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Hercule Poirot (Kenneth Branagh) dipinto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • “Assassinio sull’Orient Express” – Dal romanzo al cinema

Agatha Christie, pseudonimo della narratrice e drammaturga inglese Agatha Mary Clarissa Miller, scrisse numerosi romanzi e drammi polizieschi che ebbero grande fortuna in tutto il mondo per la sua abilità nella costruzione dei vari “casi” e l’inesauribile fantasia. La sua prima storia poliziesca dal titolo “Morte misteriosa a Styles Cort” del 1933, legò il nome della Christie a quello di Hercule Poirot, il detective belga protagonista di tante storie successive.

Seguendo la tradizione classica del poliziesco anglosassone, la Christie impostò la trama dei propri romanzi su termini rigorosamente analitici. Tra le opere più famose ricordiamo “Murder on the Orient Express”, da cui fu tratto il primo e famoso film omonimo del 1974, diretto da Sidney Lumet, nel quale il protagonista, Hercule Poirot, ebbe le fattezze dell’attore Albert Finney.

Impiantare una storia, nella fattispecie una vicenda che si tinga inevitabilmente di giallo, tutta su di un treno, forse ha rappresentato per la scrittrice inglese una sorta di omaggio a uno dei mezzi di trasporto più importanti e popolari del Ventesimo secolo.  Il treno dunque come luogo privilegiato in cui ambientare scene a volte pacate, altre colorite, altre ancora vere e proprie sequenze ad alta tensione emotiva. Come il cinema, come la pellicola cinematografica, il treno è movimento, è successione di immagini, di inquadrature: forse proprio per questo il fascino che ha esercitato sulla settima arte è stato sempre forte. Lo è stato indubbiamente anche per la Christie che ha inteso basare uno tra i suoi più conosciuti e intricati romanzi proprio su un treno. E che treno! Quell’Orient Express, quel lussuoso convoglio che attraversando una nutrita schiera di città, regioni e Stati unisce Istanbul a Calais. Il treno quindi costituisce per la scrittrice anglosassone un microcosmo di varia e particolare umanità, in cui poter raccontare la storia scaturita dalla sua irrefrenabile fantasia. La trama, prima di un libro e di un film poi, con le pagine, le immagini e le scene sequenziali che si alternano via via a quelle del viaggio, costituiscono per il lettore e lo spettatore fonte inesauribile d’interesse e di partecipazione.

"Assassinio sull'Orient Express" del 1974

 

L’omicidio nella storia di Agatha Christie è un atroce atto di vendetta, perpetrato dalla mano armata di una sofferenza intima. E’ causato da un insanabile squarcio nell’animo umano, impossibile da ricucire, se non in parte da una fredda e orchestrata rivalsa, capace di attenuare l’afflizione. L’assassinio è eseguito dalla ragionata volontà di ergersi al di sopra della legge umana, perché neppure essa può nulla dinanzi a un crimine intollerabile come quello di cui si è macchiato l’assassinato. In “Assassinio sull’Orient Express” non ci sono colpevoli, solo vittime furenti e senza pace. E in egual misura non c’è una vittima, quanto un massacrato colpevole.

Il lungometraggio di Sidney Lumet, primo adattamento cinematografico del romanzo, sin dalla sua uscita nelle sale, ha riscosso pareri favorevoli sia di pubblico sia di critica; di sicuro di grande impatto emotivo e coinvolgente, grazie al taglio che il regista ha saputo dare all’intera storia, frutto di una scelta stilistica ben precisa.

Tutta una serie di esitazioni, mezze frasi, reticenze e sottintesi, oltre ai tanti depistaggi, ma con la presenza accertata di parecchi indizi sono alla base della vicenda. Ciononostante non riusciranno a confondere e fuorviare le indagini dell’abile e scaltro Poirot, che alla fine riuscirà a dipanare l’intricata matassa.

Assassinio sull’Orient Express – di Kenneth Branagh

Il “fischio” di una locomotiva a vapore si ode in lontananza. Il rumore del suo sferragliare sui binari si avverte con sempre maggiore chiarezza. Attendete ancora un po’ in stazione, giusto qualche minuto. Il treno che state aspettando sta per arrivare da un momento all’altro. Continuate a stringere in mano il vostro biglietto e non siete per nulla soli. Proprio come voi, altri viaggiatori sostano sotto la pensilina, in paziente attesa che il treno giunga a destinazione. Provate a scrutare i volti dei potenziali passeggeri dell’Orient Express. Vi dicono nulla? No? E invece ogni singolo viaggiatore porta in sé la propria storia, ciascuno custodisce i propri segreti. Del resto non sono proprio loro a destare un’accattivante curiosità? Tuttavia, non possiamo certo svelarli con un semplice sguardo, solamente osservando i contorni dei loro volti. I segni del tempo, le smorfie, gli accenni cordiali di saluto che ci rivolgono quando incrociamo gli sguardi, non sono che meri dettagli estetici, incapaci di rivelare i misteri occultati ad arte dalla mente. Neppure indagando il profondo dei loro occhi potremmo scoprire le tele ingannatrici che celano con tanta abilità e devozione. E’ probabile che tutti quei passeggeri non abbiano nulla in comune se non la stessa meta. Sono tutti degli sconosciuti e tutti loro sono dei…sospettati. Ma adesso basta perdersi in chiacchiere, l’Orient Express è arrivato, “staccate” il vostro biglietto e “salite” a bordo.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh fa sosta nella stazione ferroviaria più vicina per assicurarvi un’agevole e pronta salita sui lussuosi vagoni del prestigioso treno, così che possiate vivere la storia narrata dalla prolifica penna di Agatha Christie da un punto di vista nuovo, maggiormente incentrato su un’esperienza visiva ravvicinata, coinvolgente e, per tale ragione, ancor più intensa. Kenneth Branagh va a nozze con le rivisitazioni dei grandi classici della letteratura. Branagh ha sempre diretto con mano ferma e autoritaria le sue opere, conferendo ad esse spessore, ritmo e originalità. Le storie per Branagh non vengono raccontate, devono essere rivissute. Non poteva essere da meno il suo “Assassinio sull’Orient Express”. Un lungometraggio che immerge il pubblico in un contesto affascinante. Branagh, come accaduto nelle sue rinomate trasposizioni dedicate alle opere di William Shakespeare, dirige e al contempo interpreta, ritraendo un rinnovato Hercule Poirot, più alto, più magro e più giovane, nonché dai folti e lunghissimi baffi, i quali si protraggono fin oltre le guance. Il miglior detective del mondo ha, adesso, una “nuova” identità; è ora una “nuova” creatura, più appartenente a Branagh stesso che alla madre originaria, Agatha Christie. Si tratta, infatti, di un Poirot a tratti caricaturale, in senso prettamente celebrativo, s’intende.

Il Poirot di Branagh crede fermamente di discernere con raziocinio ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma nel suo tortuoso viaggio sull’Orient Express scoprirà che il mondo ordinato, come quello che vede una “cravatta ben annodata e stabile alla base del collo”, non esiste. La distinzione tra giusto e sbagliato non è nitida ma nebulosa, e la diversificazione tra bianco e nero non è evidente; anzi è pervasa di sfumature tendenti al grigio. La crepa deturpante, che si dilaterà nell’immaginario muro delimitante la giustizia e l’omicidio, sarà ben più profonda di quanto l’investigatore belga avrebbe mai potuto supporre.

L’occhio “meccanico” della camera di Branagh scruta i corridoi dell’Orient Express, trasformandoli in cunicoli angusti e limitati. Risulta pertanto evidente il tentativo riuscito del regista di valorizzare l’esiguità dello spazio scenico, per poter trasmettere un senso preminente di greve claustrofobia. Branagh fa centro, e riesce con grande abilità a fare della scenografia ben più di un laconico sfondo.  Gli ambienti del treno sono luoghi eleganti da cui traspare un clima inquieto, a volte paranoico, e di costante allerta. L’Orient Express è esso stesso un personaggio, però né vivo, né senziente; è “un artificio”, un mezzo di locomozione costruito dall’uomo, che avanza inesorabile nel proprio viaggio su di un tragitto prestabilito. Il treno non ha che una volontà meccanica e si presta a essere, in maniera di tutto involontaria, lo scenario di un omicidio architettato dalla fredda e iniqua razionalità umana. Il treno è giustappunto il palcoscenico di un teatro in perpetuo movimento, che trasporta i suoi attori lungo scorci invernali e distese innevate. Ma l’Orient Express è anche un luogo senza uscita, una sorta di prigione a prova di fuga, un ambiente che opprime e soffoca; in altre parole uno spazio che costringe “sconosciuti” e assassini a interagire tra loro. Sempre tale occhio valorizza gli spazi circoscritti, creando una messinscena prettamente teatrale.

L’Orient Express diviene palcoscenico senza velario e quindi anche senza confini. La camera, infatti, fuoriesce a volte dal treno, seguendo, con protratti piani sequenza, i movimenti dei personaggi dal di fuori, come se la regia permanesse nei contorni della platea e osservasse i personaggi intenti a muoversi sulla scena, da una contenuta distanza. Branagh, inoltre, “sposta” i suoi spettatori oltre gli esterni dell’Orient Express, espandendo gli spazi scenografici oltre gli interni delle carrozze. Così Poirot si può muovere fuori dal treno, camminando con signorile passo su coltri innevate, e osservando, con occhio vigile, paesaggi invernali. La “bianca” natura si contrappone alla bellissima e accesa fotografia, mirabile negli interni delle carrozze. Branagh dilata e comprime gli spazi tra libertà esterna e angusta prigionia circoscritta. Ma non solo, le bellissime inquadrature dall’alto pongono gli spettatori in una posizione di vantaggio, come se si elevassero sulle menti dei personaggi e ne ricercassero i pensieri. L’occhio invedibile della camera si sofferma ogni tanto ad osservare i personaggi attraverso alcune vetrate, le quali dividono l’immagine e “sdoppiano” i volti, come a simboleggiare le due facce della verità e della menzogna. Branagh vuol dare l’illusione che l’occhio che scruta con distacco e curiosità sia il nostro, il medesimo che valica la soglia dell’immaginario e si pone, nell’invisibilità, in mezzo allo scorrere della storia.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh si avvale di un cast corale pieno zeppo di stelle. 13 sconosciuti su cui spicca una sempreverde Michelle Pfeiffer. E’ forse nella “traduzione”, nella “trascrizione” e nella conseguente trasposizione di quei sospettati che è riscontrabile la carenza della versione di Branagh. La cura nella caratterizzazione della stesura delle personalità di ognuno di loro non è approfondita, così come la psicologica dei passeggeri finisce per essere soltanto accennata. Non è certamente semplice compendiare un romanzo così denso in poco meno di due ore di pellicola. Branagh bada al sodo, lasciando che sia il suo Poirot, con le sue straordinarie doti deduttive, a dominare la scena e a far sì che i restanti personaggi assurgano a ruolo di comprimari, interessanti, ambigui e ingannatori, ma pur sempre comprimari.

La rivelazione finale avverrà su di un “palco” sito a pochi metri dalla locomotiva, intorno a quella che potrebbe sembrare una tavola non imbandita, come se si stesse consumando un’ultima cena per un’ultima confessione.

“Assassinio sull’Orient Express” è un film avvincente e visivamente molto bello, che combina abilmente lo stile di un giallo intricato con i canoni di un blockbuster da intrattenimento, convincente ed emozionate. E’ un viaggio che trascina in maniera emotiva, adempiuto su di un treno prossimo a terminare la sua corsa e giungere in stazione, e a lasciare che i propri passeggeri scendano giù. Quando abbandonerete l’Orient Express, sarete riusciti a svelare i segreti che nascondevano tutti quegli sconosciuti?

