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Domani, 15 agosto, si terrà l'anteprima nazionale di "Atomica bionda", il nuovo thriller carico d'azione con protagonista una spettacolare Charlize Theron. Il film verrà poi distribuito nelle sale a partire dal 17 agosto.

Diretto da David M. Leitch, il lungometraggio è un adattamento della Graphic-Novel "The Coldest City".

"Atomica bionda" narra la storia di Lorraine Broughton, una spia del massimo livello dell'MI6, che viene inviata a Berlino alla vigilia del crollo del muro, per smontare una spietata organizzazione di spionaggio che ha appena ucciso un agente sotto copertura, per motivi ignoti. Riceve l'ordine di cooperare col direttore della sede di Berlino David Percival, e i due formano un'incerta alleanza, scatenando tutto il loro arsenale di abilità nel perseguire una minaccia che mette a rischio l'intero mondo delle operazioni di spionaggio dei paesi occidentali.

Il film è stato distribuito nelle sale statunitensi il 28 luglio ottenendo buonissime recensioni critiche.

Vi lasciamo con i due trailer italiani di "Atomica bionda"

Redazione: CineHunters

Gli occhi di Cesare disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era il settembre del 2011 quando nei cinema italiani campeggiava un cartonato promozionale, nel cui centro, a caratteri contenuti, vi era impresso un monito sinistro: “l’evoluzione diverrà rivoluzione”. Una Tagline accattivante, specie se combinata all’immagine che frastagliava dal basso e che finiva poi per occupare l’intero poster. Si trattava di Cesare, immortalato in una posa minacciosa, nell’attimo in cui era prossimo a sbattere con rabbia le nocche sul terreno. Si dipanava così il primo approccio visivo che il pubblico aveva con “L’alba del pianeta delle scimmie”, il primo capitolo di quella che sarebbe divenuta una delle trilogie più belle degli ultimi anni. Poco più di un lustro dopo quel primo, fatidico incontro che ho personalmente avuto io, ma credo così anche voi, con Cesare, la trilogia è giunta a compimento e l’ultimo tassello del puzzle ha trovato il suo posto prescelto su cui far combaciare le proprie scanalature e comporre la totalità del mosaico.

Scrivendo le mie sensazioni e il mio parere in merito a “The War – Il pianeta delle scimmie” non posso in alcun modo esimermi dal lasciar traspirare, in ognuna delle mie prossime parole, l’emozioni provate dall’inizio alla fine della visione del film. Non vorrei limitarmi a dirvi se “The War” sia un buon o un pessimo film, né se a me, in maniera soggettiva, sia piaciuto o meno. Non sarebbe giusto e rispettoso nei confronti di un’opera che fa della complessità del proprio messaggio emotivo il fulcro del diletto dello spettatore. Per trattare di “The War” bisognerebbe anzitutto quantificare quanto riesca ad emozionare ognuno di noi, e solo in seguito dire se e quanto ci sia piaciuto. “The War – Il pianeta delle scimmie” è un’opera che va ben oltre una semplicistica dicotomia tra ciò che è bello e ciò che piace, perché risulta innegabile, anche per lo spettatore meno avvezzo ad apprezzare l’introspezione psicologica e caratteriale di un blockbster del genere, la quantità di sentimentalismo terso, riflessivo, tendente al lirismo che il film raggiunge e che riesce a rendere complementare al resto della saga. “The War” è un lungometraggio che induce all’analisi intima, essendo in grado di innescare un turbinio di sentimenti diversi in ognuno di noi. Il giudizio, di conseguenza, sarà ancor più soggettivo, poiché le scene introverse, quelle che dominano in silenzio, molti degli intensi minuti della pellicola, sono girate opportunamente per far indugiare ogni singolo spettatore a comprendere cosa il vedere quella determinata sequenza, stia generando in lui. “The War – Il pianeta delle scimmie” indaga quindi la bellezza riuscita di un film nella soggettività di ognuno di noi; del resto è ciò che avviene quando si fa dell’emozione analitica il moto dell’intera narrazione.

