Vai al contenuto

2

Il 31 marzo del 1909 nei cantieri industriali Harland and Wolff di Belfast venne avviata la costruzione di una nave della White Star Line. Il progetto della compagnia navale britannica prevedeva la realizzazione di un transatlantico di dimensioni mastodontiche, che riuscisse a combinare l’imponenza con la velocità. L’occhio attento della nota compagnia inglese era rivolto verso la rivale Cunard Line, che nel settembre del 1906 aveva varato la Mauretania, una nave dalla mole gigantesca che assicurava una traversata rapida e sicura dall’Inghilterra all’America. La Mauretania è la nave che nel film di James Cameron viene brevemente citata dalla giovane Rose, quand’ella scruta per la prima volta il Titanic, attraccato al porto di Southampton al molo 44. Rose non riesce a spiegarsi l’incanto provato dai passeggeri festanti, misto a quel senso di stupore alla vista del Titanic, che, a detta sua, non sembra poi molto più imponente della già citata Mauretania. In realtà, il Titanic era davvero più lungo della Mauretania, e di ben trenta metri, oltre a vantare interni di sicuro più lussuosi e accoglienti, come terrà a precisare Caledon Hockley, poco dopo aver udito quel paragone partorito con eccessiva leggerezza dalla dolce Rose.

Nel 1909 la White Star Line ordinò la costruzione del transatlantico proprio per opporsi al dominio incontrastato della Mauretania, che ai tempi rappresentava la massima aspirazione cui i costruttori e i progettisti navali potessero ambire. La nave, battezzata con il nome “Titanic”, verrà varata il 31 maggio del 1911 prima di entrare ufficialmente in servizio un anno dopo. Il Titanic verrà registrato nel porto di Liverpool col prefisso di “RMS” poiché avrebbe dovuto svolgere anche le mansioni di servizio postale, permettendo così una rapido trasporto mercantile dalla Gran Bretagna al continente americano. Il transatlantico aveva una lunghezza di poco inferiore ai 270 metri, era largo 29, con un’altezza approssimativa di 53 metri e un peso di 52.310 tonnellate. Il Titanic era un colosso, capace di fregiarsi sin da subito del titolo di nave più grande e lussuosa del mondo. Il costo per la costruzione di un piroscafo di tale portata fu di 189 milioni di dollari, meno di quanto costerà l’adattamento cinematografico del 1997 (200 milioni di budget più altri 30 spesi per la promozione del film).


Il Titanic aveva due “sorelle gemelle”: il Britannic (che in principio avrebbe dovuto chiamarsi “Gigantic” e seguire così le orme della “sorella” recando con sé un nome che ricalcasse la magnificenza) e l’Olympic, la sorella maggiore. Il Britannic e l’Olympic avranno anch’esse destini infausti, alimentando la credenza popolare che aleggiasse una sorta di maledizione sui tre transatlantici della White Star Line; ma questi ultimi due non riusciranno mai a raggiungere la fama di cui il Titanic verrà, suo malgrado, rivestito.

Il Titanic lasciò Belfast, quella che fu la sua dimora sin dalla nascita, il 2 aprile del 1912 navigando fino al porto di Southampton dove si farà carico di 2.223 anime prima di partire per il suo viaggio inaugurale. La prima immagine cinematografica del transatlantico nel suo massimo splendore ci viene fornita da Rose nel Kolossal cui faccio riferimento, ovvero “Titanic”, quando l’anziana donna ricorda la raffinatezza del servizio da cucina che veniva per la prima volta servito, così come la delicatezza delle lenzuola nelle cabine della prima classe della nave in cui nessuno aveva mai disteso il proprio corpo per dormire, dato che si trattava del primo viaggio della nave. Dalle “semplici” parole lentamente si passa alle immagini, che con i magici espedienti del cinema, restituiscono al relitto della nave la magnificenza originaria del Titanic. La fiancata del Titanic era dipinta di nero, la parte superiore, quella del pontile e delle pareti era tinteggiata di bianco, mentre i quattro imponenti fumaioli color giallo ocra e nero troneggiavano su tutto. Di essi solo tre erano funzionanti mentre il quarto aveva la funzione di presa d’aria e fu ugualmente costruito per donare un ulteriore effetto imponente al transatlantico. La base e i lati inferiori dello scafo che “cedevano” sotto il livello del mare erano invece dipinti di rosso. Sia a destra che a sinistra della prua, poco al di sotto della ringhiera risaltava la bianca scritta “Titanic”. Il nome della nave lo si poteva leggere anche sulla poppa, e in prossimità anche la dicitura “Liverpool”. La propulsione del Titanic era a vapore, essa non era una motonave ma il piroscafo più grande del pianeta. Il Titanic era l’orgoglio della marina britannica e l’emblema dell’ingegneria navale del tempo. Essa coniugava meravigliosamente la grandiosità cui l’uomo aspira da sempre con l’eleganza delle decorazioni atte ad esaltare l’indole artistica dell’essere umano. Il Titanic era il perfetto connubio tra potenza meccanica ed estetica architettonica. L’aspetto regale della nave è, a mio giudizio, interpretabile filosoficamente con il desiderio recondito dell’uomo di assoggettare la natura al proprio volere. Il Titanic era stato soprannominato “l’inaffondabile”, poiché l’uomo del tempo credeva di aver raggiunto un livello di perfezione adamantina che gli avrebbe permesso, in un certo senso, di adagiarsi sugli allori, dando per scontato d’aver sottomesso la vastità dell’Atlantico all’intelligenza umana. Il Titanic veniva presentato come il dominatore incontrastato degli oceani, destinato ad una lunga “vita” colma di successi. 

I marinai, nelle antiche credenze e nelle fantasie marinaresche che affondano le loro radici nella mitologia più arcana, credevano che anche le navi avessero “un’anima”. I vascelli e le imbarcazioni in genere l’avranno pure avuta quell’anima di cui tanto parla la letteratura navale, ma di sicuro non avevano una coscienza, forse, e non è poco, “un’esperienza” del loro vissuto. Ecco perché le navi possiedono un nome, una sorta d’identificativo posto sulla prua o sulla poppa o su tutti e due col preciso intento d’individuarne e riconoscere il loro essere. Sembra crederlo anche James Cameron nella propria trasposizione, dando al Titanic la caratura e il fascino di un vero e proprio personaggio che si muove sullo schermo. Un protagonista silenzioso, in principio foriero di speranza, in un secondo momento un triste dispensatore di morte. Cameron aveva da tempo patito il fascino spettrale dei relitti che giacciono in fondo al mare, e dedicò anni del suo lavoro allo studio della tragedia del Titanic. Per James Cameron, il Titanic non possiede solo un’anima, egli è proprio “vivo” in questo pluripremiato adattamento. Cameron ha amato come un figlio questa creatura da lui stesso riportata in vita attraverso una prima ricostruzione computerizzata, una seconda ricostruzione compiuta attraverso una serie di modellini in scala e per finire persino con una terza spettacolare ricostruzione complessa e meticolosa della nave a dimensioni reali.

Uno dei momenti maggiormente emozionanti della prima fase della pellicola è proprio quello dedicato alla propulsione del Titanic. Rose ricorda che durante il primo giorno dalla partenza, la nave viaggiava, oserei dire quasi, “a vele spiegate”, quando davanti ai loro occhi non vi era altro che l’oceano sconfinato. In quei frangenti adrenalinici il capitano della nave ordina di spingere al massimo i motori in un intenso scambio comunicativo a distanza con l’ufficiale della sala macchine. Cameron vuol farci godere da subito dell’avanzata tecnologia del Titanic, volgendo la nostra attenzione alle viscere della nave, dove le caldaie vengono alimentate da decine e decine di fuochisti che gettano, senza freno, carbone al loro interno. Le ventinove caldaie, con un diametro di cinque metri ciascuna, erano capaci di bruciare quasi 800 tonnellate di carbone al giorno, garantendo alla nave un’elevata velocità, impensabile per quei tempi. Cameron immerge la sua cinepresa in mare, mostrandoci inoltre le tre gigantesche eliche che permettono al piroscafo di muoversi. Cameron non lascia nulla al caso, presentandoci dettagliatamente il moto accelerato delle turbine, lanciate al massimo della potenza. Jack, proprio in quei momenti, si avvicina alla prua della nave e si lascia andare a un grido liberatorio, quasi assaporando già l’inizio di un radioso avvenire, mentre il capitano in plancia accenna un sorriso, nell’ammirare la vastità dell’oceano, quelle stesse acque che il Titanic sembra poter dominare senza alcun degno rivale.

Il regista ci trascina fino agli interni della nave, tra le evidenti contrapposizioni della prima e della terza classe. Nella mente di Cameron, il Titanic assurge anche al compito di vera e propria “citta galleggiante” in cui si intrecciano le relazioni interpersonali tra membri di distinte classi sociali d’appartenenza. Risulta impressionante la cura scenografica del film, che ricrea perfettamente le ambientazioni originarie del transatlantico: godiamo della vista del Café parisien, dell’elegante sala di lettura e scrittura, della sfarzosa sala da pranzo in cui vengono serviti menù variegati su servizi d‘argento, di cristallo e porcellana finissima. Una delle scene, in seguito scartate dal montaggio finale del film, prevedeva una sorta di giro turistico della nave cui parecchi passeggeri parteciparono. Cameron voleva che il pubblico di fine Novecento riuscisse a vedere non soltanto le cabine finemente decorate con vari stili artistici, ma anche le altre particolarità della nave come la palestra o la sala del bagno turco. Stranamente Cameron non riporta la peculiarità più grande, tra le tante, del Titanic: quella di essere il primo transatlantico ad aver avuto a bordo una piscina. Gli alloggi più sontuosi erano 34, e i passeggeri più facoltosi potevano muoversi liberamente su e giù per l’intero bastimento con l’ausilio di tre ascensori. Simbolo della bellezza della prima classe ma anche del percorso che i due giovani amanti, Jack e Rose, dovranno intraprendere più volte è la splendida scalinata in cui campeggia in alto al centro un orologio. La traversata dell’oceano segue al contempo l’attenta esplorazione di ogni angolo della nave attraverso il crescente amore tra Jack e Rose, che porterà i due innamorati ad attraversare in lungo e in largo il transatlantico. Godiamo dell’impianto scenografico del Titanic anche attraverso gli occhi dei due protagonisti.

Cameron distilla col contagocce qualche accenno sull’equipaggio che senza volerlo condurrà alla tragedia della notte del 15 aprile del 1912. L’imprenditore britannico Ismay (interpretato da Jonathan Hyde) stuzzica l’ambizione del capitano Edward Smith (Bernard Hill) suggerendogli di accendere anche le ultime caldaie rimaste inattive e portare così al massimo la velocità della nave. Il Titanic a quella velocità avrebbe potuto raggiungere il porto di New York con un giorno d’anticipo, conquistando l’ambito nastro azzurro della marina, detenuto fino ad allora, neanche a dirlo, dalla Mauretania. In un secondo momento il Capitano Smith ammette dinanzi alla protagonista di aver acceso anche le ultime caldaie, nonostante gli avvisi degli altri marinai di stanza su altre navi, che riportano la presenza di ghiacciai sulla propria rotta di navigazione. La narrazione filmica per quel che concerne la strategia adottata dal capitano corrisponde perfettamente alla realtà. Smith si lasciò ingenuamente condizionare dall’imprenditore della White Star, credendo di poter chiudere quarant’anni di onorata carriera con questo invidiabile record. Durante il giro turistico guidato dal signor Thomas Andrews, costruttore capo della nave, Rose nota che le scialuppe della nave sono soltanto 20. Con un rapido calcolo matematico la donna riporta a Andrews l’allarmante notizia che se ci fosse un’emergenza le scialuppe basterebbero a mala pena per la metà dei passeggeri. La sceneggiatura curata dallo stesso cineasta affida a Rose il compito di “spiegare” agli spettatori perché la tragedia del Titanic desterà tanto clamore. Il Titanic poteva supportare più di trenta lance di salvataggio e addirittura ammainarne quasi il doppio. Andrews da principio, suggerì di apporre sul ponte una seconda fila di scialuppe, ma la sua idea venne subito bocciata poiché si riteneva che il Titanic fosse praticamente inaffondabile, e pertanto le lance avrebbero soltanto arrecato disordine. 

Il 14 aprile del 1912 il Titanic procedeva a velocità massima, solitario nell’Atlantico del nord. Al calar del sole l’attenzione degli spettatori nel film del 1997 è dedicata totalmente al sentimento appena sbocciato tra i protagonisti dell’opera: Jack e Rose si dichiarano amore incondizionato sulla prua proprio quando il sole sembra morire all’orizzonte. Quella fu l’ultima volta che il Titanic vide la luce del sole. La notte la temperatura scese in modo brusco, fino a toccare lo 0, proprio quando le tenebre cominciarono ad avvolgere la rotta del Titanic. Lo scorrere delle sequenze sposta la nostra attenzione fino al ventre della nave, dove Jack e Rose consumano il loro amore, mentre da lì a poco l’inesorabile destino del Titanic comincerà il suo tristo corso.

Le condizioni metereologiche erano eccezionalmente serene quella notte. Il mare appariva piatto come un’immensa tavola scura, e il cielo stellato era poco luminoso ma rassicurante. Una serata apparentemente perfetta, capace di temprare lo spirito e donare al cuore un senso di pace e serenità. La strana bonaccia dell’oceano impediva di notare qualsiasi presenza in acqua, persino quella di eventuali iceberg. Spesso le vedette in perlustrazione per schivare i grandi blocchi di ghiaccio galleggiante si affidavano al fragore prodotto dalle onde contro le pareti dei grandi iceberg alla deriva. Questo permetteva di tenerli a debita distanza. Come riportato nel film, l’equipaggio del Titanic dimenticò clamorosamente i binocoli al porto di Southampton. Il tratto in cui il Titanic procedeva in quel momento è ancora oggi un tratto di oceano infestato dagli iceberg. In tarda serata, precisamente alle 23:40 le vedette scorsero un gigantesco iceberg dritto sulla rotta della nave. Nel film di Cameron la vedetta, allarmata, suona immediatamente la campana per richiamare l’attenzione del timoniere. Poco dopo chiama gli ufficiali di rotta urlando che un iceberg si pone dinanzi a loro, a circa 500 metri. Murdoch, il Primo Ufficiale, ordina l’indietro tutta dei motori. Le sequenze del particolare momento nel film sono straordinarie: Cameron riesce a catturare la paura degli ufficiali riversandola su di noi, tentando inoltre di evidenziare le massacranti azioni degli addetti ai lavori per impedire la drammatica collisione. L’ufficiale capo del settore macchine notando l’avviso degli ufficiali in plancia, dopo i primi istanti di smarrimento ordina ai suoi uomini di fermare i motori e di portarli al massimo sforzo possibile per l’indietro tutta. Cameron mostra con veloci scatti di telecamera i movimenti alternati dal piano superiore della nave fino a quello inferiore. Murdoch in contemporanea comanda al timoniere di virare disperatamente, portando tutta la barra massimamente a sinistra. Le macchine dunque vengono arrestate per cambiare il moto direzionale alla nave. Dopo pochi istanti le enormi turbine volgono la loro potenza sul lato opposto e le eliche laterali cominciarono a roteare, mentre l’elica centrale viene arrestata. Due operazioni che si riveleranno errate: le eliche mandate all’indietro impediranno infatti di dare ulteriore spinta alla nave per tentare una miracolosa virata. Successivamente si appurò che se il Titanic non avesse virato ma si fosse scontrato frontalmente con l’iceberg avrebbe imbarcato acqua solo nei primi due scomparti, potendo incredibilmente continuare a navigare. Murdoch però fece ciò che istintivamente qualunque altro marinaio avrebbe fatto in quelle preoccupanti circostanze. Il Titanic procedeva, al momento dell’avvistamento, ad una velocità superiore ai venti nodi e ciò rese impossibile riuscire a indietreggiare o virare in tempo. Inoltre il timone della nave era troppo piccolo per effettuare virate improvvise. Nella trasposizione cinematografica, un ufficiale si avvicinò pericolosamente alla ringhiera della prua per vedere quanta larghezza, in profondità, occupasse l’iceberg. Una volta scorto l’enorme lato sottostante del blocco di ghiaccio, l’uomo urlò che la nave si sarebbe inevitabilmente schiantata. Infatti la fiancata del Titanic urtò la base dell’iceberg il quale crepò l’acciaio come fosse un semplice foglio di carta. Si crearono diverse falle lungo tutto lo scafo che arrivarono a compromettere cinque compartimenti stagni. Il Titanic imbarcò acqua immediatamente. 



Le prime fasi a seguito della collisione sono nel film assolutamente realistiche. I passeggeri non diedero eccessivo peso all’incidente, ci furono persino centinaia di persone che neppure avvertirono lo scontro. E così anche nel lungometraggio, in principio, soltanto il personale sembra preoccuparsi dell’incidente. Cameron adempie a un lavoro maniacale, facendoci vivere l’affondamento del Titanic in tempo reale. Sarà oltre un’ora quella dedicata al naufragio e a ciò che accadrà in quei drammatici momenti. Il Capitano Smith comanda al maestro d’ascia di scandagliare la nave prima che Thomas Andrews comprenda la gravità della situazione. Niente fermerà l’inevitabile: il Titanic affonderà in due ore. Il colosso che sembrava potesse domare la vastità smisurata dell’oceano viene adesso assoggettato al suo volere. Ma il Titanic non ha mai avuto “l’atteggiamento” del dominatore. Era prima di ogni cosa il frutto dell’ingegno umano. Una creatura che portava in sé più di duemila persone. Un’imponente costruzione, figlia dell’uomo di quel tempo, ma a cui l’uomo stesso non ha saputo badare, lasciandola maledettamente in balia di un tragico destino che poteva essere certamente evitato. Il Titanic era una specie di “torre di babele”; esso rappresentava la gloria massima a cui anela l’uomo, una sorta di “sfida” nei confronti della natura per cercare di genufletterla al suo piacimento. Cameron dà spessore alla realizzazione del Titanic, cercando di trasmetterci il dolore di un “personaggio” che gli spettatori se non possono considerare vivo quantomeno lo vedono come sofferente. Il Titanic subisce le flagellazioni dell’Atlantico, che lentamente ne minano la base, quella stessa base in cui Jack è stato fatto prigioniero e attende di essere salvato dalla sua Rose. Attraverso la drammatica fuga dei protagonisti viviamo le diverse fasi dell’inabissamento. L’acqua sale senza sosta allagando pian piano tutta la nave. La prua si inclina, fino a lambire la superficie delle acque. Quel luogo in cui Jack e Rose precedentemente fingevano di “volare” lasciandosi avvolgere dal sentimento del loro amore, è adesso un posto martoriato dalle freddissime onde dell’oceano. Le scialuppe vengono calate in acqua con eccessiva superficialità, una con sole 12 persone a bordo nonostante la capienza ne permettesse 65. Le operazioni di soccorso sottolinearono una scarsa preparazione dell’equipaggio a simili casi d’emergenza, ancor più gravose se consideriamo le condizioni tranquille del mare. Le donne e i bambini della prima classe trovarono ben presto salvezza ma le lance erano maledettamente ridotte. Più della metà dei passeggeri restarono sulla nave. Il Capitano Smith si prese la colpa del disastro e decise di affondare con la propria nave. Anche il signor Andrews scelse di perire con la nave, salvando quante più persone poteva, indirizzandole sul ponte dove venivano calate le scialuppe. Ismay invece salì di soppiatto su una scialuppa, passando così alla storia come un vigliacco. La bellezza della nave, esaltata costantemente nel film perde progressivamente valore. L’elegante sala da pranzo viene sommersa dalle acque, le decorazioni cedono il passo alle inondazioni e ai marosi e i fumaioli si staccano dai legamenti per cadere rovinosamente giù. Non verranno mai più trovati. Il Titanic viene dilaniato, come un’entità viva ma incapace di dichiarare il proprio dolore. La nave soffre, viene aggredita dal freddo, morendo lentamente come una persona reale. I musicisti dell’orchestra fecero risuonare tristemente le note dell’inno religioso “Nearer my God to thee” quando non vi fu più alcuna via di salvezza per i passeggeri. I macchinisti lavorarono per tutto il tempo a ritmi indiavolati per rallentare la salita dell’acqua nelle sale delle turbine elettriche così da non far compromettere l’impianto, necessario per le operazioni di salvataggio. Tutti loro moriranno nell’impresa. Dopo circa un’ora e mezza dall’impatto, la prua del Titanic era sommersa e l’acqua aveva invaso il ponte principale, ciò generò un crescente stato di caos totale.

Nel film, durante l’affondamento si può udire per due volte un pezzo particolare della colonna sonora estratta dal tema “A Building Panic” che si può ascoltare nella traccia audio al minuto 4.13 del disco. Quando la prua della nave si è totalmente inabissata, la poppa del Titanic emerge dall’oceano formando un angolo di 30 gradi. In quel momento la camera del regista si muove con una lunga carrellata in cui inquadra la nave procedendo da destra verso sinistra. In quella scena si ode per la prima volta il tema di “A building panic”, dove un coro fa riecheggiare versi agghiaccianti e apocalittici, mentre le immagini, supportate da queste fosche melodie, mostrano il terrore dei passeggeri che si ammassano tra loro per raggiungere le ringhiere a cui aggrapparsi, salvo poi precipitare nel vano tentativo di afferrarle. Uno spettacolo terrificante che vissero realmente quella notte le oltre 1.500 persone rimaste a bordo. Lo stesso coro si ripresenta pochi minuti dopo quando il Titanic, sempre più inclinato verso l’alto, con la poppa oramai rivolta verso la volta celeste, fa toccare la cupola della sala grande con la superfice dell’oceano. L’ampia vetrata non può reggere a una tale pressione e di colpo, i vetri si spaccano e una quantità impressionante di acqua allaga la sala, risucchiando via decine e decine di persone terrorizzate. In quei secondi, il coro accompagna nuovamente le spaventose immagini. Dal “cielo” giunge la potenza dell’acqua, e proprio come un giudizio universale, la natura dimostra la propria supremazia sull’uomo, massacrando la nave. Ancora il coro segue la camera del regista che si muove all’indietro, inquadrando le pareti che via via cedono e le cabine sono tutte invase dall’acqua.

Le gigantesche eliche affiorano dal fondo, il Titanic ormai è prossimo alla fine. La nave, sembra lanciare un grido di dolore, quando le paratie dello scafo scricchiolano producendo un suono terrificante, lugubre, udito persino dalle persone messesi in salvo sulle scialuppe e ferme a metri e metri di distanza, un suono perfettamente riprodotto nel film del 1997. In quegli attimi le macchine si staccarono cadendo a peso morto sul fondo, generando suoni spaventosi di rotture e fratture. Fu l’ultimo grido di dolore del Titanic che in quel preciso istante definitivamente moriva. Il sistema elettrico saltò, pochi attimi e anche le luci del piroscafo si spensero e così sotto una pressione di oltre tre tonnellate che gravava sull’asse portante, il Titanic si spezzò improvvisamente in due tronconi. La poppa precipitò nuovamente in acqua schiacciando molti degli uomini gettatisi in mare per scampare alla morte. La prua invece si staccò, perdendosi sul fondo dell’oceano. La poppa restò in superficie per ancora qualche minuto poi s’inabissò, scomparendo dallo specchio dell’acqua per sempre. Una delle costruzioni più belle che l’occhio dell’uomo ebbe la fortuna di vedere venne distrutta e mai più rivista come allora, ciò che era inaffondabile, affondò. Le persone finite tra le onde saranno, a causa delle gelide temperature dell’acqua “come trafitti da mille lame”.

Il finale del film di Cameron prevede la morte del protagonista che viene strappato via all’amore di Rose. Un espediente narrativo scelto da Cameron per far comprendere agli spettatori quanti lutti la tragedia del Titanic arrecò. Rose viene salvata dalla Carpathia, la nave che giunse in soccorso quattro ore più tardi, per recuperare i superstiti. Nel naufragio persero la vita 1.500 persone, la tragedia di mare più grande della storia. Il volto della protagonista, straziata dal dolore, viene di colpo illuminato di un verde intenso, il colore della speranza; ma non è altro che il riflesso di un fumogeno acceso da un ufficiale all’indirizzo della nave di soccorso. Rose è sopravvissuta e potrà vivere la vita che vorrà abbracciando l’ispirazione dell’amato scomparso.

Negli ultimi mesi ha preso piede l‘ipotesi lanciata da un giornalista che lo scafo della nave fu indebolito, ancor prima di salpare, da un incendio che si sviluppò quando la nave riposava a Belfast. Ancora a distanza di oltre un secolo i dubbi su ciò che accadde quella notte perdurano. Il relitto del Titanic, spesso inquadrato dallo stesso Cameron ancor prima di trasformarlo in una paradisiaca nave traghettatrice di anime, giace tutt’oggi adagiato sul fondo dell’Atlantico, a oltre tremila metri di profondità. La poppa è stata sventrata ed è ora un’inerme massa informe di ferraglia. Le riprese effettuate con sonde robot video-guidate hanno più volte catturato gli interni rimasti della prua. Piatti e stoviglie sono ancora ordinati su uno scaffale, le colonne interne invece sono totalmente coperte dalla flora marina. Immagini sinistre, inquietanti ma ricolme di un’attrattiva che sembra trasmettere di più di un semplice dramma storico. Il Titanic reca in sé il fascino di un “veliero fantasma” e l’anima della nave “pulsa” ancora nel buio. Il “cadavere” del transatlantico viene lentamente corroso dai batteri marini e si crede che tra poco meno di trent’anni possa scomparire del tutto sepolto dal fondale sabbioso: del Titanic non resterà che un triste ricordo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Vi potrebbero interessare:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: