colorato e luminescente, era un progetto ambizioso per Luc Besson. Un volere che aveva attratto già da tempo i suoi desideri e che stimolò le sue aspirazioni artistiche, facendole eccedere forse nella bramosia del vanaglorioso. Besson osservava il sole, mentre restava prigioniero nel suo fitto labirinto artistico. L’uscita era smarrita tra la moltitudine di cunicoli, o forse sbarrata dall’intenzione di non voler tornare indietro e abbandonare le proprie aspirazioni. Besson voleva fuoriuscire dal dedalo creativo volando via verso una meta lontana e ardua da raggiungere.

Come Icaro così Besson indossò le sue ali e si librò nel cielo, sedotto dai caldi raggi di un sole sfavillante, allegoria di una meta agognata e spesso sconsigliata perché proibitiva. Icaro, quando volle spingersi oltre i propri limiti, pagò un prezzo carissimo alla sua intraprendenza. Le sue ali di cera si sciolsero come neve al rischiarare del sole mattutino, ed egli precipitò al suolo perdendo la vita. Un monito che affonda l’atavico insegnamento nella mitologia greca, e che viene reinterpretato tutt’oggi come arguta e timorosa metafora per l’uomo, quando egli non dovrebbe spingersi oltre i propri limiti. Ma chi è che impone i suddetti limiti? Chi traccia il confine massimo? Il margine estremo da non dover essere superato viene intimato dal singolo talento, dalla capacità, dalla fortuna e dal mezzo impiegato per raggiungerlo. Ma tutti questi fattori possono essere soverchiati dalla perseveranza, dalla forza di volontà e dalla fiducia nelle proprie possibilità. Quando Luc Besson concepì il suo “Valerian” innalzò il volto verso il cielo e mirò quel sole tanto distante ma che sentiva particolarmente vicino, e lo reinterpretò come destinazione di un esaustivo lavoro. La brama del cineasta era quella di poter girare un’opera che raggiungesse le vette più estreme del cinema fantascientifico coi potenti mezzi del digitale moderno. Siamo certi che chi vola vicino al sole finisca poi necessariamente per bruciarsi? Besson aveva anch’egli indosso delle ali di cera?

“Valerian e la città dei mille pianeti” è un tripudio di colori che scintillano come torce accese e fiaccole ardenti di fuochi rossi e gialli. E’ uno spettacolo invitante che invoglia a prendere posto e ad accomodarsi in platea. “Valerian” è un’opera futuristica che inizia in un luminoso buio quale può essere l’oscurità dello spazio, fiocamente rilucente di alcune stelle che sostano in lontananza. “Valerian e la città dei mille pianeti” è cinema fatto con l’amore illimitato di un artista, che crea il proprio spettacolo rivelandone le magnificenze un po’ alla volta. Come fossimo a teatro, il sipario si apre e si arresta per qualche istante, lasciando al proprio pubblico una visuale ferma a metà, un palcoscenico in cui l’universo comincia a mostrarsi con l’ausilio di un brano musicale. Dopo un briciolo d’attesa, il sipario si spalanca e la visuale occupa così l’intero schermo. “Valerian” volge il proprio occhio contemplativo ad un futuro inesplorato, ma possiede un’introduzione devota agli stili classici dei film di fantascienza. “Valerian” è un’opera che accentua la bellezza di ogni singola immagine. Si tratta di sequenze rapide e il cui scorrere è tendenzialmente privo di sosta, in cui i lustri, i secoli e le migliaia di anni scorrono in una progressione sontuosa, dove un’accattivante sfilata di creature fantastiche che interagiscono con gli umani, si presentano loro con un susseguirsi di strette di mano. E’ una storia di conoscenza, d’integrazione, di rispetto verso ogni esistenza culturale quella che Besson ci mostra.

Besson conferisce contorno e spessore a un sogno che ha preso vita, il medesimo che viveva ad occhi aperti quando non era che un bambino e si lasciava trasportare dalle letture del fumetto “Valerian et Laureline”. Questo è l’atto d’amore di un ammiratore incondizionato che in quella città dai mille pianeti ha scoperto il proprio spazio paradisiaco, languido e ineluttabile e ha deciso di donargli la consistenza ammirabile di un bellissimo miraggio illusorio e fantastico.

I vostri occhiali 3D (esperienza questa assolutamente consigliata) fungeranno per voi da visore meta-cinematografico, una sorta di finestra spalancata verso un nuovo mondo, la cui realtà visibile ad occhio nudo può esser sostituita da un’altra diversa e intellegibile e che si sovrappone alla prima similmente a quella che i protagonisti vedono e vivono durante la loro prima missione. Il mercato di Alpha è strutturato in una duplice realtà: quella visibile con gli occhi e quella visibile con la tecnologia avveniristica che permette l’osservazione di un mondo diversificato che si manifesta parallelamente a quello scrutabile soltanto con gli occhi. In tal modo è interpretabile il lungometraggio di Besson, come una fantastica visione dalla doppia natura che oscilla dalla realtà filmabile alla meraviglia dell’ignoto reso percepibile attraverso un meticoloso lavoro grafico e pertanto estetico.

In questa fantascientifica avventura Valerian e Laureline sono due giovani innamorati che vivono il loro lavoro analogamente con la loro vita sentimentale. Entrambi molto ben caratterizzati hanno personalità carismatiche e oppositrici. Valerian è arrogante, sfacciato, sprezzante e sbruffone, Laureline è invece forte, indipendente, sentimentale e fedele. Valerian e Laureline incarnano i tradizionali poli opposti che finiscono per attrarsi nelle reciproche diversità. Essi tendono così a cercarsi e ricercarsi ogni qualvolta finiscono per restare separati. L’intera avventura è una luna di miele compiuta nel cosmo.

A tal proposito Valerian ha chiesto a Laureline la sua mano. Ella, in uno dei loro dialoghi derisori, ha domandato se lui fosse a conoscenza del fatto che la luna di miele si consuma dopo il matrimonio, ricevendo un’impacciata risposta da parte di Valerian. In un certo senso, i due riescono a capovolgere le previsioni e a compiere questo viaggio ancor prima del reale sposalizio. In tal modo, ammettendo che la risposta di Laureline alla richiesta di Valerian di averla in moglie fosse stata positivamente sottintesa, il loro viaggio si configura come un’intrepida luna di miele adempiuta tra i pericoli di un mondo splendido quanto rischioso.