(Attenzione pericolo Spoiler!!!!)

  • Bugia scimmiesca

“The War” è una grande bugia. Dopotutto fu menzognera anche quella Tagline del film con cui aprivo il mio pezzo. Il terzo capitolo della saga fa sì che venga presentato come un film di fantascienza a carattere guerresco, che pone su due fronti opposti uomo e scimmie. Il che, sarebbe anche vero, se non fosse che la guerra non è che una dannazione cui Cesare e il suo popolo non possono sottrarsi pur desiderandolo con tutte le loro forze. Sono trascorsi alcuni inverni dal tradimento di Koba, lo scimpanzé che minò l’integrità della popolazione di Cesare mettendo in moto una reazione a catena che avrebbe portato allo scoppio della guerra. Cesare, stanco e affaticato dagli anni di stenua sopravvivenza, deve affrontare una nuova minaccia, rappresentata dal Colonnello McCullough (un despotico Woody Harrelson) a capo di un esercito votato alla distruzione delle Scimmie intelligenti. Durante un blitz notturno, il Colonnello uccide senza pietà la moglie e il figlio di Cesare, scatenando in lui un desiderio di vendetta.

Come scrivevo, “The War” è una grande fanfaluca, poiché se vi aspettate da questo momento un film di guerra, di costante azione travolgente e di cruente battaglie che condurranno allo sterminio della razza umana e alla nascita compiuta del pianeta delle scimmie, beh, vi sbagliate. Siete stati ingannati. Siamo stati ingannati. Già, e io direi anche: “Per fortuna!”. Ancora una volta il regista Matt Reeves fa della meditazione e della riflessione drammatica l’anima del suo film, estremamente comunicativo nei momenti in cui lascia che siano i gesti, gli atteggiamenti, gli sguardi e le movenze a dire più di quanto le parole potrebbero mai infondere significato a vocali e consonanti, a frasi e a interi periodi. Il lungo pellegrinaggio di Cesare, dalla sua dimora fino al centro militare in cui alberga il Colonnello, è l’ultima tappa di un ben più corposo viaggio iniziato in quel 2011, quando Cesare nasceva sotto i nostri occhi e veniva allevato tra le amorevoli cure di un padre umano. Quest’ultima traversata, compiuta per la maggior parte del tempo, senza la colonia che a lui era così devota, e soltanto con la presenza del fraterno amico Maurice, Rocket, e una nuova, bizzarra conoscenza dal nome di Scimmia Cattiva, è lo step finale verso il raggiungimento della meta esistenziale di questo condottiero. Il popolo di Cesare, privato di un luogo sicuro in cui vivere, è costretto a spostarsi, a vagabondare senza una meta apparente quando l’eco del conflitto apocalittico fa da scorcio a tutto ciò che contempla il loro cammino. Un incedere progressivo e stoico, senza un mentore a dar senso al loro moto. Cesare li ha infatti lasciati per incamminarsi su una via da cui si aspetta di non tornare mai più.

