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"La mummia", il film che ha inaugurato il Dark Universe, progetto molto ambizioso della Universal che si prefigge l'obiettivo di realizzare un universo cinematografico condiviso dei propri mostri più iconici, è disponibile in blu-ray e blu-ray 3D.

L'horror d'azione con protagonisti Sofia Boutella nelle vesti della regina Ahmanet e Tom Cruise nel ruolo di Nick, è un remake del classico del 1932 con Boris Karloff e dell'avventuroso lungometraggio di grande successo del 1999 con Brendan Fraser.

Ai film della mummia abbiamo dedicato tre articoli che approfondiscono il mito e l'iconografia della creatura nel cinema. Potete leggerli cliccando ai seguenti link:

Recensione "La mummia" 1932

Recensione e analisi "La mummia" 1999

Recensione "La mummia" 2017

Il dvd, già prenotabile, sarà disponibile su Amazon a partire dal 4 ottobre. Potete acquistare il blu-ray e il blu-ray 3D de "La mummia" del 2017 su amazon cliccando ai seguenti link:

Redazione: CineHunters

Arnold Schwarzenegger, il solo e unico T-800 e l'indiscusso Terminator, e Linda Hamilton, la prima e indimenticabile interprete di Sarah Connor, torneranno nel sesto film della saga di Terminator.

A produrre questo nuovo episodio sarà proprio James Cameron, il creatore del franchising e regista dei primi due capitoli della saga. L'intenzione di Cameron sarà quella di dare il via ad una nuova trilogia che rispetti lo stile dei suoi primi due film e che inaugurì un nuovo ciclo di storie, differenti da quelle viste in "Terminator 3: le macchine ribelli", "Terminator: salvation" e "Terminator Genisys". Arnold e Linda avranno l'onore di creare con i nuovi personaggi un forte legame tra il passato e l'imminente futuro della saga.

Il prossimo Terminator sarà diretto da Tim Miller, e scritto da David Goyer, Justin Rhodes, Charles Eglee e Josh Friedman.

Potete leggere la nostra recensione di "Terminator" cliccando qui

Redazione: CineHunters

Alicia Vikander, già premio Oscar nel 2016 come miglior attrice non protagonista, raccoglie l’eredità cinematografica di Angelina Jolie ed è pronta a diventare Lara Croft in questo nuovo capitolo reboot della saga di “Tomb Raider”.

Il film e l’aspetto di Lara, giovane, snella ma ugualmente forte, armata di arco e frecce e abile a scalare le alture con l’ausilio di una piccozza, sono chiaramente ispirati agli ultimi capitoli videoludici “Tomb Raider” e “Rise of the Tomb Raider”, in cui ci è stata proposta una Lara meno esperta ma non per questo meno votata all’azione.

Alicia Vikander, pur non incarnando i canoni estetici della Lara più amata dai videogiocatori, quella delle precedenti avventure, somiglia moltissimo alla versione moderna del personaggio. “Tomb Raider” sarà quindi da intendersi come l’adattamento cinematografico della più recente Lara Croft.

Gustiamoci insieme il teaser di presentazione e a seguire il trailer di “Tomb Raider” in italiano:

Il film verrà distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 16 marzo 2018.

Redazione: CineHunters

Dale Cooper (Kyle MacLachlan) e David Lynch disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

E’ quasi l’alba. Destatevi dal vostro sonno e accomiatatevi dai vostri sogni fino alla prossima notte. Vestitevi con celerità ma prendete il tempo che vi occorre per gustare una buona tazza di caffè. Quando avrete finito, salite a bordo della vostra auto e sfrecciate a tutta velocità per le strade, verso lo stato di Washington. Dirigetevi, pressappoco, a cinque miglia dal confine tra Stati Uniti e Canada, nella città montana chiamata “Twin Peaks”. Un cartello posto al ciglio della strada vi darà il benvenuto quando sarete giunti in prossimità della città. La scritta “Twin Peaks” è tracciata con uno speranzoso color verde, come se volesse tranquillizzare i propri aspiranti visitatori a varcare i confini e ad addentrarsi in città. E’ probabile, per chi conosce cosa sia “Twin Peaks”, che il solo immaginare un fittizio viaggio in macchina, compiuto alle prime luci dell’alba per portarsi in città, faccia avvertire un senso di profonda inquietudine misto a una sensazione di incontrollabile curiosità. Poter calcare realmente il territorio di Twin Peaks potrebbe essere un sogno per chi ha subito il fascino dei misteri di quel luogo immaginario, ma soltanto il fantasticare di poter davvero trovarsi laggiù, potrebbe tramutare la sensazione del sogno in un terrificante incubo.

Tuttavia, proseguiamo ad immaginare d’esser giunti, o forse tornati, a Twin Peaks. Cosa ci attenderà? Grandi camion con rimorchio caricati con grossi tronchi di legno pregiato percorrono le strade della località in lungo e in largo. Si nota il loro andirivieni sostando in quello che è il luogo più affollato dell’intera città: l’RR Diner, locale in cui potremmo sorseggiare l’inconfondibile caffè di Twin Peaks e assaporare la tipica e gustosa crostata di ciliegie. Non ci resterà poi che fare un salto alla stazione di polizia comandata dallo sceriffo Truman, prima di affrontare le paure più torbide e avanzare tra i boschi di Twin Peaks.

Il bubolare dei gufi inquieta gli animi di coloro che hanno il coraggio di farsi strada tra i boschi al crepuscolo. Questi volatili osservano le persone, appollaiati sui rami degli alberi coi loro occhi ricchi di bastoncelli, e tutto sono tranne quello che sembrano. Nella profondità di quei luoghi un drappo color rosso mosso dal vento come fosse fuoco divampante, si materializza dal nulla. Il telone rosso è pronto ad alzarsi per smascherare sotto i nostri sguardi vigili gli incomprensibili misteri di “Twin Peaks”. Una volta che questo fantomatico sipario si è alzato, intravediamo la sagoma di un anziano David Lynch che ci attende seduto comodamente in poltrona. Lynch ci invita a sederci accanto a lui e a riprendere visione della sua arte: a riguardare quel sogno che è stato “Twin Peaks” come spettatori divenuti adesso sognatori. Perché “Twin Peaks” è una narrazione gestuale, fisica e simbolica, strutturata per essere osservata, quasi indagata visionariamente, e per farlo non possiamo che guardare tale serie e immaginare d’essere anche noi a Twin Peaks, tra i freddi e lugubri boschi di quelle montagne impenetrabili.

