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"Jumanji" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Correva l’anno 1869, e i giovani Caleb e Benjamin, in una notte fredda e buia si accingono, terrorizzati, a seppellire una vecchia cassa chiusa con dei robusti lucchetti e cinta tutta attorno con del fil di ferro. Seppellire equivale a nascondere, mettere al riparo dallo sguardo dei posteri ciò che non si vuole venga rinvenuto. Ma quello che il terreno inzuppato dalle continue piogge può occultare, può venire ugualmente scoperto, se a destare la curiosità dei viandanti è un rumore. Ciò che l’occhio non vede può comunque inquietare il cuore, se un tam-tam di tamburi, un suono acuto e persistente, quasi ritmato, proveniente da quella cassa sepolta, viene udito.

Cento anni dopo, il giovane Alan Parrish ode proprio il rullo di quei tamburi, ridestatisi dal torpore dell’oscurità del terreno, in seguito ai lavori di scavo che un’impresa edile sta effettuando proprio nello stesso punto in cui, un secolo prima, la cassa fu nascosta al mondo. Quel frastuono cadenzato attira Alan fino a fargli ritrovare i resti di un antico baule che custodisce al suo interno uno strano gioco da tavolo, inserito in una particolare scatola di legno intagliato, che reca una scritta: “Jumanji”. Alan lo raccoglie, se lo porta a casa e, assieme alla sua migliore amica Sarah, di cui è segretamente innamorato, comincia a giocare a Jumanji…

  • Vuoi giocare?

E’ soltanto un gioco” – quante volte abbiamo ascoltato questa affermazione? “Jumanji” nasce dall’idea di sfatare la concezione innocente e sicura dell’atto di giocare, trasformando l’azione del gioco in fonte d’insidie letali. Giocare è un verbo che spesso associamo ai bambini. Si gioca quando si è piccoli, nel periodo in cui l’immaginazione è tanto preponderante nel nostro modo di guardare il mondo da permetterci di trasformarlo nel nostro immenso parco giochi. E’ forse per tale ragione che i tamburi di “Jumanji” vengono uditi soltanto dai più piccoli. Essi attirano la loro attenzione, li invogliano ad avvicinarsi sino ad aumentare il ritmo del rullo quando i giovani sono a pochi passi dal rinvenire “Jumanji”. Il gioco ha una propria coscienza, e desidera essere trovato. I tamburi, pertanto, sono un segnale che attrae i bimbi verso il gioco e… verso il pericolo.

Ma giocare vuol significare, altresì, fuggire dalla realtà circostante, per rifugiarsi in una divertente fantasticheria. E’, in un certo senso, quello che cerca Alan quando inizia la sua partita a “Jumanji” con Sarah, ovvero distrarsi per qualche minuto e allontanarsi dai problemi che la vita gli sta ponendo davanti e a cui non riesce a trovare alcuna soluzione. Alan è infatti vessato da certi bulli di quartiere che lo tormentano e lo aggrediscono quotidianamente, e soffre l’incomunicabilità col padre che sembra non capirlo e vorrebbe mandarlo in un collegio d’istruzione. Alan progetta di scappare di casa, ma, poco prima di lasciarsi tutto alle spalle, si imbatte in Sarah, venuta a cercarlo, con cui, tra un discorso e l’altro, comincia a giocare a Jumanji.

A quel punto, le peculiarità inquietanti del gioco cominciano a manifestarsi in tutta la loro cupa essenza: le pedine sull’intricata e labirintica “scacchiera” si muovono da sole, e ogni qual volta uno dei due tira i dadi, verso il centro del gioco, all’interno di una sagoma tondeggiante di vetro, compare una scritta di colore verde che recita inquietanti versi rimati. La prima “poesia” del gioco preannuncia l’arrivo di un stormo di pipistrelli africani. Spaventati, Alan e Sarah decidono di mettere via il tutto, ma quando il ragazzino getta via i dadi, Jumanji “pensa” che il giocatore abbia in verità “tirato” e così fa apparire il secondo messaggio. Alan viene condannato a restare intrappolato nella giungla di Jumanji fin quando, dai dadi, un giocatore non farà uscire i numeri “5” o “8”. D’un tratto Alan inizia ad essere risucchiato dal gioco, sotto lo sguardo attonito di Sarah che, di lì a poco, verrà aggredita da una volata di pipistrelli neri. Poco prima di scomparire, Alan implora Sarah di tirare i dadi ma la ragazza, messa in fuga dai volatili, scapperà via. Di Alan si perderà ogni traccia per i successivi 26 anni…

  • Una partita in sospeso

Quel semplice gioco da tavolo, che doveva donare ad Alan un po’ di conforto in un mondo esterno fitto e opprimente come una giungla e una realtà famigliare che non riusciva a capirlo, si trasforma in un’angosciante prigione senza alcuna via di fuga. Ventisei anni dopo, la casa dei Parrish è caduta in rovina e viene acquistata ad un prezzo stracciato da Nora Shepherd, tutrice dei suoi due nipoti, Peter e Judy, figli del fratello morto assieme alla moglie in un incidente d'auto. Proprio Peter e Judy rinvengono il gioco nella soffitta della villa, chiamati anch’essi dal suono dei tamburi, e iniziano a giocare. Dopo aver assistito all’apparizione di zanzare giganti e di scimmie inferocite, Peter lancia i dadi ancora una volta, ottenendo come combinazione numerica un 5. Dal gioco fuoriesce un leone della savana unitamente ad Alan, divenuto oramai un uomo adulto. In principio, il protagonista non comprende cosa sia accaduto e osserva con incertezza la realtà casalinga che lo circonda. Dopo aver combattuto con il temibile predatore, Alan si rende finalmente conto d’essere stato liberato. Quella a cui Judy e Peter hanno dato inizio è, in realtà, la continuazione della partita rimasta insoluta dal 1969 tra Alan e Sarah. Il gioco giace quindi in una sorta di stasi, di attesa inamovibile, perché per proseguire necessita della presenza di Sarah.

“Jumanji” funge così da articolata metafora della prosecuzione delle questioni rimaste in sospeso. Tali vicende finiscono per ripresentarsi nel corso della nostra vita e non possono essere evitate. Fuggire dai problemi, come stava per fare Alan all’inizio del suo viaggio quando, pur di non affrontare il padre, era pronto a scappare per non voler fare più ritorno, non è mai la soluzione. E’ proprio per rammentare tale monito che il gioco torna a ripresentarsi facendo riecheggiare i suoi lugubri suoni tambureggianti. Il percorso impervio rappresentato dalle caselle di Jumanji ha le sembianze di un tracciato labirintico. I “cunicoli” del Dedalo non costituiscono tuttavia un sentiero difficoltoso da perscrutare in virtù dei suoi passaggi quanto invece dei suoi tranelli. Il tratto da percorrere in Jumanji è intricato ma piuttosto evidente: il giocatore deve riuscire a sventare ogni minaccia, è questa la sua unica sfida. Dopotutto, Jumanji non è un gioco di strategia, come tiene a precisare Judy. E’, invece, un gioco di sopravvivenza. E lottare per sopravvivere fa parte dell’istinto vitale di ogni essere umano. Le caselle di Jumanji creano un percorso intersecante, che raffigura l’andirivieni delle sfide di una vita. Jumanji è un avviluppante labirinto dove si può scorgere l’uscita contando le caselle che mancano al raggiungimento della via di fuga, e in cui, nonostante ciò, si ha sempre il terrore di non riuscire a giungere alla fine del percorso.

I dadi, in tutto questo, evocano la casualità del fato, e sono, coi loro numeri, portatori di un esito incerto che fa fluire irrequietezza. Le scelte di una vita e le mosse per sopravvivere non sono qui decise dalla saggezza o dall’audacia di un giocatore quanto dalla mano della fatalità. Gioco e terrore, vita e morte si alternano in un’esperienza esistenziale volta alla comprensione delle proprie paure e alla dominazione del proprio coraggio.

  • Ritorno alla realtà: tra passato e presente

Sebbene il film mantenga sempre un ritmo divertente, vivace, adrenalinico e avventuroso, “Jumanji” declina una poesia triste e profondamente sensibile.

Alan, in principio, avrebbe voluto lasciare quel mondo che conosceva. Era stufo di tollerare soprusi dai prepotenti e severi ordini impostigli dal padre. Probabilmente però quella fuga che Alan avrebbe voluto compiere all’inizio del film era un gesto di paura e avrebbe guidato il protagonista a un pentimento. Alan sarebbe poi corso a casa, dal padre e dalla madre, e avrebbe chiarito l’alterco che avevano avuto. L’esternazione di una semplice frase sarebbe bastata. Purtroppo, l’atroce volontà del gioco gli ha impedito di fare ciò che avrebbe voluto. E così, quando Alan torna alla realtà, scopre con profonda tristezza che i suoi genitori sono morti. Jumanji ha spezzato il legame famigliare che univa Alan ai suoi, i quali si sono spenti senza mai scoprire cosa era accaduto davvero al loro figliolo. Il protagonista non ha neppure potuto dire loro addio.  “Jumanji” celebra sommessamente l’importanza della comunicazione in quanto strumento per esprimere i sentimenti. All’inizio del lungometraggio, la madre di Alan, a seguito del diverbio che il marito ha avuto col figlio, sembra rivolgersi al consorte per invogliarlo a tornare in casa e a parlare con Alan. “Sam! Sam!” dice con fare esortativo la donna, ma quand’ecco che il padre di Alan si volta verso di lei, e lei lo congeda, con un candido: “niente!”; come se accettasse di rimandare la conversazione, cosciente di poterla riprendere al loro ritorno. Ma Alan e i genitori non avranno mai più alcuna conversazione. E’ il triste tributo che “Jumanji” fa all’importanza della parola e soprattutto al tempo presente, quello da non farsi sfuggire e che spesso diamo per scontato quando non dedichiamo il giusto spazio ad una persona importante. Per il resto dei suoi giorni, Sam crederà che Alan sia sparito per colpa sua e mai alcuna parola di conforto udirà per dare pace al suo cuore stanco.

Alan mira una città molto diversa da quella che aveva lasciato, sozza, malandata, colma di gente povera, di senzatetto, ricca di mura imbrattate e in piena crisi. La fabbrica di scarpe del padre, fiore all’occhiello della sua famiglia, è fallita ed è stata abbandonata; persino la statua del generale Angus Parrish, antenato di Alan, è totalmente deturpata da imbrattature spray. Le persone sono apparentemente impazzite, i sogni si sono infranti, e non vi è alcun rispetto per la storia antica del centro urbano e per gli avi di un tempo. Anche l’esilarante Carl Bentley, vecchio amico di Alan e noto con il diminutivo di “Laccio bollente”, è stato costretto ad abbandonare il suo sogno di progettare scarpe per vestire la divisa da poliziotto, la cui vettura d’ordinanza verrà ironicamente martoriata dalla furia di Jumanji.  Sembra che gli effetti spaventosi del gioco si siano propagati per la città, fino a farla piombare in un disordine generale, che non svanirà fin quando Jumanji non verrà portato a conclusione. La realtà cittadina si riflette sulla realtà parallela del mondo di Jumanji, che finisce per compendiare tanto il passato quanto il presente e condurlo in un avvilente futuro senza speranza. Alan fa solo brevi accenni circa la sua esperienza ventennale nella giungla di Jumanji, e confessa che in quei luoghi non esistono solo scimmie, leoni e zanzare, ma anche creature impossibili da immaginare o anche solo da scrutare, ombre impenetrabili che si muovono nella notte e attendono in agguato. Il suo racconto, criptico ed ermetico, suscita l’immaginazione sopita di noi ascoltatori. Così come l’origine di Jumanji e il potere ad esso legato permangono nell’imperscrutabilità, anche l’essenza stessa del mondo del gioco finisce per permanere nell’ambiguità proprio per lasciare allo spettatore un alone di incerta e imprecisata magia. Ma la particolarità di “Jumanji” è quella di trasportare le paure di un mondo incastonato tra gli intagli di un gioco da tavolo e rigettarle nella realtà che noi ben conosciamo. “Jumanji” solo in parte può trasportar chi questo mondo vuol lasciar…perché finisce poi per trasformare quello stesso mondo appena lasciato in un riflesso selvaggio di Jumanji. La giungla enigmatica, primordiale, selvaggia e incontenibile invade una città irriconoscibile!

  • Vite spezzate, tra prigioni interne ed esterne

Alan ritrova Sarah, divenuta anch’ella una donna adulta e segnata irrimediabilmente dall’esperienza traumatizzante della sua scomparsa. Nei loro dialoghi, Sarah fa emergere la sofferenza di una vita amara che l’ha portata all’isolamento. Era soltanto una bambina quando Alan scomparve, e non fu mai creduta da nessuno quando raccontava ciò che aveva visto. Se Alan era rimasto intrappolato in un mondo parallelo, se vogliamo virtuale, come quello del gioco, Sarah era rimasta sola e prigioniera in una realtà cittadina menefreghista e insensibile. Entrambi separati hanno fatto fronte a una vita spezzata. Quando Alan osserva le piante carnivore, i grossi baccelli di colore giallo, i verdi rampicanti robusti e vividi, fuoriusciti dal gioco, invadere l’abitazione, affermerà che “ci sono cresciuto così, è ciò che c’è là fuori che mi terrorizza”. La “giungla cittadina” e la giungla di Jumanji possono venire messe a confronto. Così come è terrificante la forza animalesca che si nasconde all’interno del gioco, pronta a manifestarsi nella nostra realtà, allo stesso modo è inquietante ciò che ci può attendere fuori dalle mura di casa. Alan fu terrorizzato dal mondo di Jumanji ma imparò a riconoscerlo come la sua unica e sola “casa”, Sarah fu segnata dalla quotidianità urbana e finì per non conoscere dimora alcuna. Quella di Jumanji è stata per Alan una prigione interna, velata, quella di Sarah una prigione senza confini, capace d’estendersi all’esterno. Si tratta di due mondi così differenti eppure ricchi delle medesime, grandi difficoltà. Vivere e vincere le proprie battaglie, nella giungla o in città, richiede un’immensa dose di coraggio che è ciò che vuole insegnare “Jumanji”. Ed è proprio nel loro ritrovarsi che Alan e Sarah sentono di non essere più soli ma di appartenere l’uno all’altra, e nella fortificazione dei loro spiriti, essi riprendono a combattere con le loro più recondite paure, per porre fine al gioco e risanare le ferite di una vita spezzata. Uniti, Alan e Sarah vogliono vivere insieme in questo mondo e non più lasciarlo come le paure volevano, a volte, suggerire loro.

  • Un avversario prima o poi va affrontato

La gioventù e la maturità riguardano il periodo della vita che Jumanji è riuscito a racchiudere nella sua esperienza di gioco. Tra Alan e Sarah e Judy e Peter esiste un rapporto di reciprocità che riguarda l’età adulta e la giovinezza. Alan vede in Peter il bambino che fu un tempo e cerca di educarlo come fece suo padre con lui, rendendosi poi conto che il figlio diventa padre ereditando a volte anche i difetti del genitore.

Sul finire delle vicende, Alan dovrà compiere l’ultimo passo: affrontare il suo acerrimo nemico. Come teneva suo padre a ricordargli, un avversario prima o poi va affrontato. Alan è perseguitato da un efferato cacciatore della giungla, Van Pelt, che aspira da sempre ad ucciderlo poiché lo considera la più inafferrabile delle sue prede. Van Pelt cela, sotto i suoi baffi folti e spioventi, il volto del padre di Alan, come se rappresentasse la più grande paura del protagonista ma al contempo il più grande atto di coraggio che Alan deve compiere. Per tutta la sua vita, Alan ha vissuto oppresso dai sensi di colpa per non aver parlato con Sam da padre a figlio, e fronteggiando apertamente Van Pelt, ha l’occasione di dimostrare d’essere un uomo coraggioso benché terrorizzato dalla consapevolezza di dover perire sotto i suoi colpi. Scrutando il volto del cacciatore, Alan, senza rendersene conto, sta sfidando con coraggio suo padre, facendo valere quell’ardire che il genitore ricercava in lui. Poco prima di essere colpito a morte, Alan lascia cadere i dadi che reggeva in mano, i quali segnano il numero necessario alla pedina di Alan per raggiungere la fine del percorso e far pronunciare al protagonista la parola “Jumanji”. Alan ha superato la prova e ha vinto il gioco, e così tutte le manifestazioni di Jumanji vengono ora risucchiate via all’interno del gioco. Il tempo si annulla ed Alan e Sarah tornano nel 1969, a quella famosa sera in cui tutto ebbe inizio. Erano loro i giocatori originari quando la partita cominciò, e il tempo ha ripreso ora a scorrere con normalità, senza più gli effetti distorti del gioco. L’orologio a pendolo che aveva rintoccato il cambio dell’ora poco prima che Alan si dissolvesse in Jumanji può adesso riprendere a segnare il tempo reale, non più funestato dalla maledizione di Jumanji.

E’ la nuova occasione di vita che Alan e Sarah potranno godere insieme. Alan ne approfitta per riappacificarsi immediatamente con il padre, il quale si scusa anch’egli. Da adulti, Alan e Sarah, sono adesso sposi e in attesa del loro primo figlio. Rincontrano quindi Judy e Peter, e offrono ai genitori dei due un lavoro che garantirà sicurezza per il futuro. Il destino che rischiava d’essere deciso da un tiro di dadi è adesso plasmato dalla conoscenza di Alan e Sarah.

Nel suo generare distruzione, Jumanji ha pur sempre donato una nuova vita ai propri giocatori. Non a caso, il gioco, rimasto sulla battigia, semisepolto dalla sabbia, cullato dal lento mormorio della risacca, fa ancora riecheggiare il rullo dei suoi tamburi per attirare a sé altri nuovi giocatori.

Jumanji avrà sempre una volontà tutta sua.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Rumori fuori scena" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sipario

Quanto è magico entrare in un teatro e vedere spegnersi le luci. Non so perché. C’è un silenzio profondo, ed ecco che il sipario inizia ad aprirsi. Forse è rosso. Ed entri in un altro mondo.(David Lynch)

L’opera “Noises Off” è una commedia di Michael Frayn, composta nel 1977 e portata in scena per la prima volta nel 1982 al Lyric Theatre di Londra. Il testo ebbe uno splendido adattamento cinematografico nel 1992, per la regia di Peter Bogdanovich. La peculiarità di questa commedia, dal titolo “Rumori fuori scena”, è il suo appartenere al genere del “Teatro nel teatro”, ed il suo conseguente immergersi in una realtà narrativa dalla duplice valenza. “Rumori fuori scena” narra le disavventure di una compagnia teatrale, impegnata nell’allestimento della farsa “Niente addosso”. Nella commedia gli attori reali assumono i ruoli di attori fittizi, i quali a loro volta sono portati inevitabilmente a interpretare i personaggi protagonisti delle scene farsesche, appunto di “Niente addosso”. “Rumori fuori scena” è una recita nella recita, un’interpretazione nell’interpretazione, una finzione dalla doppia natura.  La storia ha inizio in piena notte, all’interno di un teatro in cui si stanno svolgendo le prove generali del testo da rappresentare.

Alla vigilia dell’allestimento di un qualsiasi spettacolo, il teatro sembra sempre giacere in una sorta di dormiveglia.  La spoglia platea, i vuoti palchetti che sovrastano il pianterreno, e il golfo mistico, vacuo e libero, paiono tutti immersi in un dolce sonno, in attesa d’essere risvegliati dall’arrivo del pubblico e dell’orchestra che animerà il laconico silenzio della sala. La compagnia teatrale di Lloyd è in fermento, e i preparativi procedono con passo spedito.

“Rumori fuori scena” è l’incontro tra la realtà precostruita di una commedia scritta e dallo svolgimento ben studiato, con la farsa esilarante, che non segue una trama o una spiegazione logica, ma irrompe con fragore inaspettato per generare situazioni cariche di coinvolgente ilarità. E’ proprio un teatro “deserto” quello che, in piena notte, sta ospitando la sgangherata compagnia del regista Lloyd Dallas.

  • Atto Primo

Il teatro è il disperato bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita”. (Eduardo De Filippo)

E’ da poco passata la mezzanotte, e la “prima” della commedia “Niente addosso” si avvicina. Lo scenografo Tim Allgood ha impiegato due giorni per montare sul palcoscenico le imponenti scenografie. L’ambientazione della farsa prevede, infatti, che gli eventi si svolgano nel soggiorno di un elegante villino di montagna, costituito da un piano terra e da un piano superiore, a cui si può accedere per mezzo di una scala di legno, a due rampe, posta alla sinistra della scena. Il villino è solo apparentemente disabitato. Esso spesso è oggetto di visita, o per meglio dire d’irruzione, da parte dei personaggi interpretati dagli attori della compagnia. I personaggi di “Rumori fuori scena” sono 9: Dotty Otley, che in “Niente addosso” interpreta la signora Clackett, Garry Lejeune, nello spettacolo è Roger, Brooke Ashton, che nella farsa è Vicky, Frederick Fellowes, nello spettacolo Philip Brent ma anche “Lo sceicco arabo”, Belinda Blair, che in “Niente addosso” interpreta Flavia Brent, e Selsdon Mowbray, nello spettacolo “il ladro. Chiudono il cerchio il già citato regista Lloyd, il suddetto Tim e l’assistente di scena Poppy.

Portare in scena “Niente addosso” risulta un’impresa estremamente complessa. Le entrate e le uscite di alcuni personaggi (i quali non devono mai incrociarsi sulla scena o ne verrebbe meno il proseguo della farsa stessa) sono innumerevoli, si susseguono a ritmi incalzanti e, per dare l’effetto desiderato, devono essere eseguite con tempistiche sincronizzate, senza margine d’errore. Lloyd, per tale ragione, esorta i suoi attori a dare il massimo. Gran parte dell’agire interpretativo dei personaggi riguarda l’uscita e l’entrata in scena con in mano particolari oggetti che devono essere, di volta in volta, prima deposti in una zona specifica della casa e poi ripresi in un secondo momento. In particolare, il piatto di sardine preparato dalla signora Clackett è spesso fonte d’errore, perché viene lasciato sul comodino quando dovrebbe essere portato via o dimenticato nel dietro le quinte quando invece dovrebbe trovarsi in scena. E’ proprio su di un comune “piatto di sardine” che la farsa e la commedia stessa ruotano e si intersecano in un valore prettamente comunicativo. Nella vita anche un banale oggetto può avere un’importanza rituale per l’accadimento di un evento. Portare le sardine fuori o riportarle dentro nella realtà teatrale di “Rumori fuori scena” funge da metafora dell’ignaro agire dell’uomo in un universo deterministico. Tiene ad affermare, filosofeggiando, Lloyd che il fare entrare le sardine e il fare uscire le sardine costituiscono la farsa, e di conseguenza il teatro, e quindi la vita. E’ la meraviglia del teatro, quella di poter conferire simbolismo e spessore a un semplice oggetto scenico, in questo caso, un comune piatto di sardine, destinato a cambiare il corso e il senso della rappresentazione di una parte di vita.

L’intero primo atto di “Rumori fuori scena” mostra le prove della farsa, spesso interrotte da beffardi imprevisti e goffe incertezze degli attori che, senza riconoscere le proprie disattenzioni, procedono imperterriti a far riecheggiare i loro vocalizzi alla stessa maniera di come l’orchestra del Titanic suonava le proprie arie con il piroscafo invaso dalle acque. Tutta la compagnia a poche ore dall’inizio della rappresentazione è già stremata. Poppy e Tim non riposano da quarantotto ore e devono ancora restare all’erta per coordinare gli attori. “Rumori fuori scena” è l’esaltazione del teatro nella sua fase primordiale, il principio di un abbozzo che deve essere ancora plasmato. E’ per tale ragione che le prove mostrate nel primo atto assumono un valore pieno, vivo, affascinante, perché è come se la commedia stessa nascesse sotto i nostri occhi. La soave purezza del teatro si avverte molto prima della rappresentazione, già nell’istante in cui si pensa all’opera da portare in scena. Le prove sono, per l’appunto, l’embrionale concezione dell’opera teatrale, poiché è nella preparazione iniziale che si plasma la rappresentazione finale.

“Rumori fuori scena” sa esaltare ogni aspetto della lavorazione teatrale, partendo dall’autore del testo fino all’assistente di scena. Tutti coloro che lavorano alla realizzazione della commedia rispettano i loro ruoli. Gli attori si concentrano sull’interpretazione, il regista sulla direzione specifica e globale dell’evento teatrale, su cui nessuno osa metter parola, e la scenografia viene issata e resa unica col massimo del lavoro decorativo possibile per far sì che l’impatto visivo della scena risulti sempre sorprendente. Tutti i membri della compagnia lavorano a ritmi frenetici, lasciando trasparire uno stress senza fine. Lo stoico Tim non sa risparmiarsi, e riveste il triplice ruolo di direttore di scena, attrezzista e persino di “jolly” di ogni singolo attore. La presenza dell’autore fittizio di “Niente addosso”, vale a dire il fantomatico Robin Housemonger, aleggia sul gruppo in maniera costante. Lloyd, talvolta, prende in mano il tomo in cui è contenuto il lavoro dell’autore, affermando che quello è il “testo sacro” e che non può essere in alcun modo alterato né dev’essere necessariamente capito dall’attore, più che altro dev’essere solamente eseguito. La volontà dell’autore teatrale fugge dall’approvazione degli attori stessi. Ciò che infatti avviene nella farsa non risponde ad una logica ben precisa, accade perché è così che ha voluto il dio-creatore e autore, e il testo risponde ad una irrazionale leggerezza splendidamente artistica.

Ne deriva una differenza: “Rumori fuori scena” rappresenta la vita fatta di ansie, fatiche, impegni, collaborazioni, amicizie e amori, rimorsi e gelosie, vendette e ritorsioni. La farsa “Niente addosso” rappresenta l’esatto contrario: essa è l’illogicità della vita umana, l’ineluttabilità degli eventi, e come essi possano essere riletti in chiave umoristica. E’ sempre la capacità di ridere della sventura la forma più fine di acume e intelligenza. Quella di “Rumori fuori scena” è la vita portata entro i confini di un palcoscenico e considerata priva di un significato, poiché il senso vero sfugge alla ricerca dell’uomo e va al di là delle sue possibilità d’indagine. La vita è esperienza inattesa, improvvisazione senza regole, è una farsa teatrale che fugge da ogni logica che non sia comprensibile in una smorfia volta al riso.

Humphrey Bogart affermava che la differenza sostanziale tra un copione e la vita è che il copione deve avere un senso. Se non c’è dato comprendere le dinamiche che spingono i personaggi di “Niente addosso”, possiamo invece cercare di capire cosa domina l’agire dei personaggi di “Rumori fuori scena”. Nelle loro entrate e nelle loro uscite è racchiudibile l’alba e il crepuscolo, l’arrivederci e il ritorno. E’ forse per tale ragione che i personaggi sulla scena entrano ed escono con tale frequenza. “Rumori fuori scena” è l’apertura coordinata di una porta che simboleggia un nuovo inizio nel contempo in cui un’altra porta, che simboleggia un addio, si chiude. La farsa e la commedia, qui divenute un tutt’uno, rispondono al bisogno dell’uomo di dare un senso alla vita e alle varie tappe che ne fanno parte.

  • Atto secondo

Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.” (William Shakespeare)

Vi è mai capitato, mentre sedete in platea, di perdere per qualche istante la concentrazione sullo spettacolo in sé e domandarvi cosa, al contempo, sta avvenendo dietro le quinte? Quella che si trova al di là della scenografia è una realtà fatta di silenzi, di comunicazioni gestuali, vocalmente inespresse, di suggerimenti laconici onde evitare che il pubblico in sala si accorga di qualcosa. Nelle compagnie più diligenti, direi professionali, in genere, non accade nulla di particolarmente interessante. Gli attori e le attrici siedono pazientemente e attendono d’essere chiamati dal direttore di scena per la loro entrata. Qualcuno/a più “ansioso/a”, invece, leggerà ancora una volta il copione, lo/a scenografo/a tamburellando il piede sul pavimento come segno d’impazienza, aspetterà la fine del primo atto per potersi mettere subito al lavoro al cambio scena. Un clima così disteso non è respirabile nella compagnia capeggiata da Lloyd Dallas, che dietro le quinte è capace d’inscenare “una commedia”, ancor più divertente di quella che si svolge in palcoscenico.

Durante il secondo atto di “Rumori fuori scena”, la compagnia è ormai in piena attività e si sposta di città in città e di teatro in teatro in una lunga tournée. Dopo i primi grandi successi, la compagnia sta vivendo una fase transitoria che presto li condurrà ad un fiasco dietro l’altro. Questo è dovuto al fatto che Lloyd li ha temporaneamente abbandonati per curare la regia dell’Amleto con un’altra compagnia teatrale, ma soprattutto perché tra gli attori sono emersi molti malumori dovuti per lo più a ripicche di cuore e gelosie. Lloyd sopraggiunge nel dietro le quinte un pomeriggio, per ritrovare un po' d'intimità con Brooke, ma viene subito informato da Tim dei dissapori sorti tra gli attori: Dotty e Garry si sono lasciati, per l'eccessiva gelosia di lui, che vede in Frederick un rivale, visto che una sera a cena ha ascoltato e consolato Dotty in preda a una crisi nervosa; la stessa Dotty è convinta, a causa di alcuni equivoci, che Belinda si stia infatuando di Garry, sostenendo che lei sia innamorata di Frederick; per di più, non si riesce a trovare Selsdon, per l'ennesima volta, addormentatosi chissà dove ubriaco. A complicare la situazione si aggiunge Poppy, che vuole informare Lloyd d’essere incinta. Alla pomeridiana dello spettacolo, i malumori tra la compagnia si susseguono senza sosta. La scena adesso si svolge interamente negli ambienti posti nel retropalco. Nel corso della rappresentazione della farsa si registrano innumerevoli gag esilaranti tra gli attori nel dietro le quinte, i quali tentano di ferirsi e colpirsi tra loro nell’istante in cui sfuggono alla vista del pubblico che numeroso affolla la platea. Da qui in poi si producono i “famosi” rumori fuori dalla scena.

Le entrate e le uscite sincronizzate degli uomini e delle donne, e quindi degli attori e delle attrici, avvengono adesso in una duplice veste che riguarda tanto i personaggi della farsa sul palcoscenico quanto i personaggi della commedia nel dietro le quinte. In contemporanea, la flebile linea di demarcazione meta-teatrale tra farsa e commedia tende ora a essere rispecchiata simbolicamente dalla divisione tra “palco” e “retropalco”, luoghi scenici che separano due differenti modalità d’interpretazione che si susseguono, altalenandosi continuamente. Ciò che accade nel secondo atto è la duplice realtà di “Rumori fuori scena”, quella che avviene sul palcoscenico, sotto gli occhi attenti e vigili degli spettatori che in modo del tutto insolito assistono alla farsa, e quello che si verifica oltre le quinte su cui è posta invece l’attenzione dei veri spettatori, i quali assistono a ciò che normalmente è celato al loro sguardo.

  • Atto Terzo

“Il teatro è così infinitamente affascinante perché è così casuale. E’ come la vita.” (Arthur Miller)

Nella concezione casuale del teatro, l’errore, se lieve, può contribuire ad impreziosire lo spettacolo. A teatro ogni rappresentazione è diversa, basta un cambio d’intonazione, un movimento differente, un cenno improvvisato e il tutto muta. La commedia teatrale non vanta l’immortalità di un’opera filmica, essa è in perpetuo divenire e in questo moto incessante il piccolo errore finisce per evidenziare la naturalezza dell’operato dell’uomo a teatro. Nel terzo atto di “Rumori fuori scena” tutto sembra essere lasciato al caso. La farsa “Niente addosso” è preda dell’incertezza di un destino e dell’indeterminatezza di un esito nebuloso. Si fa ritorno nell’ampio soggiorno del villino, ma ormai i rapporti e gli screzi che serpeggiano tra gli attori provocano incredibili quanto tragicomici danni alla farsa che perde ogni logica di sviluppo. Sulla scena irrompono, sostituti in concomitanza con i protagonisti, i personaggi, che finiscono per incontrarsi tra loro disfacendo la logica dell’esecuzione; persino Lloyd si trova costretto ad entrare in scena, salvo poi rendersi conto di aver aggravato ulteriormente la situazione.

  • Cala il sipario

Un bravo attore non fa mai la sua entrata prima che il teatro sia pieno” (Jorge Luis Borges)

La compagnia giunge infine a Broadway, il più prestigioso teatro della loro tournée. Lloyd è oramai in preda alla paranoia, teme che gli attori combinino un ennesimo strafalcione, ha persino paura che la scenografia cada rovinosamente giù e non ha il coraggio di assistere. Rientrerà solo alla fine per ascoltare gli scroscianti applausi provenire dalla platea, entusiasta. La farsa è stata un successo e gli attori hanno finalmente dimenticato i loro dissapori. Tutti insieme, mano nella mano, compiono un inchino, come grandi attori e uomini di teatro dinanzi ad un teatro strapieno di spettatori elettrizzati. Sono nati sentimenti forti di amore e relazioni destinate a durare tra gli attori e le attrici della compagnia. La nascita perdurata di un sentimento è la vita, ma anche la farsa, e questo è il teatro. Si chiude così “Rumori fuori scena”, nell’assordante ma sempre gradevole rumore di un applauso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“La tenera canaglia” è un film commedia del 1991, per la regia di John Hughes. Sue, detta Trucioli, è una bimbetta di 9 anni, orfana di entrambi i genitori, che vive con un uomo senza fissa dimora. Una sorta di vagabondo che aveva vissuto un tempo con la madre, ormai deceduta, di Sue.

Queste due eterogenee figure vanno avanti quotidianamente vivendo di piccoli espedienti, i quali permettono loro di riempirsi la pancia, ottenendo magari anche un pasto caldo. Passando da una località all’altra, nel loro girovagare, arrivano a toccare anche Chicago. E’ qui che mettono in scena un finto investimento automobilistico ai danni della bella e ricca professionista Gray Ellison che per scusarsi di quanto accaduto li porta a cena in un noto ristorante. Nelle mire dei due c’è la palesata speranza di poter essere accolti dalla donna in casa sua, ma il sopraggiungere di Walker Mc Cormick, il fidanzato di Grey che ostenta una manifesta superiorità e di conseguenza dispezzo nei confronti di ciò che giudica plebeo, manda all’aria il loro piano. Il caso vuole che il giorno seguente Bill resta di nuovo vittima ignara di un altro incidente, ma questa volta non voluto e programmato. In un certo senso siamo di fronte ad una svolta nella dinamica della premeditazione. Infatti a seguito del secondo investimento Gray ospita i due nella sua lussuosissima casa, suscitando così la disapprovazione del fidanzato che si allontana violentemente da lei. La donna non tarderà a comprendere la strana condizione in cui si trovano l’uomo e la bambina e capisce pure di essere stata raggirata. Intanto in Gray è scoccata la scintilla della commiserazione e della solidarietà e sta anche per affezionarsi ai due, principalmente alla piccola Sue.

La rivalità tra Gray e Bill molto presto si trasforma in un sentimento del tutto nuovo. E Bill comprende che quello è il luogo ideale per far crescere la bambina: una fissa dimora, calda e accogliente, governata da una persona a cui sta a cuore la felicità di Sue, e non come è stato finora, cioè un’esistenza fatta di espedienti e di privazioni. A questo punto anche Bill si cercherà un lavoro onesto, mentre Mc Cormick arrabbiato per tutto ciò che è accaduto e per come si stanno mettendo le cose telefona alla polizia e ai servizi sociali denunciando Bill, che viene arrestato e la bambina mandata presso un istituto che raccoglie orfani. Nel frattempo Gray si rende conto di essersi innamorata di Bill e lo fa liberare dietro il pagamento della cauzione e ottiene anche l’affidamento della bimba. Lascia quindi il suo vecchio fidanzato e rinuncia anche al suo prestigioso posto nell’ufficio legale. Non resta altro che ricongiungere tutti e tre per cominciare una nuova vita insieme. Finalmente una vita onesta, tranquilla e felice.

"Ti chiamano Trucioli? Per la tua bella cascata di Riccioli..."

