Vai al contenuto

1

Era il 1985 quando Dustin Hoffman tornava a interpretare Willy Loman per la trasposizione televisiva di “Morte di un commesso viaggiatore”, capolavoro di Arthur Miller qui riadattato per la regia di Volker Schlöndorff. Proprio cosi, Hoffman tornava, perché aveva già vestito i difficili e angoscianti panni di Loman, un commesso viaggiatore, nel prestigioso teatro di Broadway.

Il testo drammaturgico di Miller, destinato a diventare una pietra miliare del teatro americano del dopoguerra, vide per la prima volta la luce nel 1949. Come per tutte le opere dell’autore statunitense, anche e soprattutto qui, viene posta l’attenzione sull’uomo comune e sulla vita di ogni giorno, caratterizzata da timori, paure, debolezze ma anche da tante speranze e aspettative. In Willy Loman infatti è facile riconoscere l’uomo comune che per tutta la vita si è sacrificato svolgendo con la massima dedizione il proprio lavoro, nella speranza di lasciare ai propri figli un futuro brillante.

Le sue sicurezze crolleranno quando arriverà la consapevolezza, perentoria e devastante, di non essere riuscito a costruire nulla: al fallimento professionale si unisce il disprezzo da parte dei figli che tuttavia non coinciderà con il loro odio. E' proprio questo uno degli elementi più significativi introdotti da Miller. In una vicenda prevedibile egli aggiunge un elemento nuovo: il figlio incolpa il padre di averlo illuso, avendogli egli stesso suggerito, sempre erroneamente, di essere destinato a mete ambiziose, raggiungibili senza sforzo alcuno. Un'illusione che finì per condizionare il figlio. Nonostante queste menzogne, l'erede, al termine di una brutale lite verbale, ammetterà di non odiare il padre. E' questo sentimento di perdono che fa scattare in Loman l'intenzione di porre fine alla sua vita per salvaguardare il futuro dei suoi figli.

"Morte di un commesso viaggiatore" è un’opera teatrale prestata, in questo caso, alla televisione (e al cinema considerando che in Europa usci nelle sale cinematografiche) ma che non perde quasi nulla del suo fascino originale. Lo scenografo Tony Walton sin da subito ci presenta infatti un ambiente casalingo semplice ma a tratti cupo e malinconico che perfettamente si abbina al dramma originale, con una regia, quella di Schlöndorff, che evita inquadrature complesse e articolate per lasciare il giusto spazio ai personaggi e per focalizzarsi al meglio sull’interpretazione degli attori, proprio per mantenere quanto più possibile una visione di carattere più teatrale che televisiva.

L’assoluto spessore del film lo si trova nelle interpretazioni degli attori: Hoffman, qui sottoposto a un pesante trucco d’invecchiamento, offre una performance straordinaria, coinvolgente e da manuale. Gli viene data ampia libertà di movimento, così da poter spaziare da un angolo all’altro della casa catturando lo spettatore con la gestualità e la sua categorica presenza scenica; l’attore, in quel periodo reduce dagli enormi successi cinematografici di “Kramer contro Kramer” e “Tootsie”, si cimenta in una caratterizzante interpretazione prettamente di stampo teatrale. Hoffman, aiutato anche da un grande John Malkovich, è capace di mostrare ogni sfumatura di fierezza e di orgoglio del personaggio come anche il sentimento di disperazione e di angoscia che attanaglia Loman nel tragico finale.

Il sacrificio vedibile nell'ultimo atto testimonierà che il valore della vita di un uomo non sarà mai riconducibile soltanto alla sua riuscita sociale. La sua morte volontaria non è più la resa di un debole che non è riuscito a imporsi in un mondo che premia soltanto i forti, ma si configura come una estrema rivendicazione di dignità, mediante la quale il protagonista, che ha sempre subito sommessamente ogni forma di angheria credendo che fosse il prezzo da pagare per il raggiungimento di uno stato sociale consono, si ribella a questa situazione, ritrovando la propria identità di uomo. Con il suo suicidio, il commesso viaggiatore garantisce alla sua famiglia i ventimila dollari dell'assicurazione, una somma di denaro con cui può congedarsi e lasciar vivere i suoi cari in condizioni decorose.

Miller con questo suo dramma esistenziale tocca le corde più profonde della riflessione emotiva e sociale.

Per questo suo lavoro, Hoffman ricevette l’Emmy Award come miglior attore protagonista.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

 

Sherlock Holmes e John Watson disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

E’ qui accanto a me. Mi trovo nel suo salotto, nelle vesti di un ospite inatteso, seduto comodamente in poltrona proprio davanti al camino. Il fuoco che scoppietta non sembra minimamente distrarre il padrone di casa. Seguita a mantenere le sue mani in posizione piramidale all’altezza del viso, leggermente inclinate verso il basso, poco al di sotto del mento. E’ intento a concatenare e dedurre. In altre parole ad analizzarmi. E’ alquanto fastidioso, ma osservando il mio battere sulla tastiera nel mentre mi accingo a comporre il testo che state leggendo, egli parla. Obietta, tenta di distrarre lo scorrere dei miei pensieri necessari per produrre parole, frasi da trascrivere su questo foglio virtuale, ben visibile nell’interezza dello schermo del computer. Ma lui non può vederlo, mantengo infatti il portatile in modo che al suo sguardo sia impedito l’accesso. Non si legge mai un’incompiuta, figuriamoci un testo in divenire. Non può realmente sapere cosa io stia scrivendo, eppure, in quel suo ciarlare, anticipa le mie mosse. Continua ad affermare che sto parlando di lui, che ho iniziato il mio pezzo riportando alla vostra attenzione il fatto che mi trovo nel suo appartamento, che quel teschio posto sulla mensola del camino mi ha colpito con sinistra curiosità e che la sua parlantina sciolta e irrefrenabile non fa che distrarmi. Senza vedere l’articolo che sto componendo lui sa già quale sarà la mia prossima frase. E’ il dono della deduzione, l’arte di Sherlock Holmes. Mi trovo al numero 221B di Baker Street, pronto a dar senso logico alla scorrevolezza delle mie parole per dirvi la mia su “Sherlock”…

Perdonate cotanta aggrovigliata introduzione, ma la mia vuole solo essere una simpatica farneticazione, una fantasticheria sviluppatasi circa una possibile situazione in cui, oltrepassando la breccia apertasi nello spazio-tempo, la realtà viene sempre più amalgamata alla fantasia televisiva, fino a trasportami qui, nell’appartamento sito a Baker Street, tanto da permettermi di trascrivere ciò che desidero dirvi nella stessa stanza in cui si svolgono gran parte delle riprese del telefilm.