Soltanto il vostro sguardo saprà dirvelo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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Con un bellissimo trailer di presentazione, è stato annunciato quello che i fans sparsi per il mondo avevano sperato da mesi a questa parte. Dopo Crash Bandicoot, un'altra icona dei videogiochi si appresta a varcare la soglia del mondo "next-generation".

Sir Daniel, quel simpatico eroe avventuroso che scorazzava tra scenari medievali con un buffo aspetto scheletrico, è pronto a rifarsi il look attraverso un'attenta "restaurazione", che adatterà l'estetica del videogioco originale in un contesto grafico moderno.

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Redazione: CineHunters

Le 5 leggende disegnate da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La brezza estiva, quel venticello leggero che carezza col suo rinfrancante soffio il viso accaldato di chi lo riceve, smette di regalarci i suoi servigi allo scadere di settembre. Un’aria decisamente più fresca giunge poi da lontano, portando con sé l’autunno. Le esili foglie degli alberi cadono giù dai rami con sempre maggiore insistenza, creando ai crocicchi delle strade tappeti ingialliti, simbolo di una natura apparentemente stanca. Col passare dei giorni, l’autunno spossa il paesaggio, prima vigoroso e soleggiato dell’estate, come una sorta di “traghettatore”, che prende la natura per mano fino a condurla alle porte dell’inverno. Il vento soffia forte all’arrivo della stagione invernale. Nelle regioni più fredde, ai cigli delle strade, la coltre di neve riveste il terreno come un manto bianco e l’acqua dei laghi, così limpida e trasparente in primavera, diventa improvvisamente di ghiaccio.

Proprio tra le gelide acque di un lago ghiacciato, rianimato da un soffio leggero ma colmo di un astratto vigore, riapre i suoi occhi al mondo un giovane. Tutto intorno a lui era buio e faceva tanto freddo. Egli emerse da uno spicchio d’acqua, e si generò dal sospiro di un’entità nascosta sulla luna, proprio come spirito dell’inverno, battezzato col nome di Jack Frost. Una volta in piedi, Jack raccolse un bastone che giaceva a pochi passi da lui, su quella stessa sottile lastra di ghiaccio che, sebbene fosse tanto fragile, continuava a resistere al peso del giovane, tanto era eterea la sua consistenza. Era come se Jack fosse incorporeo, i suoi balzi felini non arrecavano alcun “disturbo” a quel fragile “pavimento” che egli calcava. Jack si accorse che lambendo il tronco degli alberi col suo bastone catalizzante poteva rilasciare “ghirigori di ghiaccio”, che si adagiavano sulle cortecce e le ornavano come arti decorative cristallizzate. Comincia così la fiaba cinematografica de “Le 5 leggende”. In tale racconto visivo, Jack Frost ha l’eterna parvenza di un giovane dai capelli bianchi, simili alle candide distese innevate che circondano il paesaggio in cui è nato. Compiaciuto dai suoi prodigiosi poteri, Jack comincia a correre fino al villaggio più vicino. Tuttavia, con grosso rammarico, scoprirà che nessun essere umano è in grado di vederlo. Jack è un’essenza fisica, razionale ed emotiva non percepibile, e che nessuno scorgerà mai per i successivi trecento anni.

Tre secoli dopo, Jack è uno spirito frizzante e giocherellone, giulivo e pieno di vita, e passa gran parte delle sue giornate a divertire i bambini con giochi di neve e “freddolose” magie. Il giovane è mosso da un’incontenibile gaiezza, e sebbene il suo spirito sia l’incarnazione impalpabile del freddo inverno egli ha comunque un animo e un cuore calorosissimi. Jack, quando osserva gli altri giocare, mostra un sorriso radioso come il sole, ma al contempo, la sua condizione d’invisibilità lo rende caratterialmente triste, come se nel suo intimo proliferasse una gelida solitudine. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di ricercare sempre il divertimento per offrirlo al prossimo. E’ come se Jack Frost dal gelo traesse il mite e coinvolgente ristoro per gli animi altrui. Egli è però anche vittima dell’incomunicabilità: nessun bambino può sentirlo, solo con la magia riesce a far percepire la sua mistica presenza. La sua è un’aura speciale, di quelle che a malapena si avvertono, ma ci sono. Di quelle paragonabili alla levità di un fiocco di neve che cade solitario dal cielo e subito si disperde su distese ammantate. Jack è una piccola leggenda, raccontata in alcune credenze popolari, ma non ancora così importante da conquistare l’affetto dei bambini, i soli a poter aiutare Jack a diventare un guardiano.

I bambini nella loro animosità sognante credono nelle creature magiche come Babbo Natale, Calmoniglio, la Fatina dei denti e Sandy, quest’ultimo, protettore del loro sonno. Queste quattro creature rivestono per l’appunto il ruolo di “guardiani”, e preservano l’innocenza e la fantasia dei piccoli. Babbo Natale e Calmoniglio allietano le festività degli infanti durante il Natale e la Pasqua, la Fatina dei denti porta gioia ai piccini quando loro perdono i dentini da latte, e Sandman veglia ogni notte sui loro sogni. Un giorno, l’uomo nero torna sulla Terra, dopo essere fuggito da un luogo d’esilio in cui i quattro guardiani lo avevano confinato anni prima. Preoccupato dal potere dell’uomo nero, che vuole privare ogni bambino della fantasia che alimenta il credo nei quattro guardiani, l’Uomo sulla Luna ordina agli stessi di convocare un quinto elemento, vale a dire Jack Frost.

“Le 5 leggende” è un’opera favolistica, visivamente incantevole e sapientemente costruita, incentrata sulla fede dei bambini verso il mondo incantato. Una fedeltà che rischia di vacillare all’arrivo dell’uomo nero, il quale ha lo scopo di annientare l’innocenza, la felicità, la speranza dei bambini con la paura.

Babbo Natale, noto semplicemente come “Nicholas Nord”, ha l’aspetto tradizionale di figura austera e corpulenta, dalla bianca barba fluente. Calmoniglio è un coniglio di grandi dimensioni, agile e scattante, che maneggia sempre dei boomerang affilati con cui combatte i cattivi. La Fatina dei denti è, invece, dolce e protettiva, con uno spiccato senso materno, e ha l’aspetto di una fanciulla dal corpo rivestito di piume variopinte con piccole ali simili a quelle dei colibrì. Infine, Sandman è il guardiano dei sogni. Sandman, chiamato affettuosamente Sandy, è di minute dimensioni ma pingue, dallo sguardo affettuoso e dai modi affabulanti. Egli vive in un regno fatto di nuvole d'oro, e le sue stesse magie vengono modellate da una sabbia dorata, attraverso la quale Sandy riesce a rendere veri i sogni delle persone.

Le arti magiche di Sandman discendono dal cielo tutte le notti, come fasci di luce scintillanti dalla consistenza granulosa. La sabbia è l’essenza della magia e serve a materializzare i personaggi animati di un sogno, i quali aleggiano sopra le menti dei bambini dormienti. I sogni indotti da Sandy sono in grado di rendere visibili figure magiche e incantate, come un delfino che nuota in un mare fatto d’immaginazione, e un unicorno che scorrazza su praterie oniriche. A Sandy, tuttavia, si oppone il crudele uomo nero che può “toccare” un sogno, opprimerlo con la sua oscurità, e trasformarlo in un incubo. Sandman e l’uomo nero sono forze contrarie, come Hypnos e Thanatos, figure contrapposte della mitologia greca, le quali dominano il sonno e l’incubo. Sandy rilascia la sua dolce polverina dorata, l’uomo nero invece la sua lercia sabbia nera. E’ interessante notare come Sandy non si esprima mai con la semplicità, talvolta blanda, delle parole, superflue per lui che comunica con la forza espressiva delle immagini, delle forme, delle forze visive che emergono dall’animo. L’uomo nero è, invece, un antagonista sinistro, diabolico, un infingardo tentatore.

La fanciullezza è spesso la fase più lieta nella vita di un essere umano. E’ la prima tappa di un percorso vitale, quella maggiormente influenzata dall’immaginazione. Nelle loro incarnazioni spirituali, i guardiani hanno il compito di portare gioia nel cuore dei bambini. Tale compito viene cadenzato dal tempo. In un intero anno solare, le due festività più importanti sono la Pasqua, ma soprattutto il Natale. Babbo Natale e Calmoniglio cadenzano la crescita anno per anno dei bambini attraverso le festività natalizie e pasquali. I fanciulli durante la loro crescita attendono con incontenibile gioia l’arrivo delle feste, così da poter scartare i regali ai piedi dell’albero tra luci sfavillanti e palline colorate o per dipingere le uova che trovano la mattina di Pasqua. Gli altri due guardiani, la Fatina dei denti e in particolar modo Sandy, invece, restano accanto ai bambini per un periodo molto più lungo nel tempo. Sandy si manifesta ai bambini durante la notte, al termine di una intensa giornata, e diletta i sogni dando forma e colore a figure festanti e giocose. Sandy guida dunque i bambini durante la loro crescita quotidiana, mentre la Fatina dei denti nella loro progressiva maturazione; in altre parole segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La Fatina dei denti ha il delicato compito di portare gioia ai bambini in un momento in cui, per la prima volta, hanno perduto qualcosa di sé: la caduta del tutto naturale di un dentino da latte. Dentolina, questo è il nome della fatina, raccoglie i dentini dei bambini e ne custodisce i ricordi di ognuno di loro in preziosi contenitori come fossero scrigni. La perdita dei denti è infatti un segno simbolico, una fase distinta della crescita, uno sviluppo graduale cominciato con la venuta al mondo. Nella caduta dei primi denti avviene una sorta di “separazione” che comporta un distacco dal passato per guardare al futuro. E’ forse per tale ragione che Dentolina custodisce i ricordi di ogni bambino che col tempo diverrà adulto. Tutte e quattro le leggende agiscono in un spazio temporale differente: Sandy ogni notte, Dentolina nelle notti in cui un bambino ha bisogno del suo intervento, Calmoniglio nel periodo pasquale e Babbo Natale, naturalmente, a dicembre, proprio nell’ultimo mese dell’anno. Jack Frost è, invece, uno spirito che agisce durante la stagione invernale.

Egli dall’asperità del freddo trae i propri poteri per convogliarli in gioia e divertimento. L’inverno è una stagione particolare, spesso considerata avversa. I bambini non trascorrono molto tempo fuori, il freddo non permette loro di giocare e correre all’aria aperta come farebbero durante l’estate. Ciononostante, Jack sa usufruire delle proprie arti magiche per trasformare i doni dell’inverno in giochi divertenti per i bambini. Com’è invisibile il suo corpo così lo sono i suoi ricordi, su chi lui sia realmente. Jack non ricorda chi fosse nella sua vita precedente. Scoprirà la sua vera identità grazie a Dentolina.

Quando era un ragazzo come tanti, Jack, un giorno, andò a pattinare con la sua sorellina, Emma, sulla lastra sottile di un lago ghiacciato.  Quando la lastra cominciò a cedere, Jack riuscì a mettere in salvo la sua Emma, allontanandola via con il proprio bastone. La tranquillizzò dicendo che si trattava solo di un gioco. Jack portò la sorellina a credere in lui, a fidarsi di quanto le stava raccontando, e così facendo poté salvarla. Il giovane però non riuscì ad allontanarsi in tempo e il ghiaccio sotto i suoi piedi, dato l’esiguo spessore, si frantumò; fu così che scomparve nelle gelide acque del lago. Commosso dal suo altruismo, l'Uomo sulla Luna decise di restituirgli la vita, trasformandolo in uno spirito. Jack riacquistò la vita nel medesimo luogo in cui la perdette.

