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Era un mercoledì di tristi novelle quello che si consumò con la stessa rapidità di un fuscello avviluppato dal fuoco, in quel lontano 4 agosto del 1875.  Le ceneri del rametto si levarono alte e sparirono nel cielo come il soffio di un drago che borbotta tra sé e sé al crepuscolo. Una vita era cessata e con essa anche l’artificio produttivo di quell’uomo che aveva vissuto così intensamente. Hans Christian Andersen scrisse l’ultima pagina della fiaba della sua vita un tranquillo giorno di inizio agosto. La rigida copertina di quel tomo che aveva contenuto i passi esistenziali di questo percorso sulla Terra si chiuse. Andersen se ne andò con la consapevolezza di aver lasciato un’impronta del suo passaggio, indelebile come macchia di inchiostro su di un foglio immacolato. Le sue passioni, i suoi sentimenti, la prospettiva fiabesca con cui interpretò il mondo e si fece strada tra i sentieri favolistici della sua vita rimangono impressi nella letteratura. E’ desolante dover leggere l’ultimo capoverso di una vita, non tanto per la consapevolezza che anche la più sensibile delle esistenze ha un inizio e una fine, quanto per la presa di coscienza di tutto ciò che c’è stato prima di quell’ultimo atto. Davanti all’invenzione fantasiosa di una mente prolifica come quella di Andersen, viene spontaneo domandarsi, se avesse avuto un tempo maggiore da poter sfruttare, cosa avrebbe seguitato a raccontarci? Egli morì all’età di settant’anni, quando ancora la sua penna poteva dare vita e anima ai personaggi delle sue fiabe, agli animali dotati di parola e d’intelletto delle sue favole, e avrebbe potuto imprimere ulteriore caratura vitale a nuovi mondi, con cui essi avrebbero interagito. Ma nulla più accadde, e le restanti immaginazioni favolistiche di Andersen furono portate via dal vento e rilasciate, chissà, forse tra le rive del mare, per essere raccolte dalle medesime onde in cui visse la più cara delle sue “figlie”, quella Sirenetta con la quale Andersen scolpì il suo nome tra le mura rocciose del ricordo indelebile.

Hans Christian Andersen nacque a Odense, in Danimarca, il 2 aprile del 1805, da una famiglia di umilissime origini. Era figlio di Hans, di professione calzolaio, e di Anne Marie Andersdatter. Hans Christian vive con la sua intera famiglia in una singola stanza in condizioni di indigenza. L’ambiente modesto in cui Andersen crebbe non pareva essere certamente dei migliori, eppure lo scrittore lo reinterpreterà sempre come un mondo di fiaba, i cui scorci di estrema miseria vengono riletti dalla sua verve sognante e infantile come luoghi impregnati di magia. Sebbene il suo carattere sognante alimenti la di lui fantasia, così come anche l’educazione affettiva del padre, grande narratore di storie (si dilettava nelle letture de “Le mille e una notte” per il figlioletto), non faccia che accrescere in lui uno spirito votato all’inventiva narrativa e fantastica, il giovane Andersen, crescendo, si affaccerà alle difficoltà della vita, dovendo far fronte alle proprie paure e insicurezze. A soli undici anni Hans Christian resterà orfano di padre, e dovrà prendersi cura come potrà della madre, caduta preda dei vizi dell’alcool. Si trasferirà poi a Copenaghen, città dove oggi si staglia sulla riva del mare una celebre scultura ispirata proprio alla sua opera più famosa. Ma come è potuto accadere che un ragazzetto di 14 anni, che pecca di una formazione scolastica frammentaria e che non tollera, se non con stoica sofferenza, quello che definirà un “supplizio”, ovvero la permanenza tra i banchi di scuola, diventare ciò che poi è diventato? Andersen sogna di diventare attore di teatro; ma come fare con quella camminata dinoccolata e quel fisico così magro? E poi quella vistosa gibbosità al naso e una scarsa presenza scenica non promettono niente bene. Andersen cimenta comunque le sue due grandi passioni, che sono il teatro e la letteratura, entrambe ereditate dal padre, e sperimenta nei successivi anni qual è che sia il genere prediletto, a seconda delle sue attitudini scrittorie. Compiuti i trent’anni, Hans Christian comincia la sua forsennata attività letteraria che contempla romanzi, raccolte di poesie, annotazioni di viaggio e componimenti satirici. Tuttavia è soltanto uno il genere che più lo appaga, quello in cui Andersen può rendere tangibile in parole la sua profondità autoriale: la fiaba. In essa, Andersen dimostra la limpidezza del suo talento, soave come la grazia di un cigno che nuota sulla superficie di un lago, mantenendo lo sguardo chinato verso lo specchio dell’acqua a rimirare la propria immagine riflessa di brutto anatroccolo.

Dal 1930 in poi, Andersen scrive alcune delle sue fiabe più famose, racconti intrisi d’ispirazione reale ma al contempo grondanti di un’astratta concezione fantastica. La realtà viene così modellata nella fiaba, rivoluzionata dall’estro dell’autore danese. La penna viene intinta nell’inchiostro, con sempre maggiore frequenza, quando Andersen necessita di trascrivere tutte le fiabe che riesce a partorire dalla propria fantasia. Le notti inquiete, quelle in cui l’autore, chi lo sa, magari faticava a prender sonno perché disturbato da un piccolo legume insinuatosi tra le lenzuola del letto, lo costringono a star sveglio, a creare le sue meraviglie. Egli, per conformare le sue idee in racconti fiabeschi, riflette sui propri stati d’animo e trasforma secondo un ardito uso metaforico ed allegorico i suoi fantasmi in personaggi, le sue paure in animali e le sue sensazioni in contesti fantasiosi. E’ una fiaba fantastica ma attinente al vero, alla formazione vitale e al sentimento umano quella di Andersen, un genere alle volte speranzoso, altre cupo, drammaticamente sofferente e di rado a lieto fine. Per ogni sua fiaba, Hans Christian mescola il piacevole inganno del fantastico con l’asperità della vita vissuta. Il suo aspetto, non proprio da adone, la sua goffa andatura e quello schiacciante senso di solitudine e di “diversità” che lo attanagliano lo fanno sentire come un brutto e sventurato anatroccolo finito in un recinto di anatre, seppur nato da un uovo di cigno. Formazione, crescita, accettazione di se stessi e del proprio posto nel mondo sono solo alcune delle fonti analitiche riscontrabili nei suoi lavori. Andersen eleva gli standard della fiaba, andando oltre ciò che fecero i fratelli Grimm, imprimendo ai suoi scritti il valore assoluto di un racconto trasbordante di emozioni più o meno variegate, e di sicuro non racchiudibili in un spazio circoscritto.

“La principessa sul pisello”, "I vestiti nuovi dell'Imperatore", "Il brutto anatroccolo", "La piccola fiammiferaia", "Il soldatino di stagno", "La regina delle nevi", “Mignolina” sono solo alcune delle sue opere universali. Il 1937 è l’anno in cui vide la luce il suo capolavoro: “La sirenetta”. Hans Christian, influenzato dalla figura mitologica della sirena, scrive una fiaba dal trasporto emotivo ineguagliabile.

La Sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando compose “La sirenetta”, lo scrittore instillò nel calamaio le proprie lacrime, grosse come gocce di rugiada, le quali si mischiarono all’inchiostro, divenendo tutt’uno con la carta e con ogni singola lettera che servì alla stesura della fiaba. “La sirenetta” è una fiaba forgiata da un amore inviolabile, sbocciato nella speranza come fiamma imperitura che divampa nella sofferenza, nel più lancinante dei patimenti, fin quando non raggiungerà il sublime, in uno dei finali più strazianti che soltanto il genio creativo di Andersen poteva farci dono: un atto conclusivo che conferì alla storia un lirismo estremo. “La sirenetta” di Andersen racchiude in sé un turbinio di sentimenti, i quali risuonano come il dolce e malinconico canto di una sirena logorata dal peggiore dei mali per un’anima sensibile: un amore non corrisposto. Credo sia una nenia angosciante quella intonata dalla sirenetta del racconto, nell’attimo in cui, abbandonatasi sulle sponde di sabbia granulosa, ella richiama l’amore che sparisce via su di un vascello all’orizzonte. Andersen, con “La sirenetta” innalzò la fiaba a un linguaggio ancor più universale, perché poté rivolgersi in egual misura e con tale coinvolgimento sia ai fanciulli, attenti uditori, che agli adulti, i quali, avrebbero a loro volta letto le fiabe ai loro piccoli.

Andersen era una persona estremamente sensibile, e la sua delicatezza spesso condizionò i suoi rapporti con amici e parenti. Viaggiò ogni qualvolta poté, mosso da un’innata curiosità e da un’insaziabile voglia di conoscenza. Di temperamento garbato e malinconico, Hans Christian Andersen nell’animo rimase eterno innocente. Scriveva: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco.”

Andersen raggiunse il traguardo dei suoi settant’anni quando aveva già accolto da tempo una fama considerevole. Dall’indigenza del proletariato era divenuto un illustre scrittore, i cui lavori vantavano traduzioni in tutto il mondo. Nella camera in cui trascorse i suoi ultimi mesi di vita, di proprietà della famiglia Melchior che lo ospitò con gioia, immagino francamente che fosse respirabile l’aria, come effluvio incantato, delle sue fiabe. Il magico mondo da lui creato deve averlo accompagnato fino alla fine, quando spirò serenamente.

La Sirenetta di Copenaghen riposa ancora oggi su di uno scoglio in riva al mare. La sua coda è prossima a lasciare intravedere due gambe di epidermide bianca e liscia come seta, così come le aveva sempre sognate per poter calcare il suolo terreno e vivere il suo grande amore. Il suo sguardo rivolto verso l’infinito testimonia la grandezza di una storia talmente bella da dover essere omaggiata come arte bronzea. Una scultura che ci rammenta un tempo ormai passato, in cui ci fu un autore che descrisse questa donna sublime che per amore avrebbe voluto trasformarsi in una comune mortale.

Per leggere il nostro articolo "La Sirenetta - Dall'opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto" cliccate qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

“LA SIRENETTA” – Dall’opera letteraria di Hans Christian Andersen a quella cinematografica della Disney: capolavori a confronto.

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Disegno di Erminia A Giordano per CineHunters

 

Cat's Eye - Occhi di gatto  è un manga di Tsukasa Hojo, insieme a “City Hunter, l’opera maggiormente conosciuta del mangaka giapponese. “Occhi di gatto” venne pubblicato in Giappone dal 1981 al 1985. In Italia, invece,  è stato pubblicato da Star Comics dall'aprile 1999 al settembre 2000 sulla collana Starlight.

Come per la maggior parte dei manga di successo, anche “Occhi di gatto” venne trasposto in una serie televisiva anime di 73 episodi, prodotta da Tokyo Movie Shinsha e trasmessa su Nippon Television dal 1983 al 1985, andata in onda anche in Italia dal settembre 1985 sull'emittente televisiva Italia1. In Italia l’anime raggiunse una notevole fama, soprattutto tra il pubblico femminile che ne apprezzò l’atmosfera ricca di suspense, il carattere delle tre protagonista in cui potevano identificarsi e la sigla di Cristina D’Avena, divenuta un vero e proprio tormentone col suo ritornello.

  • La storia di “Occhi di gatto”

Protagonista del manga è Hitomi Kisugi (Sheila Tashikel nell'edizione italiana), proprietaria del Bar-Caffè Cat's Eye ("Occhi di gatto").  Sebbene Sheila spicchi su tutte come personaggio centrico della serie, le sorelle Rui (la maggiore) e Ai, rispettivamente Kelly e Tati, rivestono dei ruoli di spessore tanto che il trio viene considerato il fulcro dell’intera serie, allontanando le semplicistiche indicazioni tra chi sia il protagonista e chi il comprimario. Le tre sorelle formano in segreto “Occhi di gatto”, una banda di gatte ladre inafferrabili che rubano esclusivamente opere d'arte appartenute a Michael Heinz, famoso artista degli anni '40, che è il loro amato padre scomparso. Esse desiderano ricostruirne la collezione che era stata loro sottratta dai nazisti, e individuare sufficienti indizi per poterlo ritrovare. Sebbene le giovani ladruncole compiano gesti illegali, il loro agire è dettato da voleri nobili e del tutto comprensibili. Il padre delle ragazza, il cui nome era Michael Heinz, era un pittore di origine tedesca, si trasferì in Giappone e vi lavorò a lungo, trovando al contempo l'amore della sua vita nella giovane e ricca Marie Kisugi, che successivamente lo seguì in Germania, quando Michael, nel 1944, fu costretto a rimpatriare a causa degli intrighi di un suo rivale. Marie e Michael si sposarono ed ebbero tre figlie: Rui (Kelly), Hitomi (Sheila) e Ai (Tati). Poco dopo la nascita della terzogenita, la madre morì e Michael scomparve nel corso di un incendio, appiccato dai suoi stessi allievi, che bramavano di impossessarsi delle sue opere. Heinz durante il secondo conflitto mondiale ha fatto parte di una resistenza contro il movimento dittatoriale nazista.

Sheila è una giovane donna dai folti capelli mori, ha 24 anni ed è la più agile e atletica delle tre, tanto da essere ritenuta il "braccio" della banda.  Shila è molto avvenente e sfrutta le sue abilità per entrare in azione e rubare i reperti agognati dalla banda “Occhi di gatto”.  Shila è fidanzata con Toshio Utsumi (Matthew HismanAma) e lo ama così tanto da esserne gelosissima, specialmente nei confronti della bella Mitsuko Asatani (Alice), collega del detective.   Matthew è, per ironia della sorte, l’investigatore posto a capo delle investigazioni per catturare “Occhi di gatto”.  Matthew è un abile detective anche se non riesce in alcun modo a catturare le giovani ladre che anticipano sempre le sue mosse. Catturare la banda significa molto per il poliziotto anche se, in cuor suo, Matthew rispetta le ragazze perché più volte si dimostrarono leali e dotate di un codice d’onore etico e morale. Il rapporto di Hitomi con Toshio procura a Occhi di gatto complicazioni e vantaggi: Hitomi riesce a estorcere a Toshio informazioni riservate, grazie alle quali la banda riesce quasi sempre a farla franca, fuggendo con la refurtiva.

Matthew è una figura maschile molto diversa da un altro celebre personaggio creato da Hojo, ovvero Ryo Saeba, il protagonista di City Hunter. Se il primo è molto timido e impacciato con Shila, il suo grande amore, Ryo è invece alquanto sciolto e senza remore alcuna nel corteggiare le belle donne, tanto da essere trattato, ironicamente da loro, come un inquietante maniaco. Se Shila sorride ogni qualvolta Matthew commette qualche azione goffa per l’emozione della sua presenza, Kaori, il grande amore di Ryo, invece, lo punisce scagliandogli contro dei giganteschi martelli tutte le volte che Ryo non riesce a contenersi dinanzi a una donna avvenente.

La sorella maggiore del trio è Rui. Ella ha 27 anni, è la più matura e costituisce la mente della banda e punto di riferimento imprescindibile per le sorelle minori. Rui è esperta nell'elaborare i piani più ingegnosi. È molto materna ed affettuosa verso Sheila e Tati. E' una donna estremamente bella e femminile, è la più appariscente nella voluminosità delle forme del corpo rispetto alle tre sorelle. Tati è la sorella minore, ha 16 anni, frequenta ancora il liceo ed è un genio della meccanica. Spesso imprudente, mette in pratica le sue doti da piccolo genio della meccanica, perché è capace di progettare e costruire qualunque tipo di marchingegno.

