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Fasciame distrutto, remi trasportati dalle correnti, cadaveri abbandonati su dei resti di legni e infine un relitto fantasma, un tempo appartenuto a un glorioso vascello che solcava le acque più burrascose, lasciato adesso navigare senza meta a trovar riposo sottomesso al volere di Poseidone. Erano questi i tetri scenari che le Sirene lasciavano al loro passaggio. Esseri dalla cui voce nasceva un soave e ammaliante canto, che stregava chiunque lo ascoltasse, le sirene erano sensualissime creature del mare, e il loro corpo rappresentava un’irresistibile seduzione per i marinai, che nella solitudine dei loro viaggi, cedevano alla follia del loro richiamo. Accecati nei pensieri, gli uomini, tra le braccia delle sirene, trovavano la morte e conducevano le loro navi alla rovina. Bellissime in viso quanto sinistre e diaboliche nella mente, le sirene erano degli ibridi ittiomorfi: straordinariamente femminile il loro viso e metà del loro corpo quanto inquietantemente animale il prosieguo dalla vita in giù, dove una coda pinnata si dipanava oltre modo, consentendo loro di nuotare liberamente in mare aperto. Lunghi capelli ne cingevano i magnifici volti coprendo talvolta il seno nudo, mentre gioielli serpentiformi e monili dorati, certamente trafugati dai relitti, ne ornavano le braccia.

Una sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La coda era imponente, nonostante sembrasse leggerissima alla vista, quando veniva mossa con marcata naturalezza da una di esse. Probabilmente nel solcare le acque talvolta strofinavano le code sul fondo del mare, catturando perle preziose che aderivano alle loro squame senza più staccarsi, fornendo alle sirene una lucente pelle riflettente. Nonostante tra le onde trovassero l’ambiente naturale nel quale muoversi con estrema libertà, le sirene riuscivano ed adagiarsi anche sull’arenile, traendo conforto e piacere nello stendersi sugli scogli, venendo accarezzate dagli schizzi dei fluttui che, infrangendosi contro le rocciose pareti, bagnavano i loro corpi. Quando avvistavano una nave all’orizzonte cominciavano a far echeggiare il loro dolce canto, e una volta che i marinai soggiogati indirizzavano le vele verso la loro isola, le sirene si immergevano in acqua nuotando alla volta della nave. Lasciavano i loro corpi semisommersi, mostrando solo il tronco nudo, generando così un turbinio di passioni a tutti coloro che le osservavano attoniti. Nella mente degli uomini quei melodiosi canti ricordavano quanto di più tenero e allettante i loro pensieri lasciavano affiorare: il sorriso di una madre perduta, la risata delle fanciulle di un tempo e il bisbiglio all’orecchio di una sposa lontana che invocava il marito, adagiata su di un caldo e morbido talamo. Gettandosi in mare i marinai rivolgevano i loro sguardi senza sosta alla disperata ricerca di quelle creature incantevoli e leggiadre, per nulla coscienti che in quegli istanti la loro fine stava per giungere implacabile dal fondo del mare: mani misteriose, infatti, afferravano le gambe degli avventati e stolti marinai e li trascinavano verso una morte salmastra. Sulle rive opposte, raccolti i corpi ormai privi di vita, le sirene riempivano l’aria con l’eco di una nenia malinconica, sentenziando un mistico funerale di congedo. Baciato sulle labbra l’uomo che avevano condotto nell’Ade, si immergevano scomparendo nell’oscurità degli abissi.

Il regno delle Sirene si estendeva lungo tutto “l’isolotto” di Scilla e Cariddi, dove resti umani, becchettati da uccelli demolitori, campeggiavano in ogni dove. Compiuto l’efferato attacco le sirene risalivano dal fondale riguadagnando la sponda principale, sdraiandosi appena sulle rive, lasciando che la loro coda continuasse ad essere mossa dolcemente dall’incedere della marea, mentre tra il lento mormorio della risacca, rilassate sul dorso, volgevano lo sguardo verso il cielo, dimora degli dei.

Altre invece stazionavano sugli scogli con la coda verso l’alto, il seno e il busto accarezzavano la superficie, mentre una mano reggeva la presa sulle rocce e l’altra aiutava lo sguardo, coprendo la vista dal sole, permettendo così di scrutare l’orizzonte coi loro occhi bianco latte, alla strenua ricerca di prossime vittime.

E di lì a poco un’altra nave solcò quelle acque: era Odisseo appena fuggito dall’isola della maga Circe. Fissarono i nuovi marinai con sguardo inespressivo. Attendevano con predatoria pazienza che la nave veleggiasse il più vicino possibile a loro. Ulisse però conosceva il pericolo incombente e coprì di cera le orecchie di tutti i suoi marinai cosi che non cedessero al canto delle creature. La curiosità per lui però fu incalzante e volle sentire la voce delle Sirene, tanto decantata e celebrata nelle paure più recondite degli uomini; si fece così legare all’albero maestro della nave raccomandando a ciascuno dei suoi compagni che per nessuna ragione avrebbero dovuto lasciarlo andare. Mentre la nave proseguiva senza sosta lungo il tragitto, Ulisse cominciò ad udire il misterioso canto, che gli ricordò immediatamente la voce della sua cara balia la quale lo accompagnava nel sonno da bambino, infondendogli una pace ed una serenità che tanto gli mancava nel suo lungo peregrinare. Subito iniziò a dibattersi per cercare di liberarsi dalle corde che lo tenevano stretto. Le sirene non rimirando alcun mortale nei pressi delle acque intensificarono le proprie melodie, e per Ulisse la situazione divenne insostenibile. Questa volta riconobbe la voce dell’amata Penelope, la sposa che non stringeva a sé ormai da troppi anni. Il re di Itaca disperato intimò ai suoi compagni di sciogliere le funi. Alcuni colsero le minacce del loro capitano e ne compresero il delirio, allora lasciarono i remi si avvicinarono a lui, ma strinsero ancor di più le corde. Nella follia del momento Ulisse si ferì persino ai polsi nel tentativo di liberarsi. I robusti lacci di fatto penetravano nella carne straziandola. Ulisse sopraffatto dallo sconforto lanciò un urlo animalesco colmo di dolore e di disperazione. Quando riprese coscienza realizzò di essere sopravvissuto alla più spossante esperienza che aveva affrontato in tutte le sue interminabili avventure.

La nave aveva superato quel braccio di mare. Per la prima volta gli uomini erano sfuggiti alla presa mortale delle sirene. Furiose, le stesse, generarono un verso di collera che poco aveva a che vedere con lo splendido vocalizzo intonato poco prima.

Per diretto ordine di Afrodite, le sirene raggirate e sconfitte da Ulisse, salirono a fatica sulla cima di un colle a strapiombo, procedendo con la sola forza delle braccia. Lungo il percorso le code si trascinavano al suolo perdendo sempre più la loro lucentezza e anche le perle che avevano aderito cosi perfettamente alla loro cute. Il corpo femminile non era più liscio e delicato ma sporco e ruvido, deturpato da quella terra che così tanto non gli apparteneva. Raggiunta la cima, le sirene si uccisero gettandosi dal dirupo. I loro corpi privi di vita furono trasformati dalla dea dell’amore, per misericordia, in statue di pietra.
La soave bellezza delle sirene si dissolse e, nella pietra bagnata dallo scrosciare delle onde, si perse per sempre il loro melodioso canto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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In occasione dell’uscita nelle sale del film “Così parlò Luciano De Crescenzo”, un leggero e appassionate documentario sulla sua vita e sulla sua eccezionale carriera, vorrei dedicare il mio personale omaggio allo scrittore partenopeo.

Curiosando da bambino tra le videocassette di casa, ricordo perfettamente di essermi imbattuto in una dalla copertina davvero particolare; un signore dalla barba brizzolata, con le braccia conserte, accennando un sorriso, reclinava leggermente il capo, mentre puntava il suo sguardo sornione verso chi, dall’altra parte lo osservava. Giù in basso si leggeva: “Le dodici fatiche di Eracle” e “Il Mito di Teseo e Arianna”. La videocassetta in questione faceva parte di una collezione completa dedicata alla mitologia greca, che mio padre, anni prima, aveva acquistato. Leggendo “Eracle” non capii immediatamente di cosa si trattasse, chiesi quindi una spiegazione a mio padre e la ottenni. Concedetemi la vostra pazienza, da bambino conoscevo in primis la figura di Hercules, grazie al cartone della Disney, grazie alla serie TV, e ad altre trasmissioni sull’argomento. Beh, certo, quale bambino non sogna di essere almeno una volta nella vita Hercules? Un uomo capace d’affrontare avversari fantastici e vivere avventure incredibili. Dopo aver capito che quell’”Eracle” non era altro che il nome greco dello stesso personaggio, misi immediatamente la cassetta nel videoregistratore convinto d’assistere a una delle tante pellicole dedicate all’eroe, ma non fu proprio cosi: mi comparve dinanzi un uomo seduto su di una scrivania che con ironia e una sentita emozione nella voce, narrava le gesta che quell’antico eroe aveva compiuto, stimolando prima di tutto la fantasia dello spettatore che, grazie alle sue parole, era come se vedesse realmente l’eroe mentre compiva le sue incredibili fatiche. L’uomo in questione era Luciano De Crescenzo e l’episodio televisivo faceva parte della trasmissione “Zeus – le gesta degli dei e degli eroi”.

Appassionandomi in breve tempo a quanto stavo ascoltando e vedendo, cominciai a guardare una dietro l’altra tutte le videocassette, disposte in modo ordinato in un mobile fatto apposta per contenerle, insieme a tante altre d’argomento diverso. Quel “narratore” vestito con giacca e cravatta divenne per me un maestro, un ispiratore, un amico. Da bambino, mi affascinavano prima di tutto le storie degli eroi che quel professore raccontava; crescendo invece, compresi la bellezza e la profondità di alcuni miti meno avventurosi, ma di certo più emozionanti, come la tragica vicenda di Orfeo ed Euridice, la peculiarità dei greci nello spiegare l’alternarsi delle stagioni secondo il mito di Ade e Persefone, o la complessità delle varie mitologie dedicate alla nascita dell’universo. Mi colpì, in maniera primordiale e semplice allo stesso tempo, considerando la giovane età, persino il racconto del Simposio, dove De Crescenzo teneva a precisare che l’obiettivo primario era sempre quello della disquisizione, il dialogare tra i vari commensali convenuti, e solo in un secondo momento quello del cenare, della consumazione dei pasti vera e propria. Potrei dire, senza ombra di dubbio, che, grazie a De Crescenzo mi avvicinai per la prima volta ai racconti fantastici, i quali, nonostante le bizzarre tematiche, tanto valore continuavano a conservare tutt’oggi. Grazie a De Crescenzo mi appassionai persino al fumetto, considerando che quella raccolta di videocassette era abbinata a un supporto cartaceo sotto forma di racconto a disegni, da lui stesso curato e dedicato ciascuno al racconto sequenziale del mito stesso. Il passaggio dal fumetto mitologico a quello supereroico e seriale, fu un processo inevitabile. Da quel preciso istante cominciai a leggere quanti più fumetti potevo, concentrandomi di più sulle storie e le avventure che QUEL determinato personaggio viveva, e solo dopo al messaggio che l’AUTORE voleva comunicare a chi leggeva la storia. Capii successivamente che quello che stavo leggendo non prendeva vita da solo sulla carta, ma qualcuno provvedeva a scriverlo e qualcun altro lo disegnava per far prendere forza e consistenza alle parole stesse. Fu così che mi avvicinai con sempre maggiore attenzione alla lettura e alla scrittura. Grazie a De Crescenzo lessi i miei primi libri; ricordo ancora come descriveva in maniera arguta e con una punta d’ironia la figura di Ulisse, da lui stesso definito in un suo vecchio scritto, un “fico”. Ed ecco perché dico GRAZIE a Luciano De Crescenzo, per me da sempre un maestro, un amico, e di sicuro per tutti un importante autore nel panorama letterario italiano e non solo.

