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Recensione e analisi (con SPOILER) “Avengers: Infinity War” – Sacrificio

Thanos - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Pazienza, programmazione e produzione sono le tre linee guida scelte dai Marvel Studios al principio di un ambizioso progetto. Tre dettami accuratamente rispettati per rendere possibile la creazione di un universo cinematografico senza precedenti. Con il lungometraggio “Iron Man” del 2008 si diede il via a un nuovo modo di fare cinema, e si alzò il sipario sul “Marvel Cinematic Universe”. La pazienza era il principale “dogma” da mantenere. Occorreva, infatti, un temperamento paziente, caratteristica peculiare dei grandi progettisti, per pianificare la creazione di un vasto universo cinematografico condiviso. Alla pazienza per la completa riuscita di un simile agognato progetto, si doveva necessariamente affiancare una meticolosa organizzazione. Per produrre e realizzare con regolarità pellicole “supereroiche” che avrebbero permesso il dipanarsi di quel fantasioso universo, servivano, per l’appunto, anni di programmazione e un’ingente stabilità economica e produttiva, fornita, in questo caso, dalla superpotenza Walt Disney, proprietaria della Marvel dal 2009. Ogni film del Marvel Cinematic Universe costituisce il tassello di un mosaico. La Marvel ha ideato e plasmato un nuovo modo di raccontare storie, andando oltre il semplicistico concetto di “saga”. Questo perché la storia non resta circoscritta ad una linea narrativa principale, come avveniva ad esempio nell’esalogia di Star Wars di George Lucas, ma si espande senza limiti. I film dedicati ai singoli eroi proseguono la narrazione lì dove era rimasta e la storia, la quale trova il proprio culmine nei crossover. Per poter capire completamente cosa sta accadendo nell’ultimo “Avengers”, il pubblico dovrà prima aver visto “Thor: Ragnarok”, terzo capitolo della trilogia dedicata al potente dio del tuono, così come dovrà aver guardato “Spider-Man: Homecoming”, nuovo reboot dell’Uomo Ragno. Per gustarsi pienamente “Avengers – Infinity War”, lo spettatore dovrà anche aver visto “Black Panther”, e non solo, prima ancora dovrà aver visto “Capitan America – Civil War”. Ogni pellicola si interseca con la precedente e dà il via alla successiva, “obbligando” gli spettatori ad aver visto ogni film prodotto dai Marvel Studios. Una scelta complessa, certamente rischiosa, ma che si è rivelata sin da subito la chiave di un successo straordinario. L’universo Marvel ha mutato drasticamente il linguaggio cinematografico e, come fosse una serie tv, che spesso, dopo decisi quanto inaspettati colpi di scena, cede il passo all’episodio successivo e dà l’appuntamento alla “prossima puntata”, il Marvel Cinematic Universe continua ad accrescersi senza sosta.

L’universo cinematografico Marvel non ha solamente generato un nuovo modo di raccontare storie, ha altresì “partorito” e “incastonato” nell’immaginario collettivo un tipico quanto oramai insuperabile modo di recepire il genere supereroico. Lo sviluppo sequenziale dell’universo Marvel è sempre il solito, ed ha permesso al pubblico di instaurare un rapporto di ricezione distinto. Il pubblico, quando siede in sala, pronto a gustarsi un nuovo film della Marvel, sa con cristallina consapevolezza cosa aspettarsi. I film Marvel sin dagli albori sono lungometraggi divertenti, adrenalinici, pieni d’azione, con trame semplici, successioni narrative chiare e ben delineate. Tutte le pellicole marveliane si somigliano tantissimo per il taglio della regia (sebbene i registi che si avvicendano nei vari lungometraggi siano sempre differenti), per le ambientazioni e per i contenuti della sceneggiatura, la quale lascia filtrare nelle parole pronunciate dai protagonisti, simpatiche battute tendenti a rilassare e divertire gli spettatori. In particolar modo “Guardiani della Galassia” ha segnato una sorta di spartiacque. Le scene, colme di una comicità anche grottesca, sono aumentate persino in produzioni come “Thor: Ragnarok”. L’epica della battaglia tra il bene e il male viene spesso sacrificata per lasciare emergere situazioni beffarde, che trasmettono, a volte, la voglia degli eroi Marvel di non farsi prendere troppo sul serio.

Questo modo di raccontare il cinema supereroico ha creato una sorta di “idea suprema”, come fosse un modello esemplare su come dovrebbero sempre essere fatti i film sui supereroi. La Marvel ha forgiato quello che il pubblico generale ha oramai recepito come “il prototipo” dei film sui supereroi. Un archetipo da dover sempre seguire altrimenti non si avrà successo. E’ forse per tale ragione che la concorrente di sempre, la DC Comics, anch’essa alle prese con il difficile tentativo di trasporre al cinema il multiverso dei fumetti DC, si è scontrata contro un atteggiamento, per certi versi, restio da parte della critica. La DC ha voluto approcciarsi al genere con una maggiore cupezza e un’evidente seriosità, necessaria per marcare la sempre valente maestosità del confronto tra le forze del bene e quelle del male e purtroppo non ha ancora raccolto quello che anch’essa, naturalmente, meriterebbe. Fare un film “diverso” dai canoni marveliani sembra ormai impossibile, certamente non per mancanza d’idee o di stili divergenti, semplicemente perché la “rivoluzione” esercitata dai Marvel Studios ha sviluppato ciò che il pubblico ha imparato a volere, senza più alcun cambiamento. E’ questo il pregio e forse il vero difetto di un rinnovamento da cui non ci sarà più alcun ritorno.