“Valerian e la città dei mille pianeti” è una discesa tra gli abissi di un mondo sconosciuto. In questa estenuante caduta verso la “zona morta” la storia perpetua un’indagine sull’identità del protagonista. Il concetto d’identità personale assume un valore ineludibile, inscenato nell’aspetto e nel potere dell’aliena interpretata da Rihanna, la cui abilità è quella di assumere centinaia di apparenze diverse fuggendo però l’univoca identità del proprio essere.

Tale mutaforma riveste il ruolo dell’artista sofferente, dell’interprete camaleontica e dai mille volti, che le impediscono d’essere riconosciuta dagli altri per come è realmente. Ella, quando perirà, svanirà come sabbia smossa dal vento, testimoniando l’ineffabilità di un’anima priva di una precisata categoria esistenziale per colpa dei crudeli che hanno approfittato delle sue abilità prodigiose per deprecabili fini.

Da questo momento in poi, Valerian trarrà un importante insegnamento, e dovrà far fronte alla sua identità personale di uomo, spogliarsi delle regole imposte dal suo rango di maggiore e compiere ciò che è giusto, riacquistando la sua identità di eroe messo al servizio, non soltanto dell’umanità, ma anche di ogni razza aliena che nell’unità della metropoli Alpha ha trovato la globale serenità. Il viaggio porta i due protagonisti a imbattersi nei sopravvissuti del pianeta Mul, in attesa di riottenere l’animaletto e la perla che Valerian e Laureline hanno con loro. Quella di Valerian è una maturazione mentale e psicologica, coronata dall’affetto e dalle parole di Laureline che lo esorta ad allontanare i ferrei e dogmatici precetti militareschi e abbracciare l’empatia provata nei confronti di questi esseri dalla pelle biancastra.

Ella lo invita ad immedesimarsi nel regnante di questa popolazione che ha perduto la sua stessa gente. Nel loro carattere così diverso Valerian e Laureline tendono a completarsi a vicenda e ad aiutarsi a comprendere quanto dovevano scoprire all’adempimento della loro missione. Valerian custodisce e protegge, inoltre, nel suo intimo l’anima della principessa dei Mul, e non è un caso che da essa venga privato solo quando egli porterà la libertà al popolo sopravvissuto.

Quella di “Valerian e la città dei mille pianeti” è una similitudine sull’esistenza, una ricerca sull’amore più puro, quello provato nell’atto del perdono. “Valerian e la città dei mille pianeti”, nelle sue scenografie maestose, nei suoi effetti speciali stupefacenti e nei suoi inseguimenti votati all’azione più incalzante, rilascia un messaggio profondo, quello che anche dopo la tragedia di un’infausta guerra può esserci sempre lo spazio per ricostruire quanto è stato distrutto, per erigere una nuova società dalle macerie, in una collaborazione che verte sull’uguaglianza di ogni tipo di razza, sia essa umana o aliena.

Besson con la sua creatura “Valerian e la città dei mille pianeti” ha centrato l’obiettivo, realizzare una trasposizione graficamente monumentale di una delle storie che aveva amato di più. Una meta, quella di Besson, che non ricercava tanto il successo generale quanto il successo personale, quello di poter dare vita ad una fantasia letta e immaginata, per cui non avrebbe badato a spese. “Valerian e la città dei mille pianeti” è un’opera genuina, intrisa di bontà e terso romanticismo. Besson, suo malgrado, ha trasmesso un’importante lezione: in un volo pindarico come il suo, il sole può non essere il solo pericolo da dover affrontare. L’empio parere del pubblico generale, feroce come un’aquila affamata, può ghermire colui che libra sospeso e divorarlo senza pietà.  “Valerian e la città dei mille pianeti” ha spaccato a metà il parere critico, ed è stato oggetto di scherno, da parte di detrattori famelici, ben più di quanto meritasse, forse per essere stato erroneamente presentato come un successore del visionario “Avatar” di James Cameron.

“Valerian” non si fregia di una narrazione articolata, e non pretende di culminare nell’epicità della più coraggiosa tra le space-opera, gioca sulla semplicità per ricordare ai propri spettatori come si possa sognare con l’autenticità di una manipolata magia visiva.

Oggettivamente la creatura di Besson non vanta il fascinoso approfondimento culturale di “Avatar”, ed è preda di una trama semplice, il che non è conseguentemente un male, raccontata con difficoltà per via di una sceneggiatura strutturata con dialoghi carenti e a volte sempliciotti. Tuttavia, trovo personalmente che i pregi di questo film divertente e sincero, superino i naturali difetti. L’opera di Besson non avrà purtroppo ottenuto il successo che forse sperava, ma resta ugualmente un film meritevole d’essere apprezzato con equilibrio e con uno spirito romantico necessario per attenuare la severità di certi giudizi esagerati.

Nell’ultima scena, Valerian e Laureline, rimasti ormai soli a bordo di una navicella che naviga silenziosa su di un oceano qual è il firmamento sconfinato, possono suggellare il loro futuro matrimonio scambiandosi un appassionante bacio. La loro prima e più importante luna di miele è finita al culmine del loro progressivo innamoramento.

La luce dell’universo si incupisce fino ad ottenebrare la totalità della visione. Sul lato destro compare la dedica di un figlio “a mio padre…”. Besson, che paragono ancora un’ultima volta alla figura mitologica di Icaro, raggiunge il sole e il traguardo che si era prefissato, vale a dire realizzare il sogno di un bambino: dar nuova vita ai propri eroi. Il messaggio finale è la malinconica dedica a un genitore. Besson è stato sospinto nel volo da suo padre, no, non certo da Dedalo, ma dal suo vero padre, colui che gli ha fornito delle ali salde e sicure, non di cera, quando gli fece leggere quel suo primo fumetto che tanto lo coinvolse e lo aiutò a sollevarsi da terra. Besson ha toccato davvero quel sole, riportando soltanto qualche lieve bruciatura, poiché è rimasto fedele a se stesso, al bambino che fu.

L’amore spassionato che viene rilasciato nell’arte e che in questo caso si può percepire osservando “Valerian e la città dei mille pianeti” è il collante che tiene ben ferme le ali alla schiena di ogni sognatore.