Luciano De Crescenzo è ingegnere, professore, scrittore, studioso, regista, un filosofo atipico, che ha fatto della sua arte un qualcosa di gradevolmente condivisibile, un divulgatore attento e scrupoloso, capace d’impartire cultura ed emozioni anche al lettore frettoloso e allo spettatore meno attento.

L’arte e la filosofia di De Crescenzo, sempre sopra le righe, conobbero, oltre che il medium televisivo, anche il cinema. Fu regista e protagonista del cult “Così parlò Bellavista”, delicata, amorevole e genuina lettera d’amore alla sua Napoli, alla sua gente. Il film fu un’opera in grado di scuotere l’attenzione sui temi più scottanti, sempre affrontati con pacata ironia e marcata determinazione. La dialettica di De Crescenzo si è mantenuta inalterata negli anni: comunicare con garbo e simpatia a chi ascolta il senso degli eventi e dei personaggi, anche fantasiosi, che ci hanno preceduti.

Durante la sua prolifica attività letteraria, De Crescenzo indagò cosa fosse il tempo, se davvero esistesse e come esso venisse interpretato e vissuto da ognuno di noi. Arrivò a dire che il tempo è solo una convenzione. Non molto tempo fa però ammise che il tempo effettivamente esiste e “purtroppo passa”. Lo disse con una nota di malinconia, lui scrittore così attaccato alla bellezza della vita e alla meraviglia della quotidianità. Si interrogò anche su cosa fosse la vera felicità, e su cosa ci rende felici. La pienezza della felicità per Luciano De Crescenzo non si avverte nel momento in cui stiamo vivendo l’attimo felice. Si rimane avvolti e contagiati dalla felicità quando si pensa al momento in cui possiamo vivere realmente quella felicità. La felicità dell’attesa è essa stessa felicità. Siamo felici quando pensiamo a ciò che ci rende felici e che a breve arriverà, e il solo aspettare quell’attimo ci rende lieti. La felicità non è quando incontriamo e ammiriamo la donna amata, la felicità è quando aspettiamo di vederla… magari il giorno prima del nostro incontro.

Mi verrebbe d’azzardare un parallelismo, tra questo credo di De Crescenzo e la splendida poesia del Leopardi “Il sabato del villaggio”. Il poeta affermava che la gente del villaggio era felice quando il sabato ritornava dalla dura giornata di lavoro perché sapeva che il giorno dopo avrebbe riposato. Una felicità di breve durata ma così fantasticamente coinvolgente. Era una felicità illusoria, poiché proprio il giorno dopo, quando sarebbero dovuti essere felici, invece avrebbero provato tristezza nel realizzare che l’indomani una nuova settimana di lavoro sarebbe cominciata. La felicità è quindi un’attesa illusoria, utopistica?  E’ qualcosa che sfugge, che appare rapido e rapido scompare, lasciando nell’animo una vibrazione armoniosa dolce e triste al tempo stesso. De Crescenzo affermerebbe, invece, che la felicità è proprio in quel piccolo momento, in quei minuti di rilassatezza, quando la speranza di un domani limpido e sereno si concretizza nel pensiero dell’attimo presente. Totò, altra grande personalità artistica di Napoli, diceva che la felicità è fatta di attimi di dimenticanza, per l’appunto di piccoli istanti che ristorano il cuore e carezzano lo spirito.

De Crescenzo affermerebbe, con la semplicità e la simpatica eleganza che lo contraddistingue, che la vera felicità è la “piccola” felicità, tanti piccoli granelli che uno accanto all’altro possano riempire la bisaccia dei ricordi più lieti e spensierati. De Crescenzo rimane senza dubbio un intrattenitore simpatico, un abile divulgatore, un prolifico autore, in altre parole un lavoratore arguto, attento e assiduo della penna e della parola.

Uno scrittore che ha conquistato la sua immortalità, perché vive nel cuore e negli affetti di tutti i suoi lettori più devoti, come il sottoscritto. Un documentario a lui dedicato sarà un’altra testimonianza filmata per onorare una vita intensa.

A Luciano De Crescenzo e al suo programma “Zeus – le gesta degli dei e degli eroi” ho dedicato un articolo facilmente consultabile nella sezione “Speciali televisivi”. Potete leggerlo cliccando qui.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Batman ritratto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Batman venne concepito da un’idea di un artista, tale Bob Kane. Agli stadi embrionali non era che un’immagine fetale, abbozzata, che fiorì nella fantasia fino al giorno in cui l’ora di venire al mondo giunse. La matita e i colori veicolarono la sua nascita come ostetriche e permisero il parto di questa creatura che conobbe la vita su di un foglio di carta, nel momento esatto in cui quella matita finì d’imprimere il suo ultimo tratto. Quel primo disegno andava considerato come un infante che aveva aperto per la prima volta gli occhi al mondo, ancora ben diverso dall’aspetto che assumerà quando maturerà nello sviluppo che i suoi genitori creativi infonderanno in lui. Il primo ritratto di Batman fu uno schizzo delineato con il desiderio di dare essenza ad un supereroe non ancora chiaro e cristallizzato con limpidezza nelle forme e nel costume. Solo un simbolo era evidente sin dal principio: quello di un grosso pipistrello che l’eroe avrebbe dovuto portare sul petto come fosse un emblema. Era Batman, che in quella sua iniziale raffigurazione lasciava echeggiare il suo primo pianto, come fosse venuto al mondo al cospetto dei propri creatori. Bob Kane e Bill Finger lo perfezionarono nelle settimane a venire e gli conferirono il dono della parola, racchiusa in nuvole d’inchiostro. Era il 1939. Ma Batman reificò nel pensiero di Kane ancor prima, essendo stato ispirato da un’immagine anch’essa stampata su carta e risalente addirittura a secoli e secoli antecedenti la data del periodo. Erano i disegni curati a mano da Leonardo da Vinci e rappresentanti il Grande Nibbio, la macchina volante progettata dal Genio tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Gli appunti didascalici e le illustrazioni del Grande Nibbio furono raccolti dal da Vinci nel Codice sul volo degli Uccelli. Leonardo, che sempre cercò di creare una macchina che potesse replicare il volo degli uccelli e renderlo possibile per l’uomo, realizzò una versione della suddetta idea che mimasse una sorta di volo in planato. L’apertura alare del marchingegno attirò l’attenzione del fumettista che ne trasse suggerimento per creare il mantello dell’eroe, il cui dispiegamento replicava l’apertura alare della macchina e, altresì, dei pipistrelli.

Riproduzione del Grande Nibbio di Leonardo da Vinci

 

Batman vide la luce nella storia dell’arte, il suo mito si accrebbe col volere della concretizzazione di una fantasia e nel desiderio della scoperta, dell’invenzione. Dalla stretta collaborazione tra Kane e Finger i particolari del costume si accentuarono fino a dar forma all’eroe come lo conosciamo oggi, con un background definito, un’identità umana e una storia. Batman conobbe il mondo quando completò il proprio iniziatico processo di formazione e, come albo a fumetti, venne pubblicato per l’etichetta DC Comics nel maggio del 1939; qualche anno dopo Superman, e prima di Flash, Lanterna Verde e Wonder Woman.

La figura dell’uomo-pipistrello divenne, col passare degli anni, un’icona incomparabile nel mondo del fumetto e nell’immaginario collettivo popolare. Il fascino tenebroso e maledetto del cavaliere oscuro permane tutt’oggi come se non fosse mai stato scalfito dal passare delle decadi. Batman è comparabile a un’opera che conserva la magnificenza originaria, e necessita soltanto sporadicamente di qualche lieve ritocco, eseguito dagli esperti restauratori, i quali correggendo leggermente l’estetica e modernizzando la storia riescono a rendere le sue avventure sempre al passo coi tempi.

Dietro la maschera dell’uomo-pipistrello si nasconde il miliardario Bruce Wayne. Bruce, quando era soltanto un bambino, ha assistito alla morte dei propri genitori, uccisi sotto i suoi occhi da un ladro di strada. Il drammatico evento segnò irrimediabilmente il piccolo, che giurerà sul corpo esanime del padre e della madre, che farà tutto ciò che sarà in suo potere per impedire ad altri di provare la medesima sofferenza arrecatagli da un malvivente. Il trauma cui venne investito da bambino gli farà sviluppare uno stato di diffidenza, di paranoia e sospetto che, da un lato affinerà le sue straordinarie qualità intellettive e investigative, dall’altro minerà i suoi rapporti con le altre persone. A quella fatidica notte, i suoi creatori fecero risalire alcuni elementi che andranno poi a formare la personalità del protagonista e che fungeranno da spiegazioni esaustive su quella che sarà la sua scelta. Bruce stava guardando uno spettacolo a teatro riguardante la maschera di Zorro. Come lo spadaccino che combatteva per l’indipendenza della sua gente così Batman avrà un costume color nero che potrà aiutarlo a mimetizzarsi tra le ombre. Bruce crescerà tra le cure di Alfred, il suo maggiordomo, e da lui spalleggiato, ma dalla lussuosa residenza, comincerà la sua personale battaglia contro il male che aleggia sulla città e che cercherà d’estirpare con sempre crescente vigore. Batman tutela la città di Gotham, una metropoli rigida, sozza, ricolma di quartieri sudici e periferie traboccanti di delinquenza. E’ una città fortemente inquinata, le cui esalazioni di gas si levano dagli scarichi infiammati, un centro urbano dal sapore antico, ricco di grattacieli che stagliano alti nel cielo e che recano sui propri esterni Gargoyle in pietra. Questi scenari gotici sono terreno fertile per le imprese del crociato incappucciato.