Il finale dell'anime terminava con una conclusione aperta, nella quale le tre sorelle incontrano il fratello gemello del padre, che è colui che lo ha tradito. Non si sa, dunque, se riusciranno davvero a trovare l'amato genitore e, soprattutto, come evolverà la storia tra Sheila e Matthew (e se lui scoprirà la doppia identità di lei).

Il finale del manga, scritto l'anno seguente alla conclusione della serie animata, è a carattere aperto. Hitomi rivela a Toshio di essere una delle ladre e scappa negli Stati Uniti. Toshio riesce a rintracciarla, ma la ragazza afferma di aver perso la memoria a causa di una meningite virale. Hitomi e Toshio tornano di nuovo insieme sebbene ella non rammenti il proprio passato. Tuttavia, alcuni dettagli delle scene finali, come Hitomi che porta al dito l'anello di Toshio, e alcuni suoi discorsi nei capitoli precedenti, fanno supporre che Hitomi non abbia veramente perso la memoria e che sia solo un espediente per potersi riunire a Toshio senza l'ombra del suo passato criminale a minare il loro rapporto.

Nella propria mitologia narrativa, Hojo ha voluto inserire una continuità nelle sue opere. Il bar in cui lavora Falcon, personaggio di “City Hunter” è lo stesso bar delle tre ragazze, chiamato per l’appunto “Occhi di gatto”. Intuiamo che le vicende di “City Hunter” sono ambientate a seguito delle avventure della banda “Occhi di gatto” e che il bar in cui i protagonisti si incontrano è stato lasciato dalla tre ragazze a seguito della loro fuga. Un piacevole easter-egg.

  • Conclusioni

Rispettando il classico stile di Hojo, anche in “Occhi di gatto” la trama continuativa della serie è soltanto la superficie. In ogni singolo albo gli eventi permettono di comprendere sempre più il carattere delle protagoniste. Hojo sin da “Occhi di gatto” conferma di essere un mangaka in cui la psicologia dei personaggi è ben più importante della storia in sé, ma con essa crea un filo narrativo appassionante e coinvolgente.

Articolo a cura di Erminia A. Giordano

Redazione: CineHunters

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Nel 1941 vedeva la luce tra le pagine colorate di un fumetto (al numero 8 di All Star Comics), Wonder Woman, la prima vera icona d’eroismo femminile dell’espressione cartacea supereroica. A concedere i propri servigi pubblicitari e a mandare in stampa il primo numero della supereroina fu la DC Comics, che ben presto eresse Diana Prince, il vero nome di Wonder Woman, a simbolo assoluto della propria casa d’appartenenza insieme a Superman e Batman.

Wonder Woman venne creata da William Marston, un teorico del femminismo che, con parsimonia e amorevole cura, tesse i filamenti descrittivi, estetici e caratteriali del personaggio, un po’ con l’egual maestria e la medesima precisione della giovane Aracne, quando ella tesseva filati d’impareggiabile bellezza sia al tatto che alla vista. E Wonder Woman, sin dai primissimi bozzetti, era davvero bellissima. Una creatura femminile vivida e decisa più che mai a fuoriuscire dalle proprie raffigurazioni con la giusta grazia e una tale prorompente vitalità da non poter essere contenuta tra gli stretti contorni di un foglio di carta. In effetti il paragone con Aracne calza a pennello per la precisione con cui Marston riuscì a delineare la personalità della protagonista, così presa a simbolo da ispirare migliaia di appassionati lettori. Col mito greco Diana andava a nozze, dopotutto, dato che la sua stessa mitologia narrativa era devota a quegli arcani racconti. Probabile che Diana ricordi Aracne per la precisione millimetrica dei suoi “colpi”, che somigli ancor di più alla guerriera Atena per la sua tenacia combattiva, o che ricordi la meraviglia incorporea e celestiale della dea Afrodite: Wonder Woman fu un dono che gli dei dell’Olimpo fecero ai lettori, agli uomini e alle donne, una fascinosa silhouette che fosse capace di coniugare potenza ed eleganza. Ella fu un encomio incarnato e rivolto alla bellezza intrinseca di ogni donna, ma anche un elogio personificato alla loro capacità di affermarsi con egual fermezza dell’uomo.

Wonder Woman disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Marston fece risalire le origini del personaggio all’Isola di Temshira, luogo misterioso mai, in verità, calcato dall’uomo mortale, in cui vivevano le Amazzoni, un popolo guerriero di sole donne. Wonder Woman possiede, alla fine del proprio “tronco vitale” radici mitologiche, come dicevo.  Ella è figlia di Ippolita, la regina delle Amazzoni. Una figura regale d’indubbia valenza, Ippolita viene infatti menzionata nel mito delle dodici fatiche di Eracle, in cui l’eroe doveva riuscire a insinuarsi tra le amazzoni e rubare la cintura della regina, il cui valore era inestimabile. Tale impresa corrispondeva alla nona fatica dell’eroe greco. Nel racconto a fumetti dedicato a Wonder Woman, Ippolita desidera una figlia e implora la dea Afrodite di farle dono di una bambina. Diana nascerà così dal volere della dea dell’amore e crescerà in quest’isola paradisiaca, formandosi come donna e plasmandosi come una guerriera imbattibile. Quando Diana crebbe, decise di lasciare l’isola, in seguito al suo incontro con Steve Trevor, pilota degli Stati Uniti d'America, precipitato in mare a pochi metri dalle coste dell’isola. Le avvisaglie del secondo conflitto mondiale, spinsero Diana ad abbandonare il suo luogo d’origine per combattere contro le forze naziste. Wonder Woman è ancor più amore patriottico, e il suo costume appare adornato delle stelle della bandiera americana.

Si volle tracciare sulla carnagione bianca della donna, un aspetto austero ma al contempo delicato, e nell’intimità segreta della dama un temperamento che riuscisse ad esternare una bellezza disarmante e un carattere gentile e generoso, forte e indomabile. Wonder Woman non è più la classica donzella in pericolo ma si configura lei stessa come l’eroina coraggiosa e pura capace di salvare le persone che anelano al suo intervento propiziatorio.

Wonder Woman tentò con successo di offrire una chiave di lettura verso la parità dei diritti, non ergendosi sopra l’uomo così da poterlo sfidare, sconfiggere o oltraggiare, bensì mostrandosi come una portatrice di un senso giusto e rispettoso riservato alla parità assoluta e perfettamente comprensibile: quella che pone l’uomo e la donna su due piani esistenziali di pari livello.

Diana è una donna estremamente bella e avvenente, prosperosa e seducente. Il suo corpo scultoreo lascia combaciare una muscolatura accennata in alcuni punti chiave con delle curve tonde e armoniche che rimandano alle bellezze scolpite delle statue greche. Wonder Woman è una statua non bronzea, ma dalla caratura degli inarrivabili canoni estetici delle opere antiche, una sorta di statua in movimento, concepita secondo gli stili classici e caratterizzata secondo i voleri moderni.

Diana ha i capelli neri e porta sul capo un diadema derivante dalla sua discendenza reale come regina delle Amazzoni. Indossa un costume con un corpetto rosso e con dei ricami dorati intessuti ad arte per formare un “WW” in corrispondenza del seno. Tale simbolo è l’abbreviazione del nome della guerriera. Il costume di Wonder Woman prosegue con una gonna corta ornamentata da alcune stelle bianche impresse su sfondo azzurro. Diana calza degli stivali rossi e lascia le sue gambe completamente scoperte. L’armatura di Wonder Woman è completata da due bracciali argentati, praticamente indistruttibili, con cui può difendersi e deviare i colpi da fuoco. Ella possiede altresì il lazo d’oro, chiamato anche lazo della verità, con cui avvolge i suoi avversari impossibilitandoli a scampare alla presa e potendoli così costringere a non poter dire alcuna menzogna.