“Twin Peaks” è arte sbocciata nel medium televisivo, la quale invoglia a provare un’esperienza emotiva in un contesto fittizio. Ma che tipo di arte è? Cos’è realmente “Twin Peaks”?

Era l’8 aprile del 1990 quando il network ABC trasmetteva il primo episodio della serie. “Twin Peaks” nasceva dall’idea del regista David Lynch e dello sceneggiatore Mark Frost. “I segreti di Twin Peaks” andò in onda per due stagioni, la prima composta da 8 episodi, la seconda da 22 episodi. Sin dalle prime puntate, il telefilm divenne oggetto di culto da parte di migliaia di appassionati che evidenziarono il taglio nettamente originale e imparagonabile a qualunque altro prodotto del periodo. “Twin Peaks” fu l’espressione massima e di maggior successo del genio artistico di David Lynch, e in quanto opera concepita secondo le ideologie stilistiche del cineasta risulta tutt’oggi un prodotto impossibile da catalogare sotto un dato genere.

“I segreti di Twin Peaks” narra la storia di Dale Cooper, un agente dell’FBI che giunge nella località di Twin Peaks per indagare sul misterioso omicidio di Laura Palmer, una popolare studentessa ritrovata morta e avvolta in un telo di plastica. Cooper comincia la sua particolare indagine integrandosi con i cordiali abitanti del luogo, apprezzando la quiete e la serenità che Twin Peaks trasmette. Tuttavia, l’alone di pace, schiettezza e semplicità che sembra aleggiare su tutta la cittadina non è che una patina ingannevole che riveste il paese e i suoi abitanti. Twin Peaks nasconde innaturali enigmi irrisolti, misteri impercorribili e ambiguità occulte mai venute a galla. A Twin Peaks nulla è come sembra, la forza soprannaturale alberga tra i meandri dell’oscurità come ombra invisibile che si muove tra i boschi al calare della notte. Cooper è un investigatore del tutto atipico, che antepone il suggerimento istintivo e la deduzione trascendentale alla dotta razionalità. Pertanto, egli possiede una mente incline a investigare la superficie del sovrannaturale, a scavare nel profondo per tentare di far risalire a galla i molteplici segreti del luogo. Sarà, infatti, proprio Cooper a scoprire alcune entità che dimorano a “Twin Peaks” come il Gigante o il nano con cui egli interloquirà nel mezzo delle proprie visioni oniriche.

Tutti i personaggi di “Twin Peaks” vantano una caratterizzazione propria che li rende inconfondibili tra loro. All’onesto sceriffo Truman si oppone il crudele uomo d’affari Benjamin Horne, all’ingenua e adorabile Lucy, segretaria dello sceriffo, si avvicina come in un duetto coordinato il bonaccione Andy, agente di polizia innamorato di lei. E così si prosegue, al violento Leo Johnson si oppone il ragazzo ribelle Bobby Briggs, figlio dell’integerrimo Generale Briggs, innamorato della cameriera Shelly, ragazza coraggiosa ma schiacciata dalle violenze del marito. Tra le personalità femminili più importanti Audrey Horne spicca come la più dolce e tenace, e ad essa è paragonabile, per quel che riguarda la presenza e lo spessore nella serie, il personaggio di Donna Hayward, la migliore amica della vittima Laura Palmer, che insieme al motociclista James Hurley indaga privatamente per scoprire l’assassino della sua giovane amica. Cooper, durante la serie, si avvarrà della collaborazione dell’agente Albert Rosenfield, esperto scienziato forense dal carattere apparentemente superficiale, cinico, straordinariamente sarcastico e ingestibile, e da Gordon Cole, interpretato dal creatore David Lynch, superiore di Cooper, affetto da sordità.

A questa prima parte di personaggi principali se ne susseguono molti altri, talvolta rappresentati goliardicamente. Due personaggi elusivi e dal temperamento eccentrico sono Nadine, dotata di una inspiegabile forza sovrumana, e la signora Ceppo, una donna anziana che regge a sé un ceppo di albero che è in grado di “comunicare” con lei. Una caratteristica di “Twin Peaks” è quella di far agire i propri personaggi in contesti e azioni grottesche che alimentano un approccio surreale e critico allo stile di vita di quei cittadini. Nessun personaggio è dipinto secondo i classici canoni dell’incorruttibilità o della cattiveria più efferata (eccetto l’antagonista), ma vengono descritti secondo le più variegate sfumature caratteriali che possono oscillare dalla bontà d’animo di alcuni all’immoralità di altri.

“Twin Peaks” è un’opera estremamente complessa, che fugge da qualsivoglia univoca e semplicistica interpretazione generale. Una serie che andrebbe analizzata episodio dopo episodio, scena dopo scena, poiché molto soggetta a interpretazioni continue che sfociano nel personale, nell’immaginato e nel simbolismo camuffato. La peculiarità più evidente di “Twin Peaks” è quella di riuscire a coniugare i canoni della detective story con quelli della soap-opera. Parallelamente all’indagine dell’agente Cooper, la serie si concentra sui molti abitanti del luogo, esplorandone le attività occultate e le bizzarre interazioni. Molte delle sequenze che coinvolgono gli stravaganti cittadini sono cadenzate da dialoghi inusuali, apparentemente incomprensibili, ai limiti del “no-sense”, e finiscono, alle volte, per suscitare ilarità. La commedia nera e tendenzialmente macabra è sfruttata pienamente nell’operato di Lynch. Alcuni bislacchi personaggi con i loro intrecci amorosi che hanno foce nell’alterco, nella gelosia, nella ripicca, assumono i contorni parodistici delle telenovele. Questo inaspettato lato comico della serie si intreccia in maniera spiazzante con un’atmosfera maggiormente cupa, orrifica e spaventosa. “Twin Peaks” riesce a generare riso o a terrorizzare nel giro di pochi secondi, al rapido scatto di un cambio di scena.