Definire Batman un antieroe dark è quanto ma sbagliato. Batman è un giustiziere, un vigilante che accetta volontariamente la propria missione di salvataggio e veglia, e alla sua gente ha offerto in un patto vincolante, la sua vita. L’adempiere questo compito che non avrà mai fine è lo scopo della sua intera esistenza, ed egli, lo assolverà fin quando la sua battaglia contro le forze del male non esigerà la sua morte. Batman non corrisponde quindi ai canoni tradizionali dell’antieroe cinico, disinteressato, che compie l’azione eroica sebbene non voglia volgere completamente se stesso alla causa. Batman è l’esatto opposto, colui che dedica tutto ciò che ha al perseguimento di un obiettivo che non ha mai fine. Al contempo, tuttavia, Batman si differenzia dall’eroe incorruttibile e senza macchia, solare e ottimista, generoso e altruista, tutti criteri personificati da Superman. Batman è un eroe oscuro, deciso, violento con i criminali più efferati, tormentato e distolto. Egli, nella sua interpretazione più classica, agisce sulla linea che demarca i due stadi esistenziali dell’eroismo, quello dell’eroe vero e dell’antieroe, poiché non corrisponde completamente né all’uno né all’altro. Egli vive in una sorta di stasi sospesa tra le due realtà parallele, ed è ciò che calca maggiormente l’unicità di questo supereroe. Batman si differenzia dagli altri personaggi anche perché non possiede alcun superpotere, è un uomo comune, mortale e vulnerabile, ma che si è sottoposto ad addestramenti severi e tempranti che ne hanno fortificato il fisico, le abilità e la tenacia, permettendogli di superare il limite delle possibilità umane.

Batman è l’umanizzazione di una rara forma di paura. Egli deciderà di sfruttare il pipistrello, quel volatile notturno che tanto gli aveva arrecato spavento da bambino per farne un suo simbolo e terrorizzare i criminali. Batman si riveste della sua stessa paura per divenire un demone della notte dal terrificante aspetto che possa seminare il panico nel cuore e nella mente dei malavitosi. Eppure, egli si fa carico di una paura particolareggiata, un sentimento di allerta che da una parte si erge ad effige immateriale di terrore verso tutti coloro che compiono azioni malvagie, dall’altra ha l’obiettivo di costituire l’emblema carnale di giustizia e bontà. La paura intessuta tra i filamenti del mantello di Batman è un’arma contro i criminali di tutto il mondo ma anche un rifugio, come fosse un drappo di velluto sotto cui gli innocenti possono trovare riparo. Timore e speranza possono essere trasfigurate nel simbolismo di due mani che si toccano vicendevolmente e combaciano come epidermide appartenente alla stessa natura, ed esse si uniscono, piegando ogni dito nello spazio corrisposto e lasciato libero dal palmo. Le due mani si stringono in un’univoca presa, rappresentando un’alleanza comune di terrore e speranza. Batman è paura ma è altresì gioia per gli indifesi. Egli agisce nell’ombra ma è come fosse un faro di luce che schiarisce l’oscurità della notte. Il vigilante viene come posseduto da questo continuo dualismo tra luce e oscurità che lo vede sostare nell’ombra come un faro prossimo ad accendersi. Batman è la metamorfosi di una notte buia, di una mezzanotte che rintocca per scandire l’inizio di un’attività criminale senza tregua, ed egli combatte per fermarla prima del sorgere delle prime luci dell’alba: egli è notte che trascorre per garantire un nuovo giorno, che possa essere più sereno di quello già trascorso.

Il Batsegnale che proietta in cielo il simbolo del pipistrello è il grido d’aiuto di un popolo che vede in quel fascio di luce l’allegoria di un provvidenziale salvatore.

La mitologia di Batman è composta da innumerevoli Villan che hanno personalità complesse, pieni di sfaccettature psicologiche e caratteriali con storie curate e approfondite. Tra gli avversari più pericolosi di Batman, Due Facce è colui che più di altri ricalca il tema della dualità, della personalità divisoria che in un mondo governato dal disordine ha come unica fonte di giudizio la sorte, immaginata sotto forma di una moneta, il cui lancio è capace di dare un solo esito tra due possibili scelte. Dopo di lui meritano una menzione speciale:

  • Il Pinguino, dall’aspetto grottesco e dal carattere insensibile e orripilante, che rappresenta una sorta di boss del crimine anch’esso chiamato col nome di un volatile. Vestito con tuba, frak, e munito di monocolo, porta sempre con sé un…ombrello.
  • Lo Spaventapasseri, vera e propria personificazione estetica del fantoccio, che incute paura agli uccelli per allontanarli dalle coltivazioni, diventa esso stesso paura da riversare sul “volatile umano” quale è Batman. Crane è la parte più tetra dell’emozione della paura trattata nelle opere di Batman, trasformando l’astratto terrore immaginato in un incubo che la vittima crede di star vivendo davvero. Se Batman è “paura” avversa ai soli criminali, Crane si eleva al rango di paura universale, metamorfizzata e siffatta ad uomo, che può contagiare chiunque come un’infezione per cui non esiste alcuno antidoto. Lo Spaventapasseri crede fermamente che ogni scelta compiuta dall’uomo sia legata alla paura.
  • L’enigmista, il cui vero nome è Edward Nigma, è una personalità distorta e compulsiva. E’ ossessionato dagli enigmi con i quali anticipa spesso le sue prossime mosse, sfidando le autorità a capire ciò che si nasconde dietro i suoi indovinelli. Nigma è intimorito dall’arguzia di Batman e vuol metterlo alla prova in una sottile sfida d’intelligenza che verte sul comprendere le mosse dell’avversario anticipandone gli indizi contenuti tra gli enigmi.
  • Freeze, glaciale avversario con un cuore di ghiaccio che batte solo per la propria sposa. Freeze adopera con destrezza un’arma congelante e può sopravvivere solo restando all’interno di una speciale tuta criogenica che mantiene la temperatura del suo corpo al di sotto dello 0.
  • La velenosa e bellissima Poison Ivy, crudele madre natura somigliante a un’eterea ninfa dei boschi che cammina a piedi spogli restando nuda, rivestita di sole foglie. Ella è in grado di dar voce e anima alle piante ed è il simbolismo vivente della feroce vendetta della natura sull’indifferenza dell’uomo.
  • Bane, colossale nemico dotato di una forza sovrumana alimentata dal Venom.
  • L’immortale Ra's al ghul che anela a un utopistico mondo privo di criminali e che ricerca il bene generando altro male in un’esistenza che verte all’eternità.
  • Hugo Strange, sadico psichiatra dalla sopraffina intelligenza.

La galleria dei nemici comprende molti altri avversari di spessore. Tra questi, villan come Clayface, Killer Croc e Solomon Grundy rappresentano uno stadio successivo, dove la deformità della mente tipica dei precedenti avversari viene sostituita da una mostruosità nel corpo.

Contro ognuno dei suoi acerrimi nemici, Batman sperimenta una sfida che ne mette a dura prova la resistenza, l’audacia e la perspicacia. Lo Spaventapasseri, ad esempio, sfida le paure inconsce e mai superate di Batman, Ra's al ghul i suoi intoccabili dogmi di incorruttibilità e di discernimento tra moralità e immoralità, e Poison Ivy, come l’antieroina Catwoman, con la sua bellezza fa vacillare la sua resistenza in quanto tentazione sensuale del male. Le pulsioni sessuali che Bruce prova nei confronti delle donne fatali quali possono essere Poison Ivy, Talia al Ghul e Harley Quinn vengono sublimate nel suo intenso e passionale rapporto con Selina Kyle, la più rappresentativa tra le donne pericolose che è riuscita a far invaghire Batman di lei e a costruire un rapporto in cui l’amore e l’odio si intrecciano in un contesto avventuroso e d’azione. 

Ad allietare la solitudine di Batman sono i personaggi di Robin, Nightwing e Batgirl, divenuta poi Oracle, ed in particolare Alfred che riveste il ruolo di padre adottivo, alleato e confidente. Tuttavia, la misantropia di Bruce è un male incurabile. L’astraente senso del dovere che lo opprime gli impedirà di poter mai vivere una vita normale.

Bruce Wayne, come vollero Bob Kane e Bill Finger, è un figlio dannato. Un cavaliere maledetto, ossessionato dalla reminiscenza della morte dei suoi cari genitori. Egli vive schiacciato da un irrazionale senso di colpa che lo conduce a sentirsi come responsabile della loro morte. Batman è un eroe disturbato, la cui “sofferente pazzia” trova ristoro nella battaglia per un fine superiore. Quella di Batman è un’assuefatta follia razionale che viene sepolta sotto il peso dell’armatura che lo aiuta a tollerarne il dolore. Quella che definisco la sua follia razionale è diametralmente opposta alla follia irrazionale, insana e omicida del Joker, la sua nemesi. Batman e Joker sono due facce di una medaglia che li vede uno contro l’altro, in una atavica battaglia tra bene e male. Joker è ossessionato dalla sua esistenza, ed è attratto da ciò che rappresenta l’eroe mascherato non l’uomo. Batman è la democrazia equilibrata, Joker l’anarchia dell’insurrezione sregolata. I due vengono stilisticamente rappresentati in maniera opposta anche per un piccolo dettaglio che molto spesso sfugge all’attenzione: la seriosità e l’ilarità.

Joker genera l’incubo reale di una felicità spensierata e senza regole che sfocia nella cruenta apatia. Quello di Batman è un temperamento drammatico, afflitto, angoscioso, quella del clown è invece una lucida follia, esternata in una risata inquietante che trova piacere nell’attuazione del dolore. Batman soffre e alimenta la bontà insita del suo animo nell’afflizione, Joker incrementa la propria malvagità nella vivacità macabra della comicità. Nella contrapposizione tra Batman e il Joker, la drammaticità rappresenta il bene e l’ilarità il male. La compromessa sanità mentale di Batman ricerca l’ordine, l’instabilità mentale del Joker il caos, in un continuo gioco fatale che li vede contrapposti.

L’architettura imperscrutabile del palazzo mentale qual è la mente di Batman è paragonabile alle salde mura di Arkham, dove restano segregate nelle profondità irraggiungibili delle celle le torbide paure e i tormenti ansiogeni di un uomo che ha trasformato il dolore in fuoco che arde per dar calore e fiamma al suo volere.

Batman custodisce dentro di sé uno spirito crucciato, un animo desolato e oppresso. Le sue disperate fatiche compiute sempre con enorme rischio sembrano voler far intendere che Batman non tema mai la morte e che l’accolga come una liberazione. Come un autunno prossimo a cessare, l’anima del cavaliere oscuro può essere descritta come un paesaggio malinconico con cumuli di foglie rattrappite che giacciono senza vita e colore sul freddo terreno. E’ lo spirito di un uomo che vive da sempre in un interminabile inverno, stagione che avverte interiormente e che scandisce ogni giornata della sua vita con pioggia copiosa e nevicata incessante. Batman vive in un lungo inverno che non può essere ravvivato da alcun soffio estivo. E’ proprio in una notte gelida che Batman appare in piedi sulla cima di un palazzo, quando la luna piena su nel cielo sembra essere alle sue spalle e un fulmine che tuona dal nulla illumina per qualche istante la sua sagoma minacciosa.