Wonder Woman ha il dono dall’eterna giovinezza, è immortale ma può soccombere se uccisa in combattimento. Diana è dotata di una forza sovrumana, paragonabile a quella di Superman, può volare, muoversi a grande velocità, e possiede una resistenza fisica e mentale che le permette di guarire in fretta dalle ferite. Wonder Woman risulta praticamente imbattibile nel combattimento corpo a corpo, ed è un’assoluta esperta nell’uso della spada e dell’arco.

L’amazzone è tra i membri preminenti della Justice League insieme a Superman, Batman, Flash e Lanterna Verde e ha intrecciato, alle volte, alcune relazioni amorose con Bruce Wayne, e nelle storie del New 52, con Clark Kent. Il più grande amore della vita di Diane resta però Steve Trevor, il pilota dell’aereonautica militare statunitense che l’accompagnò nel suo primo viaggio verso l’America, e che diverrà in seguito, nelle storie classiche e maggiormente conosciute, suo marito.

Wonder Woman ebbe due trasposizioni in carne ed ossa, una sul piccolo schermo e una sul grande schermo. Tra il 1975 e il 1979, Lynda Carter concesse la sua dirompente bellezza per trasporre per 60 episodi il personaggio di Wonder Woman. In questa serie televisiva, Diana aveva degli atteggiamenti molto somiglianti a quelli del rinomato Clark Kent, quando nasconde la propria identità. Diana indossava dei grossi occhiali che le coprivano il viso e legava spesso i capelli per non destare sospetti. Quando doveva entrare in azione, roteava su se stessa, accompagnata da un estratto ricorrente della celebre colonna sonora, e attraverso un gioco di luci, appariva col suo classico costume. Lynda Carter aveva un fisico formoso e atletico e venne spesso definita la Wonder Woman perfetta.

Dal 2014 Wonder Woman è interpretata sul grande schermo dalla bellissima attrice israeliana Gal Gadot che ha fatto il suo debutto in queste vesti in “Batman V Superman”, ottenendo reazioni estremamente positive per la sua performance. Gal Gadot riprenderà il ruolo nel film dedicato al personaggio e nelle successive apparizioni del DC Cinematic Universe. In questa versione, Wonder Woman combatte con una spada affilata e uno scudo.

Wonder Woman rappresenta l’intramontabile anelito di speranza racchiuso nel coraggio e nella forza ammirevole di un simbolo del gentil sesso: ella nata dal mito è divenuta mito a sua volta.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il personaggio dei fumetti per antonomasia è senza dubbio Topolino. Se non  altro è il più conosciuto e il più amato.

E, infatti, il primo personaggio della banda Disney, destinata poi a diventare leggenda, nacque nel 1927. Si racconta che, per crearlo, Disney si sia ispirato a uno dei tanti topi che frequentavano il suo ufficio, quando egli lavorava come disegnatore per una rivista di Kansas City. Si trattava di un simpatico animaletto che aveva raggiunto una tale familiarità con lui tanto d’arrampicarsi quotidianamente sul suo tavolo da disegno.

Il debutto assoluto del personaggio avvenne l'anno dopo, nel 1928, nel cortometraggio Steamboat Willie, uno dei primissimi cartoni animati a fare uso di audio sincronizzato.  Con l'avvento del sonoro Topolino acquistò la voce. Topolino che parlava suscitò entusiasmo tra il pubblico e così nel 1930 dallo schermo passò ai fumetti, assieme a tutta una serie di altri personaggi, che vanno da Pippo a Pluto, da Clarabella a Orazio, a Pietro Gambadilegno.

La prima, storica immagine di Topolino.

 

All’inizio era un animaletto dispettoso e furbastro che si metteva sempre nei guai, finendo sovente per restare vittima delle sue stesse trappole che disseminava in giro. Ben presto però ebbe una prima trasformazione, divenendo un personaggio positivo, onesto e leale. In questa nuova veste Topolino incarnava l’americano medio, colui che aveva piena fiducia nella giustizia e grande sostenitore dell’intraprendenza individuale. Egli appagava il bisogno di avventura e gli dava conferma della veridicità della sua superficiale visione del mondo, ben diviso tra onesti e maligni. Vizi e virtù rimanevano confinati in una sorta di spazio intermedio. Grande valenza assume l’amicizia, un sentimento ancor più evidente dell’amore.

Pippo è il migliore amico di Topolino. A differenza di Topolino, Pippo è alto e dal passo dinoccolato, ed è altresì ingenuo, distratto, sognante e goffo. Pippo con la sua amicizia trascina il più raziocinante Topolino nella verve di un'avventura marcatamente fantasiosa.

 

Tra i vizi vi si riscontrano il furto, il rapimento e la truffa, tutte colpe contro la ricchezza e il possesso. Mancano i gesti d’eroismo, ma questo è più che comprensibile, perché ciò introdurrebbe il fattore tragico della morte che deve comunque rimanere estranea, anche come ipotesi, al mondo dei fumetti per salvaguardare l’immortalità e l’eterna giovinezza dei personaggi. Al lettore bisogna sempre tranquillizzare l’animo.

Topolino apprendista stregone in "Fantasia" del 1940. Topolino appare come un dispensatore di magia fantastica e pura.

 

A partire dal 1939 Topolino subì profonde modifiche, sia nel disegno che nelle vicende, tipiche di un detective moderno, paladino del sistema politico vigente di cui esegue fedelmente i comandi senza farsi né fare domande. E’ diventato, dunque, una sorta di macchina automatica. Nell’evoluzione del personaggio si rispecchiano i cambiamenti della società americana i cui valori hanno subito un marcato processo di involuzione: dall’esaltazione dell’iniziativa individuale al culto dell’obbedienza passiva e rassegnata.

Copertina italiana del fumetto "Topolino" con il personaggio vestito dal sommo poeta Dante Alighieri.

 

Ancora oggi Topolino continua a deliziare con le sue avventure adulti e piccini. Non di rado è possibile trovare in allegato al fumetto parti da assemblare per la costruzione di qualche oggetto in miniatura, sia esso un’automobile o una moto o addirittura un’imbarcazione. Questo espediente, anche se non coinvolge la famiglia tutta intera, di sicuro contribuisce a rinsaldare il legame padre – figlio, di cui oggi, più che in passato, se ne avverte forte la necessità.

Quando si scorge la figura di Topolino non si può far altro che fermarsi a riflettere su quanto un singolo personaggio sia stato fondamentale nella creazione di un mondo fantastico. Disney volle sempre rammentare a tutti che ciò che era diventata la "Walt Disney" lo si doveva a un singolo personaggio, che riuscì a far brillare in cielo, per la prima volta, la stella di questa "casa" da cui fuoriuscirono meraviglie visive e immutate. Topolino fu il primo dei "figli" di Walt Disney, e da lui derivarono creazioni che, senza il suo successo, non avremmo potuto altrimenti mirare.

Tutto ebbe inizio...con un Topolino.

Redazione: CineHunters

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Quando Cesare scrisse il “De bello Gallico” si prefisse l’obiettivo di narrare e descrivere minuziosamente gli usi e i costumi della civiltà gallica e barbarica. Nonostante tale saggio venga considerato un corpus storiografico di straordinario valore, molti studiosi rimproverano al Console di aver volutamente dimenticato la trattazione delle vicende militari di un piccolo villaggio dell’Armorica, popolato da irriducibili Galli capaci di resistere ora e sempre agli invasori romani. A colmare tale lacuna, ci pensarono però René Goscinny (sceneggiatore) e Albert Uderzo (disegnatore) restituendo ai testi scritti le gesta di quei galli, che senza risparmiarsi, non cedettero mai al dominio bellico dell’Impero Romano.

Sarebbe un’introduzione questa da far sobbalzare dalla sedia qualunque lettore appassionato di Storia Antica, sprovvisto però di una fine ironia o di una sufficiente conoscenza della letteratura a fumetti. E’ alquanto evidente che il villaggio a cui facevo cenno è frutto della fantasia di due autori francesi, e che non poteva in alcun modo essere trattato dall’imbattibile condottiero romano, poiché, a dire il vero, esso non è mai esistito. Goscinny e Uderzo sono in verità i creatori di “Asterix e Obelix”. I due trassero spunto proprio dalla conquista della Gallia, ambientando la storia del fumetto attorno al 50 a.C. per creare un villaggio cinto da mura salde ma piuttosto rudimentali se paragonate alla gloria architettonica dell’Impero Romano, in cui vivevano Asterix e Obelix. I due autori trattarono con raffinata e surreale ironia le avventure di ambedue i guerrieri gallici, intenti a difendere il loro villaggio con l’ausilio di una pozione magica creata dal Druido Paronamix. L’atmosfera storica, la comicità sarcastica e l’elemento soprannaturale costituiscono la ricetta vincente per il successo di questo fumetto francese, che vide la luce della sua prima pubblicazione nel 1959. Protagonista della storia è Asterix, un gallo baffuto e bassino ma arguto e coraggioso che affronta gran parte delle sue avventure col fraterno amico Obelix. Quest’ultimo è sin dal primo approccio visivo l’opposto di Asterix: alto, imponente, pingue e pacioccone, con due grossi baffi rossi e i capelli raccolti in due treccine del medesimo colore che fuoriescono da un elmetto dalle corna ridotte. Se Asterix è accorto, intelligente, scaltro e sicuro di sé, Obelix è invece sensibile, emotivamente fragile, bonaccione, ingenuo e permaloso.

Obelix è da sempre stato uno dei miei personaggi preferiti dei fumetti. Ciò che ne può venir fuori dall’analisi caratteriale di questo personaggio è quanto di più originale si possa trovare nel fumetto di “Asterix”. Quando era poco più che un bambino, Obelix veniva tartassato di offese e prese in giro da parte degli altri suoi coetanei poiché sempliciotto e incapace di difendersi. Spronato dall’amico Asterix, decise di introdursi di soppiatto nella casetta del druido per bere un sorso della pozione destinata ai guerrieri adulti del villaggio. Accidentalmente, però, Obelix cadde nel paiolo e bevve tutta la pozione in un sol sorso. Il druido, quando lo trovò adagiato sul fondo del paiolo, restò basito nel vedere che il piccino stava bene e non aveva riportato alcuna anomalia. Ciò in realtà non era così, e infatti Obelix cominciò a sviluppare una forza erculea permanente. Da allora nessun altro bambino lo prese più in giro. La forza di Obelix crebbe di pari passo con il suo sviluppo fisico. Egli possiede tale potere sin da quando ne ha memoria, come fosse una caratteristica peculiare del suo essere. Obelix non è quindi propriamente cosciente della sua capacità ma la reputa un qualcosa di assolutamente normale, come noi possiamo ritenere usuale una qualunque delle nostre abilità che ci risulti familiare. Obelix può sollevare carichi dal peso apparentemente illimitato e affrontare orde di legionari romani con una semplicità disarmante. Ciò che per lui è ordinario per noi è assolutamente straordinario. Tale naturalezza viene espressa dal suo viso per nulla sorpreso quando dimostra la propria forza e dai suoi modi di fare affabili e gioviali: Obelix possiede l’umiltà tipica delle persone di buon cuore.

Obelix è un abile scultore, intaglia e livella megaliti giganteschi, chiamati Menhir, che commercializza in tutta la Gallia, trasportandoli egli stesso sulla sua schiena con la sua solita andatura spontanea. Obelix ama passeggiare all’aria aperta, malmenare i romani, prendersi cura del cagnolino Idefix e cenare attorno al fuoco, gustando cinghiali arrosto di cui è ghiottissimo. Uno dei suoi grandi punti deboli è proprio il cibo: Obelix è infatti sempre affamato, pervaso da una voracità insaziabile. Non riuscendo a controllare il suo smisurato appetito, viene spesso definito “ciccione” da chi lo osserva e ciò lo manda su tutte le furie. Obelix rappresenta la forza fisica mescolata all’animo fragile e facilmente intaccabile. Ciò che la sua forza ineguagliabile riesce a conferirgli esteriormente non garantisce la medesima protezione interiore, e se Obelix risulta praticamente imbattibile sul fronte battagliero è, al contempo, vittima di tristezza e infelicità per via anche della sua profonda sensibilità. Obelix è una specie di gigante d’argilla, forte e imbattibile fuori, suscettibile e insicuro dentro. Egli reca sempre in sé questa sorta di dualismo in cui viene contrapposta la forza bruta con l’emotività più sincera. Obelix sembra a volte candido e sognante, distratto e perennemente sulle nuvole come un bambino, rimarcando ancor di più la differenza tra il suo aspetto, ruvido e minaccioso, col suo carattere, timido e impacciato, questo sempre se non viene provocato. Obelix è altresì romantico e tende a commuoversi quando ascolta una storia d’amore.

Obelix è innamorato perdutamente di Falbalà, la più bella delle ragazze del villaggio. L’ultima volta che Obelix la vide erano entrambi nient’altro che giovinetti. Per anni Falbalà studiò a Condate, l’odierna Rennes, per poi rientrare al villaggio una volta terminati gli studi. Obelix, ammirò per la prima volta Falbalà quando giunse nuovamente a casa come una donna appena sbocciata nella sua femminilità, restando immediatamente folgorato dalla sua prorompente bellezza. Falbalà ha dei lunghi capelli biondi che le scendono giù per le spalle fino a sfiorarle le ginocchia, e indossa spesso una veste azzurra e bianca, con una fascia orizzontale di color blu quasi all’altezza delle caviglie. Il suo modo di vestire ricorda gli ampi pantaloni di Obelix, a strisce verticali bianche e azzurre.

Obelix corteggia Falbalà

 

In alcune storie l’amore che Obelix prova per Falbalà presenta delle influenze di fiabe classiche, come quando l’eroe gallo, rimasto pietrificato, venne risvegliato dal sonno eterno proprio da un bacio della giovane. Obelix tenta di conquistare Falbalà più volte ma con risultati deludenti. La sola visione della donna manda in tilt Obelix che comincia a mostrarsi goffo e pressoché esitante dinanzi a lei. Come nelle storie dal finale per nulla scontato, in cui il lieto fine non è ciò che il lettore deve aspettarsi, l’amore provato da Obelix per Falbalà è destinato a non trovare compimento. Falbalà sposerà il muscoloso Tragicomix, gettando, involontariamente, Obelix nello sconforto.

Nell’adattamento cinematografico del 1999 Obelix è interpretato dal grande attore francese Gerard Depardieu, mentre Laetitia Casta dona le sue sinuose forme all’interesse amoroso dell’eroe, appunto Falbalà. La dama arriva al villaggio su di un carro trainato da un asinello. Ella si mostra per la prima volta emergendo da un drappo che la celava come passeggera all’interno del barroccio. Obelix, intento come sempre a cenare, la vede da lontano, poco prima che Falbalà gli sorrida e lo chiami per salutarlo. Lei lo ricorda quando era un ragazzino, meno alto e meno corpulento, e lo abbraccia dimostrandogli tutti il suo affetto e posando un bacio sulla di lui gota. Depardieu prestò tutto il suo talento al personaggio comico di Obelix, riuscendo a combinarne l’audacia e la spavalderia con la timidezza e quel suo essere tanto impacciato dinanzi alla dolcezza di Falbalà. La reazione dell’attore è straordinariamente comica, tant’è che Obelix a livello espressivo resta come “colpito da un fulmine”, perdendo persino il suo incontenibile, leggendario appetito. Cosciente però che il suo amore non verrà ricambiato dalla dolce fanciulla, sul finale, Obelix, dopo aver vinto la battaglia contro le forze di Roma, fa bere alla sua innamorata un sorso di una speciale pozione concepita da Paronamix. Tale brodaglia ha il potere di “sdoppiare” la persona che la beve, creando una sorta di “alter-ego” vivo e senziente per poco, non più di qualche minuto. Obelix lascia andare via la vera Falbalà che lo saluta con un sorriso, mentre resta seduto su di una panchina a contemplare il plenilunio con la Falbalà nuova “nata” dalla pozione. In una magica illusione, Obelix finge, per pochi istanti, di venir ricambiato dalla donna che ama, ma quando si volta per darle e ricevere un solo bacio, lei svanisce in una bolla di sapone, volteggiando, per poi disfarsi nel cielo, lasciando così ancora una volta solo un inconsolabile Obelix.

Nella sua solitudine però Obelix non lascia mai trasparire una vena drammatica quanto una malinconica resa al fato, un destino accettato con garbo e rammaricato consenso. Nel proprio contrasto caratteriale Obelix trova il suo equilibrio, riuscendo a reagire e a restare sempre in piedi. La sua fragilità emotiva viene compensata dalla sua vigoria, la sua timidezza viene attenuata dalla sua robustezza, in un continuo gioco delle parti che permette a Obelix di restare se stesso e di superare qualunque avversità con la spensieratezza di un nobile eroe, dal portamento non certo cavalleresco, ma dalla possanza di un vero Gallo. Una semplice ma efficace lezione di vita: essere sempre se stessi per quanto difficile possa essere.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Uno tra i più popolari personaggi del fumetto moderno è di certo Charlie Brown, apparso per la prima volta nel 1950. Dell’età di circa sette anni, figlio di un barbiere e di una casalinga, Charlie è un bambino schivo, maldestro, indeciso, consapevole delle proprie insicurezze e di non essere, come si dice, un adone. Ha invece un forte desiderio d’essere amato e di risultare importante per qualcuno, di avere fama e successo. In questa ricerca di un ruolo sociale sta la sua fede nell’ottimismo, nell’amicizia, nella giustizia, ma al tempo stesso tale ricerca rimane di continuo inappagata. Non serve a nulla costruire aquiloni, nei quali riversa tutta la sua voglia di evasione, né cercare d’approcciare due graziose bambine, Patty e Violet, l’una completamente “integrata”, l’altra, in un certo senso, più materna, ma entrambe ammaliate dalla televisione. Però la sua più ostinata nemica è Lucy, che incarna in sé i più odiosi difetti della donna americana: cocciuta, saccente, orgogliosa, materialista, sempre pronta a colpire l’interlocutore che riesca a dimostrarle d’aver ragione. Fra tutte le sue potenziali vittime c’è di sicuro Charlie Brown, forse  proprio perché ne avverte la sua fragilità e insicurezza.

A questi personaggi vanno associati Snoopy, il cane di Charlie, oppresso dalla consapevolezza di essere soltanto un cane e per questo portato a imitare altri animali più “nobili” o addirittura l’uomo, mentre non esitava a cimentarsi in meditazioni filosofiche. Anche per lui però ogni tentativo di evasione termina in un insuccesso. Paura e insicurezza contraddistinguono il percorso di Linus che si mette al riparo dalla solitudine trascinandosi dietro una coperta e ciucciandosi ripetutamente il pollice, nella speranza di ritrovare quel calore umano che tanto gli manca. Non perseguitato dalla nevrosi è invece Schreder, il bambino che ama Beethoven e il pianoforte, noncurante di ciò che gli succede intorno e inutilmente venerato da Lucy che solo davanti a lui si sente vinta. Ma anche quella di Schroeder è in fondo in fondo una fuga dalla realtà.

Redazione: CineHunters

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Ryo e Kaori, disegnati da Erminia A. Giordano

 

E’ intrepido, affronta ogni avversità, è un duro ma…è dolce come il miele con le donne e poi, e poi le fa arrossire, perché lui è l’eroe della città… per caso lo avete letto cantando? Se siete fan di “City Hunter” non avrete potuto farne a meno. Quelli precedenti sono, naturalmente, i passi della sigla dell’anime, uno dei più amati mai trasmessi in Italia. Beh in quegli anni, l’animazione giapponese spopolava fino ai canali televisivi più remoti in cui, se eri abbastanza fortunato, potevi imbatterti in veri e propri appuntamenti fissi con Sampei, L’uomo-tigre, Lupin III, Ranma e infine proprio in…City Hunter. Ma prima di un’anime di successo, City Hunter è stato un manga, un’opera ancor più profonda della sua trasposizione televisiva.

City Hunter fu scritto e disegnato da Tsukasa Hōjō, un mangaka dallo straordinario talento artistico, capace di tratteggiare i propri personaggi con una vivezza realistica e una cura minuziosa del dettaglio estetico. I personaggi, ritratti splendidamente in tavole simili a quadri per la bellezza del disegno, sono il fulcro del lavoro del mangaka, che narra la storia attraverso il loro relazionarsi. L’introspezione è infatti preminente nel metodo narrativo di Tsukasa, che antepone la caratterizzazione dei personaggi alle vicende in cui agiscono. “City Hunter” è pertanto un manga “umano” che pone i personaggi al centro della scena, e le loro avventure non divengono altro che la punta di un iceberg…

“City Hunter” racconta la storia di Ryo Saeba e Kaori Makimura, che insieme formano “City Hunter”, un’organizzazione privata in cui i due possono essere contattati come guardie del corpo e, all’occorrenza, investigatori privati. Quasi tutti i numeri del manga sono autoconclusivi, e Ryo e Kaori si trovano, di volta in volta, a dover risolvere un singolo caso. Tale scenario investigativo, in verità, è soltanto la superficie della lettura, poiché dietro il riflesso del “caso” verrà alla luce il passato dei personaggi e le vere motivazioni che muovono il loro agire. Il cuore pulsante della storia è da ricercarsi nel passato di Ryo, che lentamente riemerge.

Ryo, il protagonista indiscusso del manga, è un cecchino infallibile e adopera sempre la sua arma classica, ovvero la Colt Python 357 Magnum. Ryo, è altresì esperto nel combattimento corpo a corpo, ha dei riflessi fulminei e un udito estremamente sviluppato: riesce, infatti, a sentire il suono di un'arma anche a grandi distanze, ed è in grado di percepire immediatamente un imminente pericolo. Ryo è l'unico in grado di realizzare il leggendario "One Hole Shoot" che permette di colpire il medesimo punto con più proiettili.

Saeba guida sempre una Mini-Cooper rossa e, a volte, una Panda color smeraldo, la macchina della collega Kaori. Ryo può essere contattato solo scrivendo sulla lavagna della stazione di Shinjuku le lettere XYZ: le ultime tre dell'alfabeto, che rappresentano l'estrema risorsa per risolvere i propri problemi; tale ultima risorsa è Ryo Saeba.

  • La storia di “City Hunter”

Il passato del protagonista è avvolto nell’imperscrutato, egli stesso non conosce le sue origini e nemmeno la sua vera età. Sa solo che, da bambino, è sopravvissuto a un incidente aereo nell'America Centrale in cui trovarono la morte i suoi genitori; qui è cresciuto come un implacabile guerrigliero. Ryo venne allevato da Shin Kaibara, l'uomo che Ryo considera come suo padre. Fu proprio Kaibara a dare a Ryo il nome Saeba. Kaibara fu tra i principali artefici della diffusione di un nuovo tipo di droga, capace di rendere gli uomini imbattibili: la Polvere degli Angeli. Egli testò questa potentissima droga proprio sul suo pupillo, Ryo, e gli effetti furono devastanti. Kaibara fondò in seguito un'associazione criminale spietata, la Union Teope, responsabile della morte di Hideyuki, il migliore amico di Ryo.

Solo in età adulta Ryo si trasferì negli Stati Uniti, intraprendendo la sua professione attuale di investigatore privato e guardia del corpo, andando a vivere nel quartiere di Shinjuku, in Giappone, uno dei quartieri più pericolosi di Tokyo.

Ryo ha un fisico statuario, i capelli neri e occhi del medesimo colore. Sebbene il suo aspetto fisico indichi che sia un uomo attraente, Saeba ha, per così dire, “poco successo” con le donne, per via dei suoi modi di fare da “maniaco”. Ryo non riesce proprio a contenersi quando si trova davanti a una bella donna, cominciando a riempirla di complimenti e a provarci spudoratamente, fino a far infuriare la collega Kaori. Saeba, letteralmente, impazzisce alla sola vista di un paio di mutandine o di un reggiseno, e alle volte viene colto in flagrante da Kaori mentre sbircia la sua biancheria. Questo lato piuttosto bizzarro del carattere di Ryo venne sfruttato dall’autore Tsukasa Hōjō per creare gag divertentissime che diverranno dei veri tormentoni per i lettori. Tali scenette comiche serviranno a stemperare la tensione dei casi più cupi e oscuri o dei momenti più drammatici per rendere maggiormente scorrevole la lettura. Il più grande tormentone del manga (e anche dell’anime) sarà proprio legato alle perversioni di Ryo, che tentando di “molestare” le donne che segue nei suoi casi, finirà per subire ironicamente le ire giustiziere di Kaori, che lo colpirà sempre con un gigantesco martello.

La gag del martello è uno degli emblemi della serie e rispetta sempre un modus operandi che diverrà conosciutissimo: Kaori appare d’improvviso, quando oramai Ryo non può più far nulla per sfuggirli, e con fare intimidatorio materializza dal nulla un martello dalle esageratissime dimensioni (da 100 a 250 tonnellate) che scarica senza pietà sul corpo del povero Ryo. Alle volte, Kaori lo colpisce anche con materiali di svariata provenienza, che non fanno altro che accentuare il lato comico della situazione. Come non citare quando Kaori avvolse Ryo nel futon, lasciandolo appeso fuori dalla finestra per tutta la notte? Ryo, dal canto suo, sembra accettare sommessamente le punizioni di Kaori, forse perché sotto sotto sa di meritarselo

Ryo, possiede l’abilità di smorzare qualunque situazione gli si prospetti davanti, anche la più pericolosa, fermandosi di colpo per tentare di sedurre una delle innumerevoli donne che finisce per aiutare, ma quando emerge la sua vera natura, Ryo si mostra realmente come una persona molto sensibile, e al tempo stesso affascinate. Ryo è altresì sofferente quando ripensa al proprio passato a al dovere di “giustiziere” che grava sul suo destino; un dovere a cui non può in alcun modo sottrarsi. In Ryo quindi si incontrano due aspetti radicalmente diversi, che approfondiscono la sua misteriosa personalità: un’apparente superficialità che lo porta a desiderare solo donne prosperose e bellissime, e una sensibilità che nasconde: la vera essenza del suo essere, che verrà scoperta soltanto da Kaori.

“Una donna è in grado di innamorarsi per tutta la vita, io posso solo innamorarmi di tanto in tanto".  (Ryo saeba)

Kaori Makimura disegnata da Erminia A. Giordano

 

  • Ryo e Kaori

Il rapporto fra Ryo e Kaori è ricco di sfaccettature ed è il cuore della storia: dalla semplice collaborazione, si trasformerà in un sentimento corrisposto di amore. Dal punto di vista di Kaori lo intuiremo ben presto, dalla parte di Ryo potremmo soltanto, capirlo da qualche breve esternazione o un flebile gesto che farà nel corso della storia. Ryo, è sempre pronto a rischiare la vita per proteggere Kaori, ma non sarà mai intenzionato a dichiararle i suoi sentimenti perché sa che la metterebbe in pericolo. Kaori è a tutti gli effetti l’unico punto debole di Ryo Saeba. Ryo sa che un giorno dovrà prendere una fatidica decisione: allontanare Kaori da sé, per sottrarla da una realtà fatta di pericoli e compromessi, oppure tenerla a sé, forse egoisticamente. Ryo tenta in tutti i modi di preservare la purezza caratteriale ed emotiva di Kaori, e infatti la pistola della giovane, appartenuta precedentemente al fratello scomparso, è stata manomessa da Ryo in modo che quando la utilizza, non corre il rischio di “macchiare” la propria anima.

Kaori diventa l'assistente di Ryo dopo la morte di suo fratello Hideyuki. Kaori era la sorella adottiva di Hideyuki, poiché la ragazza era figlia di un malavitoso ucciso durante un inseguimento e venne adottata dalla famiglia di Hideyuki quando era ancora era molto piccola. Maki, l’affettuoso soprannome che Kaori aveva dato al fratello, era molto legato a lei e affidò in punto di morte a Ryo il compito di vegliare su Kaori. Nell’anime, Hideyuki è noto come Jeff.

Kaori, nel manga è una ragazza sensibile e altruista, oltre che bellissima, nonostante cerchi sempre di nascondere la sue forme femminili con abiti che la sviliscono.

  • Personaggi ricorrenti

Un personaggio ricorrente della serie è Umibozu, noto anche come Falcon, il cui vero nome è Hayato Ijuin. E’ un uomo nerboruto e gigantesco. Tra Ryo e Falcon è sempre esistita un’accesa rivalità, sin dai tempi della guerra, in cui combattevano su due fronti opposti. Non viene mai chiarito chi sia realmente il più forte tra i due. Nonostante il suo atteggiamento rude, Umibozu è, in realtà, una persona di animo nobile, e per contrapporsi al protagonista, è molto timido e arrossisce sempre in presenza di Miki, la donna che lo attrae e che in seguito diverrà sua moglie. Falcon lavora con Miki al “Cat’s eyeun bar appartenuto a tre sorelle che si sono trasferite da Tokyo. Si tratta di un evidente riferimento al mangaOcchi di gattoscritto e disegnato dallo stesso mangaka. Umibozu inizialmente soffre di una lieve forma di cecità, causatagli da un antico combattimento avuto con Ryo durante il periodo della guerra, e nel corso della storia diventerà cieco.

Un personaggio femminile ricorrente è la poliziotta Saeko, una seducente e bellissima donna che sfrutta il proprio fascino per assoggettare Ryo, promettendogli favori sessuali in cambio di missioni gratis al suo servizio. Saeko vanta una mira millimetrica nel lancio dei coltelli, che tiene nascosti nell'interno coscia. Nonostante rifiuti sempre Ryo, è in verità innamorata di lui come in passato lo è stata di Hideyuki.

Personaggio secondario ma dal grande spessore è il killer Mick Angel, antico compagno di Ryo con cui fondò per la prima volta City Hunter. Mick è un killer spietato, ha un codice d’onore piuttosto peculiare: se deve eliminare un uomo, prima di ucciderlo, seduce la sua donna e la fa innamorare di lui, in modo che lei non debba soffrire troppo per la perdita del precedente partner. Mick Angel tenterà di uccidere anche Ryo, cercando di sedurre persino Kaori, però con scarsi risultati. Ciò che in verità accadrà sarà l’esatto contrario: lui si innamorerà di lei. Mick Angel perderà completamente la sua abilità nell’uso delle armi dopo un ultimo, disperato utilizzo della Polvere degli angeli.

Tra gli innumerevoli avversari di Ryo, merita una menzione la terribile BloodyMary. Mary sarà la sola a confessare a Kaori ciò che Ryo nasconde da sempre: un’origine che neppure lui può raccontare. Quando Kaori scoprirà che Ryo non conosce la sua vera data di nascita, sarà lei stessa a scegliere il 26 Marzo, data del loro primo incontro.

Nel corso del manga vi sono degli episodi stupendi e veramente profondi come “Confessione in cielo”, “Un compleanno triste”, "Cenerentola in città”, “Un legame profondo”, “Una cicatrice dal Passato” “Due strani tipi”, “Una foto tanti ricordi” e molti altri; è impossibile citarli tutti.

Kaori disegnata da Erminia A. Giordano

 

  • Adattamento anime

L’adattamento italiano dell’anime di “City Hunter” ha una particolarità: nelle prime stagioni, infatti, vennero cambiati i nomi originali. Kaori divenne la rinomata Kreta Mancinelli e Ryo divenne semplicemente Hunter. Nelle stagioni successive vennero apportate ulteriori modifiche, restituendo i nomi originali ai personaggi. Nonostante la traduzione sia stata inizialmente infelice, il doppiaggio dell’anime, fu sempre impeccabile. Le voci di Ryo e Kaori, rispettivamente Guido Cavalleri e Roberta Laurenti, oggi nota come Jasmine, furono meravigliose e perfettamente amalgamate ai personaggi.

L’anime di “City Hunter” traspone gran parte dei tratti erotici e sensuali presenti nel manga. L’attenzione smodata di Ryo per le belle donne è resa fino all’eccesso nella trasposizione televisiva, ciò non ha fatto altro che aumentare il carattere ironico della serie. Nell’anime però, per rivolgersi a un pubblico più ampio, i toni più oscuri e profondi del manga vennero ridotti. Ryo raramente indugia in riflessioni personali, non ripercorrendo il proprio straziante passato.

Fiore all’occhiello dell’anime, oltre a un’indubbia qualità del disegno e a una trama sempre all’altezza, è la colonna sonora. Temi intensi e suggestivi sono stati concepiti per l’adattamento televisivo del manga, e tra questi meritano una citazione: “Angel Night”, “Foot Steps”, “Without you” e “Mr private eye”.

Gli episodi di City Hunter vengono spesso conclusi con la melodia introduttiva del brano “Get Wild”.

Kaori disegnata da Erminia A. Giordano

 

  • La fine di City Hunter

L’atto conclusivo del manga è il momento più commuovente, perché Ryo e Kaori decideranno di restare “City hunter” per sempre. Finalmente si compie la decisione di Ryo. Egli, non potendo in alcun modo privarsi di Kaori, si “spoglia” di quella paura che lo stava consumando, il timore di poterla perdere, e decide di vegliare su di lei seguitando a restare al suo fianco.

Un tempo Ryo disse: "ci sono due cose che un uomo deve fare nella vita: restituire agli amici i favori resi e… amare la propria donna". Nel finale Ryo, innamorandosi perdutamente di Kaori, adempie a questa sua affermazione.

Articolo e disegni a cura di Erminia A. Giordano

Redazione: CineHunters

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Questo è il primo adattamento occidentale del manga, che è stato già trasposto come anime di altrettanto successo per la regia di Tetsuro Araki e l'animazione di Madhouse, per un totale di 37 episodi.

L'anime di Death Note venne trasmesso su Nippon Television in Giappone e in Italia da MTV dal 2008 al 2009. L'anime traspone con molta cura gli avvenimenti del manga pur discostandosi in lievi frangenti. Questo nuovo film in live action vuol riproporre le atmosfere investigative e mistiche della storia originale pur con alcune possibili differenze. C'è molta attesa su questo nuovo lavoro anche se i fan più accaniti non  nascondono affatto un certo timore.

Redazione CineHunters

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Le Mazoniane bruciano alla loro morte con un inquietante processo di autocombustione, come a testimoniare che possano essere una maledizione passeggera o un’avviluppante fiamma imperitura che potrà consumare l’eroe se cederà alla passione, o salvarlo se vivrà nella lunga menzione dell’unica donna che abbia mai amato. La censura ai tempi troncò di netto le parti più accattivanti, privando lo spettatore dell’affresco sequenziale che celebrava le connotazioni seduttive delle guerriere. Il momento più emblematico è però lasciato allo scontro finale, dove Harlock e Raflesia, la regina posta alla guida del popolo di Mazone, duellano ricalcando i più celebri aspetti dei combattimenti di cappa e spada. Gli affondi delle lame alternano ferite sanguinose a tagli netti al vestiario, che finiscono per mostrarci da un lato un protagonista ferito ma vittorioso, dall’altro una splendida e perfida avversaria sconfitta ma fieramente regale, reggersi il costume con le mani; costume che mostra i tratti delicati e aggraziati delle forme fisiche e artistiche della donna. Harlock, dinanzi alla regina per la quale ha provato rabbia e rispetto nei due anni di lotte, percepisce comunque l’attrazione, come la stessa regina a sua volta. Due destini diversi, due lotte interminabili, due sentimenti così lontani ma cosi accomunati. Harlock trionferà per la terra, perdendosi nelle profondità dello spazio al termine della sua classica avventura, con ormai la sola presenza femminile a cui anela, quella di Meeme, nell’eterno ricordo dell’amata perduta, perché come per i più grandi eroi tragici a cui Harlock è chiaramente ispirato, l’amore per un’unica donna supera la morte e permane per sempre.

  • La leggenda nel cinema: tra simboli e bandiere

Per il regista Shinji Aramaki che diresse il lungometraggio in computer grafica dedicato al personaggio, Capitan Harlock era una leggenda inafferrabile, un mito mai pienamente vivibile, una figura avvolta in un’aura intellegibile. Ecco perché sembra porlo sullo sfondo dell’intera vicenda del film, quella che dovrebbe avere il capitano come epicentro. Harlock non è più l’eroe romantico consolidato nella splendida serie classica, non si lascia andare a tristi lamenti suonando l’ocarina né subisce il fascino sinistro di una stirpe, il già citato popolo di Mazone, oramai non più presente in tale adattamento; l’obiettivo cambia drasticamente ed Harlock non è il centro della propria storia. Reca il peso di essere un simbolo, lo stendardo di un ideale. Harlock è un uomo maledetto, vecchio di oltre cento anni, caratteristiche del tutto nuove che elevano il personaggio al non semplice ruolo del “mito” piuttosto che del protagonista. In quel secolo di lotte, in quella vita dannata porta con sé ogni gloria delle proprie vecchie rappresentazioni. Aramaki non riprende la storia classica, non tratta del conflitto contro le Mazoniane, non affronta l’avventura della serie SSX né la cupa atmosfera dell’Endless Odissey. Egli omaggia, riscrive, volge l’attenzione verso la figura simbolica di Harlock, non su Harlock stesso. Lo spettatore vorrebbe stare al fianco del Capitano, combattere con lui, vederlo in prima linea, ma può farlo solo per poco e quando è il momento necessario. Harlock è “un’ebbrezza”, lo si cerca sempre con lo sguardo ma vive lì, riparato nell’oscurità.

Non possiamo concepirlo davvero perché egli altri non è che il simbolo e la personificazione dell’ideale che è stato in passato. Disposto a sacrificare se stesso e l’universo per restituire la terra come noi la conosciamo; la dannazione mista all’eroismo di colui che non si arrenderà mai. La libertà è sacrificio, anche. L’Harlock del film altri non è che una figura avviluppata nel misticismo. Non possiamo stare al suo fianco, noi vecchi fan, perché non è il capitano che conosciamo, è il suo ideale che “cammina”. Solo Meeme, la donna che gli è sempre stata vicina può restare accanto a lui, solo il quarantaduesimo membro dell’Arcadia può conferire con lui. Nessun altro! Il passaggio di consegne finale reca il significato dell’intera opera: Harlock vivrà per sempre. Tale trasposizione cinematografica può venir apprezzata se compresa come un’opera celebrativa del mistero di Harlock, e credo che l’intento finale del lungometraggio sia quello di omaggiare un’icona, non intaccando una storia già vista ma virando su una nuova, complessa, articolata, fin troppo estenuante nel suo svolgimento; devota all’omaggiare un eroe ineffabile, divenuto per l’appunto “leggenda”. La potenza visiva dell’intero film rende merito alla forza evocativa della bandiera di Harlock. E sul finale, quando il Capitano, lasciatosi andare seduto sul suo trono, con accanto la fedele Meeme, sembrerebbe rinunciare, cedere alle sofferenze e piegarsi al dolore dell’animo umano… Invece d’un tratto comanda alla nave di partire, perché ci sarà sempre e comunque un’altra “odissea”.

Che sia uomo puro o leggenda incompresa, Harlock continua ad essere, a più di quarant’anni dalla sua prima apparizione, un eroe capace di convogliare in sé la debolezza umana e la forza mitologica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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