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Terminator - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Devo ammettere che non ero affatto a conoscenza delle pieghe che la storia avrebbe preso nel secondo capitolo della saga di “Terminator”. Eppure, un dubbio mi assalì quando guardai per la prima volta il lungometraggio del 1984. Osservando la caccia che coinvolse i fuggitivi, Sarah e Kyle, e che venne portata avanti con infaticabile devozione dal cyborg, a cui Arnold Schwarzenegger prestò le sue nerborute fattezze, non potei fare a meno di pormi il seguente interrogativo: se un Terminator venisse programmato per difendere, invece che per attaccare, cosa potrebbe accadere? Esso costituirebbe una difesa non solo “rocciosa”, ma pressoché indefessa. Il Terminator vigilerebbe giorno e notte sul soggetto verso cui le sue attenzioni sono state a ben riguardo “indirizzate”. Una macchina distruttrice si tramuterebbe in un protettore possente quanto infaticabile. Per me non rappresentava che una mera ipotesi. Rimasi comunque scettico circa la possibilità di poter vedere un cyborg di tale natura “tramutato” in una sorta di guardia del corpo. Mi ripetevo che, come descritti dal guerriero Kyle Reese, i “Terminators” non conoscessero paura, rimorso, stanchezza, pietà. Erano stati concepiti per annientare gli uomini, plasmati tra le fiamme di una fucina affacciata su una voragine infernale, al solo scopo di procurare dolore. Ciononostante, quando recuperai per la prima volta “Terminator 2” rimasi piacevolmente colpito. La macchina assassina era stata riprogrammata, e il T-800 vestiva adesso i panni di un vigilante.

James Cameron spiazzò le attese del periodo e realizzò un sequel innovativo e spettacolare. L’antagonista del primo film tornava mantenendo un aspetto del tutto somigliante a quello che aveva il suo tristo predecessore, tuttavia, il suo ruolo venne invertito, da efferato assalitore il Terminator di Schwarzenegger indossò le vesti dello stoico difensore di Sarah Connor e del figlio, il futuro guerriero John. Il T-800, questa volta, se la sarebbe dovuta vedere contro un nuovo Terminator, un modello T-1000, maggiormente potente e ancor più imbattibile. Se nel primo lungometraggio di Cameron, la sfida dell’uomo contro la macchina costituiva il fulcro narrativo dell’opera, per il sequel il cineasta scelse di porre su fronti opposti le due creazioni “partorite” dell’intelligenza artificiale Skynet. La macchina si scontrerà contro un’altra macchina, in un duello senza esclusione di colpi.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” è un sequel stupefacente, che si pone ad un livello paritario se non addirittura superiore rispetto al capostipite della propria saga. Come spesso è accaduto per le produzioni del regista James Cameron, il budget per la realizzazione del film fu impressionante. I costi superarono i 100 milioni, ma i guadagni e i responsi critici ripagheranno ampiamente le spese: “Terminator 2” sarà il film di maggior successo dell’anno, e vincerà quattro premi Oscar su sei candidature. La pellicola è una lunga e inarrestabile corsa effettuata tra la notte e il giorno per ricercare una doppia salvezza: quella dei nostri protagonisti, Sarah e John, vigilati da un guardiano che farà quanto è in suo potere per difenderli, e quella relativa alla razza umana, sulla quale pende una minaccia per l’imminente creazione di Skynet. Il film è permeato da un’atmosfera avvincente, ed è in particolar modo scandito da fantastiche sequenze d’azione che lasceranno attoniti anche coloro i quali sono meno propensi a conturbarsi davanti ad un trucco scenico ben congegnato o ad un articolato effetto speciale.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” riprende a raccontare la storia là dove l’aveva interrotta. Sarah è molto cambiata da quella notte in cui perse la vita Kyle Reese per darle la possibilità di trarsi in salvo. Quando Reese spirò, ciò che restava del busto in endoscheletro metallico del Terminator riprese ad animarsi e, strisciando, continuò il suo folle proposito di neutralizzare la donna. Sarah riuscì a terminare definitivamente la macchina, schiacciandola sotto il peso di una pressa idraulica. Fu in quel momento che lei cominciò la sua ascesa. Sarah andrà incontro ad un’evoluzione evidente rispetto al primo film, nel quale era una giovane donna, dolce e spaventata, vittima di eventi avversi, di una caccia spietata perpetrata da un predatore impossibile da arrestare. Tale fuga, per scampare alle intenzioni fatali del terminator, l’aveva resa una preda indifesa, la cui unica tutela era garantita da un uomo, il padre del suo futuro figlio. In “Terminator 2”, Sarah verrà rappresentata come una donna forte, atletica, un’esperta di armi da fuoco e del combattimento corpo a corpo. Ella è pronta a battagliare per scongiurare l’olocausto nucleare che Kyle le raccontò. Sarah è una delle grandi protagoniste del cinema di James Cameron: come Ellen Ripley di “Aliens”, Sarah è audace, una madre che non contempla alcuna resa quando si tratta di difendere il suo unico figlio; e come Rose di “Titanic”, ella è una donna in grado di vivere con fierezza, di affrontare le asperità che la vita le pone sul proprio commino, e di restare eternamente legata al ricordo di un primo e indimenticabile amore.

Nel sequel di “Terminator”, colpisce la naturalezza con cui il pubblico instaura un feeling spontaneo con il T-800. Quel cyborg ha i medesimi connotati fisici del brutale assalitore che tentò, fino allo stremo e oltre, di uccidere la nostra protagonista, Sarah Connor, e che riuscì ad annientare il coraggioso guerriero Kyle Reese, compagno di Sarah e padre inconsapevole di John. Sebbene verso il robot non potremmo che, da subito, nutrire la stessa diffidenza provata da Sarah, quando questa si imbatterà nuovamente nella macchina che ha il medesimo aspetto del suo indimenticato assaltatore, noi spettatori riusciamo comunque a simpatizzare con l’agire sincero del Terminator: ciò perché senza remora alcuna riponiamo in lui la nostra fiducia. Con una scrittura curata e intelligente del personaggio, il T-800, da cattivo, venne mutato in un protagonista d’indiscussa caratura eroica, in grado di far breccia nel cuore del pubblico come un guardiano silenzioso scelto per essere l’estrema difesa.

E’ il concetto di “difesa” un aspetto interpretativo importante e ricorrente del film. In “Terminator”, Kyle Resse ammetteva d’essere tornato indietro nel tempo per proteggere Sarah, una donna la cui fama leggendaria precedeva la conoscenza del suo vero aspetto. In pochi sapevano realmente chi fosse Sarah Connor, e ancor di meno quale conformazione avesse il suo viso. Nessuno sapeva il colore dei suoi occhi, o che i suoi lunghi capelli erano, in verità, biondi. Eccetto Kyle, a cui John Connor, conscio d’essere suo figlio, darà una fotografia della madre in modo che Kyle cominci a conoscerla. Kyle si innamorerà dei lineamenti di quel volto, imparerà a scoprire ogni curva d’epidermide di quella giovane donna, immortalata in uno scatto fotografico a cui rimase tanto legato. Kyle era prontamente disposto a dare la sua vita per Sarah quando fu scelto per incarnare l’ultima difesa della donna: è questo l’atto d’amore più grande espresso dai due film di “Terminator”, quello relativo al “difendere” ciò che amiamo. Kyle morirà per dare una speranza alla sua amata, Sarah, la quale, a sua volta, sarà pronta a sacrificare se stessa pur di proteggere il figlio. La stenua difesa dei protagonisti umani subirà una nuova analisi in “Terminator 2 – Il giorno del giudizio”, quando il T-800 dimostrerà di poter essere anch’esso una difesa inossidabile.

La lotta spossante che coinvolge il T-800 con il T-1000 è una battaglia in cui il male, personificato nel Terminator di nuova generazione, non solo si manifesta come una forza oscura ma anche e di certo per nulla scalfibile. Se il T-800 poteva essere distrutto dopo una serie di violenti attacchi eseguiti con grosse armi da fuoco, il T-1000 vanta una capacità rigenerativa infusa in lui dal materiale con il quale è stato costruito; ad ogni colpo subito, la lega di metallo liquido che riveste l’androide pare deformarsi per poi tornare allo stato iniziale come se non fosse successo nulla. Ma non solo, tale lega mimetica gli permette di assumere la forma degli oggetti che lambisce o delle persone che tocca. Il male in “Terminator 2” potrebbe celarsi ovunque, usufruire di ogni forma e adoperare ogni possibile voce per attirare a sé le vittime designate.

Il Terminator mandato indietro nel tempo per proteggere John dovrebbe essere il primo T-800 “riprogrammato” per garantire un’azione non più votata all’eliminazione ma alla salvezza. Se in principio le macchine erano soltanto fautrici di morte, lui sarà il primo cyborg a farsi garante di un atto protettivo. Nulla lo avrebbe fatto demordere dalla sua missione, nessuna ferita, nessun patimento, niente avrebbe fermato il Terminator dal suo intento primario: difendere John e Sarah a qualunque costo. Il T-800 ripete proprio quella frase che Kyle disse alla donna di cui era innamorato: “vieni con me se vuoi vivere!”. In quest’affermazione trapela la testimonianza di un affetto votato alla protezione assoluta.

Il T-800 di “Terminator 2” è un androide atipico, il primo ad aver subito un cambiamento delle proprie direttive. Nella sua peculiare situazione, incentrata sulla difesa e non più sull’attacco omicida, il Terminator sembra “aprirsi” ad una maggiore comprensione dell’agire umano. Si domanderà, tra le tante cose, perché le persone piangono. L’interpretazione di Arnold Schwarzenegger, non più una maschera fissa e impenetrabile di rabbia e odio, rimarcherà questo aspetto della personalità della macchina. La mimica, in diverse scene, sembra cambiare, il Terminator non ha più un volto meccanico e indecifrabile, freddo e distaccato. In particolare, quando nella fonderia si rivolgerà a John e gli dirà di allontanarsi, il cyborg avrà uno sguardo comprensivo, e assumerà un’espressione che sembra trasmettere l’idea che il Terminator sia conscio dell’affetto che il giovane ha iniziato a provare per lui, considerandolo alla stregua di un padre. Ancora il T-800 dirà al giovane, quando la sanguinosa battaglia volgerà al vittorioso culmine, che ha ben capito perché noi esseri umani piangiamo, eppure, il suo sistema gli impedisce di poterlo fare.

“Terminator 2 – Il giorno del giudizio” sembra ricercare, mediante un’indagine introspettiva, un barlume di umanità negli ingranaggi meccanici del cyborg. Il rapporto empatico venutosi a creare con questo androide raggiungerà il suo massimo nella scena finale, in cui il Terminator sceglierà volutamente di uccidersi, facendosi sciogliere in una vasca di acciaio fuso. Con la sua dipartita, potrà cambiare gli eventi apocalittici previsti per il 1997. La sua mano sarà la sola parte del corpo che permarrà per qualche istante sopra la superficie del fluido incandescente: le sue dita simuleranno il gesto di un “ok”. In quell’ultimo saluto, il robot mimerà un cenno tipicamente umano.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ecco il trailer italiano del film:

La pellicola verrà distribuita nelle sale cinematografiche italiane il 7 giugno.

Redazione: CineHunters

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Ellen Ripley e Newt - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’Alien si era insinuato tra gli angoli celati alla vista della “scialuppa di salvataggio”, sulla quale il tenente Ellen Ripley aveva trovato riparo poco prima dell’autodistruzione della nave madre Nostromo. Ellen era l’ultima sopravvissuta di un equipaggio sterminato barbaramente da un predatore ostile. La donna si accorse della presenza della creatura, quando essa sbucò dalla stiva di bordo in stato di semi-incoscienza. Ellen, sconvolta dalla presenza dell’essere, ebbe comunque il tempo per nascondersi, e in particolar modo sfruttò il momento propizio per razionalizzare il terrore esagitato in lei dal mostro. Concepì così un rischioso piano per sbarazzarsi definitivamente dell’extraterrestre. Il giorno in cui quella forma di vita sconosciuta e aberrante fu spazzata via dallo scafo dell’astronave e si perse nello spazio sconfinato, la paura nella sua essenza più perfida e angosciante fu domata. Il terrore venne assoggettato al volere di una donna. La paura venne allontanata, e si dissolse come un incubo che sparisce al momento del risveglio. Tuttavia, ciò che aveva visto e affrontato il tenente Ripley non poteva essere dimenticato con la medesima semplicità con cui i brutti sogni vengono accantonati al sorgere del sole. L’Alien era arrivato dall’oscurità, ed era nero come la pece. Nulla poteva schiarire la sua immagine, e niente poteva addolcire il ricordo di un simile orrore. Lo Xenomorfo era un incubo primordiale di fattezze bestiali. Dopo aver trionfato, Ellen doveva ultimare il suo viaggio e far ritorno a casa, alla volta della Terra…verso la sua figliola. Nella versione speciale di “Aliens” di James Cameron, si scopre, infatti, che Ellen Ripley era madre di una bambina. Un dettaglio di grande valenza, soprattutto se considerata l’iconografia che il ruolo di una “madre” riveste nel lungometraggio di fantascienza.

  • Il sequel di “Alien”

Aliens – Scontro finale” fu il seguito del capolavoro fantascientifico “Alien”. Cameron, regista di “Aliens”, aveva appena ultimato le riprese del suo primo cult, “Terminator”, e si apprestava a scrivere una nuova pagina importante della sua carriera. Girare un secondo capitolo del thriller fantascientifico, dalle venature orrifiche della già pietra miliare di Ridley Scott, era un’impresa dal successo tutt’altro che scontato. Cameron sapeva che Scott, con quell’atmosfera cupa e opprimente del primo “Alien”, e col quel mistero inscenato secondo un’accurata progressione sequenziale degli eventi che avrebbero portato l’Alien a manifestarsi con gradualità nelle sue minacciose intenzioni, aveva già detto molto su quell’essere dalla natura enigmatica e fascinosa da dover essere mantenuta tale. Il regista statunitense sapeva che doveva fare qualcosa di diverso, andare oltre, “esagerare”. Con “Aliens” Cameron realizzò un sequel che espanse la mitologia introdotta e perfettamente trattata nel primo, indimenticabile episodio; egli doveva puntare al culmine e coniugare l’azione con la narrazione, il ritmo con la riflessione. Non sarà più soltanto un alieno ad essere l’imperscrutabile antagonista che si cela nel buio e fuoriesce, in maniera fulminea, impietrendo la sua povera preda. In “Aliens” gli Xenomorfi compaiono a dozzine, il pericolo viene esasperato nonché avvertito con mortifera costanza, e il senso di allerta viene reso preminente proprio perché incarnato in tanti esseri astiosi che attaccano con frenesia. Gli Xenomorfi visti in “Aliens” “vengono fuori dalle pareti” claustrofobiche di una caverna, sfuggono abilmente alla vista degli uomini per poi apparire di colpo, dimostrando grande intelligenza nel mimetizzarsi camaleonticamente con l’ambiente circostante e attaccare coloro che non riescono a distinguerli dai muri nei quali vi si occultano. Così facendo, gli Xenomorfi somigliano a un male di sicuro non percettibile, che piega le sicurezze dell’uomo, da sempre predatore in cima alla catena alimentare, qui invece estromesso senza preavviso, e prepotentemente gettato giù da quell’apice piramidale per essere calpestato.