Batman è mente pensante che riflette sull’asperità dell’esistenza con il gelo dell’inverno, la sola atmosfera che lo avvicina ad un senso di quella chiusura intima che motiva la propria battaglia. Bruce nella malinconica bellezza dell’inverno ha trovato se stesso, la sua doppia vita, la sola causa eroica che dà un senso normale a un mondo anormale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Jigen disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Essere un genio del furto deve rappresentare una qualità ereditaria, e incarnare l’estro parossistico del rubare: un talento tramandato di generazione in generazione. D’altronde, com’è che si dice? Tale padre tale figlio, giusto?! Nascere ladri ed esserlo per sempre è insito nel sangue dei Lupin, e scorre nelle loro vene.

Ispirandosi alla figura del ladro gentiluomo, Arsenio Lupin, nato dalla penna dello scrittore francese Maurice Leblanc, il mangaka Monkey Punch creò il personaggio di Arsenio Lupin III, nipote e degno erede del più grande ladro del mondo. Punch fa dell’atto di rubare un’attitudine innata, appresa per istinto da un legame di discendenza. Punch, così come fece Leblanc, non trattò il furto nel senso bieco e deplorevole del termine, donò a Lupin la caratura dell’eroe, seppur di eroe truffaldino parliamo. Dopotutto, un Lupin, qualunque Lupin esso sia, assurge doverosamente ad icona popolare del ladro gentiluomo. Un ladro gentiluomo è una furfante elegante nel vestire, dai modi cordiali, dal temperamento cortese e amabile, che usufruisce delle proprie abilità soltanto per rubare a chi possiede di più. Non che questo dettame ideologico giustifichi il gesto criminale del ladro gentiluomo. “Sembra giusto, però non si fa…”, recitava la meravigliosa sigla ritmata dal suono di una fisarmonica di “Lupin III”. Tuttavia, tale caratteristica del ladro gentiluomo, quella d’esser fraudolento soltanto nei confronti di quei ricchi arricchitesi sulle spalle dei poveri, rende la sagoma del criminale una figura affascinante, che impone ai propri lettori/spettatori la visione della storia dal punto di vista del criminale dal carattere bonario, invece che dal classico detective dall’indole incorruttibile. Il ladro gentiluomo, classicamente parlando, si erge al di sopra della legge per se stesso e per dar voce, con atti estremi e vendicativi, a chi non viene mai ascoltato. Ma a chi dà voce Lupin?

“Lupin III” vide la luce nel 1967. Conobbe un notevole successo in tutto il mondo per via di un taglio narrativo ironico e avventuroso. "Lupin III" non era una lettura destinata ai più giovani, era invece rivolta a un pubblico di ragazzi maturi e uomini adulti che apprezzavano le frequenti tavolozze erotiche che coinvolgevano il protagonista e la splendida amante Fujiko Mine, spesso rappresentata completamente senza veli. "Lupin III" divenne con estrema rapidità un fenomeno di massa, lo stile diretto, talvolta caricaturale e grezzo del disegno, e l’aspetto sbruffone e sbarazzino del personaggio principale resero “Lupin IIII” un manga rivoluzionario.

“Lupin III” raggiunse una fama planetaria a partire dagli anni settanta quando venne trasposto per la prima volta in televisione come anime. La prima stagione portò in scena il personaggio con indosso una giacca verde, dalla seconda serie, Lupin vestì la sua inimitabile giacca rossa, ad oggi la più riconosciuta del personaggio. Per i successivi quarant’anni, Lupin III conquisterà lo status di icona della cultura popolare e vivrà centinaia di avventure tra episodi, OAV e film anime ad esso dedicati.

La caratteristica delle avventure di “Lupin III” è quella di non avere propriamente una storia di base. “Lupin III”, in special modo negli anime, non ha una trama articolata e scomposta in più sezioni, ogni avventura fa storia a sé. Trattiamo, infatti, di un anime, oserei dire, antropocentrico, che pone i propri personaggi al centro della scena anteponendoli ad una trama continuativa. Sono i cinque personaggi principali i veri fautori del successo. Con Lupin non ci si appassiona alla trama di ogni singola avventura, ci si invaghisce, invece, del fascino di ogni singolo personaggio che, col tempo, impariamo a conoscere in ogni sua minima sfaccettatura caratteriale. I personaggi di “Lupin III” sono caratterizzati da uno stile proprio, univoco e riconoscibilissimo. Tutti loro sono disegnati secondo canoni estetici ben precisi: sono siluette snelle, alte, quasi filiforme, e indossano sempre gli stessi abiti. Al loro aspetto si abbina un carattere chiaro e distintivo.

Arsenio Lupin III ha un viso stralunato, un sorriso sbruffone che prelude ad una mente geniale. Lupin ha dei modi di fare spesso infantili e votati al divertimento senza remora. Egli è per metà francese e per metà giapponese ed è universalmente conosciuto per essere inafferrabile. Le belle donne sono il tallone d’Achille di Lupin, soltanto loro riescono a fargli abbassare la guardia. Egli è perdutamente innamorato della ladra Fujiko Mine, tanto da farsi volutamente raggirare dai suoi modi loschi e ingannatori. Lupin è un eccellente tiratore, e maneggia sempre una Walther P38, anche se le sue abilità non possono essere paragonate a quelle di Jigen.

Daisuke Jigen è d’origine nipponico-statunitense, ed è il miglior amico di Lupin, i due, infatti, si spalleggiano da sempre. Jigen veste sempre con giacca, cravatta e pantaloni neri, e indossa un cappello del medesimo colore dal quale è inseparabile. Jigen ha i capelli neri e lunghi, porta la barba incolta sul mento e sulle guance e cela spesso il suo volto mantenendo lo stesso abbassato e coperto dalla punta della visiera del cappello. Jigen è un accanito fumatore, e lo si vede sempre tenere un mozzicone di sigaretta tra le labbra. Egli è un cecchino infallibile, dotato di una maestria ineguagliabile nell’uso di qualunque arma da fuoco, anche se predilige adoperare sempre la sua rivoltella Smith e Wesson M19 Combat. Jigen, essendo sospettoso e introverso di natura, fatica a intraprendere relazioni con donne che non conosce, anche se ha sempre dimostrato di essere attratto da molte figure femminili che ha incontrato durante le sue innumerevoli avventure.

Il trio di base è chiuso da Ishikawa Goemon, samurai taciturno e meditativo. Goemon ha i capelli lunghi e scuri, ed è di religione shintoista. Goemon non accompagna Lupin e Jigen in tutte le loro missioni ma predilige spalleggiarli saltuariamente. Schivo e austero, Goemon maneggia con impareggiabile destrezza una katana (dalla quale non può separarsi), e con essa è in grado di tagliare di netto qualunque cosa voglia. Goemon è uno schermidore imbattibile su campo neutro. Seppur professi l’attività di ladro, ha un proprio codice etico inviolabile.

Ai tre amici, si unisce Fujiko Mine, amante di Lupin. Fujiko, nota in Italia anche come Margot, è tanto bella da togliere il fiato. Porta i lunghi capelli color rame sempre sciolti, ha gli occhi neri, le labbra carnose e la pelle bianchissima. Fujiko è alquanto formosa, ha un seno enormemente prosperoso e veste sempre in modo succinto, il che la rende piacevolmente provocante. Fujiko incarna la tentazione femminile più estrema, essendo lei ingannatrice ed egoista. E’ stata concepita come l’archetipo della donna dal fisico perfetto e statuario. Ella amalgama l’audacia del corpo all’astuzia della mente. E’ una persona indipendente, forte, che piega gli uomini al proprio volere. Fujiko rimane una delle donne più attraenti che siano mai nate dall’immaginazione letteraria e fumettistica, personificazione di una bellezza mozzafiato e di un’arguzia pericolosa e criminale, tanto da poter essere considerata una femme fatale di raro splendore.

Fujiko sa di essere amata da Lupin, e sfrutta il sentimento sincero provato dal ladro per proprio tornaconto. Il suo rapporto con lui è tuttavia particolare, sebbene lei lo raggiri continuamente; dimostra più di una volta di ricambiare i sentimenti dell’uomo, d’esserne gelosa e protettiva.

Giungiamo, infine, all’antagonista di Lupin, l’irriducibile e infaticabile Zenigata, Ispettore dell’Interpool, posto a capo della cattura del ladro gentiluomo. Zenigata è a tutti gli effetti l’avversario per antonomasia di Lupin, e dovrebbe assurgere a ruolo di nemesi del protagonista. Zenigata è, in vero, un antagonista del tutto particolare: è un personaggio positivo, d’animo buono e altruista. Egli appare goffo e a tratti imbranato, e sebbene possa sembrare imprudente, avventato e sciocco, è in verità molto arguto.

Zenigata veste sempre con un impermeabile color beige a cui abbina un cappello d’ugual colore. Anch’egli è un fumatore. L’ispettore è la personalità più complessa del manga e dell’anime. Nonostante sembri un personaggio comico, Zenigata cela una profondità caratteriale e psicologica di grande fascino.

Egli è riconosciuto come un grande ispettore, perché riesce ad arrestare tutti i criminalità cui dà la caccia; tutti meno Lupin. Quest’insoddisfazione dovuta alla mancata cattura del ladro costituisce un’ossessione per lui. Zenigata convoglia in sé una duplice ricezione interpretativa da parte dei lettori e degli spettatori. Duplice nonché contraddittoria: ironia e tragicità. Zenigata è una persona testarda, quasi implacabile nei suoi estenuanti inseguimenti per arrestare Lupin. Egli non si arrende mai! Zenigata è mosso da un forte volere, e offre una rilettura caratteriale di stampo comico per via degli esiti esilaranti dei suoi inseguimenti, che spesso lo vedono protagonista di malconce cadute rovinose al suolo. Zenigata è altresì un uomo solo, lontano dalla famiglia e dalla sua unica figlia, è dedito solo al lavoro in cui ripone piena fiducia e speranza. Zenigata è schiacciato dal peso di una missione che non può adempiere e la sua devozione al lavoro lo porta a girovagare il mondo senza meta e senza una casa. Una condizione tragica d’esistenza.

Il suo rapporto con Lupin non è solo intrigante ma unico. Egli desidera catturare il ladro ma se ci riuscisse, verrebbe meno la motivazione della sua intera esistenza. In alcune occasioni, quando Zenigata credeva di aver finalmente messo dietro le sbarre Lupin, è caduto vittima di un’acuta depressione poiché non aveva più alcun interesse da soddisfare. Il moto della sua vita anela a un finale da non dover mai raggiungere e la sua ricerca costante mira a un raggiungimento nullo e infruttuoso. Egli vuol inseguire il suo acerrimo nemico per sempre, fin quando entrambi non saranno esausti e solo in quel momento potranno decidere chi dei due è riuscito davvero a prevalere, se la furbizia o la caparbietà, se l’incorreggibilità o la resistenza che Lupin e Zenigata rivestono.

Zenigata considera Lupin il suo unico amico, e lo stesso Lupin, che chiama l’Ispettore affettuosamente “Zazà” o “Papà Zenigata”, sa che se un giorno dovesse accettare di scontare i propri crimini si farebbe arrestare soltanto da Zenigata. Entrambi hanno più volte dimostrato di essere leali l’un l’altro in situazioni di pericolo. Vige una sorta di sottintesa, astratta e fraterna amicizia tra i due “nemici”.

Lupin III crea coi suoi personaggi un empatico rapporto d’ammirazione, stima e apprezzamento nei confronti degli spettatori. A chi presta voce, dunque, il ladro gentiluomo, secondo discendente del primo Arsenio Lupin? 

A tutti coloro che, con caratteri diversi, possono immedesimarsi nei rispettivi personaggi che più amano. Dà voce e avventura agli inguaribili romantici, alle anime laconiche e misteriose come Jigen, alle personalità flemmatiche e riflessive come Goemon, alle donne seducenti e sinistre che ottenebrano spiriti animosi di sensibile dolcezza, e infine, dà parola a tutti coloro che seguono un sogno destinato a rendere la propria vita come fosse un’interminabile avventura, come Zenigata.

Lupin III dà voce alla gente, al popolo, a tutti coloro che ne fanno parte.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Era un mercoledì di tristi novelle quello che si consumò con la stessa rapidità di un fuscello avviluppato dal fuoco, in quel lontano 4 agosto del 1875.  Le ceneri del rametto si levarono alte e sparirono nel cielo come il soffio di un drago che borbotta tra sé e sé al crepuscolo. Una vita era cessata e con essa anche l’artificio produttivo di quell’uomo che aveva vissuto così intensamente. Hans Christian Andersen scrisse l’ultima pagina della fiaba della sua vita un tranquillo giorno di inizio agosto. La rigida copertina di quel tomo che aveva contenuto i passi esistenziali di questo percorso sulla Terra si chiuse. Andersen se ne andò con la consapevolezza di aver lasciato un’impronta del suo passaggio, indelebile come macchia di inchiostro su di un foglio immacolato. Le sue passioni, i suoi sentimenti, la prospettiva fiabesca con cui interpretò il mondo e si fece strada tra i sentieri favolistici della sua vita rimangono impressi nella letteratura. E’ desolante dover leggere l’ultimo capoverso di una vita, non tanto per la consapevolezza che anche la più sensibile delle esistenze ha un inizio e una fine, quanto per la presa di coscienza di tutto ciò che c’è stato prima di quell’ultimo atto. Davanti all’invenzione fantasiosa di una mente prolifica come quella di Andersen, viene spontaneo domandarsi, se avesse avuto un tempo maggiore da poter sfruttare, cosa avrebbe seguitato a raccontarci? Egli morì all’età di settant’anni, quando ancora la sua penna poteva dare vita e anima ai personaggi delle sue fiabe, agli animali dotati di parola e d’intelletto delle sue favole, e avrebbe potuto imprimere ulteriore caratura vitale a nuovi mondi, con cui essi avrebbero interagito. Ma nulla più accadde, e le restanti immaginazioni favolistiche di Andersen furono portate via dal vento e rilasciate, chissà, forse tra le rive del mare, per essere raccolte dalle medesime onde in cui visse la più cara delle sue “figlie”, quella Sirenetta con la quale Andersen scolpì il suo nome tra le mura rocciose del ricordo indelebile.

Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca, il 2 aprile del 1805, da una famiglia di umilissime origini. Era figlio di Hans, di professione calzolaio, e di Anne Marie Andersdatter. Hans Christian vive con la sua intera famiglia in una singola stanza in condizioni di indigenza. L’ambiente modesto in cui Andersen crebbe non pareva essere certamente dei migliori, eppure lo scrittore lo reinterpreterà sempre come un mondo di fiaba, i cui scorci di estrema miseria vengono riletti dalla sua verve sognante e infantile come luoghi impregnati di magia. Sebbene il suo carattere sognante alimenti la di lui fantasia, così come anche l’educazione affettiva del padre, grande narratore di storie (si dilettava nelle letture de “Le mille e una notte” per il figlioletto), non faccia che accrescere in lui uno spirito votato all’inventiva narrativa e fantastica, il giovane Andersen, crescendo, si affaccerà alle difficoltà della vita, dovendo far fronte alle proprie paure e insicurezze. A soli undici anni Hans Christian resterà orfano di padre, e dovrà prendersi cura come potrà della madre, caduta preda dei vizi dell’alcool. Si trasferirà poi a Copenaghen, città dove oggi si staglia sulla riva del mare una celebre scultura ispirata proprio alla sua opera più famosa. Ma come è potuto accadere che un ragazzetto di 14 anni, che pecca di una formazione scolastica frammentaria e che non tollera, se non con stoica sofferenza, quello che definirà un “supplizio”, ovvero la permanenza tra i banchi di scuola, diventare ciò che poi è diventato? Andersen sogna di diventare attore di teatro; ma come fare con quella camminata dinoccolata e quel fisico così magro? E poi quella vistosa gibbosità al naso e una scarsa presenza scenica non promettono niente bene. Andersen cimenta comunque le sue due grandi passioni, che sono il teatro e la letteratura, entrambe ereditate dal padre, e sperimenta nei successivi anni qual è che sia il genere prediletto, a seconda delle sue attitudini scrittorie. Compiuti i trent’anni, Hans Christian comincia la sua forsennata attività letteraria che contempla romanzi, raccolte di poesie, annotazioni di viaggio e componimenti satirici. Tuttavia è soltanto uno il genere che più lo appaga, quello in cui Andersen può rendere tangibile in parole la sua profondità autoriale: la fiaba. In essa, Andersen dimostra la limpidezza del suo talento, soave come la grazia di un cigno che nuota sulla superficie di un lago, mantenendo lo sguardo chinato verso lo specchio dell’acqua a rimirare la propria immagine riflessa di brutto anatroccolo.

Dal 1930 in poi, Andersen scrive alcune delle sue fiabe più famose, racconti intrisi d’ispirazione reale ma al contempo grondanti di un’astratta concezione fantastica. La realtà viene così modellata nella fiaba, rivoluzionata dall’estro dell’autore danese. La penna viene intinta nell’inchiostro, con sempre maggiore frequenza, quando Andersen necessita di trascrivere tutte le fiabe che riesce a partorire dalla propria fantasia. Le notti inquiete, quelle in cui l’autore, chi lo sa, magari faticava a prender sonno perché disturbato da un piccolo legume insinuatosi tra le lenzuola del letto, lo costringono a star sveglio, a creare le sue meraviglie. Egli, per conformare le sue idee in racconti fiabeschi, riflette sui propri stati d’animo e trasforma secondo un ardito uso metaforico ed allegorico i suoi fantasmi in personaggi, le sue paure in animali e le sue sensazioni in contesti fantasiosi. E’ una fiaba fantastica ma attinente al vero, alla formazione vitale e al sentimento umano quella di Andersen, un genere alle volte speranzoso, altre cupo, drammaticamente sofferente e di rado a lieto fine. Per ogni sua fiaba, Hans Christian mescola il piacevole inganno del fantastico con l’asperità della vita vissuta. Il suo aspetto, non proprio da adone, la sua goffa andatura e quello schiacciante senso di solitudine e di “diversità” che lo attanagliano lo fanno sentire come un brutto e sventurato anatroccolo finito in un recinto di anatre, seppur nato da un uovo di cigno. Formazione, crescita, accettazione di se stessi e del proprio posto nel mondo sono solo alcune delle fonti analitiche riscontrabili nei suoi lavori. Andersen eleva gli standard della fiaba, andando oltre ciò che fecero i fratelli Grimm, imprimendo ai suoi scritti il valore assoluto di un racconto trasbordante di emozioni più o meno variegate, e di sicuro non racchiudibili in un spazio circoscritto.

“La principessa sul pisello”, "I vestiti nuovi dell'Imperatore", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia", "Il soldatino di stagno", "La regina delle nevi", “Mignolina” sono solo alcune delle sue opere universali. Il 1937 è l’anno in cui vide la luce il suo capolavoro: “La sirenetta”. Hans Christian, influenzato dalla figura mitologica della sirena, scrive una fiaba dal trasporto emotivo ineguagliabile.

La Sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando compose “La sirenetta”, lo scrittore instillò nel calamaio le proprie lacrime, grosse come gocce di rugiada, le quali si mischiarono all’inchiostro, divenendo tutt’uno con la carta e con ogni singola lettera che servì alla stesura della fiaba. “La sirenetta” è una fiaba forgiata da un amore inviolabile, sbocciato nella speranza come fiamma imperitura che divampa nella sofferenza, nel più lancinante dei patimenti, fin quando non raggiungerà il sublime, in uno dei finali più strazianti che soltanto il genio creativo di Andersen poteva farci dono: un atto conclusivo che conferì alla storia un lirismo estremo. “La sirenetta” di Andersen racchiude in sé un turbinio di sentimenti, i quali risuonano come il dolce e malinconico canto di una sirena logorata dal peggiore dei mali per un’anima sensibile: un amore non corrisposto. Credo sia una nenia angosciante quella intonata dalla sirenetta del racconto, nell’attimo in cui, abbandonatasi sulle sponde di sabbia granulosa, ella richiama l’amore che sparisce via su di un vascello all’orizzonte. Andersen, con “La sirenetta” innalzò la fiaba a un linguaggio ancor più universale, perché poté rivolgersi in egual misura e con tale coinvolgimento sia ai fanciulli, attenti uditori, che agli adulti, i quali, avrebbero a loro volta letto le fiabe ai loro piccoli.

Andersen era una persona estremamente sensibile, e la sua delicatezza spesso condizionò i suoi rapporti con amici e parenti. Viaggiò ogni qualvolta poté, mosso da un’innata curiosità e da un’insaziabile voglia di conoscenza. Di temperamento garbato e malinconico, Hans Christian Andersen nell’animo rimase eterno innocente. Scriveva: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco.”

Andersen raggiunse il traguardo dei suoi settant’anni quando aveva già accolto da tempo una fama considerevole. Dall’indigenza del proletariato era divenuto un illustre scrittore, i cui lavori vantavano traduzioni in tutto il mondo. Nella camera in cui trascorse i suoi ultimi mesi di vita, di proprietà della famiglia Melchior che lo ospitò con gioia, immagino francamente che fosse respirabile l’aria, come effluvio incantato, delle sue fiabe. Il magico mondo da lui creato deve averlo accompagnato fino alla fine, quando spirò serenamente.

La Sirenetta di Copenaghen riposa ancora oggi su di uno scoglio in riva al mare. La sua coda è prossima a lasciare intravedere due gambe di epidermide bianca e liscia come seta, così come le aveva sempre sognate per poter calcare il suolo terreno e vivere il suo grande amore. Il suo sguardo rivolto verso l’infinito testimonia la grandezza di una storia talmente bella da dover essere omaggiata come arte bronzea. Una scultura che ci rammenta un tempo ormai passato, in cui ci fu un autore che descrisse questa donna sublime che per amore avrebbe voluto trasformarsi in una comune mortale.