Una volta scoperto il proprio trascorso, Jack Frost raduna le forze residue e si prepara a fronteggiare l’antagonista. Tutti gli altri guardiani sono stati fatti prigionieri, perdendo i loro poteri perché i bambini, spaventati dalla furia dell’uomo nero, hanno smesso di credere in loro. Così Jack tenta disperatamente di usare le proprie arti magiche per convincere Jamie, l’ultimo bambino rimasto fedele, dell’esistenza dei custodi. Ma per il grande stupore di Jack Frost, Jamie, quando scorgerà la magia che ritrae un coniglio fatto di neve, riuscirà a vedere per la prima volta l’immagine di Jack. La mamma di Jamie lo aveva più volte messo in guardia dal freddo, raccontandogli la storiella di Jack Frost, così il bambino iniziò a credere nella sua esistenza. A quel punto Jack riesce finalmente a rendersi visibile ai bambini che, attratti dai suoi giochi di ghiaccio, lo riconoscono e immediatamente riacquistano fiducia nei guardiani i quali, riappropriandosi dei loro poteri, sconfiggono l’uomo nero. Jack verrà così proclamato come quinta leggenda, guardiano del divertimento e signore dell’inverno. E’ il capoverso finale di questa bellissima fiaba, un incanto visivo per gli occhi e nutrimento per il cuore.

Ma cos’è l’inverno? E’ pioggia che batte sui vetri delle case, neve che ondeggiando vien giù dal cielo, freddo che induce l’animo umano, ancor prima del corpo, a ricercare il caldo abbraccio della persona amata; è paesaggio bianco, natura innevata, lago ghiacciato, mare burrascoso, monti coperti di candida coltre, camini accesi. In altre parole l’inverno è pura, tersa e dolce atmosfera. Esso ha una magia tutta sua. In questa stagione, in cui la vita, malgrado il freddo, continua il suo ritmo febbrile, l’uomo gode la dolcezza e l’intimità della famiglia, mentre fuori la natura ricama sulla terra fiori di gelo, di brina e di neve, che danno al paesaggio un aspetto fiabesco.

Chissà se sia realmente Jack Frost con il proprio bastone a esercitare i suoi incantesimi sugli alberi in autunno per far cadere le foglie e accelerare l’arrivo dell’inverno. Chissà se sia veramente lui a scuotere le nuvole in cielo, e a farle piangere lacrime di neve. Nascosto allo sguardo dell’uomo adulto, chi lo sa, magari Jack si diverte a sfiorare col bastone le pozzanghere d’acqua torbida per renderla cristallina, così che essa possa riflettere, come uno specchio, le sagome della gente. Ha un che di generoso il pensiero che lui, nascosto alla vista, ami sfruttare i propri poteri per rendere mirabile l’immagine riflessa delle persone, le quali in maniera fugace potranno specchiarsi per un istante, passeggiando per strada. Capiterà, di tanto in tanto, che un adulto, prossimo a riflettersi in quell’acqua, sia stato un bambino che un tempo scorse l’immagine di Jack Frost ma che oggi non riesce più a vedere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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L'attesa per vedere il nuovo trailer di "Jurassic World - Il regno distrutto" è finalmente terminata. Nei giorni scorsi sono stati rilasciati due teaser di presentazione per fomentare l'entusiasmo dei fan. Nel primo teaser assistiamo a una fuga dei protagonisti, preannunciata dalla tipica esternazione presente nella saga di "Jurassic Park", vale a dire: "correte!".

Nel secondo teaser vediamo invece Chris Pratt e Bryce Dallas Howard alle prese con il...tirannosauro.

Condividiamo a seguire le due clip di presentazione:

"Ti ricordi la prima volta che hai visto un dinosauro?" - Con questa domanda si apre il terzo video- estratto di "Jurassic World - Il regno distrutto". La terza clip mostra il bastone di John Hammond e Jeff Goldblum tornato nel ruolo di Ian Malcolm.

Eccola qui  a seguire:

Nella giornata di ieri è stato rilasciato inoltre un bellissimo "dietro le quinte" del film. Oltre a godere delle tante immagini tratte dalla lavorazione, potremo ascoltare le dichiarazioni del regista, degli attori e dei produttori in merito a quest'ultimo capitolo della saga. "Jurassic World - Il regno distrutto" sarà, come annunciato, il film della saga con il maggior numero di dinosauri presenti sulla scena.

Ecco il dietro le quinte del film:

E, infine, presentiamo finalmente l'attesissimo trailer di "Jurassic World - Il regno distrutto":

Cogliamo l'occasione per invitarvi a leggere il nostro articolo "Jurassic Park - Quando i dinosauri dominavano la Terra" cliccando qui.

Redazione: CineHunters

Passeggiando per le vie di Manhattan, dopo aver fatto shopping da bloomingdale, una donna dai ricci capelli d’oro chiede all’amato quali siano i nomi femminili inglesi più belli. La giovane era desiderosa di scegliere un nome per se stessa che fosse pronunciabile nella lingua madre del compagno. Per tale ragione comincia a chiedere all’uomo di elencarle tutta una serie di nomi in modo da poterne scegliere uno – il migliore – insieme. “Beh…ce n’è sono migliaia” - pensò subito il giovane, e iniziò ad elencarli. Jennifer, Joanie, Hilary e Linda furono i primi nomi che iniziò a proferire. D’un tratto, l’uomo si fermò per un istante e si chiese: “dov’è siamo?! Ah sì, Madison…”.  Prima che proseguisse nella sua elencazione, la ragazza lo interruppe bruscamente - “Madison! Mi piace Madison!” -  L’uomo scoppiò a ridere incredulo – “Ma Madison non è un nome…” - disse. In effetti la parola Madison era scritta su un’insegna stradale sita a pochi passi da loro, indicante il viale “Madison Avenue”. La ragazza parve dispiacersi. Allorché l’uomo le aggiunse prontamente: “Va bene, vada per Madison”. Sul viso della giovane tornò il sorriso, felice di aver scelto un nome che le piaceva così tanto da renderla ancor più “definita” agli occhi del fidanzato.

Madison è un bellissimo nome, di certo inusuale, anzi per la donna che per prima lo scelse era decisamente originale, unico, come unica, d’altronde, era lei stessa, dolce e bella da togliere il fiato. L’angelica bellezza di quella dama che si aggirava tra le strade di Manhattan non poteva che essere battezzata se non con un “epiteto” speciale. Ma chi era, in verità, Madison? Era Daryl Hannah!  Così si chiamava, e si chiama tuttora, la ragazza che stava donando la propria immagine a quel personaggio che aveva scelto un così singolare nome per se stessa. Era il 1984 e Daryl Hannah era Madison, una sirena innamorata a New York.

Daryl Hannah nacque a Chicago, nell’Illinois, il 3 dicembre del 1960, figlia di Susan, una produttrice polacca, e di Donald Hannah, capo di una società di rimorchiatori e chiatte da carico. Daryl era una ragazzina estremamente timida e riservata. Era così taciturna da bambina che le fu diagnosticata una lieve forma di autismo. La mamma decise di ritirarla dalla scuola per un anno e di lasciare che la figlioletta vivesse per un po’ nel suo piccolo mondo, rifiutando i consigli dei medici, i quali avevano consigliato il ricovero in un istituto specializzato. Daryl amava dondolarsi, osservare e rifletterci su. Sempre con fare introverso, guardava la realtà che si snocciolava intorno a lei. Sebbene cresceva isolata dagli altri bambini, Daryl conosce i suoi primi amici, ovvero i personaggi fittizi dei film, e trova rifugio nel magico mondo del cinema. In quegli anni Daryl soffriva anche d’insonnia e trascorreva molte notti dinanzi al piccolo schermo, a guardare quanti più film poteva. Quando vide “Il mago di Oz” s’innamorò di quella realtà immaginaria. Provò persino ad avvicinarsi al televisore nel tentativo di varcare lo schermo ed entrare in quel mondo fantastico. Fu in quel momento che nacque la sua passione per il fantasy, e si accese in lei, come per incanto, la voglia di diventare un’attrice. La madre, infine, trascorso un anno rivelò di aver avuto ragione a non seguire il parere dei medici. E così fece che la figlia piano piano si reintegrasse nel mondo circostante. Daryl le fu eternamente grata: grazie alla lungimiranza della madre poté seguire la sua aspirazione. Daryl ha poi frequentato la Francis W. Parker School, e in seguito ha deciso di iscriversi alla University of Southern California.  Prima di esordire nel mondo del cinema ha studiato danza e recitazione.

L’arte della recitazione diventa per lei l’opportunità di valicare i confini di una nuova realtà nella quale può intuire anticipatamente come muoversi, così da superare, con maggiore facilità, la sua timidezza. I personaggi sceneggiati hanno per lei il vantaggio di essere pre-costruiti, così da poterli studiare e renderli, al contempo, naturali, aggiungendo quel tocco interpretativo che solo lei saprà in seguito conferire.

L’esordio assoluto per Daryl Hannah arriva nel 1978 quando, diretta da Brian De Palma, è nel film “Fury”. Da allora e per i successivi decenni si farà dirigere da registi quali Ridley Scott, Ron Howard, Ivan Reitman, Oliver Stone, John Carpenter e Quentin Tarantino.

Daryl Hannah interpreta Pris in "Blade Runner"

 

  • Blade Runner: bambola letale

Nel 1982, alla sua terza apparizione cinematografica, Daryl Hannah è la principale antagonista femminile del capolavoro di fantascienza “Blade Runner” di Ridley Scott. L’attrice, giovanissima, si presentò ai provini per la parte di Pris sfoggiando un look studiato ad hoc per creare un’estetica evocativa del personaggio. Pris doveva avere un aspetto punk. Per tale ragione molte ragazze arrivarono ai provini con le parvenze più disparate. Ci fu chi si truccò come una bambola di plastica, con le guance color rosa e i capelli in piega. Un’altra giunse tutta vestita d’argento con impressi fulmini stilizzati. Daryl, invece, aveva indossato una parrucca fatta di peli di Yak che fungevano da capelli corti biondi ad ampio caschetto. Ammise, molti anni dopo, di sentirsi brutta e inadatta in quell’ansiosa mattina. Ma la parte andò a lei, e il look che aveva presentato colpì così tanto il regista da indurlo a sceglierlo come aspetto preminente del personaggio di Pris.

Pris, abbreviazione di Priscilla, è una replicante, un modello cibernetico creato il 14 febbraio del 2016 dalla Tyrell Corporation. Non a caso il personaggio di Pris è stato costruito in quella precisa data, a San Valentino. Pris è una donna-androide concepita per il diletto e il piacere. Un giorno, lei fugge insieme al compagno Roy Batty e ad altri quattro replicanti dalle colonie extra-mondo, dove visse per tre anni come una schiava, e si nasconde sulla Terra. La replicante vaga sola tra le periferie cittadine di Los Angeles. I suoi capelli sono bagnati e gonfi dall’incedere della pioggia, e il suo volto è leggermente imbrattato dallo sporco e dallo smog della città. Ella si nasconde tra i rifiuti in vigile attesa. Di lì a poco passa un uomo chiamato Sebastian. Pris lo convince a farsi ospitare nella sua dimora. Sebastian è un uomo dalla salute cagionevole, un genio dell’ingegneria e un maestro nella costruzione. Egli è talmente solo da essersi costruito giocattoli di grandi dimensioni, dagli aspetti più che particolari, che sanno muoversi e anche parlare.