  • Scimmie evolute, uomini regressi

Durante questa sua traversata avvenuta in pieno inverno, tra la coltre bianca nel terreno e la neve che fiocca giù copiosa, Cesare seguita ad essere alimentato dal suo odio. Lo spettro di Koba turba l’animo del protagonista, terrorizzato all’idea di diventare egli stesso colui che ha condannato le scimmie alla guerra. Durante tutto il film si avverte questo mutamento avvenuto nella psiche di Cesare, nato come eroe, guida, divenuto in seguito un capo e un difensore. L’aver abbandonato il suo popolo per inseguire ardenti voleri di vendetta sembrerebbero far pendere l’ago della bilancia verso una metamorfosi in ciò che fu la sua nemesi. Un fatale destino a cui Cesare scamperà ancora una volta grazie alla sua bontà di cuore, che tornerà a battere con la forza di un tempo anche grazie alla vicinanza di Nova, una piccola bambina scampata alla morte per merito di Maurice. Il rapporto di comunanza e comprensione tra Cesare e questo “cucciolo” di essere umano permette al protagonista di comprendere quanto l’uomo non debba necessariamente essere avviluppato da un odio profondo come quello nutrito da Koba, ma che potrebbe ancora esistere una integrazione, o per meglio dire, una tolleranza a debita distanza tra il popolo delle scimmie e ciò che resta della razza umana. E’ un viaggio purificatore quello adempiuto da Cesare. In “The War” le tematiche filosofiche ed esistenzialiste raggiungono vette poetiche di sublime e adamantina magnificenza. Le mirabili cure con cui Maurice alleva la dolce infante a cui darà il nome di Nova, (splendido omaggio al cult del 1968) e le toccanti sequenze in cui un gorilla ornerà il viso della piccola inserendo tra i suoi capelli un fiore rosa, toccano le corde del cuore fino a farle risuonare di una musica triste e malinconica.

E’ l’atto comunicativo tra due mondi che si stanno rovesciando a vicenda. Le scimmie evolute e dotate di fine intelletto e di parola sembrano elevarsi rispetto agli uomini la cui malattia contratta li sta regredendo, facendo loro perdere il dono più grande che la natura abbia mai elargito: la facoltà di parlare. La piccola Nova è muta, si esprime con il linguaggio dei segni imparato da Maurice, il quale invece sta cominciando a parlare fluentemente. Una contrapposizione che però, in questo caso, non erge le scimmie al di sopra degli uomini, anzi. Esse si pongono al pari livello della piccola bambina, come fossero due razze del tutto somiglianti e non solo imparentate come afferma la teoria dell’evoluzione. Qui avviene di fatto un’evoluzione al rovescio, ma come dicevo, che lascia intravedere un aspetto paritario.

Reeves fa delle sue scimmie creature complesse, dalla psicologia ricca e variegata ma anche per lo più buone e generose. Gli uomini invece, sono figure nette e distinte, mai ambigue, o buone o cattive. Probabilmente il solo difetto del suo prodotto. Tuttavia, questa distinzione chiara, permette alle scimmie di rendersi compassionevoli e rispettose delle persone dolci e buone come la piccola Nova.

  • L’avete distrutta, maledetti per l’eternità, tutti!

Nel celebre explicit de “Il pianeta delle scimmie” del 1968, Charlton Heston urlava al cielo la rabbia e la frustrazione provata nel momento in cui comprendeva quanto la “bestia” uomo avesse arrecato morte al suo stesso fratello, condannando la Terra alla distruzione. Quasi cinquant’anni fa, ci era stato anticipato ciò che sarebbe successo in “The War”. Non sarebbero state le scimmie a condurre una vera e propria rivoluzione che avrebbe soverchiato la razza umana e piegata al proprio cospetto. Le scimmie, invero, ereditarono la terra. Furono gli uomini a distruggersi tra loro. Quello che veniva carpito nel classico del 1968, qui viene reso in modo tangibile in pellicola e avviene sotto i nostri occhi. La sagoma del Colonnello, despota folle e implacabile, che crede di guidare il suo esercito in una guerra santa per epurare la Terra dall’abominio dell’evoluzione scimmiesca e della regressione umana (egli ordinerà l’assurda strage di ogni uomo che lentamente disimparerà a parlare) è la personificazione di ciò che condurrà gli uomini alla distruzione. Nel disperato tentativo di fermare il suo insano operato la guerra che scoppierà tra gli uomini mieterà le restanti testimonianze della stirpe, di quella che un tempo fu la razza umana.