Persino la cera faticherebbe a sciogliersi se miscelata alla forza dirompente, inestinguibile dell’amore per la creatività.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

“Il Pranzo di Babette” è un film del 1987, sceneggiato e diretto da Gabriel Axel, con una grandissima Stéphane Audran come protagonista. Il film è tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen.

Verso la fine dell’Ottocento in un minuscolo villaggio in terra danese vivono due anziane sorelle di nome Martina e Philippa, figlie di un pastore protestante, decano e guida spirituale del luogo. Dopo la dipartita del genitore le due sorelle hanno avuto in eredità la cura della locale comunità religiosa e di conseguenza hanno dovuto continuare a respingere ogni proposta di matrimonio che si presentava loro, perseguendo una vita parca e semplice, spesa sempre a beneficio dei più bisognosi.

Un giorno bussa alla loro porta Babette Hersant, fuggita da Parigi per motivi politici, in quanto il generale Galliffet le aveva fatto uccidere il figlio e il marito. Babette viene accolta dalle anziane donne grazie alla lettera di Achille Papin, un vecchio corteggiatore di una delle due, e questa per sdebitarsi prende servizio da loro come domestica oltre che aiutarle nelle attività a sostegno dei poveri.

Una vincita di diecimila franchi alla lotteria sarà l’occasione per preparare un pranzo alla memoria del pastore, padre delle due signorine, nel centenario della sua nascita. Martina e Fhilippa pur se lusingate dall’idea di Babette, vedono il pranzo come una minaccia alla loro vita tranquilla all’insegna della solidarietà. Ma per Babette invece sarà l’occasione per insegnare agli abitanti della comunità l’importanza di non tralasciare i piaceri della vita.

“Il pranzo di Babette” è un film ben fatto in ogni sua parte, un film che riempie il cuore e soddisfa i sensi. A differenza degli altri film sul cibo non incarna per nulla l’intento d’abbuffarsi e vivere il tutto con voluttà e leggerezza. La voce narrante è come se inducesse lo spettatore a visitare le pagine di un libro, inteso come un’intima confessione, catapultandolo nel contesto di una piccola comunità dove sembra che il tempo si sia fermato. “Il Pranzo di Babette” è un film gioioso, sensibile, spesso anche divertente. I dialoghi centrano sempre il punto e anche il non detto reca in sé un supporto emotivo di grande spessore. Il punto d’arrivo del pranzo di Babette non è solamente l’appagamento dei sensi, anzi tutt’altro. Al di là della vicenda narrata c’è quasi una fiaba sulla vita nei piccoli centri, sul passato, sul presente e sul futuro, ma soprattutto sulla religione, intesa come servizio agli altri, ai più deboli, agli esclusi, ai sofferenti.

Il film va assaporato portata dopo portata, squisitezza dopo squisitezza. Come un lauto pasto di celestiale bontà, l’opera appaga con il sapore della generosità che la cuoca riversa nella propria cucina, ergendola ad una forma d’arte nata per donare un momento di letizia alle persone a lei più care. Il personaggio di Babette costituisce il rinnovamento, un vento nuovo che spira per migliorare la condizione del singolo ma anche della comunità. E’ una sorta di parabola che corre per tutta la pellicola e che partendo dalla ricerca del piacere dello spirito finisce poi per approdare a quello che rappresenta una pietanza preparata con sapiente maestria. Pranzare diviene un momento di comunanza che avvicina i commensali con la soddisfazione goduriosa dei sensi e delle emozioni.

“Il pranzo di Babette” è un film sulla bellezza, sull’arte, sul talento e sulla fede, che non deve per forza essere bigotta e perentoria, sull’amore come servizio, aspettativa, rinuncia, sull’importanza dell’appagamento dell’uomo, sulle innumerevoli opportunità che la vita può riservarci anche in un luogo lontano, desolato, sperduto in terra di Danimarca in cui la storia si dipana.

La regia di Gabriel Axel regala grazia e poesia e ci sorprende per una messa in scena snella e ponderata, con una macchina da presa posta sempre ad una giusta distanza e un direttore della fotografia come Henning Kristiansen che con le sue riprese dai colori soffusi e ben dosati rende il giusto merito sia al panorama danese che ai volti attenti ed espressivi di un cast sempre all’altezza della situazione.

“Il pranzo di Babette” è un film intriso di un profondo senso religioso, pervaso da una toccante ma soave mestizia, resa vivida da improvvisi spunti d’ironia, incastonato in una fantastica scenografa naturale, impreziosita da una recitazione impeccabile, e da una regia che lascia trasparire in ogni singola inquadratura grazia, leggerezza, ingenuità.

Il film ottenne nel 1988 il Premio Oscar come Miglior film staniero e nel 1989 una Nomination al Golden Globe come Miglior film straniero. Sempre nello stesso anno, si aggiudicò il Premio Bafta come Miglior film straniero e ottenne ben cinque Nomination. Al Festival di Cannes venne assegnata una Menzione speciale della giuria ecumenica a Gabriel Axel e una Nomination Un Certain Regard sempre a Gabriel Axel. Premio Robert: Miglior attrice protagonista a Stéphane Audran. Natro d’argento: Migliore attrice straniera a Stéphane Audran. Kansas City Film Critics Awards: Miglior film straniero.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

"Fifa 18" uscirà domani, 29 settembre, ufficialmente per Playstation 4, Xbox One, Playstation 3 (col supporto Playstation Move), Microsoft Windows e Nintendo Switch.

"Fifa 18" presenterà 82 stadi, 52 con licenza, compresi i 20 della Premier League, e per la prima volta nella serie comparirà la terza serie tedesca, la Liga 3.

Cristiano Ronaldo, fuoriclasse più rappresentativo e vincente dell'ultimo anno calcistico, è stato scelto come giocatore di copertina per questo nuovo capitolo della serie.

"Fifa 18" sarà disponibile da domani, ma in molti negozi il Day-One potrebbe essere stato già rotto. In particolare in molti GameStop le copie dell'edizione standard potrebbero essere già disponibili con più di qualche ora di anticipo.

Vi diamo appuntamento a presto per parlare insieme di questo "Fifa 18" con un'apposita recensione del videogioco.