Una volta in casa, in attesa che Roy Batty la raggiunga, Pris si trucca. Pasticcia il suo viso col cerone e lo fa diventare bianco come la porcellana, e tinteggia i contorni dei suoi occhi di un nero intenso. Il complesso ruolo della replicante venne fatto proprio da Hannah che caratterizzò l’androide alternando, con rapidi stacchi espressivi, smorfie dolci ad altre inaspettatamente inquietanti. Daryl fa di Pris un ritratto incerto, generante paranoia, in cui la fiduciosa serenità evocata dalla ragazza si mescola ad una forma di esasperato timore. Ella è talmente bella da invogliare all’attrazione, eppure, quei suoi fulminei modi sinistri non fanno che mettere in allerta chi vorrebbe avvicinarsi a lei. Daryl lascia che i suoi occhi comunichino più di quanto possano fare le sue labbra carnose nel proferire parola. Gli occhi di Pris penetrano la sfera emotiva di chi incrocia il suo sguardo, attraversano la corporalità sino a giungere nell’intimità e suscitare le più svariate interpretazioni emotive. Ella alterna sguardi più dolci e aggraziati ad altri più cupi e glaciali, come se i suoi occhi diventassero di ghiaccio; due luci ipnotizzanti, talvolta, rendono le sue iridi di un rosso magnetico. Ma non solo, in una breve sequenza, Pris rotea le pupille fino a farle scomparire, lasciando intravedere soltanto la sclera bianca, come se volesse rendere il suo sguardo inaccessibile.

Pris è un personaggio articolato e contorto. Ella è stata creata dall’ingegno dell’uomo, non è che un costrutto artificioso modellato per essere soggiogato da un padrone che vorrebbe fare di lei un mero strumento di piacere. Non ha diritti e alla nascita non conosce libertà. Inoltre, la sua breve vita sta per giungere al termine. Pris rivendica con Roy Batty il proprio posto su di un piano esistenziale paritario a quello dell’uomo, inteso come creatura umana, e vuol spezzare le catene che la terrebbero assoggettata alle pulsioni di uno schiavista.

Pris è come fosse una bambola bella e dannata, pericolosa e fatale. Suggestiva la sequenza in cui lei, indossato un body bianco da ballerina, si finge un giocattolo inanimato. Deckard, appena entrato nella casa di Sebastian, si trova davanti una sala piena di giocattoli, grossi pupazzi e statue in meccanico e compassato movimento. Alcuni di questi giocattoli restano immobili, privi di vita come ci si aspetterebbe. Tra questi si nasconde Pris, che finge d’essere la rappresentazione “statuaria” di una ballerina acrobatica inerme, coperta da un lungo velo bianco trasparente che sembra preservarla. Deckard la guarda con sospetto quand’ecco che lei si anima, dimostrando d’essere vera e lo attacca. Una sequenza emozionante nella quale il personaggio di Daryl rivela di non essere un debole fantoccio privo di vita, camuffato tra gli esseri umani, ma una creatura forte e persino letale.

Daryl, al suo primo, vero ruolo importante, offrì un’interpretazione curata e minuziosa. Con “Blade Runner”, uno dei film più belli della storia del cinema, Daryl Hannah scrisse subito il proprio nome nelle opere di culto della cinematografia mondiale.

Daryl Hannah è la sirena Madison in questo ritratto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • “Splash – Una sirena a Manhattan”: tra la terra e il mare, l’archetipo della donna eterea

Come tenne a confessare in un’intervista, da bambina, Daryl era attratta dal divampare dei focherelli accesi. Il fuoco, elemento della natura, nel suo movimento attirava la sua attenzione. Crescendo, però, fu un secondo elemento della natura a catturarla: il mare. Daryl Hannah si era innamorata della fiaba di Hans Christian Andersen “La sirenetta”. Gli piacque così tanto che immaginava d’essere lei stessa una sirena ogni qualvolta nuotava in mare. Daryl, sin da piccola, era una nuotatrice straordinaria, veloce, elegante e abilissima nell’imitare i movimenti sinuosi di una sirena. Quando le porte del cinema hollywoodiano le si spalancarono davanti, ella sognava ancora di poter essere la Sirenetta di Andersen. Nessun adattamento della tragica fiaba dello scrittore danese vi era, in effetti, in cantiere. Ma il regista Ron Howard, spalleggiato dal produttore Brian Grazer, stava per girare un film basato su una sceneggiatura che portava la firma di Lowell Ganz, Babaloo Mandel e Bruce Jay Friedman. Stando a quanto affermavano i tre sceneggiatori era la storia più bella che mai avessero scritto nella loro vita. Ispirata, ma solo ispirata, alla fiaba di Andersen, la sceneggiatura raccontava l’avventura di una sirena che giunta a Manhattan per congiungersi all’uomo di cui si era perdutamente innamorata, veniva a sua volta ricambiata in maniera incondizionata. La sceneggiatura faticava a trovare una casa di produzione pronta a dare il via libera al progetto, finché non fu letta dalla Walt Disney. La Disney, che veniva da un decennio di grossi fallimenti, si mostrerà tuttavia reticente nell’accettare una storia sognante ma adulta e un copione che prevedeva alcune, sia pur brevi e composte, scene di nudo per la protagonista. Desiderosa comunque di non farsi scappare il film, la Disney inaugurò la Touchstone Pictures, un marchio di produzione e distribuzione separato, creato ad arte per realizzare film destinati ad un pubblico non infantile. Iniziò così la produzione di “Splash – Una sirena a Manhattan”, opera diretta dal futuro premio Oscar Ron Howard. Il lungometraggio si avvalse di un cast di giovani interpreti, pronti a divenire stelle di prima grandezza nel firmamento hollywoodiano: da Tom Hanks a John Candy, fino alla protagonista assoluta: Daryl Hannah. Daryl realizzava così un sogno, quello di poter diventare una “vera” sirena.

Dicevano gli sceneggiatori, prima d’iniziare le riprese, di aver descritto in “Splash” “la donna perfetta”. Ma una creatura femminile, dalla bellezza tanto splendente da poter essere adamantina, doveva ancora assumere forma, consistenza e corpo, in altre parole, tutti loro dovevano scovare l’attrice che rendesse Madison viva e vera. Daryl Hannah fu scelta immediatamente per la parte. La sua bellezza spontanea, linda, quasi celestiale, e quei suoi sorrisi angelici emanavano un senso d’innocenza assoluto. Daryl interpretò la sirena e la rese incredibilmente reale, come fosse la creatura del mare più bella che era mai stata raccontata, nonché osservata da occhio umano. Il modo così naturale con cui si muoveva in acqua, agitando con grazia la sua rossa coda pinnata, la semplicità con cui raggiungeva le profondità del mare durante le lunghe e impegnative riprese del film e la disinvoltura con cui seguitava a mantenere gli occhi aperti sott’acqua, mentre osservava quel mondo sommerso, la resero una sirena reale, concreta, in grado di oltrepassare i confini scenici e offrire con leggiadra disinvoltura ciò che lei in realtà voleva.

Quando arrivò a Manhattan, il personaggio di Daryl affiorò dalle acque completamente nuda, coperta soltanto dai suoi lunghissimi capelli biondi. La sirena, nell’interpretazione dell’attrice, scruta il mondo terrestre e si rapporta con esso per mezzo di una sincera e incontenibile curiosità. La sirena di Daryl osserva tutto ciò che la circonda con l’innocenza di una creatura amorevole ma spaesata e desiderosa di conoscere nuove cose. La sua espressione incantata e felice quando guarda il volto dell’amato, la sua pelle bianchissima e liscia così come appare quando emerge dall’acqua e poggia i suoi candidi piedi sulla terraferma, sono tutti caratteri estetici e interpretativi che Daryl donò al suo personaggio migliore. Daryl era a tutti gli effetti la personificazione, narrata e resa viva, della Sirenetta di Andersen, se questa non fosse morta in così tenera età, ma se invece fosse vissuta e maturata come una donna meravigliosa. Madison è la sirena “in carne ed ossa” più simbolica di sempre. Persino i disegnatori della Disney, quando iniziarono la lavorazione de “La sirenetta”, si ispirarono in parte alla sirena di Daryl Hannah, scegliendo di colorare i capelli di Ariel di rosso per non renderla troppo somigliante a Madison.

“Splash – Una sirena a Manhattan” è un fantasy con una grande cura del dettaglio scenico. Il personaggio di Allen (Alan in italiano) interpretato da Tom Hanks è indissolubilmente legato alla sirena, la sua anima gemella che vive nel regno del mare. Notiamo come egli nel proprio ufficio tenga un acquario. Anche a casa, in camera da letto, l’uomo ha un acquario, che suscita un sorrisetto sulle rosee labbra di Madison. Alan possiede anche delle grandi conchiglie che tiene su un tavolino di vetro. Egli, all’inizio del film, ammette, prima di rivedere la sirena, di sentirsi sereno e felice soltanto quando raggiunge la spiaggia di Cape Cod e si sofferma a guardare i fluttui. Inconsciamente egli è attratto dai marosi perché sa che tra le onde nuota la sua Madison, e cerca di colmare quell’assenza con espedienti e oggetti che richiamano il mare. “Splash – Una sirena a Manhattan” è la storia d’amore tra due esseri appartenenti a due regni differenti, separati tra loro. Ma grazie ad un profondo legame, i due riescono a scegliere un solo piano esistenziale in cui vivere la loro vita insieme, senza mai separarsi.

Una delle scene più romantiche del film vede Alan donare a Madison un carillon con due miniature custodite in una sfera di vetro che raffigurano una coppia d’innamorati nell’atto di danzare. E’ la prima volta che Madison ha l’opportunità d’ascoltare la musica romantica. E lo fa con quel carillon. Il regalo di Alan ha una valenza profonda, perché è come se riuscisse a catturare un brano musicale e ne facesse dono all’amata, la quale può riascoltare la musica ogni volta che ne ha voglia. La melodia che cadenza i passi delle due statuine del carillon viene poi ripresa da un violinista di strada, che suona davanti a Madison e Alan mentre si tengono per mano. Quella malinconica melodia, ripresa dal violinista, si sposa all’interpretazione che Daryl Hannah fa della sua sirena, una creatura così carezzevole e armonica da non essere compendiabile né dalla terraferma né, forse, dal mare stesso; ella è uno spirito etereo, come fosse dell’aria, una celestiale melodia uscita dalle corde del più nobile tra gli strumenti musicali.

Madison, come avevano preannunciato gli sceneggiatori, è l’archetipo della donna perfetta. Ella attraversa il regno marino e quello terrestre con grazia eterea. Una luce radiosa, dalla fonte imprecisata, spesso la illumina per accentuare la sua candida natura. E’ una cristallina visione dal carattere puro. Ciò che la differenzia dalla Sirenetta anderseniana è che lei non vuole rinnegare la sua natura. Madison ama essere una sirena, e decide di camminare sul suolo terreno soltanto per poter riabbracciare il suo amato. Madison, non è combattuta dal voler mutare la forma corporale del proprio essere, cerca, invece, di districarsi tra i due mondi per poter vivere il suo sentimento. Lei, sul finale, è pronta a rinunciare con sofferenza alla sua vera natura solo per amore di Alan. Ecco perché quello di Daryl è un ritratto completo di sirena. Daryl fa di Madison un dipinto delineato dall’arte della recitazione sulla sua stessa epidermide, il che la porta a combinare perfettamente i caratteri somatici della femminilità e dell’animosità della donna e della sirena. Madison è una creatura dall’aspetto gentile e delicato, ma anche una donna forte, coraggiosa e passionale, ma soprattutto innamorata.