E’ questo il più grande inganno del film. Un inganno studiato ad arte fin dal principio, da quando fu scritto “l’evoluzione diverrà rivoluzione”. In “The war” la rivoluzione non avverrà perché come previsto non erano le scimmie a doverla condurre.  Le scimmie non si limitano ad essere spettatrici di questo conflitto, quanto vittime dell’agire dispotico del tiranno di turno. Verranno schiavizzate e con esse anche Cesare verrà deportato in un campo di concentramento, fino al momento in cui il protagonista, troverà la sua personale vendetta col volere del destino.

  • La trilogia de “Il pianeta delle scimmie”

Questa saga reboot de “Il pianeta delle scimmie” si era prefissata l’obiettivo di raccontare una nuova storia, omaggiando quella che fu narrata un tempo. Questo inedito racconto è riuscito ad andare oltre le più rosee aspettative, imprimendo alla mitologia della saga una rinnovata linfa vitale, ancor più drammatica ed evocativa dell’originale. Gran merito della resa scenica di Cesare è di Andy Serkis, vero maestro in questa forma di arte attoriale e interpretativa. I tre capitoli possono essere visti come l’evoluzione psicologica e fisica del protagonista Cesare, un progressivo accrescimento spirituale e mentale che avviene attraverso il cambiamento dell’atmosfera e dell’azione stilistica avvenuta nei tre film. Il primo era un lungometraggio a carattere carcerario, in cui Cesare sperimentava una forma di schiavitù, di prigionia. Dalla sua genuflessione cominciò l’innalzamento. Il secondo capitolo, ancor più cupo, assunse i contorni del grande film fantascientifico e bellico. Cesare da ribelle divenne guida e voce di un popolo in un mondo post-apocalittico. In quest’ultimo capitolo, ancora un nuovo cambiamento condurrà il primate ad ascendere al proprio destino di messia di una nuova razza dominatrice del pianeta.

  • Cesare, condottiero e messia

“The War” è l’ascesa conclusiva di Cesare, paragonabile, a mio giudizio e con le proporzioni del caso, alla figura di Mosè. Come il profeta, anche Cesare deve guidare il suo popolo verso la salvezza, verso una nuova terra, scampando alla schiavitù, ad una nuova forma di prigionia in un campo di lavoro e di sterminio. Cesare per tutta la sua esistenza predicò pace, giustizia, pietà e rispetto. Incitò al combattimento soltanto se estremamente necessario, e si ricongiunse alla sua integrità morale e buonista sul finale. Non è un caso che verrà ferito a morte da un uomo da lui stesso risparmiato. Cesare non doveva morire in battaglia contro un acerrimo avversario, ma doveva invece essere sconfitto da colui che non meritava la sua clemenza, l’uomo crudele. Cesare non volle mai generalizzare e continuò ad essere un capo misericordioso, quella medesima misericordia che riacquistò per merito di un essere umano, questa volta, magnanimo: Nova.

Una volta raggiunta la mistica terra promessa, a Cesare non sarà concesso di poter ammirare cosa diventerà la stirpe da lui salvata. Come accadde a Mosè, anche a Cesare è impedito “l’accesso” al futuro del suo popolo, una volta divenuto forte e indipendente. Cesare, ferito e sopraffatto da una vita di dolore e resistenza, si spegnerà progressivamente, cadendo senza vita all’alba di un nuovo giorno, di una nuova era, che lui stesso ha garantito: l’alba del pianeta delle scimmie.

  • Conclusioni

“The War – Il pianeta delle scimmie” è il meraviglioso ultimo atto della trilogia di fantascienza migliore degli ultimi anni. Imponenti sequenze d’azione, spettacolari esplosioni e combattimenti adrenalinici per la sopravvivenza sono la scarlatta carta da regalo che Matt Revees confeziona per celare al suo interno un dono di grande valore per gli amanti del genere. “The War” nel suo ritmo compassato è un elogio continuo alla riflessione umana e all’empatia. Un film che mi ha toccato davvero il cuore. Per tale ragione, in questi ultimi passi, continuo a dirvi che non dovrebbe essere limitato ad una mera valutazione critica, perché, per quanto ogni singolo fotogramma riesca ad emanare un mirabile valore emozionale andrebbe prima di tutto giudicato più che con la mente col cuore, per chi ha provato certe riflessioni solo grazie agli stimoli che ogni battito provocato dal film è riuscito a dettare.

Ma se proprio una recensione personale debba richiedere un giudizio numerico… allora il mio voto è senz’altro di 9 su 10.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Cesare e la sua colonia sono coinvolti in una battaglia con un esercito di soldati umani. Quando le scimmie subiscono pesanti perdite, Cesare lotta istintivamente come se volesse vendicarsi della sua specie. La battaglia contrappone Cesare contro il leader degli umani, uno spietato colonnello, in un incontro che determinerà il destino della loro specie e il futuro della Terra.

Alla sua première, il lungometraggio è stato accolto con pareri molto positivi.

Vi lasciamo con il trailer del film:

Redazione: CineHunters

"Spider-Man: Homecoming" vi aspetta al cinema. Il nuovo film sull'uomo ragno, questa volta interpretato dal giovane Tom Holland, è balzato subito in testa alla classifica italiana: uscito ieri in oltre 850 sale, ha incassato poco più di 630mila euro.

Un risultato positivo ma non certo esorbitante. Siamo certi che il film saprà farsi valere di più al botteghino durante questo suo primo week-end.

Se volete gustarvi le nuove gesta eroiche del vostro amichevole Spider-Man di quartiere, qui spalleggiato anche da Iron Man, nella sua lotta contro l'Avvoltoio, interpretato da Michael Keaton, correte al cinema.

Vi lasciamo con il trailer italiano del film:

Redazione: CineHunters

Nell'antico Egitto la principessa Ahmanet decide di stringere un patto col malvagio dio Set, per divenire una creatura dai poteri demoniaci. Ahmanet, una volta mutata nell’aspetto, uccide il padre e il fratellastro neonato per succedere di diritto al trono come regina dell’Egitto. Il suo piano sta per concretizzarsi una notte, quando distesa nel proprio letto con l’amante da ella prescelto, sta per trafiggerlo al petto e porre all’interno del suo corpo il germe della vita di Set, che vivrà sulla terra come un dio vivente. Poco prima di adempiere al rituale, Ahmanet viene catturata e sepolta viva nelle profondità del deserto della Mesopotamia. Duemila anni dopo, la sua tomba viene rinvenuta e aperta, restituendo una defunta Ahmanet che prende coscienza di sé come mummia.

  • Il commento

Partirei con qualche intrigante metafora. “La mummia” del 2017 è un buffet ricco di pietanze prelibate che faticano a restare circoscritte nella porzione di spazio di ogni singolo piatto. E’ altresì una collezione da museo di pezzi pregiati, opere iconografiche sempre propense a scatenare in coloro che le guardano emozioni nuove. “La Mummia” è un mosaico con molteplici stili artistici che garantiscono un’impronta armonica votata a un senso estetico per ogni forma diversa dell’arte. In verità, però, vi è presente in tutto questo un valore avversativo grande quanto una piramide: le prelibatezze del banchetto, una volta provate, rilasciano sul palato un retrogusto amaro, già in precedenza provato, da rendersi intollerabile al palato; la collezione del museo in realtà è un’accozzaglia di stili orrifici già visti e le tecniche assemblative del mosaico creano un effetto pigmentato ma confusionario.