Suppongo che sul set di “Sherlock” si avverta costantemente l’atmosfera temporale diversificata rispetto alla storia originale. L’icona del giallo, il detective più abile del mondo, nato dalla penna dello scrittore scozzese Arhur Conan Doyle, è stato come “catturato” dalla forza del tempo. Il personaggio viene così estrapolato dal romanzo di Doyle e catapultato nella nostra realtà contemporanea. Da ciò derivano pregi e difetti della società in cui viviamo, i quali tendono a manifestarsi nell’agire dei personaggi. Sherlock fa ampio uso del proprio cellulare, naviga su Internet, twitta, sfrutta i social network per inglobare, nella sua mente dalla capienza smisurata, altre possibili informazioni inerenti il caso a cui sta lavorando. Watson, il suo fedele assistente, dal canto suo, gestisce un blog, un canale comunicativo, una finestra aperta verso tutti gli appassionati lettori delle imprese di Sherlock Holmes. L’originalità della serie sta proprio nel suo adattarsi alla modernità del tempo, dell’epoca in cui il web e i suoi derivati altro non sono che il fulcro della vita giornaliera di ogni telespettatore. La Londra dei nostri tempi fa da palcoscenico all’interpretazione, in duetto, di Sherlock e John Watson. Stiamo godendo sotto i nostri occhi l’epoca d’oro della televisione, decadi recenti in cui le serie televisive vengono curate e confezionate persino con la superiore cura meticolosa di alcuni prodotti cinematografici. Un paradosso realizzativo, ben compreso dai creatori di “Sherlock” che fanno della serie un prodotto cinematografico prestato, con generosità, al piccolo schermo.

Di tanto in tanto, quando interrompo per qualche breve istante la stesura di questo mio brano, continuo a immaginare che Sherlock, qui immortalato con le fattezze dell’attore Benedict Cumberbatch, esterni sempre quella sua irrequietezza caratteriale.

Lo Sherlock di Cumberbatch fa dell’emozione il moto circolatorio del proprio carattere. Sebbene metodista e raziocinante, questo Sherlock Holmes non riesce a reprimere totalmente i propri sentimenti. Sherlock è tipicamente agitato, impaziente, esuberante, si lascia trasportare dalla tensione febbricitante di un nuovo caso, sperando sia più complesso dell’ordinaria routine, in modo che la noia che spesso lo schiavizza nella monotonia della quotidianità, tenda a scemare con l’adrenalina del lavoro investigativo. La regia d’alta scuola cerca di riversare sullo spettatore l’inquieto vivere del protagonista e soprattutto l’ansia frastornante della sua mente nella fase in cui agisce pienamente quella sua attività deduttiva. Attraverso schemi delineatisi come parole scritte e impresse sulla “lavagna bianca” dello schermo, mappe di costrutti mentali snocciolatesi nell’interezza della camera, gli spettatori riescono ad adempiere alla comprensione ma soprattutto all’immedesimazione nei confronti del protagonista.

John Watson, cui presta i suoi lineamenti marcati l’attore Martin Freeman, funge spesso da linea di raccordo, o per meglio dire di congiunzione, tra l’estro geniale di Sherlock e la sua parte più umana. Dall’amicizia con Watson, l’apatico detective comincia ad aprire il suo impenetrabile involucro sentimentale, lasciando defluire all’esterno l’emotività del rispetto, dell’affetto e del sincero attaccamento. Sherlock e John mai come nella serie tv “Sherlock” sono al centro dell’azione nel loro agire eroico e nella loro personalità poliedrica. Ogni puntata combina infatti alla contemporanea indagine investigativa, una ricerca analitica, volta alla comprensione delle volontà psicologiche dei protagonisti. John Watson ama il pericolo e il brivido della caccia, scenari che solo Sherlock Holmes può garantire. Per tale ragione, John accetta di condividere l’appartamento con l’eccentrico detective che, dal canto suo, necessità di compagnia. A dar maggior risalto alla vena solitaria e pertanto sofferente del detective è il fratello Mycroft (Mark Gatiss), che mostra, sin dal principio, di preoccuparsi in merito alla solitudine cui Sherlock è soggetto. Mycroft, anch’esso geniale e con capacità deduttive persino superiori a quelle del fratello minore (che guarda ancora come fosse un bambino), teme il fato del consanguineo, specialmente per via della sua dipendenza dalla droga di cui Sherlock abusa per combattere quel suo insanabile senso di tedio. Mycroft è caratterizzato con una personalità complessa, a tratti severa e austeramente insensibile, in altri momenti bonaria e protettiva.

Nella serie televisiva “Sherlock” si alternano personaggi di notevole spessore scenico e caratteriale, dalla signorile e autoritaria Miss Hudson (Una Stubbs) alla dolce dottoressa Molly Hopper (Louise Brealey) innamorata di Sherlock Holmes, fino al terribile Moriarty, interpretato da un mimicamente nevrotico e disturbante Andrew Scott, nemesi di Sherlock Holmes. La sua aura di malvagità aleggia anche nelle stagioni successive alle prime due, tanto da non far svanire mai del tutto l’alone cruento della sua presenza.  Moriarty per Sherlock è il solo avversario in grado di catalizzare la genialità conosciuta da Sherlock, devota all’astrattezza della giustizia, indirizzandola a favore della criminalità; per tale motivo, egli è il solo a far vacillare le arti geniali di Sherlock Holmes. Moriarty nella serie appare come un portatore di caos insano verso quella che è invece la logica raziocinante del detective londinese.

Mary, la moglie di John Watson (interpretata da Amanda Abbington), è una donna dai biondi capelli, coraggiosa, ironica e decisa. Sebbene depositaria di un passato oscuro, l’arrivo di Mary coincide con una sorta di “alleggerimento” delle atmosfere della serie che comincia a divenire più propensa al mutamento ironico della “sociopatia” di Sherlock Holmes. La scarsa comprensione delle usanze comuni di Holmes, esaltate nella puntata del matrimonio tra John e Mary, e il suo “fare robotico” non sono più un limite alle interazioni sociali per lui, ma vengono sfruttate dagli autori per rendere, nella sua ingenuità sociale, Sherlock più umano. Sherlock mostra raramente interessi attrattivi nei confronti delle donne. Vi è stata soltanto una figura femminile, “l’unica”, una sola donna in grado di far vacillare la sua integrità razionale, ed è Irene Adler (Lara Pulver), una donna d’indiscussa bellezza e grande fascino che rapì l’attenzione dell’investigatore per essere riuscita, sia pure una sola volta, ad ingannarlo.