“Aliens” fu inoltre la prima, vera testimonianza del particolare talento di Cameron. Faccio riferimento alla peculiare abilità del cineasta nel girare i “sequel”. Solitamente, i “seguiti” tendono a rivelarsi inferiori se confrontati agli originali: Cameron sovvertirà il luogo comune, dapprima con il suo “Aliens – Scontro finale” e in seguito con “Terminator 2 – Il giorno del giudizio”, due pellicole d’indiscussa bellezza e dal ragguardevole successo. Tutt’oggi, entrambe permangono come prove inconfutabili, che certificano come tali seguiti siano, non solo degni successori di capostipiti divenuti opere di culto, ma addirittura, secondo i pareri di tanti, superiori ad essi. “Aliens” è un film denso, corposo (l’edizione speciale supera le due ore e mezza di durata), ricco di suspense, strutturato secondo un susseguirsi di molteplici scene intense che alternano momenti introspettivi ad altri in cui l’azione più spettacolare la fa da padrone. “Aliens” è la lotta dell’essere umano contro la natura più avversa, dell’uomo contro una bestia dalla laida fattezza. “Aliens - Scontro finale” è un bellissimo lungometraggio di fantascienza, che può vantare la pregevolissima interpretazione di Sigourney Weaver, candidata all’Oscar come miglior attrice protagonista.

  • Donna…

Ellen, ancor prima di partire per la sua missione sulla Nostromo, come dicevo, era una mamma. Dopo essere miracolosamente scampata agli attacchi del mostro alieno, per fare ritorno sulla Terra, Ellen innestò il pilota automatico della navetta, e proseguì nel preparare quanto era necessario per il sonno criogenico, inevitabile per sostenere il viaggio di ritorno, all’interno di una capsula. Ellen si abbandonava così al mondo dei sogni, dopo aver vissuto con gli occhi sbarrati un incubo in carne ed ossa.

Trascorrono tanti anni dal quel giorno, 57 per la precisione, molti di più di quanti erano stati inizialmente previsti dall’ufficiale superstite del Nostromo. La navetta di salvataggio su cui riposa, dormiente e da poco più di mezzo secolo Ellen Ripley, viene scorta da un’astronave della stazione di recupero Gateway. Ellen viene ritrovata e risvegliata dal suo stato di ipersonno. Scoprirà, con dolore, che la sua amata figlia, divenuta sessantenne, è morta in seguito ad una malattia. Sebbene la straziante esperienza con lo Xenomorfo sia oramai un ricordo, il panico vissuto torna a manifestarsi in lei, specialmente quando Ellen dorme. L’Alien si configura nuovamente come un incubo d’origine ignota, un male ansiogeno in grado di spezzare il corpo di un essere prossimo a morire o di turbare, in egual maniera, la psicologia di chi è riuscito a sottrarsi alla sua presa mortale.

Nei suoi sogni agitati, Ellen rivive sulla propria pelle la terrificante scena della nascita dell’Alien. Lo Xenomorfo nasce attraverso una macabra azione parassitoide, compiendo una violenza fisica devastante e uccidendo il corpo che lo ha ospitato. Ellen rammenta con orrore tale orripilante nascita. Lei, una donna che un tempo aveva messo al mondo anch’ella una vita e che aveva sofferto il dolore del parto per poi stringere tra le braccia la sua neonata, una creatura dolce, bella e innocente, resta inorridita nel soffermarsi a rievocare quanto la venuta alla luce di uno Xenomorfo sia uno stupro e un parto d’immonda natura. Non riuscendo a sopportare più i suoi incubi, Ellen accetta di partecipare a una pericolosa missione con l’intenzione di distruggere le restanti uova degli Alien sul sistema LV-426. Decide così di tornare in quel pianeta in cui la sua squadra di sbarco rinvenne l’uovo dell’Alien. Tale pianeta è stato recentemente terra-formato e colonizzato dagli esseri umani. I membri della Compagnia Weyland-Yutani recatisi sul suddetto pianeta non rilasciano da tempo più alcuna comunicazione, ed Ellen crede che tutti siano stati catturati dagli esseri e sfruttati per la nascita di quelle forme di vita extraterrestri.

Ellen cerca di mettere in guardia i marines dai pericoli legati al mostro, ma questi non sembrano dare affatto peso alle parole del Tenente, convinti di avere dalla loro la forza perentoria delle armi e la scaltrezza eroica tipica dei grandi combattenti. Ellen risulta essere l’unica donna in una squadriglia di soldati composta da soli uomini. In verità, tra loro vi è un’altra donna, Vasquez, ma quest’ultima viene anche lei rappresentata con un aspetto marcato, rude, del tutto somigliante a quello dei corrispettivi compagni di “plotone”. Sembra esserci un’astratta linea di demarcazione che separa la protagonista, conscia del male a cui stanno tutti per andare incontro, dagli uomini facenti parte di questa “squadra d’assalto”, quasi tutti ingenui e spiccatamente arroganti. I guerrieri in questione credono di poter contare sulla supremazia bellica delle loro avanguardistiche armi, non curandosi dei pericoli portati da una razza aliena sorta da una natura indomabile e oscura, che non conosce rimorso né paura. La virilità maschile personificata da questi soldati subisce, se confrontata alla saggezza femminile di Ripley, una rilettura negativa, tanto da rendere l’arroganza dei soldati una sorta di manifestazione plateale della loro mascolinità da sbruffoni. I soldati, giunti sul pianeta con stupida calma e una mal celata superbia, cominceranno ben presto a cambiare, perché si troveranno dinanzi una potenza predatoria incontrollabile, che farà vacillare completamente ogni loro sicurezza. Gli uomini, se in principio avevano assunto le spavalde vesti di implacabili guerrieri, verranno ora ridotti a inermi vittime sacrificali, prede del volere degli Alien. Tra i membri dell’equipaggio soltanto Hicks (Michael Biehn), e l’androide Bishop (Lance Henriksen) verranno rappresentati con valori differenti, e non a caso saranno i soli a trarsi in salvo insieme a Ripley.

  • …Madre

Una volta discesi sul sistema LV-426, Ripley incontrerà una bambina, Newt, miracolosamente scampata alle grinfie delle creature. Con lei, Ellen instaurerà un profondo legame d’affetto che assumerà i contorni di un rapporto tra madre e figlia. Ripley, nel visino, turbato e reso sporco dal sozzo terreno, della giovane sopravvissuta, torna a rimirare la figlia perduta. Quando Newt verrà presa dalle creature e portata nel covo della grande regina, Ellen comincerà un’eroica ed estenuante corsa contro il tempo per salvarla. Le sequenze che vedono Ripley calare giù, sino ad avventurarsi nelle profondità delle caverne mantengono un ritmo incalzante. Ellen, per mettere in salvo la sua prole adottata, si troverà faccia a faccia con lo Xenomorfo regina. Ripley, da madre, sarà al cospetto di una creatura dalla mole gigantesca, anch’essa madre a sua volta, genitrice di una forma di vita che necessita di uccidere per poter ottenere vita propria. Ripley ingaggerà un violento scontro con la regina, che culminerà con la morte della raccapricciante creatura.

Ellen aveva rinvenuto la sua Newt nel momento in cui stava prevalendo la disperazione, e nell’istante in cui credeva di averla perduta per sempre. Fu l’urlo terrorizzato della piccola ad attirarla. Con quella forza e quell’audacia che può animare il cuore di una madre, Ellen si precipiterà verso il più arduo dei pericoli. Fu il grido di una piccola ad attrarre l’attenzione di una madre. Nello spazio nessuno può sentirti urlare, recitava la celebre Tagline dell’“Alien” del 1979, eppure, l’urlo disperato di una figlia richiamò a sé una madre perduta…così che potesse affrontare ancora una volta la paura più recondita e sconfiggerla.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Da leggere insieme al nostro articolo "Alien - Nello spazio nessuno può sentirti urlare", cliccando qui.

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Capitan Harlock - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molti, molti secoli addietro, nel tempo in cui i miti affondano le loro più arcane memorie, è raccontata la storia di un uomo dalla natura divina. Arcade, quello era il suo nome, chiamava “madre” Callisto, una ninfa consacrata alla dea Artemide, e “padre” colui il quale veniva appellato, in egual modo, da coloro che sedevano sulle nuvole bianche del monte Olimpo: Arcade era, infatti, figlio di Zeus, il padre degli dei. Un giorno, il giovane Arcade fu notato dal sommo padre mentre camminava, con passo cauto e leggero, tra la folta vegetazione. Vigile era lo sguardo del semidio, e predatorie le sue intenzioni. Armato con arco e frecce, la prole mortale di Zeus stava dando la caccia ad una grossa orsa che vagava, confusa e spaventata, tra gli alberi secolari della foresta. Si apprestava a trafiggere l’animale, facendo scoccare un dardo acuminato con fatale precisione, quando intervenne Zeus, che raccolse le anime del cacciatore e della sua preda e le trasfigurò in astri del cielo. Quando si rese conto di ciò che stava, inconsapevolmente, per compiere, il giovane si sentì rinfrancato dal provvidenziale intervento del padre. L’orsa, infatti, altri non era che la madre Callisto, tramutata in una bestia selvatica come atto punitivo della regina degli dei, furente di rabbia. Arcade si ricongiunse così alla donna che gli aveva dato la vita e insieme raggiunsero l’immortalità sotto forma di costellazioni: Callisto divenne l’Orsa Maggiore e suo figlio l’Orsa Minore.

Il ricordo di Arcade si mantenne caro agli uomini, che sempre rimasero ispirati dalla benevolenza che egli ebbe quando calcò il reame dei mortali. Vollero così onorare la sua figura, battezzando una regione della Grecia col suo nome: l’Arcadia. Questa terra fu idealizzata come una regione incontaminata, paradisiaca, in cui potevano vivere in pace e in armonia uomini e natura, in un idilliaco equilibrio del creato, impossibile anche solo da scalfire. Hera, tuttavia, non si diede per vinta, e sebbene il marito avesse salvato le anime del figlio e della ninfa, riuscì a mettere in pratica una sua nuova azione vendicativa: le due costellazioni furono condannate a girare in eterno nel cielo, senza poter mai discendere al di sotto dell'orizzonte per trovare riposo.

Nella modernità del nostro tempo, quando oramai il fato di Arcade e di sua madre non è che un lontano ricordo, i racconti fantastici, partoriti dalla mente di un autore come Leiji Matsumoto, si soffermano a rievocare le vicissitudini di una particolare nave spaziale che, come le due costellazioni incarnate da Arcade e da Callisto, vaga in maniera perpetua tra le stelle senza mai fermarsi. L’astronave è comandata da un capitano dalla personalità tanto complessa quanto ardua da comprendere appieno. Tale comandante risponde al nome di Harlock. Chissà se Capitan Harlock, al timone della sua colossale astronave, abbia mai rivolto le sue rotte spaziali verso l’Orsa minore, la costellazione in cui pulsa, tra le stelle luminose, il cuore di quel vecchio eroe greco. Come per Arcade e Callisto, il “moto” di Harlock è senza fine, poiché risponde ad una missione che non può conoscere resa alcuna. Anche Harlock, così come i due personaggi della mitologia greca, non può discendere dalle stelle e non può tornare a vivere sulla sua amata Terra. Egli è stato bandito, additato dal governo come un fuorilegge, essendo egli un pirata spaziale su cui poggia il gravoso peso dell’esilio. Il governo terrestre lo ha scacciato come un pericoloso rivoluzionario. Harlock non ha più una dimora terrena, ma è divenuto la personificazione di un’idea. La casa di Harlock è sita nell’universo sconfinato. Sebbene sia stato allontanato dal pianeta, Harlock costituisce la più importante difesa della Terra.

Il veliero, che solca le “acque” dello spazio profondo e che viene controllato dalla mano ferma ma ugualmente delicata di Harlock, è conosciuto con un epiteto altisonante, il quale ricalca la magnificenza simbolica ed idealista della nave: Arcadia. Un evidente riferimento a quella terra pura e intrinsecamente pacifica della Grecia. La nave stellare è stata concepita dal suo costruttore per assurgere a luogo nel quale regna la parità, l’uguaglianza e, in particolar modo, un sacro e inattaccabile valore di libertà. L’equipaggio dell’Arcadia è estremamente eterogeneo, eppure, nonostante le diversità estetiche e caratteriali che intercorrono tra i membri dell’equipaggio, tutti loro sono accomunati da trascorsi molto simili e soprattutto dalle medesime aspirazioni. Sull’Arcadia, Harlock raccoglie le anime delle persone bramose di giustizia, gli spiriti di tutti coloro che, esiliati dai loro mondi, possono ritrovare una nuova dimora all’interno del vascello che solca “le acque” burrascose dello spazio sconfinato. Harlock siede su di un imponente trono, come fosse un re buono e pacifico a cui è stato strappato un regno sulla Terra. Egli è, di fatto, sovrano dei cieli.

Nella storia di “Capitan Harlock”, la regione dell’Arcadia, cui facevano cenno i racconti antichi, è divenuta, come ogni altra parte del globo, una terra arida. Il mondo è stato depauperato di ogni risorsa, e tutti gli abitanti della Terra vivono in uno stato di totale indifferenza e apatia. Le acque dei mari sono state prosciugate, e il clima è divenuto afoso e difficilmente tollerabile. L’Arcadia, la nave spaziale di Harlock, richiama quell’idealizzazione che non c’è più, e vuol render vera una tangibile illusione. Se il nostro pianeta non ha più un solo spazio su cui poter far sorgere una civiltà armoniosa, la sola speranza per la razza umana è quella di volgere gli occhi al cielo, così da tentare di scorgere la sagoma di un’astronave che rimanda a quell’ideale mai del tutto perduto: creare un microcosmo su cui vige un’esistenza sorretta da un perfetto e amorevole equilibrio.

La figura di Harlock è fascinosa e intrigante. Se per lui il firmamento sconfinato costituisce un immaginario oceano fatto di stelle, la Terra rappresenta il suo unico porto, un attracco sicuro a cui tuttavia non può mai far ritorno. Gli astri luminescenti appaiono ai suoi occhi come la luce di un faro che orienta le aspre traversate della sua Arcadia. Capitan Harlock è un eroe di stampo classico, romantico e melanconicamente rispettoso di un trascorso che è andato perduto. Il suo cuore è rimasto fedele a una sola donna, la sua adorata Maya, e i suoi ricordi più cari custodiscono il tempo passato con Tochiro, il suo migliore amico, e con Esmeralda, la “piratessa” spaziale, consorte di Tochiro e madre della piccola Mayu, di cui Harlock diverrà tutore e padre adottivo.

Il Capitano è un idealista, e considera ciò che fu il solo modo per orientarsi tra le incertezze del suo presente e il nebuloso avvenire della razza umana. Harlock è un uomo introverso, taciturno, riflessivo, che difende la Terra perché seguita ancora e per sempre a guardarla con gli occhi della purezza. Per lui, il pianeta è il nostro bene più prezioso, e seppure stia attraversando una fase di decadimento, esso stesso potrà un giorno “rifiorire”, quando la razza umana tornerà a prendersene cura. Per questo motivo, Harlock veglia sul suo pianeta d’origine come fosse un misantropico guardiano, un anomalo anacoreta.

La "Jolly Roger" issata sull'Arcadia così come appare nel film "Capitan Harlock"

 

Seppur ricerchi la solitudine, egli finisce poi per accogliere quante più persone isolate incontra, così da donare loro una casa in cui vivere e un ideale per cui poter morire. Capitan Harlock è una guida eroica, pronta a difendere la Terra fino allo stremo delle forze; è questo che evoca la sua bandiera nera, la “Jolly Roger”, issata sull’Arcadia, che allude al teschio scarnificato dei temuti vessilli dei pirati. Non è un messaggio di terrore, quanto una testimonianza emblematica del suo battersi fino alla morte pur di salvaguardare il pianeta. “Mi batterò fin quando il mio corpo non cederà e la mia epidermide si dissolverà fino a non lasciare di me che dei resti scheletrici” sembra voler dire con quella bandiera che “svolazza” in quel vasto mare tenebroso che in maniera infinita si snocciola al suo navigare.

Capitan Harlock incarna un particolare senso di solitudine, quella che l’uomo avverte al cospetto dell’universo senza confini. L’universo ammantato di corpi celesti è freddo, silenzioso, e per tale ragione dev’essere scrutato ascoltando una melodia che possa cadenzare lo scorrere laconico di una giornata trascorsa su nel cielo. E’ forse per tale ragione che Harlock, sovente, contempla la magnificenza di quella tavola azzurrastra che attraversa, come superficie acquosa, con la sua nave, facendosi allietare dalle melodie di Meeme, la sua compagnia femminile prediletta, quando lei pizzica delicatamente la sua arpa, facendo così giungere nella camera del capitano le dolci note. Nel suo perpetuo navigare, capita che l’Arcadia incroci i resti di altre navi spaziali, ridotte oramai a relitti fantasma, le quali procedono senza più uno scopo, come adagiate su un fondale sabbioso o sospinte dalle correnti oceaniche. Tali scenari spettrali non possono che suscitare in lui riflessioni esistenziali sul cammino vitale di ogni uomo, e nel suo caso di ogni “pirata”. Cosa raccontano quei vascelli abbandonati e dai contorni fatiscenti? L’ultima testimonianza di una lotta, di un ideale che ha mosso l’animo di chi, su quelle navi, ha lottato sino alla fine.

Meeme - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Harlock ha l’anima di un poeta maledetto, sprovvisto di penna e della dovuta ispirazione per poter comporre versi rimati. Un poeta, per l’appunto, affranto da una solitudine intima, genuflesso alla nostalgia di un ideale di libertà, evocato nella giovinezza e mai affievolitosi nonostante l’asprezza degli eventi che si sono succeduti nel corso degli anni. Il Capitano fa sì che i suoi versi, invece che espressi a parole, vengano “trascritti” come note musicali e “decantati” in struggenti suoni dalla sua ocarina. Tale melodia è triste e malinconica e sembra perdersi nell’infinità del tempo. Harlock suona questo strumento portandolo alla bocca, per poi chiudere gli occhi, come a voler rievocare sommessamente nella sua intimità imperscrutabile, le reminiscenze di un passato sempre preminente nel suo presente.

La navigazione di Harlock rappresenta un’odissea. L’Arcadia, quel paradiso terrestre “volato” su nel cielo, fu la dimora di gente meravigliosa a cui, al termine della sua più grande e vittoriosa battaglia, Capitan Harlock darà congedo. Il suo equipaggio tornerà sulla Terra, in modo che siano proprio loro i primi garanti della “fioritura” che Harlock sperava di rimirare per il suo pianeta natale. Lui, invece, con Meeme, la sua ultima ed eterna compagna, si dirigerà verso l’infinito, portando con sé quegli ideali di armonia ed uguaglianza che noi uomini, qui sulla Terra, non riusciamo ancora oggi a fare nostri.

Eppure basterebbe volgere lo sguardo verso il cielo e viaggiare, con l’ausilio della fantasia fino ai confini delle stelle, laggiù nelle zone sperdute dello spazio profondo, dove potremmo scorgere la prua di una nave che muove verso di noi, e una bandiera nera mossa dal “vento”. L’arcadia veglia, nonostante tutto, su di noi e continua a trasmettere quelle stesse ideologie romantiche mai sopite o dimenticate, e per tale ragione eternate nel cielo come costellazioni siffatte di luminosa e illuminata speranza.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Bentornato, mio vecchio amico" avrebbe da dire il mitico Crash Bandicoot. Crash e Spyro erano due icone della storica Playstation 1. Il bandicoot, la scorsa estate, è tornato ad allietare, con le sue intrepide scorrazzate e i suoi salti acrobatici, le avventure videoludiche dei giocatori. Il draghetto Spyro, invece, mancava ancora all'appello. Si era fatto attendere forse più del dovuto, ma non poteva che essere annunciato un remake delle sue avventure. Infatti, Spyro è finalmente pronto a sbarcare per le console next-generation.

Spyro è tornato! Il draghetto si è rifatto il look, attraverso un accurato processo di "restaurazione". La "Spyro Reignited Trilogy" vanterà una grafica rinnovata e le ambientazioni saranno modernizzate ma sempre rispettose degli scenari originali, i quali trasudano nostalgia nel cuore di tutti i videogiocatori, che in compagnia del coraggioso drago hanno trascorso i pomeriggi più belli della loro infanzia.

Quello di Spyro è assolutamente un ritorno imperdibile!

L'uscita del videogioco, che conterrà le tre avventure di Spyro, è prevista per il mese di settembre.

Ecco il trailer d'annuncio:

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Redazione: CineHunters

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"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Il Tirannosauro è uno dei simboli del cinema di fantascienza di Steven Spielberg. Potete leggere di più su “Jurassic Parkcliccando qui.

 

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di un impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

 

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3ms, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Fabrizio Frizzi veniva citato, con una punta d'ironia, durante un esilarante scambio di battute tra i personaggi interpretati da Corrado Guzzanti e Antonio Catania nella serie televisiva italiana “Boris”. Diego Lopez, il delegato di rete interpretato da Catania, affermava che Frizzi faceva parte della ristretta cerchia degli attori italiani appartenenti all’ambita “Prima fascia”. Qualunque ruolo di prestigio poteva essere, dunque, interpretato da lui. Era, di certo, un’espressione affettuosa. Fabrizio Frizzi non era propriamente un attore e, naturalmente, non aspirava ad essere un interprete di prima fascia del cinema o della fiction nostrana. Egli faceva parte di un’altra categoria di artisti. Una cosa, infatti, Fabrizio era davvero: un presentatore eccellente, d'indiscussa eleganza, di pregevole raffinatezza e d'impareggiabile educazione. Un signore in tutto e per tutto, un artigiano della televisione italiana, in altre parole: un assoluto conduttore di prima fascia! Una verità da affermare, questa volta, senza alcuna velata ironia.

Fabrizio Frizzi aveva un sorriso affettuoso, dei modi di porsi sempre gentili e una mimica facciale bonaria. Era un presentatore di spicco, che condusse molti dei programmi di maggior successo della Rai. Era entrato nelle nostre case restando circoscritto tra i confini di una scatola meccanica, di una TV per la precisione. Eppure, sebbene fosse distante, noi spettatori riuscivamo a sentirlo vicino, come fosse una presenza amica. Fabrizio aveva il dono di riuscire a farsi voler bene da tutti coloro che potevano osservarlo nel mentre lui intratteneva. Ma al di là del suo successo come presentatore, Frizzi ha occupato e occuperà sempre un posto speciale nel cuore e nei ricordi di tutti coloro che hanno ascoltato la sua voce quando lui la prestò ad uno splendido personaggio della Walt Disney e della Pixar.

In "Toy Story", e nei successivi capitoli, Fabrizio Frizzi era la dolce e coraggiosa voce di Woody, il pupazzo animato, vivo e senziente di uno sceriffo. Nella storia del film, era il giocattolo preferito del protagonista umano Andy, ed aveva assunto il ruolo di guida per tutti gli altri giocattoli. Woody si prendeva cura della sua “famiglia di pezza” con una dolcezza simile a quella dell’uomo a cui doveva la sua voce italiana. Il dolce e impeccabile doppiaggio del personaggio di Woody permise a Frizzi d'essere conosciuto e apprezzato dai più piccoli, i quali, udendo il suo parlato, crebbero ricordandola come una delle voci della loro infanzia.

E' scomparso un presentatore ma soprattutto un uomo di grande valore. Una personalità garbata e affabulante.

Fabrizio, te ne sei andato in punta di piedi, nell’egual modo in cui, tanti anni fa, sei entrato nei salotti delle nostre case. Ma col tuo passo leggero, hai lasciato un’impronta indelebile.

Mi piace pensare che Fabrizio Frizzi sia volato su nel cielo, verso l'infinito e oltre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

La trilogia reboot di "Tomb Raider" si appresta a giungere a conclusione. Dopo il primo capitolo "Tomb Raider" e "Rise of the Tomb Raider", la giovane Lara Croft si prepara a vivere la sua terza avventura che la formerà definitivamente come l'archeologa spericolata ed eroica che tutti conosciamo.

"Shadow of the Tomb Raider" avrà tra le sue affascinanti ambientazioni le civiltà dei Maya e degli Aztechi. Il videogioco verrà presentato ufficialmente il 27 aprile, in un evento che svelerà i dettagli sulle varie edizioni del gioco da preordinare insieme alle particolarità sul gameplay e sulla trama di "Shadow of the Tomb Raider."

Il gioco uscirà su PlayStation 4, Xbox One e PC il 14 settembre 2018.

Ecco il teaser trailer:

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Redazione: CineHunters

Le note iniziali del brano "Get Wild", celebre estratto musicale che riecheggiava nel finale di ogni puntata dell'anime, preannunciano l'arrivo di un nuovo film di "City Hunter".

E' stato rilasciato un nuovo teaser trailer che conferma la lavorazione di una nuovissima pellicola d'animazione che riporterà in scena Ryo Saeba e Kaori Makimura. Il lungometraggio, che celebra i 30 anni di "City Hunter",  sarà realizzato dallo studio d'animazione Sunrise, e diretto da Kenji Kodama, lo stesso regista che ha diretto le serie tratte dal manga del maestro Tsukasa Hojo. Inoltre, torneranno ancora Akira Kamiya e Kazue Ikura, le inconfondibili voci originali di Ryo e Kaori.

Non ci resta che aspettare il 2019!

Ecco il teaser trailer del film:

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Redazione: CineHunters

Alicia Vikander è Lara Croft - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Giovane e spericolata, Lara

Al termine di una delle sua innumerevoli avventure, Lara finì per restare sepolta sotto un cumulo di macerie, quando l’ingresso della Grande Piramide di Giza, improvvisamente, collassò. Era l’atto finale di “Tomb Raider – The last Revelation”, il quarto capitolo della saga di “Tomb Raider”. Lara fu data per dispersa. In molti credettero, sbagliando, che fosse morta e che avesse infine trovato riposo tra quelle arcane tombe che, da sempre, costituirono gli intriganti scenari delle sue entusiasmanti ricerche. Venne allestito un funerale di commiato per volgere l’ultimo saluto alla scomparsa Lara Croft. A questa cerimonia presenziarono gli amici più cari, i quali deposero rose rosse ai piedi di un’imponente statua che ritraeva la ricca ereditiera in una delle sue pose più iconiche, nel mentre impugnava le sue due pistole dalle munizioni illimitate. Poco dopo quella cerimonia funebre, Winston, il maggiordomo di Lara, accompagnato dall’amico Charles Kane e da Padre Dunstan tennero una veglia privata al Maniero dei Croft, scambiandosi interessanti aneddoti e rievocando storie riguardanti alcune delle vicende più ardimentose dell’archeologa scomparsa. In particolare, Padre Dustan ne raccontò una dalle tinte inquietanti.

Molti anni addietro, quando il religioso fu chiamato a compiere un esorcismo sulla temibile Isola Nera in cui albergava una forza demoniaca, fu seguito a sua insaputa da una giovane e spericolata Lara, la quale si nascose sul bastimento utilizzato per la oscura e misteriosa missione. Lara, a quel tempo, aveva solamente diciassette anni. Ma non era una questione d’età. Fin da quando era soltanto una ragazzina, possedeva un temperamento irrequieto, animoso e impavido. Ella non riusciva proprio a star tranquilla, a vivere serenamente tra le agiatezze della propria casa e le ricchezze ereditate dall’alto lignaggio a cui apparteneva. Già da ragazza, Lara sognava di vivere incredibili avventure, d’intraprendere viaggi esotici e di esplorare zone non ancora battute da rinomati archeologi. Ed in questa particolare avventura, ambientata nell’Isola Nera, una giovanissima Lara viveva una delle sue peripezie iniziatiche. Era solamente una ragazzina, ma il suo aspetto era già consolidato: i suoi folti capelli erano avvolti in due trecce che le scendevano giù per le spalle. Portava sulla schiena uno zainetto e non padroneggiava ancora alcuna arma. In quell’isola dalle venature orrifiche, aveva come suo solo espediente difensivo il proprio ingegno e la propria sagacia.

Lo scenario dell’Isola Nera che ho presentato con fare descrittivo rappresentava la terza avventura del quinto capitolo della saga classica di “Tomb Raider”, vale a dire “Tomb Raider – ChroniclesLa leggenda di Lara Croft”. Tale “episodio” ci permetteva d’interagire con una Lara inesperta, insicura ma al contempo decisa più che mai ad ascendere, una volta raggiunta l’età adulta attraverso questa sorta di rito d’iniziazione, al ruolo di astuta e implacabile eroina. “Chronicles”, nella sua interezza di gioco, si prefiggeva l’obiettivo di tributare, tramite il ricordo, la leggenda dell’archeologa inglese, dal suo battesimo del fuoco, avvenuto in quell’isola presidiata da un’entità maligna, fino a rinarrare le sue traversie più pericolose. E’ questa Lara Croft: una leggenda, una maschera di donna indomabile, bellissima, un’icona di femminilità indipendente, l’emblema carnale di magnetismo fisico e caratteriale convogliato in una personalità ricca di sfaccettature. Far vivere al videogiocatore un’esperienza di gioco che garantisse la possibilità d’immedesimarsi con una Lara così incerta e ancora fin troppo impreparata fu una scelta coraggiosa che venne poi ripresa del tutto dalla Crystal Dynamics, quando produsse il reboot videoludico “Tomb Raider”. In quest’ultimo videogioco, Lara andava incontro a un grosso cambiamento estetico oltre che biografico. Tale rivisitazione del personaggio fu ideata da Rhianna Pratchett, la quale volle umanizzare e rendere più fragile la figura dell’archeologa. La Lara di questa nuova saga è giovane, spaventata ed emotivamente delicata. Sarà la sua prima esperienza avventurosa e la conseguente lotta per la sopravvivenza su di un’isola remota a farle sviluppare le capacità che la renderanno celebre. Come accaduto anni or sono, con la Lara di “Tomb Raider Chronicles”, per certi versi nel “Tomb Raider” del 2013 Lara Croft adempiva il proprio percorso di sviluppo tra incertezze e fughe rocambolesche ancora su di un’isola colma di fatali pericoli.

La Lara interpretata al cinema da Alicia Vikander è del tutto ispirata al reboot “Tomb Raider” e, per tale ragione, ci racconta la prima, vera avventura di una giovane, spericolata e inedita Lara Croft.

  • Da Angelina ad Alicia

Alicia Vikaner non è la prima interprete a conformare i lineamenti del proprio viso con quelli della ricca ereditiera delle fortune dei Croft. Ad inizio Duemila, Angelina Jolie vestì i panni di Lara. Angelina Jolie dava l’impressione d’essere nata per interpretare un simile personaggio, tanto il suo aspetto quanto il suo corpo statuario e la sua presenza scenica richiamavano le fattezze dell’originale. Angelina Jolie era l’interprete di Lara Croft perfetta, calata però in trasposizioni non certo impeccabili: se il primo film poteva essere ritenuto un divertente e adrenalinico action-movie, l’atmosfera dei videogiochi veniva soltanto accennata e pertanto non trasposta fedelmente. Il secondo film a cui Angelina Jolie partecipò, ovvero “Tomb Raider – La culla della vita”, fu ancor meno avvincente del primo capitolo cinematografico. Nonostante le due pellicole fossero alquanto inferiori a quelle che potevano essere le aspettative del periodo, entrambe potevano pur sempre contare sull’avvenente presenza della diva. Angelina Jolie, col suo volto scolpito, le sue forme prosperose, e il suo talento aduso ai ruoli d’azione, incarnò l’inimitabile essenza classica della più pura Lara Croft, l’audace esploratrice che non trema difronte a nulla, colei che trionfa battendosi con ardore e che svela enigmi con l’intelligenza di chi abbina alla propria vena intuitiva una cultura scaturita dallo studio e dalla passione per l’antico.

La Lara Croft dei primi “Tomb Raider” sembrava avesse preso vita. Angelina Jolie indossava una canotta nera e un paio di pantaloncini corti che lasciavano intravedere gran parte delle cosce. Dall’attaccatura dei capelli scendeva una fluente ciocca bruna. Le sue pistole, dentro una doppia fondina stretta sui fianchi, erano sempre pronte per essere estratte.

Alicia Vikander personifica, invece, la Lara Croft degli ultimi anni e se venisse confrontata al personaggio visto nel “Tomb Raider” del 2013 e nel suo seguito “Rise of the Tomb Raider”, è evidente come l’attrice svedese sia una scelta più che azzeccata. La Lara dei recenti “Tomb Raider” è un’eroina fanciullesca alle prese con forze oscure, le quali, palesandosi in tutta la loro brutalità, spezzano l’innocenza della sua giovinezza, trascinandola in un modo fatto di terrore e sgomento. Ella è altresì una donna timorosa e proprio nel domare tale paura riesce a scovare quell’ardore che la contraddistinguerà in futuro. Questa particolare Lara Croft è un’eroina in divenire, come quella rappresentata in quell’episodio di “Chronicles” cui facevo cenno, e a differenza della sua incarnazione precedente, deve formarsi. Quale dovrebbe essere, dunque, la migliore Lara Croft? Quella di Angelina Jolie che si rifà alla veste indomita, seducente e tradizionale del personaggio o quella di Alicia Vikander, che assume i panni di una Lara acerba ma vigorosa? Vale il medesimo giudizio che bisognerebbe adoperare per i videogiochi della saga di “Tomb Raider”. Poiché sono tutte proiezioni di un medesimo ideale, figure di una stessa ispirazione, non esiste una Lara migliore dell’altra. Ciononostante, potrei smentirmi io stesso e ammettere che esiste davvero. La migliore sarà sempre colei che preferite.

E’ e sarà sempre una scelta soggettiva. Se chi legge è un appassionato di “Tomb Raider” capirà perfettamente quanto sto scrivendo. Vi è sempre un “Tomb Raider” che custodiamo nel cuore più di un altro, e assieme a quel titolo, c’è quella specifica Lara che ha rapito il nostro cuore ancor più delle altre. Nel corso degli anni si sono succedute decine di Lara Croft e ognuna di esse aveva un che di speciale che la rendeva diversa dalle altre e, per tale ragione, unica.

Chi sta scrivendo queste righe di recensione vuole ammettere che la sua Lara prediletta resta quella di “Tomb Raider – Anniversary”. Sarei, dunque, orientato a scegliere sempre la Lara Croft dal look classico, eppure, come sono riuscito ad apprezzare i recenti capitoli videoludici, ho potuto gustare l’adattamento cinematografico del 2018 senza pregiudizi di ogni genere, sperando di poter essere rapito ancora una volta da quest’ultima reinterpretazione del mito di Lara Croft.

  • Lara Croft torna al cinema

Il “Tomb Raider” diretto dal norvegese Roar Uthaug alza il sipario mostrandoci un’inconsueta Lara, intenta a battersi su di un ring in una palestra di periferia. Non è una dottoressa in archeologia, come ognuno di noi si attendeva, anzi tutt’altro, ella non frequenta neppure l’università, sbarca il lunario facendo piccoli lavori saltuari e non è per nulla interessata a raccogliere le redini dell'azienda di famiglia. Lara cerca, in maniera infruttuosa, di trovare il suo posto nel mondo. Inizialmente, Lara pare assumere i contorni di una ragazza infelice e ribelle, che fugge dalle imposizioni dettatele dagli adulti. Sebbene siano trascorsi 7 anni dalla scomparsa del padre, non riesce a darsi pace e desidera ritrovare l’adorato genitore. Quando rinverrà un indizio lasciatole dal padre, Lara partirà alla sua ricerca, in un viaggio che la condurrà a raggiungere un'isola misteriosa al largo delle coste del Giappone, nel bel mezzo del "Mare del Diavolo". Sara nuovamente un’isola sconosciuta l’habitat prescelto per la nascita e la formazione di un simbolo che ha nome in Lara Croft. Scortata dal capitano della nave Lu Ren, anch’egli orfano di padre, Lara imboccherà, infatti, un percorso che la plasmerà come spericolata archeologa a caccia di reperti antichi e città perdute.

Se l’inizio del film ci permetteva di osservare una protagonista fastidiosamente diversa dalla sua controparte originaria, quasi inverosimile e atipica in quelle sue lotte con i “guantoni da boxe” e in quelle sue corse in bicicletta tra le strade cittadine, la rotta viene fortunatamente ben presto invertita. Il lungometraggio di Uthaug rende onore all’omonimo videogioco del 2013 da cui trae il proprio sviluppo narrativo, portando in scena una trama molto simile a quella del reboot videoludico. Le inquadrature imitano il gioco e le situazioni in cui Lara rischierà la vita e dovrà salvarsi sempre per il rotto della cuffia, compiendo salti prodigiosi o dovendo far fronte a cadute vertiginose, rimandano ad altrettante sequenze spettacolari riprese dal videogioco e trasposte in live-action. Gli elementi estrapolati dallo stile di gioco di “Tomb Raider” ci sono tutti: Lara camminerà su assi posizionate in bilico su dirupi che cedono nel vuoto, scalerà impervie alture con l’ausilio della sua picozza, si mimetizzerà sfruttando la vegetazione che la circonda e, ancora, si muoverà in silenzio sorprendendo di soppiatto i suoi nemici e risolverà, infine, i rompicapi più ostici. “Tomb Raider” è un buon adattamento filmico se consideriamo il suo essere tratto da un videogioco, merce piuttosto rara se dovessimo prendere in esame le recenti trasposizioni ispirate ai titoli per console più famosi. I principali difetti del film sono comunque imputabili alla caratterizzazione dei personaggi di supporto, decisamente scialba, e ad alcuni sviluppi della storia, i quali non potranno che essere ritenuti banali o fin troppo semplicistici.

Il “Tomb Raider” con Alicia Vikander parla di sopravvivenza. Ed è proprio per sopravvivere che Lara sarà costretta a uccidere un brutale assalitore: tale accadimento costituirà per lei il primo assassinio. Come veniva mostrato in “Tomb Raider – Anniversary”, quando Lara si trovava costretta a prendere la decisione di uccidere un suo cruento avversario, anche nel film del 2018 questo evento segnerà una crescita nella freddezza dell’eroina. L’iniziale turbamento e lo shock per quanto ha dovuto commettere verranno espressi da una percepibile sofferenza. Non a caso una simile scena, necessaria per dare il via allo sviluppo della protagonista, precederà per Lara il ritrovamento dell’adorato padre, figura cardine per la completa evoluzione della donna.

E’, infatti, il rapporto tra Lara, intesa questa volta non come eroina ma semplicemente come figlia, e il padre ritrovato ad essere al centro della narrazione. Lara ricorda come il padre era solito, prima di partire per un suo lungo viaggio, salutarla dandole un bacio sulla fronte. Rammenta sempre che il papà avvicinava le sue due dita alla bocca e poi, quelle sue stesse dita le posava delicatamente sulla fronte della piccola figlioletta, come a volerle lasciare un bacio impresso col tocco di una mano. Lara continua ad essere profondamente affezionata al papà, ed è legata a quei ricordi e a quel gesto paterno in particolare; cerca quasi di accarezzare la figura di Richard Croft, muovendo le dita sullo schermo della camera quando osserva il padre parlarle in una vecchia videoregistrazione.

La Lara di questo “Tomb Raider” passa dall’essere una ragazza emotivamente sensibile e caratterialmente testarda al divenire una donna forte, intrepida, pronta a lasciarsi il passato alle spalle. E questo potrà accadere soltanto una volta che Lara e Richard si rincontreranno. E’ la crescita del personaggio principale il fulcro del film, un’evoluzione che avverrà attraverso il patimento di una sofferenza fisica invece che mediante una maturazione psicologica. Le cadute rovinose al suolo, le ferite riportate, le sofferenze tollerate, lo sporco del terreno, il fango che le imbratterà più volte la pelle, tutto questo servirà a far accrescere in lei una forza ma soprattutto una resistenza che saprà di eroico. Sul finale, la perdita, questa volta definitiva, del padre guiderà Lara al culmine del proprio sviluppo. Nella dolorosa morte dell’amato genitore ella troverà il senso della sua vita; un’esistenza tradotta in una missione senza fine e da adempiere sotto l’ispirazione di quel “tipo di Croft” a cui lei si è sempre ispirata. Alicia Vikander, indossando una canotta, un paio di pantaloni lunghi e brandendo con abilità un arco e una picozza, le medesime armi utilizzate dalla Lara del gioco prodotto dalla Crystal Dynamics, diventa pienamente l’incarnazione prescelta ed efficace della Lara contemporanea, meno indipendente e molto più sensibile emotivamente. Come un tempo Angelina Jolie fu di per sé la perfetta Lara Croft originale, Alicia si prende meritatamente la scena, assumendo i panni di una Croft atletica, snella e impavida, decisa come non mai a farsi le ossa una volta per tutte.

Tomb Raider” è un bel film d’azione, che verrà apprezzato appieno soprattutto da chi, come il sottoscritto, ha giocato al videogioco da cui è tratto. E’ un lungometraggio che vuol principalmente divertire ma anche emozionare con spontaneità, toccando le corde giuste nella trattazione del tema riservato all’affetto famigliare. “Tomb Raider” è una pellicola semplice e ordinata, da guardare con tanto di pop-corn. E’ un’opera che somiglia ad un bacio dato sulla fronte, dolce, sincera e affettuosa.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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