“La mummia” è di fatto un film dalla narrazione incoerente, spezzettata, con un assortimento di richiami, immagini, rifacimenti su cose che in qualche modo abbiamo potuto ammirare in film del genere, e che vengono raccolte in una sfilza sequenziale di scene. La manifestazione spiritica del defunto amico del protagonista sembra, ad esempio, strizzare l’occhio al celebre “Un lupo mannaro americano a Londra”, in cui l’amico dello sfortunato licantropo era solito apparirgli come uno spirito putrefatto per avvertirlo circa il suo imminente destino dannato. I corvi che aleggiano come avvoltoi affamati, osservando dall’alto i personaggi prima di attaccarli in volo, ricordano senza un motivo pertinente nel film, gli uccelli di Hitchcock. I ratti, altro simbolo animalesco dell’orrore, che aggrediscono in massa Nick per tentare di divorarlo in uno degli incubi indotti da Ahmanet, fanno la loro comparsa per una singola scena salvo poi scomparire. Russell Crowe si trova ad interpretare un improbabile Dottor Jekyll / Mr Hyde, messo a capo di una società segreta che controlla e ingabbia ogni mostro che calca il suolo terreno dei mortali; una presenza, la sua, che potrà spingere gli spettatori a posare per qualche secondo la confezione di pop-corn che reggevano tra le mani per voltarsi liberamente verso chi gli siede accanto e domandargli: “Ma Dottor Jekyll era davvero funzionale alla trama?” Una carrellata di icone dell’orrore sfilano, a caso, durante il film senza creare alcuna mitologia narrativa.

Fa parte della costruzione filmica che porta il lungometraggio a sembrare formato da una serie di più copioni, scritti con idee differenti da altrettanti sceneggiatori. Tali copioni vengono come inglobati in un unico testo di riferimento e le varie idee delle precedenti stesure prendono vita singolarmente in abbozzi scevri da un appassionante filo logico, all’interno del film. Ne deriva una sceneggiatura incompleta, scarna, da cui fuoriescono parole dal valore espressivo più che mediocre, concretizzate nei dialoghi privi di un vero mordente, elementari e semplicistici da sfiorare la banalità più disarmante. I personaggi risentono di una caratterizzazione infusa dal testo pressoché inesistente, e si muovono come sperduti durante lo scorrere del film.

Nick (Tom Cruise) è un uomo d’azione, più votato al combattimento che alla scoperta, più devoto alla depredazione di tesori che al rinvenimento archeologico. Un protagonista forte ma superficiale, che deve ancora dimostrare il proprio valore. Fa sorridere che un estraniato Tom Cruise, a 55 anni di età, si trovi a interpretare un uomo che deve ancora trovare la propria strada, e che si trova costretto a scoprire il proprio carattere buono e altruista. Uno dei cliché Hollywoodiani più usati trova una triste perpetuazione nel film de “La mummia”, in un maldestro tentativo di narrare il solito, prevedibile sviluppo di un personaggio. Nick divide gli oneri della scena con Annabelle Wallis, che interpreta l’archeologa Jenny Halsey, una co-protagonista dalla caratterizzazione scialba, ridotta ad essere una mera spalla, donzella da salvare e incapace di fare qualcosa di concreto.

“La mummia” è un film d’azione che porge la guancia ai topos stilistici dei film dell’orrore. Alcune sequenze in cui le mummie si destano come non-morti privi di alcuna coscienziosità e devoti al solo volere di Ahmanet, contengono in sé comunque un buon effetto raccapricciante. Le sequenze spettacolari, che vanno dalla caduta vertiginosa dell’aereo alla fuga rocambolesca dei personaggi per scampare alla tempesta di sabbia generata dalla mummia, riescono a divertire e a intrattenere con la sana spensieratezza di un action-movie dal budget produttivo più che imponente. Deludente però il fatto che l’atmosfera egizia, e le ambientazioni similmente riconducibili alle scenografie della terra d’Egitto, sono quasi del tutto assenti, e non permettono di avvertire tangibilmente il clima cui un film come “La mummia” dovrebbe assolutamente offrire ai propri spettatori durante il proprio itinerario esoterico.