Charles Augustus Magnussen, fu invece il principale nemico del finale della terza stagione. Estremamente intelligente e dotato di una memoria prodigiosa, è descritto da Sherlock come l’uomo più pericoloso di Londra, poiché a capo di un impero mediatico e conoscitore di segreti oscuri riguardanti le persone più influenti. Concluderei questo estratto dedicato ai personaggi, citando Eurus Holmes, la sorella perduta di Sherlock e Mycroft, principale avversaria di Sherlock nella quarta stagione. Eurus è dotata di un’intelligenza superiore a quella dei suoi fratelli, ed è persino in grado di “riprogrammare” le metodologie comportamentali di chi sfortunatamente ode le sue parole. Eurus è un personaggio caricaturato fino allo stremo, e rappresenta la parte peggiore della genialità della famiglia Holmes. Ella è sadica, apparentemente insensibile, incapace di comprendere l’emotività e il sentimentalismo umano. Eurus riceverà comunque la comprensione empatica di Sherlock, che instaurerà con lei un legame comunicativo attuato mediante l’attività del suono dei rispettivi violini, e i due si affideranno al linguaggio universale della musica.

La serie televisiva di “Sherlock” consta di 4 stagioni, ognuna di tre episodi, più un episodio speciale dal titolo “L’abominevole sposa” ambientato nella Londra Vittoriana. In “Sherlock” il montaggio è tutto. I casi che vengono presentati ciclicamente al cospetto di Sherlock Holmes, anche quelli brevemente accennati all’inizio dell’episodio e risolti rapidamente dal detective prima di far posto all’investigazione più importante, vengono rappresentati sequenzialmente mediante un sapiente uso del montaggio narrativo. Per quel che concerne i casi isolati, Sherlock viene a conoscenza dei piccoli dettagli, in genere dai suoi conoscenti all’ufficio di polizia. Attraverso un rapido ragionamento esposto a parole e rivissuto per gli spettatori con le immagini che ricostruiscono l’accaduto, Sherlock svela ciò che sembrava apparentemente impossibile da scoprire. Il più delle volte, i casi estemporanei appaiono come di ragguardevole complicazione risolutiva, e soltanto Sherlock, per altro in pochi minuti, può riuscire a portare alla luce la verità. La serie non fa che esaltare, in maniera costante, la genialità del personaggio, a volte però a discapito della curiosità dello spettatore che non ha il tempo di formulare la propria ipotesi che già viene vagliata, scartata o anticipata dal protagonista.

Tale tecnica viene adoperata anche per il caso dell’intero episodio, di certo ben più complesso. Solitamente un particolare insignificante, a cui lo spettatore non dà molto peso, può essere colto nella parte iniziale dell’episodio. A seguire, Sherlock, comincerà a svelare i molteplici segreti celati dietro la storia del caso. Gli episodi di Sherlock sono così strutturati come una sorta di matriosca, la cui perpetua apertura della bambola porta al raggiungimento dell’essenza stessa della verità spogliatasi dal mistero. Ma non solo, “Sherlock” usufruisce di un montaggio caotico, che fa volontariamente traspirare un effetto frastornante, in cui lo spettatore fatica a star dietro alle esuberanze deduttive del protagonista. Avanzamenti accelerati, digressioni improvvise, sono le chiavi per apprezzare lo sviluppo del montaggio. La serie lascia che i propri spettatori sperimentino la coinvolgente genialità intellettiva del protagonista. E infine, un colpo di scena, che in genere sovverte ciò che si poteva ipotizzare inizialmente o che addirittura cambia le credenze del principio, porta alla risoluzione del caso. Messi sotto esame al termine dell’episodio, i casi di “Sherlock” non sembrano più poi tanto articolati e irrisolvibili, ma è proprio il modo in cui vengono rinarrati da farli apparire in tal modo, rasentando la complessità narrativa. Il ragionamento deduttivo viene perpetrato in un andirivieni studiato ad hoc per mezzo di un montaggio spiccatamente a carattere cinematografico che può contare su una durata di circa un’ora e mezza.

Con un uso a rallenty della ripresa, e una digressione verso i pensieri e le riflessioni dell’investigatore, i quali portano addirittura a una sospensione del tempo scenico, anche la sequenza più insignificante di “Sherlock” riesce ad assumere un valore artistico e riflessivo.

La stessa abitazione di Sherlock trasuda la cura minuziosa utilizzata per la creazione della serie. Nel mentre pongo a fine questi miei passi, mi sembra di udire il suono melodioso del violino suonato da Holmes, messosi lì in piedi, vicino al camino a intrattenere questo suo immaginario ospite con la tonalità di un armonioso suono. Desidero congedarmi da questo fantastico set affermando, in conclusione, che “Sherlock” è una serie fuori dagli schemi, eccezionale sul piano interpretativo e altrettanto eccelsa sull’impronta registica cui fa affidamento nelle proprie riprese. Un prodotto di prima grandezza che gli appassionati faticano a lasciare andare perché reclamano, a gran voce, sempre nuovi episodi. Io al momento mi trovo costretto a terminare l’articolo, a spegnere il computer e ad alzarmi. Accompagnato dalla musica del violino, accosterei la porta e scenderei le scale, lasciandomi alle spalle, quella scritta che recita “221B” a Baker Street…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Paolo Limiti è stato un fecondo autore e un bravissimo conduttore sia radiofonico che televisivo. Era nato a Milano nel 1940. Ha firmato testi per vari interpreti di musica leggera, tra cui Mina, con cui ha iniziato intorno alla fine degli anni ‘60 una lunga e prolifica collaborazione. In qualità di autore radiotelevisivo ha esordito componendo testi per le rubriche radiofoniche Maga Merlini e Musica match, il primo di una lunga serie di programmi con Mike Bongiorno culminata in cinque edizioni di Rischiatutto. E’ stato anche autore di Ma perché? Perché sì!, M’ama non m’ama, Cinema e cinema per l’emittente Telemontecarlo. Viva! Mina, Dove sono i Pirenei?, Ciao Mimì e… E l’Italia racconta, e tante altre trasmissioni di successo, tra cui Ci vediamo in TV arricchendosi di speciali in prima serata. Paolo Limiti ha realizzato, sempre come autore e conduttore, una serie di speciali dedicati a Lucio Battisti, Wanda Osiris, Julio Iglesias, Claudio Villa ed altri.

Paolo Limiti vantava un'immensa conoscenza musicale e non può che essere ricordato come uno dei grandi signori della televisione italiana. Un conduttore garbato e signorile di cui si sentirà profondamente la mancanza.

Redazione: CineHunters

Come non ricordare l’indimenticabile varietà andato in onda dal 14 dicembre 1987, dal lunedì al venerdì, alle ore 22,30 sulla seconda rete della RAI, per l’attenta regia di Renzo Arbore?

Alla conduzione del programma, oltre al Renzo nazionale figurava un sagace Nino Frassica, con Mario Marenco, Nando Murolo, Alfredo Cerruti, Arnaldo Santoro, Fulvio Falzarano, Franco Carracciolo e altri. La scenografia era di Giovanni. Licheri, i costumi di Graziella Pera, mentre l’orchestra denominata “Mamma li turchi” era diretta dal maestro Gianni Mazza.

Dopo un’assenza di due anni, Arbore fa il suo ritorna in TV esaudendo le aspettative dei propri fan. La nostalgia del passato programma “Quelli della notte” era forte. Il nuovo intrattenimento, attraverso una scanzonata parodia del modello televisivo del gioco a quiz, di cui anche la sigla di apertura ne dava il giusto assaggio, ne amplifica tutti i luoghi comuni e le frasi fatte ponendo allo scoperto ed esasperando gli aspetti grotteschi della cafonaggine televisiva. Renzo Arbore nei panni di un ammiraglio, con tanto di divisa e feluca, comanda dalla sua postazione un turbolento equipaggio fatto di personaggi più o meno variegati e caricaturali. Tra questi si eleva l’acuto presentatore Nino Frassica in frac a lustrini, il notaio pedante, interpretato da Murolo, con un estemporaneo parrucchino, lo sponsor Cacao Meravigliao e un improvvisato corpo di ballo composto dalle ragazze Coccodè e da un’unica maldestra presenza maschile.

Il pubblico del Nord si trova a rivaleggiare con il pubblico del Sud a suon di canzonette e cori da stadio, mentre le performance di Riccardino, un discolo e sfrontato ragazzino in età scolare, interpretato da Marenco, e le incursioni del cane Fiocco arrecano caos nello studio. In un clima di ingovernabilità i tanti imprevisti sono costituiti da interferenze con pattuglie della polizia, dagli estemporanei collegamenti con il professor Pisapia, il quale non compare mai, e dai sofisticati meccanismi che regolano la “Ruotona della Fortunona”.

Alcuni modi di dire sono entrati prepotentemente nel linguaggio comune, come per esempio, “Volante uno, Volante due”. “Chiama lei o chiamo io?”.  “Cosa sta pensando quest’uomo quiz?”. La trasmissione ha riscosso il favore del pubblico per tutte le 65 puntate andate in onda fino alla primavera del 1988. Nell’autunno dello stesso anno sono state proposte in replica 20 puntate del riuscitissimo varietà con il titolo “Indietro tutta souvenir”.           

Autore: Emilio Giordano     

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Bim Bum Bam è stato un programma per ragazzi a cura di Alessandra Valeri Manera, andato in onda dal 4 luglio 1981, tutti i giorni alle ore 17,00, su Italia 1, e poi passato su Canale 5. Tra gli autori figuravano Edoardo Erba, Giancarlo Muratori, Daniele Demma, Kitty Perria, Enrico Valenti, Cino Tortorella. A condurre il programma c’erano Paolo Bonolis, Sandro Fedele, Marina Morra, Manuela Blanchard, Carlotta Brambilla, Deborah Magnaghi, Carlo Sacchetti, Marco Bellavia, Alessandro Gobbi, Roberto Ceriotti, Licia Colò. La regia era di Maurizio Pagnussat.

All’interno del programma oltre ai cartoni animati e ai telefilm vi si potevano riscontrare simpatiche inchieste, divertenti quiz e momenti musicali, a cui partecipavano attivamente due pupazzi di nome Uan e Ambrogio. Uan, il pupazzo animato con le sembianze di un cagnolone rosa col ciuffetto fucsia, è ancora oggi ricordato come il simbolo del programma. Uan era animato dalla vita in giù, e le sue “gambe” non potevano in alcun modo essere mostrate, ciò comportava la costante presenza del pupazzo da dietro il bancone dello studio. Le interazioni tra Uan e Paolo Bonolis assunsero i contorni dei siparietti comici tipici delle più affiatate coppie comiche della televisione. Spesso l’uno completava le battute dell’altro, e a volte, tendevano a interrompersi a vicenda e a cominciare qualche scaramuccia comica per far ridere i bambini che nel tempo, impararono ad amare questi due bizzarri amici del piccolo schermo.

La trasmissione per ragazzi proposta dalla Fininvest ha mosso i suoi passi dopo il distacco di Bonolis, Fedele e Morra dalla RAI, dove erano stati i presentatori della trasmissione 3 2 1… contatto! Bim Bum Bam ha rappresentato il trampolino di lancio per tutte le più celebri serie dei anime giapponesi: da Lady Oscar a Lupin III, da Dolce Candy all’Ispettore Gadget, ma anche eventi televisivi come I puffi o i Power Rangers hanno trovato in questo contenitore pomeridiano lo spazio giusto per esprimersi. Tra i tanti programmi trasmessi dal contenitore, uno in particolare raccolse un vasto apprezzamento dal giovane pubblico: una produzione in live action a carattere leggero e romantico dal titolo “Love me Licia” con la splendida Cristina D’Avena come protagonista dell’adattamento italianizzato dell’anime giapponese “Kiss me Licia”.

Successivamente Paolo Bonolis ha abbandonato il programma (1990) per dedicarsi a nuove trasmissioni, questa volta indirizzate a un pubblico meno giovane, e il programma, andato in onda per ben dodici anni, è proseguito sotto una conduzione di gruppo, chiamata la gang di Bim Bum Bam. Nel 1992 il programma è passato su Canale 5 in seguito alla decisione della Fininvest di dedicare la fascia pomeridiana di Italia 1 a un pubblico più maturo. La fattezza del programma, benché il cambio di rete, è rimasta la stessa. Negli anni Novanta Bim Bum Bam appariva come un contenitore in cui si avvicendavano cartoni animati, giochi in studio e sketch, a cui prendevano parte giovani conduttori. Il legame con i piccoli telespettatori era mantenuto dai giochi telefonici che permettevano di aggiudicarsi i premi in palio - che in linea di massima erano rappresentati dai dischi in vinile delle sigle dei cartoni o da videocassette - e dall’angolo dedicato alla posta. Dal 1993 era stato aggiunto un fax, dove i bambini potevano inoltrare lettere e disegni. Dalla stagione 1993 1995 fino alla stagione 1996-97, una nuova versione domenicale del programma è stata mandata in onda su Italia 1 dalle 8,00 alle 11,00 e presentata da Manuela Blanchard.

Dalla stagione 2000-01 anche Bim Bum Bam (che tornò su Italia 1) seguendo un processo di svuotamento del programma contenitore che aveva già coinvolto altre trasmissioni similari, ha perso i suoi spazi in studio, sostituito dai cartoni animati e presentati da una voce fuori campo, una specie di nuovo presentatore virtuale. L’unica caratteristica distintiva mantenuta dal programma fu il simbolo di Bim Bum Bam visibile in basso sulla sinistra. Con l’addio di Bim Bum Bam terminò per anni uno spazio televisivo destinato ai bambini e strutturato in proiezioni di cartoni animati. Una mancanza a cui la televisione non porrà rimedio fino al 2014.

