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Capitan Harlock - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Molti, molti secoli addietro, nel tempo in cui i miti affondano le loro più arcane memorie, è raccontata la storia di un uomo dalla natura divina. Arcade, quello era il suo nome, chiamava “madre” Callisto, una ninfa consacrata alla dea Artemide, e “padre” colui il quale veniva appellato, in egual modo, da coloro che sedevano sulle nuvole bianche del monte Olimpo: Arcade era, infatti, figlio di Zeus, il padre degli dei. Un giorno, il giovane Arcade fu notato dal sommo padre mentre camminava, con passo cauto e leggero, tra la folta vegetazione. Vigile era lo sguardo del semidio, e predatorie le sue intenzioni. Armato con arco e frecce, la prole mortale di Zeus stava dando la caccia ad una grossa orsa che vagava, confusa e spaventata, tra gli alberi secolari della foresta. Si apprestava a trafiggere l’animale, facendo scoccare un dardo acuminato con fatale precisione, quando intervenne Zeus, che raccolse le anime del cacciatore e della sua preda e le trasfigurò in astri del cielo. Quando si rese conto di ciò che stava, inconsapevolmente, per compiere, il giovane si sentì rinfrancato dal provvidenziale intervento del padre. L’orsa, infatti, altri non era che la madre Callisto, tramutata in una bestia selvatica come atto punitivo della regina degli dei, furente di rabbia. Arcade si ricongiunse così alla donna che gli aveva dato la vita e insieme raggiunsero l’immortalità sotto forma di costellazioni: Callisto divenne l’Orsa Maggiore e suo figlio l’Orsa Minore.

Il ricordo di Arcade si mantenne caro agli uomini, che sempre rimasero ispirati dalla benevolenza che egli ebbe quando calcò il reame dei mortali. Vollero così onorare la sua figura, battezzando una regione della Grecia col suo nome: l’Arcadia. Questa terra fu idealizzata come una regione incontaminata, paradisiaca, in cui potevano vivere in pace e in armonia uomini e natura, in un idilliaco equilibrio del creato, impossibile anche solo da scalfire. Hera, tuttavia, non si diede per vinta, e sebbene il marito avesse salvato le anime del figlio e della ninfa, riuscì a mettere in pratica una sua nuova azione vendicativa: le due costellazioni furono condannate a girare in eterno nel cielo, senza poter mai discendere al di sotto dell'orizzonte per trovare riposo.

Nella modernità del nostro tempo, quando oramai il fato di Arcade e di sua madre non è che un lontano ricordo, i racconti fantastici, partoriti dalla mente di un autore come Leiji Matsumoto, si soffermano a rievocare le vicissitudini di una particolare nave spaziale che, come le due costellazioni incarnate da Arcade e da Callisto, vaga in maniera perpetua tra le stelle senza mai fermarsi. L’astronave è comandata da un capitano dalla personalità tanto complessa quanto ardua da comprendere appieno. Tale comandante risponde al nome di Harlock. Chissà se Capitan Harlock, al timone della sua colossale astronave, abbia mai rivolto le sue rotte spaziali verso l’Orsa minore, la costellazione in cui pulsa, tra le stelle luminose, il cuore di quel vecchio eroe greco. Come per Arcade e Callisto, il “moto” di Harlock è senza fine, poiché risponde ad una missione che non può conoscere resa alcuna. Anche Harlock, così come i due personaggi della mitologia greca, non può discendere dalle stelle e non può tornare a vivere sulla sua amata Terra. Egli è stato bandito, additato dal governo come un fuorilegge, essendo egli un pirata spaziale su cui poggia il gravoso peso dell’esilio. Il governo terrestre lo ha scacciato come un pericoloso rivoluzionario. Harlock non ha più una dimora terrena, ma è divenuto la personificazione di un’idea. La casa di Harlock è sita nell’universo sconfinato. Sebbene sia stato allontanato dal pianeta, Harlock costituisce la più importante difesa della Terra.

Il veliero, che solca le “acque” dello spazio profondo e che viene controllato dalla mano ferma ma ugualmente delicata di Harlock, è conosciuto con un epiteto altisonante, il quale ricalca la magnificenza simbolica ed idealista della nave: Arcadia. Un evidente riferimento a quella terra pura e intrinsecamente pacifica della Grecia. La nave stellare è stata concepita dal suo costruttore per assurgere a luogo nel quale regna la parità, l’uguaglianza e, in particolar modo, un sacro e inattaccabile valore di libertà. L’equipaggio dell’Arcadia è estremamente eterogeneo, eppure, nonostante le diversità estetiche e caratteriali che intercorrono tra i membri dell’equipaggio, tutti loro sono accomunati da trascorsi molto simili e soprattutto dalle medesime aspirazioni. Sull’Arcadia, Harlock raccoglie le anime delle persone bramose di giustizia, gli spiriti di tutti coloro che, esiliati dai loro mondi, possono ritrovare una nuova dimora all’interno del vascello che solca “le acque” burrascose dello spazio sconfinato. Harlock siede su di un imponente trono, come fosse un re buono e pacifico a cui è stato strappato un regno sulla Terra. Egli è, di fatto, sovrano dei cieli.

Nella storia di “Capitan Harlock”, la regione dell’Arcadia, cui facevano cenno i racconti antichi, è divenuta, come ogni altra parte del globo, una terra arida. Il mondo è stato depauperato di ogni risorsa, e tutti gli abitanti della Terra vivono in uno stato di totale indifferenza e apatia. Le acque dei mari sono state prosciugate, e il clima è divenuto afoso e difficilmente tollerabile. L’Arcadia, la nave spaziale di Harlock, richiama quell’idealizzazione che non c’è più, e vuol render vera una tangibile illusione. Se il nostro pianeta non ha più un solo spazio su cui poter far sorgere una civiltà armoniosa, la sola speranza per la razza umana è quella di volgere gli occhi al cielo, così da tentare di scorgere la sagoma di un’astronave che rimanda a quell’ideale mai del tutto perduto: creare un microcosmo su cui vige un’esistenza sorretta da un perfetto e amorevole equilibrio.

La figura di Harlock è fascinosa e intrigante. Se per lui il firmamento sconfinato costituisce un immaginario oceano fatto di stelle, la Terra rappresenta il suo unico porto, un attracco sicuro a cui tuttavia non può mai far ritorno. Gli astri luminescenti appaiono ai suoi occhi come la luce di un faro che orienta le aspre traversate della sua Arcadia. Capitan Harlock è un eroe di stampo classico, romantico e melanconicamente rispettoso di un trascorso che è andato perduto. Il suo cuore è rimasto fedele a una sola donna, la sua adorata Maya, e i suoi ricordi più cari custodiscono il tempo passato con Tochiro, il suo migliore amico, e con Esmeralda, la “piratessa” spaziale, consorte di Tochiro e madre della piccola Mayu, di cui Harlock diverrà tutore e padre adottivo.

Il Capitano è un idealista, e considera ciò che fu il solo modo per orientarsi tra le incertezze del suo presente e il nebuloso avvenire della razza umana. Harlock è un uomo introverso, taciturno, riflessivo, che difende la Terra perché seguita ancora e per sempre a guardarla con gli occhi della purezza. Per lui, il pianeta è il nostro bene più prezioso, e seppure stia attraversando una fase di decadimento, esso stesso potrà un giorno “rifiorire”, quando la razza umana tornerà a prendersene cura. Per questo motivo, Harlock veglia sul suo pianeta d’origine come fosse un misantropico guardiano, un anomalo anacoreta.

La "Jolly Roger" issata sull'Arcadia così come appare nel film "Capitan Harlock"

 

Seppur ricerchi la solitudine, egli finisce poi per accogliere quante più persone isolate incontra, così da donare loro una casa in cui vivere e un ideale per cui poter morire. Capitan Harlock è una guida eroica, pronta a difendere la Terra fino allo stremo delle forze; è questo che evoca la sua bandiera nera, la “Jolly Roger”, issata sull’Arcadia, che allude al teschio scarnificato dei temuti vessilli dei pirati. Non è un messaggio di terrore, quanto una testimonianza emblematica del suo battersi fino alla morte pur di salvaguardare il pianeta. “Mi batterò fin quando il mio corpo non cederà e la mia epidermide si dissolverà fino a non lasciare di me che dei resti scheletrici” sembra voler dire con quella bandiera che “svolazza” in quel vasto mare tenebroso che in maniera infinita si snocciola al suo navigare.

Capitan Harlock incarna un particolare senso di solitudine, quella che l’uomo avverte al cospetto dell’universo senza confini. L’universo ammantato di corpi celesti è freddo, silenzioso, e per tale ragione dev’essere scrutato ascoltando una melodia che possa cadenzare lo scorrere laconico di una giornata trascorsa su nel cielo. E’ forse per tale ragione che Harlock, sovente, contempla la magnificenza di quella tavola azzurrastra che attraversa, come superficie acquosa, con la sua nave, facendosi allietare dalle melodie di Meeme, la sua compagnia femminile prediletta, quando lei pizzica delicatamente la sua arpa, facendo così giungere nella camera del capitano le dolci note. Nel suo perpetuo navigare, capita che l’Arcadia incroci i resti di altre navi spaziali, ridotte oramai a relitti fantasma, le quali procedono senza più uno scopo, come adagiate su un fondale sabbioso o sospinte dalle correnti oceaniche. Tali scenari spettrali non possono che suscitare in lui riflessioni esistenziali sul cammino vitale di ogni uomo, e nel suo caso di ogni “pirata”. Cosa raccontano quei vascelli abbandonati e dai contorni fatiscenti? L’ultima testimonianza di una lotta, di un ideale che ha mosso l’animo di chi, su quelle navi, ha lottato sino alla fine.

Meeme - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Harlock ha l’anima di un poeta maledetto, sprovvisto di penna e della dovuta ispirazione per poter comporre versi rimati. Un poeta, per l’appunto, affranto da una solitudine intima, genuflesso alla nostalgia di un ideale di libertà, evocato nella giovinezza e mai affievolitosi nonostante l’asprezza degli eventi che si sono succeduti nel corso degli anni. Il Capitano fa sì che i suoi versi, invece che espressi a parole, vengano “trascritti” come note musicali e “decantati” in struggenti suoni dalla sua ocarina. Tale melodia è triste e malinconica e sembra perdersi nell’infinità del tempo. Harlock suona questo strumento portandolo alla bocca, per poi chiudere gli occhi, come a voler rievocare sommessamente nella sua intimità imperscrutabile, le reminiscenze di un passato sempre preminente nel suo presente.

La navigazione di Harlock rappresenta un’odissea. L’Arcadia, quel paradiso terrestre “volato” su nel cielo, fu la dimora di gente meravigliosa a cui, al termine della sua più grande e vittoriosa battaglia, Capitan Harlock darà congedo. Il suo equipaggio tornerà sulla Terra, in modo che siano proprio loro i primi garanti della “fioritura” che Harlock sperava di rimirare per il suo pianeta natale. Lui, invece, con Meeme, la sua ultima ed eterna compagna, si dirigerà verso l’infinito, portando con sé quegli ideali di armonia ed uguaglianza che noi uomini, qui sulla Terra, non riusciamo ancora oggi a fare nostri.

Eppure basterebbe volgere lo sguardo verso il cielo e viaggiare, con l’ausilio della fantasia fino ai confini delle stelle, laggiù nelle zone sperdute dello spazio profondo, dove potremmo scorgere la prua di una nave che muove verso di noi, e una bandiera nera mossa dal “vento”. L’arcadia veglia, nonostante tutto, su di noi e continua a trasmettere quelle stesse ideologie romantiche mai sopite o dimenticate, e per tale ragione eternate nel cielo come costellazioni siffatte di luminosa e illuminata speranza.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Liv Tyler - Arwen Undómiel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era scesa la notte e una pioggia lieve cadeva giù dal cielo su di un bosco “addormentato”. “Pioggerella di primavera…” recitavano alcuni versi intonati dagli animali della foresta nel capolavoro della Walt Disney “Bambi”. Grosse gocce, simili a lacrime di rugiada, custodite dalle verdi foglie, si mescolavano all’acqua piovana che veniva giù disperdendosi nel soffice sottobosco. Un lampo nel buio e il sopraggiungere di un fragoroso tuono presagivano che la pioggia avrebbe aumentato la sua intensità. Quello a cui il piccolo cerbiatto Bambi assistette, spaventato, era per lui il primo pianto del cielo. Nulla faceva prevedere alcun temporale in quel momento in cui il sole volgeva al tramonto. Fu soltanto una “tempesta” di breve durata, l’indomani tornò la quiete. La primavera infondeva vigoria in ogni dove, e la prateria su cui poi Bambi avrebbe mosso i suoi primi passi era rigogliosa e piena di vita. E’ questo, dopotutto, che rappresenta la primavera: una natura viva, palpitante, ricca di colori e dall’impareggiabile bellezza.

La donna è primavera! Se dovessi concedere, o meglio attribuire alla figura della donna una delle quattro stagioni che cadenzano il ciclo annuale della nostra vita non potrei che scegliere la primavera. Fu proprio la stagione primaverile ad allietare e accogliere la nascita della più bella tra le donne cui fanno cenno i miti greci, colei che giunse dal mare.

Come riportato dalla Teogonia di Esiodo, a scuotere il mare e a miscelare il seme della vita con l’acqua salmastra fu un evento tumultuoso ed efferato (la morte di Crono), un accadimento violento e inaspettato, come il sopraggiungere di una pioggia torrenziale al termine di una gradevole giornata primaverile. Dalla spuma del mare fu generata Afrodite, la più bella donna su cui gli occhi dei mortali e degli dei avessero mai posato lo sguardo. Nello stesso nome greco fu contenuta, in parte, la sua peculiare nascita: ἀφρός - aphrós significa, appunto, “spuma”. Afrodite emerse dalle acque marine con la sola sua rosea e immacolata epidermide. Sempre nuda toccò, lievitando, la superficie interna di una grossa conchiglia schiusa, la quale resse la sua corporalità eterea. La nascita della dea venne esaltata dal Botticelli che ne eternò la bellezza della dea in una tela d’ineguagliabile raffinatezza artistica. Afrodite, in tale rappresentazione, si eleva e i marosi che increspano i confini della conchiglia paiano non riuscire neppure a sfiorarla. Zefiro desta in lei il soffio della vita immortale e un’oreade, che incarna la mutevole stagione della primavera, fluttua verso la dea nell’atto di vestirne il corpo con un mantello, ove sono impresse primule, rose e mirti. Venere intanto cerca di coprirsi con le mani salvo poi lasciare, forse volutamente, scoperto un seno. Soltanto le lunghe ciocche dei suoi folti capelli rossastri le coprono il ventre.

"Nascita di Venere"

 

La nascita di Venere è sovente paragonata ad un’altra opera del Botticelli, ovvero “Primavera”. La magnificenza di Afrodite, dea della bellezza e dell’amore nonché canone classico e assoluto della bellezza femminile, è per l’arte pittorica metafora di primavera. Tradizionalmente, si potrebbe dunque affermare che la bellezza della donna è portatrice di una particolare grazia terrena che ha foce nella stagione ove la natura si ridesta. La primavera, con le sue brezze rinfrescanti, con quel suo clima mite, i suoi prati verdi e i fiori dai mille colori, dopo il gelo dell’inverno e le sue giornate limpide e terse, dona sollievo agli affanni, ravviva il paesaggio e offre speranza all’animo umano. La donna emana il suo fascino come il sole irradia i suoi caldi raggi, è dolce come un’arietta fugace che giunge da est, e sa essere forte come un ruscello che sgorga da una sorgente cristallina, e prosegue in crescendo fino a perdersi a valle in una calda giornata. La primavera è efflorescenza, nascita. Sono le donne ad essere garanti di un miracolo, e soltanto loro possono far germogliare la vita. Le donne rendono possibile la fioritura dell’esistenza, non soltanto attraverso l’atto del parto ma anche mediante le amorevoli cure che solo una madre sa rivolgere alla creatura che ama, ad un figlio, sia da lei stessa concepito o allevato come tale.

Come Afrodite, concepita nel racconto e proliferata nel mito fantastico, sono donne nate e vissute nella fantasia, nell’arte e nel cinema quelle di cui vorrei parlare.