Per leggere il nostro articolo "La Sirenetta - Dall'opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto" cliccate qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

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Disegno di Erminia A Giordano per CineHunters

 

Cat's Eye - Occhi di gatto  è un manga di Tsukasa Hojo, insieme a “City Hunter, l’opera maggiormente conosciuta del mangaka giapponese. “Occhi di gatto” venne pubblicato in Giappone dal 1981 al 1985. In Italia, invece,  è stato pubblicato da Star Comics dall'aprile 1999 al settembre 2000 sulla collana Starlight.

Come per la maggior parte dei manga di successo, anche “Occhi di gatto” venne trasposto in una serie televisiva anime di 73 episodi, prodotta da Tokyo Movie Shinsha e trasmessa su Nippon Television dal 1983 al 1985, andata in onda anche in Italia dal settembre 1985 sull'emittente televisiva Italia1. In Italia l’anime raggiunse una notevole fama, soprattutto tra il pubblico femminile che ne apprezzò l’atmosfera ricca di suspense, il carattere delle tre protagonista in cui potevano identificarsi e la sigla di Cristina D’Avena, divenuta un vero e proprio tormentone col suo ritornello.

  • La storia di “Occhi di gatto”

Protagonista del manga è Hitomi Kisugi (Sheila Tashikel nell'edizione italiana), proprietaria del Bar-Caffè Cat's Eye ("Occhi di gatto").  Sebbene Sheila spicchi su tutte come personaggio centrico della serie, le sorelle Rui (la maggiore) e Ai, rispettivamente Kelly e Tati, rivestono dei ruoli di spessore tanto che il trio viene considerato il fulcro dell’intera serie, allontanando le semplicistiche indicazioni tra chi sia il protagonista e chi il comprimario. Le tre sorelle formano in segreto “Occhi di gatto”, una banda di gatte ladre inafferrabili che rubano esclusivamente opere d'arte appartenute a Michael Heinz, famoso artista degli anni '40, che è il loro amato padre scomparso. Esse desiderano ricostruirne la collezione che era stata loro sottratta dai nazisti, e individuare sufficienti indizi per poterlo ritrovare. Sebbene le giovani ladruncole compiano gesti illegali, il loro agire è dettato da voleri nobili e del tutto comprensibili. Il padre delle ragazza, il cui nome era Michael Heinz, era un pittore di origine tedesca, si trasferì in Giappone e vi lavorò a lungo, trovando al contempo l'amore della sua vita nella giovane e ricca Marie Kisugi, che successivamente lo seguì in Germania, quando Michael, nel 1944, fu costretto a rimpatriare a causa degli intrighi di un suo rivale. Marie e Michael si sposarono ed ebbero tre figlie: Rui (Kelly), Hitomi (Sheila) e Ai (Tati). Poco dopo la nascita della terzogenita, la madre morì e Michael scomparve nel corso di un incendio, appiccato dai suoi stessi allievi, che bramavano di impossessarsi delle sue opere. Heinz durante il secondo conflitto mondiale ha fatto parte di una resistenza contro il movimento dittatoriale nazista.

Sheila è una giovane donna dai folti capelli mori, ha 24 anni ed è la più agile e atletica delle tre, tanto da essere ritenuta il "braccio" della banda.  Shila è molto avvenente e sfrutta le sue abilità per entrare in azione e rubare i reperti agognati dalla banda “Occhi di gatto”.  Shila è fidanzata con Toshio Utsumi (Matthew HismanAma) e lo ama così tanto da esserne gelosissima, specialmente nei confronti della bella Mitsuko Asatani (Alice), collega del detective.   Matthew è, per ironia della sorte, l’investigatore posto a capo delle investigazioni per catturare “Occhi di gatto”.  Matthew è un abile detective anche se non riesce in alcun modo a catturare le giovani ladre che anticipano sempre le sue mosse. Catturare la banda significa molto per il poliziotto anche se, in cuor suo, Matthew rispetta le ragazze perché più volte si dimostrarono leali e dotate di un codice d’onore etico e morale. Il rapporto di Hitomi con Toshio procura a Occhi di gatto complicazioni e vantaggi: Hitomi riesce a estorcere a Toshio informazioni riservate, grazie alle quali la banda riesce quasi sempre a farla franca, fuggendo con la refurtiva.

Matthew è una figura maschile molto diversa da un altro celebre personaggio creato da Hojo, ovvero Ryo Saeba, il protagonista di City Hunter. Se il primo è molto timido e impacciato con Shila, il suo grande amore, Ryo è invece alquanto sciolto e senza remore alcuna nel corteggiare le belle donne, tanto da essere trattato, ironicamente da loro, come un inquietante maniaco. Se Shila sorride ogni qualvolta Matthew commette qualche azione goffa per l’emozione della sua presenza, Kaori, il grande amore di Ryo, invece, lo punisce scagliandogli contro dei giganteschi martelli tutte le volte che Ryo non riesce a contenersi dinanzi a una donna avvenente.

La sorella maggiore del trio è Rui. Ella ha 27 anni, è la più matura e costituisce la mente della banda e punto di riferimento imprescindibile per le sorelle minori. Rui è esperta nell'elaborare i piani più ingegnosi. È molto materna ed affettuosa verso Sheila e Tati. E' una donna estremamente bella e femminile, è la più appariscente nella voluminosità delle forme del corpo rispetto alle tre sorelle. Tati è la sorella minore, ha 16 anni, frequenta ancora il liceo ed è un genio della meccanica. Spesso imprudente, mette in pratica le sue doti da piccolo genio della meccanica, perché è capace di progettare e costruire qualunque tipo di marchingegno.

Il finale dell'anime terminava con una conclusione aperta, nella quale le tre sorelle incontrano il fratello gemello del padre, che è colui che lo ha tradito. Non si sa, dunque, se riusciranno davvero a trovare l'amato genitore e, soprattutto, come evolverà la storia tra Sheila e Matthew (e se lui scoprirà la doppia identità di lei).

Il finale del manga, scritto l'anno seguente alla conclusione della serie animata, è a carattere aperto. Hitomi rivela a Toshio di essere una delle ladre e scappa negli Stati Uniti. Toshio riesce a rintracciarla, ma la ragazza afferma di aver perso la memoria a causa di una meningite virale. Hitomi e Toshio tornano di nuovo insieme sebbene ella non rammenti il proprio passato. Tuttavia, alcuni dettagli delle scene finali, come Hitomi che porta al dito l'anello di Toshio, e alcuni suoi discorsi nei capitoli precedenti, fanno supporre che Hitomi non abbia veramente perso la memoria e che sia solo un espediente per potersi riunire a Toshio senza l'ombra del suo passato criminale a minare il loro rapporto.

Nella propria mitologia narrativa, Hojo ha voluto inserire una continuità nelle sue opere. Il bar in cui lavora Falcon, personaggio di “City Hunter” è lo stesso bar delle tre ragazze, chiamato per l’appunto “Occhi di gatto”. Intuiamo che le vicende di “City Hunter” sono ambientate a seguito delle avventure della banda “Occhi di gatto” e che il bar in cui i protagonisti si incontrano è stato lasciato dalla tre ragazze a seguito della loro fuga. Un piacevole easter-egg.

  • Conclusioni

Rispettando il classico stile di Hojo, anche in “Occhi di gatto” la trama continuativa della serie è soltanto la superficie. In ogni singolo albo gli eventi permettono di comprendere sempre più il carattere delle protagoniste. Hojo sin da “Occhi di gatto” conferma di essere un mangaka in cui la psicologia dei personaggi è ben più importante della storia in sé, ma con essa crea un filo narrativo appassionante e coinvolgente.

Articolo a cura di Erminia A. Giordano

Redazione: CineHunters

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Nel 1941 vedeva la luce tra le pagine colorate di un fumetto (al numero 8 di All Star Comics), Wonder Woman, la prima vera icona d’eroismo femminile dell’espressione cartacea supereroica. A concedere i propri servigi pubblicitari e a mandare in stampa il primo numero della supereroina fu la DC Comics, che ben presto eresse Diana Prince, il vero nome di Wonder Woman, a simbolo assoluto della propria casa d’appartenenza insieme a Superman e Batman.

Wonder Woman venne creata da William Marston, un teorico del femminismo che, con parsimonia e amorevole cura, tesse i filamenti descrittivi, estetici e caratteriali del personaggio, un po’ con l’egual maestria e la medesima precisione della giovane Aracne, quando ella tesseva filati d’impareggiabile bellezza sia al tatto che alla vista. E Wonder Woman, sin dai primissimi bozzetti, era davvero bellissima. Una creatura femminile vivida e decisa più che mai a fuoriuscire dalle proprie raffigurazioni con la giusta grazia e una tale prorompente vitalità da non poter essere contenuta tra gli stretti contorni di un foglio di carta. In effetti il paragone con Aracne calza a pennello per la precisione con cui Marston riuscì a delineare la personalità della protagonista, così presa a simbolo da ispirare migliaia di appassionati lettori. Col mito greco Diana andava a nozze, dopotutto, dato che la sua stessa mitologia narrativa era devota a quegli arcani racconti. Probabile che Diana ricordi Aracne per la precisione millimetrica dei suoi “colpi”, che somigli ancor di più alla guerriera Atena per la sua tenacia combattiva, o che ricordi la meraviglia incorporea e celestiale della dea Afrodite: Wonder Woman fu un dono che gli dei dell’Olimpo fecero ai lettori, agli uomini e alle donne, una fascinosa silhouette che fosse capace di coniugare potenza ed eleganza. Ella fu un encomio incarnato e rivolto alla bellezza intrinseca di ogni donna, ma anche un elogio personificato alla loro capacità di affermarsi con egual fermezza dell’uomo.

Wonder Woman disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Marston fece risalire le origini del personaggio all’Isola di Temshira, luogo misterioso mai, in verità, calcato dall’uomo mortale, in cui vivevano le Amazzoni, un popolo guerriero di sole donne. Wonder Woman possiede, alla fine del proprio “tronco vitale” radici mitologiche, come dicevo.  Ella è figlia di Ippolita, la regina delle Amazzoni. Una figura regale d’indubbia valenza, Ippolita viene infatti menzionata nel mito delle dodici fatiche di Eracle, in cui l’eroe doveva riuscire a insinuarsi tra le amazzoni e rubare la cintura della regina, il cui valore era inestimabile. Tale impresa corrispondeva alla nona fatica dell’eroe greco. Nel racconto a fumetti dedicato a Wonder Woman, Ippolita desidera una figlia e implora la dea Afrodite di farle dono di una bambina. Diana nascerà così dal volere della dea dell’amore e crescerà in quest’isola paradisiaca, formandosi come donna e plasmandosi come una guerriera imbattibile. Quando Diana crebbe, decise di lasciare l’isola, in seguito al suo incontro con Steve Trevor, pilota degli Stati Uniti d'America, precipitato in mare a pochi metri dalle coste dell’isola. Le avvisaglie del secondo conflitto mondiale, spinsero Diana ad abbandonare il suo luogo d’origine per combattere contro le forze naziste. Wonder Woman è ancor più amore patriottico, e il suo costume appare adornato delle stelle della bandiera americana.