Gli scenari montani della serie emanano la brezza di un’aria pura e incontaminata, eppure, le scenografie opprimenti e le alte pareti di legno trasmettono un senso di ansia schiacciante, quasi invivibile. La città è permeata da un angosciante stato di allerta, di paura, poiché forze malvagie alitano su essa. Questo clima inquietante risulta essere inizialmente incompreso allo spettatore per via della simpatia del protagonista e di molti altri personaggi che minimizzano il lato pauroso della storia. E’ una duplice identità quella della serie, che mescola l’ironia surrealistica al terrore. “Twin Peaks” è strutturata secondo un perpetuo dualismo: due sono le cascate inquadrate durante la sigla che si congiungono in una, e due sono le anatre che nuotano sullo specchio d’acqua; la dualità si ripresenta, in particolar modo, durante la scoperta dell’entità demoniaca che infesta Twin Peaks, visibile anche nei riflessi degli specchi che rimarcano il tema della dualità: dell’immagine che si specchia e di quella che si riflette che, inquietantemente, non corrisponde alla prima. “Due” sono i mondi su cui si sviluppa la narrazione: il mondo “reale” e quello che Cooper scopre nascosto tra i boschi, palesandosi quasi in una sovrapposizione. Il mondo “trascendentale” pare esplorabile come se il personaggio s’immergesse tra le acque e il suo corpo si mantenesse per metà in superficie e per metà immerso, in un continuo contatto tra la realtà vera e quella parallela.

“Twin Peaks” fa dell’ambiguità la sua unica fonte d’espressione, e si distacca dalla chiarezza limpida della spiegazione. Il mistero primario, descritto da Lynch come l’albero della serie da cui poi si dipanano diversi rami che sorreggono gli enigmi secondari, è quello riguardante l’assassino di Laura Palmer. Un interrogativo che sarà destinato a trovare risposta nel nono episodio della seconda stagione. La sconvolgente rivelazione dell’assassino e la conseguente scoperta dell’entità malvagia che appesta Twin Peaks furono mostrate per imposizione dei produttori con il totale disappunto del creatore. Lynch considerava quel mistero come le solide radici dell’opera e rivelarlo così presto avrebbe portato ad uno sradicamento del tronco e a un crollo autoinflitto. Di fatto, Lynch perse l’interesse e abbandonò la sua creatura per non prendersene più cura sino agli ultimi due episodi. In conseguenza di ciò, la serie smarrì la rotta e naufragò, inabissandosi con sotto-trame alquanto inutili. Il finale della seconda stagione è girato come fosse il secondo atto di un dramma incompiuto. Il viaggio di Cooper trova compiutezza nella scoperta della Loggia Nera, l’entrata nella realtà parallela che ha dimora a Twin Peaks e viene rappresentata da un immenso telone rosso che si sovrappone in un’immagine estetica alla flora della foresta. In quel moto circolatorio, Cooper porta alla luce un incubo destinato a rimanere sopito per i successivi 25 anni.

Ed è a questo punto che vorrei collegarmi con quanto scritto inizialmente, quando abbiamo immaginato di percorrere insieme il nostro finto viaggio e di trovarci fianco a fianco a David Lynch, ad osservare quest’ultimo atto della storia. Con questa terza avventura, Lynch porge la mano al proprio pubblico e lo invoglia, come dicevo, a valicare i confini della camera e ad avventurarsi nel sogno fatiscente di “Twin Peaks” per combattere l’incubo che lo avviluppa. La terza stagione consta di un totale di 18 episodi, ed è una sorta di lungo film scomposto.

In questa terza e probabilmente (il “forse” è sempre d’obbligo) ultima stagione, Lynch dà sfoggio di tutto il suo repertorio creativo. “Twin Peaks – Il ritorno” è un’opera nata per dare risposta ai quesiti del passato, sventando però i pericoli di una risoluzione netta e cristallina. Ad ogni possibile risposta, la nuova serie rilascia una serie di successivi interrogativi che ne aumentano il mito. La terza stagione di “Twin peaks” è volutamente confusa, estraniante, segue una narrazione ingarbugliata, nettamente più articolata e complessa delle precedenti. Lo spettatore non può che immergersi nella realtà immaginifica e guardarla seduto comodamente in poltrona, come fosse accanto a Lynch, senza però potergli chiedere alcuna delucidazione in merito. Non è possibile spiegare Lynch, si può solo tentare di capirlo, lo si può ammirare, ma non lo si può né descrivere né raccontare.

“Twin Peaks – Il ritorno” è arte sequenziale che scorre via con una maestosa cura dell’immagine, trattata come fosse tela i cui colori si depositano su essa come per imbrattarla in modo caotico ma prestabilito dall’artista.  Le scene più intense, misteriose, scorrono per essere mirate dallo spettatore e contemplate non necessariamente per essere comprese. Le sequenze di quest’ultimo viaggio evidenziano quanto la serie sia un qualcosa di mai visto sul piccolo schermo e certifichi un’espressione meta-televisiva intellegibile. E’ un linguaggio di suoni e immagini che nella parte numero 8 trae la propria esaltazione massima con sequenze che si muovono in modo psichedelico, luci, suoni, scenografie e recitazione che agiscono armonicamente in un simbolismo che evita qualunque spiegazione unilaterale, unanime.  “Twin Peaks” è come fumo protetto da un fuochista, emesso da un grosso bricco, o forse una caldaia, che assume forme allegoriche rimaste sospese per aria, ammassi gassosi leggibili ma inafferrabili, pronti a svanire al semplice tocco.

Questa terza stagione è plasmata dall’estro geniale, incomparabile di Lynch, che avrebbe potuto cullarsi sulla riproposizione, ma che invece non lo ha fatto; ha creato invece una nuova storia che si riallacciasse in qualche modo alla precedente e offrisse nuove e indecifrabili chiavi di lettura. Se il modo di raccontare tale storia potrà sembrare altamente disorientante, sarà il rammentare quanto l’arte di Lynch sia da vedere più che da analizzare, a riportarci sulla strada principale della visione. “Twin Peaks” è poesia ermetica che lascia ai lettori l’incertezza di ciò che stanno vivendo, garantendo loro la sola possibilità di ripetere l’ultima parola che hanno letto o udito per tentare di capirla, similmente a quanto fa Dougie Jones nel suo discutere quotidiano.

Tecnicamente sopraffina, la terza stagione è un labirinto criptico custodito da un oracolo che però non proferisce risposte a tutti gli enigmi che riposano scolpiti tra i cunicoli di questa costruzione. “Il ritorno” si differenzia dal passato poiché Twin Peaks non è più neppure l’unico luogo in cui agiscono tutti i personaggi, anzi, in questa terza stagione la cittadina è quasi meta di un ben più largo viaggio che il protagonista dovrà adempiere. E’ per l’appunto l’odissea del vero Dale Cooper, incarnatosi nel simpatico e di poche parole Dougie Jones. Il tema della dualità ritorna in auge con la presenza dei “doppioni”, dell’entità malvagia che si manifesta con l’aspetto distorto del protagonista. Tuttavia, il lavoro di Lynch non è del tutto esente da pecche. Come accaduto nelle serie precedenti, le molteplici sotto-trame che riguardano i personaggi secondari appaiono poco interessanti, noiose, evitabili e senza riscontri finali.

Ma quest’ultima tappa ha un obiettivo più grande al suo interno per ciò che concerne il protagonista assoluto: quello che Cooper si è prefissato inavvertitamente agli albori della sua missione. Cooper, una volta “svegliatosi” dal torpore, attraversa questa dimensione in cui anela al salvataggio di Laura, la quale dipartita diede inizio a tutto. Come in un moto rotatorio e infinito, percorribile sui lineamenti del numero “8”, Cooper alla fine riabbraccia il principio. Lynch si innamorò artisticamente della sua Laura e con Cooper provò a salvarla un’ultima volta. La mano che Dale porge alla giovane con la quale attraversa la boscaglia nel tentativo di salvarla è l’atto conclusivo della parte 17, e che poteva essere il finale tanto agognato da ogni fan. Non da Lynch che rovescia quanto realizzato all’ultimo capoverso del proprio copione, incastonando le sue creature nell’ineluttabilità del mistero e del tempo ignoto. Quando finiremo di vedere il diciottesimo episodio, la domanda che dovremo porci non sarà “in che anno siamo?” Ma ancora una volta: “cos’è Twin Peaks?”.

Abbandonate quel posto a sedere, fuoriuscite dal sogno e lasciatevi alle spalle la cittadina. Il viaggio è cessato. Tornate alla realtà e cercate di darvi una risposta. “Twin Peaks” è un concetto, un’essenza, un’arte geniale inspiegabile ma apprezzabile che appartiene all’artista e non al popolo. E’ tutto ciò che non esiste nella vita vera, ma si accresce nella fertilità della creazione artistica, poiché ciò che ha mostrato può avvenire soltanto in quel luogo: può accadere solo a…Twin Peaks.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Le riprese per il nuovo film di "Hellboy", che riavvierà la saga dopo i due, fantastici film diretti da Guillermo del Toro, sono ufficialmente cominciate.

David Harbour è Hellboy, e la prima, spettacolare foto ufficiale rilasciata su internet preannuncia che Harbour sarà un degno erede di Ron Perlman.

Ecco la prima foto di Hellboy:

Redazione: CineHunters

Una scelta sorprendente quella comunicata ufficialmente dalla Disney e dalla Lucasfilm. J.J.  Abrams tornerà a dirigere un episodio di Star Wars, e sarà il nono capitolo della saga principale.

Abrams fu scelto come regista dell'episodio VII, per aprire di fatto la nuova trilogia sequel. Avrà dunque una nuova possibilità di cimentarsi alla regia con la saga creata da George Lucas, finendo, per certi versi, ciò che aveva iniziato. A seguito di questa comunicazione, la Lucasfilm ha fatto sapere che l'uscita di Star Wars IX è stata posticipata al 20 dicembre del 2019.

Il ritorno di Abrams non ci entusiasma particolarmente, secondo il nostro modesto parere Abrams aveva avuto l'occasione di dare il proprio contributo alla saga girando un film tecnicamente ben fatto ma troppo poco originale e povero di idee. La paura di osare e il voler andare sul sicuro per soddisfare i fan sono elementi tipici dello stile di J.J. Abrams, il quale pur essendo un ottimo regista dal punto di vista della qualità di ripresa, spesso eccede in un fanservice prevedibile.

Dal IX e ultimo capitolo della saga ci attendiamo novità entusiasmanti per un degno capitolo finale, non certo sicure e timorose riproposizioni costanti.

Ecco cosa pensiamo del suo "Star Wars: episodio VII - Il risveglio della forza". Potete leggere la nostra recensione cliccando qui

Redazione: CineHunters

Nell'immaginario che vorrei percorrere per i passi iniziali di questo testo, scruto la figura di un poeta che dedica i versi di un componimento alla donna amata in una notte serena, quando il cielo assume i contorni di un tenue ascoltatore dai tanti sguardi simili a luci scintillanti di stelle. Quel cielo vuole udire i passi di quell’autore e farli propri come parole che volano via, ispirate dai raggi luminosi di una luna, unica lettrice di un cuore innamorato. In egual modo, vedo un musicista, che può creare un brano in cui imprime ad ogni singola nota un frammento di quel sentimento che vorrebbe esternare a parole. E quel canto può vibrare via, raggiungere l’infinità del firmamento, in una notte quieta o in una sera funestata dal conflitto terreno…

E’ dunque un inno d’amore quello che di cui vorrei parlare. Un canto interminabile che echeggia e attenua il fragore del fuoco sui campi di guerra: è il tema di Lara. Un’ode intrisa di terso sentimento, che si leva in cielo come nenia che isola l’acustica della mente e del cuore di un innamorato dai frastuoni dei colpi di cannone e dallo strepitio rimbombante dei fucili. La melodia del Tema di Lara è d’intellegibile consistenza, e viene (metaforicamente parlando) eseguita dai passi musicali di un uomo innamorato, tale Zivago, per reclamare la donna amata, tale Lara, che il fato della guerra ha condotto alla separazione obbligata di due corpi. Zivago e Lara si perdono un giorno, d’un tratto, dopo essersi cercati per tutta una vita. E’ l’irrispettoso esito, il destino infausto che la guerra porta con sé. Zivago e Lara, conosciutisi in tempo di guerra, si cercano e si ricercano, condannati ad un allontanamento dei corpi ma accomunati dalla volontà delle loro anime, che seppur confinate in un rifugio corporeo che li tiene a distanza, si sfiorano idealmente nel volersi ricongiungere.