“Avengers: Infinity War” è il culmine dell’universo cinematografico della Marvel. Con pazienza, programmazione e produzione, i Marvel Studios hanno realizzato una pellicola che potesse accogliere i più grandi eroi del proprio universo in un crossover costosissimo e incredibilmente ambizioso. “Infinity War” è un film che sorprende, poiché osa, va oltre lo stile divenuto oramai prevedibile delle vecchie produzioni Marvel. Osa, azzarda già nei primi venti minuti, palesandoci finalmente nella sua interezza la sagoma di un antagonista freddo e spietato, che fa svanire l’alone di leggerezza che ci si aspetterebbe di respirare nella prima parte del film, restituendoci una sensazione di vero dramma. Pur mantenendo e rispettando lo stile delle precedenti pellicole, “Infinity War” ha il coraggio di ardire. Il lungometraggio dei fratelli Russo colpisce per l’ottimo equilibrio con cui riesce a far coesistere così tanti personaggi. “Infinity War” ha tutto quello che un grande e spettacolare cinecomic Marvel dovrebbe avere: fa divertire, emoziona, appaga, coinvolge e al contempo fa anche riflettere. Una pellicola supereroica totale, imponente e avvincente, il vero apice di un universo nato dieci anni fa che trova oggi la propria esaltazione.

Tra i tanti supereroi presenti sulla scena, ho apprezzato molto la caratterizzazione di Cumberbatch come Doctor Strange, ma ho trovato deludente il Bruce Banner/Hulk di Mark Ruffalo, incerto, apparentemente spaesato e del tutto assente nelle sue vesti di Golia Verde. In una immensa miscellanea che vede i più celebri eroi della Marvel presenziare e combattere in questo conflitto per salvare l’umanità, nessuno di loro, tuttavia, riuscirà a prevalere scenicamente sull’altro. Neppure l’emblematico Iron Man, simbolo di spicco degli Avengers, si eleva sui suoi comprimari. E’, di fatto, il cattivo Thanos a rubare la scena a tutti i suoi rivali, i buoni.

Thanos è un antagonista dalle fattezze colossali, dalla voce aspra e gutturale e di una potenza inaudita. Colpisce il modo in cui egli si pone agli interlocutori con dei modi che esternano una calma inalterabile, la quale prelude a un’apparente freddezza intima. Thanos è un cattivo che impara a farsi conoscere gradualmente nel corso del film. Il suo insano piano è studiato e spiegato con una pacatezza sconcertate, come se nella sua lucida follia lasciasse intravedere una distorta razionalità. Thanos è portatore di caos, e il caos è equo, diceva l’antagonista di un celebre eroe della DC Comics, in un film supereroico diretto da Nolan. Nell’equità, Thanos trova il motore per generare stabilità, equilibrio; attraverso la distruzione egli vuole mantenere ciò che il fato farà restare. Lui non è che un promotore, ma sarà il destino a decretare chi vivrà e chi invece perirà, poiché secondo Thanos la fine di molti garantirà la vita di pochi. Thanos è senza dubbio il personaggio più riuscito del film perché è il solo ad ergersi sulla moltitudine.

“Avengers: Infinity War” ha tra i suoi temi più interessanti il concetto di “sacrificio”. Per evitare che Thanos si impadronisca delle gemme dell’infinito, Gamora e Visione sono pronti a sacrificare loro stessi. Entrambi chiedono ai rispettivi partner di ucciderli se dovessero cadere preda del truce distruttore. Se sono pronti a sacrificare se stessi, anche Star-lord e Scarlet devono compiere un sacrificio: rinunciare all’amore per un bene superiore. Uccidere la persona amata per mantenere la salvezza della Terra è un prezzo da pagare a cui, tra le lacrime, entrambi cercano di ottemperare. Sia Star-lord che Scarlet sono infatti pronti a spegnere la vita di coloro a cui più tengono, ma entrambi falliranno, non per inadempienza delle loro promesse, soltanto perché Thanos gli impedirà di riuscire nei loro intenti.

Anche Thanos dovrà sacrificare l’unica cosa che abbia mai amato, e lo farà con una volontà di ghiaccio, attenuata solamente da una lacrima che gli scenderà giù dagli occhi. Il sacrificio di un amore attuerà la fine di molte vite. Quello di Thanos sarà un destino pazientemente voluto e messo in pratica, un caos ricercato, attuato e sancito.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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