Come potremmo definire cosa fosse “Bim Bum Bam” agli occhi del giovane pubblico, se non altro, la prima presa di coscienza di ogni piccolo bambino circa il tempo che scorre? Come dite? Mi domandate il perché di questa spiegazione?

I bambini, che fossero le 16:00 o le 17:00, come mossi da uno spontaneo entusiasmo, correvano davanti alla TV perché sapevano che quella era l’ora più importante della giornata: cominciava Bim Bum Bam.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Là sulla duna, quando brilla la luna, spunta il nostro eroe Zorro

 

"Zorro” fu una serie televisiva prodotta dalla Walt Disney con Bill Anderson. Il programma, in Italia, è andato in onda dal 14 aprile 1969 e trasmesso alle ore 17,45. Fra gli interpreti c’erano Guy Williams, George J. Lewis, Gene Sheldon, Henry Calvin, Eugenia Paul, Jolene Brand, Don Diamond, John Litel, Britt Lomond.

L’intrepido spadaccino, che aiutava i deboli e gli oppressi, uscito dalla penna di Johnston McCulley nel 1919, ha fatto la storia dei primi anni della televisione. La serie ha poi avuto diverse edizioni e, dopo la prima, ha assunto come titolo solamente il nome del protagonista mascherato: “Zorro”.

Zorro fu un capostipite del genere supereroico, e il telefilm a lui dedicato fu per certi versi una delle primissime serie televisive dedicate a un eroe dalla doppia vita. Con “Zorro” il pubblico imparò ad appassionarsi alle consuete dinamiche che prevedevano l’interazione tra l’uomo comune e l’eroe inarrivabile. Come nella lettura di un fumetto a carattere classico, le avventure dell’eroe rivivevano in TV seguendo le medesime meccaniche narrative.

Guy Williams, a nostro giudizio, resta il Zorro per antonomasia nell'immaginario collettivo.

 

Don Diego de la Vega (Guy Williams) è l’alter ego dell’eroe mascherato che dà il proprio nome alla serie, ambientata nella California spagnola del 1820. Figlio del nobile Aleandro di Monterrey (George J. Lewis), Diego difende a colpi di fioretto gli oppressi dal regime militare rappresentato dal capitano Monastario (Britt Lomond) e dal corpulento e originale sergente Garcia (Henry Calvin). Zorro è altresì il primo eroe mascherato ad apparire in un romanzo d'avventura. Egli si erge come voce del popolo per difendere gli oppressi da un regime totalitario. Il suo coraggio e il senso di giustizia che muove l'animo dell'eroe è stato fonte d'ispirazione per molteplici eroi dei fumetti, tra tutti Batman che la notte dell'omicidio dei suoi genitori stava, per l'appunto, assistendo a uno spettacolo teatrale dedicato a Zorro.

Zorro è stato fonte d'ispirazione per tanti personaggi. Anche Westley, interpretato da Cary Elwes ne "La storia fantastica" ha un costume ispirato a Zorro.

 

Nel telefilm lo assistono nelle sue imprese il fedele servitore Bernardo (Gene Sheldon), muto sin dalla nascita e sordo a convenienza. Completa il tutto l’agile e ammaestrato destriero nero di nome Tornado. Gli episodi che si avvicendano sono sempre avvincenti e carichi di azione e suspense. Largo spazio è lasciato ai sentimenti dei protagonisti, così come viene posta in primo luogo l’analisi del rapporto tra Don Diego e il genitore e tra Don Diego e Anna Maria (Jolene Brand), innamorata di Zorro e corteggiata da Don Diego.

La serie ha avuto un grande successo tra il pubblico, ed è stato apprezzata specialmente dai più piccoli. Per molti anni Zorro è rimasto il costume di carnevale più utilizzato dalle mamme per vestire i loro bambini.

Il personaggio di Zorro ebbe una riproposizione negli anni ’90 con una nuova serie televisiva, anch’essa di successo con protagonista Duncan Regehr .

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Potrebbero interessarvi:

Il titolo originale della serie era Fury, poi cambiato in The Brave stallion, andato in onda in America dal novembre 1955 al settembre 1966. Prodotto da Leon Fromkess e interpretato da Peter Graves, Bobby Diamond, William Fawcett, Ann Robinson, Jimmy Baird, Roger Mobley, Nan Leslie, Wuilliam Hudson, Guy Teague, James Seay, il famoso telefim, che tratta dell’amicizia tra Joey, un ragazzo rimasto orfano, e Furia, un magnifico cavallo dal manto nero intelligentissimo e fedele, è divenuto un classico della televisione per ragazzi anche nel nostro Paese.

Come la maggior parte dei telefilm americani, anche Furia si prefigge finalità educative e vuole svolgere una funzione formativa. La campagna dove si svolgono le storie rappresenta l’ultimo rifugio di un universo valoriale che inizia ad avvertire i primi cedimenti in città. La figura del cavallo allora assume una rilevanza ben determinata. Esso rappresenta, in un certo senso, il deus ex machina, per citare un espediente caratteristico della tragedia greca, vale a dire, viene utilizzato il puledro per risolvere situazioni critiche o, quanto meno, ingarbugliate, in seguito a un incidente avvenuto o a un pericolo imminente o, addirittura, per un’ingiustizia subita.

In poche parole, dove non riesce a giungere la mano dell’uomo ci arriva di sicuro la natura, in questo caso personificata dal cavallo. Ogni episodio è uno spaccato di modello compartimentale, all’insegna della solidarietà e della comprensione reciproca, il tutto teso verso il rispetto delle leggi e delle consuetudini. Furia si fa carico di garantire il buon esito dell’insegnamento e della disciplina, alla luce di ciò che ha rappresentato per ciascuno di noi il passato.

Come non ricordare la sigla della versione italiana, che è diventata per quegli anni una specie di tormentone. Vi sovviene? Si intitolava Furia cavallo del West ed era cantata dal sempreverde Mal.

Redazione: CineHunters

Vi potrebbe interessare:

Rubrica quotidiana di pubblicità, andata in onda dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977, alle ore 20,50. Il piccolo programma, perché di questo si trattava, sorse quando la RAI decise di dare spazio alla pubblicità e, intorno al nascente e innovativo propulsore economico, realizzò un contesto di carattere teatrale, con tanto di velario e d’accompagnamento a suon di musica, magicamente pertinente. Per vent’anni il piacevole siparietto costituì l’appuntamento più atteso da grandi e piccini. Carosello apportò una serie di innovazioni nel linguaggio televisivo e la sua caratteristica preponderante fu la brevità sia degli spot che degli sketch. Gli stacchi teatrali dovevano essere semplici, di facile comprensione, immediati, e spesso si faceva ricorso a frasi fatte, ai cosiddetti luoghi comuni, particolarmente ricorrenti in quel periodo storico.