"Jessica Rabbit", icona animata d'incontenibile bellezza e d'irresistibile seduzione. - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Donne da ritrarre: con un pennello o una cinepresa?

Sebbene Botticelli non poté realmente contemplare dal vero la soavità di Afrodite così da ritrarla in una tela, egli riuscì a dare corpo e vivezza a una meraviglia da lui mirata forse in un sogno. Poté, lasciandosi trasportare dal richiamo della mente, tratteggiare le generose forme della dea, plasmare la naturalezza di un concepimento celestiale, e dare corporalità ad un essere spirituale. E’ in tal modo che ancora oggi, in un testo in prosa, in un componimento poetico o in un dipinto cerchiamo di rendere visibile l’idea di donna, tanto perfetta è la sua consistenza da meritare d’essere descritta, osannata e ritratta. La bellezza della donna è impossibile da includere in una descrizione estetica che possa fungere da illustrazione generale e assoluta. Tali bellezze travalicano le doti riassuntive di qualunque scrittore tenti anche solo di enumerarle. Che abbiano labbra pronunciate o sottili, che vantino forme prosperose o marcatamente ridotte, e che i loro volti siano cinti da capelli biondi, mori o scarlatti, la bellezza femminile fugge da concetti univoci, ed è sempre sinonimo di seduzione, intrigo, intelligenza, forza, caparbietà e astuzia. Tali caratteristiche estetiche e psicologiche hanno permesso di fare della donna soggetto ideale nell’arte e nel cinema di ritratti complessi e sempre differenti. Nulla è più bello di una donna! Come si tenta d’ammirare le impercettibili venature di colore lasciate da una pennellata su di un quadro impressionista, in egual misura dovremmo osservare le donne, e indagare i segreti eclissati nei colori dei loro occhi.

"Gal Gadot - Wonder Woman" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. La supereroina DC Comics è l'emblema dell'eroismo femminile forte e indomabile. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

In quanti modi possono essere ritratte e pertanto ammirate le donne? Con colori a tempera o ad olio su una tela, con pastelli, a china o in chiaroscuro su di un foglio di cartoncino bianco. Altresì possono essere ritratte dal vivo, in quanto “vere”, filmate e immortalate tra i limiti scenici di una macchina da presa. Quanti ritratti di donne sono custoditi nel museo del cinema? Innumerevoli! Nella storia della settima arte il fascino di una donna dalla candida epidermide e dalla bionda chioma sedusse un colossale gigante nato su di un’isola e morto per lei in una fredda città.  Una giovane, vissuta nella povertà, poté beneficiare del dono di una fata per recarsi ad un ballo che si svolgeva in un salone regale e che avrebbe dovuto finire prima della mezzanotte. Ancora, una donna, da madre, si trasformava in una giovane e libertina teenager davanti agli occhi di un attonito figlio che aveva, inconsapevolmente, fatto un balzo indietro nel tempo. Il cinema fantastico ha raccontato storie di donne innamorate, una tra loro cadde addirittura preda di una maledizione che l’obbligava a trasformarsi ad ogni sorgere del sole in un falco. Ma la stessa arte filmica ha narrato le gesta di eroine audaci e indomabili. Come poter non rammentare la riccia Ellen Ripley, una delle più grandi eroine del cinema, quando affrontava con ardore la paura provenuta dallo spazio remoto in “Alien”. In una delle sequenze più sensuali, Ripley si liberava dei vestiti, restando solamente con una canotta striminzita e trasparente e un intimo che le copriva il ventre, prima d’indossare la tuta spaziale per combattere la creatura nota come Xenomorfo. L’erotismo sensuale di un corpo statuario femminile veniva amalgamato, nell’opera di fantascienza di Scott, con la furia combattiva di una donna vigorosa.

"Daryl Hannah è la sirena Madison" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui. E ancora cliccando qui.)

 

Ancora nel cult del 1984 “Splash – Una sirena a Manhattan”, Madison, una sirena dai lucenti capelli color oro, emergeva dai fluttui, irradiata da una luce di vaga provenienza. Madison era una donna eterea, che camminava sulla terra nuda come sospinta dalla brezza, e capace di compendiare nella sua essenza all’unisono il regno del mare e quello della terraferma. Una giovane libera e straordinariamente intrepida, innocente e magnificamente romantica che accetta di sottostare a degli inevitabili e gravosi rischi pur di poter vivere un amore apparentemente impossibile con un umano. Figure femminili di un genere di narrazione fantastico ma capaci di ritrarre su di esse i connotati di donne splendide, illuminanti e pertanto decisamente vere.

 

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Gli artisti più talentuosi, sin dai tempi antichi, hanno tentato di catturare la giovinezza della propria compagna e di trasfonderla in eternità. Alcuni di loro avranno voluto ritrarre la loro sposa più volte nel corso della vita, e avranno poi carpito la spontaneità di una ruga tanto da renderla testimonianza del tempo passato, di una vita trascorsa al fianco di quella stessa donna dipinta dapprima da ragazza e in seguito da consorte matura. Nel capolavoro di James Cameron “Titanic”, un ritratto, rinvenuto sul fondo dell’oceano e sfuggito alle gelide acque per circa 84 anni all’interno di una cassaforte, diventa prova ammirabile di un amore mai estinto, traccia di un passato che non ha mai smesso di possedere significato sul futuro della donna protagonista della storia. Il ritratto realizzato dal protagonista, Jack Dawson, ha reso eterna una bellezza di donna scrutata con rossore dall’amato per una notte soltanto. Nel cinema d’animazione, il disegno è divenuto mutevole, e il tratto, che dona movimento ad una figura, perpetuo.

"La sirenetta Ariel" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui.)

 

E’ certamente impossibile riuscire a parlare di tutti i personaggi femminili che presero vita grazie al volere di artisti e animatori nel cinema di genere. Mi sovvengono alla mente, in particolare, Ariel e Belle, rispettivamente de “La sirenetta” e “La bella e la bestia” della Walt Disney. La prima, una sirena che aspira a diventare una donna completa, un personaggio nato dalla proliferante e geniale mente dello scrittore Hans Christian Andersen, reinterpretata al cinema in una veste più ingenua ma adorabile. La sirena dai fluenti capelli rossi muove dal mare proprio come Venere, però non cammina su di una grossa conchiglia, ma nuota con la sua coda verde, non è nuda ma si serve di due conchiglie per coprirsi il seno. Belle, mora e dagli occhi castani, dama sognante, lettrice affamata di parole e insaziabile di libri, è colei che vede quello che l’apparenza occulta, ciò che la mostruosità nasconde.

Belle, col suo amore, salva la vita all'amato e spezza la maledizione. "La bella e la bestia" sono illustrati da Erminia A. Giordano per CineHunters. (Potete leggere di più cliccando qui)

 

  • Muse ispiratrici

La donna, intesa in senso lato, è stata spesso entità ispiratrice. Un’essenza ineffabile, specie per coloro che non poterono mai averla e idealizzarono la sua immagine. La sola rimembranza della donna amata e mai dimenticata ha scaldato il cuore di chi, volgendo lo sguardo alla luna, traeva ispirazione per comporre un sonetto o un canto poetico. Le nove muse della mitologia greca erano tutte donne e ognuna di esse preservava un campo specifico dell’arte. Erano le donne, ancora di fattezza divina, a instillare la dovuta ispirazione nel cuore dei poeti. Divenivano l’impalpabile mano che guidava il polso dello scrittore, la penna astratta intinta nell’inchiostro. Senza di esse l’arte, concepita come l’eterna magnificenza del divino, non poteva essere veicolata nel mondo dei mortali. Senza quelle donne, contornate d’immortale sostanza, la commedia, la tragedia, la musica, la danza e persino la poesia epica non sarebbero state trasfigurate dall’etereo al tangibile. Nella settima arte, nel cinema del Novecento e ancora in quello contemporaneo, la donna continua a mantenere lo status di musa per chi ha occhi per continuare a notarlo. A tal proposito, mi soffermo a pensare ad una sequenza in particolare de “Il postino”. Il protagonista Mario si è invaghito perdutamente di Beatrice, una donna notata in un’osteria del paese in cui vive. Il postino chiede allora al suo amico, un certo Pablo Neruda, di scrivere una poesia da poter consegnare alla donna. Mario, per quanto si sforzi, non si sente in grado di trascrivere, sotto forma di costrutto poetico, quello che sente per Beatrice. Il saggio Neruda, tuttavia, lo mette in guardia dalle varie “Beatrici”: esse fanno proliferare amori profondi, inestinguibili come fiamme ardenti che avviluppano. Per tale ragione, non possiamo non citare il destino dell’Alighieri.

Chissà se Mario avrà poi realizzato che le “Beatrici” sono anche le sole anime a condurci attraverso le porte del Paradiso, a farci calcare un suolo fatto di pascoli di nuvole, perché quelle donne che portano questo nome possono rivelarsi anime pure, terse e magnanime, come la donna per sempre amata da un fiorentino che risponde al nome di Dante Alighieri. Poco importa se lo ha ricordato, Mario viene completamente influenzato da Beatrice e, da lei ispirato, comincia a dedicarle poesie d’amore, versi traboccanti di sentimento, e carmi elogiativi. Conquista la donna con le metafore, quale ironia, lui, un uomo di umili origini che fino a poche settimane prima non sapeva nemmeno cosa fossero le metafore che ha imparato ad usare sotto l’influsso di una musa ispiratrice, posta a guida delle sue parole. Quando Neruda chiederà poi a Mario di nominare una delle tante cose belle della sua incantevole isola a lui non verrà in mente nulla da dire, eccetto il nome della sua innamorata: Beatrice Russo. Quanto una donna può ispirare un uomo, e può renderlo una persona migliore? E’ forse uno dei tanti insegnamenti trasmessi dalla poesia, parafrasata in questo lungometraggio.

I primi minuti di “Up” raccontano la storia d’amore durata un’intera vita tra Carl ed Ellie. La morte inaspettata della moglie getta Carl in un disperato sconforto. Sarà per lei che l’anziano e burbero signore deciderà di rendere concreto un sogno che i due covavano da tempo ma che non erano mai riusciti a render vero: raggiungere le Cascate Paradiso. Per “volare via con lei”, Carl lega centinaia di palloncini al tetto della loro casa, cosi da riuscire a sradicarla dal terreno e a farla volteggiare verso le Cascate. La donna, la quale ha lasciato un ultimo messaggio su di un album fotografico che ripercorre tutte le fasi essenziali della loro vita, esorta l’uomo a vivere una nuova fase della sua vita. Ellie, dopo essere stata per Carl la sua sola compagna di vita, diviene anche la sua ispirazione a “volteggiare” via dalla normalità e a godersi una nuova avventura, vissuta con la stessa intensità di un tempo. Quella della donna è per Carl un’ispirazione talmente grande da sollevarsi dal suolo e volgere in alto verso il cielo azzurro come un palloncino variopinto gonfiato a elio.

Ma l’ispirazione che una donna può trasmettere in un uomo può assumere varie forme e albergare nel cuore in tutt’altri modi. L’ispirazione può fondersi con la motivazione in un connubio inscindibile. Il personaggio di Arwen Undomiel de “Il signore degli anelli”, tanto nel romanzo quanto nella trasposizione cinematografica di Peter Jackson, nella quale ha assunto giustamente un ruolo di maggior spessore rappresentativo, è la figurazione dell’amore inteso come motore di vita, come spinta motivazionale necessaria. Senza il rinfrancante ricordo di Arwen, Aragorn non avrebbe combattuto con l’egual veemenza nelle battaglie che decisero il destino della Terra di Mezzo nell’opera di J.R.R. Tolkien. Se il ramingo fosse stato privato della possibilità di sposare la dama di Gran Burrone non avrebbe mantenuto la medesima fermezza nel voler ascendere al trono di Re di Gondor. Arwen è musa ispiratrice, incarnata nel corpo angelico di un elfo femmina di sublime beltà. Viso dolce e cinto da capelli corvini, guance delicate alla sola vista e somiglianti alla bianca porcellana, occhi cerulei come il cielo senza nuvole. Arwen è descritta come fosse un incanto, come se avesse reso tangibili le parole dei canti elfici che permettono a coloro che le ascoltano d’immaginare completamente le meraviglie che odono.

Oltre che meritevole di una bellezza adamantina, Arwen è, come reinterpretata dal regista neozelandese, donna audace, combattiva, in grado di fronteggiare con ardore cavalieri neri di tenebrosa natura. Arwen è una donna che rinuncia all’immortalità della sua razza per amore. Quanto coraggio può essere rinvenuto in un simile atto? Amare così profondamente da scegliere di vivere soltanto un’era del tempo degli uomini quando avrebbe potuto vivere per sempre. Cos’è l’amore se non la scelta coscienziosa d’accettare un sacrificio senza pentimento alcuno, per poter beneficiare di una gioia che si rivelerà essere ancor più grande?

Arwen rinuncia alla vita immortale per poter vivere una vita mortale, e dalla cessazione di un’esistenza eterna trova il modo di generare un’altra vita col proprio sposo, lei che, come mostrato nell’adattamento cinematografico de “Il ritorno del re”, appellandosi inaspettatamente al dono della preveggenza ereditato dal padre, ha veduto la vita dove sembrava campeggiare solo la morte. Arwen ha fatto germogliare l’amore per Aragorn e la vita per i suoi figli da un terreno arido e pertanto non fertile, oppresso dalla malvagità di Sauron. Ha portato luce scacciando l’oscurità. Per me una meraviglia femminile senza eguali.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Nell’antica Grecia esistevano gli eroi. Forse non recavano il prefisso “super” ma erano davvero degli eroi, capaci di vivere avventure e di compiere imprese del tutto simili a quelle che oggi indicheremmo come fuoriuscite da una qualunque narrazione a fumetti. In Grecia, già dal VI secolo a.C. esistevano quelli che noi oggi chiamiamo comunemente come “crossover”, ovvero i racconti dove gli eroi o gli dei si incontravano o scontravano tra loro. Eracle spalleggiava Teseo nell’Ade, ad esempio, Orfeo prendeva parte alla spedizione di Giasone e le divinità si schieravano in “leghe” contrapposte nel conflitto tra i troiani e gli achei, palesandosi d’improvviso e cambiando così il corso della trama, come nei migliori serial fantasy che oggi conosciamo. I supereroi, specie quelli DC, i primi a comparire sulle tavole dei fumetti e i primi a parlare per via cartacea, sorretti da una sceneggiatura che si materializza sotto forma di “nuvola”, non sono altro che le rivisitazioni dei vecchi eroi della mitologia, e ricalcano persino il modo in cui migliaia e migliaia di anni fa, quelle storie, quei miti propriamente detti, venivano raccontati. Sembrava infatti che la mitologia greca si svolgesse totalmente in un unico universo narrativo, coeso e preciso pur con qualche leggera incongruenza. La DC stessa ambientava le proprie storie in un universo ben noto, fino alla fine degli anni Sessanta, dove gli universi conosciuti diverranno molteplici. Insomma i supereroi sono delle esaltazioni ancor più d’impatto degli antichi eroi, da cui attingono valori e poteri, avventure singole e condivise.

  • Flash: “Non puoi fermarmi!
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  • Flash: “Quelle erano per beneficenza, Clark!”

(Flash Rebirth – Barry fugge, correndo via, a Superman)

Superman è probabilmente l’emblema degli eroi DC, forte come Eracle, in grado di volare vicino al sole da cui attinge la propria possanza, figlio, più che dell’Olimpo, proprio del cielo, perché Kal-El è un essere quasi onnipotente che concretizza, in una serie infinita di poteri, i più grandi sogni di gloria della fantasia di ogni autore. Wonder Woman è forse il personaggio più attinente di tutti alla mitologia, sia a livello estetico che a livello narrativo. E’ un’amazzone, creata da Zeus e da Afrodite in persona, e cresciuta sull’isola della regina Ippolita. Wonder Woman è il simbolo della donna forte, autoritaria, splendente e valorosa, l’icona dell’eroismo femminile. Aquaman è forse l'eroe più antico della storia dei fumetti. Esisteva migliaia e migliaia di anni fa e portava, sempre con fierezza, un tridente stretto tra le mani, con cui troneggiava sul regno degli abissi fin dal giorno in cui i suoi fratelli, Zeus e Ade, si spartirono i tre regni del mondo, e a lui toccò quello del mare. Aquaman è il Poseidone dei nostri giorni, l'eroe che personifica la figura del dio greco e del sovrano di Atlantide, la città perduta, altro mito di cui il fumetto si erge a voce per ripercorrere l'ennesimo racconto che affonda le proprie radici nei secoli trascorsi. Lanterna Verde è un eroe posto a guardia del Pianeta. Egli, astuto come Odisseo e spavaldo come Aiace, proteggerebbe la Terra con l’egual fermezza di come Ettore avrebbe difeso fino alla morte la sua amata patria.

