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Recensione “Il sipario strappato” – Fredda cortina

"Il sipario strappato” è un film di Alfred Hitchcock, uscito nelle sale nel 1966 e distribuito dalla Universal.

Il titolo originale dell'opera Hitchcockiana è "Torn Curtain". Curtain in inglese significa sia “sipario” sia “cortina”: il riferimento è naturalmente alla “cortina di ferro” dell’epoca della guerra fredda in cui la storia si dipana lungamente come un drappo di sipario consunto.

Dopo il disastroso flop di “Marnie” sia di pubblico che di critica, per Hitchcock si rendeva necessario girare un film che gli risollevasse anche il morale. Dopo essersi dedicato a tre differenti soggetti senza arrivare a nessuna conclusione, il regista decise di realizzare un film di spionaggio. Si trattava di un filone di cui fino a poco tempo prima Hitchcock era ritenuto un maestro. Il soggetto de “Il sipario strappato” trae spunto da una vicenda verificatasi nel 1951 e che aveva a suo tempo suscitato scalpore: due rinomati diplomatici inglesi Guy Borgess e Donald Maclean, avevano inaspettatamente deciso di rifugiarsi in URSS. La stesura della sceneggiatura fu piuttosto travagliata. Dopo le prove insoddisfacenti di alcuni sceneggiatori britannici, Hitchcock affidò lo script al romanziere Brian Moore, ma non completamente soddisfatto, chiese aiuto a due drammaturghi e sceneggiatori inglesi, Keith Waterhouse e Willis Hall, autori fra l’altro del grande successo teatrale “Billy il bugiardo”.

Anche le riprese del film non furono molto felici; il maestro non si trovò a suo agio con gli attori protagonisti, che, per certi versi, gli erano stati imposti dalla produzione.  Le maggiori difficoltà si riscontrarono con Paul Newman, che aveva frequentato l’Actor’s Studio e di conseguenza portato a intervenire nella definizione del suo personaggio, cosa che Hitchcock non sopportava. I compensi degli attori sottrassero poi i fondi necessari a mandare oltre oceano una troupe americana. Ma la cosa che andò peggio fu il commento musicale che Hitchcock affidò al suo vecchio collaboratore Bernard Hermann. Il maestro non rimase contento del risultato ottenuto e quindi chiese la collaborazione di un altro compositore. Fu così che tra Hitchcock e Hermann si aprì un’inaspettata spaccatura collaborativa che non venne più ricucita. Di sicuro migliore apparve il rapporto con il direttore della fotografia, John F. Warner. Anche all’illuminazione venne data molta importanza e una cura quasi maniacale fu dedicata alla realizzazione di una fotografia limpida e fredda, intonata perfettamente al clima della vicenda narrata. Però, malgrado tutti gli accorgimenti messi in cantiere “Il sipario strappato” non ebbe il successo desiderato, stroncato dalla critica e non tanto apprezzato dal pubblico, in quanto il film appartenente al filone dello spionaggio si presentava piatto, stanco, puerile. Tutto dava ad intendere che l’idillio fino a quel tempo vissuto fra Hitchcock e il pubblico era definitivamente tramontato.

In effetti, “Il sipario strappato” presenta più di uno strappo, più di una lacerazione: la sceneggiatura lascia a desiderare, la narrazione si disperde in parecchi rigagnoli e diventa frammentaria e ripetitiva. Il ritmo non è quello dei migliori film di Hitchcock e si nota una certa rilassatezza. Ciò che manca ne “Il sipario strappato” è la capacità di coinvolgere lo spettatore, di farlo “interagire” con i personaggi. A tratti però il film è anche gradevole e si lascia guardare in tutto il suo humour graffiante.

Scriveva Hitchcock in merito al suo film e a quanto sia difficile uccidere: “Con questa lunghissima scena di assassinio ho voluto innanzitutto prendere in contropiede uno stereotipo. Di solito, nei film, un assassinio si svolge molto velocemente: un colpo di coltello, un colpo di fucile, il personaggio dell’assassinio non si sofferma nemmeno a esaminare il corpo per vedere se la sua vittima è morta o no. Allora ho pensato che fosse arrivato il momento di far vedere quanto è difficile, arduo e lungo uccidere un uomo. Grazie alla presenza del tassista davanti alla fattoria, il pubblico non ha obiezioni al fatto che l’assassinio debba essere silenzioso; questo spiega perché non si possa neanche porre il problema di sparare un colpo di arma da fuoco. Conformemente al nostro vecchio principio, l’assassinio deve essere eseguito con mezzi che ci vengono suggeriti dal posto e dai personaggi. Siamo in una fattoria ed è una contadina che uccide; quindi utilizziamo degli strumenti domestici: la pentola piena di minestra, un trinciante, un badile e infine il forno della cucina a gas”.

Per “Il sipario strappato” Hitchcock aveva girato una scena che poi decise di eliminare, in parte perché allungava troppo la storia, in parte perché non era contento di come Newman l’aveva interpretata. La scena, di grande tensione e humour nero, era successiva a quella dell’assassinio di Gromek e si svolgeva in una fabbrica che Armstrong visitava in compagnia dei funzionari governativi.

Come sempre, anche ne "Il Sipario strappato" Hitchcock ha cercato di evitare il più possibile stereotipi ed elementi scontati, cosa tanto più difficile trattandosi di un film di spionaggio, genere allora molto frequentato.

Sappiamo tutti che Hitchcock si divertiva a firmare i suoi film comparendo come per caso in una breve inquadratura. Lo ha fatto anche nel Sipario strappato: lo si può scorgere nella hall di un albergo, mentre ha in braccio un bambino impertinente.

Redazione: CineHunters

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