La principessa Ahmanet si erge su tutti quei personaggi similmente trattati come caratteristi, salvando ciò che del film appare meritevole d’essere salvato. Sofia Boutella ci regala una mummia sensuale, di una bellezza dannata e inquietante. La sua interpretazione, senza dubbio la parte vincente del film, riesce a incanalare su di sé l’attrattiva di un male ottenebrato seppur acceso di una luce fioca come l’astro della sera. L’Ahmanet di Sofia Boutella è l’incarnazione di una sofferenza seducente, e sulla sua pelle inchiostrata di geroglifici arcani, ella lascia traspirare il fascino dell’oscurità. Il pregio più che meritevole d’esser reso noto è proprio la sua peculiare caratteristica, quella d’essere una antagonista “nuda” e pertanto “sincera” nella propria folle volontà di conquista, rivestita di bende nelle cui pieghe si insinua il morbo di un odio antichissimo, una essenza che mi ha sedotto come uno sguardo inquieto trasfigurato nei continui flashback onirici che lei attua coi suoi poteri.

“La mummia” non è definibile completamente come un brutto film, ha dalla sua il vantaggio di non annoiare mai, è semplicemente un film senza una propria identità, esorcizzato da un’anima che non riesco affatto a riscontrare, il che potrebbe essere anche peggio. Nel finale però, il film riesce ad evitare un atto conclusivo prevedibile, lasciando uno spiraglio aperto per un sequel che, in base ai pareri critici e al discreto successo al botteghino, parrebbe di difficile realizzazione. Per uccidere un mostro implacabile come Ahmanet, Nick diverrà mostro a sua volta e fuggirà via, tra le dune del deserto.

Vi è però un istante, un momento in cui il film poteva davvero osare e cambiare la direzione, fino a volgere come meta conclusiva del proprio viaggio e scegliere un finale che avrebbe perpetrato sgomento nel cuore e nella mente degli spettatori. Mi riferisco alla sequenza in cui Nick, dopo essersi trafitto col pugnale, potrebbe unirsi alla mummia e prendere Ahmanet come compagna di distruzione. Sarebbe stato un colpo di scena inaspettato, e terribilmente spiazzante. L’uomo il cui percorso presumibilmente avrebbe portato alla redenzione, rivelerebbe d’essere sempre stato uno spirito propenso alla corruzione. La scelta per nulla ipotizzabile da principio del protagonista avrebbe secondo me dato maggior risalto alla decisione di Ahmanet, che scelse immediatamente il protagonista per governarne l’agire inconscio. Sarebbe stata rovesciata l’aspettativa del pubblico e si sarebbe attuato un colpo di scena dalla forza prorompente di un muro di sabbia erettosi a seguito di una mistica tempesta. Non è accaduto! E' lì che credo che il regista avrebbe potuto osare e mostrare come il suo “La mummia” non nasceva soltanto come la composizione di più arti narrative e scenografiche appartenenti ad horror precedenti, ma avrebbe avuto una caratura tutta sua particolare. Si è peccato di troppa paura per prendere una decisione così destabilizzante, e alla fine il film si è impantanato nell’anonimato identificativo. “La mummia” è proprio questo: un film affossato nell’anonimia stilistica della mediocrità.

“La mummia” del 2017 resta un’opera di molto inferiore rispetto alle precedenti, le quali conservavano il battito pulsante di un cuore animoso splendidamente unico e indipendente. Ma Sofia Boutella permette comunque a “La mummia” d’essere un film che, se seguito secondo il volere della donna, può essere visto come accattivante, per lo meno, per lo spessore estetico e caratteriale della propria antagonista. Ahmanet è infatti la prima mummia della Universal a non agire per amore ma soltanto per un innato senso di malvagità. Una “cattiva” compiuta e dal valore inafferrabile.

Voto: 5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

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Vi lasciamo con il trailer italiano del film

Redazione: CineHunters

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