Flash è legato da una profonda amicizia con Lanterna Verde.

 

Batman e Cyborg sono due personaggi tanto diversi, ma che in un’analisi dedicata ad alcuni passi della mitologia non rappresentano altro che il limite dell’essere umano, quel limite che può essere superato dal sudore, dalla dedizione, dall’allenamento massacrante e dal genio dell’uomo. Batman ha dedicato la sua intera vita a spingersi “oltre”, ad incarnare un simbolo di paura e speranza nonostante non possedesse alcuna dote straordinaria, ma per il solo desiderio di giustizia. Batman è il vero eroe, quello che non necessita della forza valorosa di Enea o della velocità di Achille per poter abbattere l’ostacolo della malvagità, gli basta se stesso, perché egli è il solo che ha superato ogni limite a cui l’uomo è purtroppo soggetto. Batman è arrivato vicino al sole e nonostante avesse le ali di cera, è riuscito a non cadere. Prometeo ha rubato il fuoco agli dei per donarlo a noi uomini, perché eravamo ai suoi occhi meritevoli, unici. L’uomo partendo dal fuoco si è evoluto tanto da divenirne genio della scienza da lui stesso creata. Restituire la vita sotto forma di un Cyborg è un racconto di fantascienza che trova riscontro nella continua, sinistra, ricerca dell’uomo, che fin dall’alba dei tempi non riesce a smettere di tentare di ingannare la morte.

"Flash Comics 1"

 

Se prendiamo in esame il primo storico costume di Flash, datato 1940, non possiamo che notare, ancor prima di pensare al suo potere, che il velocista scarlatto sia una rivisitazione, in chiave moderna e supereroica ovviamente, del Mercurio alato. Flash trae le sue origini dalla velocità di Ermes, il messaggero degli dei, ritagliandosi un ruolo di primo piano nell’avventura contemporanea, incarnando, oltre che un passato nei miti, anche un’attenzione costante al futuro, dove Flash non fa altro che rappresentare il continuo viaggio, la corsa, l'interminabile percorso che ognuno di noi deve compiere nella propria vita.

Flash, John Wesley Shipp, 1990 – Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Potete leggere il nostro articolo sulla serie classica “Flash” cliccando qui.

 

  • Flash – Il mercurio alato

“Più veloce di un fulmine nel cielo, della luce stessa, più rapido del pensiero, Flash è la reincarnazione di Mercurio alato... La sua velocità è lo sgomento degli scienziati, la gioia degli oppressi e l'incanto delle folle!” (Flash Comics 1- 1940)

Ogni personaggio di un fumetto che si rispetti rappresenta qualcosa; testimonia con la propria storia una volontà, un’idea dell’autore o una denuncia sociale per il periodo in cui essa viene pubblicata. Flash, uno dei perni della scuderia DC, non fa eccezione sin dalla sua nascita datata gennaio 1940. Nella società in cui viviamo ognuno di noi corre, si arrovella per inseguire sogni e speranze per un futuro che sembra snocciolarsi sotto i nostri piedi con immantinente rapidità; ma a volte in questa corsa perdiamo di vista il senso del nostro viaggio, la comprensione del perché corriamo. Lo spostarsi da un luogo ad un altro, il raggiungimento di una meta piuttosto che un’altra, il viaggio inteso in senso lato è soltanto il superficiale pretesto per celare il senso di scoperta di luoghi sconosciuti, di realtà a noi ignote, di esperienze straordinarie vivibili nella tortuosa peregrinazione compiuta come esperienza di vita. La corsa si configura come un’investigazione analitica e introspettiva di se stessi. E’ così che Flash corre per scoprire tutte le volte se stesso, per superare i propri limiti. Gli autori nel velocista scarlatto hanno voluto far incarnare il desiderio inestinguibile dell'uomo verso l’infinito sconfinato, verso la padronanza del mistero nascostosi lontano, verso la conquista.

In una puntata della serie televisiva degli anni ’90, Barry Allen (John Wesley Shipp) osserva una statua bronzea che ha le sembianze di Mercurio.

 

Il personaggio ha il mondo ai suoi piedi ed è animato da una brama di libertà senza limiti. Dalla matita di Gardner Fox e Harry Lampert, nel gennaio del 1940, nasce Jay Garrick, Flash, nelle pagine di “Flash Comics n°1”, albo della DC Comics che prese il nome direttamente dal suo personaggio principale. Nello stesso numero anche altri celebri eroi della DC videro la luce, eroi come Hawkman, Hawkgirl (Shiera Sanders), Black Canary e Johnny Thunder. La prima raffigurazione cartacea di Flash vede l’eroe sfrecciare verso l’orizzonte, lasciandosi alle spalle una lunga scia. Una donna dai capelli biondi osserva stupefatta l’uomo passarle dinanzi con passo spedito, così come il piè veloce Achille caricava verso l’esercito nemico. In tempi recenti quel primo numero, conservato gelosamente da un collezionista per quasi 70 anni, è stato valutato per una cifra che si aggira intorno ai 450mila dollari, a testimonianza dell’indiscusso valore e del futuro glorioso che avrà il personaggio, che in quelle pagine vedeva per la prima volta la luce.

Jay Garrick indossa sul capo un elmo grigio, ornato ai lati da due alette color oro, è abbigliato con un costume rosso che lascia intravedere una grossa sagoma gialla atta a simulare il dardo di un fulmine, veste un paio di jeans e calza due stivali rossi, anch’essi contornati da alette dorate. Le ali richiamano il simbolismo del dio greco Ermes. Flash corre su nastri d’asfalto con passo rapido e impalpabile, il che dà la sensazione che l’eroe non tocchi propriamente il terreno ma si sollevi da esso, proprio come faceva Mercurio quando muoveva i suoi passi sulle nuvole bianche che sovrastavano i sentieri dell’Olimpo.

“Lo faremo e lo faremo velocemente. Dopotutto, è come sono abituato a fare cose.” (Jay Garrick – Flash)

La prima apparizione di Barry Allen

 

L’incarnazione più famosa e amata di Flash, Barry Allen, arrivò nel 1956 dopo il disastro della seconda guerra mondiale che fece tra l’altro anche cadere i fumetti in rovina e nel dimenticatoio generale. Jay Garrick fu così sacrificato, cedette all’oblio e scomparve dalle edicole lasciando al suo passaggio un malinconico ricordo. Barry Allen è un poliziotto della scientifica di Central City. Una notte, durante un temporale, Barry viene colpito da un fulmine mentre, a tarda sera, stava lavorando nel suo laboratorio. Il fulmine lo investì improvvisamente, irrompendo da una grossa vetrata adiacente il tavolo di lavoro del ricercatore, che venne investito da una serie di prodotti chimici caricati elettricamente. Quando si risvegliò, uscì in strada e, notando un taxi in lontananza, cominciò a correre per raggiungerlo. Si accorse, poco dopo e con sorpresa, di aver superato l’autovettura di diversi metri. Realizzò in quel momento di aver ereditato un potere straordinario che decise di mettere al servizio dell’umanità. Assunse così l’identità di Flash, indossando una maschera e un costume scarlatti, decorati con saette color oro. Sul petto, impresse un fulmine giallo su di in un cerchio bianco, rappresentando l’emblema della saetta che attraversa una luna piena alta nel firmamento.

  • Il successo

“Sei rapido, Quicksilver, te lo concedo! Forse nel tuo universo sei l'uomo più veloce che ci sia! Ma anche l'auto più veloce del mondo sembra una lumaca nei confronti di un jet!” (Flash - Marvel contro DC)

Quando Barry Allen irruppe nel mondo dei fumetti su “Showcase 4” riuscì immediatamente a magnetizzare l’attenzione di migliaia di lettori, da quel momento irrimediabilmente rapiti dalle gesta del “Velocista Scarlatto”. Il personaggio incarnava alla perfezione lo spirito del suo tempo. Per l’America, infatti, quello fu un periodo di grande prosperità e di innovazioni radicali su tutti i fronti. La DC Comics e un gruppo di disegnatori e scrittori, tali Robert Kanigher, Julius Schwartz, John Broome e Carmine Infantino, realizzarono un’impresa editoriale titanica, puntando tutto quello che avevano sulla creazione di un domani inarrestabile. Barry Allen, inteso quasi all’unanimità come il primo eroe della Silver Age, risollevò la DC Comics e le sorti dei fumetti interi e di tutto ciò ad esso affiliato. Sulla benevola scia scarlatta di Flash tutta una serie di altri brand fumettistici trovarono infatti nuovo vigore e ripresero ad essere pubblicati con successo. Flash prese per mano i suoi “fratelli” e li trascinò verso un avvenire luminoso. Anche la Marvel Comics sorse su fondamenta salde e durature erette da Flash.

Barry viene colpito dal fulmine.

 

Per molti anni, la leggenda a fumetti di Flash crebbe senza limiti, divenendo la testata più venduta d’America, registrando vendite record capaci di aggirarsi intorno alle 900.000 copie. In aggiunta a tutto ciò, per aumentare ancor di più il valore del personaggio, la DC affidò proprio a Flash il compito di introdurre il “multiverso” in “Flash dei due mondi”, uno degli albi a fumetto di maggior prestigio della storia. In tale fumetto, Barry Allen scoprì, attraverso un viaggio in una dimensione parallela, l’esistenza di una seconda Terra, su cui muoveva i suoi eroici passi un ormai anziano Jay Garrick. Fu la nascita e la canonizzazione di due Flash, il vecchio e il nuovo, il maestro e il grande apprendista. Sempre Flash continuò ad essere centrale nell’universo narrativo della casa editoriale statunitense, compiendo l’eroico sacrifico nelle pagine finali del leggendario crossover “Crisi sulle terre infinite” o stravolgendo, ancora, nel 2011 l’arco narrativo con la miniserie Flashpoint, che darà vita ai New 52.

In oltre 75 anni di storia editoriale, Flash ha avuto altre due incarnazioni: Wally West, nipote dai capelli rosso fuoco di Iris, e Bart Allen.

Flash è caratterizzato da una personalità ottimista, solare, a volte ironica e profondamente emotiva. Egli si trova, per certi versi, in contrasto con il tenebroso Batman, assomigliando, invece, a Superman, ovvero un supereroe portatore di speranza. Barry è una figura benevola e ispiratrice non solo per la gente comune ma anche per gli altri supereroi, tant’è che una volta Bruce Wayne disse di lui: “Barry è il tipo di uomo che avrei sperato di diventare se i miei genitori non fossero stati assassinati”. Sebbene negli ultimi anni Barry Allen venga rappresentato in televisione e al cinema come un ragazzo giovane, nei fumetti è in verità un uomo adulto. Egli è inoltre molto acuto, non è un supereroe inesperto che abbisogna di un team a spalleggiarlo, come mostrato nella serie televisiva, e non è neppure un eccentrico burlone, come invece mostrato nella trasposizione cinematografica della Justice League o nel cartone animato. Flash è un supereroe sognante, allegro ma anche serioso, ed affronta i drammi della vita con un inguaribile ottimismo, caratteristica che, una volta colta, è in grado d’infondere speranza al lettore.

  • Poteri: un dono o una maledizione?

"Mi chiamo Barry Allen, sono l'uomo più veloce del mondo. Per anni ho vissuto senza la mia sembianza umana, consumata dall'attrito di un folle viaggio alla velocità della luce, teso nello spazio e nel tempo alla rincorsa di un vettore invisibile e inarrestabile. Potevo racchiudere l'assoluto nel palmo della mia mano, percepire l'eternità in un battito delle mie ciglia. Capii allora di essere diventato qualcosa di più. Qualcosa di diverso rispetto a un uomo che corre più veloce degli altri. Io ero la Forza della Velocità." (Barry Allen – Flash)

Il potere, acquisito la notte dell’incidente e derivato dalla forza della velocità manifestatasi con la sagoma di una folgore, forse scagliata da Zeus in persona, lo ha trasformato in un semidio che giace tra gli uomini. La sua corsa interminabile lo pone nel mezzo, tra “l’umanità terrena” e la gloria del cielo. Il suo metabolismo accelerato gli permette di guarire rapidamente dalle ferite, benché per sostentarsi necessiti di consumare ingenti quantità di cibo. Barry può inoltre far vibrare le molecole del suo corpo e attraversare indenne la materia.

Sebbene venga considerato un eroe radioso, Flash può essere altresì inteso come un personaggio drammatico. Egli percepisce la realtà esterna con grande inerzia. Nel brano “The Ballad of Barry Allen” dei Jim's Big Ego, Flash viene descritto come un personaggio vittima del suo stesso potere. La velocità per Flash risulta essere, secondo questa interpretazione, una maledizione che avviluppa l’eroe.

In effetti, anche secondo il sottoscritto, una simile rivisitazione del personaggio assume un aspetto fascinoso. Il tempo trascina Flash costantemente, e proprio perché egli è così rapido, fatica a controllare l’esasperante scorrere dei secondi. La velocità si tramuta in un bisogno irrefrenabile ed intollerabile. Flash non può mai fermarsi davvero, e nessuno può vederlo muoversi realmente. Conseguentemente nessuno può riuscire a capire le sue sensazioni. Flash resta pertanto preda della solitudine. Sotto i suoi occhi la realtà quotidiana, le gesta e i movimenti dei suoi simili, scorrono con estrema lentezza.  C’è chi direbbe che la vita scorre troppo in fretta, ma a Flash la vita stessa pare progredire in modo compassato. Il tempo computato dagli orologi è diverso da quello calcolato dalla sua mente che finisce per precipitare in un gorgo incessante e inesorabile. I suoi pensieri e le sue percezioni si susseguono più rapidamente del tempo convenzionale così come viene percepito dagli uomini comuni, facendo piombare l’eroe in uno stato di abbandono e d’incomprensione. Flash permane così in una stasi tra il tempo effettivo e il tempo soggettivo, con quest’ultimo che prende il sopravvento sulla sua completa esistenza. Egli, uomo, vivrebbe così con il dono di un dio che tortura il suo spirito mortale con un potere destinato ad un’anima immortale come quella di Ermes.

  • Correre come metafora della vita

La vita non ci dà un senso, siamo noi a dare un senso alla vita”. (Flash)

La corsa di Flash verso l’infinito è la rappresentazione del coraggio, di quell’audacia necessaria per affrontare un avversario che compare all’orizzonte. Ma la corsa è, al contempo, l’espressione di una brama di vita. Nella corsa, la mente tende a schiarirsi e a far fluire liberamente il pensiero. Nel suo progredire armonico, il respiro di Flash si fa flebile, il vento gli sfiora il viso e l’aria sembra sollevarlo dal terreno che lambisce con i piedi che lo sospingono. L’elettricità scorre nelle sue vene come un fuoco ardente che viaggia in ogni sua terminazione nervosa. Flash corre per comprendere il mondo e il senso dell’esistenza a cui noi diamo un valore e uno scopo. Ed è per tale ragione che nella corsa si concretizza anche la fuga dall’oscurità. La morte per Flash è rappresentata dal velocista nero, una figura scheletrica che incarna la morte e che insegue il corridore per sottrargli la vita. E’ la novellizzazione di un’allegoria. Il Flash Nero insegue il velocista scarlatto per fermarlo e porre così fine alla sua vita. Flash, nelle sue sgroppate, comprende quando bisogna correre via, allontanarsi dai mali che potrebbero arrecare distruzione. E’ così che l’eroe dà valore alla famiglia, all’amore e all’amicizia, fuggendo dalle tenebre per restare nella luce. La corsa per Flash è metafora della vita stessa, fatta di sacrifici, missioni da dover adempiere, pericoli da dover scacciare, e affetti indissolubili.

Wally West raggiunto dalla morte, rappresentata come il Flash Nero.

 

Il grande amore di Barry Allen è Iris West, colei che rappresenta la meta finale della corsa. Iris incontrò Barry (apparve per la prima volta nel numero 4 di Showcase nel 1956) mentre quest’ultimo stava indagando su un caso di omicidio. Barry fu subito attratto dai modi di fare della giornalista, curiosa, simpatica e dalla parlantina sciolta, mentre Iris rimase colpita dall’onestà e dalla fermezza dell’uomo. Dopo un lungo fidanzamento, una sera Barry propose a Iris di sposarlo, durante un giro sulla ruota paronimica al parco dei divertimenti di Central City. In Flash n. 165 (del novembre del 1966) Iris sposò Barry, scoprendo proprio quella notte che il marito era in verità il guardiano di Central City. Nel futuro si vedrà che Barry e Iris concepiranno due figli, Don e Dawn Allen, “i gemelli tornado”.

Iris come la maggior parte delle donne dei fumetti è rappresentata come una donna bellissima, dai fluttuanti capelli rossi, dal volto candito, e con solo un accenno di lentiggini, dalle forme aggraziate. La figura di Iris nella vita di Barry è sempre dominante. Ella rappresenta per Flash la motivazione per andare avanti, un po’ come Arwen è per Aragorn l’ispirazione capace di riscaldare il cuore e risollevare lo spirito del ramingo durante le ardue battaglie. Per Flash, Iris è il centro del proprio universo, “perché al ritorno a casa c’è lei ad attendermi”.

  • Conclusioni

“Forse non è così terribile morire. Non se lasci un erede, se sai che qualcuno combatterà ancora per ciò in cui hai creduto.” (Flash – Vendicatori/JLA)

Con Flash si fantastica sulla tangibile possibilità di poter correre più veloce del suono, sempre verso l’orizzonte e il futuro più roseo; un pensiero che certamente non può non affascinare ogni lettore dall’estro sognante. Flash non è che la personificazione rivisitata del mercurio alato, uno sgomento per gli scienziati, una gioia per gli oppressi e un incanto per le folle.

I supereroi DC Comics, con i loro racconti di epiche battaglie, di uomini capaci di volare verso le stelle o di sollevare montagne, rivisitano le gesta degli dei e degli eroi della mitologia greca, in cui il racconto fungeva da fuga dalla realtà. Il mito possedeva la capacità di stimolare l’immaginazione e di far riuscire a superare i limiti dell’uomo. Il racconto greco ammaliava con la descrizione di una giovane donna che nasceva dalla spuma del mare, o con la narrazione di dei in collera che sconfiggevano i titani con la folgore, il tridente o l’elmo che rendeva invisibili. Erano gesta narrate da cantori e vertevano sull’esaltazione della fantasia, uno dei più grandi doni che l’uomo abbia mai ricevuto. Il fumetto è arte sequenziale che trasforma in tavolozza pittorica ciò che veniva raccontato nell’antichità a parole, magari accompagnato dal suono della cetra, e portato via dal vento che ne conservava tutto il valore.

Flash, il più veloce, il più lesto tra gli eroi, è ancora oggi la personificazione del domani, di un futuro che, per quanto remoto, si avvicinava e continua ad avvicinarsi a grandi passi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella a cavallo tra il 5 e il 6 gennaio è, per i bambini, l’ultima notte magica delle festività natalizie. Un uomo dalla barba color argento dà il via, e una donna che “calza” indumenti miseri e consunti, pone fine ai festeggiamenti. L’Epifania tutte le feste si porta via.  E’ il compito che la Befana assolve tutti gli anni, quello di regalare un dolce risveglio ai piccini nel giorno in cui il clima natalizio è ormai agli sgoccioli.

Della Befana si sa ben poco. C’è chi crede sia antica come il mondo, chi afferma, senza provare dubbio alcuno, che lei era già vecchia quando nacque Gesù Bambino e che si trovava nei pressi di Betlemme quando incrociò i Re Magi che stavano per raggiungere la grotta in cui era nato il Redentore. Alcune leggende vedono i Magi spingersi a domandare a quella donna dal vetusto aspetto di accompagnarli, ma ella avrebbe desistito dall’uscire di casa, chi lo sa, forse intimorita dal freddo pungente. Poco dopo, però, la donna si sarebbe pentita e avrebbe così resa colma una cesta di dolci da offrire a tutti i bambini che avrebbe incontrato quella notte sulla sua strada, nella speranza di incontrare il Re dei Re appena venuto al mondo. E’ forse per tale mito che noi tutti, ancora oggi, attendiamo lo scoccare della prima ora del 6 gennaio per deporre le statuine dei Re Magi nel presepe dinanzi alla grotta dove giace il Bambino Gesù. Il giorno della Befana sembra riguardare, in qualche modo, la venuta dei Re Magi.

Ma chi era davvero quella vecchina cui i racconti fanno menzione? Perché ebbe in dono quella che si crede sia un’immortalità? La Befana è in vero una figura avvolta da un alone di magico mistero. A differenza di Babbo Natale, che i racconti sono soliti far risalire la sua residenza al Polo Nord, non si conosce dove la Befana viva, celata allo sguardo dell’uomo. E sempre per differenziarsi dal Signore del Natale, la Befana non ha elfi al proprio servizio. Si suppone che viva sola, in un luogo imprecisato. Perché non potrebbe vivere su nel cielo, tra le stelle luminose del firmamento sconfinato?

La Befana sono solito pensarla come un’anima un tantino sfortunata. Non ha il medesimo vantaggio di Babbo Natale. Lei arriva soltanto alla fine delle festività, non dona gioia quando il periodo natalizio ha dato appena inizio al suo corso. Lei discende dal remoto, quando oramai le ferie dal lavoro sono prossime a cessare e gli impegni tornano a bussare nuovamente alla porta, quando le vacanze scolastiche sono agli sgoccioli e il divertimento senza apparente fine, nonostante tutto, tende a cessare. La Befana dona così, con i suoi dolciumi all’interno delle calze, l’ultima gioia, quel soffio di bontà, sinonimo di un periodo lieto e terso qual è il Natale.

Al calar del sole, il 5 gennaio, potremmo alzare gli occhi al cielo e volgere lo sguardo alla luna nel vano tentativo di scorgere le fattezze stravaganti della Befana che vola tra pascoli di nuvole. Talvolta ella, se riuscissimo a intravederla, potrà avere intorno al capo un fazzoletto di stoffa, ma c’è chi giurerebbe di averla vista indossare un cappello a punta. Vola in sella a una scopa, si manifesta nella notte e reca a sé le sembianze di una megera malandata. Che la Befana sia una strega? Nessuna risata sadica potrebbe udirsi fuoriuscire dalla sua bocca, se non un flebile risolino affettuoso. Ella è in verità soave e gentile, come se quel suo pesante aspetto fosse la condanna del tempo atta a nascondere una bellezza interiore. Le sue vesti scucite, avvolte dalla fuliggine che vien giù dai cunicoli dei camini, il suo volto affossato dalle rughe, il suo naso adunco e il suo mento a ciabatta, la sua andatura in volo del tutto somigliante a quella di una fattucchiera ria e malvagia, sono tutte sembianze ingannatrici, che contrappongono la bontà della sua anima all’esteriorità menzognera.

La Befana è costante contrapposizione: dispensa col suo volo armonioso felicità in un giorno di leggera malinconia, possiede le parvenze di una megera eppure ha i modi garbati di una strega buona, e nei suoi sgradevoli caratteri somatici non incute alcun timore, tutt’altro! Invita i piccini a guardare oltre le apparenze e a scorgere la bellezza di un cuore puro.

E se l‘espressione pesante del volto della Befana non sia che una mistica patina generata volutamente dalle sue arti magiche? La Befana sembra voler rappresentare la bellezza interiore, quella occultata sotto una greve parvenza poiché meritevole d’essere scoperta soltanto da chi può riuscire a vedere sempre oltre le pur semplici apparenze. Ella, millenni orsono, rifiutò di uscire di casa per prestare aiuto a quei tre viandanti ma se ne pentì poco dopo. Rammentate la vecchia mendicante che testò la generosità del cuore di un principe delle fiabe, chiedendo riparo dal freddo pungente nel castello regale e offrendo come pegno una rosa incantata? La Befana potrebbe agire in egual maniera, muovendosi nella notte come una vecchia dal misero aspetto che porge regali a chi è, o diventerà, uno spirito degno, tanto da ricordarci come bisognerebbe conoscere la vera bellezza, quella che si insinua nell’animo e che porta a fare del bene. Quello stesso bene che scaccia il carbone.

E se la stessa Befana… Se esistesse realmente e… Se incontrata davvero, rivelasse, al cospetto di un puro di cuore, d’essere in verità non una sgraziata vecchietta dall’anima candida, ma una dolce e leggiadra entità? Magari la sua bruttezza si dissolverebbe e apparirebbe una bellissima fata, eternamente giovane come il tempo immortale, desiderosa di mostrarsi per com’è soltanto a chi è stato buono e generoso nella sua vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La regina Elisabetta I aveva sibilato con imprevidenza che l’amore, il vero amore, non poteva essere scritto e rappresentato a teatro. William Shakespeare quando udì quest’insinuazione impudente non poté in alcun modo dare la propria resa. Meravigliare una nobildonna è una virtù assai rara. Dimostrare alla monarca d’aver ragione sul corretto esito di una sfida era una vittoria per l’intelletto, non certo una vincita cospicua per le tasche sgualcite di un drammaturgo. Shakespeare non riuscì a trattenersi, avvertì l’effluvio della provocazione, e volle fronteggiare apertamente la reticenza della sovrana: “Le dimostrerò che il vero amore può essere raccontato e interpretato”. Tra Shakespeare e la regina si ebbe quello che, di fatto, fu un alterco intellettuale atto a sancire una scommessa prontamente colta da Elisabetta. “Entro la fine dell’anno, maestà, vedrà sul palcoscenico la storia d’amore più bella che sia mai stata raccontata”, avrebbe poi concluso lo scrittore.

Se conoscete il film “Shakespeare in Love” rammenterete questo passo del lungometraggio. Un evento costruito per l’espediente cinematografico ma che mi è tornato utile per introdurvi quanto andrete di seguito a leggere.

La schiettezza della sovrana d’Inghilterra, interpretata in tale adattamento da Judi Dench, potrebbe sembrare sgradevole. Come si può dubitare che l’amore vero non possa essere scritto, letto e contemplato? Forse perché la regina avrebbe voluto ammirare una storia d’amore che raggiungesse l’immortalità e che potesse essere ghermita tanto con gli occhi quanto col cuore. Scrivere questo tipo d’amore era proibitivo, anche per William Shakespeare.  Verso la fine del 1500, quando lo scrittore cominciò la stesura del suo dramma sull’amore, tale sentimento era aduso ad essere alla mercé di un padrone. L’unione matrimoniale era imposta “dall’ordinanza” di un padre e combinata da una trattativa economica tra famiglie. L’amore altro non era per i nobili se non la buona “chiusura” di un affare. Pareva utopistico che l’innamoramento potesse avere una trattazione lirica che riuscisse a scuotere l’animo calcolatore dei più ricchi. Intrigante, per tali ragioni, la disputa dialogica tra la regina e William Shakespeare sceneggiata nella pellicola del 1998. Shakespeare, se ciò fosse avvenuto realmente, avrebbe dovuto incanalare quante più motivazioni poteva da una simile contesa ideologica. Tuttavia, mi sento d’affermare che per dare compiutezza a una tragedia come “Romeo e Giulietta”, la mera influenza generata dal desiderio d’aver ragione non poteva garantire una così profonda riuscita dell’opera. Avrebbe dovuto attingere dai propri sentimenti, o forse addirittura dal proprio vissuto, per scrivere la tragica storia di Giulietta e del suo Romeo.

O forse, doveva ancora imitare lo svolgimento di una storia già raccontata. Perché si sa, alcuni artisti inventano, altri geni scopiazzano. E Shakespeare, a suo modo, scopiazzò. Sì, insomma attinse.

  • Il mito di Piramo e Tisbe

Confesso d’aver sorriso nel momento in cui mi accingevo a scrivere quel verbo, quello “scopiazzare”, così poco confacente all’estro scrittorio di William Shakespeare. Come si potrebbe additare l’autore inglese di una calunnia così grave? William Shakespeare scopiazzava?! E’, in verità, un’estemporanea battuta detta, almeno una volta nella vita, da tutti coloro che conoscono il mito di Piramo e Tisbe, giusto per accostare il “racconto” al dramma Shakespeariano. In effetti, la storia dei due innamorati in età babilonese rimarca in maniera alquanto evidente le vicissitudini di Romeo e Giulietta. Shakespeare ha, per l’appunto, rivisitato il mito stesso. Ciò non è tuttavia sufficiente per tacciare l’opera di Shakespeare come una mera copia usurpatrice. Del resto non è atipico assistere a episodi del genere. E’ ormai assodato che anche i grandi scrittori d’ogni tempo fossero soliti trarre ispirazione da romanzi redatti in passato. Un esempio lampante ci viene offerto dal critico e studioso Giovanni Getto il quale affermava che il grande Alessandro Manzoni, caposcuola del nostro Romanticismo, per la stesura del suo capolavoro “I promessi sposi”, trasse l’ispirazione da un libro rinvenuto nella Biblioteca Universitaria di Torino dal titolo “Historia del cavalier Perduto”, romanzo cavalleresco di Pace Pasini.  Con questo non voglio assolutamente dire che “I promessi sposi”, ovvero il Trionfo della Provvidenza non sia un romanzo originalissimo.  Shakespeare era, a suo modo, un sommo artigiano, un autore attentissimo alle mode del periodo, e da uomo di teatro sapeva adeguarsi ai gusti del suo pubblico. Per tale motivo, a volte, non inventava trame ma attingeva dalla novellistica italiana e d’oltralpe; e perché no, anche dalla mitologia.

Piramo e Tisbe sono le anime antecedenti Romeo e Giulietta. La loro triste sorte venne narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Piramo e Tisbe erano perdutamente innamorati l’uno dell’altra, ma a causa dell’odio che scorreva tra le rispettive famiglie, i due giovani non potevano mai incontrarsi. Le due esigue stanze in cui essi trascorrevano gran parte del tempo, rinchiusi per diretto ordine dei genitori, onde evitare che si incontrassero, erano adiacenti. La parete che divideva i due ambienti aveva una crepa, dalla quale i due riuscivano a comunicare. Ponendo l’orecchio sulla minuscola fessura, Tisbe riusciva a udire le parole che l’amato faceva filtrare con dolce pronunzia. Nel mito la demarcazione oltre ad essere sancita dalla ferrea crudeltà dei genitori, era resa viva e tangibile dalla robustezza di un’arida parete che impediva a Piramo e Tisbe anche solo di sfiorarsi. Giacevano così vicini eppure permanevano così lontani. Uno stato di prigionia a cui vollero dar fine organizzando un incontro che avrebbe dovuto preannunciare la loro fuga. Si dettero appuntamento nel bosco, in fondo alla valle, nei pressi di un gelso sorto vicino a una sorgente d’acqua dolce.  Tisbe fu la prima a scappare dalla propria dimora, corse nella notte con il volto celato da un velo nero e arrivò in anticipo sul luogo stabilito. Era notte fonda, si udivano ululati provenire dalla boscaglia, se non quando Tisbe, al debole chiarore della luna, s’imbatté in un leone dalle fauci ancora sporche di sangue per aver appena predato una povera bestiola. Tisbe scappò via terrorizzata, perdendo il suo velo nella corsa. Arrivò poco dopo Piramo che, vedendo il leone col muso imbrattato di sangue, e notando il velo dell’amata intriso della stessa sostanza rossa, scoppiò a piangere, credendo che la belva avesse divorato la sua Tisbe. Oppresso dal dolore, Piramo scelse di uccidersi, trafiggendosi con un pugnale. Sopraggiunse, a quel punto, Tisbe che lo trovò in fin di vita ai piedi del gelso. Quando ella raccolse il suo corpo e lo sollevò da terra per reggerlo tra le sue braccia, Piramo esalò l’ultimo respiro. Sconvolta Tisbe si trafigge anch’essa col pugnale e i due innamorati morirono nella stessa ora, l’uno accanto all’altra. L’infausto destino dei due innamorati commosse gli dei, e il sangue dei due giovani, pervaso da un amore tanto grande, bagnò le radici del gelso cui caddero come corpi morti, facendo diventare neri i suoi frutti.

