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Christopher Emmanuel Balestrero, detto Manny, suona il contrabbasso in un club di New York: è felicemente sposato ed è padre di due bambini. Il solo problema della famigliola è la difficoltà d’arrivare a fine mese. Un giorno Manny si reca negli uffici dell’assicurazione per avere un anticipo sulla polizza della moglie, Rose, in quanto la stessa dovrà sottoporsi a delle cure dentistiche. In quei locali viene riconosciuto da alcune impiegate come la persona che tempo prima aveva effettuato una rapina. Il riconoscimento viene segnalato agli agenti di polizia i quali si appostano sotto casa, lo arrestano e lo conducono al più vicino commissariato, senza peraltro concedergli d’avvisare la moglie di quanto stava accadendo. Da qui comincia per l’ignaro e tranquillo contrabbassista una sorta di calvario, una brutta e spiacevole esperienza che lo proverà non poco.

Dopo “La finestra sul cortile”, “Caccia al ladro”, “La congiura degli innocenti” e “L’uomo che sapeva troppo” girati con la Paramount, Hitchcock faceva ritorno, con Il ladro, alla Warner Bros, per la quale aveva lavorato verso la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50.

Quella a cui il regista cominciò a lavorare era un storia che l’aveva colpito molto. S’ispirava a una vicenda realmente accaduta, ed era più che naturale che le vicissitudini di un innocente ingiustamente perseguitato lo coinvolgessero. Egli era convinto che da quella storia si potesse tirar fuori un film molto interessante, evidenziando sempre il punto di vista dell’uomo non colpevole, che deve patire ingiustizie e sofferenze, giungendo a rischiare anche la vita per un'altra persona.

Dopo cinque film a colori Hitchcock tornava, con “Il ladro”, al bianco e nero. Ed era proprio con la Casa di Produzione con cui era tornato adesso a lavorare che il maestro aveva realizzato gli ultimi suoi due film in bianco e nero nei primi anni ’50. La scelta di dare il ruolo del protagonista a Henry Fonda, un attore di norma impegnato in parti prettamente drammatiche, la diceva lunga. Hitchcock intese ricostruire fedelmente la vicenda e quindi si portò a New York e volle girare la pellicola proprio nei luoghi dove si erano svolti i fatti: Queens e a Manhattan. Per rendere maggiormente veritiera la storia stabilì che Fonda andasse per breve tempo a scuola di contrabbasso.

All’epoca de’ “Il ladro” era in vigore negli Stati Uniti il Codice Hayes, che stabiliva una serie di situazioni, di scene e termini che qualsiasi film doveva evitare. Però la censura non era un’esclusiva del cinema americano, ma c’era anche qui in Italia. Lo dimostra il fatto che il cognome italiano “Balestrero” della versione originale del lungometraggio, diventò da noi “Ballister”.  Di sicuro non era concepibile che un individuo di origini italiane potesse essere accusato di rapina, anche se poi scagionato perché vittima di uno scambio di persona.

Il nuovo film di Hitchcock rappresentava nel panorama cinematografico del maestro una vera e propria novità, e su questo la pubblicità batté a lungo, purtroppo senza successo. O forse fu proprio l’eccezionalità della pellicola a far disertare il pubblico dalle sale che dal regista si attendeva un ben altro prodotto. Nonostante tutto i critici ebbero parole positive nei confronti del film. Con “Il ladro”, Hitchcock, inguaribile innovatore, sempre alla ricerca di nuove tecniche per fare cinema, non intendeva rivolgersi solamente a una platea votata alla prova, all’esperimento, ma ad un pubblico molto più vasto. Era un lavoro non facile da fare: rispettare il più possibile quanto accaduto nella realtà e al tempo stesso costruire un film sufficiente accattivante e di forte presa sugli spettatori. In effetti il film scorre, per certi versi, in una sorta di equilibrio instabile, anche perché suddiviso in parti che rispondono a principi stilistici e narrativi differenti. Un’altra Importante novità racchiusa ne “Il ladro” è costituita dalla mancanza del mistero, in quanto le vicissitudini del protagonista nascono dalla totale chiarezza e dall’aspra normalità che lo circondano.

Ho paura della polizia. Ho sempre provato, come se fossi io il protagonista, le emozioni di una persona arrestata e condotta al commissariato dentro un’automobile. Il poveraccio guarda attraverso le sbarre la gente che entra in un teatro, che esce da un caffè, che fa la sua vita di ogni giorno con felicità…

Dal momento che provava tali sensazioni, è naturale che Hitchcock si immedesimasse nel personaggio principale del film. “Il ladro” resta un bel film, forse proprio perché duro, deciso, fuori da ogni schema. La struttura realistica rimarca la perenne ossessione del maestro, il tema della colpa e del doppio, la paura dell’imprevedibilità degli eventi, lasciando trapelare una messa in scena più aspra e inquietante del solito. Il film non rappresenta solamente un sasso in piccionaia, una sorta di caccia alle streghe nel sistema americano di quel tempo, ineccepibile per certi versi, ma capace d’innescare fenomeni come il maccartismo e la sua ricerca di un colpevole a tutti i costi.

C’è da dire pure che Hitchcock ne “Il ladro” non fa menzione nemmeno lontanamente a tutto questo. Un’altra differenza tra “Il ladro” e gli altri film del grande maestro sta nel fatto che Hitchcock questa volta mette la sua firma presentandosi esplicitamente, prima dei titoli di testa, per introdurre la sua coinvolgente vicenda.

Redazione: CineHunters

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Walter Matthau e Ingrid Bergman - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La storia di due ignari e incompresi innamorati, Julian e Stefania, è il cuore di “Fiore di Cactus”, una commedia teatrale andata in scena per la prima volta nel 1965 a Broadway, ispirata all’opera francese “Fleur de Cactus”, scritta da Pierre Barillet e Jean Pierre Grédy e rappresentata per la prima volta nel 1964. La prima assoluta a Broadway vedeva impegnati Lauren Bacall e Barry Nelson nei ruoli dei due protagonisti. La commedia conobbe un successo strepitoso con oltre due anni di repliche a teatro e venne trasposta al cinema dal cineasta Gene Sacks (celebre per l’adattamento de’ “La Strana coppia”) nel 1969 con un cast d’eccezione: Walter Matthau dava il volto a Julian, Ingrid Bergman vestiva i panni della segretaria Stefania e la giovane Goldie Hawn quelli di Toni.

La commedia ruota attorno al dentista, scapolo e donnaiolo, Julian, il quale, per evitare una possibile richiesta di matrimonio da parte delle sue innumerevoli amanti, paradossalmente si finge già sposato. La sua ultima conquista, la giovane Toni, presa dalla disperazione per non riuscire a intravedere un roseo futuro con l’amato, tenta il suicidio e viene salvata dallo squattrinato scrittore Igor, suo coetaneo e segretamente innamorato di lei. Il rimorso spinge Julian a chiedere a Toni di sposarlo, e per “sbarazzarsi” della moglie fittizia annuncia ad Antonia che divorzierà da lei, confessandole che il suo matrimonio era ormai già finito da tempo. Tuttavia, la sensibile e giovane ragazza decide di conoscere la moglie di Julian per sincerarsi che acconsenta di buon grado al divorzio. Messo alle strette, Julian implora la segretaria Stefania di fingersi sua moglie. Durante lo svolgersi delle esilaranti scene, generate da un susseguirsi di verità celate e ironici inganni, Julian scoprirà sempre più Stefania (segretamente innamorata di lui da sempre) mentre Antonia si avvicinerà a Igor. Sul finire delle vicende, gli amanti si uniranno con chi dovrebbero realmente stare e tra Julian e “Stephanie” sboccerà l’amore con la stessa intensità e dolcezza di un fiore di cactus.

Il film del 1969 fu un grande successo. La giovane Goldie Hawn, con i suoi modi candidi e garbati, accentuati da quel timido sguardo lanciato dai suoi due grandi occhi azzurri, conquistò la critica, vincendo il premio Oscar come miglior attrice non protagonista. Motivo d’orgoglio e di vanto della commedia sono le memorabili prove e le affinità mostrate dallo “spinoso” Walter Matthau e dalla “floreale” Ingrid Bergman, accentuate dall’alchimia espressiva percepibile in modo evidente durante le scene di reciproca gelosia.

“Lei è spinosa come quel suo maledetto cactus!”