Si volle tracciare sulla carnagione bianca della donna, un aspetto austero ma al contempo delicato, e nell’intimità segreta della dama un temperamento che riuscisse ad esternare una bellezza disarmante e un carattere gentile e generoso, forte e indomabile. Wonder Woman non è più la classica donzella in pericolo ma si configura lei stessa come l’eroina coraggiosa e pura capace di salvare le persone che anelano al suo intervento propiziatorio.

Wonder Woman tentò con successo di offrire una chiave di lettura verso la parità dei diritti, non ergendosi sopra l’uomo così da poterlo sfidare, sconfiggere o oltraggiare, bensì mostrandosi come una portatrice di un senso giusto e rispettoso riservato alla parità assoluta e perfettamente comprensibile: quella che pone l’uomo e la donna su due piani esistenziali di pari livello.

Diana è una donna estremamente bella e avvenente, prosperosa e seducente. Il suo corpo scultoreo lascia combaciare una muscolatura accennata in alcuni punti chiave con delle curve tonde e armoniche che rimandano alle bellezze scolpite delle statue greche. Wonder Woman è una statua non bronzea, ma dalla caratura degli inarrivabili canoni estetici delle opere antiche, una sorta di statua in movimento, concepita secondo gli stili classici e caratterizzata secondo i voleri moderni.

Diana ha i capelli neri e porta sul capo un diadema derivante dalla sua discendenza reale come regina delle Amazzoni. Indossa un costume con un corpetto rosso e con dei ricami dorati intessuti ad arte per formare un “WW” in corrispondenza del seno. Tale simbolo è l’abbreviazione del nome della guerriera. Il costume di Wonder Woman prosegue con una gonna corta ornamentata da alcune stelle bianche impresse su sfondo azzurro. Diana calza degli stivali rossi e lascia le sue gambe completamente scoperte. L’armatura di Wonder Woman è completata da due bracciali argentati, praticamente indistruttibili, con cui può difendersi e deviare i colpi da fuoco. Ella possiede altresì il lazo d’oro, chiamato anche lazo della verità, con cui avvolge i suoi avversari impossibilitandoli a scampare alla presa e potendoli così costringere a non poter dire alcuna menzogna.

Wonder Woman ha il dono dall’eterna giovinezza, è immortale ma può soccombere se uccisa in combattimento. Diana è dotata di una forza sovrumana, paragonabile a quella di Superman, può volare, muoversi a grande velocità, e possiede una resistenza fisica e mentale che le permette di guarire in fretta dalle ferite. Wonder Woman risulta praticamente imbattibile nel combattimento corpo a corpo, ed è un’assoluta esperta nell’uso della spada e dell’arco.

L’amazzone è tra i membri preminenti della Justice League insieme a Superman, Batman, Flash e Lanterna Verde e ha intrecciato, alle volte, alcune relazioni amorose con Bruce Wayne, e nelle storie del New 52, con Clark Kent. Il più grande amore della vita di Diane resta però Steve Trevor, il pilota dell’aereonautica militare statunitense che l’accompagnò nel suo primo viaggio verso l’America, e che diverrà in seguito, nelle storie classiche e maggiormente conosciute, suo marito.

Wonder Woman ebbe due trasposizioni in carne ed ossa, una sul piccolo schermo e una sul grande schermo. Tra il 1975 e il 1979, Lynda Carter concesse la sua dirompente bellezza per trasporre per 60 episodi il personaggio di Wonder Woman. In questa serie televisiva, Diana aveva degli atteggiamenti molto somiglianti a quelli del rinomato Clark Kent, quando nasconde la propria identità. Diana indossava dei grossi occhiali che le coprivano il viso e legava spesso i capelli per non destare sospetti. Quando doveva entrare in azione, roteava su se stessa, accompagnata da un estratto ricorrente della celebre colonna sonora, e attraverso un gioco di luci, appariva col suo classico costume. Lynda Carter aveva un fisico formoso e atletico e venne spesso definita la Wonder Woman perfetta.

Dal 2014 Wonder Woman è interpretata sul grande schermo dalla bellissima attrice israeliana Gal Gadot che ha fatto il suo debutto in queste vesti in “Batman V Superman”, ottenendo reazioni estremamente positive per la sua performance. Gal Gadot riprenderà il ruolo nel film dedicato al personaggio e nelle successive apparizioni del DC Cinematic Universe. In questa versione, Wonder Woman combatte con una spada affilata e uno scudo.

Wonder Woman rappresenta l’intramontabile anelito di speranza racchiuso nel coraggio e nella forza ammirevole di un simbolo del gentil sesso: ella nata dal mito è divenuta mito a sua volta.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il personaggio dei fumetti per antonomasia è senza dubbio Topolino. Se non  altro è il più conosciuto e il più amato.

E, infatti, il primo personaggio della banda Disney, destinata poi a diventare leggenda, nacque nel 1927. Si racconta che, per crearlo, Disney si sia ispirato a uno dei tanti topi che frequentavano il suo ufficio, quando egli lavorava come disegnatore per una rivista di Kansas City. Si trattava di un simpatico animaletto che aveva raggiunto una tale familiarità con lui tanto d’arrampicarsi quotidianamente sul suo tavolo da disegno.

Il debutto assoluto del personaggio avvenne l'anno dopo, nel 1928, nel cortometraggio Steamboat Willie, uno dei primissimi cartoni animati a fare uso di audio sincronizzato.  Con l'avvento del sonoro Topolino acquistò la voce. Topolino che parlava suscitò entusiasmo tra il pubblico e così nel 1930 dallo schermo passò ai fumetti, assieme a tutta una serie di altri personaggi, che vanno da Pippo a Pluto, da Clarabella a Orazio, a Pietro Gambadilegno.

La prima, storica immagine di Topolino.

 

All’inizio era un animaletto dispettoso e furbastro che si metteva sempre nei guai, finendo sovente per restare vittima delle sue stesse trappole che disseminava in giro. Ben presto però ebbe una prima trasformazione, divenendo un personaggio positivo, onesto e leale. In questa nuova veste Topolino incarnava l’americano medio, colui che aveva piena fiducia nella giustizia e grande sostenitore dell’intraprendenza individuale. Egli appagava il bisogno di avventura e gli dava conferma della veridicità della sua superficiale visione del mondo, ben diviso tra onesti e maligni. Vizi e virtù rimanevano confinati in una sorta di spazio intermedio. Grande valenza assume l’amicizia, un sentimento ancor più evidente dell’amore.

Pippo è il migliore amico di Topolino. A differenza di Topolino, Pippo è alto e dal passo dinoccolato, ed è altresì ingenuo, distratto, sognante e goffo. Pippo con la sua amicizia trascina il più raziocinante Topolino nella verve di un'avventura marcatamente fantasiosa.

 

Tra i vizi vi si riscontrano il furto, il rapimento e la truffa, tutte colpe contro la ricchezza e il possesso. Mancano i gesti d’eroismo, ma questo è più che comprensibile, perché ciò introdurrebbe il fattore tragico della morte che deve comunque rimanere estranea, anche come ipotesi, al mondo dei fumetti per salvaguardare l’immortalità e l’eterna giovinezza dei personaggi. Al lettore bisogna sempre tranquillizzare l’animo.

Topolino apprendista stregone in "Fantasia" del 1940. Topolino appare come un dispensatore di magia fantastica e pura.

 

A partire dal 1939 Topolino subì profonde modifiche, sia nel disegno che nelle vicende, tipiche di un detective moderno, paladino del sistema politico vigente di cui esegue fedelmente i comandi senza farsi né fare domande. E’ diventato, dunque, una sorta di macchina automatica. Nell’evoluzione del personaggio si rispecchiano i cambiamenti della società americana i cui valori hanno subito un marcato processo di involuzione: dall’esaltazione dell’iniziativa individuale al culto dell’obbedienza passiva e rassegnata.

Copertina italiana del fumetto "Topolino" con il personaggio vestito dal sommo poeta Dante Alighieri.

 

Ancora oggi Topolino continua a deliziare con le sue avventure adulti e piccini. Non di rado è possibile trovare in allegato al fumetto parti da assemblare per la costruzione di qualche oggetto in miniatura, sia esso un’automobile o una moto o addirittura un’imbarcazione. Questo espediente, anche se non coinvolge la famiglia tutta intera, di sicuro contribuisce a rinsaldare il legame padre – figlio, di cui oggi, più che in passato, se ne avverte forte la necessità.

Quando si scorge la figura di Topolino non si può far altro che fermarsi a riflettere su quanto un singolo personaggio sia stato fondamentale nella creazione di un mondo fantastico. Disney volle sempre rammentare a tutti che ciò che era diventata la "Walt Disney" lo si doveva a un singolo personaggio, che riuscì a far brillare in cielo, per la prima volta, la stella di questa "casa" da cui fuoriuscirono meraviglie visive e immutate. Topolino fu il primo dei "figli" di Walt Disney, e da lui derivarono creazioni che, senza il suo successo, non avremmo potuto altrimenti mirare.

Tutto ebbe inizio...con un Topolino.

Redazione: CineHunters

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Quando Cesare scrisse il “De bello Gallico” si prefisse l’obiettivo di narrare e descrivere minuziosamente gli usi e i costumi della civiltà gallica e barbarica. Nonostante tale saggio venga considerato un corpus storiografico di straordinario valore, molti studiosi rimproverano al Console di aver volutamente dimenticato la trattazione delle vicende militari di un piccolo villaggio dell’Armorica, popolato da irriducibili Galli capaci di resistere ora e sempre agli invasori romani. A colmare tale lacuna, ci pensarono però René Goscinny (sceneggiatore) e Albert Uderzo (disegnatore) restituendo ai testi scritti le gesta di quei galli, che senza risparmiarsi, non cedettero mai al dominio bellico dell’Impero Romano.