“Romeo e Giulietta” riscopre i punti chiave del mito di Piramo e Tisbe e li traspone, reinventandoli, in epoca cinquecentesca. Sta proprio in questo il genio di Shakespeare: partire da una narrazione drammatica già comprovata e contestualizzare il racconto in un’era del tutto nuova, conferendo nuova linfa ai personaggi originari del dramma, donando realismo e profondità allo sfondo storico, politico e famigliare, e rendendo il tutto, per certi aspetti, unico. L’avverso destino dei primi due innamorati, sul finale tragicamente beffardo, viene trasmutato. Shakespeare cattura il dramma di una separazione obbligata, di un allontanamento comandato da terzi e riscrive una sorte analogamente fatale per i suoi personaggi. Sia Piramo e Tisbe che Giulietta e Romeo moriranno per una scelta insana, perentoria ed affrettata. Il tempo e la casualità sono forze indomabili che giocano con le loro vite per trascinarli fino in fondo a un’infelice risoluzione.

Il vero amore, avremmo potuto obiettare noi stessi all’allora regina Elisabetta I, era già stato raccontato e parecchi secoli orsono. Tuttavia, il dramma teatrale in cinque atti dello scrittore inglese era presto destinato a prendere forma, fino a divenire l’archetipo dell’amore inscindibile.

  • Romeo e Giulietta di Zeffirelli

Romeo e Giulietta e il loro vissuto hanno assunto un valore emblematico: il canto, la musica, ancora il teatro, la televisione e il cinema hanno tradotto, in innumerevoli adattamenti, la celebre storia. Franco Zeffirelli nel 1968 girò per il cinema una delle versioni più attinenti al dramma shakespeariano, con i giovanissimi Leonard Whiting e Olivia Hussey come casti protagonisti. Emerge, nella magnificente versione di Zeffirelli, la candida purezza dei due personaggi, i quali si innamorano al primo sguardo durante un ballo in maschera. I costumi realizzati per l’occasione e le maschere che celano i volti sono solo vestiari mimetizzanti, artifici con cui l’ineluttabilità tenta di ritardare l’inevitabile, il progressivo innamoramento tra Giulietta e Romeo nell’istante in cui i loro occhi indugiano sui rispettivi volti, non più nascosti da ornamenti cromatici. Il testo Shakespeariano viene recitato con trasporto dai due attori calati in uno scenario che su tutti, al cinema, rese onore al dramma originario, creando una miscellanea di passione, bellezza, raffinatezza, sensualità e tristezza. Capuleti e Montecchi non sono per i due giovani che nomi identificativi, i quali ben poca importanza recano in sé.

Entrambi risentono della divisione perpetrata da una rivalità che non concepiscono, e del distacco che prende forma nella posizione di una balconata che osa tracciare l’immaginaria distanza tra la Terra e il cielo. Una meta che Romeo raggiunge arrampicandosi su un albero per baciare Giulietta e con fervore chiederle di sposarlo.

L’innocenza dei due innamorati, mai rappresentati così giovani, persi nel loro primo ed unico amore, accentua la frustrazione e l’incomprensione provata nei confronti di un odio bieco e ingiustificato che attanaglia le rispettive famiglie. Può forse l’amore nascere dall’odio? E’ ciò che Zeffirelli rende così cristallino, traducendo, con tale dovizia, il volere di William Shakespeare. Il finale del dramma, così come avveniva nel mito di Piramo e Tisbe, non segna l’arrendevolezza dell’amore ma il sospirato desiderio di potersi ricongiungere in pace nell’aldilà. Scrivere d’amore è indagare l’immortalità.

Ma cosa guida la mano di uno scrittore nel partorire un testo che possa rendere leggibile e interpretabile il vero ed eterno amore? L’amore può essere elaborato in parole dal costrutto fantastico o dal vissuto reale?

  • Shakespeare in Love

“Shakespeare in Love” compie ciò che Shakespeare fece col mito di Piramo e Tisbe. Il lungometraggio del 1998, partendo dal lavoro dello scrittore, reinventa gli atti narrati del dramma e li rivisita come eventi precedenti e “realmente” vissuti da Shakespeare in persona. Se Shakespeare si era ispirato a un racconto mitologico per comporre la propria ode al terso amore, gli autori di “Shakespeare in Love” si ispirarono agli accadimenti della tragedia per sceneggiare una storia d’amore inventata. “Shakespeare in Love” ci trasmette un’idea, quella che l’amore vero debba essere realmente provato per poter essere così ben descritto e conformato. La fantasia scrittoria è un seme e non può essere piantato su di un aspro terreno. Tale seme non può germogliare se il terriccio non è reso fertile dal sentimentalismo ispirato. L’amore è per l’arte scrittoria influenza ispiratrice. E’ infatti uno Shakespeare in crisi, quello che il film ci presenta, che patisce un blocco inventivo fino all’incontro con Viola De Lesseps, la musa ispiratrice che ruberà il suo cuore e con cui vivrà una passione travolgente. Gli avvenimenti tra William e Viola fanno da preludio agli accadimenti che Shakespeare comporrà in quei giorni intensi per la sua tragedia; le rime d’amore che egli scambierà con l’amata saranno le medesime che affronterà durante la stesura del dramma di “Romeo e Giulietta”. Nessuna riflessione, nessuna ponderazione in merito alla redazione del testo teatrale, il linguaggio di Shakespeare scorre via come un fluidificare di pensieri divenuti parole. L’ispirazione di un amore tanto grande rende la scrittura un processo subitaneo, un bisogno impellente, una bramosia incontrollabile che porta l’autore a voler esternare i propri sentimenti. E così, Shakespeare intinge con sempre maggiore frequenza la penna di piuma d’uccello nell’inchiostro del calamaio, per poi rendere quelle emozioni parte scritta di una serie di versi i quali lentamente si intersecano con la vita vissuta. In “Shakespeare in love” scrivere d’amore è declamare poesie, declinarle senza il bisogno d’appellarsi a un testo non imparato a memoria ma dettato dal pulsare del cuore. Una metrica recitata sul palcoscenico della vita, mediante un’interpretazione che allude totalmente all’immedesimazione.

Quando il vero Shakespeare si apprestò a lavorare alla propria eccellentissima nonché lamentevole tragedia, doveva far fronte a severi limiti di libertà d’espressione. Non bisognava occuparsi di politica contemporanea nel teatro inglese, non era consigliabile occuparsi di temi riguardanti la religione, se non per sottolineare la superiorità assoluta del credo anglicano. La libertà concessa al drammaturgo non andava oltre i confini anche materiali dei teatri in cui lavorava, come se il teatro stesso assumesse i contorni di un mondo a parte, avulso purché non travalicasse i limiti sopraesposti. Il mondo è teatro per William Shakespeare, e nel teatro vi è l’assoluta identificazione del dramma della vita. Un concetto, quest’ultimo, che avrà piena esaltazione in “Shakespeare in Love” dove le vicissitudini vitali si intersecano a quelle circoscritte e messe in scena. Shakespeare accoglieva nelle proprie rappresentazioni il mondo intero, e dava ad esso un’espressione poetica. Si rendeva ben conto delle proprie limitazioni e tuttavia anche delle possibilità di dar voce alle speranze e alle paure dell’uomo, così come erano sentite in un tempo che aveva visto crollare valori e credenze dati per scontati ormai da secoli e che si stava compiendo sotto il segno del mutamento e della metamorfosi; un segno dinamico dunque che il teatro poteva tradurre in parole e immagini meglio di ogni altra forma espressiva. Resta comunque il fatto che al centro di ogni sua composizione c’è l’uomo. Lo scavo psicologico e lo studio dei sentimenti diventano una sorta di bisturi di cui lo scrittore si serve per indagare l’animo umano: visione non ottimistica ma rattristata dalla consapevolezza del male.

William e Viola, Piramo e Tisbe, sono ancora Romeo e Giulietta, le allegorie indivisibili e incarnate di un amore vissuto, di un amore raccontato e di un amore recitato. Ecco da quante forme l’amore scritto può venire ereditato. Un sentimentalismo smisurato che può essere dettato tanto dall’intelletto quanto dall’esperienza vissuta.

  • Fine…lieto

Un tipo di amore, quello fin qui trattato, che non sfocia nel lieto fine perché da sempre funestato da forze avverse. Ma la morte di Giulietta e Romeo annienta i dissapori tra le due famiglie, lenisce i dispiaceri e innalza l’amore al di sopra dell’odio. Nella loro morte scellerata, le anime dei due innamorati lasciano una Terra che col loro sacrificio potrà essere migliore. Ne deriva un futuro che non conosce fine in quanto giunge all’immortalità e viene eternato con l’arte del racconto e del ricordo. Se Piramo e Tisbe, così come Romeo e Giulietta, hanno rinunciato alla loro esistenza per sperare in una vita trascendentale che li mantenga vicini, lo Shakespeare di “Shakespeare in Love”, sebbene venga privato della propria indimenticata compagna, non cede al rimorso, ma convoglia il ricordo della sua essenza in fonte d’ispirazione per scrivere “La dodicesima notte”, la cui protagonista è la sua Viola.

Per scrivere d’amore si può trarre fantasia dalla propria immaginazione e dal proprio vissuto purché entrambe alimentino il fuoco ardente che divampa nel cuore di chi compone. Scrivere d’amore è dunque plasmare un’idea, dar consistenza a un’emozione, e nuova vita alla persona amata, resa vera dal potere della parola. E’ questa la scommessa da vincere, ancor più che dimostrare che il vero amore è possibile da raccontare: palesare la volontà di trasporre la donna amata, musa d’ogni passo composto, sotto forma di testo scritto, così da renderla, per lo scrittore che la riconosce e per il lettore che impara a conoscerla, immortale in qualunque storia essa appaia. Romeo e Giulietta, dopotutto non sono mai morti, continuano a vivere ancora tra le pagine di un copione, tra le recite di un teatro, tra le riprese di un set.

“Romeo e Giulietta” è la storia dell’amore spirituale e carnale divenuto sacro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Fasciame distrutto, remi trasportati dalle correnti, cadaveri abbandonati su dei resti di legni e infine un relitto fantasma, un tempo appartenuto a un glorioso vascello che solcava le acque più burrascose, lasciato adesso navigare senza meta a trovar riposo sottomesso al volere di Poseidone. Erano questi i tetri scenari che le Sirene lasciavano al loro passaggio. Esseri dalla cui voce nasceva un soave e ammaliante canto, che stregava chiunque lo ascoltasse, le sirene erano sensualissime creature del mare, e il loro corpo rappresentava un’irresistibile seduzione per i marinai, che nella solitudine dei loro viaggi, cedevano alla follia del loro richiamo. Accecati nei pensieri, gli uomini, tra le braccia delle sirene, trovavano la morte e conducevano le loro navi alla rovina. Bellissime in viso quanto sinistre e diaboliche nella mente, le sirene erano degli ibridi ittiomorfi: straordinariamente femminile il loro viso e metà del loro corpo quanto inquietantemente animale il prosieguo dalla vita in giù, dove una coda pinnata si dipanava oltre modo, consentendo loro di nuotare liberamente in mare aperto. Lunghi capelli ne cingevano i magnifici volti coprendo talvolta il seno nudo, mentre gioielli serpentiformi e monili dorati, certamente trafugati dai relitti, ne ornavano le braccia.

Una sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La coda era imponente, nonostante sembrasse leggerissima alla vista, quando veniva mossa con marcata naturalezza da una di esse. Probabilmente nel solcare le acque talvolta strofinavano le code sul fondo del mare, catturando perle preziose che aderivano alle loro squame senza più staccarsi, fornendo alle sirene una lucente pelle riflettente. Nonostante tra le onde trovassero l’ambiente naturale nel quale muoversi con estrema libertà, le sirene riuscivano ed adagiarsi anche sull’arenile, traendo conforto e piacere nello stendersi sugli scogli, venendo accarezzate dagli schizzi dei fluttui che, infrangendosi contro le rocciose pareti, bagnavano i loro corpi. Quando avvistavano una nave all’orizzonte cominciavano a far echeggiare il loro dolce canto, e una volta che i marinai soggiogati indirizzavano le vele verso la loro isola, le sirene si immergevano in acqua nuotando alla volta della nave. Lasciavano i loro corpi semisommersi, mostrando solo il tronco nudo, generando così un turbinio di passioni a tutti coloro che le osservavano attoniti. Nella mente degli uomini quei melodiosi canti ricordavano quanto di più tenero e allettante i loro pensieri lasciavano affiorare: il sorriso di una madre perduta, la risata delle fanciulle di un tempo e il bisbiglio all’orecchio di una sposa lontana che invocava il marito, adagiata su di un caldo e morbido talamo. Gettandosi in mare i marinai rivolgevano i loro sguardi senza sosta alla disperata ricerca di quelle creature incantevoli e leggiadre, per nulla coscienti che in quegli istanti la loro fine stava per giungere implacabile dal fondo del mare: mani misteriose, infatti, afferravano le gambe degli avventati e stolti marinai e li trascinavano verso una morte salmastra. Sulle rive opposte, raccolti i corpi ormai privi di vita, le sirene riempivano l’aria con l’eco di una nenia malinconica, sentenziando un mistico funerale di congedo. Baciato sulle labbra l’uomo che avevano condotto nell’Ade, si immergevano scomparendo nell’oscurità degli abissi.

Il regno delle Sirene si estendeva lungo tutto “l’isolotto” di Scilla e Cariddi, dove resti umani, becchettati da uccelli demolitori, campeggiavano in ogni dove. Compiuto l’efferato attacco le sirene risalivano dal fondale riguadagnando la sponda principale, sdraiandosi appena sulle rive, lasciando che la loro coda continuasse ad essere mossa dolcemente dall’incedere della marea, mentre tra il lento mormorio della risacca, rilassate sul dorso, volgevano lo sguardo verso il cielo, dimora degli dei.

Altre invece stazionavano sugli scogli con la coda verso l’alto, il seno e il busto accarezzavano la superficie, mentre una mano reggeva la presa sulle rocce e l’altra aiutava lo sguardo, coprendo la vista dal sole, permettendo così di scrutare l’orizzonte coi loro occhi bianco latte, alla strenua ricerca di prossime vittime.

E di lì a poco un’altra nave solcò quelle acque: era Odisseo appena fuggito dall’isola della maga Circe. Fissarono i nuovi marinai con sguardo inespressivo. Attendevano con predatoria pazienza che la nave veleggiasse il più vicino possibile a loro. Ulisse però conosceva il pericolo incombente e coprì di cera le orecchie di tutti i suoi marinai cosi che non cedessero al canto delle creature. La curiosità per lui però fu incalzante e volle sentire la voce delle Sirene, tanto decantata e celebrata nelle paure più recondite degli uomini; si fece così legare all’albero maestro della nave raccomandando a ciascuno dei suoi compagni che per nessuna ragione avrebbero dovuto lasciarlo andare. Mentre la nave proseguiva senza sosta lungo il tragitto, Ulisse cominciò ad udire il misterioso canto, che gli ricordò immediatamente la voce della sua cara balia la quale lo accompagnava nel sonno da bambino, infondendogli una pace ed una serenità che tanto gli mancava nel suo lungo peregrinare. Subito iniziò a dibattersi per cercare di liberarsi dalle corde che lo tenevano stretto. Le sirene non rimirando alcun mortale nei pressi delle acque intensificarono le proprie melodie, e per Ulisse la situazione divenne insostenibile. Questa volta riconobbe la voce dell’amata Penelope, la sposa che non stringeva a sé ormai da troppi anni. Il re di Itaca disperato intimò ai suoi compagni di sciogliere le funi. Alcuni colsero le minacce del loro capitano e ne compresero il delirio, allora lasciarono i remi si avvicinarono a lui, ma strinsero ancor di più le corde. Nella follia del momento Ulisse si ferì persino ai polsi nel tentativo di liberarsi. I robusti lacci di fatto penetravano nella carne straziandola. Ulisse sopraffatto dallo sconforto lanciò un urlo animalesco colmo di dolore e di disperazione. Quando riprese coscienza realizzò di essere sopravvissuto alla più spossante esperienza che aveva affrontato in tutte le sue interminabili avventure.

La nave aveva superato quel braccio di mare. Per la prima volta gli uomini erano sfuggiti alla presa mortale delle sirene. Furiose, le stesse, generarono un verso di collera che poco aveva a che vedere con lo splendido vocalizzo intonato poco prima.

Per diretto ordine di Afrodite, le sirene raggirate e sconfitte da Ulisse salirono a fatica sulla cima di un colle a strapiombo, procedendo con la sola forza delle braccia. Lungo il percorso le code si trascinavano al suolo perdendo sempre più la loro lucentezza e anche le perle che avevano aderito cosi perfettamente alla loro cute. Il corpo femminile non era più liscio e delicato ma sporco e ruvido, deturpato da quella terra che così tanto non gli apparteneva. Raggiunta la cima, le sirene si uccisero gettandosi dal dirupo. I loro corpi privi di vita furono trasformati dalla dea dell’amore, per misericordia, in statue di pietra.
La soave bellezza delle sirene si dissolse e, nella pietra bagnata dallo scrosciare delle onde, si perse per sempre il loro melodioso canto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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In occasione dell’uscita nelle sale del film “Così parlò Luciano De Crescenzo”, un leggero e appassionate documentario sulla sua vita e sulla sua eccezionale carriera, vorrei dedicare il mio personale omaggio allo scrittore partenopeo.

Curiosando da bambino tra le videocassette di casa, ricordo perfettamente di essermi imbattuto in una dalla copertina davvero particolare; un signore dalla barba brizzolata, con le braccia conserte, accennando un sorriso, reclinava leggermente il capo, mentre puntava il suo sguardo sornione verso chi, dall’altra parte lo osservava. Giù in basso si leggeva: “Le dodici fatiche di Eracle” e “Il Mito di Teseo e Arianna”. La videocassetta in questione faceva parte di una collezione completa dedicata alla mitologia greca, che mio padre, anni prima, aveva acquistato. Leggendo “Eracle” non capii immediatamente di cosa si trattasse, chiesi quindi una spiegazione a mio padre e la ottenni. Concedetemi la vostra pazienza, da bambino conoscevo in primis la figura di Hercules, grazie al cartone della Disney, grazie alla serie TV, e ad altre trasmissioni sull’argomento. Beh, certo, quale bambino non sogna di essere almeno una volta nella vita Hercules? Un uomo capace d’affrontare avversari fantastici e vivere avventure incredibili. Dopo aver capito che quell’”Eracle” non era altro che il nome greco dello stesso personaggio, misi immediatamente la cassetta nel videoregistratore convinto d’assistere a una delle tante pellicole dedicate all’eroe, ma non fu proprio cosi: mi comparve dinanzi un uomo seduto su di una scrivania che con ironia e una sentita emozione nella voce, narrava le gesta che quell’antico eroe aveva compiuto, stimolando prima di tutto la fantasia dello spettatore che, grazie alle sue parole, era come se vedesse realmente l’eroe mentre compiva le sue incredibili fatiche. L’uomo in questione era Luciano De Crescenzo e l’episodio televisivo faceva parte della trasmissione “Zeus – le gesta degli dei e degli eroi”.

Appassionandomi in breve tempo a quanto stavo ascoltando e vedendo, cominciai a guardare una dietro l’altra tutte le videocassette, disposte in modo ordinato in un mobile fatto apposta per contenerle, insieme a tante altre d’argomento diverso. Quel “narratore” vestito con giacca e cravatta divenne per me un maestro, un ispiratore, un amico. Da bambino mi affascinavano prima di tutto le storie degli eroi che quel professore raccontava; crescendo invece, compresi la bellezza e la profondità di alcuni miti meno avventurosi, ma di certo più emozionanti, come la tragica vicenda di Orfeo ed Euridice, la peculiarità dei greci nello spiegare l’alternarsi delle stagioni secondo il mito di Ade e Persefone, o la complessità delle varie mitologie dedicate alla nascita dell’universo. Mi colpì, in maniera primordiale e semplice allo stesso tempo, considerando la giovane età, persino il racconto del Simposio, dove De Crescenzo teneva a precisare che l’obiettivo primario era sempre quello della disquisizione, il dialogare tra i vari commensali convenuti, e solo in un secondo momento quello del cenare, della consumazione dei pasti vera e propria. Potrei dire, senza ombra di dubbio, che, grazie a De Crescenzo mi avvicinai per la prima volta ai racconti fantastici, i quali, nonostante le bizzarre tematiche, tanto valore continuavano a conservare tutt’oggi. Grazie a De Crescenzo mi appassionai persino al fumetto, considerando che quella raccolta di videocassette era abbinata a un supporto cartaceo sotto forma di racconto a disegni, da lui stesso curato e dedicato ciascuno al racconto sequenziale del mito stesso. Il passaggio dal fumetto mitologico a quello supereroico e seriale, fu un processo inevitabile. Da quel preciso istante cominciai a leggere quanti più fumetti potevo, concentrandomi di più sulle storie e le avventure che QUEL determinato personaggio viveva, e solo dopo al messaggio che l’AUTORE voleva comunicare a chi leggeva la storia. Capii successivamente che quello che stavo leggendo non prendeva vita da solo sulla carta, ma qualcuno provvedeva a scriverlo e qualcun altro lo disegnava per far prendere forza e consistenza alle parole stesse. Fu così che mi avvicinai con sempre maggiore attenzione alla lettura e alla scrittura. Grazie a De Crescenzo lessi i miei primi libri; ricordo ancora come descriveva in maniera arguta e con una punta d’ironia la figura di Ulisse, da lui stesso definito in un suo vecchio scritto, un “fico”. Ed ecco perché dico GRAZIE a Luciano De Crescenzo, per me da sempre un maestro, un amico, e di sicuro per tutti un importante autore nel panorama letterario italiano e non solo.

Luciano De Crescenzo è ingegnere, professore, scrittore, studioso, regista, un filosofo atipico, che ha fatto della sua arte un qualcosa di gradevolmente condivisibile, un divulgatore attento e scrupoloso, capace d’impartire cultura ed emozioni anche al lettore frettoloso e allo spettatore meno attento.

L’arte e la filosofia di De Crescenzo, sempre sopra le righe, conobbero, oltre che il medium televisivo, anche il cinema. Fu regista e protagonista del cult “Così parlò Bellavista”, delicata, amorevole e genuina lettera d’amore alla sua Napoli, alla sua gente. Il film fu un’opera in grado di scuotere l’attenzione sui temi più scottanti, sempre affrontati con pacata ironia e marcata determinazione. La dialettica di De Crescenzo si è mantenuta inalterata negli anni: comunicare con garbo e simpatia a chi ascolta il senso degli eventi e dei personaggi, anche fantasiosi, che ci hanno preceduti.

Durante la sua prolifica attività letteraria, De Crescenzo indagò cosa fosse il tempo, se davvero esistesse e come esso venisse interpretato e vissuto da ognuno di noi. Arrivò a dire che il tempo è solo una convenzione. Non molto tempo fa però ammise che il tempo effettivamente esiste e “purtroppo passa”. Lo disse con una nota di malinconia, lui scrittore così attaccato alla bellezza della vita e alla meraviglia della quotidianità. Si interrogò anche su cosa fosse la vera felicità, e su cosa ci rende felici. La pienezza della felicità per Luciano De Crescenzo non si avverte nel momento in cui stiamo vivendo l’attimo felice. Si rimane avvolti e contagiati dalla felicità quando si pensa al momento in cui possiamo vivere realmente quella felicità. La felicità dell’attesa è essa stessa felicità. Siamo felici quando pensiamo a ciò che ci rende felici e che a breve arriverà, e il solo aspettare quell’attimo ci rende lieti. La felicità non è quando incontriamo e ammiriamo la donna amata, la felicità è quando aspettiamo di vederla… magari il giorno prima del nostro incontro.

Mi verrebbe d’azzardare un parallelismo, tra questo credo di De Crescenzo e la splendida poesia del Leopardi “Il sabato del villaggio”. Il poeta affermava che la gente del villaggio era felice quando il sabato ritornava dalla dura giornata di lavoro perché sapeva che il giorno dopo avrebbe riposato. Una felicità di breve durata ma così fantasticamente coinvolgente. Era una felicità illusoria, poiché proprio il giorno dopo, quando sarebbero dovuti essere felici, invece avrebbero provato tristezza nel realizzare che l’indomani una nuova settimana di lavoro sarebbe cominciata. La felicità è quindi un’attesa illusoria, utopistica?  E’ qualcosa che sfugge, che appare rapido e rapido scompare, lasciando nell’animo una vibrazione armoniosa dolce e triste al tempo stesso. De Crescenzo affermerebbe, invece, che la felicità è proprio in quel piccolo momento, in quei minuti di rilassatezza, quando la speranza di un domani limpido e sereno si concretizza nel pensiero dell’attimo presente. Totò, altra grande personalità artistica di Napoli, diceva che la felicità è fatta di attimi di dimenticanza, per l’appunto di piccoli istanti che ristorano il cuore e carezzano lo spirito.

De Crescenzo affermerebbe, con la semplicità e la simpatica eleganza che lo contraddistingue, che la vera felicità è la “piccola” felicità, tanti piccoli granelli che uno accanto all’altro possano riempire la bisaccia dei ricordi più lieti e spensierati. De Crescenzo rimane senza dubbio un intrattenitore simpatico, un abile divulgatore, un prolifico autore, in altre parole un lavoratore arguto, attento e assiduo della penna e della parola.

Uno scrittore che ha conquistato la sua immortalità, perché vive nel cuore e negli affetti di tutti i suoi lettori più devoti, come il sottoscritto. Un documentario a lui dedicato sarà un’altra testimonianza filmata per onorare una vita intensa.

A Luciano De Crescenzo e al suo programma “Zeus – le gesta degli dei e degli eroi” ho dedicato un articolo facilmente consultabile nella sezione “Speciali televisivi”. Potete leggerlo cliccando qui.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Batman ritratto da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Batman venne concepito da un’idea di un artista, tale Bob Kane. Agli stadi embrionali non era che un’immagine fetale, abbozzata, che fiorì nella fantasia fino al giorno in cui l’ora di venire al mondo giunse. La matita e i colori veicolarono la sua nascita come ostetriche e permisero il parto di questa creatura che conobbe la vita su di un foglio di carta, nel momento esatto in cui quella matita finì d’imprimere il suo ultimo tratto. Quel primo disegno andava considerato come un infante che aveva aperto per la prima volta gli occhi al mondo, ancora ben diverso dall’aspetto che assumerà quando maturerà nello sviluppo che i suoi genitori creativi infonderanno in lui. Il primo ritratto di Batman fu uno schizzo delineato con il desiderio di dare essenza ad un supereroe non ancora chiaro e cristallizzato con limpidezza nelle forme e nel costume. Solo un simbolo era evidente sin dal principio: quello di un grosso pipistrello che l’eroe avrebbe dovuto portare sul petto come fosse un emblema. Era Batman, che in quella sua iniziale raffigurazione lasciava echeggiare il suo primo pianto, come fosse venuto al mondo al cospetto dei propri creatori. Bob Kane e Bill Finger lo perfezionarono nelle settimane a venire e gli conferirono il dono della parola, racchiusa in nuvole d’inchiostro. Era il 1939. Ma Batman reificò nel pensiero di Kane ancor prima, essendo stato ispirato da un’immagine anch’essa stampata su carta e risalente addirittura a secoli e secoli antecedenti la data del periodo. Erano i disegni curati a mano da Leonardo da Vinci e rappresentanti il Grande Nibbio, la macchina volante progettata dal Genio tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Gli appunti didascalici e le illustrazioni del Grande Nibbio furono raccolti dal da Vinci nel Codice sul volo degli Uccelli. Leonardo, che sempre cercò di creare una macchina che potesse replicare il volo degli uccelli e renderlo possibile per l’uomo, realizzò una versione della suddetta idea che mimasse una sorta di volo in planato. L’apertura alare del marchingegno attirò l’attenzione del fumettista che ne trasse suggerimento per creare il mantello dell’eroe, il cui dispiegamento replicava l’apertura alare della macchina e, altresì, dei pipistrelli.

Riproduzione del Grande Nibbio di Leonardo da Vinci

 

Batman vide la luce nella storia dell’arte, il suo mito si accrebbe col volere della concretizzazione di una fantasia e nel desiderio della scoperta, dell’invenzione. Dalla stretta collaborazione tra Kane e Finger i particolari del costume si accentuarono fino a dar forma all’eroe come lo conosciamo oggi, con un background definito, un’identità umana e una storia. Batman conobbe il mondo quando completò il proprio iniziatico processo di formazione e, come albo a fumetti, venne pubblicato per l’etichetta DC Comics nel maggio del 1939; qualche anno dopo Superman, e prima di Flash, Lanterna Verde e Wonder Woman.

La figura dell’uomo-pipistrello divenne, col passare degli anni, un’icona incomparabile nel mondo del fumetto e nell’immaginario collettivo popolare. Il fascino tenebroso e maledetto del cavaliere oscuro permane tutt’oggi come se non fosse mai stato scalfito dal passare delle decadi. Batman è comparabile a un’opera che conserva la magnificenza originaria, e necessita soltanto sporadicamente di qualche lieve ritocco, eseguito dagli esperti restauratori, i quali correggendo leggermente l’estetica e modernizzando la storia riescono a rendere le sue avventure sempre al passo coi tempi.

Dietro la maschera dell’uomo-pipistrello si nasconde il miliardario Bruce Wayne. Bruce, quando era soltanto un bambino, ha assistito alla morte dei propri genitori, uccisi sotto i suoi occhi da un ladro di strada. Il drammatico evento segnò irrimediabilmente il piccolo, che giurerà sul corpo esanime del padre e della madre, che farà tutto ciò che sarà in suo potere per impedire ad altri di provare la medesima sofferenza arrecatagli da un malvivente. Il trauma cui venne investito da bambino gli farà sviluppare uno stato di diffidenza, di paranoia e sospetto che, da un lato affinerà le sue straordinarie qualità intellettive e investigative, dall’altro minerà i suoi rapporti con le altre persone. A quella fatidica notte, i suoi creatori fecero risalire alcuni elementi che andranno poi a formare la personalità del protagonista e che fungeranno da spiegazioni esaustive su quella che sarà la sua scelta. Bruce stava guardando uno spettacolo a teatro riguardante la maschera di Zorro. Come lo spadaccino che combatteva per l’indipendenza della sua gente così Batman avrà un costume color nero che potrà aiutarlo a mimetizzarsi tra le ombre. Bruce crescerà tra le cure di Alfred, il suo maggiordomo, e da lui spalleggiato, ma dalla lussuosa residenza, comincerà la sua personale battaglia contro il male che aleggia sulla città e che cercherà d’estirpare con sempre crescente vigore. Batman tutela la città di Gotham, una metropoli rigida, sozza, ricolma di quartieri sudici e periferie traboccanti di delinquenza. E’ una città fortemente inquinata, le cui esalazioni di gas si levano dagli scarichi infiammati, un centro urbano dal sapore antico, ricco di grattacieli che stagliano alti nel cielo e che recano sui propri esterni Gargoyle in pietra. Questi scenari gotici sono terreno fertile per le imprese del crociato incappucciato.

Definire Batman un antieroe dark è quanto ma sbagliato. Batman è un giustiziere, un vigilante che accetta volontariamente la propria missione di salvataggio e veglia, e alla sua gente ha offerto in un patto vincolante, la sua vita. L’adempiere questo compito che non avrà mai fine è lo scopo della sua intera esistenza, ed egli lo assolverà fin quando la sua battaglia contro le forze del male non esigerà la sua morte. Batman non corrisponde quindi ai canoni tradizionali dell’antieroe cinico, disinteressato, che compie l’azione eroica sebbene non voglia volgere completamente se stesso alla causa. Batman è l’esatto opposto, colui che dedica tutto ciò che ha al perseguimento di un obiettivo che non ha mai fine. Al contempo, tuttavia, Batman si differenzia dall’eroe incorruttibile e senza macchia, solare e ottimista, generoso e altruista, tutti criteri personificati da Superman. Batman è un eroe oscuro, deciso, violento con i criminali più efferati, tormentato e distolto. Egli, nella sua interpretazione più classica, agisce sulla linea che demarca i due stadi esistenziali dell’eroismo, quello dell’eroe vero e dell’antieroe, poiché non corrisponde completamente né all’uno né all’altro. Egli vive in una sorta di stasi sospesa tra le due realtà parallele, ed è ciò che calca maggiormente l’unicità di questo supereroe. Batman si differenzia dagli altri personaggi anche perché non possiede alcun superpotere, è un uomo comune, mortale e vulnerabile, ma che si è sottoposto ad addestramenti severi e tempranti che ne hanno fortificato il fisico, le abilità e la tenacia, permettendogli di superare il limite delle possibilità umane.

Batman è l’umanizzazione di una rara forma di paura. Egli deciderà di sfruttare il pipistrello, quel volatile notturno che tanto gli aveva arrecato spavento da bambino per farne un suo simbolo e terrorizzare i criminali. Batman si riveste della sua stessa paura per divenire un demone della notte dal terrificante aspetto che possa seminare il panico nel cuore e nella mente dei malavitosi. Eppure, egli si fa carico di una paura particolareggiata, un sentimento di allerta che da una parte si erge ad effige immateriale di terrore verso tutti coloro che compiono azioni malvagie, dall’altra ha l’obiettivo di costituire l’emblema carnale di giustizia e bontà. La paura intessuta tra i filamenti del mantello di Batman è un’arma contro i criminali di tutto il mondo ma anche un rifugio, come fosse un drappo di velluto sotto cui gli innocenti possono trovare riparo. Timore e speranza possono essere trasfigurate nel simbolismo di due mani che si toccano vicendevolmente e combaciano come epidermide appartenente alla stessa natura, ed esse si uniscono, piegando ogni dito nello spazio corrisposto e lasciato libero dal palmo. Le due mani si stringono in un’univoca presa, rappresentando un’alleanza comune di terrore e speranza. Batman è paura ma è altresì gioia per gli indifesi. Egli agisce nell’ombra ma è come fosse un faro di luce che schiarisce l’oscurità della notte. Il vigilante viene come posseduto da questo continuo dualismo tra luce e oscurità che lo vede sostare nell’ombra come un faro prossimo ad accendersi. Batman è la metamorfosi di una notte buia, di una mezzanotte che rintocca per scandire l’inizio di un’attività criminale senza tregua, ed egli combatte per fermarla prima del sorgere delle prime luci dell’alba: egli è notte che trascorre per garantire un nuovo giorno, che possa essere più sereno di quello già trascorso.

Il Batsegnale che proietta in cielo il simbolo del pipistrello è il grido d’aiuto di un popolo che vede in quel fascio di luce l’allegoria di un provvidenziale salvatore.

La mitologia di Batman è composta da innumerevoli Villan che hanno personalità complesse, pieni di sfaccettature psicologiche e caratteriali con storie curate e approfondite. Tra gli avversari più pericolosi di Batman, Due Facce è colui che più di altri ricalca il tema della dualità, della personalità divisoria che in un mondo governato dal disordine ha come unica fonte di giudizio la sorte, immaginata sotto forma di una moneta, il cui lancio è capace di dare un solo esito tra due possibili scelte. Dopo di lui meritano una menzione speciale:

  • Il Pinguino, dall’aspetto grottesco e dal carattere insensibile e orripilante, che rappresenta una sorta di boss del crimine anch’esso chiamato col nome di un volatile. Vestito con tuba, frak, e munito di monocolo, porta sempre con sé un…ombrello.
  • Lo Spaventapasseri, vera e propria personificazione estetica del fantoccio, che incute paura agli uccelli per allontanarli dalle coltivazioni, diventa esso stesso paura da riversare sul “volatile umano” quale è Batman. Crane è la parte più tetra dell’emozione della paura trattata nelle opere di Batman, trasformando l’astratto terrore immaginato in un incubo che la vittima crede di star vivendo davvero. Se Batman è “paura” avversa ai soli criminali, Crane si eleva al rango di paura universale, metamorfizzata e siffatta ad uomo, che può contagiare chiunque come un’infezione per cui non esiste alcuno antidoto. Lo Spaventapasseri crede fermamente che ogni scelta compiuta dall’uomo sia legata alla paura.
  • L’enigmista, il cui vero nome è Edward Nigma, è una personalità distorta e compulsiva. E’ ossessionato dagli enigmi con i quali anticipa spesso le sue prossime mosse, sfidando le autorità a capire ciò che si nasconde dietro i suoi indovinelli. Nigma è intimorito dall’arguzia di Batman e vuol metterlo alla prova in una sottile sfida d’intelligenza che verte sul comprendere le mosse dell’avversario anticipandone gli indizi contenuti tra gli enigmi.
  • Freeze, glaciale avversario con un cuore di ghiaccio che batte solo per la propria sposa. Freeze adopera con destrezza un’arma congelante e può sopravvivere solo restando all’interno di una speciale tuta criogenica che mantiene la temperatura del suo corpo al di sotto dello 0.
  • La velenosa e bellissima Poison Ivy, crudele madre natura somigliante a un’eterea ninfa dei boschi che cammina a piedi spogli restando nuda, rivestita di sole foglie. Ella è in grado di dar voce e anima alle piante ed è il simbolismo vivente della feroce vendetta della natura sull’indifferenza dell’uomo.
  • Bane, colossale nemico dotato di una forza sovrumana alimentata dal Venom.
  • L’immortale Ra's al ghul che anela a un utopistico mondo privo di criminali e che ricerca il bene generando altro male in un’esistenza che verte all’eternità.
  • Hugo Strange, sadico psichiatra dalla sopraffina intelligenza.

La galleria dei nemici comprende molti altri avversari di spessore. Tra questi, villan come Clayface, Killer Croc e Solomon Grundy rappresentano uno stadio successivo, dove la deformità della mente tipica dei precedenti avversari viene sostituita da una mostruosità nel corpo.

Contro ognuno dei suoi acerrimi nemici, Batman sperimenta una sfida che ne mette a dura prova la resistenza, l’audacia e la perspicacia. Lo Spaventapasseri, ad esempio, sfida le paure inconsce e mai superate di Batman, Ra's al ghul i suoi intoccabili dogmi di incorruttibilità e di discernimento tra moralità e immoralità, e Poison Ivy, come l’antieroina Catwoman, con la sua bellezza fa vacillare la sua resistenza in quanto tentazione sensuale del male. Le pulsioni sessuali che Bruce prova nei confronti delle donne fatali quali possono essere Poison Ivy, Talia al Ghul e Harley Quinn vengono sublimate nel suo intenso e passionale rapporto con Selina Kyle, la più rappresentativa tra le donne pericolose che è riuscita a far invaghire Batman di lei e a costruire un rapporto in cui l’amore e l’odio si intrecciano in un contesto avventuroso e d’azione. 

Ad allietare la solitudine di Batman sono i personaggi di Robin, Nightwing e Batgirl, divenuta poi Oracle, ed in particolare Alfred che riveste il ruolo di padre adottivo, alleato e confidente. Tuttavia, la misantropia di Bruce è un male incurabile. L’astraente senso del dovere che lo opprime gli impedirà di poter mai vivere una vita normale.

Bruce Wayne, come vollero Bob Kane e Bill Finger, è un figlio dannato. Un cavaliere maledetto, ossessionato dalla reminiscenza della morte dei suoi cari genitori. Egli vive schiacciato da un irrazionale senso di colpa che lo conduce a sentirsi come responsabile della loro morte. Batman è un eroe disturbato, la cui “sofferente pazzia” trova ristoro nella battaglia per un fine superiore. Quella di Batman è un’assuefatta follia razionale che viene sepolta sotto il peso dell’armatura che lo aiuta a tollerarne il dolore. Quella che definisco la sua follia razionale è diametralmente opposta alla follia irrazionale, insana e omicida del Joker, la sua nemesi. Batman e Joker sono due facce di una medaglia che li vede uno contro l’altro, in una atavica battaglia tra bene e male. Joker è ossessionato dalla sua esistenza, ed è attratto da ciò che rappresenta l’eroe mascherato non l’uomo. Batman è la democrazia equilibrata, Joker l’anarchia dell’insurrezione sregolata. I due vengono stilisticamente rappresentati in maniera opposta anche per un piccolo dettaglio che molto spesso sfugge all’attenzione: la seriosità e l’ilarità.

Joker genera l’incubo reale di una felicità spensierata e senza regole che sfocia nella cruenta apatia. Quello di Batman è un temperamento drammatico, afflitto, angoscioso, quella del clown è invece una lucida follia, esternata in una risata inquietante che trova piacere nell’attuazione del dolore. Batman soffre e alimenta la bontà insita del suo animo nell’afflizione, Joker incrementa la propria malvagità nella vivacità macabra della comicità. Nella contrapposizione tra Batman e il Joker, la drammaticità rappresenta il bene e l’ilarità il male. La compromessa sanità mentale di Batman ricerca l’ordine, l’instabilità mentale del Joker il caos, in un continuo gioco fatale che li vede contrapposti.

L’architettura imperscrutabile del palazzo mentale qual è la mente di Batman è paragonabile alle salde mura di Arkham, dove restano segregate nelle profondità irraggiungibili delle celle le torbide paure e i tormenti ansiogeni di un uomo che ha trasformato il dolore in fuoco che arde per dar calore e fiamma al suo volere.

Batman custodisce dentro di sé uno spirito crucciato, un animo desolato e oppresso. Le sue disperate fatiche compiute sempre con enorme rischio sembrano voler far intendere che Batman non tema mai la morte e che l’accolga come una liberazione. Come un autunno prossimo a cessare, l’anima del cavaliere oscuro può essere descritta come un paesaggio malinconico con cumuli di foglie rattrappite che giacciono senza vita e colore sul freddo terreno. E’ lo spirito di un uomo che vive da sempre in un interminabile inverno, stagione che avverte interiormente e che scandisce ogni giornata della sua vita con pioggia copiosa e nevicata incessante. Batman vive in un lungo inverno che non può essere ravvivato da alcun soffio estivo. E’ proprio in una notte gelida che Batman appare in piedi sulla cima di un palazzo, quando la luna piena su nel cielo sembra essere alle sue spalle e un fulmine che tuona dal nulla illumina per qualche istante la sua sagoma minacciosa.

Batman è mente pensante che riflette sull’asperità dell’esistenza con il gelo dell’inverno, la sola atmosfera che lo avvicina ad un senso di quella chiusura intima che motiva la propria battaglia. Bruce nella malinconica bellezza dell’inverno ha trovato se stesso, la sua doppia vita, la sola causa eroica che dà un senso normale a un mondo anormale.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Jigen disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Essere un genio del furto deve rappresentare una qualità ereditaria, e incarnare l’estro parossistico del rubare: un talento tramandato di generazione in generazione. D’altronde, com’è che si dice? Tale padre tale figlio, giusto?! Nascere ladri ed esserlo per sempre è insito nel sangue dei Lupin, e scorre nelle loro vene.

Ispirandosi alla figura del ladro gentiluomo, Arsenio Lupin, nato dalla penna dello scrittore francese Maurice Leblanc, il mangaka Monkey Punch creò il personaggio di Arsenio Lupin III, nipote e degno erede del più grande ladro del mondo. Punch fa dell’atto di rubare un’attitudine innata, appresa per istinto da un legame di discendenza. Punch, così come fece Leblanc, non trattò il furto nel senso bieco e deplorevole del termine, donò a Lupin la caratura dell’eroe, seppur di eroe truffaldino parliamo. Dopotutto, un Lupin, qualunque Lupin esso sia, assurge doverosamente ad icona popolare del ladro gentiluomo. Un ladro gentiluomo è una furfante elegante nel vestire, dai modi cordiali, dal temperamento cortese e amabile, che usufruisce delle proprie abilità soltanto per rubare a chi possiede di più. Non che questo dettame ideologico giustifichi il gesto criminale del ladro gentiluomo. “Sembra giusto, però non si fa…”, recitava la meravigliosa sigla ritmata dal suono di una fisarmonica di “Lupin III”. Tuttavia, tale caratteristica del ladro gentiluomo, quella d’esser fraudolento soltanto nei confronti di quei ricchi arricchitesi sulle spalle dei poveri, rende la sagoma del criminale una figura affascinante, che impone ai propri lettori/spettatori la visione della storia dal punto di vista del criminale dal carattere bonario, invece che dal classico detective dall’indole incorruttibile. Il ladro gentiluomo, classicamente parlando, si erge al di sopra della legge per se stesso e per dar voce, con atti estremi e vendicativi, a chi non viene mai ascoltato. Ma a chi dà voce Lupin?

“Lupin III” vide la luce nel 1967. Conobbe un notevole successo in tutto il mondo per via di un taglio narrativo ironico e avventuroso. "Lupin III" non era una lettura destinata ai più giovani, era invece rivolta a un pubblico di ragazzi maturi e uomini adulti che apprezzavano le frequenti tavolozze erotiche che coinvolgevano il protagonista e la splendida amante Fujiko Mine, spesso rappresentata completamente senza veli. "Lupin III" divenne con estrema rapidità un fenomeno di massa, lo stile diretto, talvolta caricaturale e grezzo del disegno, e l’aspetto sbruffone e sbarazzino del personaggio principale resero “Lupin IIII” un manga rivoluzionario.

“Lupin III” raggiunse una fama planetaria a partire dagli anni settanta quando venne trasposto per la prima volta in televisione come anime. La prima stagione portò in scena il personaggio con indosso una giacca verde, dalla seconda serie, Lupin vestì la sua inimitabile giacca rossa, ad oggi la più riconosciuta del personaggio. Per i successivi quarant’anni, Lupin III conquisterà lo status di icona della cultura popolare e vivrà centinaia di avventure tra episodi, OAV e film anime ad esso dedicati.

La caratteristica delle avventure di “Lupin III” è quella di non avere propriamente una storia di base. “Lupin III”, in special modo negli anime, non ha una trama articolata e scomposta in più sezioni, ogni avventura fa storia a sé. Trattiamo, infatti, di un anime, oserei dire, antropocentrico, che pone i propri personaggi al centro della scena anteponendoli ad una trama continuativa. Sono i cinque personaggi principali i veri fautori del successo. Con Lupin non ci si appassiona alla trama di ogni singola avventura, ci si invaghisce, invece, del fascino di ogni singolo personaggio. I personaggi di “Lupin III” sono caratterizzati da uno stile proprio, univoco e riconoscibilissimo. Tutti loro sono disegnati secondo canoni estetici ben precisi: sono siluette snelle, alte, quasi filiforme, e indossano sempre gli stessi abiti. Al loro aspetto si abbina un carattere chiaro e distintivo.

Arsenio Lupin III ha un viso stralunato, un sorriso sbruffone che prelude ad una mente geniale. Lupin ha dei modi di fare spesso infantili e votati al divertimento senza remora. Egli è per metà francese e per metà giapponese ed è universalmente conosciuto per essere inafferrabile. Le belle donne sono il tallone d’Achille di Lupin, soltanto loro riescono a fargli abbassare la guardia. Egli è perdutamente innamorato della ladra Fujiko Mine, tanto da farsi volutamente raggirare dai suoi modi loschi e ingannatori. Lupin è un eccellente tiratore, e maneggia sempre una Walther P38, anche se le sue abilità non possono essere paragonate a quelle di Jigen.

Daisuke Jigen è d’origine nipponico-statunitense, ed è il miglior amico di Lupin, i due, infatti, si spalleggiano da sempre. Jigen veste sempre con giacca, cravatta e pantaloni neri, e indossa un cappello del medesimo colore dal quale è inseparabile. Jigen ha i capelli neri e lunghi, porta la barba incolta sul mento e sulle guance e cela spesso il suo volto mantenendo lo stesso abbassato e coperto dalla punta della visiera del cappello. Jigen è un accanito fumatore, e lo si vede sempre tenere un mozzicone di sigaretta tra le labbra. Egli è un cecchino infallibile, dotato di una maestria ineguagliabile nell’uso di qualunque arma da fuoco, anche se predilige adoperare sempre la sua rivoltella Smith e Wesson M19 Combat. Jigen, essendo sospettoso e introverso di natura, fatica a intraprendere relazioni con donne che non conosce, anche se ha sempre dimostrato di essere attratto da molte figure femminili che ha incontrato durante le sue innumerevoli avventure.

Il trio di base è chiuso da Ishikawa Goemon, samurai taciturno e meditativo. Goemon ha i capelli lunghi e scuri, ed è di religione shintoista. Goemon non accompagna Lupin e Jigen in tutte le loro missioni ma predilige spalleggiarli saltuariamente. Schivo e austero, Goemon maneggia con impareggiabile destrezza una katana (dalla quale non può separarsi), e con essa è in grado di tagliare di netto qualunque cosa voglia. Goemon è uno schermidore imbattibile su campo neutro. Seppur professi l’attività di ladro, ha un proprio codice etico inviolabile.

Ai tre amici si unisce Fujiko Mine, amante di Lupin. Fujiko, nota in Italia anche come Margot, è tanto bella da togliere il fiato. Porta i lunghi capelli color rame sempre sciolti, ha gli occhi neri, le labbra carnose e la pelle bianchissima. Fujiko è alquanto formosa, ha un seno enormemente prosperoso e veste sempre in modo succinto, il che la rende piacevolmente provocante. Fujiko incarna la tentazione femminile più estrema, essendo lei ingannatrice ed egoista. E’ stata concepita come l’archetipo della donna dal fisico perfetto e statuario. Ella amalgama l’audacia del corpo all’astuzia della mente. E’ una persona indipendente, forte, che piega gli uomini al proprio volere. Fujiko rimane una delle donne più attraenti che siano mai nate dall’immaginazione letteraria e fumettistica, personificazione di una bellezza mozzafiato e di un’arguzia pericolosa e criminale, tanto da poter essere considerata una femme fatale di raro splendore.

Fujiko sa di essere amata da Lupin, e sfrutta il sentimento sincero provato dal ladro per proprio tornaconto. Il suo rapporto con lui è tuttavia particolare, sebbene lo raggiri continuamente, Fujiko dimostra più di una volta di ricambiare i sentimenti dell’uomo, d’esserne gelosa e protettiva.

Giungiamo, infine, all’antagonista di Lupin, l’irriducibile e infaticabile Zenigata, Ispettore dell’Interpool, posto a capo della cattura del ladro gentiluomo. Zenigata è a tutti gli effetti l’avversario per antonomasia di Lupin, e dovrebbe assurgere a ruolo di nemesi del protagonista. Zenigata è, in vero, un antagonista del tutto particolare: è un personaggio positivo, d’animo buono e altruista. Egli appare goffo e a tratti imbranato, e sebbene possa sembrare imprudente, avventato e sciocco, è in verità molto arguto.

Zenigata veste sempre con un impermeabile color beige a cui abbina un cappello d’ugual colore. Anch’egli è un fumatore. L’ispettore è la personalità più complessa del manga e dell’anime. Nonostante sembri un personaggio comico, Zenigata cela una profondità caratteriale e psicologica di grande fascino.

Egli è riconosciuto come un grande ispettore, perché riesce ad arrestare tutti i criminalità cui dà la caccia; tutti meno Lupin. Quest’insoddisfazione dovuta alla mancata cattura del ladro costituisce un’ossessione per lui. Zenigata convoglia in sé una duplice ricezione interpretativa da parte dei lettori e degli spettatori. Duplice nonché contraddittoria: ironia e tragicità. Zenigata è una persona testarda, quasi implacabile nei suoi estenuanti inseguimenti per arrestare Lupin. Egli non si arrende mai! Zenigata è mosso da un forte volere, e offre una rilettura caratteriale di stampo comico per via degli esiti esilaranti dei suoi inseguimenti, che spesso lo vedono protagonista di malconce cadute rovinose al suolo. Zenigata è altresì un uomo solo, lontano dalla famiglia e dalla sua unica figlia, è dedito solo al lavoro in cui ripone piena fiducia e speranza. Zenigata è schiacciato dal peso di una missione che non può adempiere e la sua devozione al lavoro lo porta a girovagare il mondo senza meta e senza una casa. Una condizione tragica d’esistenza.

Il suo rapporto con Lupin non è solo intrigante ma unico. Egli desidera catturare il ladro ma se ci riuscisse verrebbe meno la motivazione della sua intera esistenza. In alcune occasioni, quando Zenigata credeva di aver finalmente messo dietro le sbarre Lupin, è caduto vittima di un’acuta depressione poiché non aveva più alcun interesse da soddisfare. Il moto della sua vita anela a un finale da non dover mai raggiungere e la sua ricerca costante mira a un raggiungimento nullo e infruttuoso. Egli vuol inseguire il suo acerrimo nemico per sempre, fin quando entrambi non saranno esausti e solo in quel momento potranno decidere chi dei due è riuscito davvero a prevalere, se la furbizia o la caparbietà, se l’incorreggibilità o la resistenza che Lupin e Zenigata rivestono.

Zenigata considera Lupin il suo unico amico, e lo stesso Lupin, che chiama l’Ispettore affettuosamente “Zazà” o “Papà Zenigata”, sa che se un giorno dovesse accettare di scontare i propri crimini si farebbe arrestare soltanto da Zenigata. Entrambi hanno più volte dimostrato di essere leali l’un l’altro in situazioni di pericolo. Vige una sorta di sottintesa, astratta e fraterna amicizia tra i due “nemici”.

Lupin III crea coi suoi personaggi un empatico rapporto d’ammirazione, stima e apprezzamento nei confronti degli spettatori. A chi presta voce, dunque, il ladro gentiluomo, secondo discendente del primo Arsenio Lupin? 

A tutti coloro che, con caratteri diversi, possono immedesimarsi nei rispettivi personaggi che più amano. Dà voce e avventura agli inguaribili romantici, alle anime laconiche e misteriose come Jigen, alle personalità flemmatiche e riflessive come Goemon, alle donne seducenti e sinistre che ottenebrano spiriti animosi di sensibile dolcezza, e infine, dà parola a tutti coloro che seguono un sogno destinato a rendere la propria vita come fosse un’interminabile avventura, come Zenigata.

Lupin III dà voce alla gente, al popolo, a tutti coloro che ne fanno parte.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Era un mercoledì di tristi novelle quello che si consumò con la stessa rapidità di un fuscello avviluppato dal fuoco, in quel lontano 4 agosto del 1875.  Le ceneri del rametto si levarono alte e sparirono nel cielo come il soffio di un drago che borbotta tra sé e sé al crepuscolo. Una vita era cessata e con essa anche l’artificio produttivo di quell’uomo che aveva vissuto così intensamente. Hans Christian Andersen scrisse l’ultima pagina della fiaba della sua vita un tranquillo giorno di inizio agosto. La rigida copertina di quel tomo che aveva contenuto i passi esistenziali di questo percorso sulla Terra si chiuse. Andersen se ne andò con la consapevolezza di aver lasciato un’impronta del suo passaggio, indelebile come macchia di inchiostro su di un foglio immacolato. Le sue passioni, i suoi sentimenti, la prospettiva fiabesca con cui interpretò il mondo e si fece strada tra i sentieri favolistici della sua vita rimangono impressi nella letteratura. E’ desolante dover leggere l’ultimo capoverso di una vita, non tanto per la consapevolezza che anche la più sensibile delle esistenze ha un inizio e una fine, quanto per la presa di coscienza di tutto ciò che c’è stato prima di quell’ultimo atto. Davanti all’invenzione fantasiosa di una mente prolifica come quella di Andersen, viene spontaneo domandarsi, se avesse avuto un tempo maggiore da poter sfruttare, cosa avrebbe seguitato a raccontarci? Egli morì all’età di settant’anni, quando ancora la sua penna poteva dare vita e anima ai personaggi delle sue fiabe, agli animali dotati di parola e d’intelletto delle sue favole, e avrebbe potuto imprimere ulteriore caratura vitale a nuovi mondi, con cui essi avrebbero interagito. Ma nulla più accadde, e le restanti immaginazioni favolistiche di Andersen furono portate via dal vento e rilasciate, chissà, forse tra le rive del mare, per essere raccolte dalle medesime onde in cui visse la più cara delle sue “figlie”, quella Sirenetta con la quale Andersen scolpì il suo nome tra le mura rocciose del ricordo indelebile.

Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca, il 2 aprile del 1805, da una famiglia di umilissime origini. Era figlio di Hans, di professione calzolaio, e di Anne Marie Andersdatter. Hans Christian vive con la sua intera famiglia in una singola stanza in condizioni di indigenza. L’ambiente modesto in cui Andersen crebbe non pareva essere certamente dei migliori, eppure lo scrittore lo reinterpreterà sempre come un mondo di fiaba, i cui scorci di estrema miseria vengono riletti dalla sua verve sognante e infantile come luoghi impregnati di magia. Sebbene il suo carattere sognante alimenti la di lui fantasia, così come anche l’educazione affettiva del padre, grande narratore di storie (si dilettava nelle letture de “Le mille e una notte” per il figlioletto), non faccia che accrescere in lui uno spirito votato all’inventiva narrativa e fantastica, il giovane Andersen, crescendo, si affaccerà alle difficoltà della vita, dovendo far fronte alle proprie paure e insicurezze. A soli undici anni Hans Christian resterà orfano di padre, e dovrà prendersi cura come potrà della madre, caduta preda dei vizi dell’alcool. Si trasferirà poi a Copenaghen, città dove oggi si staglia sulla riva del mare una celebre scultura ispirata proprio alla sua opera più famosa. Ma come è potuto accadere che un ragazzetto di 14 anni, che pecca di una formazione scolastica frammentaria e che non tollera, se non con stoica sofferenza, quello che definirà un “supplizio”, ovvero la permanenza tra i banchi di scuola, diventare ciò che poi è diventato? Andersen sogna di diventare attore di teatro; ma come fare con quella camminata dinoccolata e quel fisico così magro? E poi quella vistosa gibbosità al naso e una scarsa presenza scenica non promettono niente bene. Andersen cimenta comunque le sue due grandi passioni, che sono il teatro e la letteratura, entrambe ereditate dal padre, e sperimenta nei successivi anni qual è che sia il genere prediletto, a seconda delle sue attitudini scrittorie. Compiuti i trent’anni, Hans Christian comincia la sua forsennata attività letteraria che contempla romanzi, raccolte di poesie, annotazioni di viaggio e componimenti satirici. Tuttavia è soltanto uno il genere che più lo appaga, quello in cui Andersen può rendere tangibile in parole la sua profondità autoriale: la fiaba. In essa, Andersen dimostra la limpidezza del suo talento, soave come la grazia di un cigno che nuota sulla superficie di un lago, mantenendo lo sguardo chinato verso lo specchio dell’acqua a rimirare la propria immagine riflessa di brutto anatroccolo.

Dal 1930 in poi, Andersen scrive alcune delle sue fiabe più famose, racconti intrisi d’ispirazione reale ma al contempo grondanti di un’astratta concezione fantastica. La realtà viene così modellata nella fiaba, rivoluzionata dall’estro dell’autore danese. La penna viene intinta nell’inchiostro, con sempre maggiore frequenza, quando Andersen necessita di trascrivere tutte le fiabe che riesce a partorire dalla propria fantasia. Le notti inquiete, quelle in cui l’autore, chi lo sa, magari faticava a prender sonno perché disturbato da un piccolo legume insinuatosi tra le lenzuola del letto, lo costringono a star sveglio, a creare le sue meraviglie. Egli, per conformare le sue idee in racconti fiabeschi, riflette sui propri stati d’animo e trasforma secondo un ardito uso metaforico ed allegorico i suoi fantasmi in personaggi, le sue paure in animali e le sue sensazioni in contesti fantasiosi. E’ una fiaba fantastica ma attinente al vero, alla formazione vitale e al sentimento umano quella di Andersen, un genere alle volte speranzoso, altre cupo, drammaticamente sofferente e di rado a lieto fine. Per ogni sua fiaba, Hans Christian mescola il piacevole inganno del fantastico con l’asperità della vita vissuta. Il suo aspetto, non proprio da adone, la sua goffa andatura e quello schiacciante senso di solitudine e di “diversità” che lo attanagliano lo fanno sentire come un brutto e sventurato anatroccolo finito in un recinto di anatre, seppur nato da un uovo di cigno. Formazione, crescita, accettazione di se stessi e del proprio posto nel mondo sono solo alcune delle fonti analitiche riscontrabili nei suoi lavori. Andersen eleva gli standard della fiaba, andando oltre ciò che fecero i fratelli Grimm, imprimendo ai suoi scritti il valore assoluto di un racconto trasbordante di emozioni più o meno variegate, e di sicuro non racchiudibili in un spazio circoscritto.

“La principessa sul pisello”, "I vestiti nuovi dell'Imperatore", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia", "Il soldatino di stagno", "La regina delle nevi", “Mignolina” sono solo alcune delle sue opere universali. Il 1937 è l’anno in cui vide la luce il suo capolavoro: “La sirenetta”. Hans Christian, influenzato dalla figura mitologica della sirena, scrive una fiaba dal trasporto emotivo ineguagliabile.

La Sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando compose “La sirenetta”, lo scrittore instillò nel calamaio le proprie lacrime, grosse come gocce di rugiada, le quali si mischiarono all’inchiostro, divenendo tutt’uno con la carta e con ogni singola lettera che servì alla stesura della fiaba. “La sirenetta” è una fiaba forgiata da un amore inviolabile, sbocciato nella speranza come fiamma imperitura che divampa nella sofferenza, nel più lancinante dei patimenti, fin quando non raggiungerà il sublime, in uno dei finali più strazianti che soltanto il genio creativo di Andersen poteva farci dono: un atto conclusivo che conferì alla storia un lirismo estremo. “La sirenetta” di Andersen racchiude in sé un turbinio di sentimenti, i quali risuonano come il dolce e malinconico canto di una sirena logorata dal peggiore dei mali per un’anima sensibile: un amore non corrisposto. Credo sia una nenia angosciante quella intonata dalla sirenetta del racconto, nell’attimo in cui, abbandonatasi sulle sponde di sabbia granulosa, ella richiama l’amore che sparisce via su di un vascello all’orizzonte. Andersen, con “La sirenetta”, innalzò la fiaba a un linguaggio ancor più universale, perché poté rivolgersi in egual misura e con tale coinvolgimento sia ai fanciulli, attenti uditori, che agli adulti, i quali, avrebbero a loro volta letto le fiabe ai loro piccoli.

Andersen era una persona estremamente sensibile, e la sua delicatezza spesso condizionò i suoi rapporti con amici e parenti. Viaggiò ogni qualvolta poté, mosso da un’innata curiosità e da un’insaziabile voglia di conoscenza. Di temperamento garbato e malinconico, Hans Christian Andersen nell’animo rimase eterno innocente. Scriveva: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco.”

Andersen raggiunse il traguardo dei suoi settant’anni quando aveva già accolto da tempo una fama considerevole. Dall’indigenza del proletariato era divenuto un illustre scrittore, i cui lavori vantavano traduzioni in tutto il mondo. Nella camera in cui trascorse i suoi ultimi mesi di vita, di proprietà della famiglia Melchior che lo ospitò con gioia, immagino francamente che fosse respirabile l’aria, come effluvio incantato, delle sue fiabe. Il magico mondo da lui creato deve averlo accompagnato fino alla fine, quando spirò serenamente.

La Sirenetta di Copenaghen riposa ancora oggi su di uno scoglio in riva al mare. La sua coda è prossima a lasciare intravedere due gambe di epidermide bianca e liscia come seta, così come le aveva sempre sognate per poter calcare il suolo terreno e vivere il suo grande amore. Il suo sguardo rivolto verso l’infinito testimonia la grandezza di una storia talmente bella da dover essere omaggiata come arte bronzea. Una scultura che ci rammenta un tempo ormai passato, in cui ci fu un autore che descrisse questa donna sublime che per amore avrebbe voluto trasformarsi in una comune mortale.

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Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

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