 

“La Tenera canaglia” rappresenta l’attenzione del regista nei riguardi dei bambini bisognosi d’affetto e cresciuti troppo in fretta, nonché sull’eccessiva differenza di classe, sulla ricchezza e sulla povertà, sulle ambizioni ad ogni costo e sui tanti senzatetto sparsi per il mondo. Dei buoni sentimenti assieme a un alone di perbenismo pervadono tutto il film. Una Alisan Porter, non alla sua prima esperienza cinematografica, lascia intravedere, sia pure con le dovute proporzioni, una Shirley Temple degli anni che furono, che canta l’inno americano davanti alla tv.

John Hughes non è la prima volta che si cimenta nel genere di film che vedono come protagonisti i bambini.  Ricordiamolo in "Mamma ho perso l’aereo", in cui è stato autore e produttore. In “La tenera canaglia” appare in una triplice veste, ma a differenza del precedente questo è un film con bambina e un senzacasa, altro settore prediletto di quel particolare periodo storico.

L’attrice Kelly imprime alla pellicola un certo carattere, anche se alcune situazioni appaiono scontate e il senso logico spesso va a farsi benedire. Non mancano le gag, ma si tratta sempre di situazioni comiche messe su con estrema facilità, oltre al dipanarsi della storia che risulta alquanto leggera. Tutto sommato però è un buon film, un film che scorre e si lascia guardare; un film senza tante pretese ma gradevole. Ti porta a volte, magari verso il finale, a propendere più per una soluzione che per l’altra. Non una sorta di tifo da stadio, ma di quelli sommessi, pacati, intimamente sentiti.

Un James Belushi nel ruolo del barbone che, tutto sommato, ha reso appieno ciò che il regista gli aveva chiesto e ciò che egli stesso si era imposto d’interpretare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

"Il miracolo della 34ª strada" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’accusa, imperterrita, esortava il giudice Harper a sancire la condanna. “E’ la vigilia di Natale, tutti noi vogliamo fare ritorno alle nostre case…” affermava con impazienza l’avvocato. Nessuna prova a sostegno della difesa era pervenuta tra le mani dei legali di Kris Kringle, l’imputato chiamato a processo. Tuttavia, Kringle appariva pur sempre sereno. I suoi occhi fissavano la corte con immutata fiducia.  Quel simpatico vecchietto con quella folta barba bianca che gli copriva parte del viso, non smetteva mai di sorridere a chiunque incrociasse il suo sguardo.  Forse perché egli sapeva che un’espressione solare e bonaria fosse in grado di rassicurare il cuore di un interlocutore ancor prima di una parola pronunciata. Poco prima che il giudice ponesse fine alle “ostilità” in tribunale e pronunciasse la propria condanna, accompagnata dal canonico colpo di martelletto, l’avvocato difensore dell’anziano Kringle rientrò in aula con in mano le tante agognate “prove”. “Vostro onore, posso ora dimostrarle che Kiss Kringle è…il vero Babbo Natale”. Avete letto con attenzione? L’udienza che si stava perpetrando era volta ad emettere una sentenza piuttosto particolare: se il signor Kris Kringle fosse realmente Babbo Natale? Ma come può un uomo essere Babbo Natale? Tutti noi siamo consapevoli della sua inesistenza. Il signor Kringle doveva essere un “pazzo” se affermava con tale convincimento d’essere il papà del Natale. Ma prima di scoprire il fato cui andrà incontro il signor Kringle, facciamo un passo indietro, per riscoprire una storia incastonata tra l’immaginazione e la realtà, tra il vero e la finzione, tra il genio e la follia

  • La verità così è…

Kris Kringle, quell’arzillo vecchietto che si aggira per le strade di New York, è Babbo Natale. E’ la verità, perlomeno quella che l’opera vuol suggerirci. Del resto dovremmo tutti noi essere coscienti che non esiste l’assoluta verità, e che l’idea d’essere depositari di una sola verità non è che un’illusione costruita dall’uomo. Come nella vita così in un copione teatrale o cinematografico, la verità esiste secondo certi punti di vista che sfuggono dalla coercizione di una visione univoca.  Dunque, perché il personaggio di Kringle dovrebbe mentire se crede d’essere Babbo Natale? State vedendo un film natalizio, e colui che ricorda nell’aspetto, nei modi di porsi e nell’atteggiamento Babbo Natale, deve essere Babbo Natale. Riponiamo questa fiducia nel personaggio quasi come fosse una sottintesa ovvietà. Così è…se vi pare. La verità, alle volte, non è poi così chiara né dev’essere necessariamente a senso unico. Perché Kringle dovrebbe essere Babbo Natale? Non è arrivato dal cielo in sella alla sua slitta trainata da Impeto, Furia, Saltarello, Brontolo, Cometa, Cupido, Freccia, Fulmine, le sue amate renne. Non indossa il suo classico costume rosso scarlatto, anzi i suoi indumenti sono quelli di un distinto signore che passeggia in un giorno di fine dicembre “calzando” un elegante cappotto. Egli pare, a tutti gli effetti, un uomo qualunque. Nessun alone di impalpabile magia aleggia attorno alla sua figura né incantesimo alcuno viene pronunciato dalla sua bocca e filtrato dalle sue mani. E’ Babbo Natale solo perché dice di esserlo; ma perché dovremmo credergli? Proprio su questo interrogativo vorrei porre l’attenzione. Se un uomo qualunque venisse da noi e ci confessasse d’essere il signore della Notte di Natale non gli crederemmo di certo. Le nostre convinzioni sarebbero irremovibili: Babbo Natale non esiste. Dunque, perché sin dai primi minuti tutti noi spettatori siamo così pienamente convinti che Kriss Kringle dica il vero? Perché è un film! E la sospensione dell’incredulità ci invoglia a porre in lui la nostra fede. E’ proprio sul concetto di fede che il lungometraggio del 1947 “Il miracolo sulla 34ª strada” espleta la propria indagine.

Avere fede significa voler credere strenuamente in ciò che non si può né vedere né toccare, poiché la tangibilità può sostituire la fede con la certezza, e diventare pertanto evidenza. Persino in una narrazione filmica il pubblico può essere stimolato nello sperimentare una prova di fede. Il personaggio di Kris Kringle sembra sbucato fuori dal nulla, fuoriuscito dall’ignoto, emerso da una breccia in grado di demarcare il confine terreno tra l’incontenibile fantasticheria e la ragionevolezza più calcolatrice. Egli afferma d’essere nato e vissuto al Polo Nord, eppure gli unici suoi trascorsi registrati e documentati riportano che ha vissuto negli ultimi mesi presso una clinica per anziani rimasti soli e affetti da turpe mentali.

  • Fantastica follia

Che Kringle sia, in verità, un folle? Ma a tal proposito cos’è propriamente la “follia”? Si può compendiare l’affabulante personalità di un uomo, il suo estro sognante e la sua fantasia contagiosa e debellarla come mera deturpazione mentale? Kris Kringle interpreta il mondo con gli occhi di chi crede che dietro ogni cosa si celi un pizzico di magia. E così facendo, la realtà che si materializza sotto i nostri occhi viene vista e riletta secondo una prospettiva irreale, e per questo tendente alla fantasia più sferzante. Kringle è un folle o l’esatto contrario, vale a dire un “genio”?  Guardare il mondo esterno con gli occhi di chi sogna significa trasformare tutto ciò che ci circonda nella nostra personale tela pittorica sulla quale poter imprimere pennellate di colori. Volgendo gli occhi al cielo, vediamo la volta celeste solitamente tinta di un azzurro chiaro, con qualche nuvola di bianca consistenza simile alla candida seta. Non sarebbe del medesimo avviso Vincent Van Gogh, che osservava il cielo buio della notte e ne scrutava i dettagli che fuggivano dalla vista superficiale dei più. Nessuno indugiava ad ammirare i gorghi vorticosi che si stagliavano nel cielo, nessuno contemplava le luminescenze di quella notte stellata che lui, nei giorni seguenti, dipinse con trasporto. Perché il cielo di Van Gogh è soltanto un’interpretazione soggettiva? Perché non può essere una visione condivisa da chi sente che quella tela rispecchi anche il proprio sguardo sul mondo e su quel tetto azzurro che permane immobile sopra il nostro capo? E’ dunque una realtà distorta quella rivista dai pittori, dai poeti, e dai sognatori? E’ semplicemente un modo di abbracciare la vita, che antepone alla più fredda ragionevolezza un animo fantastico. Kringle, con la sua geniale follia, incarna dunque il credo nell’inaspettato.

"Notte stellata" di Vincent Van Gogh

 

E’ forse un folle Kris Kringle nel voler ammirare il mondo con una tale vivezza e con una gioia cromatica in grado d’esaltare i colori della positività dell’animo umano. Del resto, in un tempo in cui nel periodo di Natale il messaggio della festività è stato totalmente stravolto per venire piegato al bieco guadagno economico, è “folle” il comportamento di questo Babbo Natale, uomo nella norma che crede d’essere speciale. La storia gioca così con la fiducia del pubblico, il quale viene messo alla prova. Gli spettatori avranno fede? Crederanno nell’esistenza di Babbo Natale? Kringle resta costantemente un uomo comune, all’apparenza. Nessun evento straordinario sembra essere generato dal suo volere. Ma non è mediante la manifestazione della magia, nell’esternazione compiuta e vedibile che va ricercata la fede, del resto, in tal caso, non si tratterebbe più di fede. Sebbene Kringle non compia prodigi con le proprie arti magiche, egli comincia a mutare il mondo che lo circonda e lo fa mantenendo prettamente un atteggiamento normale. Quando viene assunto per indossare i panni di un “finto” Babbo Natale ai grandi magazzini Macy's di New York, Kris suggerisce ai genitori che incontra di comperare i regali nei negozi che offrono l’offerta migliore. Un agire il suo che lascia sgomenti tutti i suoi superiori e che stupisce gli acquirenti, colpiti dall’onestà di quello che credono un semplice dipendente. Supponendo che sia una mossa pubblicitaria, tutte le altre catene di negozi si regolano di conseguenza, suggerendo ai loro acquirenti di acquistare i doni dove potranno risparmiare. La corsa al guadagno viene disfatta dalla “magia” di questo Babbo Natale, il quale, agendo nella sfera del normale, compie un qualcosa di eccezionale.

E proprio ai grandi negozi Macy’s, Kris conosce Doris Walker, interpretata dalla meravigliosa Maureen O’Hara, una madre che ha cresciuto la figlia Susan non facendola mai credere nel fantastico, non raccontandole mai alcuna fiaba né favola di qualsiasi genere. Doris non vuole che la piccola si illuda, che la sua mente si perda tra lande infinite di immaginazione, poiché lei stessa rimase ferita da un sogno, quando un uomo si finse solamente un principe azzurro prima di abbandonarla per sempre.

  • Amara verità, dolce bugia

Cos’è vero, cosa non lo è, e come capirlo? Ed è dunque ad un processo che si può stabilire cosa sia vero e cosa no. Una corte, un giudice, una giuria, un accusatore e un difensore sono lì ad assistere e a dibattere sulla veridicità di un tema inusuale e assurdo: se Kris Kringle sia realmente Babbo Natale. L’amara verità indurrebbe tutti i presenti a pronunciare un verdetto contrario, che svilisca ogni forma di speranza nell’esistenza di una creatura magica; la dolce bugia, invece, spingerebbe i diretti interessati a proclamare un responso che scagionerebbe Kris. Ma come si può ammettere che egli sia davvero Babbo Natale? Ecco che l’avvocato difensore, Fred Gailey, uomo innamorato di Doris e da sempre amante della fantasia tersa e intellegibile, irrompe nuovamente sulla scena con in mano le prove. Sono solo tre lettere scritte da tre bambini e indirizzate a Kris, a Babbo Natale. A seguito di queste tre lettere, migliaia e migliaia giungono in tribunale, portate da postini provenienti da tutto il mondo. Ecco che la verità non è più ciò che così è se pare ai più, ma diventa un qualcosa che così è…se viene creduta dai più. I bambini, i veri depositari della verità incontaminata, credono in quell’uomo, credono che lui sia il vero Babbo Natale e lo fanno senza il bisogno d’avere alcuna prova. Se Kris rassicurava gli spiriti dei suoi cari semplicemente con lo sguardo, questa volta, veniva salvato dal potere della parola scritta, quella impressa su carta dai piccini che credono in lui. La fede dei bambini intenerisce la giuria e il giudice scagiona Kris. L’amara verità si mescola alla dolce bugia creando un sapore agrodolce, dove la bubbola e l’autenticità si amalgamano senza più differenze. Doris torna a credere nella magia, e con lei la piccola Susan, la quale ottiene sul finale il regalo che tanto aveva desiderato: una casa nuova dove poter vivere con la mamma e il suo nuovo papà, Fred. Era il dono che Susan aveva confessato a Kris di volere, il quale, senza magia alcuna, era riuscito a donarle.

Quello di poter vivere la vita attraverso l’immaginazione più dominante è il proposito che quanti più di noi dovrebbero prefissarsi allo scoccare di un nuovo anno. L’immaginazione non consiste soltanto nel vedere cose che nella realtà non esistono. La fantasia è un paese dalla natura del tutto particolare. Un mondo avulso dalla realtà circostante, nel quale possiamo lanciare palle di neve in spiaggia nel mese di agosto, in cui siamo padroni di una nave e facciamo rotta ogni giorno per i mari della Cina, dove possiamo diventare la Statua della Liberta all’indomani di un nuovo giorno, pronti ad ammirare il sorgere del sole da un’altezza titanica, e nello stesso pomeriggio poter volare verso il sud con uno stormo di anatre. E’ quanto mai possibile varcare quel mondo ed è così meravigliosamente semplice poterlo fare.

Ci vuole solo un po’ di pratica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ebenezer Scrooge - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La straordinaria storia di Ebenezer Scrooge, il vecchio e insensibile avaro, perseguitato, in una notte del 24 dicembre, dai fantasmi del passato, del presente e del futuro, ha fatto sognare intere generazioni di adulti e piccini, ed ha rappresentato e rappresenta ancora oggi uno dei racconti natalizi più conosciuti al mondo. Questo racconto, uscito dalla penna dello scrittore inglese Charles Dickens, pubblicato per la prima volta nel 1843, dal titolo originale “A Christmas Carol”, tradotto in italiano come “Canto di Natale”, attraverso elementi di fantasia immersi in un’atmosfera surreale, vuole materializzare l’idea della redenzione. E’ su questa scia che l’irriducibile misantropo si accorge di avere anch’egli un cuore che pulsa e che può provare gioia per la felicità altrui. Scrollatosi di dosso la sua atavica corazza, fatta di cupidigia e indifferenza, promette di glorificare e amare il Natale, la festa della solidarietà e dell’amore, la festa che infonde speranza e anela da sempre a un mondo pacificato da odi e dissapori, reso gioioso e puro dalla nascita di Gesù Bambino.

“Canto di Natale” di Charles Dickens è un romanzo di critica nei confronti della società in cui l’autore viveva, ma è anche una storia emozionante che racchiude in sé verità profonde. E’ l’incontro tra la tradizione del romanzo gotico e il genere fiabesco, una vicenda ricca di allegorie che mette in evidenza come chi vive nella pochezza d’intenti e nell’avidità d’animo ha l’opportunità di liberarsi dai vincoli che lo trattengono; vincoli che riguardano le differenze sociali, l’insensibilità verso il prossimo, l’aridità di cuore. Col tempo, il protagonista ritrova la magia delle piccole cose, quei comportamenti che arricchiscono l’animo e fanno in modo che ci si possa sentire gratificati dentro. Un testo, quello dello scrittore inglese, pieno di emozioni, magico, riflessivo, che ci riporta ai piccoli gesti quotidiani, a un semplice sorriso, all’amore incondizionato, al calore della famiglia. Ciascuno di noi incontra gli stessi fantasmi di Scrooge, non soltanto la notte di Natale, ma ogni qualvolta le prevaricazioni, l’individualismo, l’ostentata indifferenza hanno su di noi il sopravvento, facendoci dimenticare che la vera ricchezza sta proprio nel donare agli altri.

Quella di Natale non è mai una notte come un’altra. La lancetta dei secondi gira con apparente normalità ma il tempo pare ora comprimersi ora dilatarsi in un processo astratto e contradditorio, che fugge da ogni fondamento scientifico, perché regolato da una magia madre dall’emozione. Sicché il tempo subisce un’esaltazione del suo effetto relativo. Un istante felice a Natale passa con molta più rapidità, eppure si assapora come se dovesse durare all’infinito. Come ci sovviene da bambini, quella soave, mistica notte, possiede un che di unico che la rende differente da tutte le altre; ciononostante passa, vola via, cedendo come sempre il posto al nuovo giorno: il giorno di Natale. Questo è quanto ci suggeriscono gli orologi, meccanismi privi d’emozione, e quindi non in grado di calcolare “un tempo diverso”, che si discosti da quello computato.

Se osservato con gli occhi della sensibilità e con una sognante vena interpretativa, benché sia inconsistente, il tempo di Natale si può considerare senza tempo. E’ forse per tale ragione che, giocando un po’ di fantasia, si può credere che in una sola notte, l’arcigno Ebenezer Scrooge abbia potuto rivivere le vicissitudini di un’esistenza amara. Tempo passato, tempo presente, tempo futuro, e ancora, periodo andato, istante trascorso, presente che svanisce, futuro incerto: è sempre una questione di tempo. E ogni anno, nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, la razionalità umana irrimediabilmente deve farsi da parte per lasciare che l’incanto prenda il sopravvento, in modo che la fantasia possa rendere quella notte così intensa tanto d’essere capace di compendiare un tempo illimitato. Si tratta della stessa tenera magia che induce i bambini a credere ad un uomo panciuto, con una folta barba bianca e vestito di rosso, il quale scende giù dai comignoli per consegnare i doni a tutti i bimbi del mondo. Ma come può Babbo Natale riuscire a far credere ad un infante di poter girovagare per il mondo in sella a una slitta trainata da renne? Semplicemente perché il piccolo ha fede, e crede in cuor suo che Babbo Natale arresti il tempo. Su quel suo carro alato, il papà del Natale sfugge dai costrutti dell’uomo, inceppa gli ingranaggi dell’orologio universale e in una sola notte raggiunge ogni bambino addormentato. E’ sempre una questione di tempo, anche un pargoletto lo sa; perché quella di Natale è una notte che non può essere in alcun modo cadenzata.

E’ proprio a tarda notte che un fantasma si manifesta all’avido Scrooge. Dickens fa che i lugubri versi di quell’entità vengano fuori dalle parole scritte, come allegorie frastornanti, udibili nel silenzio dei nostri pensieri durante la lettura. Robert Zemeckis, “traduttore” del testo letterario in opera filmica, fa di quei frastuoni, grevi rumori di catene. In “A Christmas Carol”, l’ectoplasma dell’avido Jacob Marley ha l’aspetto di una figura fluorescente, scheletrica e dagli occhi spiritati. Ciocche di capelli elettrizzati levano le punte verso l’alto, e un paio di occhiali giacciono sul naso, come immobilizzati dalle rughe e dall’espressione crucciata che soleva avere in vita. Grosse catene gli cingono il corpo, impedendogli di liberarsi, simbolo dell’egoismo che in vita imprigionò il suo cuore, impedendogli di poter ascendere al Paradiso. Lo spirito avverte Scrooge che se non cambierà in fretta, un fato ancora peggiore aleggerà su di lui non appena trapasserà nell’aldilà, e preannunzia all’uomo l’imminente visita di tre fantasmi.

La rappresentazione dello spirito di Marley è un tantino differente in un altro, splendido adattamento del “Canto di Natale”, fatto ad opera della Walt Disney. Se l’irascibile Scrooge, nella suddetta versione, ha i connotati del “taccagno” Zio Paperone, la manifestazione spiritica di Jacob ricalca, invece, le sembianze del celebre Pippo. Lo Scrooge di Paperon de’ Paperoni considera il Natale un giorno lavorativo come un altro, e scaccia via anche le più semplici decorazioni che possano solamente ricordargli quella festività. L’ufficio di Scrooge è “spoglio” di qualunque addobbo, è freddo e umido, privo di colori caldi e luminosi, come se riflettesse l’animo arido del padrone.

D’un tratto, irrompe il nipote Fred (Paperino), giunto all’ufficio dello zio per invitarlo a trascorrere la vigilia di Natale nella sua dimora. Ma Fred viene prontamente invitato ad andar via, e a riprendersi in fretta e furia la ghirlanda natalizia che aveva portato con sé come dono da offrire allo zio, da porre sulla maniglia della porta. Non è un caso che il fantasma di Jacob si manifesti per la prima volta dentro i contorni di un “oggetto”, un battiporta d’oro.

Anche un banale ornamento può nascondere un messaggio profondo, visibile o invisibile all’occhio dell’uomo. Se la ghirlanda doveva rappresentare una flebile nota di colore nello scialbo e cupo ufficio di Scrooge, quel picchiotto era intenzionato, dal canto suo, ad esprimere un’anticipazione degli incontri che Scrooge avrebbe avuto di lì a breve. Jacob seguita poi a manifestarsi come un’ombra riflessa su di una parete, la quale imita, come un tenebroso mimo, la camminata baggiana e timorosa di un preoccupato Scrooge.

  • Il fantasma del Natale passato

Nel buio, una luce, dapprima fioca ma poi sempre più intensa, comincia a illuminare un angolo della camera del vecchio Scrooge. Ai piedi del letto, un fantasma di minute dimensioni si mostra agli occhi del protagonista. E’ il fantasma del Natale passato. In “A Christmas Carol”, tale spirito ha le sembianze di una fiamma divampante, come fosse una candela accesa che arde senza mai consumarsi. Il suo capo emana una luce battente che illumina l’orizzonte, come fosse un faro pronto a schiarire un passato coperto da fitte tenebre che tutto avviluppano. Lo spirito volge la mano a Scrooge e lo accompagna fuori dalla sua casa, per volare via e tornare a molti anni prima. Il tempo si presenta velatamente nell’incarnazione dello spirito del Natale passato. Una fiamma che brucia può essere spenta se una campana di vetro, simile a quella che il fantasma regge in mano, chiude la fiammella al suo interno. L’aria si consuma in fretta, la fiamma si spegne e così una vita svanisce; e con essa spariscono anche i rimpianti, le occasioni mancante, i pentimenti e gli errori a cui non si è potuto porre rimedio. Il tempo non va sprecato, bisogna capire i significati impartiti dagli accadimenti trascorsi, e le lezioni che un passato può insegnare per ottemperare alle pecche commesse, da non ripetere più in futuro. E’ l’insegnamento che il primo fantasma, nella sua estetica così peculiare, trasmette all’anziano Scrooge: quello di non lasciare che la fiamma ardente di una insensibilità egoistica sciolga la cera di un’esistenza intera.

Il fantasma del Natale passato nel “Canto di Natale” della Disney ha le fattezze del Grillo Parlante di “Pinocchio”. Quale scelta più azzeccata, se non quella di un consigliere che mira ad interloquire con la coscienza? Il grillo parlante è la voce interiore che torna a riecheggiare dopo anni di silenzio. Un riverbero figurato dell’intimità che si ridesta per esortare l’animo di Scrooge a prendere consapevolezza di ciò che è andato perduto per sempre, così da salvaguardare gli affetti che ancora non sono stati sviliti e allontanati. Dal turbamento provocato dalla rimembranza della donna amata in giovinezza, Scrooge comincia a schiudere il suo cuore, sotterrato sotto un cumulo di monete d’oro.

  • Il fantasma del Natale presente

Scrooge si imbatte in seguito nello spirito del Natale presente, il quale troneggia sulla cima di un albero di Natale. Attorno a lui, la sala è cinta da orologi meccanici, i cui ingranaggi sono ben visibili all’occhio. Le rotelline dentate permettono il movimento di alcune statuine, ferme in pose danzanti, poste in cima agli orologi. Il tempo presente si muove senza sosta; l’attimo fa posto a quello successivo, quando lo spirito comincia a dialogare con Scrooge. Il fantasma lo trae a sé, sollevandolo da terra e lasciandolo penzoloni nel vuoto, mentre sotto i suoi piedi si snocciola la realtà cittadina in uno scorrere d’immagini. Il fantasma dà a Scrooge la visione degli avvenimenti scorti da una prospettiva celeste.

Scrooge, guidato dal fantasma, si reca poi a trovare la famiglia Cratchit, riunita attorno al tavolo durante la sera del 24 dicembre. Il piccolo Tim, mai così tenero e indifeso come tratteggiato nella versione Disney, scende le scale, reggendosi con una stampella, per consumare, insieme alla sua famiglia, una scarnita coscetta di pollo. Scrooge si trova dinanzi alla più straziante delle indigenze. Nella versione Disney, il secondo fantasma è “interpretato” da Willie, il gigante. L’elevata statura di una tale essenza impalpabile indica come il tempo presente sia impossibile da “racchiudere”.

L’uomo possiede il ricordo per indagare il passato, ha la percezione del futuro, eppure il presente si muove nell’intermezzo, in un lasso di tempo indefinito, illimitato, grande come un colosso. E’ per l’appunto il momento presente il periodo nel quale dover ponderare e prendere una degna decisione, prima che sia troppo tardi.

  • Il fantasma del Natale futuro

Per ultimo, si palesa lo spirito del Natale futuro, il più inquietante tra i tre. Esso è una sagoma avvolta in un mantello nero come un tizzone, un’ombra che getta buio sull’avvenire e che conduce Scrooge a scrutare l’atroce sofferenza di un triste domani. Nel “Canto di Natale” della Disney, l’imponente Gambadilegno si cela sotto il truce manto dello spirito. La risata sardonica del personaggio terrorizza Scrooge, e la sua ansietà lo fa precipitare tra le fiamme di una voragine apertasi nel suolo. Scrooge sembra prossimo a precipitare all’inferno, e la sua anima è ormai irrimediabilmente dannata.

Ma la sua discesa si conclude sul lindo pavimento della sua abitazione. Quel fuoco ardente era fiamma in grado di ridurre in cenere la brevità del tempo prossimo. Era il monito finale, il rintocco dell’ultima ora, l’alba che sorge e che porta con sé un nuovo giorno, per una nuova esistenza.

L’indomani, lo Scrooge di “A Christmas Carol” si accomoda sulla sedia della sua scrivania, e guarda fugacemente il suo orologio da taschino. Il signor Cratchit, suo dipendente, arriva in ufficio con un po’ di ritardo. Di tutta risposta Scrooge lo ammonisce verbalmente e gli aumenta il salario: un premio per aver ben speso quel tempo con i suoi cari. Per tutto il giorno di Natale, Scrooge, sia esso “dipinto” con le sembianze di un uomo dal mento spiovente e dal naso aquilino, o di un papero dal becco pronunciato, si fa strada in città per dispensare le proprie ricchezze, sotto forma di doni, ai più bisognosi, camminando con passo spedito e aria leggiadra, come se quel suo bastone fosse più uno strumento d’accompagnamento che un aggeggio di supporto alla sua andatura.

Il tempo del Natale riprende a progredire con la sua particolare meraviglia, ed è adesso tutto riassunto e compreso nella dolcezza del piccolo Tim, che ha l’aspetto di un adorabile bimbo o di un tenero “topolino”, che cerca d’afferrare un orsacchiotto di peluche dal sacco dei regali del signor Scrooge, il quale tenta più volte di nasconderglielo alla vista, per far sì che la sorpresa sia davvero tale, meritevole pure di un pizzico d’attesa.

No, non sono né bubbolescempiaggini: il tempo del Natale non ha eguali, perché una sola notte può cambiare davvero il destino di un uomo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Una poltrona per due" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Parecchi anni addietro, te ne stavi lì, sprofondato comodamente in poltrona, a rimuginare sul più e sul meno, quando hai udito distintamente un suono provenire dal televisore. L’avevi lasciato acceso giusto per ricevere in cambio un po’ di compagnia. Non t’importava poi tanto guadare le immagini, eri perso tra i tuoi pensieri, magari in piedi su di un asse ad elaborare un qualche funambolico piano dell’ultimo minuto per acquistare i regali che ti eri ripromesso di comprare per tempo, ma che, anche quest’anno, avevi rimandato, e ora ci voleva la più classica delle “imprese”.  La tua attenzione era stata catturata da uno spot televisivo. Non affrettarti a suggerirmelo, so bene cosa hai fatto: ti sei voltato a vedere ciò che ti aspettavi. Era la classica presentazione di un film: il 24 dicembre, Italia Uno avrebbe trasmesso “Una poltrona per due”, e proprio in quell’istante lo stava annunciando. Già! Come se ce ne fosse stato il bisogno! “Una poltrona per due” su Italia Uno, la sera della vigilia di Natale, era talmente un’ovvietà da rimanere quasi indifferenti. A quel punto tu avrai accennato di sicuro un sorriso. Magari avrai anche parlottato e con un filo di sarcasmo quanto fosse scontata una tale scelta per il palinsesto di Mediaset.

Era il 1989 quando “Una poltrona per due” veniva trasmesso per la prima volta. Ma quasi dieci anni dopo, con precisione quasi chirurgica, dal 1997 cominciò la sua costante messa in onda, sia pure con qualche variante, ogni vigilia di Natale; ma “Una poltrona per due” non è per nulla un film di Natale. Per lo meno, non è tipicamente quello che si suole descrivere come film natalizio. “Una poltrona per due” è una commedia per adulti, ambientata sì nel periodo di Natale, ma per nulla farcita di buoni sentimenti o d’insegnamenti educativi. E’ una storia in cui si gioca con lo stato sociale di un’esistenza, dove si capovolgono le vite di un ricco e di un povero. Il Natale è dunque il momento in cui si svolgono gli eventi, l’atmosfera in cui si consuma un’ironica disavventura, il “fondale nevoso” su cui agiscono i personaggi sulla scena. “Una poltrona per due” è certamente uno dei simboli di quanto il cinema e le opere ad esso correlate possano legarsi fino a risultare inconfondibili, se riferiti ad un ben preciso periodo dell’anno. Il cinema e il Natale rappresentano un connubio molto più soggettivo di quanto si possa credere.

Il Natale è il periodo più bello dell’anno. Il ritrovarsi a casa con i nostri affetti più cari è fonte di festosa e coinvolgente felicità. E il cinema col Natale ha avuto e mantenuto da sempre un rapporto speciale. No, non mi riferisco soltanto ai tipici film a carattere natalizio. Sarebbe fin troppo scontato. Parlo di qualcosa di più personale, un sentimento che accomuna un particolare film alla suggestione visiva ed emotiva di quel preciso periodo dell’anno. Un tale legame trascende dall’ambientazione del film stesso. A Natale non si guardano soltanto le opere a tema: si guardano ancor di più quei film che riscaldano il nostro cuore, al pari di come può farlo una tazza rossa traboccante di cioccolata calda, col nostro corpo infreddolito dalla neve che copiosa viene giù. Ognuno di noi conserva nelle proprie memorie quei film che ama rivedere in concomitanza col periodo delle feste. Quando riguardiamo per l’ennesima volta il lungometraggio che più amiamo, negli attimi in cui a pochi passi da noi le luci dell’albero illuminano il buio della nostra camera e si riflettono ad intermittenza sullo schermo, si crea un’atmosfera di magia impalpabile che sembra proiettarsi all’interno del film stesso. Anche se quello che vediamo non è propriamente un film di Natale finisce per essere investito dal medesimo incanto, come vogliono suggerirci le nostre emozioni. Forse i film più belli da vedere a Natale sono quelli appartenenti alle saghe del cinema. Sarà per via del clima di vacanza, per l’assenza dai banchi di scuola, per le meritate ferie dal lavoro, ma quando arriva il Natale e abbiamo più tempo per noi stessi e per i nostri cari, amiamo rifugiarci nei luoghi fantastici della settima arte più a lungo di quanto non lo si faccia solitamente, e lo facciamo con le nostre saghe più amate, da gustare in vere e proprie maratone senza fine.

Tra tutti quei film speciali che sentiamo ancora più nostri a Natale, ecco spuntare ancora una volta “Una poltrona per due”. Curioso come il lungometraggio abbia ottenuto la caratura del classico in virtù del suo costante campeggiare in sequenza sulla rete televisiva ogni vigilia di Natale. “Una poltrona per due” su Italia Uno è una formalità, diremmo, con una punta d’ironia, è una delle poche certezze che abbiamo in questo mondo. In Italia, il pubblico nel corso degli anni si sarà rapportato col film nei modi più disparati: ci saranno quegli spettatori che lo avranno visto e rivisto, ma anche coloro che, pur vedendolo costantemente proposto nel periodo natalizio, se lo saranno fatti sfuggire. E’ nell’indole umana, dopotutto, ignorare ciò che è ripetitivo, a discapito di un evento più che straordinario. “Una poltrona per due” è diventata “la routine”, c’è sempre, alla stessa ora, nello stesso giorno, anno dopo anno, non è come un altro film trasmesso quando capita. E per tale ragione - chi lo sa - molti lo avranno ignorato perché consapevoli che lo avrebbero potuto recuperare l’anno successivo. E’ un po’ il fardello cui è andato incontro il film, quello di rischiare d’incappare nella prevedibilità. Ma, in verità, di anno in anno, “Una poltrona per due” sembra cadenzare lo scorrere del tempo, come se fosse un elemento tradizionale, investito di un peso sociologico filtrato attraverso il medium televisivo. “Una poltrona per due” è una decorazione, un ornamento messo da parte, come fosse un addobbo di Natale, pronto ad essere tirato fuori all’occorrenza.

Sebbene sia visto e rivisto, il film ha reificato, dando vita a una sorta di rito sociale, che coinvolge migliaia di spettatori sparsi per l’Italia, i quali sul web si incontrano virtualmente per scambiarsi battute iconiche del lungometraggio nel momento esatto in cui i personaggi le proferiscono “in diretta”. C’è addirittura qualche pagina facebook che organizza l’evento per fare il countdown agli inizi del nuovo anno in attesa che passino i mesi e si torni a rivedere “Una poltrona per due”. Più che fare il conto alla rovescia per il film, la gente ama conteggiare, attraverso l’attesa dello stesso, il ritorno del periodo natalizio preannunciato dalla sua andata in onda.

Il film attira a sé gli spettatori che lo ricordano quasi a memoria, ma anche quelli che lo hanno veduto solo una volta. E in egual misura anche coloro che lo hanno visto a tratti, che hanno scrutato solamente qualche scena tra uno zapping e l’altro. “Una poltrona per due” non è più un lungometraggio da vedere, quanto d’ascoltare, come fosse una narrazione radiofonica, da udire sommessamente, quasi in sottofondo, mentre gustiamo le prelibatezze culinarie preparate per l’occasione nel clima festoso della famiglia. E così si ride ancora quando il ricco  Dan Aykroyd cede la propria poltrona al povero Eddie Murphy, quando gli antagonisti subiscono la loro giusta punizione, e si arrossisce quando Jamie Lee Curtis toglie via il suo vestito luccicante e si mostra nuda dinanzi alla camera che cristallizza la sua procacità. Tante argomentazioni e momenti continuati che possono essere riletti costantemente da nuovi punti di vista.

Di anno in anno, quella particolare scena del film viene rivista in un nuovo contesto, e assume un nuovo valore, perché mai come in quella sera un momento vissuto si intreccia a quello immortalato su pellicola. “Una poltrona per due” non è che un esempio valevole soprattutto per i film che più amiamo vedere e rivedere. La vita ogni 24 dicembre è sempre ricca di momenti diversi e magicamente intensi, e così quel particolare film che tanto amiamo guardare a Natale, sebbene sia sempre lo stesso, può arrivare a regalarci un’emozione nuova, perché sempre conformato alla magia del Natale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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ATTENZIONE PERICOLO SPOILER!!!!

  • Un amore cominciato nel 1977

Com’è che si dice? Ah, si! Ogni generazione ha la propria trilogia! Dal 1977 ad oggi, “Star Wars” ha attraversato con disinvoltura quarant’anni di cinema. Se un tempo l’uscita di “Star Wars” era un evento “centellinato”, oggi è, invece, un appuntamento quanto mai scontato, sistematico, direi annuale. Tra sequel, spin-off e altrettanti progetti in cantiere slegati dal filone principale, l’universo nato dalla fantasia di George Lucas tende perpetuamente ad espandersi, senza apparenti limiti circostanziali che possano riuscire a frenare un dipanarsi così sovrabbondante da risultare incontenibile. “Star Wars” ha perduto l’unicità di storia “iniziata” e “conclusa” in un arco narrativo prestabilito dal suo indimenticabile autore, ma non per questo ha smarrito lo smalto e l’eccezionalità del proprio richiamo. Sebbene “Guerre stellari” sia un evento non più raro, ma ripetuto a scadenza annuale, il fascino di questo universo fantascientifico continua a richiamare i fans con la stessa intensità di un tempo. Questo perché quando gli studi della Walt Disney hanno acquistato la Lucasfilm, ottenendo conseguentemente i diritti sul franchising di Star Wars, erano perfettamente consapevoli di ciò che stavano facendo, e quindi conoscevano fin troppo bene un dettame fondamentale: i cultori, gli appassionati, i ferventi sparsi per il mondo non hanno mai osato pronunciare la parola “fine” nei confronti di Star Wars. Nessuno ha davvero mai voglia di far calare il sipario su quel mondo fantastico. La stragrande maggioranza del pubblico vuol sempre nuove avventure, desidera nuove storie, agogna persino altrettante trilogie. Del resto, come scrivevo, ogni generazione ha - e avrà - la propria trilogia, in un apparente sviluppo illimitato che giungerà ad esplorare ogni angolo sperduto di quella galassia lontana lontana. Con i conseguenti rischi accettati di banalizzare il tutto, naturalmente. Un rischio accettato di buon grado dagli spettatori.

  • Amore personale

E’ un rapporto strano quello che unisce i fans di “Star Wars” alle varie opere cinematografiche. Un legame profondo, di amore puro, ma anche morboso, critico e straziante. Credetemi, ne so qualcosa. Sono uno di loro. Sono uno di voi, se chi legge queste mie parole sia anch’egli un fans della saga. Sono innamorato di “Star Wars” sin da bambino. “Star Wars” ha continuato ad accrescere questo mio sentimento, a far pulsare il mio cuore perdutamente infatuato di questa incredibile saga. Di “Star Wars”, ancor più delle sue astronavi, ancor più delle battaglie nello spazio, ancor più delle spade laser, ho amato la sua storia. Il cambiamento di un antagonista, tale Lord Darth Vader, la sua trasformazione da “cattivo” a vittima, e in egual modo ho subito l’incanto della sua storia passata, della sua ascesa, della sua successiva caduta al lato oscuro, fino alla sublimazione della sua espiazione finale. “Star Wars” era l’incredibile e straziante vita di un prescelto, Anakin Skywalker. Ho nutrito un’adorazione verso gli episodi IV-V-VI e ho sviluppato un affetto altrettanto profondo nei confronti degli episodi I-II e III, i quali esploravano un passato per raccontare ciò che mancava, come fossero tasselli risolutivi di un mosaico. Erano due trilogie complementari, che narravano un percorso iniziatico e giunto ad uno splendido finale. Perché chi sta componendo questi passi di recensione sa quanto “Star Wars” sia sentimento, e non ragionamento, sia emozione trasportante e non quantificabile. Ed è dunque totalmente con la sfera sentimentale che ho sempre guardato e giudicato l’epopea della galassia lontana lontana. Perché “Star Wars” è amore. Ma cos’è l’amore?

  • Salto nel vuoto

L’amore è felicità, gioia, appagamento, ma anche timore, preoccupazione, paura di soffrire e di restare feriti e irrimediabilmente delusi. Guardare un nuovo capitolo di “Star Wars” per un amante della saga equivale a precipitare in un vortice con un paracadute ben piantato sulla schiena pronto ad essere aperto. Si potranno avvertire, durante la caduta nel vuoto, emozioni indescrivibili, adrenaliniche, eccitanti, ma anche paure ansiogene, magari ingiustificate, dettate dall’amore incondizionato verso il film da noi tanto amato, e che possa, all’improvviso, non piacerci più o, peggio ancora, non suscitare più in noi le giuste emozioni. Sarebbe come se in un volo pindarico libero, vivo, autentico, ma impalpabile come il soffio del vento, d’un tratto il paracadute, chiamato in nostro soccorso, stenti a schiudersi, mentre precipitiamo giù nel gorgo più buio e più profondo.

Quando le luci in sala si spengono e lo schermo è ancora buio, prima che su esso appaia la scritta azzurra con l’usuale, evocativa frase “Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…”, le emozioni di ogni singolo spettatore tendono ad accrescersi sempre più, fin quando la scritta gialla “Star Wars” non occupa l’intero schermo. Vedere “Star Wars” equivale a compiere un atto d’amore, un atto di fede, perché “Star Wars” può anche non essere un semplice film. Anzi, non lo è affatto!  “Star Wars”, per milioni di persone, come il sottoscritto, è un regno da visitare e viverci dentro, un mondo siffatto di realtà meravigliose, un universo da amare. Guardare un nuovo capitolo genera pertanto un turbinio d’emozioni nuove. Non è una semplice esperienza visiva, quanto più un’esperienza emotiva, vissuta mediante lo sguardo, il canale attraverso cui il sentimento suscitato dalle immagini di “Star Wars” giunge fino al cuore per farne accelerare i battiti.

Sin dall’attesissima uscita dell’episodio VII, “Il risveglio della forza”, primo sequel ufficiale de “Il ritorno dello Jedi”, la Lucasfilm ha incentrato le proprie rappresentazioni seguendo una sorta di venerazione rivolta alla trilogia classica. Ciò per tentare di soddisfare, con un effetto nostalgico studiato a tavolino, quante più persone si poteva. Star Wars” episodio VII, sebbene consacrato da uno straordinario successo economico, ha generato un’ulteriore falla, una discrepanza tra i fans, dividendo coloro che hanno apprezzato questa riproposizione, orchestrata ad arte con costanti “strizzatine d’occhio” al passato, degli eventi più significativi dell’episodio IV, riadattati per un sequel sotto le mentite spoglie di reboot/remake, e coloro che invece hanno detestato e detestano una simile scelta. “Il risveglio della forza” al sottoscritto non ha arrecato altro che delusione. Personalmente mi sentii preso in giro da quanto mi era stato proposto. Perché il cinema non può mai adagiarsi sulla riproposizione, su di “una scopiazzatura riadattata” come quella avanzata da “Il risveglio della forza”. In quanto arte, il cinema dovrebbe sempre ricercare la novità. Riproporre non è mai la strada, può essere soltanto una “comoda” scorciatoia.

La fiamma ardente dell’amore si era riaccesa in me con il coraggioso spin-off “Rogue One”, che ha alimentato nuovamente la mia speranza in merito al filone principale della saga.

  • “Gli ultimi Jedi”

A Rian Johnson è spettato dunque il compito di girare l’episodio VIII, “Gli ultimi Jedi”. Il regista statunitense non poteva più riporre le proprie sicurezze soltanto sull’effetto nostalgico, sapeva di dover osare. A quel punto, un interrogativo di natura artistica e di vitale importanza si sarà palesato nella sua mente: in che modo avrebbe dovuto osare? Johnson ha ereditato una storia indirizzata da J.J. Abrams, una narrazione poggiata su due scenari battaglieri che contrappongono il fronte del Primo Ordine e della Resistenza a seguito della distruzione della Repubblica. Le guerre stellari inscenate da Abrams sono le rivisitazioni, per nulla originali, delle precedenti battaglie tra Impero e Alleanza Ribelle.  Rian Johnson parte dalla suddetta guerra, e dall’estetica retrò volge lo sguardo al futuro, dimostrando di voler raccontare una storia nuova. Peccato, però, che tale storia non conduca a nulla e attinga palesemente da vicende di episodi precedenti.

“Gli ultimi Jedi” comincia con una spettacolare battaglia nello spazio tra Resistenza e Primo Ordine, e prosegue poi su di un’isola, dove ha trovato rifugio Luke Skywalker, raggiunto da Rey, desiderosa di divenire la sua allieva. Mark Hamill torna così fieramente ad indossare il mantello dell’eroico Luke. Il figlio di Anakin Skywalker è adesso un saggio maestro Jedi dalla folta barba grigia, a tratti misantropico, timoroso, furente e combattuto. Hamill ci dona un Luke diverso, certamente riconoscibile da tutti coloro che lo hanno ammirato nelle sue imprese di allora, eppure al contempo diverso, quasi irriconoscibile, se noi stessi ci soffermassimo a pensare a come ci saremmo aspettati di vederlo. A seguito dell’incontro tra Luke e la protagonista, si delinea una progressione che coinvolge a distanza le figure oppositrici di Rey e Kylo Ren, incarnanti la luce e l’oscurità.  Ciò che accade parallelamente alla vicende che coinvolgono Rey e il figlio di Leia, è la costante battaglia, fatta di estenuanti inseguimenti, tra il Primo Ordine e le forze della Resistenza. In particolare il percorso compiuto da Finn, Poe e Rose risulta tanto ricco d’avventure quanto fumoso e inutile ai fini della trama.

E’ alquanto evidente nonché apprezzabile il coraggio del regista nel voler voltare pagina, se non fosse che il suo film ecceda in un completo rovesciamento del credo nella forza. Pare, infatti, che Johnson basi il suo lungometraggio su di una struttura già ampiamente comprovata per poter soverchiare punti focali del mito di “Star Wars”. La mitologia di “Star Wars” viene sviscerata in questo ottavo episodio, il credo sulla forza unificatrice viene messo al vaglio e reinterpretato, facendo crollare ogni sorta di dogma che ritenevamo certo, inviolabile, sacro, incontestabile. Ma se “Gli ultimi Jedi” possiede il merito di osare e di cercare di virare la direzione del franchising verso una rotta nuova, finisce alla fine per rispecchiare uno stile che snatura “Star Wars”. Il credo religioso di una forza unificatrice riceve qui le influenze di un approccio diversificato, dalla natura inspiegabile. La forza viene inscenata secondo una nuova prospettiva, dando vita a situazioni che mai abbiamo visto nei precedenti film, secondo un atto che i puristi riterranno sacrilego. La forza per Johnson non è più solo comunicazione telepatica ma diviene anche fisica, in grado di unire mondi, luoghi e persone a distanza, i quali tentano di sfiorarsi, di osservarsi e addirittura di toccarsi, riuscendoci. Ma non solo, la forza diviene anche proiezione corporale che non conosce limiti, e pare d’essere diventata un potere da fumetto, in grado di far “fluttuare” una persona nello spazio. “Gli ultimi Jedi” si avvicina a Star Wars più che può, eppure, al contempo, cerca di allontanarsi e di molto, diventando un’opera che professa innovazione pur avvalendosi di una struttura narrativa estrapolata da vecchi contesti.

  • Ironia continua

Episodio VIII risente anch’esso di un evidente citazionismo disseminato a più riprese, e segue praticamente l’andatura de “L’Impero Colpisce Ancora”. Curioso come il regista tenti di dare una svolta alla saga, ma basi le sue scene su di un “rimodellamento” di quelle classiche. Anche in questo film un “padawan” bisognoso d’addestramento si reca da un maestro in esilio, affronta le reticenze del mentore e inizia un addestramento in cui subirà il richiamo del lato oscuro, emanato da una “caverna” buia dove alberga un’opprimente forza tetra. Ciò che svilisce, e di molto, “Gli ultimi Jedi” se confrontato a “L’impero colpisce ancora” sta nel fatto che l’episodio VIII non riesce a mantenere neppure minimamente l’impatto cupo, serioso e drammatico dell’episodio V. “Gli ultimi Jedi” è frequentemente martellato da un’ironia spicciola, a tratti demenziale, che mina qualunque sequenza in cui la tensione dovrebbe innalzarsi. Battute stupide, prese in giro infantili, trovate comiche ai limiti del grottesco si susseguono e finiscono per spegnere sul nascere qualsiasi alone di drammaticità. L’epicità non viene mai realmente raggiunta, nonostante spettacolari sequenze d’azione girate con maestria, perché ogni dialogo solenne, così come ogni momento tragico, viene smorzato da una comicità fuori luogo. “Gli ultimi Jedi” si adegua al nuovo corso del cinema “Marveliano” e di natura spiccatamente Disneyniana, quel particolare espediente secondo cui si ha il timore che il pubblico possa prendere sul serio anche una singola scena. Che sia un momento d’amore, una confessione, una riflessione o un istante di grande impatto emotivo, il tutto deve essere sempre stemperato da una punta d’ironia. Sugli sfondi dell’Isola, ma anche sul Falcon durante le più intense sequenze di guerra spaziale, si palesano, con ritmata costanza e come dei molesti prodotti suggeriti per fini commerciali, gli invasivi Porg, come se volessero ricordare al pubblico di valutarne bene l’acquisto data la loro fragilità espressiva al termine della visione.

  • Storia e personaggi

L’intera trama del film non ha uno sviluppo accattivante, arenandosi nuovamente su di uno schema scenico già visto. Rey, dopo essersi sottoposta ad un addestramento abbozzato, raggiunge, infatti, Kylo Ren per tentare di convertirlo al lato chiaro dinanzi al leader supremo Snoke. La medesima situazione de “Il ritorno dello Jedi”, in cui Luke tentava di convincere il padre ad abbandonare l’oscurità per affrontare Sidious. Ancora il delirante citazionismo tipico del nuovo corso dei film di “Star Wars” non si presenta come semplice rimando, come “parte di una poesia che fa sempre rima”, ma assume i contorni di una situazione preminente. La dipartita del leader supremo Snoke, così come la caduta del Capitano Phasma, due personaggi particolarmente attesi e chiamati ad avere una figurazione chiara e ben definita, indicano come la sceneggiatura non abbia seguito una direzione autoriale prestabilita ma sia stata scritta accuratamente per eliminare ciò che non aveva funzionato nel precedente film e non aveva incontrato i favori del grande pubblico. Snoke non aveva convinto? E’ stato eliminato. Phasma si era dimostrata anonima? E’ stata annientata. Persino l’elmo di Ben Solo, ritenuto dai più ridicolo e inutile, è stato distrutto. Kylo Ren diviene il leader supremo per ascendere pienamente al ruolo di antagonista, ma allora perché presentarci una figura così sfuggente, avvolta nel mistero, come quella di Snoke per poi eliminarla in un modo tanto spiazzante quanto imbecille?! Tutti i dibattiti in merito ai possibili genitori di Rey vengono poi annullati di colpo da una semplice e perentoria affermazione: “non erano nessuno”. Come se la stessa Rey si rivolgesse agli spettatori e annunciasse loro che non devono aspettarsi nulla, e di smetterla di elaborare teorie dato che non c’era nulla da attendersi. E’ stata una rivelazione annunciata, come se il regista volesse scrollarsi di dosso quel fardello. Tutte le risposte che per i fans era lecito aspettarsi sono state elargite con disarmante semplicità. Ma a tal proposito, ciò che lascia ancor di più l’amaro in bocca è dato dal fatto che le risposte in merito ai quesiti più importanti sollevati dall’Episodio VII non sono state fornite, ma ancora una volta aggirate: cos’è il Primo Ordine? Da dove è sorto? Chi era Snoke e perché era al comando? Com’è possibile che la Repubblica se ne sia stata con le mani in mano mentre questo nemico si armava per distruggerla? Com’è accettabile che l’esercito di una Repubblica, nata trent’anni prima, sia “risicato” e debba essere chiamato “resistenza”? Ci si deve rendere conto che pur di farci rivivere le medesime guerre stellari della trilogia classica, gli autori hanno dato vita a una trama fotocopia della precedente, piena zeppa di incertezze. E il film di Johnson a livello di storia finisce per non farla proseguire oltre al punto in cui l’aveva presa.

L’ottavo capitolo della saga di “Star Wars” è un film imponente, pervaso da scene d’azione spettacolari, corposo, e di certo non in grado di annoiare. Non si può certo imputare all’opera di peccare di una coinvolgente bellezza visiva. Eppure mi è sembrato un film senza una vera e propria identità, un film privo di anima. Le vicende che si susseguono sembrano carenti di un senso logico, come se dovessero accadere perché lo prevede il copione. Pare inoltre che il lungometraggio, non riuscendo a raccontare una storia interessante, cerchi di colpire e frastornare lo spettatore meno attento con improvvisi colpi di scena riguardanti solamente la morte di alcuni personaggi. Ma a parte una dipartita qua e là, cosa ci ha voluto raccontare questo autore, se autore è stato?

“Gli ultimi Jedi” è altresì il primo film del canone principale di “Star Wars” a non avere un singolo duello con le spade laser. Il confronto tra Ben Solo e Luke Skywalker si consuma, infatti, con alcuni attacchi di scherma effettuati dalla furia cieca di Kylo Ren, schivati senza alcun contraccolpo da Luke. “Gli ultimi Jedi” è un film che non centra l’equilibrio tra mitologia e innovazione, preferisce, in vero, valorizzare un mutamento insensato a scapito dell’arcano. A proposito di equilibrio, già, quello stesso equilibrio tanto ricercato da Luke in persona in quel suo indagare la forza che intreccia luce e tenebre. Come il film così i personaggi stanno alle loro evoluzioni, diventando figure schiette e nitide, e pertanto prive di equilibrio. Rey, Kylo, Finn e Poe sono i personaggi perfetti per una simile storia. Essi sono così cristallini nella loro personalità o troppo buoni da toccare l’ingenuità oppure troppo cattivi da rasentare l’efferatezza. Tali personaggi sono così abili e forti da risultare imbattibili: Poe a bordo di un Ala-X fronteggia senza problemi interi caccia stellari nemici, sebbene siano superiori di numero. Rey, ancora una volta con un addestramento primordiale, compie prodigi con una forza che gli antichi maestri non potrebbero neppure immaginare, e Kylo, nella sua scelta così votata a voler far parte a tutti i costi dell’oscurità, raggiunge ciò che tanto desiderava, ovvero lo status di leader supremo, così da far gongolare il suo smisurato ego. L’equilibrio nel conflitto tra bene e male ne “Gli ultimi Jedi” è un’illusione, esistono buoni e cattivi, ed entrambi, alla fine, non hanno alcuna sfumatura. I personaggi di “Star Wars” non sono più tratteggiati con i timori, le debolezze, i tormenti e l’umanità sofferente che Lucas sapeva infondere in loro. “Gli ultimi Jedi” si prefigge l’obiettivo di tagliare i ponti col passato, ridisegnando a proprio piacimento tutto ciò che in quarant’anni era stato scolpito su pietra. Le icone classiche vengono disfatte, persino R2-D2 giace sullo sfondo, immobile, silenzioso, e solo per pochi secondi, senza mai più comparire. E come lui, anche C-3PO, personaggio che assistette coi suoi stessi occhi alla caduta della Repubblica (prima di “perdere” le sue memorie) e alla vittoria dei ribelli sull’Impero, compare di rado, soltanto per essere schernito e invitato a fare silenzio da chiunque si trovi accanto a lui. Le presenze dello “Star Wars” di un tempo paiono oramai ingombranti. E’ ormai il robottino BB-8 l’unico a poter beneficiare dell’affetto dei più piccoli.

Il finale dell’episodio VIII è ulteriormente spiazzante per quel che concerne il destino di Luke, l’ultimo grande Jedi, il quale con un certo rammarico non resta mai davvero coinvolto nelle vicende. Luke si “perderà” d’improvviso, al termine di un’ultima apparizione, divenendo un tutt’uno con la forza su quell’isola che l’ha fattivamente separato dalla sorella, il suo affetto più caro. Era questo il degno tramonto che ci saremmo aspettati per un figlio dei due soli?

  • Conclusioni

“Star Wars” è ormai una vacca da mungere alla mercé della Disney. L’episodio VIII è, per me, semplicemente un’opera che reca il nome “Star Wars” ma che non sembra più “Star Wars”. Ciononostante è infinitamente superiore a “Il risveglio della forza”; non che fosse necessaria chissà quale impresa per riuscirci. Ma “Gli ultimi Jedi”, come il predecessore, non ha quel tocco di stupore, non possiede l’inconfondibile alone di magia che Lucas sapeva conferire alle sue opere, un misto di sorprese, meraviglia e umani errori. Lucas con la sua esalogia aveva plasmato la fantasia di una realtà immaginifica, e aveva sempre raccontato nuove storie che riuscissero a combaciare le une con le altre, come fossero tessere di uno stesso puzzle. Tutti i personaggi avevano personalità differenti, e coprivano un percorso fatto di fatiche, affanni e sacrifici, e stavano ben lontani dal raggiungere la vetta della perfezione e d’invincibilità. Le novità dei suoi racconti erano sempre accompagnate da un’accurata analisi sacra e priva d’incongruenze verso i concetti astratti della mitologia. Con Lucas ogni cosa era chiara e comprensibile, tutto all’insegna della medesima magia. Dall’episodio VII in poi, escluso Rogue One, “Star Wars” è stato prima copiato e poi asservito a proprio piacimento, senza una spiegazione logica. La continuità narrativa è stata piegata alla forzatura. “Gli ultimi Jedi” è stato nuovamente un balzo nel vuoto, ma le correnti ascensionali hanno reso la mia caduta molto più lunga e sofferta di quanto avrei mai creduto. Se mi soffermo con la mente a ripassare in sequenza le scene finali de “Il ritorno dello Jedi” non posso fare a meno di rivedere l’istante in cui Luke, Leila e Han restano vicini e felici al termine della più grande delle loro battaglie. Ad oggi cosa è rimasto di quel trio? Più nulla! Cosa è rimasto degli Skywalker, il cuore pulsante della saga di George Lucas? Niente! Han Solo, dopo essersi separato da Leila, è “caduto”, Luke è svanito e presto anche Leila ci lascerà. Viene da chiedersi, a posteriori, se la storia principale meritasse realmente una prosecuzione di tal tipo, in cui i più grandi eroi di un tempo sono stati eclissati come pallide ombre e le loro battaglie combattute e vinte hanno portato poi, trent’anni dopo, a conflitti del tutto identici.

Se i primi sei episodi erano la storia di Anakin Skywalker, della sua caduta nelle tenebre e della sua rinascita tra le braccia del figlio, questa nuova trilogia è la storia di chi? Dell’impeccabile in qualunque cosa faccia Rey? Dell’instabile e iracondo bamboccio Ben Solo? Di Finn che combatte per non concludere mai nulla, oltre alla trattazione di una trama, lasciatemelo dire, alquanto scialba? Cosa è rimasto al di là del rammarico di aver visto compromessa una storia scaturita dall’ingegno di un vero autore?

Mi rivolgo a te, lettore, che magari hai apprezzato quest’ultimo capitolo, e ti dico rispettosamente: ti invidio! A te, invece, lettore, che come me hai il cuore spezzato per non aver provato le emozioni di un tempo, ti dico, sommessamente, che ti sono vicino.

Io faccio un passo indietro. Per me, “Star Wars”, cronologicamente parlando, è “cominciato” con un bambino scoperto su Tatooine e si è concluso con dei festeggiamenti su Endor. Tutto ciò che è venuto dopo sono certo che farà felice qualcun altro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • “Assassinio sull’Orient Express” – Dal romanzo al cinema

Agatha Christie, pseudonimo della narratrice e drammaturga inglese Agatha Mary Clarissa Miller, scrisse numerosi romanzi e drammi polizieschi che ebbero grande fortuna in tutto il mondo per la sua abilità nella costruzione dei vari “casi” e l’inesauribile fantasia. La sua prima storia poliziesca dal titolo “Morte misteriosa a Styles Court”, legò il nome della Christie a quello di Hercule Poirot, il detective belga protagonista di tante storie successive.

Seguendo la tradizione classica del poliziesco anglosassone, la Christie impostò la trama dei propri romanzi su termini rigorosamente analitici. Tra le opere più famose ricordiamo “Murder on the Orient Express”, da cui fu tratto il primo e famoso film omonimo del 1974, diretto da Sidney Lumet, nel quale il protagonista, Hercule Poirot, ebbe le fattezze dell’attore Albert Finney.

Impiantare una storia, nella fattispecie una vicenda che si tinga inevitabilmente di giallo, tutta su di un treno, forse ha rappresentato per la scrittrice inglese una sorta di omaggio a uno dei mezzi di trasporto più importanti e popolari del Ventesimo secolo.  Il treno dunque come luogo privilegiato in cui ambientare scene a volte pacate, altre colorite, altre ancora vere e proprie sequenze ad alta tensione emotiva. Come il cinema, come la pellicola cinematografica, il treno è movimento, è successione di immagini, di inquadrature: forse proprio per questo il fascino che ha esercitato sulla settima arte è stato sempre forte. Lo è stato indubbiamente anche per la Christie che ha inteso basare uno tra i suoi più conosciuti e intricati romanzi proprio su un treno. E che treno! Quell’Orient Express, quel lussuoso convoglio che attraversando una nutrita schiera di città, regioni e Stati unisce Istanbul a Calais. Il treno quindi costituisce per la scrittrice anglosassone un microcosmo di varia e particolare umanità, in cui poter raccontare la storia scaturita dalla sua irrefrenabile fantasia. La trama, prima di un libro e di un film poi, con le pagine, le immagini e le scene sequenziali che si alternano via via a quelle del viaggio, costituisce per il lettore e lo spettatore fonte inesauribile d’interesse e di partecipazione.

"Assassinio sull'Orient Express" del 1974

 

L’omicidio nella storia di Agatha Christie è un atroce atto di vendetta, perpetrato dalla mano armata di una sofferenza intima. E’ causato da un insanabile squarcio nell’animo umano, impossibile da ricucire, se non in parte da una fredda e orchestrata rivalsa, capace di attenuare l’afflizione. L’assassinio è eseguito dalla ragionata volontà di ergersi al di sopra della legge umana, perché neppure essa può nulla dinanzi a un crimine intollerabile come quello di cui si è macchiato l’assassinato. In “Assassinio sull’Orient Express” non ci sono colpevoli, solo vittime furenti e senza pace. E in egual misura non c’è una vittima, quanto un massacrato colpevole.

Il lungometraggio di Sidney Lumet, primo adattamento cinematografico del romanzo, sin dalla sua uscita nelle sale, ha riscosso pareri favorevoli sia di pubblico sia di critica; di sicuro di grande impatto emotivo e coinvolgente, grazie al taglio che il regista ha saputo dare all’intera storia, frutto di una scelta stilistica ben precisa.

Tutta una serie di esitazioni, mezze frasi, reticenze e sottintesi, oltre ai tanti depistaggi, ma con la presenza accertata di parecchi indizi sono alla base della vicenda. Ciononostante non riusciranno a confondere e fuorviare le indagini dell’abile e scaltro Poirot, che alla fine riuscirà a dipanare l’intricata matassa.

  • Assassinio sull’Orient Express – di Kenneth Branagh

Il “fischio” di una locomotiva a vapore si ode in lontananza. Il rumore del suo sferragliare sui binari si avverte con sempre maggiore chiarezza. Attendete ancora un po’ in stazione, giusto qualche minuto. Il treno che state aspettando sta per arrivare da un momento all’altro. Continuate a stringere in mano il vostro biglietto e non siete per nulla soli. Proprio come voi, altri viaggiatori sostano sotto la pensilina, in paziente attesa che il treno giunga a destinazione. Provate a scrutare i volti dei potenziali passeggeri dell’Orient Express. Vi dicono nulla? No? E invece ogni singolo viaggiatore porta in sé la propria storia, ciascuno custodisce i propri segreti. Del resto non sono proprio loro a destare un’accattivante curiosità? Tuttavia, non possiamo certo svelarli con un semplice sguardo, solamente osservando i contorni dei loro volti. I segni del tempo, le smorfie, gli accenni cordiali di saluto che ci rivolgono quando incrociamo gli sguardi, non sono che meri dettagli estetici, incapaci di rivelare i misteri occultati ad arte dalla mente. Neppure indagando il profondo dei loro occhi potremmo scoprire le tele ingannatrici che celano con tanta abilità e devozione. E’ probabile che tutti quei passeggeri non abbiano nulla in comune se non la stessa meta. Sono tutti degli sconosciuti e tutti loro sono dei…sospettati. Ma adesso basta perdersi in chiacchiere, l’Orient Express è arrivato, “staccate” il vostro biglietto e “salite” a bordo.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh fa sosta nella stazione ferroviaria più vicina per assicurarvi un’agevole e pronta salita sui lussuosi vagoni del prestigioso treno, così che possiate vivere la storia narrata dalla prolifica penna di Agatha Christie da un punto di vista nuovo, maggiormente incentrato su un’esperienza visiva ravvicinata, coinvolgente e, per tale ragione, ancor più intensa. Kenneth Branagh va a nozze con le rivisitazioni dei grandi classici della letteratura. Branagh ha sempre diretto con mano ferma e autoritaria le sue opere, conferendo ad esse spessore, ritmo e originalità. Le storie per Branagh non vengono raccontate, devono essere rivissute. Non poteva essere da meno il suo “Assassinio sull’Orient Express”. Un lungometraggio che immerge il pubblico in un contesto affascinante. Branagh, come accaduto nelle sue rinomate trasposizioni dedicate alle opere di William Shakespeare, dirige e al contempo interpreta, ritraendo un rinnovato Hercule Poirot, più alto, più magro e più giovane, nonché dai folti e lunghissimi baffi, i quali si protraggono fin oltre le guance. Il miglior detective del mondo ha, adesso, una “nuova” identità; è ora una “nuova” creatura, più appartenente a Branagh stesso che alla madre originaria, Agatha Christie. Si tratta, infatti, di un Poirot a tratti caricaturale, in senso prettamente celebrativo, s’intende.

Il Poirot di Branagh crede fermamente di discernere con raziocinio ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma nel suo tortuoso viaggio sull’Orient Express scoprirà che il mondo ordinato, come quello che vede una “cravatta ben annodata e stabile alla base del collo”, non esiste. La distinzione tra giusto e sbagliato non è nitida ma nebulosa, e la diversificazione tra bianco e nero non è evidente; anzi è pervasa di sfumature tendenti al grigio. La crepa deturpante, che si dilaterà nell’immaginario muro delimitante la giustizia e l’omicidio, sarà ben più profonda di quanto l’investigatore belga avrebbe mai potuto supporre.

L’occhio “meccanico” della camera di Branagh scruta i corridoi dell’Orient Express, trasformandoli in cunicoli angusti e limitati. Risulta pertanto evidente il tentativo riuscito del regista di valorizzare l’esiguità dello spazio scenico, per poter trasmettere un senso preminente di greve claustrofobia. Branagh fa centro, e riesce con grande abilità a fare della scenografia ben più di un laconico sfondo.  Gli ambienti del treno sono luoghi eleganti da cui traspare un clima inquieto, a volte paranoico, e di costante allerta. L’Orient Express è esso stesso un personaggio, però né vivo, né senziente; è “un artificio”, un mezzo di locomozione costruito dall’uomo, che avanza inesorabile nel proprio viaggio su di un tragitto prestabilito. Il treno non ha che una volontà meccanica e si presta a essere, in maniera di tutto involontaria, lo scenario di un omicidio architettato dalla fredda e iniqua razionalità umana. Il treno è giustappunto il palcoscenico di un teatro in perpetuo movimento, che trasporta i suoi attori lungo scorci invernali e distese innevate. Ma l’Orient Express è anche un luogo senza uscita, una sorta di prigione a prova di fuga, un ambiente che opprime e soffoca; in altre parole uno spazio che costringe “sconosciuti” e assassini a interagire tra loro. Sempre tale occhio valorizza gli spazi circoscritti, creando una messinscena prettamente teatrale.

L’Orient Express diviene palcoscenico senza velario e quindi anche senza confini. La camera, infatti, fuoriesce a volte dal treno, seguendo, con protratti piani sequenza, i movimenti dei personaggi dal di fuori, come se la regia permanesse nei contorni della platea e osservasse i personaggi intenti a muoversi sulla scena, da una contenuta distanza. Branagh, inoltre, “sposta” i suoi spettatori oltre gli esterni dell’Orient Express, espandendo gli spazi scenografici oltre gli interni delle carrozze. Così Poirot si può muovere fuori dal treno, camminando con signorile passo su coltri innevate, e osservando, con occhio vigile, paesaggi invernali. La “bianca” natura si contrappone alla bellissima e accesa fotografia, mirabile negli interni delle carrozze. Branagh dilata e comprime gli spazi tra libertà esterna e angusta prigionia circoscritta. Ma non solo, le bellissime inquadrature dall’alto pongono gli spettatori in una posizione di vantaggio, come se si elevassero sulle menti dei personaggi e ne ricercassero i pensieri. L’occhio invedibile della camera si sofferma ogni tanto ad osservare i personaggi attraverso alcune vetrate, le quali dividono l’immagine e “sdoppiano” i volti, come a simboleggiare le due facce della verità e della menzogna. Branagh vuol dare l’illusione che l’occhio che scruta con distacco e curiosità sia il nostro, il medesimo che valica la soglia dell’immaginario e si pone, nell’invisibilità, in mezzo allo scorrere della storia.

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh si avvale di un cast corale pieno zeppo di stelle. 13 sconosciuti su cui spicca una sempreverde Michelle Pfeiffer. E’ forse nella “traduzione”, nella “trascrizione” e nella conseguente trasposizione di quei sospettati che è riscontrabile la carenza della versione di Branagh. La cura nella caratterizzazione della stesura delle personalità di ognuno di loro non è approfondita, così come la psicologica dei passeggeri finisce per essere soltanto accennata. Non è certamente semplice compendiare un romanzo così denso in poco meno di due ore di pellicola. Branagh bada al sodo, lasciando che sia il suo Poirot, con le sue straordinarie doti deduttive, a dominare la scena e a far sì che i restanti personaggi assurgano a ruolo di comprimari, interessanti, ambigui e ingannatori, ma pur sempre comprimari.

La rivelazione finale avverrà su di un “palco” sito a pochi metri dalla locomotiva, intorno a quella che potrebbe sembrare una tavola non imbandita, come se si stesse consumando un’ultima cena per un’ultima confessione.

“Assassinio sull’Orient Express” è un film avvincente e visivamente molto bello, che combina abilmente lo stile di un giallo intricato con i canoni di un blockbuster da intrattenimento, convincente ed emozionate. E’ un viaggio che trascina in maniera emotiva, adempiuto su di un treno prossimo a terminare la sua corsa e giungere in stazione, e a lasciare che i propri passeggeri scendano giù. Quando abbandonerete l’Orient Express, sarete riusciti a svelare i segreti che nascondevano tutti quegli sconosciuti?

Soltanto il vostro sguardo saprà dirvelo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Le 5 leggende disegnate da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La brezza estiva, quel venticello leggero che carezza col suo rinfrancante soffio il viso accaldato di chi lo riceve, smette di regalarci i suoi servigi allo scadere di settembre. Un’aria decisamente più fresca giunge poi da lontano, portando con sé l’autunno. Le esili foglie degli alberi cadono giù dai rami con sempre maggiore insistenza, creando ai crocicchi delle strade tappeti ingialliti, simbolo di una natura apparentemente stanca. Col passare dei giorni, l’autunno spossa il paesaggio, prima vigoroso e soleggiato dell’estate, come una sorta di “traghettatore”, che prende la natura per mano fino a condurla alle porte dell’inverno. Il vento soffia forte all’arrivo della stagione invernale. Nelle regioni più fredde, ai cigli delle strade, la coltre di neve riveste il terreno come un manto bianco e l’acqua dei laghi, così limpida e trasparente in primavera, diventa improvvisamente di ghiaccio.

Proprio tra le gelide acque di un lago ghiacciato, rianimato da un soffio leggero ma colmo di un astratto vigore, riapre i suoi occhi al mondo un giovane. Tutto intorno a lui era buio e faceva tanto freddo. Egli emerse da uno spicchio d’acqua, e si generò dal sospiro di un’entità nascosta sulla luna, proprio come spirito dell’inverno, battezzato col nome di Jack Frost. Una volta in piedi, Jack raccolse un bastone che giaceva a pochi passi da lui, su quella stessa sottile lastra di ghiaccio che, sebbene fosse tanto fragile, continuava a resistere al peso del giovane, tanto era eterea la sua consistenza. Era come se Jack fosse incorporeo, i suoi balzi felini non arrecavano alcun “disturbo” a quel fragile “pavimento” che egli calcava. Jack si accorse che lambendo il tronco degli alberi col suo bastone catalizzante poteva rilasciare “ghirigori di ghiaccio”, che si adagiavano sulle cortecce e le ornavano come arti decorative cristallizzate. Comincia così la fiaba cinematografica de “Le 5 leggende”. In tale racconto visivo, Jack Frost ha l’eterna parvenza di un giovane dai capelli bianchi, simili alle candide distese innevate che circondano il paesaggio in cui è nato. Compiaciuto dai suoi prodigiosi poteri, Jack comincia a correre fino al villaggio più vicino. Tuttavia, con grosso rammarico, scoprirà che nessun essere umano è in grado di vederlo. Jack è un’essenza fisica, razionale ed emotiva non percepibile, e che nessuno scorgerà mai per i successivi trecento anni.

Tre secoli dopo, Jack è uno spirito frizzante e giocherellone, giulivo e pieno di vita, e passa gran parte delle sue giornate a divertire i bambini con giochi di neve e “freddolose” magie. Il giovane è mosso da un’incontenibile gaiezza, e sebbene il suo spirito sia l’incarnazione impalpabile del freddo inverno egli ha comunque un animo e un cuore calorosissimi. Jack, quando osserva gli altri giocare, mostra un sorriso radioso come il sole, ma al contempo, la sua condizione d’invisibilità lo rende caratterialmente triste, come se nel suo intimo proliferasse una gelida solitudine. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di ricercare sempre il divertimento per offrirlo al prossimo. E’ come se Jack Frost dal gelo traesse il mite e coinvolgente ristoro per gli animi altrui. Egli è però anche vittima dell’incomunicabilità: nessun bambino può sentirlo, solo con la magia riesce a far percepire la sua mistica presenza. La sua è un’aura speciale, di quelle che a malapena si avvertono, ma ci sono. Di quelle paragonabili alla levità di un fiocco di neve che cade solitario dal cielo e subito si disperde su distese ammantate. Jack è una piccola leggenda, raccontata in alcune credenze popolari, ma non ancora così importante da conquistare l’affetto dei bambini, i soli a poter aiutare Jack a diventare un guardiano.

I bambini nella loro animosità sognante credono nelle creature magiche come Babbo Natale, Calmoniglio, la Fatina dei denti e Sandy, quest’ultimo, protettore del loro sonno. Queste quattro creature rivestono per l’appunto il ruolo di “guardiani”, e preservano l’innocenza e la fantasia dei piccoli. Babbo Natale e Calmoniglio allietano le festività degli infanti durante il Natale e la Pasqua, la Fatina dei denti porta gioia ai piccini quando loro perdono i dentini da latte, e Sandman veglia ogni notte sui loro sogni. Un giorno, l’uomo nero torna sulla Terra, dopo essere fuggito da un luogo d’esilio in cui i quattro guardiani lo avevano confinato anni prima. Preoccupato dal potere dell’uomo nero, che vuole privare ogni bambino della fantasia che alimenta il credo nei quattro guardiani, l’Uomo sulla Luna ordina agli stessi di convocare un quinto elemento, vale a dire Jack Frost.

“Le 5 leggende” è un’opera favolistica, visivamente incantevole e sapientemente costruita, incentrata sulla fede dei bambini verso il mondo incantato. Una fedeltà che rischia di vacillare all’arrivo dell’uomo nero, il quale ha lo scopo di annientare l’innocenza, la felicità, la speranza dei bambini con la paura.

Babbo Natale, noto semplicemente come “Nicholas Nord”, ha l’aspetto tradizionale di figura austera e corpulenta, dalla bianca barba fluente. Calmoniglio è un coniglio di grandi dimensioni, agile e scattante, che maneggia sempre dei boomerang affilati con cui combatte i cattivi. La Fatina dei denti è, invece, dolce e protettiva, con uno spiccato senso materno, e ha l’aspetto di una fanciulla dal corpo rivestito di piume variopinte con piccole ali simili a quelle dei colibrì. Infine, Sandman è il guardiano dei sogni. Sandman, chiamato affettuosamente Sandy, è di minute dimensioni ma pingue, dallo sguardo affettuoso e dai modi affabulanti. Egli vive in un regno fatto di nuvole d'oro, e le sue stesse magie vengono modellate da una sabbia dorata, attraverso la quale Sandy riesce a rendere veri i sogni delle persone.

Le arti magiche di Sandman discendono dal cielo tutte le notti, come fasci di luce scintillanti dalla consistenza granulosa. La sabbia è l’essenza della magia e serve a materializzare i personaggi animati di un sogno, i quali aleggiano sopra le menti dei bambini dormienti. I sogni indotti da Sandy sono in grado di rendere visibili figure magiche e incantate, come un delfino che nuota in un mare fatto d’immaginazione, e un unicorno che scorrazza su praterie oniriche. A Sandy, tuttavia, si oppone il crudele uomo nero che può “toccare” un sogno, opprimerlo con la sua oscurità, e trasformarlo in un incubo. Sandman e l’uomo nero sono forze contrarie, come Hypnos e Thanatos, figure contrapposte della mitologia greca, le quali dominano il sonno e l’incubo. Sandy rilascia la sua dolce polverina dorata, l’uomo nero invece la sua lercia sabbia nera. E’ interessante notare come Sandy non si esprima mai con la semplicità, talvolta blanda, delle parole, superflue per lui che comunica con la forza espressiva delle immagini, delle forme, delle forze visive che emergono dall’animo. L’uomo nero è, invece, un antagonista sinistro, diabolico, un infingardo tentatore.

La fanciullezza è spesso la fase più lieta nella vita di un essere umano. E’ la prima tappa di un percorso vitale, quella maggiormente influenzata dall’immaginazione. Nelle loro incarnazioni spirituali, i guardiani hanno il compito di portare gioia nel cuore dei bambini. Tale compito viene cadenzato dal tempo. In un intero anno solare, le due festività più importanti sono la Pasqua, ma soprattutto il Natale. Babbo Natale e Calmoniglio cadenzano la crescita anno per anno dei bambini attraverso le festività natalizie e pasquali. I fanciulli durante la loro crescita attendono con incontenibile gioia l’arrivo delle feste, così da poter scartare i regali ai piedi dell’albero tra luci sfavillanti e palline colorate o per dipingere le uova che trovano la mattina di Pasqua. Gli altri due guardiani, la Fatina dei denti e in particolar modo Sandy, invece, restano accanto ai bambini per un periodo molto più lungo nel tempo. Sandy si manifesta ai bambini durante la notte, al termine di una intensa giornata, e diletta i sogni dando forma e colore a figure festanti e giocose. Sandy guida dunque i bambini durante la loro crescita quotidiana, mentre la Fatina dei denti nella loro progressiva maturazione; in altre parole segue il passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

La Fatina dei denti ha il delicato compito di portare gioia ai bambini in un momento in cui, per la prima volta, hanno perduto qualcosa di sé: la caduta del tutto naturale di un dentino da latte. Dentolina, questo è il nome della fatina, raccoglie i dentini dei bambini e ne custodisce i ricordi di ognuno di loro in preziosi contenitori come fossero scrigni. La perdita dei denti è infatti un segno simbolico, una fase distinta della crescita, uno sviluppo graduale cominciato con la venuta al mondo. Nella caduta dei primi denti avviene una sorta di “separazione” che comporta un distacco dal passato per guardare al futuro. E’ forse per tale ragione che Dentolina custodisce i ricordi di ogni bambino che col tempo diverrà adulto. Tutte e quattro le leggende agiscono in un spazio temporale differente: Sandy ogni notte, Dentolina nelle notti in cui un bambino ha bisogno del suo intervento, Calmoniglio nel periodo pasquale e Babbo Natale, naturalmente, a dicembre, proprio nell’ultimo mese dell’anno. Jack Frost è, invece, uno spirito che agisce durante la stagione invernale.

Egli dall’asperità del freddo trae i propri poteri per convogliarli in gioia e divertimento. L’inverno è una stagione particolare, spesso considerata avversa. I bambini non trascorrono molto tempo fuori, il freddo non permette loro di giocare e correre all’aria aperta come farebbero durante l’estate. Ciononostante, Jack sa usufruire delle proprie arti magiche per trasformare i doni dell’inverno in giochi divertenti per i bambini. Com’è invisibile il suo corpo così lo sono i suoi ricordi, su chi lui sia realmente. Jack non ricorda chi fosse nella sua vita precedente. Scoprirà la sua vera identità grazie a Dentolina.

Quando era un ragazzo come tanti, Jack, un giorno, andò a pattinare con la sua sorellina, Emma, sulla lastra sottile di un lago ghiacciato.  Quando la lastra cominciò a cedere, Jack riuscì a mettere in salvo la sua Emma, allontanandola via con il proprio bastone. La tranquillizzò dicendo che si trattava solo di un gioco. Jack portò la sorellina a credere in lui, a fidarsi di quanto le stava raccontando, e così facendo poté salvarla. Il giovane però non riuscì ad allontanarsi in tempo e il ghiaccio sotto i suoi piedi, dato l’esiguo spessore, si frantumò; fu così che scomparve nelle gelide acque del lago. Commosso dal suo altruismo, l'Uomo sulla Luna decise di restituirgli la vita, trasformandolo in uno spirito. Jack riacquistò la vita nel medesimo luogo in cui la perdette.

Una volta scoperto il proprio trascorso, Jack Frost raduna le forze residue e si prepara a fronteggiare l’antagonista. Tutti gli altri guardiani sono stati fatti prigionieri, perdendo i loro poteri perché i bambini, spaventati dalla furia dell’uomo nero, hanno smesso di credere in loro. Così Jack tenta disperatamente di usare le proprie arti magiche per convincere Jamie, l’ultimo bambino rimasto fedele, dell’esistenza dei custodi. Ma per il grande stupore di Jack Frost, Jamie, quando scorgerà la magia che ritrae un coniglio fatto di neve, riuscirà a vedere per la prima volta l’immagine di Jack. La mamma di Jamie lo aveva più volte messo in guardia dal freddo, raccontandogli la storiella di Jack Frost, così il bambino iniziò a credere nella sua esistenza. A quel punto Jack riesce finalmente a rendersi visibile ai bambini che, attratti dai suoi giochi di ghiaccio, lo riconoscono e immediatamente riacquistano fiducia nei guardiani i quali, riappropriandosi dei loro poteri, sconfiggono l’uomo nero. Jack verrà così proclamato come quinta leggenda, guardiano del divertimento e signore dell’inverno. E’ il capoverso finale di questa bellissima fiaba, un incanto visivo per gli occhi e nutrimento per il cuore.

Ma cos’è l’inverno? E’ pioggia che batte sui vetri delle case, neve che ondeggiando vien giù dal cielo, freddo che induce l’animo umano, ancor prima del corpo, a ricercare il caldo abbraccio della persona amata; è paesaggio bianco, natura innevata, lago ghiacciato, mare burrascoso, monti coperti di candida coltre, camini accesi. In altre parole l’inverno è pura, tersa e dolce atmosfera. Esso ha una magia tutta sua. In questa stagione, in cui la vita, malgrado il freddo, continua il suo ritmo febbrile, l’uomo gode la dolcezza e l’intimità della famiglia, mentre fuori la natura ricama sulla terra fiori di gelo, di brina e di neve, che danno al paesaggio un aspetto fiabesco.

Chissà se sia realmente Jack Frost con il proprio bastone a esercitare i suoi incantesimi sugli alberi in autunno per far cadere le foglie e accelerare l’arrivo dell’inverno. Chissà se sia veramente lui a scuotere le nuvole in cielo, e a farle piangere lacrime di neve. Nascosto allo sguardo dell’uomo adulto, chi lo sa, magari Jack si diverte a sfiorare col bastone le pozzanghere d’acqua torbida per renderla cristallina, così che essa possa riflettere, come uno specchio, le sagome della gente. Ha un che di generoso il pensiero che lui, nascosto alla vista, ami sfruttare i propri poteri per rendere mirabile l’immagine riflessa delle persone, le quali in maniera fugace potranno specchiarsi per un istante, passeggiando per strada. Capiterà, di tanto in tanto, che un adulto, prossimo a riflettersi in quell’acqua, sia stato un bambino che un tempo scorse l’immagine di Jack Frost ma che oggi non riesce più a vedere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Passeggiando per le vie di Manhattan, dopo aver fatto shopping da bloomingdale, una donna dai ricci capelli d’oro chiede all’amato quali siano i nomi femminili inglesi più belli. La giovane era desiderosa di scegliere un nome per se stessa che fosse pronunciabile nella lingua madre del compagno. Per tale ragione comincia a chiedere all’uomo di elencarle tutta una serie di nomi in modo da poterne scegliere uno – il migliore – insieme. “Beh…ce n’è sono migliaia” - pensò subito il giovane, e iniziò ad elencarli. Jennifer, Joanie, Hilary e Linda furono i primi nomi che iniziò a proferire. D’un tratto, l’uomo si fermò per un istante e si chiese: “dov’è siamo?! Ah sì, Madison…”.  Prima che proseguisse nella sua elencazione, la ragazza lo interruppe bruscamente - “Madison! Mi piace Madison!” -  L’uomo scoppiò a ridere incredulo – “Ma Madison non è un nome…” - disse. In effetti la parola Madison era scritta su un’insegna stradale sita a pochi passi da loro, indicante il viale “Madison Avenue”. La ragazza parve dispiacersi. Allorché l’uomo le aggiunse prontamente: “Va bene, vada per Madison”. Sul viso della giovane tornò il sorriso, felice di aver scelto un nome che le piaceva così tanto da renderla ancor più “definita” agli occhi del fidanzato.

Madison è un bellissimo nome, di certo inusuale, anzi per la donna che per prima lo scelse era decisamente originale, unico, come unica, d’altronde, era lei stessa, dolce e bella da togliere il fiato. L’angelica bellezza di quella dama che si aggirava tra le strade di Manhattan non poteva che essere battezzata se non con un “epiteto” speciale. Ma chi era, in verità, Madison? Era Daryl Hannah!  Così si chiamava, e si chiama tuttora, la ragazza che stava donando la propria immagine a quel personaggio che aveva scelto un così singolare nome per se stessa. Era il 1984 e Daryl Hannah era Madison, una sirena innamorata a New York.

Daryl Hannah nacque a Chicago, nell’Illinois, il 3 dicembre del 1960, figlia di Susan, una produttrice polacca, e di Donald Hannah, capo di una società di rimorchiatori e chiatte da carico. Daryl era una ragazzina estremamente timida e riservata. Era così taciturna da bambina che le fu diagnosticata una lieve forma di autismo. La mamma decise di ritirarla dalla scuola per un anno e di lasciare che la figlioletta vivesse per un po’ nel suo piccolo mondo, rifiutando i consigli dei medici, i quali avevano consigliato il ricovero in un istituto specializzato. Daryl amava dondolarsi, osservare e rifletterci su. Sempre con fare introverso, guardava la realtà che si snocciolava intorno a lei. Sebbene cresceva isolata dagli altri bambini, Daryl conosce i suoi primi amici, ovvero i personaggi fittizi dei film, e trova rifugio nel magico mondo del cinema. In quegli anni Daryl soffriva anche d’insonnia e trascorreva molte notti dinanzi al piccolo schermo, a guardare quanti più film poteva. Quando vide “Il mago di Oz” s’innamorò di quella realtà immaginaria. Provò persino ad avvicinarsi al televisore nel tentativo di varcare lo schermo ed entrare in quel mondo fantastico. Fu in quel momento che nacque la sua passione per il fantasy, e si accese in lei, come per incanto, la voglia di diventare un’attrice. La madre, infine, trascorso un anno rivelò di aver avuto ragione a non seguire il parere dei medici. E così fece che la figlia piano piano si reintegrasse nel mondo circostante. Daryl le fu eternamente grata: grazie alla lungimiranza della madre poté seguire la sua aspirazione. Daryl ha poi frequentato la Francis W. Parker School, e in seguito ha deciso di iscriversi alla University of Southern California.  Prima di esordire nel mondo del cinema ha studiato danza e recitazione.

L’arte della recitazione diventa per lei l’opportunità di valicare i confini di una nuova realtà nella quale può intuire anticipatamente come muoversi, così da superare, con maggiore facilità, la sua timidezza. I personaggi sceneggiati hanno per lei il vantaggio di essere pre-costruiti, così da poterli studiare e renderli, al contempo, naturali, aggiungendo quel tocco interpretativo che solo lei saprà in seguito conferire.

L’esordio assoluto per Daryl Hannah arriva nel 1978 quando, diretta da Brian De Palma, è nel film “Fury”. Da allora e per i successivi decenni si farà dirigere da registi quali Ridley Scott, Ron Howard, Ivan Reitman, Oliver Stone, John Carpenter e Quentin Tarantino.

Daryl Hannah interpreta Pris in "Blade Runner"

 

  • Blade Runner: bambola letale

Nel 1982, alla sua terza apparizione cinematografica, Daryl Hannah è la principale antagonista femminile del capolavoro di fantascienza “Blade Runner” di Ridley Scott. L’attrice, giovanissima, si presentò ai provini per la parte di Pris sfoggiando un look studiato ad hoc per creare un’estetica evocativa del personaggio. Pris doveva avere un aspetto punk. Per tale ragione molte ragazze arrivarono ai provini con le parvenze più disparate. Ci fu chi si truccò come una bambola di plastica, con le guance color rosa e i capelli in piega. Un’altra giunse tutta vestita d’argento con impressi fulmini stilizzati. Daryl, invece, aveva indossato una parrucca fatta di peli di Yak che fungevano da capelli corti biondi ad ampio caschetto. Ammise, molti anni dopo, di sentirsi brutta e inadatta in quell’ansiosa mattina. Ma la parte andò a lei, e il look che aveva presentato colpì così tanto il regista da indurlo a sceglierlo come aspetto preminente del personaggio di Pris.

Pris, abbreviazione di Priscilla, è una replicante, un modello cibernetico creato il 14 febbraio del 2016 dalla Tyrell Corporation. Non a caso il personaggio di Pris è stato costruito in quella precisa data, a San Valentino. Pris è una donna-androide concepita per il diletto e il piacere. Un giorno, lei fugge insieme al compagno Roy Batty e ad altri quattro replicanti dalle colonie extra-mondo, dove visse per tre anni come una schiava, e si nasconde sulla Terra. La replicante vaga sola tra le periferie cittadine di Los Angeles. I suoi capelli sono bagnati e gonfi dall’incedere della pioggia, e il suo volto è leggermente imbrattato dallo sporco e dallo smog della città. Ella si nasconde tra i rifiuti in vigile attesa. Di lì a poco passa un uomo chiamato Sebastian. Pris lo convince a farsi ospitare nella sua dimora. Sebastian è un uomo dalla salute cagionevole, un genio dell’ingegneria e un maestro nella costruzione. Egli è talmente solo da essersi costruito giocattoli di grandi dimensioni, dagli aspetti più che particolari, che sanno muoversi e anche parlare.

Una volta in casa, in attesa che Roy Batty la raggiunga, Pris si trucca. Pasticcia il suo viso col cerone e lo fa diventare bianco come la porcellana, e tinteggia i contorni dei suoi occhi di un nero intenso. Il complesso ruolo della replicante venne fatto proprio da Hannah che caratterizzò l’androide alternando, con rapidi stacchi espressivi, smorfie dolci ad altre inaspettatamente inquietanti. Daryl fa di Pris un ritratto incerto, generante paranoia, in cui la fiduciosa serenità evocata dalla ragazza si mescola ad una forma di esasperato timore. Ella è talmente bella da invogliare all’attrazione, eppure, quei suoi fulminei modi sinistri non fanno che mettere in allerta chi vorrebbe avvicinarsi a lei. Daryl lascia che i suoi occhi comunichino più di quanto possano fare le sue labbra carnose nel proferire parola. Gli occhi di Pris penetrano la sfera emotiva di chi incrocia il suo sguardo, attraversano la corporalità sino a giungere nell’intimità e suscitare le più svariate interpretazioni emotive. Ella alterna sguardi più dolci e aggraziati ad altri più cupi e glaciali, come se i suoi occhi diventassero di ghiaccio; due luci ipnotizzanti, talvolta, rendono le sue iridi di un rosso magnetico. Ma non solo, in una breve sequenza, Pris rotea le pupille fino a farle scomparire, lasciando intravedere soltanto la sclera bianca, come se volesse rendere il suo sguardo inaccessibile.

Pris è un personaggio articolato e contorto. Ella è stata creata dall’ingegno dell’uomo, non è che un costrutto artificioso modellato per essere soggiogato da un padrone che vorrebbe fare di lei un mero strumento di piacere. Non ha diritti e alla nascita non conosce libertà. Inoltre, la sua breve vita sta per giungere al termine. Pris rivendica con Roy Batty il proprio posto su di un piano esistenziale paritario a quello dell’uomo, inteso come creatura umana, e vuol spezzare le catene che la terrebbero assoggettata alle pulsioni di uno schiavista.

Pris è come fosse una bambola bella e dannata, pericolosa e fatale. Suggestiva la sequenza in cui lei, indossato un body bianco da ballerina, si finge un giocattolo inanimato. Deckard, appena entrato nella casa di Sebastian, si trova davanti una sala piena di giocattoli, grossi pupazzi e statue in meccanico e compassato movimento. Alcuni di questi giocattoli restano immobili, privi di vita come ci si aspetterebbe. Tra questi si nasconde Pris, che finge d’essere la rappresentazione “statuaria” di una ballerina acrobatica inerme, coperta da un lungo velo bianco trasparente che sembra preservarla. Deckard la guarda con sospetto quand’ecco che lei si anima, dimostrando d’essere vera e lo attacca. Una sequenza emozionante nella quale il personaggio di Daryl rivela di non essere un debole fantoccio privo di vita, camuffato tra gli esseri umani, ma una creatura forte e persino letale.

Daryl, al suo primo, vero ruolo importante, offrì un’interpretazione curata e minuziosa. Con “Blade Runner”, uno dei film più belli della storia del cinema, Daryl Hannah scrisse subito il proprio nome nelle opere di culto della cinematografia mondiale.

Daryl Hannah è la sirena Madison in questo ritratto di Erminia Giordano per CineHunters

 

  • “Splash – Una sirena a Manhattan”: tra la terra e il mare, l’archetipo della donna eterea

Come tenne a confessare in un’intervista, da bambina, Daryl era attratta dal divampare dei focherelli accesi. Il fuoco, elemento della natura, nel suo movimento attirava la sua attenzione. Crescendo, però, fu un secondo elemento della natura a catturarla: il mare. Daryl Hannah si era innamorata della fiaba di Hans Christian Andersen “La sirenetta”. Gli piacque così tanto che immaginava d’essere lei stessa una sirena ogni qualvolta nuotava in mare. Daryl, sin da piccola, era una nuotatrice straordinaria, veloce, elegante e abilissima nell’imitare i movimenti sinuosi di una sirena. Quando le porte del cinema hollywoodiano le si spalancarono davanti, ella sognava ancora di poter essere la Sirenetta di Andersen. Nessun adattamento della tragica fiaba dello scrittore danese vi era, in effetti, in cantiere. Ma il regista Ron Howard, spalleggiato dal produttore Brian Grazer, stava per girare un film basato su una sceneggiatura che portava la firma di Lowell Ganz, Babaloo Mandel e Bruce Jay Friedman. Stando a quanto affermavano i tre sceneggiatori era la storia più bella che mai avessero scritto nella loro vita. Ispirata, ma solo ispirata, alla fiaba di Andersen, la sceneggiatura raccontava l’avventura di una sirena che giunta a Manhattan per congiungersi all’uomo di cui si era perdutamente innamorata, veniva a sua volta ricambiata in maniera incondizionata. La sceneggiatura faticava a trovare una casa di produzione pronta a dare il via libera al progetto, finché non fu letta dalla Walt Disney. La Disney, che veniva da un decennio di grossi fallimenti, si mostrerà tuttavia reticente nell’accettare una storia sognante ma adulta e un copione che prevedeva alcune, sia pur brevi e composte, scene di nudo per la protagonista. Desiderosa comunque di non farsi scappare il film, la Disney inaugurò la Touchstone Pictures, un marchio di produzione e distribuzione separato, creato ad arte per realizzare film destinati ad un pubblico non infantile. Iniziò così la produzione di “Splash – Una sirena a Manhattan”, opera diretta dal futuro premio Oscar Ron Howard. Il lungometraggio si avvalse di un cast di giovani interpreti, pronti a divenire stelle di prima grandezza nel firmamento hollywoodiano: da Tom Hanks a John Candy, fino alla protagonista assoluta: Daryl Hannah. Daryl realizzava così un sogno, quello di poter diventare una “vera” sirena.

Dicevano gli sceneggiatori, prima d’iniziare le riprese, di aver descritto in “Splash” “la donna perfetta”. Ma una creatura femminile, dalla bellezza tanto splendente da poter essere adamantina, doveva ancora assumere forma, consistenza e corpo, in altre parole, tutti loro dovevano scovare l’attrice che rendesse Madison viva e vera. Daryl Hannah fu scelta immediatamente per la parte. La sua bellezza spontanea, linda, quasi celestiale, e quei suoi sorrisi angelici emanavano un senso d’innocenza assoluto. Daryl interpretò la sirena e la rese incredibilmente reale, come fosse la creatura del mare più bella che era mai stata raccontata, nonché osservata da occhio umano. Il modo così naturale con cui si muoveva in acqua, agitando con grazia la sua rossa coda pinnata, la semplicità con cui raggiungeva le profondità del mare durante le lunghe e impegnative riprese del film e la disinvoltura con cui seguitava a mantenere gli occhi aperti sott’acqua, mentre osservava quel mondo sommerso, la resero una sirena reale, concreta, in grado di oltrepassare i confini scenici e offrire con leggiadra disinvoltura ciò che lei in realtà voleva.

Quando arrivò a Manhattan, il personaggio di Daryl affiorò dalle acque completamente nuda, coperta soltanto dai suoi lunghissimi capelli biondi. La sirena, nell’interpretazione dell’attrice, scruta il mondo terrestre e si rapporta con esso per mezzo di una sincera e incontenibile curiosità. La sirena di Daryl osserva tutto ciò che la circonda con l’innocenza di una creatura amorevole ma spaesata e desiderosa di conoscere nuove cose. La sua espressione incantata e felice quando guarda il volto dell’amato, la sua pelle bianchissima e liscia così come appare quando emerge dall’acqua e poggia i suoi candidi piedi sulla terraferma, sono tutti caratteri estetici e interpretativi che Daryl donò al suo personaggio migliore. Daryl era a tutti gli effetti la personificazione, narrata e resa viva, della Sirenetta di Andersen, se questa non fosse morta in così tenera età, ma se invece fosse vissuta e maturata come una donna meravigliosa. Madison è la sirena “in carne ed ossa” più simbolica di sempre. Persino i disegnatori della Disney, quando iniziarono la lavorazione de “La sirenetta”, si ispirarono in parte alla sirena di Daryl Hannah, scegliendo di colorare i capelli di Ariel di rosso per non renderla troppo somigliante a Madison.

“Splash – Una sirena a Manhattan” è un fantasy con una grande cura del dettaglio scenico. Il personaggio di Allen (Alan in italiano) interpretato da Tom Hanks è indissolubilmente legato alla sirena, la sua anima gemella che vive nel regno del mare. Notiamo come egli nel proprio ufficio tenga un acquario. Anche a casa, in camera da letto, l’uomo ha un acquario, che suscita un sorrisetto sulle rosee labbra di Madison. Alan possiede anche delle grandi conchiglie che tiene su un tavolino di vetro. Egli, all’inizio del film, ammette, prima di rivedere la sirena, di sentirsi sereno e felice soltanto quando raggiunge la spiaggia di Cape Cod e si sofferma a guardare i fluttui. Inconsciamente egli è attratto dai marosi perché sa che tra le onde nuota la sua Madison, e cerca di colmare quell’assenza con espedienti e oggetti che richiamano il mare. “Splash – Una sirena a Manhattan” è la storia d’amore tra due esseri appartenenti a due regni differenti, separati tra loro. Ma grazie ad un profondo legame, i due riescono a scegliere un solo piano esistenziale in cui vivere la loro vita insieme, senza mai separarsi.

Una delle scene più romantiche del film vede Alan donare a Madison un carillon con due miniature custodite in una sfera di vetro che raffigurano una coppia d’innamorati nell’atto di danzare. E’ la prima volta che Madison ha l’opportunità d’ascoltare la musica romantica. E lo fa con quel carillon. Il regalo di Alan ha una valenza profonda, perché è come se riuscisse a catturare un brano musicale e ne facesse dono all’amata, la quale può riascoltare la musica ogni volta che ne ha voglia. La melodia che cadenza i passi delle due statuine del carillon viene poi ripresa da un violinista di strada, che suona davanti a Madison e Alan mentre si tengono per mano. Quella malinconica melodia, ripresa dal violinista, si sposa all’interpretazione che Daryl Hannah fa della sua sirena, una creatura così carezzevole e armonica da non essere compendiabile né dalla terraferma né, forse, dal mare stesso; ella è uno spirito etereo, come fosse dell’aria, una celestiale melodia uscita dalle corde del più nobile tra gli strumenti musicali.

Madison, come avevano preannunciato gli sceneggiatori, è l’archetipo della donna perfetta. Ella attraversa il regno marino e quello terrestre con grazia eterea. Una luce radiosa, dalla fonte imprecisata, spesso la illumina per accentuare la sua candida natura. E’ una cristallina visione dal carattere puro. Ciò che la differenzia dalla Sirenetta anderseniana è che lei non vuole rinnegare la sua natura. Madison ama essere una sirena, e decide di camminare sul suolo terreno soltanto per poter riabbracciare il suo amato. Madison, non è combattuta dal voler mutare la forma corporale del proprio essere, cerca, invece, di districarsi tra i due mondi per poter vivere il suo sentimento. Lei, sul finale, è pronta a rinunciare con sofferenza alla sua vera natura solo per amore di Alan. Ecco perché quello di Daryl è un ritratto completo di sirena. Daryl fa di Madison un dipinto delineato dall’arte della recitazione sulla sua stessa epidermide, il che la porta a combinare perfettamente i caratteri somatici della femminilità e dell’animosità della donna e della sirena. Madison è una creatura dall’aspetto gentile e delicato, ma anche una donna forte, coraggiosa e passionale, ma soprattutto innamorata.

Daryl Hannah, Tom Hanks e Ron Howard sul set di "Splash - Una sirena a Manhattan"

 

“Splash – Una sirena a Manhattan” fu un enorme successo di critica e di pubblico. Costato appena 8 milioni di dollari ne incassò 6 soltanto nel suo week-end di apertura. Gli incassi ammontarono, infine, a quasi 70 milioni di dollari: fu tra i dieci film più visti dell’anno. Il lungometraggio venne candidato al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e al Golden Globe per il miglior film. Vinse il premio della critica conferito dalla National Society of Film Critics per la migliore sceneggiatura, e proprio Daryl Hannah vinse il suo primo Saturn Award come migliore attrice protagonista. “Splash” fu accolto da recensioni entusiastiche ed è tutt’oggi considerato uno dei migliori film degli anni ’80 e una delle storie d’amore più romantiche che siano mai state proiettate sul grande schermo. Grazie al successo di “Splash”, la Touchstone Pictures poté continuare a produrre film importanti nei successivi decenni. Insieme a “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, “Splash – Una sirena a Manhattan” è considerato il film simbolo degli anni ’80 per la casa di produzione.

Può il nome di un personaggio assumere un valore sociale? E’ ciò che accadde all’uscita di “Splash – Una sirena a Manhattan”. Il nome della protagonista entrò nel linguaggio comune. Col passare degli anni il nome “Madison” divenne sempre più diffuso fino a che, agli inizi del Duemila, fu addirittura il terzo nome più diffuso in America. Daryl ebbe il merito di generare un fenomeno sociale difficilmente ripetibile, ergendosi col suo straordinario personaggio a fonte d’ammirazione e di ispirazione.

Dopo quel sensazionale successo, Daryl fu diretta da Reitman in “Pericolosamente insieme” e da Oliver Stone nel thriller dal vasto apprezzamento critico “Wall Street”. Nel 1987 fu la meravigliosa protagonista Roxanne nell’omonimo film di successo diretto da Frederic Schepisi, una rivisitazione, in chiave moderna, della commedia teatrale di Edmond Rostand “Cyrano de Bergerac”. Due anni dopo, precisamente nel 1989, recita fianco a fianco con Julia Roberts, Shirley Maclaine e Sally Field nel drammatico “Steel Magnolias”. Sarà poi il fantasma di una sposa uccisa in un delitto passionale in “High Spirits”, e ancora, nel 1992, la protagonista femminile de “Avventure di un uomo invisibile”, pellicola diretta dal maestro John Carpenter e ricca di bellissimi effetti speciali. Interpreta la figlia di Jack Lemmon e nuora di Walter Matthau in due commedie dai grandi incassi al botteghino come “Due irresistibili brontoloni” e “That’s Amore – Due improbabili seduttori, e in televisione prende parte allo sceneggiato “Una donna in crescendo”, e al remake de “La finestra sul cortile”.

Nel 2003 e nel 2004 torna sulla breccia del successo planetario venendo scelta da Quentin Tarantino per il ruolo dell’antagonista Elle Driver in “Kill Bill vol. 1” e “Kill Bill vol. 2”.

Daryl Hannah interpreta Elle Driver in "Kill Bill vol.1"

 

  • “Kill Bill” – Il fascino del male

Tale svolta artistica costituisce per Daryl l’opportunità di caratterizzare una personalità così diversa da quella che è lei in realtà. Per questo ruolo, Daryl non deve più adoperare la sua inconfondibile dolcezza espressiva, deve diventare una maschera cruenta, fredda, efferata, austera e sadica. Elle più di tutti gli altri “cattivi” del film che affrontano uno ad uno “la sposa” Beatrix (Uma Thurman) è quella che più si avvicina ad assurgere a nemesi al femminine della protagonista. Quella di Daryl sarà un’interpretazione intensa e trascinante. L’attrice sperimenta così il fascino del male, dando spessore a una donna indomabile e ad un’assassina senza scrupoli. Elle è crudele, feroce, trae piacere dalla sofferenza altrui ed è altresì una combattente implacabile. E’ diventato celebre il monologo del personaggio, declamato sui resti di una delle sue vittime uccise da un mamba nero. Un monologo letto da un taccuino e recitato con grande capacità dall’attrice, che ha saputo alternare alle parole pronunciate, una ritmata emissione di fumo dovuta al mozzicone di sigaretta accesa che reggeva tra le labbra. Quel fumo “spezzava” il parlato e cadenzava il suo malvagio interloquire. Per questa sua interpretazione, Daryl vince un nuovo Saturn Award, questa volta come miglior attrice non protagonista. Dopo Pris e Madison, Elle è il terzo dei suoi ruoli più iconici.

Daryl in "Kill Bill vol. 2"

 

  • Amare la vita

Quello che personalmente mi ha sempre affascinato di Daryl Hannah è il suo sorriso. Ogni qualvolta viene intervistata, l’attrice conclude spesso le sue frasi con un sorriso sincero, venato di lieve imbarazzo, abbassando anche il capo, come se tentasse di nascondere il volto. Con quello stesso sorriso Daryl è probabile che ammiri la bellezza del creato, affronti le difficoltà della vita e intraprenda le sue dure battaglie per la salvaguardia dell’ambiente. Daryl Hannah ha sempre alternato alla sua carriera cinematografica un costante attivismo ambientale. L’attrice dagli anni ’80 non ha fatto altro che ispirare molti appassionati che l’avevano mirata sul grande schermo con quell’inconfondibile nome, e da allora cerca ancora di ispirare le persone, tentando di trasmettere il suo amore per il mondo e la vita.

Come Madison, anche Daryl guarda alla vita con speranza e amore, con dolcezza e fiducia. Sembra che quella coda rossa continui a calzarle a pennello quando lei nuota nel mare e ricorda quanto gli oceani siano importanti e debbano essere preservati dalle contaminazioni. Una vita, la sua, vissuta nella riservatezza prima e nella celebrità poi. Che sia una replicante, una spietata antagonista, o un’incantevole sirena Daryl ha sempre lottato strenuamente per ciò in cui credeva. Lei vuole celebrare le bellezze di un mondo “esterno”, quello stesso mondo che per un anno, da bambina, non vide poi molto. Attraverso il cinema ha interpretato una forma fantastica di realtà, e nella vita vera ha sempre affrontato con coraggio le avversità.

Love life” resta sempre il suo inconfondibile motto, perché lei, dopotutto, è ancora Madison, una sirena che ama fortemente la vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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