“Il dottor Zivago” è, di fatto, una meravigliosa storia d’amore, che affronta l’asperità della separazione con la bellezza sopraffina di un canto musicale, che annienta il lamento del dolore e il grido di sofferenza generato dalla guerra.

“Il dottor Zivago” è un film del 1965, con protagonisti Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Rod Steiger e Alec Guienness. Si tratta di un kolossal ricco di pathos, imponente, straordinario, appassionante, tratto dall’omonimo romanzo di Boris Leonidovic Pasternak, che nel 1958 vinse il Premio Nobel per la Letteratura. A dirigere il lungometraggio fu il regista inglese David Lean, il quale ha al suo attivo altrettanti capolavori come Il ponte sul fiume Kwai” e, l’intramontabile, Lawrence d’Arabia”.

Jurij Andrèevic Zivago si è da poco laureato in medicina ed è in attesa della specializzazione. Allevato dal ricco Aleksandr Gromeko, dopo la morte della madre avvenuta in giovane età, Jurij frequenta adesso gli studi per specializzarsi nella sua professione all’Università di Mosca. E’ qui che ha modo di scoprire la brutalità delle repressioni dell’esercito nei confronti del popolo che manifesta in maniera pacifica per ottenere migliori condizioni di vita, e fa anche la conoscenza di Lara, figlia di una modista, donna ambiziosa, mantenuta da Viktor Komarovskij, una persona senza un briciolo di umanità.

Zivago, che nel frattempo aveva sposato la cugina Tonya (intrepretata da Geraldine Chaplin), cresciuta assieme a lui, si innamorerà di Lara Antipova (intrepretata magistralmente da Julie Christie), giovane donna di umili origini. Successivamente Jurij incontrerà di nuovo Lara in tristi circostanze e le darà una mano per evitare la prigione in quanto ha sparato all’amante della madre che l’ha sedotta e umiliata. Le strade dei due torneranno ad incrociarsi allo scoppio della prima guerra mondiale, dove la ragazza fa la crocerossina e nel frattempo ha contratto matrimonio con un rivoluzionario.

Costretti di nuovo a restare separati Zivago farà ritorno a Mosca dove assieme alla famiglia lascerà la città a seguito del fragore della rivoluzione bolscevica, per trovare riparo in un villaggio sperduto. Jurij da lì a poco scoprirà che vicino alla sua tenuta abita anche la sua amata Lara e così la va a cercare. I due questa volta non daranno freno ai propri sentimenti e dunque diverranno amanti, almeno fino a quando l’Armata non catturerà Zivago. I due si rivedranno tempo dopo, ma sarà un ultimo, accorato addio. Zivago impiegò il suo tempo residuo per ritrovare Lara, e un giorno, gli parve di vederla a bordo di un tram. Quando fece per inseguire il mezzo, venne colpito da un infarto e spirò. 

Il lungometraggio è una storia di sentimenti, di addii, di reminiscenze struggenti di momenti felici, già vissuti nella monotonia del giornaliero, ma poi vissuti nuovamente con accorata nostalgia. Un grande sconforto, una profonda mestizia aleggiano sul fluire della narrazione, come se si stesse per raggiungere quell’appagamento tanto desiderato, ma che per un nonnulla ci sfugge e vola via.

Una passione travolgente al limite della sofferenza, sprofondata in un appassionante contesto storico, raccontato da due insuperabili interpreti e da un maestro della ripresa capace di coniugare, con estrema abilità e grazia, spettacolo, divertimento e morale fanno de “Il dottor Zivago” un film unico, inimitabile.  “Il dottor Zivago” è un’opera che il tempo non scalfisce, un classico che si fa guardare sempre con rinnovato interesse. Un film che a oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione non ha perso minimamente il suo smalto e la sua magia iniziali.

“Il dottor Zivago” è una storia che tratta di un amore adulterino, che fugge dai precetti della fedeltà imposta ma ricerca la fedeltà voluta, quella che Zivago e Lara trovano nel richiamo vicendevole delle loro anime. Seppur il contesto storico e culturale imporrà loro una vita di rinunce, essi perdureranno a sentirsi vicini nello spazio che occupano le loro anime, le quali seguitano a chiamarsi ancora e ancora, alimentate da un amore carnale che trascende e anela oltre il metafisico.

L’adattamento di Lean, presentato al 19° Festival di Cannes e vincitore di cinque premi Oscar con altrettante nomination, risulta essere alquanto fedele al capolavoro di Pasternak. Jurij Zivago, nella sua imperfezione da uomo mortale, non ha mai inteso essere l’uomo nuovo. Non riesce a essere un marito fedele e neppure un assiduo amante della sua amatissima Lara.

Nella solitudine vissuta durante la rivoluzione egli non può che assumere l’aspetto dell’uomo tormentato, del compositore che, privato della propria compagna, si lascia andare a un lamento che rivive come armonia per la sua Lara. Una musica soave che udì quell’ultima volta che la vide: il corpo corse per raggiungerla, l’anima si fermò per sfiorarla per sempre.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"IT", il lungometraggio tratto dal capolavoro di Stephen King, ha registrato cifre ragguardevoli nel suo primo week-end di uscita.

Sono 117 i milioni guadagnati dall'horror, che ha così infranto diversi record: "It" è l'esordio più visto nella prima settimana di settembre, l'uscita più remunerativa  autunnale di sempre, il più alto primo weekend di un film horror vietato ai minori di 18 anni, nonché il più grande esordio di un film horror di sempre.

"It" è costato "solamente" 35 milioni di dolari, cifra relativamente contenuta se consideriamo i budget dei grandi kolossal Hollywoodiani, e in un solo week-end ha già superato abbondantemente il budget di produzione. Dove potrà arrivare al termine della sua lunga corsa ai botteghini?

In Italia, l'arrivo di Pennywise è previsto per il prossimo 19 ottobre.

Redazione: CineHunters

Jigen disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Essere un genio del furto deve rappresentare una qualità ereditaria, e incarnare l’estro parossistico del rubare: un talento tramandato di generazione in generazione. D’altronde, com’è che si dice? Tale padre tale figlio, giusto?! Nascere ladri ed esserlo per sempre è insito nel sangue dei Lupin, e scorre nelle loro vene.

Ispirandosi alla figura del ladro gentiluomo, Arsenio Lupin, nato dalla penna dello scrittore francese Maurice Leblanc, il mangaka Monkey Punch creò il personaggio di Arsenio Lupin III, nipote e degno erede del più grande ladro del mondo. Punch fa dell’atto di rubare un’attitudine innata, appresa per istinto da un legame di discendenza. Punch, così come fece Leblanc, non trattò il furto nel senso bieco e deplorevole del termine, donò a Lupin la caratura dell’eroe, seppur di eroe truffaldino parliamo. Dopotutto, un Lupin, qualunque Lupin esso sia, assurge doverosamente ad icona popolare del ladro gentiluomo. Un ladro gentiluomo è una furfante elegante nel vestire, dai modi cordiali, dal temperamento cortese e amabile, che usufruisce delle proprie abilità soltanto per rubare a chi possiede di più. Non che questo dettame ideologico giustifichi il gesto criminale del ladro gentiluomo. “Sembra giusto, però non si fa…”, recitava la meravigliosa sigla ritmata dal suono di una fisarmonica di “Lupin III”. Tuttavia, tale caratteristica del ladro gentiluomo, quella d’esser fraudolento soltanto nei confronti di quei ricchi arricchitesi sulle spalle dei poveri, rende la sagoma del criminale una figura affascinante, che impone ai propri lettori/spettatori la visione della storia dal punto di vista del criminale dal carattere bonario, invece che dal classico detective dall’indole incorruttibile. Il ladro gentiluomo, classicamente parlando, si erge al di sopra della legge per se stesso e per dar voce, con atti estremi e vendicativi, a chi non viene mai ascoltato. Ma a chi dà voce Lupin?

“Lupin III” vide la luce nel 1967. Conobbe un notevole successo in tutto il mondo per via di un taglio narrativo ironico e avventuroso. "Lupin III" non era una lettura destinata ai più giovani, era invece rivolta a un pubblico di ragazzi maturi e uomini adulti che apprezzavano le frequenti tavolozze erotiche che coinvolgevano il protagonista e la splendida amante Fujiko Mine, spesso rappresentata completamente senza veli. "Lupin III" divenne con estrema rapidità un fenomeno di massa, lo stile diretto, talvolta caricaturale e grezzo del disegno, e l’aspetto sbruffone e sbarazzino del personaggio principale resero “Lupin IIII” un manga rivoluzionario.

“Lupin III” raggiunse una fama planetaria a partire dagli anni settanta quando venne trasposto per la prima volta in televisione come anime. La prima stagione portò in scena il personaggio con indosso una giacca verde, dalla seconda serie, Lupin vestì la sua inimitabile giacca rossa, ad oggi la più riconosciuta del personaggio. Per i successivi quarant’anni, Lupin III conquisterà lo status di icona della cultura popolare e vivrà centinaia di avventure tra episodi, OAV e film anime ad esso dedicati.

La caratteristica delle avventure di “Lupin III” è quella di non avere propriamente una storia di base. “Lupin III”, in special modo negli anime, non ha una trama articolata e scomposta in più sezioni, ogni avventura fa storia a sé. Trattiamo, infatti, di un anime, oserei dire, antropocentrico, che pone i propri personaggi al centro della scena anteponendoli ad una trama continuativa. Sono i cinque personaggi principali i veri fautori del successo. Con Lupin non ci si appassiona alla trama di ogni singola avventura, ci si invaghisce, invece, del fascino di ogni singolo personaggio che, col tempo, impariamo a conoscere in ogni sua minima sfaccettatura caratteriale. I personaggi di “Lupin III” sono caratterizzati da uno stile proprio, univoco e riconoscibilissimo. Tutti loro sono disegnati secondo canoni estetici ben precisi: sono siluette snelle, alte, quasi filiforme, e indossano sempre gli stessi abiti. Al loro aspetto si abbina un carattere chiaro e distintivo.

Arsenio Lupin III ha un viso stralunato, un sorriso sbruffone che prelude ad una mente geniale. Lupin ha dei modi di fare spesso infantili e votati al divertimento senza remora. Egli è per metà francese e per metà giapponese ed è universalmente conosciuto per essere inafferrabile. Le belle donne sono il tallone d’Achille di Lupin, soltanto loro riescono a fargli abbassare la guardia. Egli è perdutamente innamorato della ladra Fujiko Mine, tanto da farsi volutamente raggirare dai suoi modi loschi e ingannatori. Lupin è un eccellente tiratore, e maneggia sempre una Walther P38, anche se le sue abilità non possono essere paragonate a quelle di Jigen.

Daisuke Jigen è d’origine nipponico-statunitense, ed è il miglior amico di Lupin, i due, infatti, si spalleggiano da sempre. Jigen veste sempre con giacca, cravatta e pantaloni neri, e indossa un cappello del medesimo colore dal quale è inseparabile. Jigen ha i capelli neri e lunghi, porta la barba incolta sul mento e sulle guance e cela spesso il suo volto mantenendo lo stesso abbassato e coperto dalla punta della visiera del cappello. Jigen è un accanito fumatore, e lo si vede sempre tenere un mozzicone di sigaretta tra le labbra. Egli è un cecchino infallibile, dotato di una maestria ineguagliabile nell’uso di qualunque arma da fuoco, anche se predilige adoperare sempre la sua rivoltella Smith e Wesson M19 Combat. Jigen, essendo sospettoso e introverso di natura, fatica a intraprendere relazioni con donne che non conosce, anche se ha sempre dimostrato di essere attratto da molte figure femminili che ha incontrato durante le sue innumerevoli avventure.

Il trio di base è chiuso da Ishikawa Goemon, samurai taciturno e meditativo. Goemon ha i capelli lunghi e scuri, ed è di religione shintoista. Goemon non accompagna Lupin e Jigen in tutte le loro missioni ma predilige spalleggiarli saltuariamente. Schivo e austero, Goemon maneggia con impareggiabile destrezza una katana (dalla quale non può separarsi), e con essa è in grado di tagliare di netto qualunque cosa voglia. Goemon è uno schermidore imbattibile su campo neutro. Seppur professi l’attività di ladro, ha un proprio codice etico inviolabile.

Ai tre amici, si unisce Fujiko Mine, amante di Lupin. Fujiko, nota in Italia anche come Margot, è tanto bella da togliere il fiato. Porta i lunghi capelli color rame sempre sciolti, ha gli occhi neri, le labbra carnose e la pelle bianchissima. Fujiko è alquanto formosa, ha un seno enormemente prosperoso e veste sempre in modo succinto, il che la rende piacevolmente provocante. Fujiko incarna la tentazione femminile più estrema, essendo lei ingannatrice ed egoista. E’ stata concepita come l’archetipo della donna dal fisico perfetto e statuario. Ella amalgama l’audacia del corpo all’astuzia della mente. E’ una persona indipendente, forte, che piega gli uomini al proprio volere. Fujiko rimane una delle donne più attraenti che siano mai nate dall’immaginazione letteraria e fumettistica, personificazione di una bellezza mozzafiato e di un’arguzia pericolosa e criminale, tanto da poter essere considerata una femme fatale di raro splendore.

Fujiko sa di essere amata da Lupin, e sfrutta il sentimento sincero provato dal ladro per proprio tornaconto. Il suo rapporto con lui è tuttavia particolare, sebbene lei lo raggiri continuamente; dimostra più di una volta di ricambiare i sentimenti dell’uomo, d’esserne gelosa e protettiva.

Giungiamo, infine, all’antagonista di Lupin, l’irriducibile e infaticabile Zenigata, Ispettore dell’Interpool, posto a capo della cattura del ladro gentiluomo. Zenigata è a tutti gli effetti l’avversario per antonomasia di Lupin, e dovrebbe assurgere a ruolo di nemesi del protagonista. Zenigata è, in vero, un antagonista del tutto particolare: è un personaggio positivo, d’animo buono e altruista. Egli appare goffo e a tratti imbranato, e sebbene possa sembrare imprudente, avventato e sciocco, è in verità molto arguto.

Zenigata veste sempre con un impermeabile color beige a cui abbina un cappello d’ugual colore. Anch’egli è un fumatore. L’ispettore è la personalità più complessa del manga e dell’anime. Nonostante sembri un personaggio comico, Zenigata cela una profondità caratteriale e psicologica di grande fascino.

Egli è riconosciuto come un grande ispettore, perché riesce ad arrestare tutti i criminalità cui dà la caccia; tutti meno Lupin. Quest’insoddisfazione dovuta alla mancata cattura del ladro costituisce un’ossessione per lui. Zenigata convoglia in sé una duplice ricezione interpretativa da parte dei lettori e degli spettatori. Duplice nonché contraddittoria: ironia e tragicità. Zenigata è una persona testarda, quasi implacabile nei suoi estenuanti inseguimenti per arrestare Lupin. Egli non si arrende mai! Zenigata è mosso da un forte volere, e offre una rilettura caratteriale di stampo comico per via degli esiti esilaranti dei suoi inseguimenti, che spesso lo vedono protagonista di malconce cadute rovinose al suolo. Zenigata è altresì un uomo solo, lontano dalla famiglia e dalla sua unica figlia, è dedito solo al lavoro in cui ripone piena fiducia e speranza. Zenigata è schiacciato dal peso di una missione che non può adempiere e la sua devozione al lavoro lo porta a girovagare il mondo senza meta e senza una casa. Una condizione tragica d’esistenza.

Il suo rapporto con Lupin non è solo intrigante ma unico. Egli desidera catturare il ladro ma se ci riuscisse, verrebbe meno la motivazione della sua intera esistenza. In alcune occasioni, quando Zenigata credeva di aver finalmente messo dietro le sbarre Lupin, è caduto vittima di un’acuta depressione poiché non aveva più alcun interesse da soddisfare. Il moto della sua vita anela a un finale da non dover mai raggiungere e la sua ricerca costante mira a un raggiungimento nullo e infruttuoso. Egli vuol inseguire il suo acerrimo nemico per sempre, fin quando entrambi non saranno esausti e solo in quel momento potranno decidere chi dei due è riuscito davvero a prevalere, se la furbizia o la caparbietà, se l’incorreggibilità o la resistenza che Lupin e Zenigata rivestono.

Zenigata considera Lupin il suo unico amico, e lo stesso Lupin, che chiama l’Ispettore affettuosamente “Zazà” o “Papà Zenigata”, sa che se un giorno dovesse accettare di scontare i propri crimini si farebbe arrestare soltanto da Zenigata. Entrambi hanno più volte dimostrato di essere leali l’un l’altro in situazioni di pericolo. Vige una sorta di sottintesa, astratta e fraterna amicizia tra i due “nemici”.

Lupin III crea coi suoi personaggi un empatico rapporto d’ammirazione, stima e apprezzamento nei confronti degli spettatori. A chi presta voce, dunque, il ladro gentiluomo, secondo discendente del primo Arsenio Lupin? 

A tutti coloro che, con caratteri diversi, possono immedesimarsi nei rispettivi personaggi che più amano. Dà voce e avventura agli inguaribili romantici, alle anime laconiche e misteriose come Jigen, alle personalità flemmatiche e riflessive come Goemon, alle donne seducenti e sinistre che ottenebrano spiriti animosi di sensibile dolcezza, e infine, dà parola a tutti coloro che seguono un sogno destinato a rendere la propria vita come fosse un’interminabile avventura, come Zenigata.

Lupin III dà voce alla gente, al popolo, a tutti coloro che ne fanno parte.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“La stangata” è un film del 1973 con protagonisti Paul Newman e Robert Redford, per la regia di George Hill. Gli altri interpreti sono: Robert Shaw, Charles Durning, Ray Walston, John Heffernan, Jack Kehoe, Sally Kirkland, Dana Elcar, Harold Gould, Dimitra Arliss, Eileen Brennan, Robert Earl Jones.

Nello Stato dell’Illinois, nel settembre del 1936, Johnny Hooker e il suo amico Luther Coleman, sono due professionisti della truffa che hanno, in maniera inconsapevole, raggirato il messaggero del gangster Doyle Lonnegan. Luther viene ucciso per ritorsione e Hooker è costretto a nascondersi. Per vendicare Luther, il giovane si rivolge ad un vecchio amico dello scomparso, Henry Gondorff, uno dei più esperti truffatori di tutta l’America. Lavorando di comune accordo organizzano una colossale truffa ai danni di Lonnegan, mettendo su una fittizia agenzia di scommesse capeggiata da Gondorff, in cui il boss è convinto di poter accaparrarsi delle grosse somme di denaro grazie a informazioni riservate passategli da Hooker.

Come una finestra aperta sull’immaginifico mondo del cinema, “La stangata” nasce nella fantasia autoriale e si accresce nell’immaginazione soggettiva dello spettatore. Chi non ha mai fantasticato d’esser Henry Gondorff, il più grande truffatore d’America?

Truffatore” è un termine decisamente dispregiativo, sarebbe più opportuno, in questo caso, adoperare l’espressione descrittiva di “artista della truffa”. Una truffa sapientemente orchestrata per rivalsa e vendetta, e perché no, anche per un anelito di giustizia. Un concetto ideologicamente contraddittorio, come può la perpetuazione di un atto truffaldino esser sinonimo di giustizia? Nell’egual modo per cui Robin Hood era un paladino del popolo, oserei dire. “Rubava ai ricchi per dare ai poveri”, o per meglio dire, rubava ai malvagi per restituire i beni confiscati ai buoni e agli indifesi. Henry Gondorff ne “La stangata” fu una specie di Robin Hood, e come un arciere, possedeva nella propria faretra dardi acuminati d’intelletto, frecce aguzze di furbizia e punte affilate di astuzia. Gondorff rubò, con l’ironia sbruffona di un genio della truffa, a un magnate assassino, arricchitosi in modo fraudolento e criminale. Gondorff si appellò a un senso astratto e immutabile di sana giustizia, piegando la violenza all’intelletto. Si comportò come un ladro gentiluomo, elegante nel vestire e raffinato nei modi di fare, un Arsenio Lupin del nuovo continente.

E dunque, chi non ha mai immaginato di poter somigliare al Paul Newman de “La stangata”, coi suoi baffi curati nel taglio, gli occhi di ghiaccio, e quell’inseparabile cappello, imprescindibile per coprire una parte del viso, quella da cui poi sarebbe spuntato un naso simbolico!  Quel cappello era come fosse un sipario rimasto col drappo per metà aperto, calato in diagonale su di una porzione del volto da cui poi si sarebbe intravisto un naso, “teatro” di un gesto effettuato con la punta dell’indice soffermatasi lì solo per un breve istante.

Con “La stangata” siamo in presenza di una grandissima commedia dai contorni drammatici e polizieschi, ambientata durante la grande depressione nella Chicago degli anni Trenta. Questo lungometraggio si rivelò una fortunata commedia grazie sia ad un cast di prim’ordine sia al regista, ma non di meno alla trama veramente nuova, ricca di colpi di scena e di trovate divertenti. A contribuire alla fortuna della pellicola fu senza dubbio la colonna sonora, costituita da una serie di famose ragtime riadattate da Marvin Hamlisch. Sebbene il ragtime era già passato di moda da alcuni lustri, l’utilizzo di tali pezzi ha costituito uno dei motivi del successo del film, tanto che negli anni seguenti l’uscita del lungometraggio nelle sale si è registrato un notevole interesse nei riguardi del ragtime, che da tempo era quasi caduto nel dimenticatoio.

Sono certo che non c’è stata persona alcuna che non abbia mai, almeno per una volta, fischiettato “The entertainer”. Suvvia, ammettiamolo pure, abbiamo intonato tale melodia nei momenti in cui l’immagine di quel ladro gentiluomo, di quel truffatore dai modi affabili, tornava a materializzarsi tra i contorni pittorici del ricordo su di una tela cinematografica. Una delle peculiarità de “La stangata” fu quella di non restare circoscritta, ma di divenire un'icona della cultura popolare, riconoscibilissima per tutti gli appassionati di cinema, tanto da venire mimata. Celebre è rimasta la “mossa” del dito indice di Newman che sfiora il suo naso. Una sorta di segnale, di messaggio cifrato per far sì che la “stangata” risulti poi davvero tale.

Il connubio musica e immagini ne “La stangata” genera un’atmosfera inimitabile, capace di fuoriuscire dai limiti scenici e ergersi a ricordo nel tempo. L’immagine di Gondorff perdura nell’Olimpo degli eroi del cinema ed è scandita dal suono irripetibile di “The entertainer”, emblema di come la sequenza di una ripresa e il passo musicale di un brano, se uniti con doviziosa meticolosità, possono raggiungere il ricordo eterno nella sfera mnemonica del pubblico, vero obiettivo della settima arte. “La stangata” possiede la qualità insita delle grandi opere, quelle di divenire linguaggio comune o messaggio ritmato e imitato nell’immaginario collettivo.

"La stangata" è un'opera permeata da una estetica conservativa tratta dai comuni gangster-movie ma professa un'inaspettata novità. Il film si avvale, infatti, di una narrazione paragonabile a una partita giocata a carte scoperte, le cui mosse risultano inaspettate per la straordinaria abilità del protagonista nel mutare la verità in una truffa, la realtà in un inganno. Le carte vengono così mischiate secondo il volere del giocatore principale e le sorti della partita volgono a suo favore tramite una serie di colpi di scena preventivati al dettaglio.

Meritevole di una menzione finale la scenografia, magistrale il taglio fotografico eseguito dal maestro Robert Surtees, di cui aveva già dato prova di sé in “Ben-Hur”, che utilizzando il bruno, il seppia e il verde, sapientemente accostati, aveva saputo rappresentare appieno lo squallore dei bassifondi della Chicago degli anni Trenta.

Il film vinse ben sette Premi Oscar, come miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior scenografia, miglior colonna sonora, migliori costumi, miglior montaggio. Nel 1974 fu assegnato il David di Donatello per il miglior attore straniero a Robert Redford.

Autore: Emilio Giordano 

Redazione: CineHunters  

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