“A letto dopo Carosello” divenne l’espressione comune di tante mamme, accettata come ordine categorico dai bambini per i quali quei dieci minuti di pubblicità che venivano subito dopo il telegiornale segnavano la fine della giornata e il momento della buonanotte.

L’austero format di Carosello fu congegnato in modo da funzionare impeccabilmente. Però il programma non poteva ridursi a un banale contenitore di messaggi pubblicitari (oggi diremmo consigli pubblicitari) in quanto c’erano delle regole ben precise da seguire. Bisognava predeterminare il numero dei secondi da dedicare alla réclame, il numero di citazioni del nome del prodotto, il numero di secondi da dedicare al puro intrattenimento, la cui vicenda, cosa importantissima, doveva essere completamente estranea all’articolo che si stava reclamizzando. In effetti c’era una norma ben precisa ed era quella che lo stacchetto, generalmente umoristico, doveva durare un minuto e 45 secondi e doveva essere separato dalla parte strettamente pubblicitaria, cioè il “codino”, come veniva chiamato in gergo il pezzo pubblicitario. Il passaggio dallo sketch comico al codino doveva essere sempre preceduto da un’espressione-chiave proferita dall’attore impegnato nel siparietto, e soltanto alla fine poteva essere pronunciato il nome del prodotto oggetto della réclame. L’indimenticabile rubrica quotidiana raggruppava quattro o cinque filmati pubblicitari, divisi tra loro, come già detto, da siparietti disegnati da Artioli, e il primo Carosello trasmesso in assoluto fu “Le avventure del signor Veneranda”, per l’ormai famosissimo Brandy Stock 84, sceneggiato da Carletto Manzoni, per la regia di Eros Macchi. Tra gli interpreti figuravano Erminio Macario e Giulio Marchetti. Completavano il primo quintetto della rubrica il marchio Shell, l’Oreal, Singer e Cynar.

Una simpatica tarantella presa dal repertorio napoletano e arrangiata dal maestro Raffaele Gervasio fungeva da sigla alla trasmissione. La colonna sonora rimase invariata per tutti i vent’anni e la sigla più celebre rimane sempre la prima, quella che si mantenne inalterata fino al 1973, con i panorami di quattro città italiane. Nell’ordine vi erano raffigurate: Venezia vista dal mare, in cui si scorge il Ponte di Rialto, Siena con Piazza del Campo, Napoli con la sua famosa Via Caracciolo e Roma con Piazza del Popolo.  Ai lati vi trovavano posto un chitarrista, un trombettiere, un suonatore di mandolino e uno di flauto.

“Chiunque avesse inventato Carosello, aveva visto bene. Non era solo pubblicità, era un programma assolutamente anomalo che si nutriva di ogni tipo di spettacolo. E dove era possibile, pur passando sotto i rigidi controlli della SACIS, fare di tutto, dal cartone animato sperimentale a quello più classico, dal varietà al filmetto industriale artistico. E dove tutto poteva convivere. Così Carosello andò avanti per vent’anni” (Marco Giusti).

Diventarono famosi diversi personaggi di fantasia. Si spaziava dai catoni animati ai filmati prodotti con la tecnica del Passo uno. Tra i cartoni figuravano “Angelino” del detersivo Supertrim, “l’Omino coi baffi” della Bialetti, il “Vigile e il foresto” che reclamizzava il brodo Lombardi, “Ulisse e l’ombra” per il caffè Hag, “Salomone pirata pacioccone” per la Fabbri, “Calimero” per la Mira Lanza e “La Linea” che contrassegnava le pentole Lagostina. Tra i filmati a Passo uno si riscontravano “Caballero e Carmencita” della Lavazza, “Papalla” per la Philco, “Topo Gigio” che reclamizzava i biscotti Pavesini.      

             

Carosello era dunque un vero e proprio spettacolo che si avvaleva della collaborazione di nomi illustri, in veste di autori o di registi. Tra essi figuravano Age e Scarpelli, Luigi Magni, Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi, Sergio Leone. Attori del calibro di Totò, Macario, Eduardo e Peppino De Filippo, Gilberto Govi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Giorgio Albertazzi, Arnoldo Foà, Alberto Lupo, Tino Scotti, Aldo Fabrizi, Dario Fo e Franca Rame, Amedeo Nazzari, Mario Carotenuto, Franca Valeri, Alighiero Noschese, Ernesto Calindri, Nino Manfredi, Virna Lisi, Gino Bramieri, Walter Chiari, Carlo Campanini, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Gino Cervi, Fernandel, Ave Ninchi, Raffaele Pisu, Paolo Panelli e Bice Valori, Paolo Ferrari, Paolo Stoppa e Rina Morelli, Aroldo Tieri, Gianrico Tedeschi, Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Carlo Dapporto, Nino Taranto, Franco Volpi, Alberto Lionello, Lia Zoppelli, ecc. Ma anche cantanti già allora famosi, come Nilla Pizzi, Domenico Modugno, Mina, Adriano Celentano. E persino artisti stranieri: da Frank Sinatra a Jerry Lewis, da Orson Welles a Yul Brynner.

 

La ricetta così unica, così tutta italiana, di Carosello era in realtà un luogo, una sorta di contenitore ovattato dove si praticava, senza arrossire, il più spigliato parassitismo culturale. Sia che riutilizzasse vecchi sketch del teatro di rivista, del cinema e della stessa televisione sia che rivisitasse pellicole d’animazione o riproponesse, in maniera del tutto soggettiva, alcuni metodi dell’avanguardia, Carosello rappresentava una forma d’espressione particolare, direi unica, e senza dubbio destinata a durare nel tempo. Ed infatti fu proprio così! Per quasi vent’anni Carosello costituì un saldo e preciso punto di riferimento nell’astruso e problematico mondo della pubblicità.

I due minuti e 15 secondi di ogni sketch appaiono infiniti al cospetto dei 30 secondi, o addirittura dei 15, se non dei 5 dei consigli pubblicitari di oggi. In realtà Carosello ha rappresentato una grande innovazione linguistica per la televisione italiana, quella d’essere breve ed efficace. Le spumeggianti, concise storie e i tempi frenetici scaturivano dal bisogno di racchiudere in pochi istanti informazioni persuasive e vicende di senso compiuto. Ma questi tempi risicati, invece di rappresentare una limitazione all’estro, alla fantasia, divenivano improvvisamente autentiche costruzioni stilistiche e lessicali, vere forme metriche. La pubblicità di oggi, sebbene abbia fagocitato più o meno ogni forma d’espressione artistica, fatta di immagini coloratissime e ricercati effetti sonori, non è amata dalla gente così come lo è stato Carosello. Ed è proprio questo aspetto che lo rende unico e inimitabile, malgrado il lessico a volte convenzionale, pieno di luoghi comuni, l’uso obbligato del bianco e nero, la banalità delle situazioni.