Le piante non parlano, però ci dicono tanto. Esse sono pazienti ascoltatrici e attente lettrici dell’animo umano. Leggono, per l’appunto, tra le righe, si nutrono anche delle emozioni che infondiamo loro, quando tra il discusso e l’atteggiato ci capita di sfiorarle. Anche un piccolo cactus può divenire un arguto spettatore. E’ anch’esso una pianta ornamentale, e come tale sembra starsene silenziosa accanto a noi. Osserva i nostri movimenti senza mai mostrarsi indiscreta, scruta, pur essendo sprovvista di occhi dai fugaci sguardi, i nostri gesti, chissà, forse per scoprire i caratteri distintivi di ciascuno di noi. Il nostro cactus se ne sta fermo in un angolo della scrivania, irto nel suo bel vaso cosparso di soffice terriccio. Col suo colore verde intenso ravviva lo studio dentistico nel quale si trova. Stefania osserva sovente la sua piantina nel vano tentativo di veder sbocciare un fiore. Un fiore di rara bellezza, appunto il fiore di cactus. Ma la piantina di Stefania sembra non volerne sapere di fiorire…

Il cactus del lungometraggio se ne sta sullo sfondo come fosse un banale oggetto di scena. Viene inquadrato da lontano, in maniera apparentemente distaccata, poiché l’attenzione dell’occhio della camera è fisso sui due protagonisti che in quello studio trascorrono le loro giornate. Il cactus non proferisce parola alcuna, ma pare essere un catalizzatore degli eventi che si verificano intorno ad esso. La piantina vive una sorta di rapporto simbiotico con Stefania, la sua custode. Nel periodo in cui la donna soffre le poche attenzioni che Julian le riserva, il cactus risente di tale situazione esternando una certa rigidità. Non sembra possibile che, di lì a breve, un fiore sarà prossimo a mostrarsi nel suo splendore effimero eppure così elegantemente concreto. In verità, quel fiore, celato ancora per poco alla vista, esiste, attende soltanto il momento propizio per manifestarsi. Un po’ come l’amore tra Julian e Stefania, coltivato inconsciamente giorno dopo giorno e germogliato al momento opportuno.

Quant’è fugace la meraviglia di un fiore di cactus! Questi delicati fiori sbocciano una volta l’anno, e restano in vita soltanto ventiquattro ore. La vivezza cromatica di questi fiori è caduca, un dono estetico da noi pienamente apprezzato, perché consapevoli di trovarci difronte ad un omaggio temporaneo, gentilmente offerto al senso della vista. I fiori di cactus sembrano incarnare le bellezze della vita terrena, intensa ma soggetta al volere del tempo. E’ proprio il tempo a infondere ulteriore incanto ai momenti più belli della vita, vissuti con ancora più pienezza perché fuggevoli. Persino la felicità stessa, la più candida ed emozionante, vive di brevità, si articola in attimi, in minuti, al massimo qualche ora. Il fiore del cactus è un’allegoria cromatica dell’armonia. Se quel fiore vivesse in eterno non custodirebbe lo splendore di una vita vissuta; sarebbe di certo un’opera d’arte immortale ma, per quanto mirabile, non viva e palpitante.

Quando tra Julian e la segretaria starà per sbocciare l’amore si schiuderà anche il fiore del cactus, splendido, delicato e deciduo, metafora celebrativa per la nascita di un profondo sentimento appena fiorito. Nell’amore tra Julian e Stefania “i petali” non appassiranno, come se il loro rapporto rappresentasse il primo fiore di cactus che non avvizzisce dopo un solo giorno di vita: esso potrà beneficiare di un’esistenza, pur sempre mortale ma meravigliosamente intensa e ancor più durevole.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Tristezza, Amanda e la piccola bambina - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nell’America degli anni ’30, Sorrowful Jones (Walter Matthau) è proprietario di un centro scommesse. Il grande salone dentro cui è possibile osservare il programma delle gare ippiche, prendere nota delle quotazioni giornaliere, piazzare le dovute scommesse e regolarizzare le tante perdite al gioco è teatro di una frenetica attività clientelare. Tutti i giorni, con regolarità sorprendente, giungono al centro scommesse decine e decine di giocatori incalliti intenzionati a tentare la sorte. L’ufficio del proprietario si trova in fondo alla sala. Solitamente, la porta di quest’ultima stanza resta sempre ben chiusa. I pochi che hanno la possibilità di varcare la soglia dell’ufficio vi trovano seduto, dietro la scrivania, un uomo dall’espressione buffa, molto alto, decisamente burbero e altrettanto triste. Ah, quasi dimenticavo, per tutti Jones è noto come “Tristezza”. Non perché lui sia l’incarnazione di un pessimismo assoluto, più che altro perché i suoi modi di fare sembrano costantemente tristi, privi della benché minima vena d’ottimismo. “Tristezza”, di fatto, non è proprio un giocherellone a prima vista né una persona loquace e colloquiale. Si potrebbe affermare, senza essere smentiti, che “Tristezza” è una persona apparentemente introversa. Rinchiuso in quella sua camera d’ufficio, infatti, Jones passa in solitudine gran parte delle sue giornate, uscendo allo scoperto solamente per offrire ai propri giocatori un maggior tempo disponibile per saldare i loro debiti. Il più delle volte, tuttavia, egli finisce per pentirsi della generosità dimostrata, perché i “clienti”, invece di saldare il credito coi pochi soldi guadagnati, riprendono a giocare, incuranti dei rischi e aumentando così il passivo delle loro perdite.

Per “Tristezza” il luogo di lavoro è organizzato secondo un continuo andirivieni di persone dall’età sempre differente. Le sue giornate sono strutturate tramite un susseguirsi di “numeri”: numeri di gioco, numeri da affiancare alle gare dei cavalli, numeri inerenti le quantità di soldi guadagnati e di quelli perduti. Il tutto si alterna con la bramosia dei giocatori, i quali non riescono mai a darsi un freno. Sebbene appaia di primo acchito come un imperturbabile allibratore, egli si rammarica della frenesia con cui i suoi giocatori scommettono. “Tristezza” è dunque costantemente circondato da un ambiente calcolatore, in cui si muovono persone ingenue, talvolta avare, e su cui svettano numeri di perdite e di vittorie: numeri impersonali e pertanto freddi. Nella vita di “Tristezza” non c’è spazio per gli affetti personali. L’uomo pare aver scelto proprio questo lavoro poiché rassegnato dall’ambiente cittadino sozzo, corrotto e menefreghista che lo avviluppa, così da poter “tirare a campare” sull’ottusa cupidigia dei concittadini che tentano sempre di arricchirsi scommettendo. Jones non nutre interesse alcuno per le scommesse, eppure riveste il ruolo dell’impenitente allibratore. In verità, “Tristezza” non gioca, come tiene sempre a precisare ogniqualvolta qualcuno lo accusi di favorire il gioco d’azzardo; egli si limita semplicemente a “far giocare”, lasciando agli altri ogni libera scelta. “Lui non gioca, fa giocare!” - Questo medesimo, ironico motto verrà ripetuto anche dalla piccola bambina affidata alle amorevoli cure di “Tristezza”. Un momento! Non vi ho ancora parlato della piccola “Miss Marker”, vero? In questo caso, facciamo un passo indietro…

Un giorno, un accanito giocatore, arrivato al centro scommesse tenendo per mano la sua figlioletta, chiede una proroga di qualche ora per saldare un ingente credito. L’uomo vorrebbe piazzare un’ultima scommessa, credendo sia una vincita certa, che possa assicurargli una grossa somma di denaro. Sebbene restio, “Tristezza” accetta come pegno la piccola. Come prevedibile, il cavallo su cui il padre della bambina aveva puntato tutto il restante denaro perde la gara, concludendo la corsa della giornata all’ultimo posto. Prostrato dal suo ennesimo fallimento, l’uomo si suicida, lasciando la bambina a “Tristezza”.

Per la prima volta dopo molto tempo, “Tristezza” si relaziona con un’altra persona, senza più tenere a mente sfide a cavallo, gare all’ippodromo o quotazioni sui presunti favoriti. La graziosa bambina, paziente, timida e dolcissima intenerisce l’altero “Tristezza” il quale si affeziona a quell’esserino riconoscendola come sua figlia. Per prendersi cura di lei, “Tristezza” cambia completamente stile di vita, abbandona il suo scialbo e deprimente monolocale, e sperpera i propri risparmi per donare all’adorabile figliola una casa accogliente e confortevole, vestiti nuovi, pasti regolari e soprattutto un’istruzione scolastica.

“Tristezza” riscopre, attraverso la vicinanza della bambina, l’innocenza dell’infanzia, il candore tipico di quella delicata fase della vita in cui nascono e si accrescono in noi i sogni e le speranze. Quelle stesse speranze oramai dimenticate dall’arcigno “Tristezza”, un adulto che ha perduto, nel tempo e nel divenire, la leggerezza dello spirito, sostituita da un rassegnato cinismo dell’animo. Badate, il “Tristezza” di “E io mi gioco la bambina” non è di certo una rivisitazione insolita di Ebenezer Scrooge, il vecchio taccagno uscito dalla penna di Dickens, che rimane indifferente al patimento del prossimo. Dietro la patina di “bookmaker” insensibile e depresso, “Tristezza” nasconde un cuore d’oro, profondamente sensibile, generoso e prodigo. Un cuore palpitante di buoni sentimenti che non dovrà essere riconosciuto dalla venuta di tre spiriti purificatori, ma semplicemente “riscoperto” dalla carezza di una bambina, la quale risveglierà gli istinti candidi di un padre che attendeva solamente la venuta di una figlia per ritenersi tale.

“Tristezza” è una maschera del teatro tragico, espressiva come un’impenetrabile faccia marcata dalle stanche rughe e piegata dalla malinconia. L’ovale di detta, indecifrabile maschera impersonata da Matthau ha le fattezze di una smorfia sempre tendente al giù di morale. Nei suoi cinismi e nei suoi arcigni modi di porsi, “Tristezza” fa emergere la rassegnazione di una vita funesta che non ha preso la piega che l’uomo, intento per l’appunto ad indossare questa peculiare maschera, avrebbe sperato. “Tristezza” non è accigliato per carattere, ma perché lo è diventato, o per meglio dire perché lo hanno indotto, essendo rimasto preda di scenari macchiati dalla delinquenza e dall’apatia. Jones è un uomo che è diventato “Tristezza” in quanto “intristito” dagli accadimenti.

Eppure, celata dietro questa maschera tragica, se ne nasconde un’altra, una maschera più piccola ma al contempo più intima, che occulta l’espressione vera del suo animo. Una maschera, chi lo sa, forse appartenente al teatro comico, che vede nell’espressione gioviale la testimonianza di una ritrovata felicità. “Tristezza” si mostra di solito con il proprio tipico “mascheramento” rassegnato, fin quando l’affetto di quella bimbetta non muterà il suo “costume di scena”.

Il centro di scommesse di “Tristezza” sorge su di una particolare zona caduta sotto il controllo di un tirannico gangster (Tony Curtis), vecchio conoscente di Jones. Il gangster Blackie obbliga “Tristezza” a supportarlo nel dare luogo a un casinò nella villa di una donna di buona famiglia. E’ così che “Tristezza” conosce la bellissima Amanda (Julie Andrews) di cui si innamora. Amanda si lega immediatamente alla piccola che “Tristezza” porta sempre con sé, accudendola con sempre maggiore affetto. Amanda e “Tristezza”, suscitando le ire e la gelosia di Blackie, tra battibecchi e litigi continui trovano sempre il modo di educare la piccola come fossero già una famiglia.

Amanda toglie finalmente l’aspra, la dura e l’ingannevole velatura di “Tristezza”. “Lei è tutto finto…” asserisce Amanda con decisione, non è burbero o egoista come vuol sembrare, e prosegue - “come mai non l’ha mai scoperto nessuno? Evidentemente non ci hanno mai provato, oppure ci hanno provato e lei non gli ha permesso di scoprirlo.Amanda “smaschera” con abilità “Tristezza”. La donna scioglie il nodo che legava le imponenti maschere all’uomo e le getta a terra, trovandosi davanti un libro al posto della persona; un libro, un volume “vissuto” e mai letto da alcuno. Sarà lei la prima lettrice empatica di quell’animo umano.

In effetti, “Tristezza” appare come un tomo dalla copertina raggrinzita, consunta, che proprio al primo impatto non ci invoglia a leggere le scritte contenute nelle sue pagine. Non si giudica mai un libro dalla copertina, è un adagio assai noto, nonostante molte persone continuino a farlo. Nessuno mai ha provato a scoprire se dietro la scorza scostante di “Tristezza” si nasconda qualcosa di speciale, un cuore da eroe, magari. “Tristezza” ha, di fatto, il cuore di un nobile incompreso che batte nel corpo di un povero dai modi di certo non eleganti, ed è per questo che nessuno ha mai provato a scorgerlo. Amanda osserva oltre la superficie, e così, di colpo, agli occhi di un’attenta e fine lettrice, “Tristezza” si mostra come un libro aperto, su cui lei è la prima a posare lo sguardo e a leggere le parole veritiere che, con tale difficoltà, faticavano a mostrarsi.

E’ il passo compiuto che il film fa dell’esaltazione d’affinità nell’amore corrisposto. Dopotutto, ognuno di noi è un libro che viene capito e amato soltanto da chi quella lettura riesce ad apprezzarla in tutti i suoi aspetti. I freddi numeri del centro scommesse vengono così sostituiti nella vita di “Tristezza” dalle calde parole di un libro appena aperto. Finalmente, dopo una lunga ed estenuante rassegnazione all’indifferenza degli altri, “Tristezza” ha trovato la donna che riesce a vederlo per come è realmente. Con lei convolerà a nozze e otterrà l’affidamento della bambina, la splendida creatura che ha cambiato la sua spenta esistenza, riaccendendola.

“E io mi gioco la bambina” è una commedia meravigliosa, una vicenda rivolta agli inguaribili romantici, una storia che fa del sentimento il cuore pulsante di tutta la narrazione.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potete leggere il nostro articolo "Walter Matthau - Il valore della commedia nel palcoscenico della vita" cliccando qui.

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A causa di una valanga che impedisce il passaggio del treno, alcuni viaggiatori sono costretti a pernottare in un piccolo albergo situato in uno sperduto paesino di montagna nell’immaginario stato di Bandrika, nel cuore dell’Europa, governato da un dittatore. Del gruppo fanno parte una coppia di amici e due amanti clandestini, oltre a due donne, già ospiti dell’albergo, una giovane che deve tornare a casa per sposarsi e una anziana che riveste il ruolo di simpatica governante.

Nell’autunno del 1937, dopo aver concluso le riprese di “Giovane e innocente”, Hitchcock si mise subito al lavoro per cercare un nuovo soggetto. Ci sono due versioni di come il maestro arrivò al romanzo da cui poi trasse il suo film. Una è quella che fu lo stesso Hitchcock a pensare al libro di Ethel Lina White “The Wheel Spins”, l’altra invece narra che non riuscendo a trovare nulla che lo interessasse veramente, il maestro chiese al produttore Edward Black se aveva qualche bel soggetto da dargli. Black si ricordò di una sceneggiatura scritta l’anno prima da Gilliat e Launder, tratta dal romanzo della White, che era però stata messa da parte, sebbene ci si stesse già lavorando su da tempo. Infatti, nell’estate del ’38, una troupe mandata in Jugoslavia per le riprese esterne venne bloccata dalla polizia e rimandata in Inghilterra, in quanto le autorità jugoslave, dopo aver letto la sceneggiatura, l’avevano ritenuta offensiva per il Paese. Quel progetto cinematografico fu dunque accantonato.

Comunque sia andata la vicenda, Hitchcock fu entusiasta del lavoro dei due sceneggiatori, apportando solo delle piccole modifiche, e cioè aggiungendo e togliendo qualcosa.

Felice fu anche la scelta degli interpreti principali. Margaret Lockwood, che qualche anno dopo sarebbe diventata l’attrice cinematografica più popolare in Gran Bretagna, era una fan dei romanzi scritti dalla White e interpreto quindi il suo ruolo con grande entusiasmo. Michael Redgrave, promettente attore teatrale, apparteneva alla compagnia del celebre John Gielgud e aveva già lavorato con Hitchcock ne “L’agente segreto”. Tuttavia, al contrario della Lockwood, Redgrave ne era ben poco entusiasta. Anche gli attori che interpretavano personaggi minori recitarono ottimamente; Naunton Wayne e Basil Radford, nel ruolo dei due amanti del cricket, ebbero un tale successo che in seguito furono chiamati a ricoprire parti simili, spesso in coppia.

Il film fu realizzato con un budget molto modesto: fu infatti girato interamente in studio, utilizzando per gli esterni dei modellini. Quando nell’ottobre del ’38, “La signora scompare” uscì nelle sale inglesi, riscosse un enorme successo, e ben presto anche in America. A New York rappresentò l’evento della stagione cinematografica natalizia; il New York Times lo giudicò il film migliore dell’anno, mentre Hitchcock ricevette il New York Critics Award come miglior regista del 1938.

“La signora scompare” è uno dei film più movimentati di Hitchcock e più ricchi di colpi di scena. Così come il treno su cui viaggiano i personaggi attraversa località e paesaggi diversi, il film si snoda sui classici temi del cinema del maestro: spionaggio, suspense, fuga, amore contrastato, identità false, ostilità. Il tutto pervaso da un umorismo fresco e vivace che è tipico di un Hitchcock giovane e che diventerà col passare degli anni cupo e amaro.