Vi potrebbero interessare:

Redazione: CineHunters

Domani, 28 settembre, "Madre!" verrà distribuito nei cinema italiani. L'horror psicologico, disturbante e inquietante, scritto, diretto e co-prodotto da Darren Aronofsky, ha come protagonisti un'intensa e straordinariamente provata Jennifer Lawrence e Javier Bardem.

Il cast comprende altri nomi di assoluto spessore come Michelle Pfeiffer ed Ed Harris.

"Madre!" racconta la tranquilla vita di una coppia che viene messa a dura prova quando degli ospiti inattesi si presentano a casa loro. La trama da poter anticipare è volutamente vaga, "Mother!" sarà, infatti, un'esperienza orrifica da dover vivere e capire mediante l'osservazione di ogni sequenza.

Il film è uscito in America il 15 settembre scorso, ricevendo recensioni molto contrastanti.

"Madre!" vi aspetta al cinema da domani!

Vi lasciamo con il trailer italiano del film.

Redazione: CineHunters

 

Superman/ Christopher Reeve disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Christopher Reeve non si limitava soltanto ad indossare dei grossi occhiali che contornavano gran parte del viso, ma trasformava abilmente il proprio aspetto con l’ausilio di un leggero, quanto ma efficace trucco, assieme ad una pettinatura che gli copriva parte della fronte. A differenza di ciò che in futuro faranno i suoi successori, Reeve, quando interpretava Clark Kent, cambiava anche modo di recitare, anteponendo al suo atteggiarsi sicuro, un’andatura dinoccolata, una gestualità buffa e un parlare timido e impacciato. Richard Donner il regista dei primi due film che ebbero Reeve come protagonista, diceva spesso che l’attore interpretava un ruolo nel ruolo. La rappresentazione del dualismo Kent/Superman offerta da Reeve si sposa magnificamente con il commento di Umberto Eco nel suo saggio “Apocalittici e integrati” all’iconico personaggio nato dalla penna di Jerry Siegel e dalla matita di Joe Shuster. Superman è l’aspirazione a cui noi tutti aneliamo, Clark, invece, è per l’ultimo figlio di Krypton, il suo desiderio di normalità e di integrazione in un mondo che inizialmente non gli appartiene.

Un’interpretazione così affascinante del personaggio fa leva sulla necessaria diversità che dev’essere mostrata tra le due personalità dell’eroe. Questa differenza mai (secondo il mio modesto parere) è stata realizzata sul grande e piccolo schermo, se non nella figura di Christopher Reeve. L’unico ad aver catturato i tratti gentili e garbati di un timido Clark, il solo ad aver ostentato con profonda naturalezza, l’onnipotenza del primo eroe dei fumetti.

Risale al 1973 l’inizio dell’amicizia tra Reeve e Robin Williams, quando entrambi studiavano alla Juilliard School. I due, tra gli studenti più meritevoli e apprezzati nell’ambito della recitazione dell’intero istituto, stringeranno un rapporto di sincera e leale amicizia, arrivando a fare una promessa: chiunque dei due avesse ottenuto fama e successo, avrebbe aiutato l’altro, se questi si fosse trovato in difficoltà economica.

Christopher Reeve e Robin Williams

 

Nel '77 fu portata all’attenzione di Reeve la notizia che si svolgevano dei provini per il ruolo di Superman, il primo film dedicato a un eroe dei fumetti. La lavorazione della pellicola stava catturando la curiosità dei critici per la presenza di due stelle del cinema come Marlon Brando e Gene Hackman. L’attore nativo di New York, fino a quel momento sconosciuto, aveva avuto una prima esperienza a teatro in un’opera dal titolo “A Metter of Gravity”, venendo scelto dopo un’audizione, direttamente da Katherine Hepburn che lo volle nel ruolo di suo nipote. La foto di Reeve e il suo breve curriculum vennero spediti a Lynn Stalmaster, il direttore del casting, che mise inizialmente l’immagine dell’attore tra coloro che dovevano essere scartati. Una più accurata riflessione, che coinvolse anche il regista, portò a rivalutare la scelta e si decise di contattare il giovane Reeve per un breve incontro che si svolse allo Sherry Netherland hotel. Quando Reeve arrivò, il cineasta e la produttrice Ilya Salkind, rimasero impressionati dalla somiglianza e dal richiamo fisico che l’attore emanava. Decisero cosi di consegnarli un copione di 300 pagine e di invitarlo all’audizione. Reeve credeva di non avere molte possibilità ma quando salì sul piccolo palcoscenico utilizzato per i provini, la sua altezza (193 cm) e l’imponenza che trasmetteva unita al modo di porsi convinsero immediatamente Donner, che di lui finirà per dire “E’ Superman, l’abbiamo trovato!” Il resto, come spesso si dice, è storia nota. Il film sull’eroe DC Comics sarà acclamato dal pubblico e dalla critica conquistando anche una statuetta nella categoria dei migliori effetti speciali.

Dopo un successo cosi planetario, la realizzazione di un sequel fu un processo del tutto conseguenziale e più che scontato, tenendo presente che molte delle scene del secondo film furono girate nello stesso periodo di lavorazione del primo. “Superman II” uscirà nel 1980 e sarà uno dei pochi casi dove un seguito batterà addirittura “l’originale”, sia in chiave economica che critica. E’ il periodo d’oro di Christopher Reeve che accoglierà il successo e la gloria insieme all’amico di un tempo, Robin Williams, anche lui ormai una stella affermata e pronta ad illuminare le platee e le sale cinematografiche. La sua figura comincerà ad essere indissolubilmente legata a quella dell’Uomo d’acciaio. Reeve tornerà ad indossare il mantello rosso in altri due film, qualitativamente inferiori ai primi due, ma sorretti senza dubbio dalla sue sempre ottime performance. Nel terzo, in particolare, lo vediamo dilettarsi in una duplice versione dell’eroe: una burbera e vendicativa pronta irrimediabilmente a scontrarsi contro l’animo buono e altruista dell'"umano" Clark.

In quegli anni Reeve saprà spaziare abilmente anche in altre pellicole, dimostrando una versatilità che avrebbe fatto di lui un attore completo, capace di calarsi nei ruoli più disparati. Lo vediamo, infatti, nei panni del protagonista Jonatahan Fischer nell’acclamato “Street Smart” al fianco di Morgan Freeman, e in quelli di Jack Lewis nel capolavoro “Quel che resta del giorno” accanto ad Anthony Hopkins e Emma Thompson. L’anno precedente, nel 1992, è tra gli straordinari protagonisti dell’esilarante commedia “Rumori fuori scena” film che porta sullo schermo l’opera di Michael Frayn, appartenente al genere del Teatro nel teatro.

Tre anni dopo, Il 27 maggio 1995, nel corso di una gara a cavallo a Charlottesville, Christopher Reeve cade brutalmente da cavallo, riportando lo spostamento di due vertebre cervicali. Reeve rimase paralizzato dal collo in giù perdendo l’uso di tutti gli arti. Da allora e per tutto il resto della sua vita, rimarrà costretto a vivere su una sedia a rotelle e collegato a un respiratore artificiale. Quando la notizia si spargerà, accorrerà all’ospedale anche il suo fraterno amico, Robin Williams. Erano arrivati entrambi al successo, ma quel patto di un tempo, dettato dai più puri sentimenti di amicizia stava per concretizzarsi in uno scenario purtroppo ancor più drammatico di quello che poteva essere rappresentato dalla difficoltà economica: Robin Williams coprirà gran parte delle spese per garantire all’amico l’uso di una macchina che gli permetta di vivere il più possibile.

Il destino fece una violenta breccia rompendo lo specchio tra la finzione e la verità e distruggendo l’immaginario confine che separa il sogno del cinema con la dura realtà. Il fato così crudele spianò la strada a un esito beffardo e intollerabile. Reeve, che con tale spontaneità era riuscito ad incarnare le fattezze dell’uomo d’acciaio, venne prostrato e immobilizzato da una Kryptonite dilaniante che volle ricordare con estrema crudezza quanto la fantasia possa essere, a volte, spazzata via dall’asprezza della fatalità. L’uomo non era più un “Superuomo”, non era davvero invulnerabile come poteva così tangibilmente sembrare su quel nastro di pellicola. Il suo corpo non era realmente d’acciaio e le sue ossa furono pertanto come frantumate dalla violenza di un imprevedibile e maledetto incidente. La sua forza corporale era venuta meno, le sue gambe avevano ceduto: Superman non poteva più volare su nel cielo. L’imprevedibilità aveva annientato la sicura affidabilità di un sogno, il medesimo che a noi spettatori ci aveva oniricamente illuso che quell’attore fosse ben più di un interprete, ma un vero supereroe dalla robustezza inviolabile.

Dopo l’incidente, Christopher Reeve sarà in prima linea nella lotta sui diritti dei disabili e sulla ricerca per le cellule staminali. Se il suo corpo aveva ceduto, il suo cuore continuò invece a lottare. Con quella sua coraggiosa resistenza stava dimostrando quanto i canoni di quel personaggio continuavano ad appartenergli. Reeve si elevò così ad eroe imbattibile, a un simbolo di ricerca costante di felicità, del superamento di ogni forma di afflizione fisica ma soprattutto mentale. Nel 1998, nonostante le sue condizioni, Reeve offrirà una prova di assoluto spessore nel film per la televisione “La finestra sul cortile”, remake del capolavoro di Alfred Hitchcock, dove, nonostante la suspense registica non sarà paragonabile a quella del Maestro, la prova del protagonista verrà comunque elogiata universalmente fino a fargli ottenere una nomination al Golden Globe come Miglior attore. Tra il 1998 e il 2003 scriverà due libri, in cui racconterà la sua esperienza e il suo stato d’animo, cercando di incoraggiare chi sta vivendo situazioni analoghe e trasmettendo la sua voglia di vivere. Nel 2003 e nel 2004 sarà sul set della serie “Smallville” adattamento televisivo delle origini di Superman.

Il 10 ottobre del 2004, a soli 52 anni, si spegne al Norther Westchester Medical Center di New York lasciando la moglie Dana, il figlio Will, e i figli Matthew e Alexandra avuti da un precedente matrimonio con Gea Exton.

Quel giorno, il Superman di intere generazioni, smise di volare, col cuore e con la mente, per sempre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Superman - Credere che un uomo possa volare" cliccando qui.

Vi potrebbero interessare:

3

Batman ritratto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Batman venne concepito da un’idea di un artista, tale Bob Kane. Agli stadi embrionali non era che un’immagine fetale, abbozzata, che fiorì nella fantasia fino al giorno in cui l’ora di venire al mondo giunse. La matita e i colori veicolarono la sua nascita come ostetriche e permisero il parto di questa creatura che conobbe la vita su di un foglio di carta, nel momento esatto in cui quella matita finì d’imprimere il suo ultimo tratto. Quel primo disegno andava considerato come un infante che aveva aperto per la prima volta gli occhi al mondo, ancora ben diverso dall’aspetto che assumerà quando maturerà nello sviluppo che i suoi genitori creativi infonderanno in lui. Il primo ritratto di Batman fu uno schizzo delineato con il desiderio di dare essenza ad un supereroe non ancora chiaro e cristallizzato con limpidezza nelle forme e nel costume. Solo un simbolo era evidente sin dal principio: quello di un grosso pipistrello che l’eroe avrebbe dovuto portare sul petto come fosse un emblema. Era Batman, che in quella sua iniziale raffigurazione lasciava echeggiare il suo primo pianto, come fosse venuto al mondo al cospetto dei propri creatori. Bob Kane e Bill Finger lo perfezionarono nelle settimane a venire e gli conferirono il dono della parola, racchiusa in nuvole d’inchiostro. Era il 1939. Ma Batman reificò nel pensiero di Kane ancor prima, essendo stato ispirato da un’immagine anch’essa stampata su carta e risalente addirittura a secoli e secoli antecedenti la data del periodo. Erano i disegni curati a mano da Leonardo da Vinci e rappresentanti il Grande Nibbio, la macchina volante progettata dal Genio tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Gli appunti didascalici e le illustrazioni del Grande Nibbio furono raccolti dal da Vinci nel Codice sul volo degli Uccelli. Leonardo, che sempre cercò di creare una macchina che potesse replicare il volo degli uccelli e renderlo possibile per l’uomo, realizzò una versione della suddetta idea che mimasse una sorta di volo in planato. L’apertura alare del marchingegno attirò l’attenzione del fumettista che ne trasse suggerimento per creare il mantello dell’eroe, il cui dispiegamento replicava l’apertura alare della macchina e, altresì, dei pipistrelli.

Riproduzione del Grande Nibbio di Leonardo da Vinci

 

Batman vide la luce nella storia dell’arte, il suo mito si accrebbe col volere della concretizzazione di una fantasia e nel desiderio della scoperta, dell’invenzione. Dalla stretta collaborazione tra Kane e Finger i particolari del costume si accentuarono fino a dar forma all’eroe come lo conosciamo oggi, con un background definito, un’identità umana e una storia. Batman conobbe il mondo quando completò il proprio iniziatico processo di formazione e, come albo a fumetti, venne pubblicato per l’etichetta DC Comics nel maggio del 1939; qualche anno dopo Superman, e prima di Flash, Lanterna Verde e Wonder Woman.

La figura dell’uomo-pipistrello divenne, col passare degli anni, un’icona incomparabile nel mondo del fumetto e nell’immaginario collettivo popolare. Il fascino tenebroso e maledetto del cavaliere oscuro permane tutt’oggi come se non fosse mai stato scalfito dal passare delle decadi. Batman è comparabile a un’opera che conserva la magnificenza originaria, e necessita soltanto sporadicamente di qualche lieve ritocco, eseguito dagli esperti restauratori, i quali correggendo leggermente l’estetica e modernizzando la storia riescono a rendere le sue avventure sempre al passo coi tempi.

Dietro la maschera dell’uomo-pipistrello si nasconde il miliardario Bruce Wayne. Bruce, quando era soltanto un bambino, ha assistito alla morte dei propri genitori, uccisi sotto i suoi occhi da un ladro di strada. Il drammatico evento segnò irrimediabilmente il piccolo, che giurerà sul corpo esanime del padre e della madre, che farà tutto ciò che sarà in suo potere per impedire ad altri di provare la medesima sofferenza arrecatagli da un malvivente. Il trauma cui venne investito da bambino gli farà sviluppare uno stato di diffidenza, di paranoia e sospetto che, da un lato affinerà le sue straordinarie qualità intellettive e investigative, dall’altro minerà i suoi rapporti con le altre persone. A quella fatidica notte, i suoi creatori fecero risalire alcuni elementi che andranno poi a formare la personalità del protagonista e che fungeranno da spiegazioni esaustive su quella che sarà la sua scelta. Bruce stava guardando uno spettacolo a teatro riguardante la maschera di Zorro. Come lo spadaccino che combatteva per l’indipendenza della sua gente così Batman avrà un costume color nero che potrà aiutarlo a mimetizzarsi tra le ombre. Bruce crescerà tra le cure di Alfred, il suo maggiordomo, e da lui spalleggiato, ma dalla lussuosa residenza, comincerà la sua personale battaglia contro il male che aleggia sulla città e che cercherà d’estirpare con sempre crescente vigore. Batman tutela la città di Gotham, una metropoli rigida, sozza, ricolma di quartieri sudici e periferie traboccanti di delinquenza. E’ una città fortemente inquinata, le cui esalazioni di gas si levano dagli scarichi infiammati, un centro urbano dal sapore antico, ricco di grattacieli che stagliano alti nel cielo e che recano sui propri esterni Gargoyle in pietra. Questi scenari gotici sono terreno fertile per le imprese del crociato incappucciato.

Definire Batman un antieroe dark è quanto ma sbagliato. Batman è un giustiziere, un vigilante che accetta volontariamente la propria missione di salvataggio e veglia, e alla sua gente ha offerto in un patto vincolante, la sua vita. L’adempiere questo compito che non avrà mai fine è lo scopo della sua intera esistenza, ed egli, lo assolverà fin quando la sua battaglia contro le forze del male non esigerà la sua morte. Batman non corrisponde quindi ai canoni tradizionali dell’antieroe cinico, disinteressato, che compie l’azione eroica sebbene non voglia volgere completamente se stesso alla causa. Batman è l’esatto opposto, colui che dedica tutto ciò che ha al perseguimento di un obiettivo che non ha mai fine. Al contempo, tuttavia, Batman si differenzia dall’eroe incorruttibile e senza macchia, solare e ottimista, generoso e altruista, tutti criteri personificati da Superman. Batman è un eroe oscuro, deciso, violento con i criminali più efferati, tormentato e distolto. Egli, nella sua interpretazione più classica, agisce sulla linea che demarca i due stadi esistenziali dell’eroismo, quello dell’eroe vero e dell’antieroe, poiché non corrisponde completamente né all’uno né all’altro. Egli vive in una sorta di stasi sospesa tra le due realtà parallele, ed è ciò che calca maggiormente l’unicità di questo supereroe. Batman si differenzia dagli altri personaggi anche perché non possiede alcun superpotere, è un uomo comune, mortale e vulnerabile, ma che si è sottoposto ad addestramenti severi e tempranti che ne hanno fortificato il fisico, le abilità e la tenacia, permettendogli di superare il limite delle possibilità umane.

Batman è l’umanizzazione di una rara forma di paura. Egli deciderà di sfruttare il pipistrello, quel volatile notturno che tanto gli aveva arrecato spavento da bambino per farne un suo simbolo e terrorizzare i criminali. Batman si riveste della sua stessa paura per divenire un demone della notte dal terrificante aspetto che possa seminare il panico nel cuore e nella mente dei malavitosi. Eppure, egli si fa carico di una paura particolareggiata, un sentimento di allerta che da una parte si erge ad effige immateriale di terrore verso tutti coloro che compiono azioni malvagie, dall’altra ha l’obiettivo di costituire l’emblema carnale di giustizia e bontà. La paura intessuta tra i filamenti del mantello di Batman è un’arma contro i criminali di tutto il mondo ma anche un rifugio, come fosse un drappo di velluto sotto cui gli innocenti possono trovare riparo. Timore e speranza possono essere trasfigurate nel simbolismo di due mani che si toccano vicendevolmente e combaciano come epidermide appartenente alla stessa natura, ed esse si uniscono, piegando ogni dito nello spazio corrisposto e lasciato libero dal palmo. Le due mani si stringono in un’univoca presa, rappresentando un’alleanza comune di terrore e speranza. Batman è paura ma è altresì gioia per gli indifesi. Egli agisce nell’ombra ma è come fosse un faro di luce che schiarisce l’oscurità della notte. Il vigilante viene come posseduto da questo continuo dualismo tra luce e oscurità che lo vede sostare nell’ombra come un faro prossimo ad accendersi. Batman è la metamorfosi di una notte buia, di una mezzanotte che rintocca per scandire l’inizio di un’attività criminale senza tregua, ed egli combatte per fermarla prima del sorgere delle prime luci dell’alba: egli è notte che trascorre per garantire un nuovo giorno, che possa essere più sereno di quello già trascorso.

Il Batsegnale che proietta in cielo il simbolo del pipistrello è il grido d’aiuto di un popolo che vede in quel fascio di luce l’allegoria di un provvidenziale salvatore.

La mitologia di Batman è composta da innumerevoli Villan che hanno personalità complesse, pieni di sfaccettature psicologiche e caratteriali con storie curate e approfondite. Tra gli avversari più pericolosi di Batman, Due Facce è colui che più di altri ricalca il tema della dualità, della personalità divisoria che in un mondo governato dal disordine ha come unica fonte di giudizio la sorte, immaginata sotto forma di una moneta, il cui lancio è capace di dare un solo esito tra due possibili scelte. Dopo di lui meritano una menzione speciale:

  • Il Pinguino, dall’aspetto grottesco e dal carattere insensibile e orripilante, che rappresenta una sorta di boss del crimine anch’esso chiamato col nome di un volatile. Vestito con tuba, frak, e munito di monocolo, porta sempre con sé un…ombrello.
  • Lo Spaventapasseri, vera e propria personificazione estetica del fantoccio, che incute paura agli uccelli per allontanarli dalle coltivazioni, diventa esso stesso paura da riversare sul “volatile umano” quale è Batman. Crane è la parte più tetra dell’emozione della paura trattata nelle opere di Batman, trasformando l’astratto terrore immaginato in un incubo che la vittima crede di star vivendo davvero. Se Batman è “paura” avversa ai soli criminali, Crane si eleva al rango di paura universale, metamorfizzata e siffatta ad uomo, che può contagiare chiunque come un’infezione per cui non esiste alcuno antidoto. Lo Spaventapasseri crede fermamente che ogni scelta compiuta dall’uomo sia legata alla paura.
  • L’enigmista, il cui vero nome è Edward Nigma, è una personalità distorta e compulsiva. E’ ossessionato dagli enigmi con i quali anticipa spesso le sue prossime mosse, sfidando le autorità a capire ciò che si nasconde dietro i suoi indovinelli. Nigma è intimorito dall’arguzia di Batman e vuol metterlo alla prova in una sottile sfida d’intelligenza che verte sul comprendere le mosse dell’avversario anticipandone gli indizi contenuti tra gli enigmi.
  • Freeze, glaciale avversario con un cuore di ghiaccio che batte solo per la propria sposa. Freeze adopera con destrezza un’arma congelante e può sopravvivere solo restando all’interno di una speciale tuta criogenica che mantiene la temperatura del suo corpo al di sotto dello 0.
  • La velenosa e bellissima Poison Ivy, crudele madre natura somigliante a un’eterea ninfa dei boschi che cammina a piedi spogli restando nuda, rivestita di sole foglie. Ella è in grado di dar voce e anima alle piante ed è il simbolismo vivente della feroce vendetta della natura sull’indifferenza dell’uomo.
  • Bane, colossale nemico dotato di una forza sovrumana alimentata dal Venom.
  • L’immortale Ra's al ghul che anela a un utopistico mondo privo di criminali e che ricerca il bene generando altro male in un’esistenza che verte all’eternità.
  • Hugo Strange, sadico psichiatra dalla sopraffina intelligenza.

La galleria dei nemici comprende molti altri avversari di spessore. Tra questi, villan come Clayface, Killer Croc e Solomon Grundy rappresentano uno stadio successivo, dove la deformità della mente tipica dei precedenti avversari viene sostituita da una mostruosità nel corpo.

Contro ognuno dei suoi acerrimi nemici, Batman sperimenta una sfida che ne mette a dura prova la resistenza, l’audacia e la perspicacia. Lo Spaventapasseri, ad esempio, sfida le paure inconsce e mai superate di Batman, Ra's al ghul i suoi intoccabili dogmi di incorruttibilità e di discernimento tra moralità e immoralità, e Poison Ivy, come l’antieroina Catwoman, con la sua bellezza fa vacillare la sua resistenza in quanto tentazione sensuale del male. Le pulsioni sessuali che Bruce prova nei confronti delle donne fatali quali possono essere Poison Ivy, Talia al Ghul e Harley Quinn vengono sublimate nel suo intenso e passionale rapporto con Selina Kyle, la più rappresentativa tra le donne pericolose che è riuscita a far invaghire Batman di lei e a costruire un rapporto in cui l’amore e l’odio si intrecciano in un contesto avventuroso e d’azione. 

Ad allietare la solitudine di Batman sono i personaggi di Robin, Nightwing e Batgirl, divenuta poi Oracle, ed in particolare Alfred che riveste il ruolo di padre adottivo, alleato e confidente. Tuttavia, la misantropia di Bruce è un male incurabile. L’astraente senso del dovere che lo opprime gli impedirà di poter mai vivere una vita normale.

Bruce Wayne, come vollero Bob Kane e Bill Finger, è un figlio dannato. Un cavaliere maledetto, ossessionato dalla reminiscenza della morte dei suoi cari genitori. Egli vive schiacciato da un irrazionale senso di colpa che lo conduce a sentirsi come responsabile della loro morte. Batman è un eroe disturbato, la cui “sofferente pazzia” trova ristoro nella battaglia per un fine superiore. Quella di Batman è un’assuefatta follia razionale che viene sepolta sotto il peso dell’armatura che lo aiuta a tollerarne il dolore. Quella che definisco la sua follia razionale è diametralmente opposta alla follia irrazionale, insana e omicida del Joker, la sua nemesi. Batman e Joker sono due facce di una medaglia che li vede uno contro l’altro, in una atavica battaglia tra bene e male. Joker è ossessionato dalla sua esistenza, ed è attratto da ciò che rappresenta l’eroe mascherato non l’uomo. Batman è la democrazia equilibrata, Joker l’anarchia dell’insurrezione sregolata. I due vengono stilisticamente rappresentati in maniera opposta anche per un piccolo dettaglio che molto spesso sfugge all’attenzione: la seriosità e l’ilarità.