Daryl Hannah, Tom Hanks e Ron Howard sul set di "Splash - Una sirena a Manhattan"

 

“Splash – Una sirena a Manhattan” fu un enorme successo di critica e di pubblico. Costato appena 8 milioni di dollari ne incassò 6 soltanto nel suo week-end di apertura. Gli incassi ammontarono, infine, a quasi 70 milioni di dollari: fu tra i dieci film più visti dell’anno. Il lungometraggio venne candidato al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e al Golden Globe per il miglior film. Vinse il premio della critica conferito dalla National Society of Film Critics per la migliore sceneggiatura, e proprio Daryl Hannah vinse il suo primo Saturn Award come migliore attrice protagonista. “Splash” fu accolto da recensioni entusiastiche ed è tutt’oggi considerato uno dei migliori film degli anni ’80 e una delle storie d’amore più romantiche che siano mai state proiettate sul grande schermo. Grazie al successo di “Splash”, la Touchstone Pictures poté continuare a produrre film importanti nei successivi decenni. Insieme a “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, “Splash – Una sirena a Manhattan” è considerato il film simbolo degli anni ’80 per la casa di produzione.

Può il nome di un personaggio assumere un valore sociale? E’ ciò che accadde all’uscita di “Splash – Una sirena a Manhattan”. Il nome della protagonista entrò nel linguaggio comune. Col passare degli anni il nome “Madison” divenne sempre più diffuso fino a che, agli inizi del Duemila, fu addirittura il terzo nome più diffuso in America. Daryl ebbe il merito di generare un fenomeno sociale difficilmente ripetibile, ergendosi col suo straordinario personaggio a fonte d’ammirazione e di ispirazione.

Dopo quel sensazionale successo, Daryl fu diretta da Reitman in “Pericolosamente insieme” e da Oliver Stone nel thriller dal vasto apprezzamento critico “Wall Street”. Nel 1987 fu la meravigliosa protagonista Roxanne nell’omonimo film di successo diretto da Frederic Schepisi, una rivisitazione, in chiave moderna, della commedia teatrale di Edmond Rostand “Cyrano de Bergerac”. Due anni dopo, precisamente nel 1989, recita fianco a fianco con Julia Roberts, Shirley Maclaine e Sally Field nel drammatico “Steel Magnolias”. Sarà poi il fantasma di una sposa uccisa in un delitto passionale in “High Spirits”, e ancora, nel 1992, la protagonista femminile de “Avventure di un uomo invisibile”, pellicola diretta dal maestro John Carpenter e ricca di bellissimi effetti speciali. Interpreta la figlia di Jack Lemmon e nuora di Walter Matthau in due commedie dai grandi incassi al botteghino come “Due irresistibili brontoloni” e “That’s Amore – Due improbabili seduttori, e in televisione prende parte allo sceneggiato “Una donna in crescendo”, e al remake de “La finestra sul cortile”.

Nel 2003 e nel 2004 torna sulla breccia del successo planetario venendo scelta da Quentin Tarantino per il ruolo dell’antagonista Elle Driver in “Kill Bill vol. 1” e “Kill Bill vol. 2”.

Daryl Hannah interpreta Elle Driver in "Kill Bill vol.1"

 

  • “Kill Bill” – Il fascino del male

Tale svolta artistica costituisce per Daryl l’opportunità di caratterizzare una personalità così diversa da quella che è lei in realtà. Per questo ruolo, Daryl non deve più adoperare la sua inconfondibile dolcezza espressiva, deve diventare una maschera cruenta, fredda, efferata, austera e sadica. Elle più di tutti gli altri “cattivi” del film che affrontano uno ad uno “la sposa” Beatrix (Uma Thurman) è quella che più si avvicina ad assurgere a nemesi al femminine della protagonista. Quella di Daryl sarà un’interpretazione intensa e trascinante. L’attrice sperimenta così il fascino del male, dando spessore a una donna indomabile e ad un’assassina senza scrupoli. Elle è crudele, feroce, trae piacere dalla sofferenza altrui ed è altresì una combattente implacabile. E’ diventato celebre il monologo del personaggio, declamato sui resti di una delle sue vittime uccise da un mamba nero. Un monologo letto da un taccuino e recitato con grande capacità dall’attrice, che ha saputo alternare alle parole pronunciate, una ritmata emissione di fumo dovuta al mozzicone di sigaretta accesa che reggeva tra le labbra. Quel fumo “spezzava” il parlato e cadenzava il suo malvagio interloquire. Per questa sua interpretazione, Daryl vince un nuovo Saturn Award, questa volta come miglior attrice non protagonista. Dopo Pris e Madison, Elle è il terzo dei suoi ruoli più iconici.

Daryl in "Kill Bill vol. 2"

 

  • Amare la vita

Quello che personalmente mi ha sempre affascinato di Daryl Hannah è il suo sorriso. Ogni qualvolta viene intervistata, l’attrice conclude spesso le sue frasi con un sorriso sincero, venato di lieve imbarazzo, abbassando anche il capo, come se tentasse di nascondere il volto. Con quello stesso sorriso Daryl è probabile che ammiri la bellezza del creato, affronti le difficoltà della vita e intraprenda le sue dure battaglie per la salvaguardia dell’ambiente. Daryl Hannah ha sempre alternato alla sua carriera cinematografica un costante attivismo ambientale. L’attrice dagli anni ’80 non ha fatto altro che ispirare molti appassionati che l’avevano mirata sul grande schermo con quell’inconfondibile nome, e da allora cerca ancora di ispirare le persone, tentando di trasmettere il suo amore per il mondo e la vita.

Come Madison, anche Daryl guarda alla vita con speranza e amore, con dolcezza e fiducia. Sembra che quella coda rossa continui a calzarle a pennello quando lei nuota nel mare e ricorda quanto gli oceani siano importanti e debbano essere preservati dalle contaminazioni. Una vita, la sua, vissuta nella riservatezza prima e nella celebrità poi. Che sia una replicante, una spietata antagonista, o un’incantevole sirena Daryl ha sempre lottato strenuamente per ciò in cui credeva. Lei vuole celebrare le bellezze di un mondo “esterno”, quello stesso mondo che per un anno, da bambina, non vide poi molto. Attraverso il cinema ha interpretato una forma fantastica di realtà, e nella vita vera ha sempre affrontato con coraggio le avversità.

Love life” resta sempre il suo inconfondibile motto, perché lei, dopotutto, è ancora Madison, una sirena che ama fortemente la vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Rose e Jack" - Dipinto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • Anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno. (Hermann Hesse)

Nessun passeggero si era intrattenuto in quei locali. Erano tutti fuggiti nel disperato tentativo di trarsi in salvo. Per tutta la sala e attorno alle colonne bianche che svettavano alte giacevano dozzine e dozzine di poltrone vuote. Già, non ve ne era occupata neppure una! Era il 14 aprile del 1912, l’ultima notte del Titanic. Di colpo era avvenuto uno snaturamento nel segmento proravia della nave: quei luoghi, così festosamente gremiti di gente nei giorni antecedenti, erano ora stati evacuati. Una piccola statua raffigurante la dea Artemide e un orologio a sveglia stavano in bella mostra sul camino di marmo in attesa d’essere raggiunti dall’avanzare inesorabile dell’acqua. Il ticchettio dell’orologio era l’unico suono percettibile nella grande sala. In fase di progetto, quella sala, denominata “la stanza di scrittura e lettura”, era appannaggio esclusivo dei passeggeri della prima classe, dove avrebbero potuto godere di un ambiente raffinato e munito di tutti i confort. Si poteva naturalmente ascoltare anche della buona musica e gustare un ottimo tè.  La sala, benché fosse di una sublime bellezza e vantasse un grande arco sostenuto da colonne con capitelli corinzi, perdeva parte della propria magnificenza estetica quando rimaneva “sola”. Le pareti apparivano improvvisamente fredde, non essendo più scaldate dagli accesi sproloqui degli uomini o dai coloriti pettegolezzi di donne d’alto lignaggio. Si guardò attorno sconsolato, Thomas Andrews, l’ingegnere e costruttore del Titanic, quando, nell’opera cinematografica di James Cameron, raccolse l’oriolo posto sul camino dell’ampia sala, aprì il vetro che ne preservava il quadrante e fece roteare le lancette, forse nell’illusione di poter arrestare il tempo o, al contrario, accelerarne il suo corso, nel tentativo disperato di far cessare quella straziante sofferenza a tutti i passeggeri. Andrews abbassò poi il capo e rimase a contemplare il pavimento, mentre l’acqua già invadeva la sala. Quando il lato di prua del transatlantico si inclinò, la sala subì le nefaste conseguenze: le poltrone iniziarono a cadere giù e a sbattere contro i pannelli divisori della stanza. Anche l’oriolo cadde sul pavimento e si frantumò. Il tempo registrato fino a quel momento di colpo si arrestò. Da prezioso artificio dell’ingegno umano, atto a seguire lo scorrere dell’attimo, l’oriolo diviene un artefatto, il testimone di uno squarcio nel tempo. Pur essendo fermo, un orologio riesce a segnare l’ora giusta due volte ogni giorno. E in egual modo continuano a farlo gli orologi a pendolo, quelli da taschino, e le sveglie andate perdute sul fondale oceanico. Ancora oggi, due volte nelle ventiquattr’ore, quegli strumenti, seppur inceppati, segnano l’ora esatta; l’ora in cui per il transatlantico il tempo si fermò per sempre.

E’ pronta a tornare sul Titanic?” - E’ la domanda che Brock Lovett rivolge a un’anziana Rose poco prima che la donna inizi a narrare il proprio trascorso. Per la protagonista tornare sul Titanic equivale a riannodare i fili che la legano ad una triste vicenda accaduta ben 84 anni prima. Se fosse così semplice riattivare il rotismo di un orologio con un semplice gesto non esiterebbe un solo istante a farlo; se spostare indietro quelle lancette comportasse un viaggio a ritroso nella dimensione spazio-temporale, non ci penserebbe su due volte. Ma nessun orologio dona al possessore il vero controllo del tempo, non offre che un’illusione. Padroneggiamo la mera osservazione dello scorrere dei secondi, ma non siamo che spettatori di un progredire che fugge dalla nostra gestione. Il cinema cattura una parte comprimibile dell’essenza del tempo, sebbene esso venga ricreato ad arte e reso in maniera fittizia. “Titanic” solca le acque di un tempo dalla duplice natura, che sia reale e illusorio. Gli spettatori restano ad osservare, prigionieri del tempo reale, lo sviluppo di una storia incastonata in un tempo immaginario, che dondola tra la giovinezza di allora e la vecchiaia della contemporaneità. “Titanic” fa del tempo un motore pulsante, che brucia enormi quantità di combustibile e alimenta il moto rotatorio di tre eliche che sospingono l’avanzata della nave. E’ un tempo basato sul vero vissuto: la tragedia del Titanic è conosciuta universalmente dai più, eppure non propriamente compresa se non da chi fu a bordo del bastimento e sopravvisse. “Titanic” fa della ricostruzione storica un demiurgo generante, e dalla storicità vera il film trae beneficio per raccontare una storia romanzata. E’ la coniugazione del tempo vero mescolato al tempo architettato dalla messa in scena. Il lungometraggio oscilla tra il presente narrato e il passato vissuto, e il tempo della narrazione si conforma alla consistenza del tempo veritiero, anzitutto nella sperimentazione della rievocazione di un epoca trascorsa. “Titanic” è la navigazione di un percorso a ritroso che dà lustro e vivezza ai primi anni del Novecento.