Di sicuro non va preso sotto gamba l’aspetto politico del film. Erano, quelli, anni bui, e molteplici segnali facevano presagire la guerra imminente. Sotto la guida del conservatore Chamberlain la Gran Bretagna portava avanti nei confronti della Germania nazista, sempre più aggressiva e pericolosa, una politica di non intervento che sarebbe sfociata nel settembre del 1938 negli accordi di Monaco. L’Europa centrale e la penisola balcanica erano sotto regimi dittatoriali; in Spagna i franchisti combattevano una spietata guerra intestina, appoggiati dai fascisti italiani e dai nazisti. Nel film “La Signora scompare” si respira tutto questo e lo stato di Bandrika può essere paragonato all’Europa, mentre la carrozza ristorante del treno richiama il luogo dove gli inglesi si ritrovano a sorseggiare il tè; in altre parole la Gran Bretagna stessa. Al di là del lieto fine e sotto quella patina rilassante e sbarazzina, “La signora scompare” lascia trasparire moniti drammatici e oscuri presagi.

“La signora scompare” è anche un omaggio a uno dei mezzi di trasporto più importanti e popolari del ventesimo secolo. Il lungometraggio è, infatti, quasi interamente ambientato su un treno. Ma in molti altri suoi film Hitchcock ha riservato al viaggio in treno un ruolo importante: da “L’agente segreto” a “Il club dei trentanove”, da “Intrigo internazionale” a “L’ombra del dubbio”, da “Il sospetto” a “Io ti salverò”. Anche in questo, come in tutti i film, Hitchcock ha posto la sua firma. Lo si può notare mentre cammina lungo una banchina della Victoria Station di Londra.

Che il grande maestro fosse impaziente in quel momento? Chi può saperlo, forse voleva trasmettere l’idea dell’indugio, dell’attesa di un mezzo che potesse trasportalo verso la sua prossima esplorazione artistica. “La signora scompare” fu infatti uno degli ultimi film appartenenti al periodo inglese del regista britannico, ormai pronto a volgere la propria attenzione al cinema hollywoodiano. Il viaggio “tortuoso” lungo i binari del film sembra preannunciare l’imminente “traversata” che Hitchcock compirà dall’Inghilterra all’America per giungere alla tanto agognata meta statunitense e dare inizio a un nuovo percorso artistico.

Un remake de “La signora scompare” è stato realizzato dal regista Anthony Page nel 1979, interpreti Elliott Gould e Cybill Shepherd, con il titolo “Il mistero della signora scomparsa”.

Redazione: CineHunters

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"Il miracolo della 34ª strada" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

L’accusa, imperterrita, esortava il giudice Harper a sancire la condanna. “E’ la vigilia di Natale, tutti noi vogliamo fare ritorno alle nostre case…” affermava con impazienza l’avvocato. Nessuna prova a sostegno della difesa era pervenuta tra le mani dei legali di Kris Kringle, l’imputato chiamato a processo. Tuttavia, Kringle appariva pur sempre sereno. I suoi occhi fissavano la corte con immutata fiducia.  Quel simpatico vecchietto con quella folta barba bianca che gli copriva parte del viso, non smetteva mai di sorridere a chiunque incrociasse il suo sguardo.  Forse perché egli sapeva che un’espressione solare e bonaria fosse in grado di rassicurare il cuore di un interlocutore ancor prima di una parola pronunciata. Poco prima che il giudice ponesse fine alle “ostilità” in tribunale e pronunciasse la propria condanna, accompagnata dal canonico colpo di martelletto, l’avvocato difensore dell’anziano Kringle rientrò in aula con in mano le tante agognate “prove”. “Vostro onore, posso ora dimostrarle che Kiss Kringle è…il vero Babbo Natale”. Avete letto con attenzione? L’udienza che si stava perpetrando era volta ad emettere una sentenza piuttosto particolare: se il signor Kris Kringle fosse realmente Babbo Natale? Ma come può un uomo essere Babbo Natale? Tutti noi siamo consapevoli della sua inesistenza. Il signor Kringle doveva essere un “pazzo” se affermava con tale convincimento d’essere il papà del Natale. Ma prima di scoprire il fato cui andrà incontro il signor Kringle, facciamo un passo indietro, per riscoprire una storia incastonata tra l’immaginazione e la realtà, tra il vero e la finzione, tra il genio e la follia

  • La verità così è…

Kris Kringle, quell’arzillo vecchietto che si aggira per le strade di New York, è Babbo Natale. E’ la verità, perlomeno quella che l’opera vuol suggerirci. Del resto dovremmo tutti noi essere coscienti che non esiste l’assoluta verità, e che l’idea d’essere depositari di una sola verità non è che un’illusione costruita dall’uomo. Come nella vita così in un copione teatrale o cinematografico, la verità esiste secondo certi punti di vista che sfuggono dalla coercizione di una visione univoca.  Dunque, perché il personaggio di Kringle dovrebbe mentire se crede d’essere Babbo Natale? State vedendo un film natalizio, e colui che ricorda nell’aspetto, nei modi di porsi e nell’atteggiamento Babbo Natale, deve essere Babbo Natale. Riponiamo questa fiducia nel personaggio quasi come fosse una sottintesa ovvietà. Così è…se vi pare. La verità, alle volte, non è poi così chiara né dev’essere necessariamente a senso unico. Perché Kringle dovrebbe essere Babbo Natale? Non è arrivato dal cielo in sella alla sua slitta trainata da Impeto, Furia, Saltarello, Brontolo, Cometa, Cupido, Freccia, Fulmine, le sue amate renne. Non indossa il suo classico costume rosso scarlatto, anzi i suoi indumenti sono quelli di un distinto signore che passeggia in un giorno di fine dicembre “calzando” un elegante cappotto. Egli pare, a tutti gli effetti, un uomo qualunque. Nessun alone di impalpabile magia aleggia attorno alla sua figura né incantesimo alcuno viene pronunciato dalla sua bocca e filtrato dalle sue mani. E’ Babbo Natale solo perché dice di esserlo; ma perché dovremmo credergli? Proprio su questo interrogativo vorrei porre l’attenzione. Se un uomo qualunque venisse da noi e ci confessasse d’essere il signore della Notte di Natale non gli crederemmo di certo. Le nostre convinzioni sarebbero irremovibili: Babbo Natale non esiste. Dunque, perché sin dai primi minuti tutti noi spettatori siamo così pienamente convinti che Kriss Kringle dica il vero? Perché è un film! E la sospensione dell’incredulità ci invoglia a porre in lui la nostra fede. E’ proprio sul concetto di fede che il lungometraggio del 1947 “Il miracolo sulla 34ª strada” espleta la propria indagine.

Avere fede significa voler credere strenuamente in ciò che non si può né vedere né toccare, poiché la tangibilità può sostituire la fede con la certezza, e diventare pertanto evidenza. Persino in una narrazione filmica il pubblico può essere stimolato nello sperimentare una prova di fede. Il personaggio di Kris Kringle sembra sbucato fuori dal nulla, fuoriuscito dall’ignoto, emerso da una breccia in grado di demarcare il confine terreno tra l’incontenibile fantasticheria e la ragionevolezza più calcolatrice. Egli afferma d’essere nato e vissuto al Polo Nord, eppure gli unici suoi trascorsi registrati e documentati riportano che ha vissuto negli ultimi mesi presso una clinica per anziani rimasti soli e affetti da turpe mentali.

  • Fantastica follia

Che Kringle sia, in verità, un folle? Ma a tal proposito cos’è propriamente la “follia”? Si può compendiare l’affabulante personalità di un uomo, il suo estro sognante e la sua fantasia contagiosa e debellarla come mera deturpazione mentale? Kris Kringle interpreta il mondo con gli occhi di chi crede che dietro ogni cosa si celi un pizzico di magia. E così facendo, la realtà che si materializza sotto i nostri occhi viene vista e riletta secondo una prospettiva irreale, e per questo tendente alla fantasia più sferzante. Kringle è un folle o l’esatto contrario, vale a dire un “genio”?  Guardare il mondo esterno con gli occhi di chi sogna significa trasformare tutto ciò che ci circonda nella nostra personale tela pittorica sulla quale poter imprimere pennellate di colori. Volgendo gli occhi al cielo, vediamo la volta celeste solitamente tinta di un azzurro chiaro, con qualche nuvola di bianca consistenza simile alla candida seta. Non sarebbe del medesimo avviso Vincent Van Gogh, che osservava il cielo buio della notte e ne scrutava i dettagli che fuggivano dalla vista superficiale dei più. Nessuno indugiava ad ammirare i gorghi vorticosi che si stagliavano nel cielo, nessuno contemplava le luminescenze di quella notte stellata che lui, nei giorni seguenti, dipinse con trasporto. Perché il cielo di Van Gogh è soltanto un’interpretazione soggettiva? Perché non può essere una visione condivisa da chi sente che quella tela rispecchi anche il proprio sguardo sul mondo e su quel tetto azzurro che permane immobile sopra il nostro capo? E’ dunque una realtà distorta quella rivista dai pittori, dai poeti, e dai sognatori? E’ semplicemente un modo di abbracciare la vita, che antepone alla più fredda ragionevolezza un animo fantastico. Kringle, con la sua geniale follia, incarna dunque il credo nell’inaspettato.

"Notte stellata" di Vincent Van Gogh

 

E’ forse un folle Kris Kringle nel voler ammirare il mondo con una tale vivezza e con una gioia cromatica in grado d’esaltare i colori della positività dell’animo umano. Del resto, in un tempo in cui nel periodo di Natale il messaggio della festività è stato totalmente stravolto per venire piegato al bieco guadagno economico, è “folle” il comportamento di questo Babbo Natale, uomo nella norma che crede d’essere speciale. La storia gioca così con la fiducia del pubblico, il quale viene messo alla prova. Gli spettatori avranno fede? Crederanno nell’esistenza di Babbo Natale? Kringle resta costantemente un uomo comune, all’apparenza. Nessun evento straordinario sembra essere generato dal suo volere. Ma non è mediante la manifestazione della magia, nell’esternazione compiuta e vedibile che va ricercata la fede, del resto, in tal caso, non si tratterebbe più di fede. Sebbene Kringle non compia prodigi con le proprie arti magiche, egli comincia a mutare il mondo che lo circonda e lo fa mantenendo prettamente un atteggiamento normale. Quando viene assunto per indossare i panni di un “finto” Babbo Natale ai grandi magazzini Macy's di New York, Kris suggerisce ai genitori che incontra di comperare i regali nei negozi che offrono l’offerta migliore. Un agire il suo che lascia sgomenti tutti i suoi superiori e che stupisce gli acquirenti, colpiti dall’onestà di quello che credono un semplice dipendente. Supponendo che sia una mossa pubblicitaria, tutte le altre catene di negozi si regolano di conseguenza, suggerendo ai loro acquirenti di acquistare i doni dove potranno risparmiare. La corsa al guadagno viene disfatta dalla “magia” di questo Babbo Natale, il quale, agendo nella sfera del normale, compie un qualcosa di eccezionale.

E proprio ai grandi negozi Macy’s, Kris conosce Doris Walker, interpretata dalla meravigliosa Maureen O’Hara, una madre che ha cresciuto la figlia Susan non facendola mai credere nel fantastico, non raccontandole mai alcuna fiaba né favola di qualsiasi genere. Doris non vuole che la piccola si illuda, che la sua mente si perda tra lande infinite di immaginazione, poiché lei stessa rimase ferita da un sogno, quando un uomo si finse solamente un principe azzurro prima di abbandonarla per sempre.

  • Amara verità, dolce bugia

Cos’è vero, cosa non lo è, e come capirlo? Ed è dunque ad un processo che si può stabilire cosa sia vero e cosa no. Una corte, un giudice, una giuria, un accusatore e un difensore sono lì ad assistere e a dibattere sulla veridicità di un tema inusuale e assurdo: se Kris Kringle sia realmente Babbo Natale. L’amara verità indurrebbe tutti i presenti a pronunciare un verdetto contrario, che svilisca ogni forma di speranza nell’esistenza di una creatura magica; la dolce bugia, invece, spingerebbe i diretti interessati a proclamare un responso che scagionerebbe Kris. Ma come si può ammettere che egli sia davvero Babbo Natale? Ecco che l’avvocato difensore, Fred Gailey, uomo innamorato di Doris e da sempre amante della fantasia tersa e intellegibile, irrompe nuovamente sulla scena con in mano le prove. Sono solo tre lettere scritte da tre bambini e indirizzate a Kris, a Babbo Natale. A seguito di queste tre lettere, migliaia e migliaia giungono in tribunale, portate da postini provenienti da tutto il mondo. Ecco che la verità non è più ciò che così è se pare ai più, ma diventa un qualcosa che così è…se viene creduta dai più. I bambini, i veri depositari della verità incontaminata, credono in quell’uomo, credono che lui sia il vero Babbo Natale e lo fanno senza il bisogno d’avere alcuna prova. Se Kris rassicurava gli spiriti dei suoi cari semplicemente con lo sguardo, questa volta, veniva salvato dal potere della parola scritta, quella impressa su carta dai piccini che credono in lui. La fede dei bambini intenerisce la giuria e il giudice scagiona Kris. L’amara verità si mescola alla dolce bugia creando un sapore agrodolce, dove la bubbola e l’autenticità si amalgamano senza più differenze. Doris torna a credere nella magia, e con lei la piccola Susan, la quale ottiene sul finale il regalo che tanto aveva desiderato: una casa nuova dove poter vivere con la mamma e il suo nuovo papà, Fred. Era il dono che Susan aveva confessato a Kris di volere, il quale, senza magia alcuna, era riuscito a donarle.

Quello di poter vivere la vita attraverso l’immaginazione più dominante è il proposito che quanti più di noi dovrebbero prefissarsi allo scoccare di un nuovo anno. L’immaginazione non consiste soltanto nel vedere cose che nella realtà non esistono. La fantasia è un paese dalla natura del tutto particolare. Un mondo avulso dalla realtà circostante, nel quale possiamo lanciare palle di neve in spiaggia nel mese di agosto, in cui siamo padroni di una nave e facciamo rotta ogni giorno per i mari della Cina, dove possiamo diventare la Statua della Liberta all’indomani di un nuovo giorno, pronti ad ammirare il sorgere del sole da un’altezza titanica, e nello stesso pomeriggio poter volare verso il sud con uno stormo di anatre. E’ quanto mai possibile varcare quel mondo ed è così meravigliosamente semplice poterlo fare.

Ci vuole solo un po’ di pratica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il sipario strappato” è un film di Alfred Hitchcock, uscito nelle sale nel 1966 e distribuito dalla Universal.

Il titolo originale dell'opera Hitchcockiana è "Torn Curtain". Curtain in inglese significa sia “sipario” sia “cortina”: il riferimento è naturalmente alla “cortina di ferro” dell’epoca della guerra fredda in cui la storia si dipana lungamente come un drappo di sipario consunto.

Dopo il disastroso flop di “Marnie” sia di pubblico che di critica, per Hitchcock si rendeva necessario girare un film che gli risollevasse anche il morale. Dopo essersi dedicato a tre differenti soggetti senza arrivare a nessuna conclusione, il regista decise di realizzare un film di spionaggio. Si trattava di un filone di cui fino a poco tempo prima Hitchcock era ritenuto un maestro. Il soggetto de “Il sipario strappato” trae spunto da una vicenda verificatasi nel 1951 e che aveva a suo tempo suscitato scalpore: due rinomati diplomatici inglesi Guy Borgess e Donald Maclean, avevano inaspettatamente deciso di rifugiarsi in URSS. La stesura della sceneggiatura fu piuttosto travagliata. Dopo le prove insoddisfacenti di alcuni sceneggiatori britannici, Hitchcock affidò lo script al romanziere Brian Moore, ma non completamente soddisfatto, chiese aiuto a due drammaturghi e sceneggiatori inglesi, Keith Waterhouse e Willis Hall, autori fra l’altro del grande successo teatrale “Billy il bugiardo”.

Anche le riprese del film non furono molto felici; il maestro non si trovò a suo agio con gli attori protagonisti, che, per certi versi, gli erano stati imposti dalla produzione.  Le maggiori difficoltà si riscontrarono con Paul Newman, che aveva frequentato l’Actor’s Studio e di conseguenza portato a intervenire nella definizione del suo personaggio, cosa che Hitchcock non sopportava. I compensi degli attori sottrassero poi i fondi necessari a mandare oltre oceano una troupe americana. Ma la cosa che andò peggio fu il commento musicale che Hitchcock affidò al suo vecchio collaboratore Bernard Hermann. Il maestro non rimase contento del risultato ottenuto e quindi chiese la collaborazione di un altro compositore. Fu così che tra Hitchcock e Hermann si aprì un’inaspettata spaccatura collaborativa che non venne più ricucita. Di sicuro migliore apparve il rapporto con il direttore della fotografia, John F. Warner. Anche all’illuminazione venne data molta importanza e una cura quasi maniacale fu dedicata alla realizzazione di una fotografia limpida e fredda, intonata perfettamente al clima della vicenda narrata. Però, malgrado tutti gli accorgimenti messi in cantiere “Il sipario strappato” non ebbe il successo desiderato, stroncato dalla critica e non tanto apprezzato dal pubblico, in quanto il film appartenente al filone dello spionaggio si presentava piatto, stanco, puerile. Tutto dava ad intendere che l’idillio fino a quel tempo vissuto fra Hitchcock e il pubblico era definitivamente tramontato.

In effetti, “Il sipario strappato” presenta più di uno strappo, più di una lacerazione: la sceneggiatura lascia a desiderare, la narrazione si disperde in parecchi rigagnoli e diventa frammentaria e ripetitiva. Il ritmo non è quello dei migliori film di Hitchcock e si nota una certa rilassatezza. Ciò che manca ne “Il sipario strappato” è la capacità di coinvolgere lo spettatore, di farlo “interagire” con i personaggi. A tratti però il film è anche gradevole e si lascia guardare in tutto il suo humour graffiante.

Scriveva Hitchcock in merito al suo film e a quanto sia difficile uccidere: “Con questa lunghissima scena di assassinio ho voluto innanzitutto prendere in contropiede uno stereotipo. Di solito, nei film, un assassinio si svolge molto velocemente: un colpo di coltello, un colpo di fucile, il personaggio dell’assassinio non si sofferma nemmeno a esaminare il corpo per vedere se la sua vittima è morta o no. Allora ho pensato che fosse arrivato il momento di far vedere quanto è difficile, arduo e lungo uccidere un uomo. Grazie alla presenza del tassista davanti alla fattoria, il pubblico non ha obiezioni al fatto che l’assassinio debba essere silenzioso; questo spiega perché non si possa neanche porre il problema di sparare un colpo di arma da fuoco. Conformemente al nostro vecchio principio, l’assassinio deve essere eseguito con mezzi che ci vengono suggeriti dal posto e dai personaggi. Siamo in una fattoria ed è una contadina che uccide; quindi utilizziamo degli strumenti domestici: la pentola piena di minestra, un trinciante, un badile e infine il forno della cucina a gas”.

Per “Il sipario strappato” Hitchcock aveva girato una scena che poi decise di eliminare, in parte perché allungava troppo la storia, in parte perché non era contento di come Newman l’aveva interpretata. La scena, di grande tensione e humour nero, era successiva a quella dell’assassinio di Gromek e si svolgeva in una fabbrica che Armstrong visitava in compagnia dei funzionari governativi.

Come sempre, anche ne "Il Sipario strappato" Hitchcock ha cercato di evitare il più possibile stereotipi ed elementi scontati, cosa tanto più difficile trattandosi di un film di spionaggio, genere allora molto frequentato.

Sappiamo tutti che Hitchcock si divertiva a firmare i suoi film comparendo come per caso in una breve inquadratura. Lo ha fatto anche nel Sipario strappato: lo si può scorgere nella hall di un albergo, mentre ha in braccio un bambino impertinente.

Redazione: CineHunters

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"La mia Africa” è un film del genere drammatico, biografico diretto da Sydney Pollack nel 1985, con Meryl Streep, Robert Redford e Klaus Maria Brandauer. Altri interpreti sono: Michael Cough, Malick Bowens, Kenneth Mason, Mike Bugara, Muriel Cross, Graham Crowden, Suzanna Hamilton, Job jeda, Rachel Kempson, Stephen Kinvaniui, Michael Kitchen, Joseph Thiaka, Mohammed Umar, Leslie Phillips, Shane Rimmer, Donal McCann.

La pellicola è ispirata all’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen anche se presenta alcune discrepanze rispetto al testo della scrittrice.

Nel 1913, all’approssimarsi della Grande Guerra, una giovane donna danese, Karen Dinesen, parte per il Kenya per raggiungere e sposare il fratello del suo amante, un certo barone Bror Blixen, basandosi sul loro rapporto di grande amicizia ma anche sugli obiettivi comuni, primo fra tutti la conduzione di una fattoria per la produzione di latte nel continente africano. Durante il viaggio ha l’occasione di conoscere Denys Finch Hatton, un cacciatore che ha scelto di passare la sua vita immerso nella natura e a contatto con gli abitanti del luogo.

Giunta alla fattoria, scopre con grande delusione che il marito ha invece intrapreso la coltivazione del caffè, cosa non adatta a quelle altitudini rappresentate dall’altopiano N’gon. Resta il fatto però che col trascorrere dei giorni, Karen si lega sempre di più alla sua fattoria, ai domestici, ai contadini che curano la piantagione, così come al clima e agli scorci mozzafiato. Con il passare del tempo il rapporto tra i due comincia a incrinarsi fino al progressivo disfacimento del loro matrimonio. Quindi Karen inizia a frequentare il cacciatore Denys Finch Hatton, conosciuto tempo prima, e finisce per innamorarsene. I due vivranno un’intensa storia d’amore fuori dal comune che segnerà per sempre le loro vite.

“La mia Africa” rimane sempre una storia d’amore senza tempo, resa vivida e palpitante dalla suggestività dei luoghi, in un ambiente magico e fortemente espressivo. Al cospetto di una natura primitiva, in spazi che si perdono a vista d’occhio, tra suoni e profumi della foresta, tra leoni e ippopotami, tra gazzelle e giraffe, Karen e Denys sviluppano i loro sensi fino a cercare un precario equilibrio tra legge della natura ed eleganza. E’ così che Karen diviene la cacciatrice e Denys la preda irraggiungibile, sempre in movimento prima nei safari poi in volo col suo biplano giallo. La sola occasione in cui Karen acchiappa la sua preda è quando lega il suo uomo con il laccio rappresentato dalle parole che scaturiscono dalla Shahrazad de “Le mille e una notte”.

Nel film viene evidenziata la distanza che intercorre tra il mondo dei colonizzatori e quello degli indigeni. In effetti gli stessi nativi africani diventano prede difficili da raggiungere, legati come sono alle proprie tradizioni e alle loro credenze, e quindi è insperabile che un colonialismo, anche sfrenato, possa sottometterli. Denys è l’unico a non imporre un modello europeo, anzi cerca egli stesso di far aderire la sua mentalità a quella africana, mettendo da parte luoghi comuni e ostacoli culturali.

A molti anni di distanza dalla sua uscita nelle sale, “La mia Africa” resta un grande film dal carattere prettamente sentimentale, capace di affascinare ancora oggi. Fra i vari personaggi, a fare breccia nel cuore e nella mente dello spettatore c’è la meravigliosa Meryl Streep, che dà forma, voce e anima a una donna dal carattere forte, ma anche tanto carente d’affetto. Attraverso i suoi occhi che sono gli stessi di chi ha scritto il romanzo possiamo rivedere riflesse le figure di due uomini diversi caratterialmente ed esteticamente, ma simili nell’incapacità di perseverare nella medesima situazione.

La mia Africa” non è solamente una tormentata storia d’amore, ma è soprattutto un monito per superare ostacoli mentali, per poter giungere a sentirsi liberi dai vincoli e dai legami della società.

Un finale non di certo scontato e dalla forte presa emotiva. Una pellicola a cui si deve riconoscere il merito d’aver fatto sognare chiunque l’abbia vista, ammirata, gustata appieno. Un film capace di raggiungere le corde più intime della nostra anima.

Il film ha conquistato nel 1986 ben sette Premi Oscar, come Miglior film, Migliore regia, Migliore sceneggiatura non originale, Migliore fotografia, Migliore scenografia, Miglior sonoro, Miglior colonna sonora, e altre quattro Nomination. Sempre nello stesso anno ha ottenuto tre Golden Globe come Miglior film drammatico, Miglior attore non protagonista, Miglior colonna sonora, e tre Nomination. Ancora nel 1986 vinse il Davide di Donatello come Miglior film straniero e come Miglior attrice straniera, e si aggiudicò ben quattro Nomination. Nel 1987 si è aggiudicato tre Premi Bafta, come Migliore sceneggiatura non originale, Migliore fotografia e Miglior sonoro, e quattro Nomination. Non si contano inoltre gli innumerevoli Premi ottenuti dal film sia in Europa che in America.

Redazione: CineHunters

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Tra i soggetti cinematografici più duraturi si può di sicuro menzionare la leggenda di Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda. Tra queste imponenti produzioni figura “Camelot”, film del 1967 diretto dal regista Joshua Logan e intrepretato da Richard Harris, Vanessa Redgrave, Franco Nero, David Hemmings, Lionel jeffries, Laurence Naismith ed Estelle Winwood.

Al centro della narrazione c’è il mito di re Artù e della Tavola rotonda: quella intorno a cui siedono i cavalieri senza distinzioni gerarchiche fra loro (per questo la forma è rotonda). Accanto ad Artù si staglia la figura di Merlino, un mago dotato di poteri superiori, che però egli usa a fin di bene e contro le potenze del male, e in cui si può rintracciare l’impronta degli antichi druidi (i sacerdoti pagani delle antiche popolazioni celtiche). Poi ci sono i cavalieri, personaggi ben distinti a seconda dei rispettivi caratteri. I più importanti sono Lancillotto, Tristano e Parsifal, anche se nel lungometraggio si dà maggiormente risalto al ruolo di Sir Lancillotto e alla storia d'amore tra lui e Ginevra.

Lancillotto impersona il tipo nuovo di cavaliere protagonista del Ciclo Bretone, rappresentato con tratti appassionati e mondani. In lui ci sono la fedeltà al sovrano ma anche, all’occorrenza, il dramma e lo sconcerto del tradimento nei suoi confronti; il coraggio e l’eroismo; il senso estremo dell’avventura, che si realizza non solo nelle imprese connotate dal conflitto con altri uomini e con altre forze terrene, ma anche affrontando potenze soprannaturali, misteriose e magiche; e, infine, il sentimento amoroso, che esercita su di lui un dominio possente. Ginevra, moglie di re Artù, rappresenta la leggendaria principessa per cui il cavaliere si batte. Così sullo sfondo del contesto si profila il tradimento.

Re Artù conduce la giovane consorte Ginevra nel castello di Camelot col preciso intento di portare la pace e la giustizia nel suo regno. Per far ciò riunisce attorno a sé il più illustri e valorosi guerrieri. Fra questi giunge dalla Francia Lancelot, che per le sue alte virtù, è oggetto di scherno da parte degli altri cavalieri, e anche dalla giovane regina. Ginevra, per tastare le sue qualità, lo mette alla prova, organizzando un torneo nel quale Lancelot finisce per battere tutti i suoi avversari. Da questa prova di forza e d’eleganza Ginevra comincia a vederlo con occhi diversi, fino a quando se ne innamora perdutamente, essendo da lui ricambiata. Il Re nonostante le voci di palazzo e alcuni comportamenti della giovane sposa non vuole credere al tradimento, e per sgombrare dalla propria mente ogni dubbio, ma soprattutto per far cessare il chiacchiericcio, istituisce un tribunale che dovrà valutare le prove. Senonché al castello arriva Mordred, un figlio illegittimo di Artù, un giovane insensibile e malvagio, il quale sorprende in atteggiamento amoroso i due amanti. Ginevra viene così condannata al rogo mentre Lancelot riesce a scappare e mettersi i salvo. Il giorno fissato per l’esecuzione, Lancelot dopo essere giunto in tempo per salvare la vita alla principessa la conduce al cospetto di Re Artù per l’ultimo saluto, in quanto ella ha ormai fatto la sua scelta: passerà il resto della vita in convento.

Re Artù

 

In origine “Camelot” nacque come musical da recitare in teatro, ed in effetti ci fu a Broadway, alla sua uscita, un grande successo di critica e di pubblico. Non poteva essere diversamente con un cast di quel livello: Julie Andrews, che successivamente avrebbe interpretato Mary Poppins per la Disney, l’insuperabile attore shakespeariano Richard Burton e Robert Goulet.

Nel passaggio dal teatro al cinema ci fu una consistente rivoluzione. La Andrews trovò la scusa per desistere dall’impresa chiedendo un compenso esagerato. La sua proposta, come previsto, non venne accolta e quindi la scelta cadde su Vanessa Redgrave, signora del teatro inglese, tenuta in grande considerazione persino da Tennessee Williams. Artù, che nel frattempo era diventato Arthur, prese il volto di Richard Harris, altro grande interprete di teatro, in quanto Burton era impegnato in altri set, oltre alla già tormentata storia d’amore con la Taylor. Lancillotto divenne Lancelot e si scelse per interpretare il suo ruolo Franco Nero. Richard Harris spiccò come un Artù triste e nobilmente assorto nella propria riflessività, in una maschera regale e grondante di delusione. La sua performance rimarca infatti la drammaticità della tresca amorosa tra Ginevra e Lancelot.

Un ruolo preminente oltre ai tre protagonisti lo ebbe Mordred, assegnato a David Hemminings. Hemmings seppe resistere alla tentazione di trasformare il suo personaggio in un malvagio impersonale, preferendolo invece come un individuo astuto,ammaliante personificazione di un male intelligente e manipolatore.

Lancillotto e Ginevra

 

Il film non copre l’intero Ciclo Bretone, ma questo è comprensibile in quanto non si può compendiare il periodo storico-leggendario nel breve volgere di qualche ora. Esso si basa sul romanzo “Re in eterno” di T.H. White. Si apre con l’incontro tra re Artù e Ginevra e si conclude con la loro separazione e lo scioglimento della Tavola Rotonda, in un passaggio adempiutosi dalla profonda bellezza di un momento idilliaco quale poteva essere il primo incontro tra i due innamorati a un momento di desolazione quale sarà lo scioglimento dei cavalieri della tavola rotonda. Il lungometraggio ha origine nella felicità e ha fine nella malinconia della cessazione. Al suo interno vengono trattate le tematiche arturiane: un’Inghilterra migliore, pace e benessere nel regno, l’amore tumultuoso tra Lancillotto e Ginevra, e il disegno malvagio di Mordred per distruggere Camelot. Merlino appare solamente in rari ricordi, mentre di Morgana non si fa minimamente menzione.

Inconorazione di Lancillotto in un quadro di Edmund Blair Leighton

 

Nel trasferire il musical dal teatro al grande schermo il soggettista apportò alcune modifiche: in palcoscenico Camelot aveva una veste leggiadra, mentre nella versione cinematografica prese un tono pesante e cupo.

Come scritto, la regia di “Camelot” è di Joshua Logan, un cineasta che è riuscito nella difficile impresa di dar maggior cura ai personaggi, nonostante la musica e il taglio epico dell’intera opera avrebbero potuto avere la meglio sulle sfasature personali e psicologiche dei protagonisti.

“Camelot” è un adattamento “umano-centrico”, costituisce una delle versioni più “umane” del ciclo che fa capo a Re Artù. La maestosa lunghezza del lungometraggio riesce ad elargire tre ore di intrattenimento, sacrificando l'epica.

La morte di Artù, di John Garrick

 

Richard Harris restò legato al ruolo del saggio sovrano e continuò a interpretarlo nei successivi decenni a teatro. Al suo re Artù è dedicata la statua in bronzo dell’artista irlandese Jim Connolly, la quale sorge al centro di Limerick, la città in cui Harris nacque.

Statua di Richard Harris come Re Artù.

 

Nel 1968 Camelot ottenne tre Premi Oscar: uno alla Migliore scenografia, uno ai Miglior costumi e uno alla Migliore Colonna sonora, oltre a due Nomination come Migliore fotografia e come Miglior sonoro. Sempre nel 1968 il film si aggiudicò tre Golden Globe: uno come Miglior attore in un film commedia o musicale, uno come Miglior colonna sonora, e uno come Miglior canzone, oltre a tre Nomination.

Redazione: CineHunters       

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“Il Pranzo di Babette” è un film del 1987, sceneggiato e diretto da Gabriel Axel, con una grandissima Stéphane Audran come protagonista. Il film è tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen.

Verso la fine dell’Ottocento in un minuscolo villaggio in terra danese vivono due anziane sorelle di nome Martina e Philippa, figlie di un pastore protestante, decano e guida spirituale del luogo. Dopo la dipartita del genitore le due sorelle hanno avuto in eredità la cura della locale comunità religiosa e di conseguenza hanno dovuto continuare a respingere ogni proposta di matrimonio che si presentava loro, perseguendo una vita parca e semplice, spesa sempre a beneficio dei più bisognosi.

Un giorno bussa alla loro porta Babette Hersant, fuggita da Parigi per motivi politici, in quanto il generale Galliffet le aveva fatto uccidere il figlio e il marito. Babette viene accolta dalle anziane donne grazie alla lettera di Achille Papin, un vecchio corteggiatore di una delle due, e questa per sdebitarsi prende servizio da loro come domestica oltre che aiutarle nelle attività a sostegno dei poveri.

Una vincita di diecimila franchi alla lotteria sarà l’occasione per preparare un pranzo alla memoria del pastore, padre delle due signorine, nel centenario della sua nascita. Martina e Fhilippa pur se lusingate dall’idea di Babette, vedono il pranzo come una minaccia alla loro vita tranquilla all’insegna della solidarietà. Ma per Babette invece sarà l’occasione per insegnare agli abitanti della comunità l’importanza di non tralasciare i piaceri della vita.

“Il pranzo di Babette” è un film ben fatto in ogni sua parte, un film che riempie il cuore e soddisfa i sensi. A differenza degli altri film sul cibo non incarna per nulla l’intento d’abbuffarsi e vivere il tutto con voluttà e leggerezza. La voce narrante è come se inducesse lo spettatore a visitare le pagine di un libro, inteso come un’intima confessione, catapultandolo nel contesto di una piccola comunità dove sembra che il tempo si sia fermato. “Il Pranzo di Babette” è un film gioioso, sensibile, spesso anche divertente. I dialoghi centrano sempre il punto e anche il non detto reca in sé un supporto emotivo di grande spessore. Il punto d’arrivo del pranzo di Babette non è solamente l’appagamento dei sensi, anzi tutt’altro. Al di là della vicenda narrata c’è quasi una fiaba sulla vita nei piccoli centri, sul passato, sul presente e sul futuro, ma soprattutto sulla religione, intesa come servizio agli altri, ai più deboli, agli esclusi, ai sofferenti.