Joker genera l’incubo reale di una felicità spensierata e senza regole che sfocia nella cruenta apatia. Quello di Batman è un temperamento drammatico, afflitto, angoscioso, quella del clown è invece una lucida follia, esternata in una risata inquietante che trova piacere nell’attuazione del dolore. Batman soffre e alimenta la bontà insita del suo animo nell’afflizione, Joker incrementa la propria malvagità nella vivacità macabra della comicità. Nella contrapposizione tra Batman e il Joker, la drammaticità rappresenta il bene e l’ilarità il male. La compromessa sanità mentale di Batman ricerca l’ordine, l’instabilità mentale del Joker il caos, in un continuo gioco fatale che li vede contrapposti.

L’architettura imperscrutabile del palazzo mentale qual è la mente di Batman è paragonabile alle salde mura di Arkham, dove restano segregate nelle profondità irraggiungibili delle celle le torbide paure e i tormenti ansiogeni di un uomo che ha trasformato il dolore in fuoco che arde per dar calore e fiamma al suo volere.

Batman custodisce dentro di sé uno spirito crucciato, un animo desolato e oppresso. Le sue disperate fatiche compiute sempre con enorme rischio sembrano voler far intendere che Batman non tema mai la morte e che l’accolga come una liberazione. Come un autunno prossimo a cessare, l’anima del cavaliere oscuro può essere descritta come un paesaggio malinconico con cumuli di foglie rattrappite che giacciono senza vita e colore sul freddo terreno. E’ lo spirito di un uomo che vive da sempre in un interminabile inverno, stagione che avverte interiormente e che scandisce ogni giornata della sua vita con pioggia copiosa e nevicata incessante. Batman vive in un lungo inverno che non può essere ravvivato da alcun soffio estivo. E’ proprio in una notte gelida che Batman appare in piedi sulla cima di un palazzo, quando la luna piena su nel cielo sembra essere alle sue spalle e un fulmine che tuona dal nulla illumina per qualche istante la sua sagoma minacciosa.

Batman è mente pensante che riflette sull’asperità dell’esistenza con il gelo dell’inverno, la sola atmosfera che lo avvicina ad un senso di quella chiusura intima che motiva la propria battaglia. Bruce nella malinconica bellezza dell’inverno ha trovato se stesso, la sua doppia vita, la sola causa eroica che dà un senso normale a un mondo anormale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Un cast pieno zeppo di stelle, da Johnny Depp a Michelle Pfeiffer, da Penelope Cruz a Daisy Ridley, da Willem Dafoe a Judi Dench: tutti loro ci attendono a bordo dell'Oriente Express.

Per ingannare l'attesa dei giorni che ancora ci separano all'uscita di "Assassinio sull'Oriente Express", diretto ed interpretato da Kenneth Branagh, gustiamoci insieme il nuovo trailer in italiano:

Il film verrà distribuito il 10 novembre 2017 negli Stati Uniti e arriverà a dicembre in italia.

Redazione: CineHunters

"La mummia", il film che ha inaugurato il Dark Universe, progetto molto ambizioso della Universal che si prefigge l'obiettivo di realizzare un universo cinematografico condiviso dei propri mostri più iconici, è disponibile in blu-ray e blu-ray 3D.

L'horror d'azione con protagonisti Sofia Boutella nelle vesti della regina Ahmanet e Tom Cruise nel ruolo di Nick, è un remake del classico del 1932 con Boris Karloff e dell'avventuroso lungometraggio di grande successo del 1999 con Brendan Fraser.

Ai film della mummia abbiamo dedicato tre articoli che approfondiscono il mito e l'iconografia della creatura nel cinema. Potete leggerli cliccando ai seguenti link:

Recensione "La mummia" 1932

Recensione e analisi "La mummia" 1999

Recensione "La mummia" 2017

Il dvd, già prenotabile, sarà disponibile su Amazon a partire dal 4 ottobre. Potete acquistare il blu-ray e il blu-ray 3D de "La mummia" del 2017 su amazon cliccando ai seguenti link:

Redazione: CineHunters

Arnold Schwarzenegger, il solo e unico T-800 e l'indiscusso Terminator, e Linda Hamilton, la prima e indimenticabile interprete di Sarah Connor, torneranno nel sesto film della saga di Terminator.

A produrre questo nuovo episodio sarà proprio James Cameron, il creatore del franchising e regista dei primi due capitoli della saga. L'intenzione di Cameron sarà quella di dare il via ad una nuova trilogia che rispetti lo stile dei suoi primi due film e che inaugurì un nuovo ciclo di storie, differenti da quelle viste in "Terminator 3: le macchine ribelli", "Terminator: salvation" e "Terminator Genisys". Arnold e Linda avranno l'onore di creare con i nuovi personaggi un forte legame tra il passato e l'imminente futuro della saga.

Il prossimo Terminator sarà diretto da Tim Miller, e scritto da David Goyer, Justin Rhodes, Charles Eglee e Josh Friedman.

Potete leggere la nostra recensione di "Terminator" cliccando qui

Redazione: CineHunters

Alicia Vikander, già premio Oscar nel 2016 come miglior attrice non protagonista, raccoglie l’eredità cinematografica di Angelina Jolie ed è pronta a diventare Lara Croft in questo nuovo capitolo reboot della saga di “Tomb Raider”.

Il film e l’aspetto di Lara, giovane, snella ma ugualmente forte, armata di arco e frecce e abile a scalare le alture con l’ausilio di una piccozza, sono chiaramente ispirati agli ultimi capitoli videoludici “Tomb Raider” e “Rise of the Tomb Raider”, in cui ci è stata proposta una Lara meno esperta ma non per questo meno votata all’azione.

Alicia Vikander, pur non incarnando i canoni estetici della Lara più amata dai videogiocatori, quella delle precedenti avventure, somiglia moltissimo alla versione moderna del personaggio. “Tomb Raider” sarà quindi da intendersi come l’adattamento cinematografico della più recente Lara Croft.

Gustiamoci insieme il teaser di presentazione e a seguire il trailer di “Tomb Raider” in italiano:

Il film verrà distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 16 marzo 2018.

Redazione: CineHunters

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: