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Era il 1985 quando Dustin Hoffman tornava a interpretare Willy Loman per la trasposizione televisiva di “Morte di un commesso viaggiatore”, capolavoro di Arthur Miller qui riadattato per la regia di Volker Schlöndorff. Proprio cosi, Hoffman tornava, perché aveva già vestito i difficili e angoscianti panni di Loman, un commesso viaggiatore, nel prestigioso teatro di Broadway.

Il testo drammaturgico di Miller, destinato a diventare una pietra miliare del teatro americano del dopoguerra, vide per la prima volta la luce nel 1949. Come per tutte le opere dell’autore statunitense, anche e soprattutto qui, viene posta l’attenzione sull’uomo comune e sulla vita di ogni giorno, caratterizzata da timori, paure, debolezze ma anche da tante speranze e aspettative. In Willy Loman infatti è facile riconoscere l’uomo comune che per tutta la vita si è sacrificato svolgendo con la massima dedizione il proprio lavoro, nella speranza di lasciare ai propri figli un futuro brillante.

Le sue sicurezze crolleranno quando arriverà la consapevolezza, perentoria e devastante, di non essere riuscito a costruire nulla: al fallimento professionale si unisce il disprezzo da parte dei figli che tuttavia non coinciderà con il loro odio. E' proprio questo uno degli elementi più significativi introdotti da Miller. In una vicenda prevedibile egli aggiunge un elemento nuovo: il figlio incolpa il padre di averlo illuso, avendogli egli stesso suggerito, sempre erroneamente, di essere destinato a mete ambiziose, raggiungibili senza sforzo alcuno. Un'illusione che finì per condizionare il figlio. Nonostante queste menzogne, l'erede, al termine di una brutale lite verbale, ammetterà di non odiare il padre. E' questo sentimento di perdono che fa scattare in Loman l'intenzione di porre fine alla sua vita per salvaguardare il futuro dei suoi figli.

"Morte di un commesso viaggiatore" è un’opera teatrale prestata, in questo caso, alla televisione (e al cinema considerando che in Europa usci nelle sale cinematografiche) ma che non perde quasi nulla del suo fascino originale. Lo scenografo Tony Walton sin da subito ci presenta infatti un ambiente casalingo semplice ma a tratti cupo e malinconico che perfettamente si abbina al dramma originale, con una regia, quella di Schlöndorff, che evita inquadrature complesse e articolate per lasciare il giusto spazio ai personaggi e per focalizzarsi al meglio sull’interpretazione degli attori, proprio per mantenere quanto più possibile una visione di carattere più teatrale che televisiva.

L’assoluto spessore del film lo si trova nelle interpretazioni degli attori: Hoffman, qui sottoposto a un pesante trucco d’invecchiamento, offre una performance straordinaria, coinvolgente e da manuale. Gli viene data ampia libertà di movimento, così da poter spaziare da un angolo all’altro della casa catturando lo spettatore con la gestualità e la sua categorica presenza scenica; l’attore, in quel periodo reduce dagli enormi successi cinematografici di “Kramer contro Kramer” e “Tootsie”, si cimenta in una caratterizzante interpretazione prettamente di stampo teatrale. Hoffman, aiutato anche da un grande John Malkovich, è capace di mostrare ogni sfumatura di fierezza e di orgoglio del personaggio come anche il sentimento di disperazione e di angoscia che attanaglia Loman nel tragico finale.

Il sacrificio vedibile nell'ultimo atto testimonierà che il valore della vita di un uomo non sarà mai riconducibile soltanto alla sua riuscita sociale. La sua morte volontaria non è più la resa di un debole che non è riuscito a imporsi in un mondo che premia soltanto i forti, ma si configura come una estrema rivendicazione di dignità, mediante la quale il protagonista, che ha sempre subito sommessamente ogni forma di angheria credendo che fosse il prezzo da pagare per il raggiungimento di uno stato sociale consono, si ribella a questa situazione, ritrovando la propria identità di uomo. Con il suo suicidio, il commesso viaggiatore garantisce alla sua famiglia i ventimila dollari dell'assicurazione, una somma di denaro con cui può congedarsi e lasciar vivere i suoi cari in condizioni decorose.

Miller con questo suo dramma esistenziale tocca le corde più profonde della riflessione emotiva e sociale.

Per questo suo lavoro, Hoffman ricevette l’Emmy Award come miglior attore protagonista.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Paolo Limiti è stato un fecondo autore e un bravissimo conduttore sia radiofonico che televisivo. Era nato a Milano nel 1940. Ha firmato testi per vari interpreti di musica leggera, tra cui Mina, con cui ha iniziato intorno alla fine degli anni ‘60 una lunga e prolifica collaborazione. In qualità di autore radiotelevisivo ha esordito componendo testi per le rubriche radiofoniche Maga Merlini e Musica match, il primo di una lunga serie di programmi con Mike Bongiorno culminata in cinque edizioni di Rischiatutto. E’ stato anche autore di Ma perché? Perché sì!, M’ama non m’ama, Cinema e cinema per l’emittente Telemontecarlo. Viva! Mina, Dove sono i Pirenei?, Ciao Mimì e… E l’Italia racconta, e tante altre trasmissioni di successo, tra cui Ci vediamo in TV arricchendosi di speciali in prima serata. Paolo Limiti ha realizzato, sempre come autore e conduttore, una serie di speciali dedicati a Lucio Battisti, Wanda Osiris, Julio Iglesias, Claudio Villa ed altri.

Paolo Limiti vantava un'immensa conoscenza musicale e non può che essere ricordato come uno dei grandi signori della televisione italiana. Un conduttore garbato e signorile di cui si sentirà profondamente la mancanza.

Redazione: CineHunters

Come non ricordare l’indimenticabile varietà andato in onda dal 14 dicembre 1987, dal lunedì al venerdì, alle ore 22,30 sulla seconda rete della RAI, per l’attenta regia di Renzo Arbore?

Alla conduzione del programma, oltre al Renzo nazionale figurava un sagace Nino Frassica, con Mario Marenco, Nando Murolo, Alfredo Cerruti, Arnaldo Santoro, Fulvio Falzarano, Franco Carracciolo e altri. La scenografia era di Giovanni. Licheri, i costumi di Graziella Pera, mentre l’orchestra denominata “Mamma li turchi” era diretta dal maestro Gianni Mazza.

Dopo un’assenza di due anni, Arbore fa il suo ritorna in TV esaudendo le aspettative dei propri fan. La nostalgia del passato programma “Quelli della notte” era forte. Il nuovo intrattenimento, attraverso una scanzonata parodia del modello televisivo del gioco a quiz, di cui anche la sigla di apertura ne dava il giusto assaggio, ne amplifica tutti i luoghi comuni e le frasi fatte ponendo allo scoperto ed esasperando gli aspetti grotteschi della cafonaggine televisiva. Renzo Arbore nei panni di un ammiraglio, con tanto di divisa e feluca, comanda dalla sua postazione un turbolento equipaggio fatto di personaggi più o meno variegati e caricaturali. Tra questi si eleva l’acuto presentatore Nino Frassica in frac a lustrini, il notaio pedante, interpretato da Murolo, con un estemporaneo parrucchino, lo sponsor Cacao Meravigliao e un improvvisato corpo di ballo composto dalle ragazze Coccodè e da un’unica maldestra presenza maschile.

Il pubblico del Nord si trova a rivaleggiare con il pubblico del Sud a suon di canzonette e cori da stadio, mentre le performance di Riccardino, un discolo e sfrontato ragazzino in età scolare, interpretato da Marenco, e le incursioni del cane Fiocco arrecano caos nello studio. In un clima di ingovernabilità i tanti imprevisti sono costituiti da interferenze con pattuglie della polizia, dagli estemporanei collegamenti con il professor Pisapia, il quale non compare mai, e dai sofisticati meccanismi che regolano la “Ruotona della Fortunona”.

Alcuni modi di dire sono entrati prepotentemente nel linguaggio comune, come per esempio, “Volante uno, Volante due”. “Chiama lei o chiamo io?”.  “Cosa sta pensando quest’uomo quiz?”. La trasmissione ha riscosso il favore del pubblico per tutte le 65 puntate andate in onda fino alla primavera del 1988. Nell’autunno dello stesso anno sono state proposte in replica 20 puntate del riuscitissimo varietà con il titolo “Indietro tutta souvenir”.           

Autore: Emilio Giordano     

Redazione: CineHunters

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Bim Bum Bam è stato un programma per ragazzi a cura di Alessandra Valeri Manera, andato in onda dal 4 luglio 1981, tutti i giorni alle ore 17,00, su Italia 1, e poi passato su Canale 5. Tra gli autori figuravano Edoardo Erba, Giancarlo Muratori, Daniele Demma, Kitty Perria, Enrico Valenti, Cino Tortorella. A condurre il programma c’erano Paolo Bonolis, Sandro Fedele, Marina Morra, Manuela Blanchard, Carlotta Brambilla, Deborah Magnaghi, Carlo Sacchetti, Marco Bellavia, Alessandro Gobbi, Roberto Ceriotti, Licia Colò. La regia era di Maurizio Pagnussat.

All’interno del programma oltre ai cartoni animati e ai telefilm vi si potevano riscontrare simpatiche inchieste, divertenti quiz e momenti musicali, a cui partecipavano attivamente due pupazzi di nome Uan e Ambrogio. Uan, il pupazzo animato con le sembianze di un cagnolone rosa col ciuffetto fucsia, è ancora oggi ricordato come il simbolo del programma. Uan era animato dalla vita in giù, e le sue “gambe” non potevano in alcun modo essere mostrate, ciò comportava la costante presenza del pupazzo da dietro il bancone dello studio. Le interazioni tra Uan e Paolo Bonolis assunsero i contorni dei siparietti comici tipici delle più affiatate coppie comiche della televisione. Spesso l’uno completava le battute dell’altro, e a volte, tendevano a interrompersi a vicenda e a cominciare qualche scaramuccia comica per far ridere i bambini che nel tempo, impararono ad amare questi due bizzarri amici del piccolo schermo.

La trasmissione per ragazzi proposta dalla Fininvest ha mosso i suoi passi dopo il distacco di Bonolis, Fedele e Morra dalla RAI, dove erano stati i presentatori della trasmissione 3 2 1… contatto! Bim Bum Bam ha rappresentato il trampolino di lancio per tutte le più celebri serie dei anime giapponesi: da Lady Oscar a Lupin III, da Dolce Candy all’Ispettore Gadget, ma anche eventi televisivi come I puffi o i Power Rangers hanno trovato in questo contenitore pomeridiano lo spazio giusto per esprimersi. Tra i tanti programmi trasmessi dal contenitore, uno in particolare raccolse un vasto apprezzamento dal giovane pubblico: una produzione in live action a carattere leggero e romantico dal titolo “Love me Licia” con la splendida Cristina D’Avena come protagonista dell’adattamento italianizzato dell’anime giapponese “Kiss me Licia”.

Successivamente Paolo Bonolis ha abbandonato il programma (1990) per dedicarsi a nuove trasmissioni, questa volta indirizzate a un pubblico meno giovane, e il programma, andato in onda per ben dodici anni, è proseguito sotto una conduzione di gruppo, chiamata la gang di Bim Bum Bam. Nel 1992 il programma è passato su Canale 5 in seguito alla decisione della Fininvest di dedicare la fascia pomeridiana di Italia 1 a un pubblico più maturo. La fattezza del programma, benché il cambio di rete, è rimasta la stessa. Negli anni Novanta Bim Bum Bam appariva come un contenitore in cui si avvicendavano cartoni animati, giochi in studio e sketch, a cui prendevano parte giovani conduttori. Il legame con i piccoli telespettatori era mantenuto dai giochi telefonici che permettevano di aggiudicarsi i premi in palio - che in linea di massima erano rappresentati dai dischi in vinile delle sigle dei cartoni o da videocassette - e dall’angolo dedicato alla posta. Dal 1993 era stato aggiunto un fax, dove i bambini potevano inoltrare lettere e disegni. Dalla stagione 1993 1995 fino alla stagione 1996-97, una nuova versione domenicale del programma è stata mandata in onda su Italia 1 dalle 8,00 alle 11,00 e presentata da Manuela Blanchard.

Dalla stagione 2000-01 anche Bim Bum Bam (che tornò su Italia 1) seguendo un processo di svuotamento del programma contenitore che aveva già coinvolto altre trasmissioni similari, ha perso i suoi spazi in studio, sostituito dai cartoni animati e presentati da una voce fuori campo, una specie di nuovo presentatore virtuale. L’unica caratteristica distintiva mantenuta dal programma fu il simbolo di Bim Bum Bam visibile in basso sulla sinistra. Con l’addio di Bim Bum Bam terminò per anni uno spazio televisivo destinato ai bambini e strutturato in proiezioni di cartoni animati. Una mancanza a cui la televisione non porrà rimedio fino al 2014.

Come potremmo definire cosa fosse “Bim Bum Bam” agli occhi del giovane pubblico, se non altro, la prima presa di coscienza di ogni piccolo bambino circa il tempo che scorre? Come dite? Mi domandate il perché di questa spiegazione?

I bambini, che fossero le 16:00 o le 17:00, come mossi da uno spontaneo entusiasmo, correvano davanti alla TV perché sapevano che quella era l’ora più importante della giornata: cominciava Bim Bum Bam.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Rubrica quotidiana di pubblicità, andata in onda dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977, alle ore 20,50. Il piccolo programma, perché di questo si trattava, sorse quando la RAI decise di dare spazio alla pubblicità e, intorno al nascente e innovativo propulsore economico, realizzò un contesto di carattere teatrale, con tanto di velario e d’accompagnamento a suon di musica, magicamente pertinente. Per vent’anni il piacevole siparietto costituì l’appuntamento più atteso da grandi e piccini. Carosello apportò una serie di innovazioni nel linguaggio televisivo e la sua caratteristica preponderante fu la brevità sia degli spot che degli sketch. Gli stacchi teatrali dovevano essere semplici, di facile comprensione, immediati, e spesso si faceva ricorso a frasi fatte, ai cosiddetti luoghi comuni, particolarmente ricorrenti in quel periodo storico.

“A letto dopo Carosello” divenne l’espressione comune di tante mamme, accettata come ordine categorico dai bambini per i quali quei dieci minuti di pubblicità che venivano subito dopo il telegiornale segnavano la fine della giornata e il momento della buonanotte.

L’austero format di Carosello fu congegnato in modo da funzionare impeccabilmente. Però il programma non poteva ridursi a un banale contenitore di messaggi pubblicitari (oggi diremmo consigli pubblicitari) in quanto c’erano delle regole ben precise da seguire. Bisognava predeterminare il numero dei secondi da dedicare alla réclame, il numero di citazioni del nome del prodotto, il numero di secondi da dedicare al puro intrattenimento, la cui vicenda, cosa importantissima, doveva essere completamente estranea all’articolo che si stava reclamizzando. In effetti c’era una norma ben precisa ed era quella che lo stacchetto, generalmente umoristico, doveva durare un minuto e 45 secondi e doveva essere separato dalla parte strettamente pubblicitaria, cioè il “codino”, come veniva chiamato in gergo il pezzo pubblicitario. Il passaggio dallo sketch comico al codino doveva essere sempre preceduto da un’espressione-chiave proferita dall’attore impegnato nel siparietto, e soltanto alla fine poteva essere pronunciato il nome del prodotto oggetto della réclame. L’indimenticabile rubrica quotidiana raggruppava quattro o cinque filmati pubblicitari, divisi tra loro, come già detto, da siparietti disegnati da Artioli, e il primo Carosello trasmesso in assoluto fu “Le avventure del signor Veneranda”, per l’ormai famosissimo Brandy Stock 84, sceneggiato da Carletto Manzoni, per la regia di Eros Macchi. Tra gli interpreti figuravano Erminio Macario e Giulio Marchetti. Completavano il primo quintetto della rubrica il marchio Shell, l’Oreal, Singer e Cynar.

Una simpatica tarantella presa dal repertorio napoletano e arrangiata dal maestro Raffaele Gervasio fungeva da sigla alla trasmissione. La colonna sonora rimase invariata per tutti i vent’anni e la sigla più celebre rimane sempre la prima, quella che si mantenne inalterata fino al 1973, con i panorami di quattro città italiane. Nell’ordine vi erano raffigurate: Venezia vista dal mare, in cui si scorge il Ponte di Rialto, Siena con Piazza del Campo, Napoli con la sua famosa Via Caracciolo e Roma con Piazza del Popolo.  Ai lati vi trovavano posto un chitarrista, un trombettiere, un suonatore di mandolino e uno di flauto.

“Chiunque avesse inventato Carosello, aveva visto bene. Non era solo pubblicità, era un programma assolutamente anomalo che si nutriva di ogni tipo di spettacolo. E dove era possibile, pur passando sotto i rigidi controlli della SACIS, fare di tutto, dal cartone animato sperimentale a quello più classico, dal varietà al filmetto industriale artistico. E dove tutto poteva convivere. Così Carosello andò avanti per vent’anni” (Marco Giusti).

Diventarono famosi diversi personaggi di fantasia. Si spaziava dai catoni animati ai filmati prodotti con la tecnica del Passo uno. Tra i cartoni figuravano “Angelino” del detersivo Supertrim, “l’Omino coi baffi” della Bialetti, il “Vigile e il foresto” che reclamizzava il brodo Lombardi, “Ulisse e l’ombra” per il caffè Hag, “Salomone pirata pacioccone” per la Fabbri, “Calimero” per la Mira Lanza e “La Linea” che contrassegnava le pentole Lagostina. Tra i filmati a Passo uno si riscontravano “Caballero e Carmencita” della Lavazza, “Papalla” per la Philco, “Topo Gigio” che reclamizzava i biscotti Pavesini.      

             

Carosello era dunque un vero e proprio spettacolo che si avvaleva della collaborazione di nomi illustri, in veste di autori o di registi. Tra essi figuravano Age e Scarpelli, Luigi Magni, Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi, Sergio Leone. Attori del calibro di Totò, Macario, Eduardo e Peppino De Filippo, Gilberto Govi, Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Giorgio Albertazzi, Arnoldo Foà, Alberto Lupo, Tino Scotti, Aldo Fabrizi, Dario Fo e Franca Rame, Amedeo Nazzari, Mario Carotenuto, Franca Valeri, Alighiero Noschese, Ernesto Calindri, Nino Manfredi, Virna Lisi, Gino Bramieri, Walter Chiari, Carlo Campanini, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Gino Cervi, Fernandel, Ave Ninchi, Raffaele Pisu, Paolo Panelli e Bice Valori, Paolo Ferrari, Paolo Stoppa e Rina Morelli, Aroldo Tieri, Gianrico Tedeschi, Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Carlo Dapporto, Nino Taranto, Franco Volpi, Alberto Lionello, Lia Zoppelli, ecc. Ma anche cantanti già allora famosi, come Nilla Pizzi, Domenico Modugno, Mina, Adriano Celentano. E persino artisti stranieri: da Frank Sinatra a Jerry Lewis, da Orson Welles a Yul Brynner.

 

La ricetta così unica, così tutta italiana, di Carosello era in realtà un luogo, una sorta di contenitore ovattato dove si praticava, senza arrossire, il più spigliato parassitismo culturale. Sia che riutilizzasse vecchi sketch del teatro di rivista, del cinema e della stessa televisione sia che rivisitasse pellicole d’animazione o riproponesse, in maniera del tutto soggettiva, alcuni metodi dell’avanguardia, Carosello rappresentava una forma d’espressione particolare, direi unica, e senza dubbio destinata a durare nel tempo. Ed infatti fu proprio così! Per quasi vent’anni Carosello costituì un saldo e preciso punto di riferimento nell’astruso e problematico mondo della pubblicità.

I due minuti e 15 secondi di ogni sketch appaiono infiniti al cospetto dei 30 secondi, o addirittura dei 15, se non dei 5 dei consigli pubblicitari di oggi. In realtà Carosello ha rappresentato una grande innovazione linguistica per la televisione italiana, quella d’essere breve ed efficace. Le spumeggianti, concise storie e i tempi frenetici scaturivano dal bisogno di racchiudere in pochi istanti informazioni persuasive e vicende di senso compiuto. Ma questi tempi risicati, invece di rappresentare una limitazione all’estro, alla fantasia, divenivano improvvisamente autentiche costruzioni stilistiche e lessicali, vere forme metriche. La pubblicità di oggi, sebbene abbia fagocitato più o meno ogni forma d’espressione artistica, fatta di immagini coloratissime e ricercati effetti sonori, non è amata dalla gente così come lo è stato Carosello. Ed è proprio questo aspetto che lo rende unico e inimitabile, malgrado il lessico a volte convenzionale, pieno di luoghi comuni, l’uso obbligato del bianco e nero, la banalità delle situazioni.

“L’idea di Carosello, quella antica e originaria, era di dare una radice nella tradizione nazionale alle immagini dispersive della “società dei consumi”, come allora si cominciava a dire. Ecco quindi le pubblicità trasformate in bozzetti, in intermezzi scenici, ecco le pubblicità considerate come la “satira nel contesto della rappresentazione delle tragedie greche, momento di riflessione “morale sugli eventi” (A.C. Quintavalle).

Col passare del tempo, una certa altra cultura cominciò ad additare Carosello come un veicolo “diseducativo” poco pratico e soprattutto oneroso per la committenza, data il protrarsi degli sketch, e fu  così  che il 2 gennaio del 1977 l’inossidabile trasmissione andò definitivamente in pensione.

Nel 1997 per ricordare il ventennale della messa in quiescenza di Carosello è stato riproposto un vero e proprio Carosello pubblicitario in un segmento andato in onda prima del varietà del sabato sera Fantastico.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Un tempo esisteva una sorta di precetto che doveva essere rispettato da chi di cinema e televisione ne faceva il proprio pane quotidiano. Tale dogma era come se fosse stato impresso su una tavola astratta ma concreta, tanto d’essere presa come monito dalla mente e dall’animo di ogni addetto ai lavori: essa prevedeva una costante ricerca dell’originalità. Persino nella pubblicità, l’indagine da compiersi era quella di portare allo scoperto lo stupore estetico, l’impatto sorprendente che uno spot, breve o articolato che fosse, avrebbe potuto avere sulla psiche dei telespettatori, a spingerli ad acquistare un prodotto, non solo per la voglia d’averlo, ma perché “incantati” da ciò che tale promo consigliava. In quegli anni, precisamente nel 1995, un paio di Jeans proponevano eroismo, audacia, spavalderia, sicurezza di sé e successo con le donne: e lo facevano con una certa innovazione. Quanto potere recavano in loro quei calzoni che, se abbinati a un paio di occhiali da sole, trasformavano l’acquirente di turno in un “Mista Lova, Lova”. Permettetemi questo “neologismo molto particolare”, asservito al momento, una piccola licenza linguistica riadattata del ritornello, ma, pur vero, in quegli anni il tormentone era ripetere parole e note “italianizzando” il testo: Mr Lover, Lover” recitava canterellando “Mista Lova, Lova”. E noi amavamo pronuncialo in tal modo, forse proprio perché coscienti di non arrivare mai a cantarla come chi l’ha portato alla ribalta.

Ma andiamo più nel dettaglio: la Levi’s nel 1995 rilasciò uno spot televisivo per promuovere i suoi già celebri Jeans. Tale promo era accompagnato da un brano musicale del cantante giamaicano Shaggy: Boombastic. Una hit indimenticabile, resa immortale da uno stile vocale, quello per l’appunto di Shaggy. Grazie allo straordinario successo dello spot, che spopolò in televisione, il brano raggiunse le prime posizioni in tutta l’Europa. Fu uno dei primissimi esempi di come un semplice promo televisivo potesse ergersi a tormentone, un brano a far salire alla ribalta non soltanto un prodotto pubblicizzato ma tutto un’artista. Da quel momento diverrà infatti una consuetudine che i cantanti prestino i loro brani agli spot televisivi, sperando di farne dei tormentoni. Alcune volte è andata bene, altre le musiche son passate del tutto inosservate, finendo, come spesso succede, nel dimenticatoio. Cosa che non accadde a Boombastic. E come sarebbe potuto succedere? Non era soltanto la musica, e tutto ciò che vessa comporta, ad essere predominante nello spot, ma erano le stesse sequenze ad adattarsi perfettamente al ritmo: suoni e immagini venivano amalgamate in un’univoca espressione.

Stacchi di melodia roboante fanno da preambolo a un’ampia inquadratura, presa dal basso e  rivolta a un Hotel in preda alle fiamme. Una donna rimasta intrappolata sul tetto urla disperatamente verso una folla che nel frattempo si è radunata in prossimità dell’albergo. Si tratta, come riporta l’insegna che si staglia alle spalle della povera fanciulla, dello Schmitt Hotel. Un uomo, con indosso un paio di jeans Levi’s e una canotta bianca, inforcando un paio di occhiali da sole si palesa improvvisamente al centro della scena. E’ in quel preciso istante che inizia il tormentone di Shaggy, con l’esatta pronunzia dell’espressione: “Mr Boombastic”. Come se il nome proferito da Shaggy facesse da chiaro annuncio all’arrivo del protagonista dello spot. E in effetti sarà proprio così! Per tutti quel coraggioso, intraprendente, per certi versi, mordace protagonista diventerà “Mister Lover, lover” o, in alternativa, “Mr Boombastic”.

Salta subito agli occhi, sin dalle prime sequenze, come la pubblicità riesca a calare lo spettatore in una realtà fittizia, surreale, animata artificialmente: un mondo, magari anche  pittoresco, ma fatto di comune plastilina. Lo spot venne realizzato da Deiniol Morris e Michael Mort, i quali utilizzarono la tecnica cinematografica del Claymation, che adopera la plastilina animata. Fu, quella apportata dai due autori, un’innovazione senza precedenti, mai nessuno aveva proposto nulla del genere per una “semplice” pubblicità.

Mr Lover, lover, notando la donna in pericolo e scorgendo a pochi passi da lui una motocicletta della polizia, decide di accaparrarsela. Così, in sella al bolide su due ruote, percorre a tutta velocità una serie di scale da pompiere, già sovrapposte e messe in posizione per montarci sopra, nel tentativo di raggiungere la sommità dell’hotel, non prima d’aver rivolto un sorriso furbetto allo spettatore preoccupato. Neppure un solo istante è sprecato in questo spot, ogni singolo fotogramma è destinato a sorprendere e divertire chi ha l’opportunità di guardarlo. In quell’accenno di sorriso il personaggio racchiude tutta la propria carica d’azione, suggerendoci, con vivacità espressiva, un laconico “non preoccupatevi, ci penso io a lei!”. Raggiunta la donna, dopo aver distrutto la moto contro l’insegna intermittente dell’hotel (che muterà per pochi istanti in un provocatorio “Shit Hot”), l’uomo si appresta a salvare la donna dalle fiamme. E come? Semplicemente togliendosi di dosso i Jeans della Levi’s e poi stendendoli a cavallo del cavo (il che farà avere alla donna un piccolo mancamento, ma giusto qualche attimo). Aggrappatisi entrambi ai calzoni, i due scivoleranno via a tutta velocità lungo la fune, mentre i Jeans per il forte attrito si lasceranno dietro una scia di fuoco, tanto da trasformare due poveri piccioni accovacciati proprio su quel cavo, in due polli arrosto. La folle corsa infine vedrà i due sfondare i vetri della finestra di una stanza da bagno di un palazzo adiacente, proprio nel momento in cui un ignaro tizio se ne stava comodamente seduto sul suo water. Qui Mr Lover, lover e la donna si lasceranno andare a un intenso bacio, mentre la folla applaude, e l’uomo, che ha compreso ben poco, li osserva attonito. Un finale parodistico di uno spot dal sapore altrettanto burlesco.

Il brano di Shaggy non fu semplicemente un estratto adattato come colonna sonora dello spot, ma fu  parte integrante di esso, nel cadenzare la verve caricaturale dell’azione. Lo spot della Levi’s fu pluripremiato per l’originalità e le innovative tecniche di realizzazione. Più che una pubblicità, la Levis’ propose uno “stile” promozionale, una storia divertente, che non si consuma in un solo minuto sotto i nostri occhi, ma resta ben salda in mente. Fu una sorta di cortometraggio cinematografico prestato alla televisione.

Una pubblicità come questa, oggi, nell’epoca dei social network e dei falsi perbenismi, verrebbe tacciata di maschilismo, di prevaricazione, di razzismo (nello spot non vi è presente neppure un solo personaggio di colore tra la folla), susciterebbe le ire degli animalisti e dividerebbe letteralmente il pubblico tra chi l’adorerebbe e chi ne farebbe motivo di disprezzo. D’altro canto, il video della canzone di Shaggy risulterebbe il più cliccato su Youtube, lo spot verrebbe condiviso su qualunque piattaforma social, e la pubblicità sarebbe in tendenza su Twitter pressoché in pianta stabile, con diversi hasthag.

Vi era, negli anni in cui lo spot fu girato, una realtà ben diversa dall’attuale, molto meno esigente, dove anche un semplice messaggio pubblicitario poteva suscitare curiosità e destare meraviglia. Erano anche gli anni in cui si prendevano le cose con disinteressata ironia, e di sicuro si polemizzava molto meno sulla realtà circostante.

Con “Boombastic” eravamo tutti audaci col ritmo nel sangue, capaci di conquistare la fanciulla in difficoltà dai folti capelli biondi.  Uno spot che aveva fatto a tutti noi un dono molto speciale: farci sentire eroi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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