La forza dei ricordi rende mirabile un trasporto nell’avvenuto. Ma le reminiscenze non sempre vengono conservate e richiamate alla mente con accurata nitidezza. L’anziana Rose ha centodue anni quando raggiunge il cacciatore di tesori Brock Lovett per raccontare la propria storia. I segni della sua veneranda età si notano solo in una candida sequenza, quando la donna si accinge a presentare la nipote al superficiale cercatore. Come terrà a precisare la ragazza alla nonna, in vero, i due si erano già presentati sul ponte del transatlantico pochi minuti prima. Rose non lo ricordava affatto, nonostante fossero passati solo pochi minuti. Un’incertezza, una beffa mnemonica che mette in guardia i cacciatori in merito alla reale capacità della donna di rammentare ciò che è avvenuto sul Titanic. E’ una memoria, tuttavia, sorprendente quella di Rose, dettagliata, minuziosa, espressa verbalmente senza interruzione alcuna.  Sono un raggrumato scorrere di pensieri, un fluido fiume di parole le reminiscenze che serba. “Titanic” è l’esaltazione del cinema dei ricordi valenti e profondi, eternati e custoditi per essere tramandati.

“Titanic” è la riattivazione di un orologio rimasto fermo, che torna a ticchettare tramite l’influsso del racconto.

10 aprile del 1912. In un locale, nei pressi del porto di Southampton, Jack vince in una partita a poker i biglietti per la terza classe del transatlantico Titanic, prossimo alla partenza verso l’America. “Non gingillarti, Jack, il tempo non aspetta i ritardatari!” Il proprietario del locale tiene ad avvisare il protagonista, “il Titanic va in America…e fra cinque minuti”. Con la mano l’uomo indica un grosso orologio appeso al muro dimostrando di aver ragione. Mancano poco meno di cinque minuti alla partenza. Ancor prima dell’inizio del viaggio, il tempo si palesa sotto forma di strumento laconico e imparziale, distaccato e inespressivo. L’orologio sovrasta lo sguardo del giovane e lo mette in allarme. Si dipana, da quell’istante, una prima fuga per giungere all’appuntamento col destino, all’incontro con Rose.

  • “Eravamo insieme, tutto il resto del tempo l'ho scordato.” (Walter Whitman)

Il tempo computato da un congegno torna a materializzarsi di tanto in tanto. Se ne resta inerte sullo sfondo della scena, come fosse un elemento decorativo. L’orologio più presente sulla scena è di forma circolare, ed è incassato nella parete prospicente la grande scalinata della prima classe, ornata di fiori e foglie di bronzo. Mentre aspetta che Rose lo raggiunga, Jack scruta silente quell’orologio con la quiete di chi interpreta il tempo concessogli come un dono, apprezzandone ogni flebile cambiamento. Possono solo pochi giorni compendiare un sentimento tanto profondo e assumere un peso che non potrà essere bilanciato neppure negli anni restanti?

Il tempo, riscontrabile nella rapidità con cui un istante cede il passo al successivo, è ineffabile ma al contempo catturabile. Un momento può essere acciuffato, fatto proprio, ghermito con la rapidità di un battito di ciglia. E’ un fenomeno che avviene nell’isolamento e nell’avulsione soggettiva da ciò che circonda. Accade così che i nostri sensi vengono acuiti da un solo soggetto, tale che il sospiro di Rose possa venire udito distintamente, come se i restanti frastuoni non sfiorino l’orecchio di chi non vuole ascoltare. La smorfia compiaciuta di un volto, il particolare della fossetta formatasi sulla gota durante l’esternazione di un sorriso, il dettaglio di una ciocca di capelli rossi arricciati da una giravolta: nell’innamoramento tra Jack e Rose il tempo si comprime e il credo di dare consistenza ad ogni singolo giorno si piega all’idea di dare importanza ad ogni attimo che, conformato ai successivi, rifinisce la forma cristallina di un ricordo.

Quello tra Jack e Rose è un amore smisurato come l’immensità di un cielo stellato in una calda notte d’agosto. La volta celeste stessa è soggetta al mutamento, al passaggio graduale dal giorno alla notte, dettato dal tempo che passa. In una scena esclusa dal montaggio finale, al calar della sera, Jack e Rose si soffermano ad osservare il firmamento sconfinato. Ne segue una breve riflessione sulla minutezza dell’uomo al cospetto dell’universo. Si avverte, per una frazione di secondo, la percezione d’essere piccoli, piegati alla meraviglia imperscrutabile dell’infinito. I due riescono a vedere una stella cadente. Jack rivela a Rose ciò che un vecchio adagio del padre recitava, ovvero che ogni stella che cade è un’anima che lascia la Terra e vola in paradiso.

Così l’uomo risulta ancora inerme se posto dinanzi alla maestosa presenza impalpabile del tempo. Una notte sul Titanic vola via come verso cantato al cielo, come parole portate via dal vento, un po’ come avviene in quella fredda notte con le rime canticchiate dai due innamorati nel brano “Come Josephine In My Flying Machine”.

Ma il tempo è inclemente, e viene rappresentato nuovamente nel film non più con l’immagine di un orologio, ma con l’azione crepuscolare di un tramonto. Il sole illumina per l’ultima volta la prua della nave, e in quell’addio costituito dagli ultimi bagliori di un raggio che sta per morire all’orizzonte, Jack e Rose si baciano per la prima volta, sgretolando la consistenza dei secondi.

Il Titanic stesso col proprio tragico trascorso ha abbattuto le barriere del tempo storico. L’amore, scritto e interpretato nell’opera di Cameron, è un amore concepito per non durare a lungo. Ma è nella consistenza di quei pochi giorni che si instaura un fervore celato nell’animo. Rose fa dell’ideologia del suo primo amore un’ispirazione che possa guidare, per i successivi 84 anni, il suo spirito inquieto. Conseguentemente l’essenza effimera delle ore, trasfigurata nell’ispirazione ideologica, diviene tempo imperituro, e nel ricordo si adempie una forma d’eterea e impalpabile immortalità.

  • “L'acqua che tocchi de' fiumi è l'ultima di quelle che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente”. (Leonardo Da Vinci)

Tempo realmente vissuto e tempo propriamente inscenato si intrecciano in una narrazione filmica ad ampio respiro. I giovani innamorati Jack e Rose si contrappongono ai coniugi Straus, vissuti realmente e periti insieme durante l’inabissamento del Titanic. Sono due coppie accomunate da un legame profondo e indivisibile ma tanto distinte. Isidor e Ida Straus nel kolossal compaiono solo in un breve frangente, distesi sul letto della loro cabina, stretti in un abbraccio quando la loro camera viene invasa dall’acqua. Durante le operazioni di salvataggio, Ida ebbe la possibilità di salire a bordo di una scialuppa che era prossima ad essere ammainata ma si rifiutò di lasciare il marito. I due attesero la fine della loro vita così come avevano vissuto: insieme. Tra Jack, Rose e i coniugi Straus può esistere una comparazione analitica in merito al tempo concesso in una vita di comunanza. Fu un’esistenza vissuta con pienezza per i due sposi, quella di Jack e Rose, invece, fu una separazione immantinente, troncata nella giovinezza. Jack e Rose non invecchieranno insieme, non trascorreranno il tempo terreno nella reciproca vicinanza. E’ l’inclemente giudizio pronunciato e compiuto dal giudice del fato.

Nel movimento perpetuo dei marosi dell’Atlantico si configura la metafora di un tempo in divenire, che accelera il proprio sviluppo per giungere a conclusione. Le acque gelide dell’oceano parevano così remote, prima d’invadere gli scomparti della nave. Il mare, filtro di un mondo sommerso, è per Cameron anche strumento di morte. Sebbene l’uomo cerchi d’imporsi sulla natura essa è regolata dalle leggi del creato, dalle quali è impensabile prescindere. L’ultima volta che l’orologio del grande salone viene inquadrato dalla cinepresa, la massa d’acqua è salita sino all’altezza del quadrante che segna le 2:15.

Mancano soltanto cinque minuti al definitivo tracollo della nave e al conseguente fermo del tempo.  In quell’addio tra le onde, alla morte di Jack, si disperde il tempo presente. Rose smarrisce in quei fluttui il frammento più palpitante del suo cuore, e da quel giorno, ogni progressione della vita futura sarà dettata dall’ispirazione di un credo carpito nel momento passato.

  • “Sogna come se dovessi vivere per sempre, vivi come se dovessi morire oggi”.

“Titanic”, come ho scritto, è la celebrazione di un ricordo, inteso non soltanto in senso lato, ma come testimonianza di una vita perduta. Nulla può catturare l’incanto di un gesto come può fare un ricordo conservato e raccontato per far prendere coscienza a chi ascolta della bellezza di un periodo ormai andato. La fotografia può immortalare un atto, la scrittura glorificare un evento, ma nel ricordo personale si può compendiare con emozione un volto, una voce, una personalità, una vita. Attraverso le proprie parole, Rose porta a compimento la propria questione in sospeso, l’ultimo passo della propria vita: restituire il ritratto di un uomo scomparso. E solo lei poteva farlo, perché era la sola ad averlo a cuore, e nel racconto della propria esperienza gli ha reso la facoltà di poter essere tramandato.

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì

 

Gli orologi del Titanic, così come tutti gli altri strumenti per misurare lo scorrere del tempo, riposano da quella tragica notte sul fondale buio e sabbioso dell’oceano, fermi a segnare le 2:20. Come saranno oramai? Saranno arrugginiti, ricoperti da microrganismi, oppure schiacciati dall’enorme pressione, come fossero orologi dipinti da Dalì, molli, pendenti e scivolosi, cosparsi dell’austerità del tempo perduto. Gli orologi sono freddi calcolatori che però non possono nulla se confrontati alla persistenza della memoria della donna protagonista, che dà spessore, colore, forma, splendore e straziante dolore a un ricordo vissuto nella fugacità di un tempo soggettivo e, per tale ragione, incalcolabile.

Adempiuta l’ultima volontà di Rose sulla Terra, giunge il momento della ricongiunzione. La volta celeste, colma di stelle luminose, può lasciarne cadere una, la più tardiva, così che un’anima possa prendere il suo posto nel paradiso. E’ l’allegoria conclusiva di un richiamo: è Jack che reclama Rose per il raggiungimento di un tempo senza tempo. Nell’ultimo sogno di Rose, la donna torna nelle profondità degli abissi dell’oceano così come del tempo, e nella paradisiaca nave traghettatrice di anime la meraviglia originaria degli ambienti torna a materializzarsi sotto i nostri occhi.

Il finale di “Titanic” è, a mio dire, paragonabile ad alcuni toccanti passi finali delle fiabe di Hans Christian Andersen. Come accaduto per Jack e Rose non è nella vita terrena che si è potuto vivere un amore tanto intenso, un concetto, quest’ultimo, preminente nelle fiabe dello scrittore danese, nelle quali l’amore non vissuto completamente sulla Terra, essendo immortale, trova compimento nella vita dopo la morte. Jack e Rose si rincontrano nella dimensione metafisica, dove il tempo e lo spazio cedono il passo all’etereo. L’uomo attende, come un tenace soldatino di stagno che resta pazientemente in piedi da più di ottant’anni ad aspettare la donna amata, una ballerina che rapì il suo cuore con un passo di danza in terza classe. Quando si volta, l’orologio alle spalle di Jack segna ancora le 2:20. E’ l’ultima apparizione di un tempo interrotto. Un orario non più riscontrabile, posto là dove la giovinezza non svanisce mai, dove l’amore può albergare per sempre e dove ogni singolo giorno è reso eterno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Titanic negli abissi del tempo" è l'ultimo capitolo dei nostri articoli sull'opera cinematografica e sulla tragedia del Transatlantico. Potete leggere tutti i nostri articoli su "Titanic" cliccando ai seguenti link:

"Recensione e analisi: Titanic - 1997"

"I simbolismi di Titanic - 1997"

"Un'anima dell'oceano - L'affondamento del Titanic tra cinema e realtà"

"Speciali di cinema - Con gli occhi di James Cameron"

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E' stato rilasciato l'emozionante trailer di "Avengers Infinity War", il kolossal corale sui supereroi Marvel.

Ecco il trailer in italiano:

E adesso il trailer in lingua originale:

Redazione: CineHunters

La regina Elisabetta I aveva sibilato con imprevidenza che l’amore, il vero amore, non poteva essere scritto e rappresentato a teatro. William Shakespeare quando udì quest’insinuazione impudente non poté in alcun modo dare la propria resa. Meravigliare una nobildonna è una virtù assai rara. Dimostrare alla monarca d’aver ragione sul corretto esito di una sfida era una vittoria per l’intelletto, non certo una vincita cospicua per le tasche sgualcite di un drammaturgo. Shakespeare non riuscì a trattenersi, avvertì l’effluvio della provocazione, e volle fronteggiare apertamente la reticenza della sovrana: “Le dimostrerò che il vero amore può essere raccontato e interpretato”. Tra Shakespeare e la regina si ebbe quello che, di fatto, fu un alterco intellettuale atto a sancire una scommessa prontamente colta da Elisabetta. “Entro la fine dell’anno, maestà, vedrà sul palcoscenico la storia d’amore più bella che sia mai stata raccontata”, avrebbe poi concluso lo scrittore.

Se conoscete il film “Shakespeare in Love” rammenterete questo passo del lungometraggio. Un evento costruito per l’espediente cinematografico ma che mi è tornato utile per introdurvi quanto andrete di seguito a leggere.

La schiettezza della sovrana d’Inghilterra, interpretata in tale adattamento da Judi Dench, potrebbe sembrare sgradevole. Come si può dubitare che l’amore vero non possa essere scritto, letto e contemplato? Forse perché la regina avrebbe voluto ammirare una storia d’amore che raggiungesse l’immortalità e che potesse essere ghermita tanto con gli occhi quanto col cuore. Scrivere questo tipo d’amore era proibitivo, anche per William Shakespeare.  Verso la fine del 1500, quando lo scrittore cominciò la stesura del suo dramma sull’amore, tale sentimento era aduso ad essere alla mercé di un padrone. L’unione matrimoniale era imposta “dall’ordinanza” di un padre e combinata da una trattativa economica tra famiglie. L’amore altro non era per i nobili se non la buona “chiusura” di un affare. Pareva utopistico che l’innamoramento potesse avere una trattazione lirica che riuscisse a scuotere l’animo calcolatore dei più ricchi. Intrigante, per tali ragioni, la disputa dialogica tra la regina e William Shakespeare sceneggiata nella pellicola del 1998. Shakespeare, se ciò fosse avvenuto realmente, avrebbe dovuto incanalare quante più motivazioni poteva da una simile contesa ideologica. Tuttavia, mi sento d’affermare che per dare compiutezza a una tragedia come “Romeo e Giulietta”, la mera influenza generata dal desiderio d’aver ragione non poteva garantire una così profonda riuscita dell’opera. Avrebbe dovuto attingere dai propri sentimenti, o forse addirittura dal proprio vissuto, per scrivere la tragica storia di Giulietta e del suo Romeo.

O forse, doveva ancora imitare lo svolgimento di una storia già raccontata. Perché si sa, alcuni artisti inventano, altri geni scopiazzano. E Shakespeare, a suo modo, scopiazzò. Sì, insomma attinse.

  • Il mito di Piramo e Tisbe

Confesso d’aver sorriso nel momento in cui mi accingevo a scrivere quel verbo, quello “scopiazzare”, così poco confacente all’estro scrittorio di William Shakespeare. Come si potrebbe additare l’autore inglese di una calunnia così grave? William Shakespeare scopiazzava?! E’, in verità, un’estemporanea battuta detta, almeno una volta nella vita, da tutti coloro che conoscono il mito di Piramo e Tisbe, giusto per accostare il “racconto” al dramma Shakespeariano. In effetti, la storia dei due innamorati in età babilonese rimarca in maniera alquanto evidente le vicissitudini di Romeo e Giulietta. Shakespeare ha, per l’appunto, rivisitato il mito stesso. Ciò non è tuttavia sufficiente per tacciare l’opera di Shakespeare come una mera copia usurpatrice. Del resto non è atipico assistere a episodi del genere. E’ ormai assodato che anche i grandi scrittori d’ogni tempo fossero soliti trarre ispirazione da romanzi redatti in passato. Un esempio lampante ci viene offerto dal critico e studioso Giovanni Getto il quale affermava che il grande Alessandro Manzoni, caposcuola del nostro Romanticismo, per la stesura del suo capolavoro “I promessi sposi”, trasse l’ispirazione da un libro rinvenuto nella Biblioteca Universitaria di Torino dal titolo “Historia del cavalier Perduto”, romanzo cavalleresco di Pace Pasini.  Con questo non voglio assolutamente dire che “I promessi sposi”, ovvero il Trionfo della Provvidenza non sia un romanzo originalissimo.  Shakespeare era, a suo modo, un sommo artigiano, un autore attentissimo alle mode del periodo, e da uomo di teatro sapeva adeguarsi ai gusti del suo pubblico. Per tale motivo, a volte, non inventava trame ma attingeva dalla novellistica italiana e d’oltralpe; e perché no, anche dalla mitologia.

Piramo e Tisbe sono le anime antecedenti Romeo e Giulietta. La loro triste sorte venne narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Piramo e Tisbe erano perdutamente innamorati l’uno dell’altra, ma a causa dell’odio che scorreva tra le rispettive famiglie, i due giovani non potevano mai incontrarsi. Le due esigue stanze in cui essi trascorrevano gran parte del tempo, rinchiusi per diretto ordine dei genitori, onde evitare che si incontrassero, erano adiacenti. La parete che divideva i due ambienti aveva una crepa, dalla quale i due riuscivano a comunicare. Ponendo l’orecchio sulla minuscola fessura, Tisbe riusciva a udire le parole che l’amato faceva filtrare con dolce pronunzia. Nel mito la demarcazione oltre ad essere sancita dalla ferrea crudeltà dei genitori, era resa viva e tangibile dalla robustezza di un’arida parete che impediva a Piramo e Tisbe anche solo di sfiorarsi. Giacevano così vicini eppure permanevano così lontani. Uno stato di prigionia a cui vollero dar fine organizzando un incontro che avrebbe dovuto preannunciare la loro fuga. Si dettero appuntamento nel bosco, in fondo alla valle, nei pressi di un gelso sorto vicino a una sorgente d’acqua dolce.  Tisbe fu la prima a scappare dalla propria dimora, corse nella notte con il volto celato da un velo nero e arrivò in anticipo sul luogo stabilito. Era notte fonda, si udivano ululati provenire dalla boscaglia, se non quando Tisbe, al debole chiarore della luna, s’imbatté in un leone dalle fauci ancora sporche di sangue per aver appena predato una povera bestiola. Tisbe scappò via terrorizzata, perdendo il suo velo nella corsa. Arrivò poco dopo Piramo che, vedendo il leone col muso imbrattato di sangue, e notando il velo dell’amata intriso della stessa sostanza rossa, scoppiò a piangere, credendo che la belva avesse divorato la sua Tisbe. Oppresso dal dolore, Piramo scelse di uccidersi, trafiggendosi con un pugnale. Sopraggiunse, a quel punto, Tisbe che lo trovò in fin di vita ai piedi del gelso. Quando ella raccolse il suo corpo e lo sollevò da terra per reggerlo tra le sue braccia, Piramo esalò l’ultimo respiro. Sconvolta Tisbe si trafigge anch’essa col pugnale e i due innamorati morirono nella stessa ora, l’uno accanto all’altra. L’infausto destino dei due innamorati commosse gli dei, e il sangue dei due giovani, pervaso da un amore tanto grande, bagnò le radici del gelso cui caddero come corpi morti, facendo diventare neri i suoi frutti.

“Romeo e Giulietta” riscopre i punti chiave del mito di Piramo e Tisbe e li traspone, reinventandoli, in epoca cinquecentesca. Sta proprio in questo il genio di Shakespeare: partire da una narrazione drammatica già comprovata e contestualizzare il racconto in un’era del tutto nuova, conferendo nuova linfa ai personaggi originari del dramma, donando realismo e profondità allo sfondo storico, politico e famigliare, e rendendo il tutto, per certi aspetti, unico. L’avverso destino dei primi due innamorati, sul finale tragicamente beffardo, viene trasmutato. Shakespeare cattura il dramma di una separazione obbligata, di un allontanamento comandato da terzi e riscrive una sorte analogamente fatale per i suoi personaggi. Sia Piramo e Tisbe che Giulietta e Romeo moriranno per una scelta insana, perentoria ed affrettata. Il tempo e la casualità sono forze indomabili che giocano con le loro vite per trascinarli fino in fondo a un’infelice risoluzione.

Il vero amore, avremmo potuto obiettare noi stessi all’allora regina Elisabetta I, era già stato raccontato e parecchi secoli orsono. Tuttavia, il dramma teatrale in cinque atti dello scrittore inglese era presto destinato a prendere forma, fino a divenire l’archetipo dell’amore inscindibile.

  • Romeo e Giulietta di Zeffirelli

Romeo e Giulietta e il loro vissuto hanno assunto un valore emblematico: il canto, la musica, ancora il teatro, la televisione e il cinema hanno tradotto, in innumerevoli adattamenti, la celebre storia. Franco Zeffirelli nel 1968 girò per il cinema una delle versioni più attinenti al dramma shakespeariano, con i giovanissimi Leonard Whiting e Olivia Hussey come casti protagonisti. Emerge, nella magnificente versione di Zeffirelli, la candida purezza dei due personaggi, i quali si innamorano al primo sguardo durante un ballo in maschera. I costumi realizzati per l’occasione e le maschere che celano i volti sono solo vestiari mimetizzanti, artifici con cui l’ineluttabilità tenta di ritardare l’inevitabile, il progressivo innamoramento tra Giulietta e Romeo nell’istante in cui i loro occhi indugiano sui rispettivi volti, non più nascosti da ornamenti cromatici. Il testo Shakespeariano viene recitato con trasporto dai due attori calati in uno scenario che su tutti, al cinema, rese onore al dramma originario, creando una miscellanea di passione, bellezza, raffinatezza, sensualità e tristezza. Capuleti e Montecchi non sono per i due giovani che nomi identificativi, i quali ben poca importanza recano in sé.

Entrambi risentono della divisione perpetrata da una rivalità che non concepiscono, e del distacco che prende forma nella posizione di una balconata che osa tracciare l’immaginaria distanza tra la Terra e il cielo. Una meta che Romeo raggiunge arrampicandosi su un albero per baciare Giulietta e con fervore chiederle di sposarlo.

L’innocenza dei due innamorati, mai rappresentati così giovani, persi nel loro primo ed unico amore, accentua la frustrazione e l’incomprensione provata nei confronti di un odio bieco e ingiustificato che attanaglia le rispettive famiglie. Può forse l’amore nascere dall’odio? E’ ciò che Zeffirelli rende così cristallino, traducendo, con tale dovizia, il volere di William Shakespeare. Il finale del dramma, così come avveniva nel mito di Piramo e Tisbe, non segna l’arrendevolezza dell’amore ma il sospirato desiderio di potersi ricongiungere in pace nell’aldilà. Scrivere d’amore è indagare l’immortalità.

Ma cosa guida la mano di uno scrittore nel partorire un testo che possa rendere leggibile e interpretabile il vero ed eterno amore? L’amore può essere elaborato in parole dal costrutto fantastico o dal vissuto reale?