Sarebbe un’introduzione questa da far sobbalzare dalla sedia qualunque lettore appassionato di Storia Antica, sprovvisto però di una fine ironia o di una sufficiente conoscenza della letteratura a fumetti. E’ alquanto evidente che il villaggio a cui facevo cenno è frutto della fantasia di due autori francesi, e che non poteva in alcun modo essere trattato dall’imbattibile condottiero romano, poiché, a dire il vero, esso non è mai esistito. Goscinny e Uderzo sono in verità i creatori di “Asterix e Obelix”. I due trassero spunto proprio dalla conquista della Gallia, ambientando la storia del fumetto attorno al 50 a.C. per creare un villaggio cinto da mura salde ma piuttosto rudimentali se paragonate alla gloria architettonica dell’Impero Romano, in cui vivevano Asterix e Obelix. I due autori trattarono con raffinata e surreale ironia le avventure di ambedue i guerrieri gallici, intenti a difendere il loro villaggio con l’ausilio di una pozione magica creata dal Druido Paronamix. L’atmosfera storica, la comicità sarcastica e l’elemento soprannaturale costituiscono la ricetta vincente per il successo di questo fumetto francese, che vide la luce della sua prima pubblicazione nel 1959. Protagonista della storia è Asterix, un gallo baffuto e bassino ma arguto e coraggioso che affronta gran parte delle sue avventure col fraterno amico Obelix. Quest’ultimo è sin dal primo approccio visivo l’opposto di Asterix: alto, imponente, pingue e pacioccone, con due grossi baffi rossi e i capelli raccolti in due treccine del medesimo colore che fuoriescono da un elmetto dalle corna ridotte. Se Asterix è accorto, intelligente, scaltro e sicuro di sé, Obelix è invece sensibile, emotivamente fragile, bonaccione, ingenuo e permaloso.

Obelix è da sempre stato uno dei miei personaggi preferiti dei fumetti. Ciò che ne può venir fuori dall’analisi caratteriale di questo personaggio è quanto di più originale si possa trovare nel fumetto di “Asterix”. Quando era poco più che un bambino, Obelix veniva tartassato di offese e prese in giro da parte degli altri suoi coetanei poiché sempliciotto e incapace di difendersi. Spronato dall’amico Asterix, decise di introdursi di soppiatto nella casetta del druido per bere un sorso della pozione destinata ai guerrieri adulti del villaggio. Accidentalmente, però, Obelix cadde nel paiolo e bevve tutta la pozione in un sol sorso. Il druido, quando lo trovò adagiato sul fondo del paiolo, restò basito nel vedere che il piccino stava bene e non aveva riportato alcuna anomalia. Ciò in realtà non era così, e infatti Obelix cominciò a sviluppare una forza erculea permanente. Da allora nessun altro bambino lo prese più in giro. La forza di Obelix crebbe di pari passo con il suo sviluppo fisico. Egli possiede tale potere sin da quando ne ha memoria, come fosse una caratteristica peculiare del suo essere. Obelix non è quindi propriamente cosciente della sua capacità ma la reputa un qualcosa di assolutamente normale, come noi possiamo ritenere usuale una qualunque delle nostre abilità che ci risulti familiare. Obelix può sollevare carichi dal peso apparentemente illimitato e affrontare orde di legionari romani con una semplicità disarmante. Ciò che per lui è ordinario per noi è assolutamente straordinario. Tale naturalezza viene espressa dal suo viso per nulla sorpreso quando dimostra la propria forza e dai suoi modi di fare affabili e gioviali: Obelix possiede l’umiltà tipica delle persone di buon cuore.

Obelix è un abile scultore, intaglia e livella megaliti giganteschi, chiamati Menhir, che commercializza in tutta la Gallia, trasportandoli egli stesso sulla sua schiena con la sua solita andatura spontanea. Obelix ama passeggiare all’aria aperta, malmenare i romani, prendersi cura del cagnolino Idefix e cenare attorno al fuoco, gustando cinghiali arrosto di cui è ghiottissimo. Uno dei suoi grandi punti deboli è proprio il cibo: Obelix è infatti sempre affamato, pervaso da una voracità insaziabile. Non riuscendo a controllare il suo smisurato appetito, viene spesso definito “ciccione” da chi lo osserva e ciò lo manda su tutte le furie. Obelix rappresenta la forza fisica mescolata all’animo fragile e facilmente intaccabile. Ciò che la sua forza ineguagliabile riesce a conferirgli esteriormente non garantisce la medesima protezione interiore, e se Obelix risulta praticamente imbattibile sul fronte battagliero è, al contempo, vittima di tristezza e infelicità per via anche della sua profonda sensibilità. Obelix è una specie di gigante d’argilla, forte e imbattibile fuori, suscettibile e insicuro dentro. Egli reca sempre in sé questa sorta di dualismo in cui viene contrapposta la forza bruta con l’emotività più sincera. Obelix sembra a volte candido e sognante, distratto e perennemente sulle nuvole come un bambino, rimarcando ancor di più la differenza tra il suo aspetto, ruvido e minaccioso, col suo carattere, timido e impacciato, questo sempre se non viene provocato. Obelix è altresì romantico e tende a commuoversi quando ascolta una storia d’amore.

Obelix è innamorato perdutamente di Falbalà, la più bella delle ragazze del villaggio. L’ultima volta che Obelix la vide erano entrambi nient’altro che giovinetti. Per anni Falbalà studiò a Condate, l’odierna Rennes, per poi rientrare al villaggio una volta terminati gli studi. Obelix, ammirò per la prima volta Falbalà quando giunse nuovamente a casa come una donna appena sbocciata nella sua femminilità, restando immediatamente folgorato dalla sua prorompente bellezza. Falbalà ha dei lunghi capelli biondi che le scendono giù per le spalle fino a sfiorarle le ginocchia, e indossa spesso una veste azzurra e bianca, con una fascia orizzontale di color blu quasi all’altezza delle caviglie. Il suo modo di vestire ricorda gli ampi pantaloni di Obelix, a strisce verticali bianche e azzurre.

Obelix corteggia Falbalà

 

In alcune storie l’amore che Obelix prova per Falbalà presenta delle influenze di fiabe classiche, come quando l’eroe gallo, rimasto pietrificato, venne risvegliato dal sonno eterno proprio da un bacio della giovane. Obelix tenta di conquistare Falbalà più volte ma con risultati deludenti. La sola visione della donna manda in tilt Obelix che comincia a mostrarsi goffo e pressoché esitante dinanzi a lei. Come nelle storie dal finale per nulla scontato, in cui il lieto fine non è ciò che il lettore deve aspettarsi, l’amore provato da Obelix per Falbalà è destinato a non trovare compimento. Falbalà sposerà il muscoloso Tragicomix, gettando, involontariamente, Obelix nello sconforto.

Nell’adattamento cinematografico del 1999 Obelix è interpretato dal grande attore francese Gerard Depardieu, mentre Laetitia Casta dona le sue sinuose forme all’interesse amoroso dell’eroe, appunto Falbalà. La dama arriva al villaggio su di un carro trainato da un asinello. Ella si mostra per la prima volta emergendo da un drappo che la celava come passeggera all’interno del barroccio. Obelix, intento come sempre a cenare, la vede da lontano, poco prima che Falbalà gli sorrida e lo chiami per salutarlo. Lei lo ricorda quando era un ragazzino, meno alto e meno corpulento, e lo abbraccia dimostrandogli tutti il suo affetto e posando un bacio sulla di lui gota. Depardieu prestò tutto il suo talento al personaggio comico di Obelix, riuscendo a combinarne l’audacia e la spavalderia con la timidezza e quel suo essere tanto impacciato dinanzi alla dolcezza di Falbalà. La reazione dell’attore è straordinariamente comica, tant’è che Obelix a livello espressivo resta come “colpito da un fulmine”, perdendo persino il suo incontenibile, leggendario appetito. Cosciente però che il suo amore non verrà ricambiato dalla dolce fanciulla, sul finale, Obelix, dopo aver vinto la battaglia contro le forze di Roma, fa bere alla sua innamorata un sorso di una speciale pozione concepita da Paronamix. Tale brodaglia ha il potere di “sdoppiare” la persona che la beve, creando una sorta di “alter-ego” vivo e senziente per poco, non più di qualche minuto. Obelix lascia andare via la vera Falbalà che lo saluta con un sorriso, mentre resta seduto su di una panchina a contemplare il plenilunio con la Falbalà nuova “nata” dalla pozione. In una magica illusione, Obelix finge, per pochi istanti, di venir ricambiato dalla donna che ama, ma quando si volta per darle e ricevere un solo bacio, lei svanisce in una bolla di sapone, volteggiando, per poi disfarsi nel cielo, lasciando così ancora una volta solo un inconsolabile Obelix.

Nella sua solitudine però Obelix non lascia mai trasparire una vena drammatica quanto una malinconica resa al fato, un destino accettato con garbo e rammaricato consenso. Nel proprio contrasto caratteriale Obelix trova il suo equilibrio, riuscendo a reagire e a restare sempre in piedi. La sua fragilità emotiva viene compensata dalla sua vigoria, la sua timidezza viene attenuata dalla sua robustezza, in un continuo gioco delle parti che permette a Obelix di restare se stesso e di superare qualunque avversità con la spensieratezza di un nobile eroe, dal portamento non certo cavalleresco, ma dalla possanza di un vero Gallo. Una semplice ma efficace lezione di vita: essere sempre se stessi per quanto difficile possa essere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Uno tra i più popolari personaggi del fumetto moderno è di certo Charlie Brown, apparso per la prima volta nel 1950. Dell’età di circa sette anni, figlio di un barbiere e di una casalinga, Charlie è un bambino schivo, maldestro, indeciso, consapevole delle proprie insicurezze e di non essere, come si dice, un adone. Ha invece un forte desiderio d’essere amato e di risultare importante per qualcuno, di avere fama e successo. In questa ricerca di un ruolo sociale sta la sua fede nell’ottimismo, nell’amicizia, nella giustizia, ma al tempo stesso tale ricerca rimane di continuo inappagata. Non serve a nulla costruire aquiloni, nei quali riversa tutta la sua voglia di evasione, né cercare d’approcciare due graziose bambine, Patty e Violet, l’una completamente “integrata”, l’altra, in un certo senso, più materna, ma entrambe ammaliate dalla televisione. Però la sua più ostinata nemica è Lucy, che incarna in sé i più odiosi difetti della donna americana: cocciuta, saccente, orgogliosa, materialista, sempre pronta a colpire l’interlocutore che riesca a dimostrarle d’aver ragione. Fra tutte le sue potenziali vittime c’è di sicuro Charlie Brown, forse  proprio perché ne avverte la sua fragilità e insicurezza.

A questi personaggi vanno associati Snoopy, il cane di Charlie, oppresso dalla consapevolezza di essere soltanto un cane e per questo portato a imitare altri animali più “nobili” o addirittura l’uomo, mentre non esitava a cimentarsi in meditazioni filosofiche. Anche per lui però ogni tentativo di evasione termina in un insuccesso. Paura e insicurezza contraddistinguono il percorso di Linus che si mette al riparo dalla solitudine trascinandosi dietro una coperta e ciucciandosi ripetutamente il pollice, nella speranza di ritrovare quel calore umano che tanto gli manca. Non perseguitato dalla nevrosi è invece Schreder, il bambino che ama Beethoven e il pianoforte, noncurante di ciò che gli succede intorno e inutilmente venerato da Lucy che solo davanti a lui si sente vinta. Ma anche quella di Schroeder è in fondo in fondo una fuga dalla realtà.

Redazione: CineHunters

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