“L’idea di Carosello, quella antica e originaria, era di dare una radice nella tradizione nazionale alle immagini dispersive della “società dei consumi”, come allora si cominciava a dire. Ecco quindi le pubblicità trasformate in bozzetti, in intermezzi scenici, ecco le pubblicità considerate come la “satira nel contesto della rappresentazione delle tragedie greche, momento di riflessione “morale sugli eventi” (A.C. Quintavalle).

Col passare del tempo, una certa altra cultura cominciò ad additare Carosello come un veicolo “diseducativo” poco pratico e soprattutto oneroso per la committenza, data il protrarsi degli sketch, e fu  così  che il 2 gennaio del 1977 l’inossidabile trasmissione andò definitivamente in pensione.

Nel 1997 per ricordare il ventennale della messa in quiescenza di Carosello è stato riproposto un vero e proprio Carosello pubblicitario in un segmento andato in onda prima del varietà del sabato sera Fantastico.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Star Trek è la più conosciuta serie di fantascienza della storia della televisione americana. E’ ambientata nel secolo XXIV e racconta le vicissitudini di un equipaggio composto più che altro da ricercatori che si muovono a bordo di un’astronave, la Enterprise, sempre alla riscoperta di nuove forme di vita nell’universo. Al posto di comando siedono il comandante Kirk, interpretato da William Shatner, Leonard Nimoy nei panni del Signor Spock, uno scienziato figlio di un alieno, precisamente un Vulcaniano, e di una terrestre, che presenta tratti somatici orientali, con orecchie a punta. Le interazioni tra Kirk e Spock sono uno dei capisaldi della serie, e rappresentano il rapportarsi dell'uomo con un'entità per metà aliena. I vulcaniani sono una razza aliena che tende a reprimere completamente ogni forma di sentimento a favore di una completa logica razionalizzante, mediante il rituale del Kolinahr . Spock è il principale artefice della diffusione nella serie del celebre saluto vulcaniano, accompagnato dall'espressione "lunga vita e prosperità".  Il trio dell'equipaggio è completato dall’ufficiale medico McCoy, interpretato da DeForest Kelly. La serie ha avuto negli Stati Uniti un grande successo, soprattutto dopo la sua conclusione, con il sorgere di fan club di vastissima portata.

"Star Trek" è ambientato in un universo futuristico in cui gli uomini fanno parte della Federazione dei Pianeti Uniti che abbraccia sotto un unico governo numerosi popoli provenienti dalle più remote zone dello spazio. 

In Star Trek il viaggio e il mito della frontiera, tanto cari ai film western, si trasferiscono nel cosmo, alla ricerca di nuove civiltà, non coll’intento di conquista, bensì di conoscenza, portando con essi un messaggio di pace e di amicizia. Alla ricchezza di contenuti fa da cornice una nuova coscienza metalinguistica, la descrizione dei personaggi che si muovono all’interno della serie e che costituiscono una squadra multirazziale, proprio nel momento in cui in America stava per nascere un nuovo modo di concepire i vari rapporti fra persone appartenenti a razze diverse. Famoso è rimasto il bacio che si sono dati il comandante Kirk e il tenente Uhura: il primo bacio interrazziale in assoluto nella storia della televisione americana. Star Trek ha rappresentato, per certi versi, l’immagine degli Stati Uniti degli anni Sessanta, e allo stesso tempo ha preceduto le tematiche di tanta televisione, così come pure di molto cinema degli anni a venire.

In "Star Trek" venne filmato il primo bacio interrazziale nella storia della televisione americana. Al cinema, come ipotizzò ai tempi Whoopi Goldberg in un'intervista con Charlton Heston, nel fantascientifico "The Omega man" il bacio tra Heston e Rosalind Cash fu uno dei primi baci interrazziali nella storia del cinema.

 

In Italia la serie è giunta vent’anni dopo, sulla scia del successo ottenuto dai quattro film realizzati per rinverdire la notorietà della serie dopo che, a partire dagli anni Ottanta, i lungometraggi di Lucas e Spielberg  “Star Wars” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo” avevano sbancato i botteghini. Anche da noi la serie è diventata un fenomeno di culto per molti giovani e meno giovani, mentre la saga si arricchiva di nuovi capitoli cinematografici, oltre a produrre nel 1987 un sequel, Star Trek – The Next Generation, che ha generato nel 1993 lo spin off Deep Space Nine.

Nel 1995 è stata trasmessa la quarta serie ambientata nell’universo trekkiano, Star Trek Voyager, ideato da Michael Piller, Rick Berman e Jeri Taylor (sostituito successivamente da Brannon Braga), che vede per la prima volta al comando di un’astronave sperduta nello spazio siderale, una donna.

Nel 2001 è il turno di Enterprise, quinta serie in ordine cronologico, che in un certo senso non è altro che un prequel, in quanto si posiziona cento anni prima della serie storica, narrando le vicende della prima, vera, unica Enterprise.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

Un tempo esisteva una sorta di precetto che doveva essere rispettato da chi di cinema e televisione ne faceva il proprio pane quotidiano. Tale dogma era come se fosse stato impresso su una tavola astratta ma concreta, tanto d’essere presa come monito dalla mente e dall’animo di ogni addetto ai lavori: essa prevedeva una costante ricerca dell’originalità. Persino nella pubblicità, l’indagine da compiersi era quella di portare allo scoperto lo stupore estetico, l’impatto sorprendente che uno spot, breve o articolato che fosse, avrebbe potuto avere sulla psiche dei telespettatori, a spingerli ad acquistare un prodotto, non solo per la voglia d’averlo, ma perché “incantati” da ciò che tale promo consigliava. In quegli anni, precisamente nel 1995, un paio di Jeans proponevano eroismo, audacia, spavalderia, sicurezza di sé e successo con le donne: e lo facevano con una certa innovazione. Quanto potere recavano in loro quei calzoni che, se abbinati a un paio di occhiali da sole, trasformavano l’acquirente di turno in un “Mista Lova, Lova”. Permettetemi questo “neologismo molto particolare”, asservito al momento, una piccola licenza linguistica riadattata del ritornello, ma, pur vero, in quegli anni il tormentone era ripetere parole e note “italianizzando” il testo: Mr Lover, Lover” recitava canterellando “Mista Lova, Lova”. E noi amavamo pronuncialo in tal modo, forse proprio perché coscienti di non arrivare mai a cantarla come chi l’ha portato alla ribalta.

Ma andiamo più nel dettaglio: la Levi’s nel 1995 rilasciò uno spot televisivo per promuovere i suoi già celebri Jeans. Tale promo era accompagnato da un brano musicale del cantante giamaicano Shaggy: Boombastic. Una hit indimenticabile, resa immortale da uno stile vocale, quello per l’appunto di Shaggy. Grazie allo straordinario successo dello spot, che spopolò in televisione, il brano raggiunse le prime posizioni in tutta l’Europa. Fu uno dei primissimi esempi di come un semplice promo televisivo potesse ergersi a tormentone, un brano a far salire alla ribalta non soltanto un prodotto pubblicizzato ma tutto un’artista. Da quel momento diverrà infatti una consuetudine che i cantanti prestino i loro brani agli spot televisivi, sperando di farne dei tormentoni. Alcune volte è andata bene, altre le musiche son passate del tutto inosservate, finendo, come spesso succede, nel dimenticatoio. Cosa che non accadde a Boombastic. E come sarebbe potuto succedere? Non era soltanto la musica, e tutto ciò che vessa comporta, ad essere predominante nello spot, ma erano le stesse sequenze ad adattarsi perfettamente al ritmo: suoni e immagini venivano amalgamate in un’univoca espressione.

Stacchi di melodia roboante fanno da preambolo a un’ampia inquadratura, presa dal basso e  rivolta a un Hotel in preda alle fiamme. Una donna rimasta intrappolata sul tetto urla disperatamente verso una folla che nel frattempo si è radunata in prossimità dell’albergo. Si tratta, come riporta l’insegna che si staglia alle spalle della povera fanciulla, dello Schmitt Hotel. Un uomo, con indosso un paio di jeans Levi’s e una canotta bianca, inforcando un paio di occhiali da sole si palesa improvvisamente al centro della scena. E’ in quel preciso istante che inizia il tormentone di Shaggy, con l’esatta pronunzia dell’espressione: “Mr Boombastic”. Come se il nome proferito da Shaggy facesse da chiaro annuncio all’arrivo del protagonista dello spot. E in effetti sarà proprio così! Per tutti quel coraggioso, intraprendente, per certi versi, mordace protagonista diventerà “Mister Lover, lover” o, in alternativa, “Mr Boombastic”.

Salta subito agli occhi, sin dalle prime sequenze, come la pubblicità riesca a calare lo spettatore in una realtà fittizia, surreale, animata artificialmente: un mondo, magari anche  pittoresco, ma fatto di comune plastilina. Lo spot venne realizzato da Deiniol Morris e Michael Mort, i quali utilizzarono la tecnica cinematografica del Claymation, che adopera la plastilina animata. Fu, quella apportata dai due autori, un’innovazione senza precedenti, mai nessuno aveva proposto nulla del genere per una “semplice” pubblicità.

Mr Lover, lover, notando la donna in pericolo e scorgendo a pochi passi da lui una motocicletta della polizia, decide di accaparrarsela. Così, in sella al bolide su due ruote, percorre a tutta velocità una serie di scale da pompiere, già sovrapposte e messe in posizione per montarci sopra, nel tentativo di raggiungere la sommità dell’hotel, non prima d’aver rivolto un sorriso furbetto allo spettatore preoccupato. Neppure un solo istante è sprecato in questo spot, ogni singolo fotogramma è destinato a sorprendere e divertire chi ha l’opportunità di guardarlo. In quell’accenno di sorriso il personaggio racchiude tutta la propria carica d’azione, suggerendoci, con vivacità espressiva, un laconico “non preoccupatevi, ci penso io a lei!”. Raggiunta la donna, dopo aver distrutto la moto contro l’insegna intermittente dell’hotel (che muterà per pochi istanti in un provocatorio “Shit Hot”), l’uomo si appresta a salvare la donna dalle fiamme. E come? Semplicemente togliendosi di dosso i Jeans della Levi’s e poi stendendoli a cavallo del cavo (il che farà avere alla donna un piccolo mancamento, ma giusto qualche attimo). Aggrappatisi entrambi ai calzoni, i due scivoleranno via a tutta velocità lungo la fune, mentre i Jeans per il forte attrito si lasceranno dietro una scia di fuoco, tanto da trasformare due poveri piccioni accovacciati proprio su quel cavo, in due polli arrosto. La folle corsa infine vedrà i due sfondare i vetri della finestra di una stanza da bagno di un palazzo adiacente, proprio nel momento in cui un ignaro tizio se ne stava comodamente seduto sul suo water. Qui Mr Lover, lover e la donna si lasceranno andare a un intenso bacio, mentre la folla applaude, e l’uomo, che ha compreso ben poco, li osserva attonito. Un finale parodistico di uno spot dal sapore altrettanto burlesco.

Il brano di Shaggy non fu semplicemente un estratto adattato come colonna sonora dello spot, ma fu  parte integrante di esso, nel cadenzare la verve caricaturale dell’azione. Lo spot della Levi’s fu pluripremiato per l’originalità e le innovative tecniche di realizzazione. Più che una pubblicità, la Levis’ propose uno “stile” promozionale, una storia divertente, che non si consuma in un solo minuto sotto i nostri occhi, ma resta ben salda in mente. Fu una sorta di cortometraggio cinematografico prestato alla televisione.

Una pubblicità come questa, oggi, nell’epoca dei social network e dei falsi perbenismi, verrebbe tacciata di maschilismo, di prevaricazione, di razzismo (nello spot non vi è presente neppure un solo personaggio di colore tra la folla), susciterebbe le ire degli animalisti e dividerebbe letteralmente il pubblico tra chi l’adorerebbe e chi ne farebbe motivo di disprezzo. D’altro canto, il video della canzone di Shaggy risulterebbe il più cliccato su Youtube, lo spot verrebbe condiviso su qualunque piattaforma social, e la pubblicità sarebbe in tendenza su Twitter pressoché in pianta stabile, con diversi hasthag.

Vi era, negli anni in cui lo spot fu girato, una realtà ben diversa dall’attuale, molto meno esigente, dove anche un semplice messaggio pubblicitario poteva suscitare curiosità e destare meraviglia. Erano anche gli anni in cui si prendevano le cose con disinteressata ironia, e di sicuro si polemizzava molto meno sulla realtà circostante.

Con “Boombastic” eravamo tutti audaci col ritmo nel sangue, capaci di conquistare la fanciulla in difficoltà dai folti capelli biondi.  Uno spot che aveva fatto a tutti noi un dono molto speciale: farci sentire eroi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: