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"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Il Tirannosauro è uno dei simboli del cinema di fantascienza di Steven Spielberg. Potete leggere di più su “Jurassic Parkcliccando qui.

 

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di un impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

 

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3ms, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Fabrizio Frizzi veniva citato, con una punta d'ironia, durante un esilarante scambio di battute tra i personaggi interpretati da Corrado Guzzanti e Antonio Catania nella serie televisiva italiana “Boris”. Diego Lopez, il delegato di rete interpretato da Catania, affermava che Frizzi faceva parte della ristretta cerchia degli attori italiani appartenenti all’ambita “Prima fascia”. Qualunque ruolo di prestigio poteva essere, dunque, interpretato da lui. Era, di certo, un’espressione affettuosa. Fabrizio Frizzi non era propriamente un attore e, naturalmente, non aspirava ad essere un interprete di prima fascia del cinema o della fiction nostrana. Egli faceva parte di un’altra categoria di artisti. Una cosa, infatti, Fabrizio era davvero: un presentatore eccellente, d'indiscussa eleganza, di pregevole raffinatezza e d'impareggiabile educazione. Un signore in tutto e per tutto, un artigiano della televisione italiana, in altre parole: un assoluto conduttore di prima fascia! Una verità da affermare, questa volta, senza alcuna velata ironia.

Fabrizio Frizzi aveva un sorriso affettuoso, dei modi di porsi sempre gentili e una mimica facciale bonaria. Era un presentatore di spicco, che condusse molti dei programmi di maggior successo della Rai. Era entrato nelle nostre case restando circoscritto tra i confini di una scatola meccanica, di una TV per la precisione. Eppure, sebbene fosse distante, noi spettatori riuscivamo a sentirlo vicino, come fosse una presenza amica. Fabrizio aveva il dono di riuscire a farsi voler bene da tutti coloro che potevano osservarlo nel mentre lui intratteneva. Ma al di là del suo successo come presentatore, Frizzi ha occupato e occuperà sempre un posto speciale nel cuore e nei ricordi di tutti coloro che hanno ascoltato la sua voce quando lui la prestò ad uno splendido personaggio della Walt Disney e della Pixar.

In "Toy Story", e nei successivi capitoli, Fabrizio Frizzi era la dolce e coraggiosa voce di Woody, il pupazzo animato, vivo e senziente di uno sceriffo. Nella storia del film, era il giocattolo preferito del protagonista umano Andy, ed aveva assunto il ruolo di guida per tutti gli altri giocattoli. Woody si prendeva cura della sua “famiglia di pezza” con una dolcezza simile a quella dell’uomo a cui doveva la sua voce italiana. Il dolce e impeccabile doppiaggio del personaggio di Woody permise a Frizzi d'essere conosciuto e apprezzato dai più piccoli, i quali, udendo il suo parlato, crebbero ricordandola come una delle voci della loro infanzia.

E' scomparso un presentatore ma soprattutto un uomo di grande valore. Una personalità garbata e affabulante.

Fabrizio, te ne sei andato in punta di piedi, nell’egual modo in cui, tanti anni fa, sei entrato nei salotti delle nostre case. Ma col tuo passo leggero, hai lasciato un’impronta indelebile.

Mi piace pensare che Fabrizio Frizzi sia volato su nel cielo, verso l'infinito e oltre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

La trilogia reboot di "Tomb Raider" si appresta a giungere a conclusione. Dopo il primo capitolo "Tomb Raider" e "Rise of the Tomb Raider", la giovane Lara Croft si prepara a vivere la sua terza avventura che la formerà definitivamente come l'archeologa spericolata ed eroica che tutti conosciamo.

"Shadow of the Tomb Raider" avrà tra le sue affascinanti ambientazioni le civiltà dei Maya e degli Aztechi. Il videogioco verrà presentato ufficialmente il 27 aprile, in un evento che svelerà i dettagli sulle varie edizioni del gioco da preordinare insieme alle particolarità sul gameplay e sulla trama di "Shadow of the Tomb Raider."

Il gioco uscirà su PlayStation 4, Xbox One e PC il 14 settembre 2018.

Ecco il teaser trailer:

Cogliamo l'occasione per invitarvi a leggere la nostra recensione e analisi (con SPOILER) “Tomb Raider” (2018) – Come un bacio lasciato sulla fronte. Potete leggerla cliccando qui.

Redazione: CineHunters

Le note iniziali del brano "Get Wild", celebre estratto musicale che riecheggiava nel finale di ogni puntata dell'anime, preannunciano l'arrivo di un nuovo film di "City Hunter".

E' stato rilasciato un nuovo teaser trailer che conferma la lavorazione di una nuovissima pellicola d'animazione che riporterà in scena Ryo Saeba e Kaori Makimura. Il lungometraggio, che celebra i 30 anni di "City Hunter",  sarà realizzato dallo studio d'animazione Sunrise, e diretto da Kenji Kodama, lo stesso regista che ha diretto le serie tratte dal manga del maestro Tsukasa Hojo. Inoltre, torneranno ancora Akira Kamiya e Kazue Ikura, le inconfondibili voci originali di Ryo e Kaori.

Non ci resta che aspettare il 2019!

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Redazione: CineHunters

Alicia Vikander è Lara Croft - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Giovane e spericolata, Lara

Al termine di una delle sua innumerevoli avventure, Lara finì per restare sepolta sotto un cumulo di macerie, quando l’ingresso della Grande Piramide di Giza, improvvisamente, collassò. Era l’atto finale di “Tomb Raider – The last Revelation”, il quarto capitolo della saga di “Tomb Raider”. Lara fu data per dispersa. In molti credettero, sbagliando, che fosse morta e che avesse infine trovato riposo tra quelle arcane tombe che, da sempre, costituirono gli intriganti scenari delle sue entusiasmanti ricerche. Venne allestito un funerale di commiato per volgere l’ultimo saluto alla scomparsa Lara Croft. A questa cerimonia presenziarono gli amici più cari, i quali deposero rose rosse ai piedi di un’imponente statua che ritraeva la ricca ereditiera in una delle sue pose più iconiche, nel mentre impugnava le sue due pistole dalle munizioni illimitate. Poco dopo quella cerimonia funebre, Winston, il maggiordomo di Lara, accompagnato dall’amico Charles Kane e da Padre Dunstan tennero una veglia privata al Maniero dei Croft, scambiandosi interessanti aneddoti e rievocando storie riguardanti alcune delle vicende più ardimentose dell’archeologa scomparsa. In particolare, Padre Dustan ne raccontò una dalle tinte inquietanti.

Molti anni addietro, quando il religioso fu chiamato a compiere un esorcismo sulla temibile Isola Nera in cui albergava una forza demoniaca, fu seguito a sua insaputa da una giovane e spericolata Lara, la quale si nascose sul bastimento utilizzato per la oscura e misteriosa missione. Lara, a quel tempo, aveva solamente diciassette anni. Ma non era una questione d’età. Fin da quando era soltanto una ragazzina, possedeva un temperamento irrequieto, animoso e impavido. Ella non riusciva proprio a star tranquilla, a vivere serenamente tra le agiatezze della propria casa e le ricchezze ereditate dall’alto lignaggio a cui apparteneva. Già da ragazza, Lara sognava di vivere incredibili avventure, d’intraprendere viaggi esotici e di esplorare zone non ancora battute da rinomati archeologi. Ed in questa particolare avventura, ambientata nell’Isola Nera, una giovanissima Lara viveva una delle sue peripezie iniziatiche. Era solamente una ragazzina, ma il suo aspetto era già consolidato: i suoi folti capelli erano avvolti in due trecce che le scendevano giù per le spalle. Portava sulla schiena uno zainetto e non padroneggiava ancora alcuna arma. In quell’isola dalle venature orrifiche, aveva come suo solo espediente difensivo il proprio ingegno e la propria sagacia.

Lo scenario dell’Isola Nera che ho presentato con fare descrittivo rappresentava la terza avventura del quinto capitolo della saga classica di “Tomb Raider”, vale a dire “Tomb Raider – ChroniclesLa leggenda di Lara Croft”. Tale “episodio” ci permetteva d’interagire con una Lara inesperta, insicura ma al contempo decisa più che mai ad ascendere, una volta raggiunta l’età adulta attraverso questa sorta di rito d’iniziazione, al ruolo di astuta e implacabile eroina. “Chronicles”, nella sua interezza di gioco, si prefiggeva l’obiettivo di tributare, tramite il ricordo, la leggenda dell’archeologa inglese, dal suo battesimo del fuoco, avvenuto in quell’isola presidiata da un’entità maligna, fino a rinarrare le sue traversie più pericolose. E’ questa Lara Croft: una leggenda, una maschera di donna indomabile, bellissima, un’icona di femminilità indipendente, l’emblema carnale di magnetismo fisico e caratteriale convogliato in una personalità ricca di sfaccettature. Far vivere al videogiocatore un’esperienza di gioco che garantisse la possibilità d’immedesimarsi con una Lara così incerta e ancora fin troppo impreparata fu una scelta coraggiosa che venne poi ripresa del tutto dalla Crystal Dynamics, quando produsse il reboot videoludico “Tomb Raider”. In quest’ultimo videogioco, Lara andava incontro a un grosso cambiamento estetico oltre che biografico. Tale rivisitazione del personaggio fu ideata da Rhianna Pratchett, la quale volle umanizzare e rendere più fragile la figura dell’archeologa. La Lara di questa nuova saga è giovane, spaventata ed emotivamente delicata. Sarà la sua prima esperienza avventurosa e la conseguente lotta per la sopravvivenza su di un’isola remota a farle sviluppare le capacità che la renderanno celebre. Come accaduto anni or sono, con la Lara di “Tomb Raider Chronicles”, per certi versi nel “Tomb Raider” del 2013 Lara Croft adempiva il proprio percorso di sviluppo tra incertezze e fughe rocambolesche ancora su di un’isola colma di fatali pericoli.

La Lara interpretata al cinema da Alicia Vikander è del tutto ispirata al reboot “Tomb Raider” e, per tale ragione, ci racconta la prima, vera avventura di una giovane, spericolata e inedita Lara Croft.

  • Da Angelina ad Alicia

Alicia Vikaner non è la prima interprete a conformare i lineamenti del proprio viso con quelli della ricca ereditiera delle fortune dei Croft. Ad inizio Duemila, Angelina Jolie vestì i panni di Lara. Angelina Jolie dava l’impressione d’essere nata per interpretare un simile personaggio, tanto il suo aspetto quanto il suo corpo statuario e la sua presenza scenica richiamavano le fattezze dell’originale. Angelina Jolie era l’interprete di Lara Croft perfetta, calata però in trasposizioni non certo impeccabili: se il primo film poteva essere ritenuto un divertente e adrenalinico action-movie, l’atmosfera dei videogiochi veniva soltanto accennata e pertanto non trasposta fedelmente. Il secondo film a cui Angelina Jolie partecipò, ovvero “Tomb Raider – La culla della vita”, fu ancor meno avvincente del primo capitolo cinematografico. Nonostante le due pellicole fossero alquanto inferiori a quelle che potevano essere le aspettative del periodo, entrambe potevano pur sempre contare sull’avvenente presenza della diva. Angelina Jolie, col suo volto scolpito, le sue forme prosperose, e il suo talento aduso ai ruoli d’azione, incarnò l’inimitabile essenza classica della più pura Lara Croft, l’audace esploratrice che non trema difronte a nulla, colei che trionfa battendosi con ardore e che svela enigmi con l’intelligenza di chi abbina alla propria vena intuitiva una cultura scaturita dallo studio e dalla passione per l’antico.

La Lara Croft dei primi “Tomb Raider” sembrava avesse preso vita. Angelina Jolie indossava una canotta nera e un paio di pantaloncini corti che lasciavano intravedere gran parte delle cosce. Dall’attaccatura dei capelli scendeva una fluente ciocca bruna. Le sue pistole, dentro una doppia fondina stretta sui fianchi, erano sempre pronte per essere estratte.

Alicia Vikander personifica, invece, la Lara Croft degli ultimi anni e se venisse confrontata al personaggio visto nel “Tomb Raider” del 2013 e nel suo seguito “Rise of the Tomb Raider”, è evidente come l’attrice svedese sia una scelta più che azzeccata. La Lara dei recenti “Tomb Raider” è un’eroina fanciullesca alle prese con forze oscure, le quali, palesandosi in tutta la loro brutalità, spezzano l’innocenza della sua giovinezza, trascinandola in un modo fatto di terrore e sgomento. Ella è altresì una donna timorosa e proprio nel domare tale paura riesce a scovare quell’ardore che la contraddistinguerà in futuro. Questa particolare Lara Croft è un’eroina in divenire, come quella rappresentata in quell’episodio di “Chronicles” cui facevo cenno, e a differenza della sua incarnazione precedente, deve formarsi. Quale dovrebbe essere, dunque, la migliore Lara Croft? Quella di Angelina Jolie che si rifà alla veste indomita, seducente e tradizionale del personaggio o quella di Alicia Vikander, che assume i panni di una Lara acerba ma vigorosa? Vale il medesimo giudizio che bisognerebbe adoperare per i videogiochi della saga di “Tomb Raider”. Poiché sono tutte proiezioni di un medesimo ideale, figure di una stessa ispirazione, non esiste una Lara migliore dell’altra. Ciononostante, potrei smentirmi io stesso e ammettere che esiste davvero. La migliore sarà sempre colei che preferite.

E’ e sarà sempre una scelta soggettiva. Se chi legge è un appassionato di “Tomb Raider” capirà perfettamente quanto sto scrivendo. Vi è sempre un “Tomb Raider” che custodiamo nel cuore più di un altro, e assieme a quel titolo, c’è quella specifica Lara che ha rapito il nostro cuore ancor più delle altre. Nel corso degli anni si sono succedute decine di Lara Croft e ognuna di esse aveva un che di speciale che la rendeva diversa dalle altre e, per tale ragione, unica.

Chi sta scrivendo queste righe di recensione vuole ammettere che la sua Lara prediletta resta quella di “Tomb Raider – Anniversary”. Sarei, dunque, orientato a scegliere sempre la Lara Croft dal look classico, eppure, come sono riuscito ad apprezzare i recenti capitoli videoludici, ho potuto gustare l’adattamento cinematografico del 2018 senza pregiudizi di ogni genere, sperando di poter essere rapito ancora una volta da quest’ultima reinterpretazione del mito di Lara Croft.

  • Lara Croft torna al cinema

Il “Tomb Raider” diretto dal norvegese Roar Uthaug alza il sipario mostrandoci un’inconsueta Lara, intenta a battersi su di un ring in una palestra di periferia. Non è una dottoressa in archeologia, come ognuno di noi si attendeva, anzi tutt’altro, ella non frequenta neppure l’università, sbarca il lunario facendo piccoli lavori saltuari e non è per nulla interessata a raccogliere le redini dell'azienda di famiglia. Lara cerca, in maniera infruttuosa, di trovare il suo posto nel mondo. Inizialmente, Lara pare assumere i contorni di una ragazza infelice e ribelle, che fugge dalle imposizioni dettatele dagli adulti. Sebbene siano trascorsi 7 anni dalla scomparsa del padre, non riesce a darsi pace e desidera ritrovare l’adorato genitore. Quando rinverrà un indizio lasciatole dal padre, Lara partirà alla sua ricerca, in un viaggio che la condurrà a raggiungere un'isola misteriosa al largo delle coste del Giappone, nel bel mezzo del "Mare del Diavolo". Sara nuovamente un’isola sconosciuta l’habitat prescelto per la nascita e la formazione di un simbolo che ha nome in Lara Croft. Scortata dal capitano della nave Lu Ren, anch’egli orfano di padre, Lara imboccherà, infatti, un percorso che la plasmerà come spericolata archeologa a caccia di reperti antichi e città perdute.

Se l’inizio del film ci permetteva di osservare una protagonista fastidiosamente diversa dalla sua controparte originaria, quasi inverosimile e atipica in quelle sue lotte con i “guantoni da boxe” e in quelle sue corse in bicicletta tra le strade cittadine, la rotta viene fortunatamente ben presto invertita. Il lungometraggio di Uthaug rende onore all’omonimo videogioco del 2013 da cui trae il proprio sviluppo narrativo, portando in scena una trama molto simile a quella del reboot videoludico. Le inquadrature imitano il gioco e le situazioni in cui Lara rischierà la vita e dovrà salvarsi sempre per il rotto della cuffia, compiendo salti prodigiosi o dovendo far fronte a cadute vertiginose, rimandano ad altrettante sequenze spettacolari riprese dal videogioco e trasposte in live-action. Gli elementi estrapolati dallo stile di gioco di “Tomb Raider” ci sono tutti: Lara camminerà su assi posizionate in bilico su dirupi che cedono nel vuoto, scalerà impervie alture con l’ausilio della sua picozza, si mimetizzerà sfruttando la vegetazione che la circonda e, ancora, si muoverà in silenzio sorprendendo di soppiatto i suoi nemici e risolverà, infine, i rompicapi più ostici. “Tomb Raider” è un buon adattamento filmico se consideriamo il suo essere tratto da un videogioco, merce piuttosto rara se dovessimo prendere in esame le recenti trasposizioni ispirate ai titoli per console più famosi. I principali difetti del film sono comunque imputabili alla caratterizzazione dei personaggi di supporto, decisamente scialba, e ad alcuni sviluppi della storia, i quali non potranno che essere ritenuti banali o fin troppo semplicistici.

Il “Tomb Raider” con Alicia Vikander parla di sopravvivenza. Ed è proprio per sopravvivere che Lara sarà costretta a uccidere un brutale assalitore: tale accadimento costituirà per lei il primo assassinio. Come veniva mostrato in “Tomb Raider – Anniversary”, quando Lara si trovava costretta a prendere la decisione di uccidere un suo cruento avversario, anche nel film del 2018 questo evento segnerà una crescita nella freddezza dell’eroina. L’iniziale turbamento e lo shock per quanto ha dovuto commettere verranno espressi da una percepibile sofferenza. Non a caso una simile scena, necessaria per dare il via allo sviluppo della protagonista, precederà per Lara il ritrovamento dell’adorato padre, figura cardine per la completa evoluzione della donna.

E’, infatti, il rapporto tra Lara, intesa questa volta non come eroina ma semplicemente come figlia, e il padre ritrovato ad essere al centro della narrazione. Lara ricorda come il padre era solito, prima di partire per un suo lungo viaggio, salutarla dandole un bacio sulla fronte. Rammenta sempre che il papà avvicinava le sue due dita alla bocca e poi, quelle sue stesse dita le posava delicatamente sulla fronte della piccola figlioletta, come a volerle lasciare un bacio impresso col tocco di una mano. Lara continua ad essere profondamente affezionata al papà, ed è legata a quei ricordi e a quel gesto paterno in particolare; cerca quasi di accarezzare la figura di Richard Croft, muovendo le dita sullo schermo della camera quando osserva il padre parlarle in una vecchia videoregistrazione.

La Lara di questo “Tomb Raider” passa dall’essere una ragazza emotivamente sensibile e caratterialmente testarda al divenire una donna forte, intrepida, pronta a lasciarsi il passato alle spalle. E questo potrà accadere soltanto una volta che Lara e Richard si rincontreranno. E’ la crescita del personaggio principale il fulcro del film, un’evoluzione che avverrà attraverso il patimento di una sofferenza fisica invece che mediante una maturazione psicologica. Le cadute rovinose al suolo, le ferite riportate, le sofferenze tollerate, lo sporco del terreno, il fango che le imbratterà più volte la pelle, tutto questo servirà a far accrescere in lei una forza ma soprattutto una resistenza che saprà di eroico. Sul finale, la perdita, questa volta definitiva, del padre guiderà Lara al culmine del proprio sviluppo. Nella dolorosa morte dell’amato genitore ella troverà il senso della sua vita; un’esistenza tradotta in una missione senza fine e da adempiere sotto l’ispirazione di quel “tipo di Croft” a cui lei si è sempre ispirata. Alicia Vikander, indossando una canotta, un paio di pantaloni lunghi e brandendo con abilità un arco e una picozza, le medesime armi utilizzate dalla Lara del gioco prodotto dalla Crystal Dynamics, diventa pienamente l’incarnazione prescelta ed efficace della Lara contemporanea, meno indipendente e molto più sensibile emotivamente. Come un tempo Angelina Jolie fu di per sé la perfetta Lara Croft originale, Alicia si prende meritatamente la scena, assumendo i panni di una Croft atletica, snella e impavida, decisa come non mai a farsi le ossa una volta per tutte.

Tomb Raider” è un bel film d’azione, che verrà apprezzato appieno soprattutto da chi, come il sottoscritto, ha giocato al videogioco da cui è tratto. E’ un lungometraggio che vuol principalmente divertire ma anche emozionare con spontaneità, toccando le corde giuste nella trattazione del tema riservato all’affetto famigliare. “Tomb Raider” è una pellicola semplice e ordinata, da guardare con tanto di pop-corn. E’ un’opera che somiglia ad un bacio dato sulla fronte, dolce, sincera e affettuosa.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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AUGURI A TUTTI I PAPA'... Che siano professori di Letteratura Medievale di giorno e "spericolati" archeologi dediti al ritrovamento del Santo Graal di notte, o che siano, altresì, saggi sovrani d'immense savane o di grandi foreste e timidi scrittori di storie fantascientifiche nella Hill Valley del 1955.

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Redazione: CineHunters

 

Natalie Portman è Lena in "Annientamento" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Ogni faro, nella sommità della torre, ha una lanterna che dispensa a tutti gli uomini di mare la sua luce amica. Tele luce squarcia l’oscurità della notte, mentre accompagna i naviganti durante i loro spostamenti e, quando serve, li fa attraccare in tutta sicurezza alle banchine del porto. Il faro giunge dunque in aiuto, è una sorta di ausilio, un supporto aduso a garantire l’incolumità dei marinai. Ci fu un tempo in cui i fari erano addirittura considerati sacri. Magniloquenti le parole che Luigi XVI rivolse ad un suo ammiraglio che aveva fatto prigionieri alcuni operai intenti a costruire un faro inglese: “Faccio guerra agli inglesi, non all’Umanità!”. Il faro è un richiamo luminoso che conduce verso l’approdo alla terraferma: una risorsa eretta dall’uomo per vegliare sui propri simili. A seguito di uno strano accadimento, nella storia che presto andremo a raccontare, proprio un faro ricevette un’insolita influenza proveniente da una fonte imprecisata, così da cominciare ad emettere un luccichio di accecante consistenza. Tale bagliore si propagò poi come un alone impalpabile e avvolgente. I territori caduti preda di questa diffusione formarono poi la cosiddetta Area X. Per cercare di scoprire cosa era realmente avvenuto in quel luogo vennero inviate diverse squadre di ricognizione. Tutte le squadriglie militari, mandate di volta in volta a perlustrare la zona disastrata, non fecero mai ritorno. In quel particolare faro, da cui in principio veniva emanata una luce di speranza, si è diffusa ora una rifulgenza d’oscura natura che sta arrecando solo morte e smarrimento. E’ l’inizio di “Annientamento”!  A seguito delle numerosissime sparizioni, viene inviata ancora una volta una nuova squadra, composta da sole donne, tra cui figura la biologa Lena, protagonista della storia. Una volta varcati i confini dell’Area X, le studiose, imbracciando armi da fuoco e procedendo con passo militare in quelle lande desolate e in quei boschi sempre più anomali, s’imbatteranno in raccapriccianti mutazioni genetiche che oramai presiedono sia la flora che la fauna di quella zona cosiddetta aliena.

Annientamento” ha avuto una distribuzione, per usare un eufemismo, marcatamente limitata. Il film con Natalie Portman, girato e realizzato nelle intenzioni dei propri autori per approdare nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, ha incontrato le reticenze della Paramount Pictures che ha optato, data la natura fin troppo “cabalistica” del film, di farlo uscire al cinema principalmente negli Stati Uniti. E’ stato in seguito stipulato un particolare contratto di distribuzione con Netflix così da rendere il prodotto disponibile, dal 12 marzo, sull’omonima piattaforma di streaming online. “Annientamento” è un thriller fantascientifico a portata di click, da gustare in prima visione assoluta nel divano della propria casa. “Annientamento” è un’opera di fantascienza difficilmente descrivibile a parole. Il regista Alex Garland ha fatto in modo che siano le immagini, l’eloquente silenzio delle ambientazioni naturali e le scenografie, rappresentazioni immaginifiche poste sugli sfondi, a comunicare quanto avrebbero dovuto. Le parole descrittive di una recensione dovrebbero conseguentemente apparire superficiali per riportare quello che il lungometraggio vuol dire ad ognuno di noi. Ciononostante qualcosa nel lavoro di Garland è venuto a mancare.

Dal punto di vista tecnico, Annientamento” vanta una buona regia, un’eccellente fotografia e un altrettanto fantastico comparto scenografico. Tuttavia, il ritmo dell’opera è lento. Il che in genere non sarebbe affatto un difetto, tutt’altro: nelle opere di genere fantascientifico una successione graduale è necessaria per infondere maggiore riflessione e profondità alle scene più introspettive. La scorrevolezza compassata, a volte scelta stilistica attuata per impreziosire le sequenze analitiche, risulta essere in questo caso una vera pecca. Questo perché, nella prima parte del film, ad una lentezza di ritmo si abbina una successione degli eventi poco chiara e quasi del tutto priva di suspense. “Annientamento” inizia e procede con un’inspiegabile flemma che sfocia nella noia e nell’indecifrabilità. La storia è un lungo flashback ed il lungometraggio salta, con frequenza, da una fase all’altra, tra il passato e l’imminente futuro della propria protagonista. Alla storia principale si legano i ricordi rievocati dalla mente di Lena. Lo schema richiama, per certi versi, le sequenze più introspettive dello splendido “Arrival”, diretto da Denis Villeneuve, nel quale la linguista Louise rammentava momenti di un imprecisato passato che, sul finale, si riveleranno essere ben più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Sebbene i momenti riservati al trascorso della dottoressa Lena in “Annientamento” siano necessari affinché si riescano a comprendere le motivazioni e ciò che ha spinto la protagonista nel proprio agire, il film di Garland non può contare su un montaggio tanto curato quanto quello dell’opera con protagonista Amy Adams, in cui tutto tendeva a intrecciarsi splendidamente. I passaggi narrativi e gli stacchi tra una scena e l’altra in “Annientamento” paiono distanti, non garantendo una buona scorrevolezza. Se l’attrice Natalie Portman (come sempre bravissima) spicca su tutti, è ostico poter conferire i medesimi complimenti al resto del cast: comprimari insipidi, personaggi dalla psicologia soltanto accennata nonché attrici e attori, decisamente non al loro meglio, si avvicendano con poca brillantezza, tanto da non lasciare che pallide ombre del loro passaggio. Il cuore di “Annientamento” è da ritrovarsi nella sua protagonista e nel percorso che ella adempie. Anche in questo caso, però, le digressioni riservate al trascorso della donna, al suo non idilliaco rapporto matrimoniale e all’adulterio (atto autodistruttivo della donna verso la sua relazione coniugale) costituiscono solo brevi rimandi e permettono di farsi un quadro psicologico del marito di Lena e della stessa donna piuttosto scarno.

Ciò che è importante precisare è che “Annientamento” fugge da una spiegazione univoca. Per essere ancor più specifici è un film che ripudia totalmente qualsivoglia espediente didascalico. Tutto è ermetico, incerto, e nulla è chiaro completamente. “Annientamento” vuol frastornare gli spettatori, indurli a una riflessione dettata più dallo spaesamento che dalla profondità della tematica trattata dal film in sé.