  • Shakespeare in Love

“Shakespeare in Love” compie ciò che Shakespeare fece col mito di Piramo e Tisbe. Il lungometraggio del 1998, partendo dal lavoro dello scrittore, reinventa gli atti narrati del dramma e li rivisita come eventi precedenti e “realmente” vissuti da Shakespeare in persona. Se Shakespeare si era ispirato a un racconto mitologico per comporre la propria ode al terso amore, gli autori di “Shakespeare in Love” si ispirarono agli accadimenti della tragedia per sceneggiare una storia d’amore inventata. “Shakespeare in Love” ci trasmette un’idea, quella che l’amore vero debba essere realmente provato per poter essere così ben descritto e conformato. La fantasia scrittoria è un seme e non può essere piantato su di un aspro terreno. Tale seme non può germogliare se il terriccio non è reso fertile dal sentimentalismo ispirato. L’amore è per l’arte scrittoria influenza ispiratrice. E’ infatti uno Shakespeare in crisi, quello che il film ci presenta, che patisce un blocco inventivo fino all’incontro con Viola De Lesseps, la musa ispiratrice che ruberà il suo cuore e con cui vivrà una passione travolgente. Gli avvenimenti tra William e Viola fanno da preludio agli accadimenti che Shakespeare comporrà in quei giorni intensi per la sua tragedia; le rime d’amore che egli scambierà con l’amata saranno le medesime che affronterà durante la stesura del dramma di “Romeo e Giulietta”. Nessuna riflessione, nessuna ponderazione in merito alla redazione del testo teatrale, il linguaggio di Shakespeare scorre via come un fluidificare di pensieri divenuti parole. L’ispirazione di un amore tanto grande rende la scrittura un processo subitaneo, un bisogno impellente, una bramosia incontrollabile che porta l’autore a voler esternare i propri sentimenti. E così, Shakespeare intinge con sempre maggiore frequenza la penna di piuma d’uccello nell’inchiostro del calamaio, per poi rendere quelle emozioni parte scritta di una serie di versi i quali lentamente si intersecano con la vita vissuta. In “Shakespeare in love” scrivere d’amore è declamare poesie, declinarle senza il bisogno d’appellarsi a un testo non imparato a memoria ma dettato dal pulsare del cuore. Una metrica recitata sul palcoscenico della vita, mediante un’interpretazione che allude totalmente all’immedesimazione.

Quando il vero Shakespeare si apprestò a lavorare alla propria eccellentissima nonché lamentevole tragedia, doveva far fronte a severi limiti di libertà d’espressione. Non bisognava occuparsi di politica contemporanea nel teatro inglese, non era consigliabile occuparsi di temi riguardanti la religione, se non per sottolineare la superiorità assoluta del credo anglicano. La libertà concessa al drammaturgo non andava oltre i confini anche materiali dei teatri in cui lavorava, come se il teatro stesso assumesse i contorni di un mondo a parte, avulso purché non travalicasse i limiti sopraesposti. Il mondo è teatro per William Shakespeare, e nel teatro vi è l’assoluta identificazione del dramma della vita. Un concetto, quest’ultimo, che avrà piena esaltazione in “Shakespeare in Love” dove le vicissitudini vitali si intersecano a quelle circoscritte e messe in scena. Shakespeare accoglieva nelle proprie rappresentazioni il mondo intero, e dava ad esso un’espressione poetica. Si rendeva ben conto delle proprie limitazioni e tuttavia anche delle possibilità di dar voce alle speranze e alle paure dell’uomo, così come erano sentite in un tempo che aveva visto crollare valori e credenze dati per scontati ormai da secoli e che si stava compiendo sotto il segno del mutamento e della metamorfosi; un segno dinamico dunque che il teatro poteva tradurre in parole e immagini meglio di ogni altra forma espressiva. Resta comunque il fatto che al centro di ogni sua composizione c’è l’uomo. Lo scavo psicologico e lo studio dei sentimenti diventano una sorta di bisturi di cui lo scrittore si serve per indagare l’animo umano: visione non ottimistica ma rattristata dalla consapevolezza del male.

William e Viola, Piramo e Tisbe, sono ancora Romeo e Giulietta, le allegorie indivisibili e incarnate di un amore vissuto, di un amore raccontato e di un amore recitato. Ecco da quante forme l’amore scritto può venire ereditato. Una sentimentalismo smisurato che può essere dettato tanto dall’intelletto quanto dall’esperienza vissuta.

  • Fine…lieto

Un tipo di amore, quello fin qui trattato, che non sfocia nel lieto fine perché da sempre funestato da forze avverse. Ma la morte di Giulietta e Romeo annienta i dissapori tra le due famiglie, lenisce i dispiaceri e innalza l’amore al di sopra dell’odio. Nella loro morte scellerata, le anime dei due innamorati lasciano una Terra che col loro sacrificio potrà essere migliore. Ne deriva un futuro che non conosce fine in quanto giunge all’immortalità e viene eternato con l’arte del racconto e del ricordo. Se Piramo e Tisbe, così come Romeo e Giulietta, hanno rinunciato alla loro esistenza per sperare in una vita trascendentale che li mantenga vicini, lo Shakespeare di “Shakespeare in Love”, sebbene venga privato della propria indimenticata compagna, non cede al rimorso, ma convoglia il ricordo della sua essenza in fonte d’ispirazione per scrivere “La dodicesima notte”, la cui protagonista è la sua Viola.

Per scrivere d’amore si può trarre fantasia dalla propria immaginazione e dal proprio vissuto purché entrambe alimentino il fuoco ardente che divampa nel cuore di chi compone. Scrivere d’amore è dunque plasmare un’idea, dar consistenza a un’emozione, e nuova vita alla persona amata, resa vera dal potere della parola. E’ questa la scommessa da vincere, ancor più che dimostrare che il vero amore è possibile da raccontare: palesare la volontà di trasporre la donna amata, musa d’ogni passo composto, sotto forma di testo scritto, così da renderla, per lo scrittore che la riconosce e per il lettore che impara a conoscerla, immortale in qualunque storia essa appaia. Romeo e Giulietta, dopotutto non sono mai morti, continuano a vivere ancora tra le pagine di un copione, tra le recite di un teatro, tra le riprese di un set.

“Romeo e Giulietta” è la storia dell’amore spirituale e carnale divenuto sacro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il sipario strappato” è un film di Alfred Hitchcock, uscito nelle sale nel 1966 e distribuito dalla Universal.

Il titolo originale dell'opera Hitchcockiana è "Torn Curtain". Curtain in inglese significa sia “sipario” sia “cortina”: il riferimento è naturalmente alla “cortina di ferro” dell’epoca della guerra fredda in cui la storia si dipana lungamente come un drappo di sipario consunto.

Dopo il disastroso flop di “Marnie” sia di pubblico che di critica, per Hitchcock si rendeva necessario girare un film che gli risollevasse anche il morale. Dopo essersi dedicato a tre differenti soggetti senza arrivare a nessuna conclusione, il regista decise di realizzare un film di spionaggio. Si trattava di un filone di cui fino a poco tempo prima Hitchcock era ritenuto un maestro. Il soggetto de “Il sipario strappato” trae spunto da una vicenda verificatasi nel 1951 e che aveva a suo tempo suscitato scalpore: due rinomati diplomatici inglesi Guy Borgess e Donald Maclean, avevano inaspettatamente deciso di rifugiarsi in URSS. La stesura della sceneggiatura fu piuttosto travagliata. Dopo le prove insoddisfacenti di alcuni sceneggiatori britannici, Hitchcock affidò lo script al romanziere Brian Moore, ma non completamente soddisfatto, chiese aiuto a due drammaturghi e sceneggiatori inglesi, Keith Waterhouse e Willis Hall, autori fra l’altro del grande successo teatrale “Billy il bugiardo”.

Anche le riprese del film non furono molto felici; il maestro non si trovò a suo agio con gli attori protagonisti, che, per certi versi, gli erano stati imposti dalla produzione.  Le maggiori difficoltà si riscontrarono con Paul Newman, che aveva frequentato l’Actor’s Studio e di conseguenza portato a intervenire nella definizione del suo personaggio, cosa che Hitchcock non sopportava. I compensi degli attori sottrassero poi i fondi necessari a mandare oltre oceano una troupe americana. Ma la cosa che andò peggio fu il commento musicale che Hitchcock affidò al suo vecchio collaboratore Bernard Hermann. Il maestro non rimase contento del risultato ottenuto e quindi chiese la collaborazione di un altro compositore. Fu così che tra Hitchcock e Hermann si aprì un’inaspettata spaccatura collaborativa che non venne più ricucita. Di sicuro migliore apparve il rapporto con il direttore della fotografia, John F. Warner. Anche all’illuminazione venne data molta importanza e una cura quasi maniacale fu dedicata alla realizzazione di una fotografia limpida e fredda, intonata perfettamente al clima della vicenda narrata. Però, malgrado tutti gli accorgimenti messi in cantiere “Il sipario strappato” non ebbe il successo desiderato, stroncato dalla critica e non tanto apprezzato dal pubblico, in quanto il film appartenente al filone dello spionaggio si presentava piatto, stanco, puerile. Tutto dava ad intendere che l’idillio fino a quel tempo vissuto fra Hitchcock e il pubblico era definitivamente tramontato.

In effetti, “Il sipario strappato” presenta più di uno strappo, più di una lacerazione: la sceneggiatura lascia a desiderare, la narrazione si disperde in parecchi rigagnoli e diventa frammentaria e ripetitiva. Il ritmo non è quello dei migliori film di Hitchcock e si nota una certa rilassatezza. Ciò che manca ne “Il sipario strappato” è la capacità di coinvolgere lo spettatore, di farlo “interagire” con i personaggi. A tratti però il film è anche gradevole e si lascia guardare in tutto il suo humour graffiante.

Scriveva Hitchcock in merito al suo film e a quanto sia difficile uccidere: “Con questa lunghissima scena di assassinio ho voluto innanzitutto prendere in contropiede uno stereotipo. Di solito, nei film, un assassinio si svolge molto velocemente: un colpo di coltello, un colpo di fucile, il personaggio dell’assassinio non si sofferma nemmeno a esaminare il corpo per vedere se la sua vittima è morta o no. Allora ho pensato che fosse arrivato il momento di far vedere quanto è difficile, arduo e lungo uccidere un uomo. Grazie alla presenza del tassista davanti alla fattoria, il pubblico non ha obiezioni al fatto che l’assassinio debba essere silenzioso; questo spiega perché non si possa neanche porre il problema di sparare un colpo di arma da fuoco. Conformemente al nostro vecchio principio, l’assassinio deve essere eseguito con mezzi che ci vengono suggeriti dal posto e dai personaggi. Siamo in una fattoria ed è una contadina che uccide; quindi utilizziamo degli strumenti domestici: la pentola piena di minestra, un trinciante, un badile e infine il forno della cucina a gas”.

Per “Il sipario strappato” Hitchcock aveva girato una scena che poi decise di eliminare, in parte perché allungava troppo la storia, in parte perché non era contento di come Newman l’aveva interpretata. La scena, di grande tensione e humour nero, era successiva a quella dell’assassinio di Gromek e si svolgeva in una fabbrica che Armstrong visitava in compagnia dei funzionari governativi.

Come sempre, anche ne "Il Sipario strappato" Hitchcock ha cercato di evitare il più possibile stereotipi ed elementi scontati, cosa tanto più difficile trattandosi di un film di spionaggio, genere allora molto frequentato.

Sappiamo tutti che Hitchcock si divertiva a firmare i suoi film comparendo come per caso in una breve inquadratura. Lo ha fatto anche nel Sipario strappato: lo si può scorgere nella hall di un albergo, mentre ha in braccio un bambino impertinente.

Redazione: CineHunters

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