Il film va assaporato portata dopo portata, squisitezza dopo squisitezza. Come un lauto pasto di celestiale bontà, l’opera appaga con il sapore della generosità che la cuoca riversa nella propria cucina, ergendola ad una forma d’arte nata per donare un momento di letizia alle persone a lei più care. Il personaggio di Babette costituisce il rinnovamento, un vento nuovo che spira per migliorare la condizione del singolo ma anche della comunità. E’ una sorta di parabola che corre per tutta la pellicola e che partendo dalla ricerca del piacere dello spirito finisce poi per approdare a quello che rappresenta una pietanza preparata con sapiente maestria. Pranzare diviene un momento di comunanza che avvicina i commensali con la soddisfazione goduriosa dei sensi e delle emozioni.

“Il pranzo di Babette” è un film sulla bellezza, sull’arte, sul talento e sulla fede, che non deve per forza essere bigotta e perentoria, sull’amore come servizio, aspettativa, rinuncia, sull’importanza dell’appagamento dell’uomo, sulle innumerevoli opportunità che la vita può riservarci anche in un luogo lontano, desolato, sperduto in terra di Danimarca in cui la storia si dipana.

La regia di Gabriel Axel regala grazia e poesia e ci sorprende per una messa in scena snella e ponderata, con una macchina da presa posta sempre ad una giusta distanza e un direttore della fotografia come Henning Kristiansen che con le sue riprese dai colori soffusi e ben dosati rende il giusto merito sia al panorama danese che ai volti attenti ed espressivi di un cast sempre all’altezza della situazione.

“Il pranzo di Babette” è un film intriso di un profondo senso religioso, pervaso da una toccante ma soave mestizia, resa vivida da improvvisi spunti d’ironia, incastonato in una fantastica scenografia naturale, impreziosita da una recitazione impeccabile, e da una regia che lascia trasparire in ogni singola inquadratura grazia, leggerezza, ingenuità.

Il film ottenne nel 1988 il Premio Oscar come Miglior film staniero e nel 1989 una Nomination al Golden Globe come Miglior film straniero. Sempre nello stesso anno, si aggiudicò il Premio Bafta come Miglior film straniero e ottenne ben cinque Nomination. Al Festival di Cannes venne assegnata una Menzione speciale della giuria ecumenica a Gabriel Axel e una Nomination Un Certain Regard sempre a Gabriel Axel. Premio Robert: Miglior attrice protagonista a Stéphane Audran. Natro d’argento: Migliore attrice straniera a Stéphane Audran. Kansas City Film Critics Awards: Miglior film straniero.

Voto: 8/10

Redazione: CineHunters

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Nell'immaginario che vorrei percorrere per i passi iniziali di questo testo scruto la figura di un poeta che dedica i versi di un componimento alla donna amata in una notte serena, quando il cielo assume i contorni di un tenue ascoltatore dai tanti sguardi simili a luci scintillanti di stelle. Quel cielo vuole udire i passi di quell’autore e farli propri come parole che volano via, ispirate dai raggi luminosi di una luna, unica lettrice di un cuore innamorato. In egual modo vedo un musicista, che può creare un brano in cui imprime ad ogni singola nota un frammento di quel sentimento che vorrebbe esternare a parole. E quel canto può vibrare via, raggiungere l’infinità del firmamento, in una notte quieta o in una sera funestata dal conflitto terreno…

E’ dunque un inno d’amore quello di cui vorrei parlare. Un canto interminabile che echeggia e attenua il fragore del fuoco sui campi di guerra: è il tema di Lara. Un’ode intrisa di terso sentimento, che si leva in cielo come nenia che isola l’acustica della mente e del cuore di un innamorato dai frastuoni dei colpi di cannone e dallo strepitio rimbombante dei fucili.  Zivago e Lara si perdono un giorno, d’un tratto, dopo essersi cercati per tutta una vita. E’ l’irrispettoso esito, il destino infausto che la guerra porta con sé. Zivago e Lara si cercano e si ricercano, condannati ad un allontanamento dei corpi ma accomunati dalla volontà delle loro anime, che seppur confinate in un rifugio corporeo che li tiene a distanza, si sfiorano idealmente nel volersi ricongiungere.

“Il dottor Zivago” è, di fatto, una meravigliosa storia d’amore, che affronta l’asperità della separazione con la bellezza sopraffina di un canto musicale, che annienta il lamento del dolore e il grido di sofferenza generato dalla guerra.

“Il dottor Zivago” è un film del 1965, con protagonisti Omar Sharif, Julie Christie, Geraldine Chaplin, Rod Steiger e Alec Guienness. Si tratta di un kolossal ricco di pathos, imponente, straordinario, appassionante, tratto dall’omonimo romanzo di Boris Leonidovic Pasternak, che nel 1958 vinse il Premio Nobel per la Letteratura. A dirigere il lungometraggio fu il regista inglese David Lean, il quale ha al suo attivo altrettanti capolavori come Il ponte sul fiume Kwai” e, l’intramontabile, Lawrence d’Arabia”.

Jurij Andrèevic Zivago si è da poco laureato in medicina ed è in attesa della specializzazione. Allevato dal ricco Aleksandr Gromeko, dopo la morte della madre avvenuta in giovane età, Jurij frequenta adesso gli studi per specializzarsi nella sua professione all’Università di Mosca. E’ qui che ha modo di scoprire la brutalità delle repressioni dell’esercito nei confronti del popolo che manifesta in maniera pacifica per ottenere migliori condizioni di vita, e fa anche la conoscenza di Lara, figlia di una modista, donna ambiziosa, mantenuta da Viktor Komarovskij, una persona senza un briciolo di umanità.

Zivago, che nel frattempo aveva sposato la cugina Tonya (intrepretata da Geraldine Chaplin), cresciuta assieme a lui, si innamorerà di Lara Antipova (intrepretata magistralmente da Julie Christie), giovane donna di umili origini. Successivamente Jurij incontrerà di nuovo Lara in tristi circostanze e le darà una mano per evitare la prigione in quanto ha sparato all’amante della madre che l’ha sedotta e umiliata. Le strade dei due torneranno ad incrociarsi allo scoppio della prima guerra mondiale, dove la ragazza fa la crocerossina e nel frattempo ha contratto matrimonio con un rivoluzionario.

Costretti di nuovo a restare separati Zivago farà ritorno a Mosca dove assieme alla famiglia lascerà la città a seguito del fragore della rivoluzione bolscevica, per trovare riparo in un villaggio sperduto. Jurij da lì a poco scoprirà che vicino alla sua tenuta abita anche la sua amata Lara e così la va a cercare. I due questa volta non daranno freno ai propri sentimenti e dunque diverranno amanti, almeno fino a quando l’Armata non catturerà Zivago. I due si rivedranno tempo dopo, ma sarà un ultimo, accorato addio. Zivago impiegò il suo tempo residuo per ritrovare Lara, e un giorno, gli parve di vederla a bordo di un tram. Quando fece per inseguire il mezzo, venne colpito da un infarto e spirò. 

Il lungometraggio è una storia di sentimenti, di addii, di reminiscenze struggenti di momenti felici, già vissuti nella monotonia del giornaliero, ma poi vissuti nuovamente con accorata nostalgia. Un grande sconforto, una profonda mestizia aleggiano sul fluire della narrazione, come se si stesse per raggiungere quell’appagamento tanto desiderato, ma che per un nonnulla ci sfugge e vola via.

Una passione travolgente al limite della sofferenza, sprofondata in un appassionante contesto storico, raccontato da due insuperabili interpreti e da un maestro della ripresa capace di coniugare, con estrema abilità e grazia, spettacolo, divertimento e morale fanno de “Il dottor Zivago” un film unico, inimitabile.  “Il dottor Zivago” è un’opera che il tempo non scalfisce, un classico che si fa guardare sempre con rinnovato interesse. Un film che a oltre cinquant’anni dalla sua realizzazione non ha perso minimamente il suo smalto e la sua magia iniziali.

“Il dottor Zivago” è una storia che tratta di un amore adulterino che fugge dai precetti della fedeltà imposta ma ricerca la fedeltà voluta, quella che Zivago e Lara trovano nel richiamo vicendevole delle loro anime. Seppur il contesto storico e culturale imporrà loro una vita di rinunce, essi perdureranno a sentirsi vicini nello spazio che occupano le loro anime, le quali seguitano a chiamarsi ancora e ancora, alimentate da un amore carnale che anela oltre il metafisico.

L’adattamento di Lean, presentato al 19° Festival di Cannes e vincitore di cinque premi Oscar con altrettante nomination, risulta essere alquanto fedele al capolavoro di Pasternak. Jurij Zivago, nella sua imperfezione da uomo mortale, non ha mai inteso essere l’uomo nuovo. Non riesce a essere un marito fedele e neppure un assiduo amante della sua amatissima Lara.

Nella solitudine vissuta durante la rivoluzione egli non può che assumere l’aspetto dell’uomo tormentato, del compositore che, privato della propria compagna, si lascia andare a un lamento che rivive come armonia per la sua Lara. Una musica soave che udì quell’ultima volta che la vide: il corpo corse per raggiungerla, l’anima si fermò per sfiorarla per sempre.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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