Annientamento” è una costante oscillazione tra la bellezza e la repulsione, tra lo stupore e la paura. Sentimenti contrastanti che trovano terreno fertile per fiorire ed espandersi senza alcun freno in quella costruzione rocciosa che sorge nei pressi di una spiaggia deserta, per l’appunto, quel faro cui facevo cenno inizialmente. Da quella torre è venuto fuori un chiarore radioso, gradevole e stupefacente, ma tra i meandri di quei territori coperti proprio dalla stessa “cupola” siffatta di luce e colore, la natura e la vita stanno cambiando radicalmente, lasciando coloro che osservano tali mutazioni esterrefatti ma anche tremendamente spaventati. La forma di vita aliena che giace e si manifesta all’interno del faro è discesa sulla Terra e ha cominciato a invadere ciò che circondava lo spazio che essa occupava con insistenza, espandendo i propri limiti e avanzando senza compendiare confini. Non è evidente se l’alieno stesse annientando la vita così come la conosciamo nella sua naturalezza o se stesse semplicemente “cambiando” il tutto. E’ la trasformazione inaspettata la chiave di lettura del film, la mutazione genetica e cellulare. Il film inizia proprio con l’osservazione di una cellula tumorale che muta. Che l’alieno stesse operando sulla Terra e sulle forme di vita non scampate alla sua presa come fosse una malattia? In tal caso, “Annientamento” potrebbe essere riletto come la rivisitazione di un male incurabile che attacca la vita vigorosa e indomita così come la conosciamo fino a prostrarla dall’interno, come un malessere invisibile, che agisce nell’ombra, salvo poi palesarsi, deformando un’esistenza senza alcuna clemenza.

Ma il gravoso malanno esacerbato dall’alieno non conferisce deturpazione in ogni dove. I fiori nati da una pianta comune ma che presentano gli aspetti di specie differenti, tutti legati alla medesima radice, non generano orrore alla vista, tutt’altro, quasi incanto e curiosità. E così anche i cervi, i cui palchi sono stati contornati da fiori ricchi di vivezza cromatica, non disturbano, anzi allietano il cuore e sono gradevoli alla vista. Sembra che tale male perpetrato da una “malattia” aliena non sia così seccante da osservare.

Ed è per distorcere tale premessa che si palesano le altre terrificanti conseguenze dell’esposizione a un tale “cancro”, ovvero le bestie mutate in maniera dissennata nell’aspetto: un grosso coccodrillo, le cui fauci nascondono una sfilza di denti somiglianti a quelli degli squali, o un gigantesco orso che divora una preda umana e ne ruba e conserva il grido disperato, ripetendo, quando emette i suoi versi, l’implorazione “aiuto, aiuto” in una delle scene più angoscianti dell’intero film. Ancora, le sagome di “persone” immobilizzate e visibili come un miscuglio di tronchi, rami e fiori che spuntano dal terreno si alternano con i corpi devastati dei soldati divenuti un tutt’uno con le mura degli edifici. Da una parte vi sono “i simboli” dell’uomo amalgamato alla Terra e alla natura, dall’altra “le effigi” dell’uomo attaccato ai propri artifici e alle proprie costruzioni.

Annientamento” è una miscellanea tra fantascienza e orrore, tra meraviglia estetica e mostruosità orripilante. La seconda parte del film, in cui Lena si trova faccia a faccia con quella forma di vita extraterrestre che si muove a specchio, di riflesso, mimando i movimenti della donna fino anche a replicare il suo aspetto, offre agli spettatori la contemplazione di un’esperienza mistica, psichedelica, in grado di lasciare il segno. Al termine del suo viaggio, Lena tornerà ferita nel corpo e sconvolta nell’animo. Cosa sarà di lei? Ciò che è rimasto del “marito” cambiato, e quello che è mutato in lei, elemento manifestatosi dal cambiamento delle iridi, cosa potrà portare? La nascita di una nuova e imprevedibile vita generata da una coppia tornata a relazionarsi e soggetta alla mutazione? Quesiti che non troveranno risposta poiché strumenti necessari ad espletare una riflessione e non a dare una certezza.

L’opera di Garland, pur migliorando nettamente nella seconda parte e potendo contare su una costruzione scenica fantastica, dà l’idea d’arenarsi sul “mascheramento” delle tematiche, tanto da non volerle palesare per paura di doverle approfondire. Per tale ragione, la pellicola finisce per concedere ai temi trattati non molto di più di un rimando, non più di un accenno. “Annientamento” è un film discreto, certamente profondo, che tuttavia sarebbe potuto apparire migliore. Il film permane fino alla fine in uno stato d’architettato ermetismo, d’inaccessibile chiusura e inintelligibile spiegazione. Annientamento” vuol “fare” e “comunicare” con pienezza, ma soffre il fatto di non riuscirci mai fino in fondo. Sarebbe bastato ben poco per rendere maggiormente fruibili i messaggi scelti e occultati con troppa dedizione. Alle volte è ben più arduo inscenare con intenzione critica e analizzare con “occhio metaforico” una serie di concetti con maggiore cristallinità che nasconderli dietro indizi disseminati qua e là.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Mary Poppins è tornata! La bella e brava Emily Blunt raccoglie l'eredità della magnifica Julie Andrews e si appresta a portare sullo schermo la magica figura di Mary Poppins.

"Il ritorno di Mary Poppins" è il sequel ufficiale del capolavoro del 1964, vincitore di cinque premi Oscar, ed è l'adattamento del libro "Mary Poppins ritorna".

Ecco il teaser trailer del film:

La pellicola verrà distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 25 dicembre 2018.

Il teaser trailer dell'attesissimo "Animali fantastici - I crimini di Grindelwald" ci presenta un cast stellare: Eddie Redmayne torna ad interpretare Newt Scamander, Jude Law interpreterà il giovane Albus Silente e Johnny Depp riprenderà i panni di Grindelwald.

La pellicola verrà distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 16 novembre 2018, e in quelle italiane dal giorno precedente, il 15 novembre.

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Redazione: CineHunters

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"Liv Tyler - Arwen Undómiel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era scesa la notte e una pioggia lieve cadeva giù dal cielo su di un bosco “addormentato”. “Pioggerella di primavera…” recitavano alcuni versi intonati dagli animali della foresta nel capolavoro della Walt Disney “Bambi”. Grosse gocce, simili a lacrime di rugiada, custodite dalle verdi foglie, si mescolavano all’acqua piovana che veniva giù disperdendosi nel soffice sottobosco. Un lampo nel buio e il sopraggiungere di un fragoroso tuono presagivano che la pioggia avrebbe aumentato la sua intensità. Quello a cui il piccolo cerbiatto Bambi assistette, spaventato, era per lui il primo pianto del cielo. Nulla faceva prevedere alcun temporale in quel momento in cui il sole volgeva al tramonto. Fu soltanto una “tempesta” di breve durata, l’indomani tornò la quiete. La primavera infondeva vigoria in ogni dove, e la prateria su cui poi Bambi avrebbe mosso i suoi primi passi era rigogliosa e piena di vita. E’ questo, dopotutto, che rappresenta la primavera: una natura viva, palpitante, ricca di colori e dall’impareggiabile bellezza.

La donna è primavera! Se dovessi concedere, o meglio attribuire alla figura della donna una delle quattro stagioni che cadenzano il ciclo annuale della nostra vita non potrei che scegliere la primavera. Fu proprio la stagione primaverile ad allietare e accogliere la nascita della più bella tra le donne cui fanno cenno i miti greci, colei che giunse dal mare.

Come riportato dalla Teogonia di Esiodo, a scuotere il mare e a miscelare il seme della vita con l’acqua salmastra fu un evento tumultuoso ed efferato (la morte di Crono), un accadimento violento e inaspettato, come il sopraggiungere di una pioggia torrenziale al termine di una gradevole giornata primaverile. Dalla spuma del mare fu generata Afrodite, la più bella donna su cui gli occhi dei mortali e degli dei avessero mai posato lo sguardo. Nello stesso nome greco fu contenuta, in parte, la sua peculiare nascita: ἀφρός - aphrós significa, appunto, “spuma”. Afrodite emerse dalle acque marine con la sola sua rosea e immacolata epidermide. Sempre nuda toccò, lievitando, la superficie interna di una grossa conchiglia schiusa, la quale resse la sua corporalità eterea. La nascita della dea venne esaltata dal Botticelli che ne eternò la bellezza della dea in una tela d’ineguagliabile raffinatezza artistica. Afrodite, in tale rappresentazione, si eleva e i marosi che increspano i confini della conchiglia paiano non riuscire neppure a sfiorarla. Zefiro desta in lei il soffio della vita immortale e un’oreade, che incarna la mutevole stagione della primavera, fluttua verso la dea nell’atto di vestirne il corpo con un mantello, ove sono impresse primule, rose e mirti. Venere intanto cerca di coprirsi con le mani salvo poi lasciare, forse volutamente, scoperto un seno. Soltanto le lunghe ciocche dei suoi folti capelli rossastri le coprono il ventre.

"Nascita di Venere"

 

La nascita di Venere è sovente paragonata ad un’altra opera del Botticelli, ovvero “Primavera”. La magnificenza di Afrodite, dea della bellezza e dell’amore nonché canone classico e assoluto della bellezza femminile, è per l’arte pittorica metafora di primavera. Tradizionalmente, si potrebbe dunque affermare che la bellezza della donna è portatrice di una particolare grazia terrena che ha foce nella stagione ove la natura si ridesta. La primavera, con le sue brezze rinfrescanti, con quel suo clima mite, i suoi prati verdi e i fiori dai mille colori, dopo il gelo dell’inverno e le sue giornate limpide e terse, dona sollievo agli affanni, ravviva il paesaggio e offre speranza all’animo umano. La donna emana il suo fascino come il sole irradia i suoi caldi raggi, è dolce come un’arietta fugace che giunge da est, e sa essere forte come un ruscello che sgorga da una sorgente cristallina, e prosegue in crescendo fino a perdersi a valle in una calda giornata. La primavera è efflorescenza, nascita. Sono le donne ad essere garanti di un miracolo, e soltanto loro possono far germogliare la vita. Le donne rendono possibile la fioritura dell’esistenza, non soltanto attraverso l’atto del parto ma anche mediante le amorevoli cure che solo una madre sa rivolgere alla creatura che ama, ad un figlio, sia da lei stessa concepito o allevato come tale.

Come Afrodite, concepita nel racconto e proliferata nel mito fantastico, sono donne nate e vissute nella fantasia, nell’arte e nel cinema quelle di cui vorrei parlare.

"Jessica Rabbit", icona animata d'incontenibile bellezza e d'irresistibile seduzione. - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Donne da ritrarre: con un pennello o una cinepresa?

Sebbene Botticelli non poté realmente contemplare dal vero la soavità di Afrodite così da ritrarla in una tela, egli riuscì a dare corpo e vivezza a una meraviglia da lui mirata forse in un sogno. Poté, lasciandosi trasportare dal richiamo della mente, tratteggiare le generose forme della dea, plasmare la naturalezza di un concepimento celestiale, e dare corporalità ad un essere spirituale. E’ in tal modo che ancora oggi, in un testo in prosa, in un componimento poetico o in un dipinto cerchiamo di rendere visibile l’idea di donna, tanto perfetta è la sua consistenza da meritare d’essere descritta, osannata e ritratta. La bellezza della donna è impossibile da includere in una descrizione estetica che possa fungere da illustrazione generale e assoluta. Tali bellezze travalicano le doti riassuntive di qualunque scrittore tenti anche solo di enumerarle. Che abbiano labbra pronunciate o sottili, che vantino forme prosperose o marcatamente ridotte, e che i loro volti siano cinti da capelli biondi, mori o scarlatti, la bellezza femminile fugge da concetti univoci, ed è sempre sinonimo di seduzione, intrigo, intelligenza, forza, caparbietà e astuzia. Tali caratteristiche estetiche e psicologiche hanno permesso di fare della donna soggetto ideale nell’arte e nel cinema di ritratti complessi e sempre differenti. Nulla è più bello di una donna! Come si tenta d’ammirare le impercettibili venature di colore lasciate da una pennellata su di un quadro impressionista, in egual misura dovremmo osservare le donne, e indagare i segreti eclissati nei colori dei loro occhi.

"Gal Gadot - Wonder Woman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. La supereroina DC Comics è l'emblema dell'eroismo femminile forte e indomabile. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

In quanti modi possono essere ritratte e pertanto ammirate le donne? Con colori a tempera o ad olio su una tela, con pastelli, a china o in chiaroscuro su di un foglio di cartoncino bianco. Altresì possono essere ritratte dal vivo, in quanto “vere”, filmate e immortalate tra i limiti scenici di una macchina da presa. Quanti ritratti di donne sono custoditi nel museo del cinema? Innumerevoli! Nella storia della settima arte il fascino di una donna dalla candida epidermide e dalla bionda chioma sedusse un colossale gigante nato su di un’isola e morto per lei in una fredda città.  Una giovane, vissuta nella povertà, poté beneficiare del dono di una fata per recarsi ad un ballo che si svolgeva in un salone regale e che avrebbe dovuto finire prima della mezzanotte. Ancora, una donna, da madre, si trasformava in una giovane e libertina teenager davanti agli occhi di un attonito figlio che aveva, inconsapevolmente, fatto un balzo indietro nel tempo. Il cinema fantastico ha raccontato storie di donne innamorate, una tra loro cadde addirittura preda di una maledizione che l’obbligava a trasformarsi ad ogni sorgere del sole in un falco. Ma la stessa arte filmica ha narrato le gesta di eroine audaci e indomabili. Come poter non rammentare la riccia Ellen Ripley, una delle più grandi eroine del cinema, quando affrontava con ardore la paura provenuta dallo spazio remoto in “Alien”. In una delle sequenze più sensuali, Ripley si liberava dei vestiti, restando solamente con una canotta striminzita e trasparente e un intimo che le copriva il ventre, prima d’indossare la tuta spaziale per combattere la creatura nota come Xenomorfo. L’erotismo sensuale di un corpo statuario femminile veniva amalgamato, nell’opera di fantascienza di Scott, con la furia combattiva di una donna vigorosa.

"Daryl Hannah è la sirena Madison" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui. E ancora cliccando qui.)

 

Ancora nel cult del 1984 “Splash – Una sirena a Manhattan”, Madison, una sirena dai lucenti capelli color oro, emergeva dai fluttui, irradiata da una luce di vaga provenienza. Madison era una donna eterea, che camminava sulla terra nuda come sospinta dalla brezza, e capace di compendiare nella sua essenza all’unisono il regno del mare e quello della terraferma. Una giovane libera e straordinariamente intrepida, innocente e magnificamente romantica che accetta di sottostare a degli inevitabili e gravosi rischi pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile con un umano. Figure femminili di un genere di narrazione fantastico ma capaci di ritrarre su di esse i connotati di donne splendide, illuminanti e pertanto decisamente vere.

 

Potete leggere di più su "Titanic"  cliccando qui. E ancora, cliccando qui.

 

Gli artisti più talentuosi, sin dai tempi antichi, hanno tentato di catturare la giovinezza della propria compagna e di trasfonderla in eternità. Alcuni di loro avranno voluto ritrarre la loro sposa più volte nel corso della vita, e avranno poi carpito la spontaneità di una ruga tanto da renderla testimonianza del tempo passato, di una vita trascorsa al fianco di quella stessa donna dipinta dapprima da ragazza e in seguito da consorte matura. Nel capolavoro di James Cameron “Titanic”, un ritratto, rinvenuto sul fondo dell’oceano e sfuggito alle gelide acque per circa 84 anni all’interno di una cassaforte, diventa prova ammirabile di un amore mai estinto, traccia di un passato che non ha mai smesso di possedere significato sul futuro della donna protagonista della storia. Il ritratto realizzato dal protagonista, Jack Dawson, ha reso eterna una bellezza di donna scrutata con rossore dall’amato per una notte soltanto. Nel cinema d’animazione, il disegno è divenuto mutevole, e il tratto, che dona movimento ad una figura, perpetuo.

"La sirenetta Ariel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

E’ certamente impossibile riuscire a parlare di tutti i personaggi femminili che presero vita grazie al volere di artisti e animatori nel cinema di genere. Mi sovvengono alla mente, in particolare, Ariel e Belle, rispettivamente de “La sirenetta” e “La bella e la bestia” della Walt Disney. La prima, una sirena che aspira a diventare una donna completa, un personaggio nato dalla proliferante e geniale mente dello scrittore Hans Christian Andersen, reinterpretata al cinema in una veste più ingenua ma adorabile. La sirena dai fluenti capelli rossi muove dal mare proprio come Venere, però non cammina su di una grossa conchiglia, ma nuota con la sua coda verde, non è nuda ma si serve di due conchiglie per coprirsi il seno. Belle, mora e dagli occhi castani, dama sognante, lettrice affamata di parole e insaziabile di libri, è colei che vede quello che l’apparenza occulta, ciò che la mostruosità nasconde.

Belle, col suo amore, salva la vita all'amato e spezza la maledizione. "La bella e la bestia" sono illustrati da Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Muse ispiratrici

La donna, intesa in senso lato, è stata spesso entità ispiratrice. Un’essenza ineffabile, specie per coloro che non poterono mai averla e idealizzarono la sua immagine. La sola rimembranza della donna amata e mai dimenticata ha scaldato il cuore di chi, volgendo lo sguardo alla luna, traeva ispirazione per comporre un sonetto o un canto poetico. Le nove muse della mitologia greca erano tutte donne e ognuna di esse preservava un campo specifico dell’arte. Erano le donne, ancora di fattezza divina, a instillare la dovuta ispirazione nel cuore dei poeti. Divenivano l’impalpabile mano che guidava il polso dello scrittore, la penna astratta intinta nell’inchiostro. Senza di esse l’arte, concepita come l’eterna magnificenza del divino, non poteva essere veicolata nel mondo dei mortali. Senza quelle donne, contornate d’immortale sostanza, la commedia, la tragedia, la musica, la danza e persino la poesia epica non sarebbero state trasfigurate dall’etereo al tangibile. Nella settima arte, nel cinema del Novecento e ancora in quello contemporaneo, la donna continua a mantenere lo status di musa per chi ha occhi per continuare a notarlo. A tal proposito, mi soffermo a pensare ad una sequenza in particolare de “Il postino”. Il protagonista Mario si è invaghito perdutamente di Beatrice, una donna notata in un’osteria del paese in cui vive. Il postino chiede allora al suo amico, un certo Pablo Neruda, di scrivere una poesia da poter consegnare alla donna. Mario, per quanto si sforzi, non si sente in grado di trascrivere, sotto forma di costrutto poetico, quello che sente per Beatrice. Il saggio Neruda, tuttavia, lo mette in guardia dalle varie “Beatrici”: esse fanno proliferare amori profondi, inestinguibili come fiamme ardenti che avviluppano. Per tale ragione, non possiamo non citare il destino dell’Alighieri.

Chissà se Mario avrà poi realizzato che le “Beatrici” sono anche le sole anime a condurci attraverso le porte del Paradiso, a farci calcare un suolo fatto di pascoli di nuvole, perché quelle donne che portano questo nome possono rivelarsi anime pure, terse e magnanime, come la donna per sempre amata da un fiorentino che risponde al nome di Dante Alighieri. Poco importa se lo ha ricordato, Mario viene completamente influenzato da Beatrice e, da lei ispirato, comincia a dedicarle poesie d’amore, versi traboccanti di sentimento, e carmi elogiativi. Conquista la donna con le metafore, quale ironia, lui, un uomo di umili origini che fino a poche settimane prima non sapeva nemmeno cosa fossero le metafore che ha imparato ad usare sotto l’influsso di una musa ispiratrice, posta a guida delle sue parole. Quando Neruda chiederà poi a Mario di nominare una delle tante cose belle della sua incantevole isola a lui non verrà in mente nulla da dire, eccetto il nome della sua innamorata: Beatrice Russo. Quanto una donna può ispirare un uomo, e può renderlo una persona migliore? E’ forse uno dei tanti insegnamenti trasmessi dalla poesia, parafrasata in questo lungometraggio.

I primi minuti di “Up” raccontano la storia d’amore durata un’intera vita tra Carl ed Ellie. La morte inaspettata della moglie getta Carl in un disperato sconforto. Sarà per lei che l’anziano e burbero signore deciderà di rendere concreto un sogno che i due covavano da tempo ma che non erano mai riusciti a render vero: raggiungere le Cascate Paradiso. Per “volare via con lei”, Carl lega centinaia di palloncini al tetto della loro casa, cosi da riuscire a sradicarla dal terreno e a farla volteggiare verso le Cascate. La donna, la quale ha lasciato un ultimo messaggio su di un album fotografico che ripercorre tutte le fasi essenziali della loro vita, esorta l’uomo a vivere una nuova fase della sua vita. Ellie, dopo essere stata per Carl la sua sola compagna di vita, diviene anche la sua ispirazione a “volteggiare” via dalla normalità e a godersi una nuova avventura, vissuta con la stessa intensità di un tempo. Quella della donna è per Carl un’ispirazione talmente grande da sollevarsi dal suolo e volgere in alto verso il cielo azzurro come un palloncino variopinto gonfiato a elio.

Ma l’ispirazione che una donna può trasmettere in un uomo può assumere varie forme e albergare nel cuore in tutt’altri modi. L’ispirazione può fondersi con la motivazione in un connubio inscindibile. Il personaggio di Arwen Undomiel de “Il signore degli anelli”, tanto nel romanzo quanto nella trasposizione cinematografica di Peter Jackson, nella quale ha assunto giustamente un ruolo di maggior spessore rappresentativo, è la figurazione dell’amore inteso come motore di vita, come spinta motivazionale necessaria. Senza il rinfrancante ricordo di Arwen, Aragorn non avrebbe combattuto con l’egual veemenza nelle battaglie che decisero il destino della Terra di Mezzo nell’opera di J.R.R. Tolkien. Se il ramingo fosse stato privato della possibilità di sposare la dama di Gran Burrone non avrebbe mantenuto la medesima fermezza nel voler ascendere al trono di Re di Gondor. Arwen è musa ispiratrice, incarnata nel corpo angelico di un elfo femmina di sublime beltà. Viso dolce e cinto da capelli corvini, guance delicate alla sola vista e somiglianti alla bianca porcellana, occhi cerulei come il cielo senza nuvole. Arwen è descritta come fosse un incanto, come se avesse reso tangibili le parole dei canti elfici che permettono a coloro che le ascoltano d’immaginare completamente le meraviglie che odono.

Oltre che meritevole di una bellezza adamantina, Arwen è, come reinterpretata dal regista neozelandese, donna audace, combattiva, in grado di fronteggiare con ardore cavalieri neri di tenebrosa natura. Arwen è una donna che rinuncia all’immortalità della sua razza per amore. Quanto coraggio può essere rinvenuto in un simile atto? Amare così profondamente da scegliere di vivere soltanto un’era del tempo degli uomini quando avrebbe potuto vivere per sempre. Cos’è l’amore se non la scelta coscienziosa d’accettare un sacrificio senza pentimento alcuno, per poter beneficiare di una gioia che si rivelerà essere ancor più grande?

Arwen rinuncia alla vita immortale per poter vivere una vita mortale, e dalla cessazione di un’esistenza eterna trova il modo di generare un’altra vita col proprio sposo, lei che, come mostrato nell’adattamento cinematografico de “Il ritorno del re”, appellandosi inaspettatamente al dono della preveggenza ereditato dal padre, ha veduto la vita dove sembrava campeggiare solo la morte. Arwen ha fatto germogliare l’amore per Aragorn e la vita per i suoi figli da un terreno arido e pertanto non fertile, oppresso dalla malvagità di Sauron. Ha portato luce scacciando l’oscurità. Per me una meraviglia femminile senza eguali.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Miglior film

Chiamami col tuo nome
L’ora più buia
Dunkirk
Get Out – Scappa
Lady Bird
Il filo nascosto
The Post
La forma dell’acqua – The Shape of Water
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior regia
Christopher Nolan, Dunkirk
Jordan Peele, Get Out – Scappa
Greta Gerwig, Lady Bird
Paul Thomas Anderson, Il filo nascosto
Guillermo del Toro, The Shape of Water – La forma dell’acqua

Miglior attore protagonista
Timothée Chalamet, Chiamami col tuo nome
Daniel Day-Lewis, Il filo nascosto
Daniel Kaluuya, Get Out – Scappa
Gary Oldman, L’ora più buia
Daniel Washington, Roman J. Israel , Esq.

Miglior attrice protagonista
Sally Hawkins, La forma dell’acqua – The Shape of Water
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Saoirse Ronan, Lady Bird
Meryl Streep, The Post

Miglior attore non protagonista
Willem Dafoe, The Florida Project
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Richard Jenkins, La forma dell’acqua – The Shape of Water
Christopher Plummer, Tutti i soldi del mondo
Sam Rockwell, Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior attrice non protagonista
Mary J. Blige, Mudbound
Allison Janney, I, Tonya
Lesley Manville, Il filo nascosto
Laurie Metcalf, Lady Bird
Octavia Spencer, La forma dell’acqua – The Shape of Water

Miglior sceneggiatura originale
The Big Sick
Get Out – Scappa
Lady Bird
La forma dell’acqua – The Shape of Water
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior sceneggiatura non originale
Chiamami col tuo nome
The Disaster Artist
Logan
Molly’s Game
Mudbound

Miglior film straniero
A Fantastic Woman (Cile)
L’insulto (Libano)
Loveless (Russia)
On Body and Soul (Ungheria)
The Square (Svezia)

Miglior film d’animazione
Baby Boss
The Breadwinner
Coco
Ferdinand
Loving Vincent

Miglior corto d’animazione
Dear Basketball
Garden Party
Lou
Negative Space
Revolting Rhymes

Miglior colonna sonora originale
Dunkirk
Il filo nascosto
La forma dell’acqua – The Shape of Water
Star Wars: Gli ultimi Jedi
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Miglior canzone originale
Mighty River,  Mudbound
Mystery of Love, Chiamami col tuo nome
Remember me, Coco
Stand up for something, Marshall
This is me, The Greatest Showman

Miglior montaggio
Bady Driver
Dunkirk
I, Tonya
La forma dell’acqua -The Shape of Water
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

"L'agente K e Rick Deckard" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. "Blade Runner 2049" ha vinto due premi Oscar per i migliori effetti speciali e per la migliore fotografia.

 

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Miglior fotografia
Blade Runner 2049
L’ora più buia
Dunkirk
Mudbound
La forma dell’acqua – The Shape of Water

Miglior scenografia
La Bella e la Bestia
Darkest hour
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua – The Shape of Water

Miglior costumi
La Bella e la Bestia
L’ora più buia
Il filo nascosto
La forma dell’acqua – The Shape of Water
Victoria e Abdul

Miglior effetti speciali
Blade Runner 2049
Guardiani della Galassia 2
Kong: Skull Island
Star Wars: Gli ultimi Jedi
The War: Il pianeta delle scimmie

Miglior trucco
L’ora più buia
Victoria e Abdul
Wonder

Miglior effetti sonori
Baby Driver
Blade Runner 2049
Dunkirk
La forma dell’acqua – The Shape of Water
Star Wars: Gli Ultimi Jedi

Miglior documentario
Abacus
Faces Places
Icarus
Last Men in Aleppo
Strong Island

Redazione: CineHunters

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