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"Trilli" disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando ero un bambino e tenevo in mano la VHS de “Le avventure di Peter Pan”, il classico della Walt Disney, sovente, ne scuotevo l’involucro. Speravo, lavorando abilmente di fantasia, che da quella confezione in plastica fuoriuscissero effluvi fatati e polverine magiche. Polveri di fata, per la precisione, granuli di dorata luminescenza, lievi fiocchi di neve di un alone giallastro.  Si trattava, come la fantasia mi suggeriva, di quella stessa polvere di fata che Peter Pan donava ai suoi amici e alla sua Wendy per permettere loro di fluttuare al di fuori della loro cameretta, per volare su nel cielo, verso la seconda stella a destra, per poi proseguire, fino al mattino, alla volta dell’Isola che non c’è. “Chissà se in questa cassetta si nasconde una residua polvere di fata in grado di aiutarmi a volare come un piccolo Peter Pan” - mi domandavo. In vero, quella videocassetta permetteva di volare, seppur non serbava una rimanenza vera e propria di quella polvere fatata. Era la potenza immaginaria della fantasia, quella che il film suscitava con i propri disegni, a permettere al bambino che ero di spiccare il volo. Era inutile continuare a scuotere la VHS con decisione, quando sarebbe bastato inserire la videocassetta nell’apposito videoregistratore e lasciar scorrere il nastro, per far ritorno a Neverland, e volare con la gioia nel cuore…

Il quattordicesimo classico della Walt Disney inizia con una frase recitata da una voce narrante, che spiega come questa storia sia un racconto di ieri come di domani. Un messaggio di natura esistenziale e dalla valenza temporale. “Peter Pan e Wendy” è una narrazione di radice fiabesca, dall’ambientazione favolistica ma dalla morale concreta. Balzare da quell’imprecisato “ieri” e approdare in un misterioso “domani”, e percorrere, se ma ce ne fosse bisogno, il percorso inverso, già, a ritroso, è possibile e sta alla scelta opzionale di ogni singolo spettatore. L’opera di Barrie, e in egual valore, il lungometraggio della Walt Disney, riguardano tanto il passato quanto il futuro nella vita di ognuno di noi. Da adulti torniamo ad approcciarci a “Peter Pan” con la maturità dell’essere uomini o donne che anelano alla possibilità di rivivere le avventure di un tempo, quando non eravamo altro che bimbi sperduti che a notte fonda si raggomitolano sotto le coperte di un accogliente rifugio celato nelle radici di un grosso albero.

Ripensare ai momenti che precedevano la visione de “Le avventure di Peter Pan”, oggi, quando si è diventati grandi, può generare un solo rammarico, dovuto, per lo più, alla consapevolezza di non essere riusciti a rispettare il volere di un’anziana Wendy, quando in “Hook – Capitan Uncino”, sussurrava ai giovani figli di Peter di smetterla di crescere. Quelle parole che l’anziana nonna pronunciava con gentilezza nei confronti dei bambini, dovevano essere carpite come un’esortazione personale. Perdona, cara Wendy, colui che sta fissando su carta queste parole, e perdona anche coloro che le stanno leggendo negli attimi che seguono, perché tutti noi non siamo riusciti a rispettare le tue richieste, ma forse, in cuor tuo, sapevi che non avremmo potuto farlo. Così come lo stesso J. M. Barrie, l’autore di “Peter Pan”, era cosciente della forza immutabile, inestinguibile e universale del tempo. Da bambini diventeremo poi adulti, è la normale progressione della vita.

“Le avventure di Peter Pan” traspone lo spirito avventuroso e visivamente onirico dell’opera originaria, nella quale il sogno di un mondo d’incomparabile bellezza come l’Isola che non c’è avvolge le vicende dei protagonisti come un solo e incommensurabile sfondo che domina la totalità scenografica di un palcoscenico. Eppure, il tutto è trattato con maggiore spigliatezza, con un senso di frivola giocosità, ben lontano dalla cupezza nascosta dell’opera teatrale e letteraria. Una drammaticità occultata sotto le vesti colorate di Giglio Tigrato e degli indiani a cui appartiene, eclissata sotto la maschera arrabbiata e malinconica di Capitan Uncino, e dissimulata nel volo senza fine di quel ragazzo che non vuole in alcun modo accettare di crescere. Nel racconto di J. M. Barrie le inquietudini degli adulti e le paure della fine dell’esistenza impossibile da evitare, vengono incarnate nella crudeltà di Capitan Uncino e miscelate alle avventure dei piccoli protagonisti. Riprendere visione de “Le avventure di Peter Pan” da grandi, evoca la reminiscenza delle aspettative sognanti della fanciullezza, quando la nostra immaginazione indugiava sul nostro futuro e sulle speranze ad esso accomunate.

Quando si è piccoli, si spera di crescere in fretta, quando si è già grandicelli, invece, si vorrebbe, a volte, tornare piccini a riprovare la letizia di un mondo ovattato quale poteva essere quello della fantasia distensiva e senza freno di un bambino. Lo scritto di Barrie è incastonato nell’ineluttabilità del tempo, nella sua scorrevolezza impossibile da arrestare. La sua storia non è soltanto un sogno, è la trascrizione di una fantastica avventura che svanisce come la fiammella di una candela che sta per consumarsi, dinanzi all’inclemenza del tempo, che porta a crescere e, un giorno, a cessare d’esistere. L’infanzia e l’età adulta vengono da Barrie poste a distanza come due piani esistenziali di difficile interazione comunicativa. Ciò non sembra accadere nell’opera della Walt Disney, nella quale il brio sognante è tanto forte da coinvolgere sia il bambino che l’adulto.

“Le avventure di Peter Pan” più di offrire una visione della vita in senso introspettivo, vuol rivolgersi ai fanciulli e in egual misura agli adulti, non facendo però ripensare loro al periodo dell’infanzia come a un momento lontano e di difficile ritorno. Come avviene in “Bambi”, film che fa da raccordo tra l’innocenza dell’infanzia e la futura consapevolezza dell’età adulta, la pellicola disneyana di Peter Pan fa da ponte tra la giovinezza e la maturità, in un tratto percorribile da ambo le parti. Il film vuol far riemergere il bambino che è in noi, quel Peter Pan che sonnecchia nel nostro intimo, pronto a risvegliarsi non appena mira il librare dei protagonisti sopra il Big Ben di Londra. Non vi sono però tracce critiche riservate al freddo e distaccato mondo degli adulti come avviene nell’adattamento originario, questo perché entrambe le fasi della vita vengono quasi accomunate dalla grazia del sogno. Se Barrie, nelle sue intenzioni autoriali, desiderava tracciare una linea di demarcazione spessa e conseguenzialmente ardua da superare tra la gioventù e la maturità, il film della Disney si differenzia dal volere dello scrittore per un uso tradizionale dello stile comunicativo, rivolto in maniera innocente a tutta la famiglia; in special modo a quei genitori che possono tornare a sentirsi bambini, magari, stretti in un abbraccio coi loro figli.

“Le avventure di Peter Pan” è una fiaba Disneyana scandita da musiche di rara soavità, scritta e sussurrata per far risuonare melodie brezzate, inafferrabili ma udibili come vento incanalato tra le fessure di uno spazio ristretto. Musiche leggiadre come l’aria che soffia verso nord, eteree come un bel sogno che scivola via tra nuvole bianche che sopiscono in cielo. Walt Disney affermava: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Tale motto viene conformato alla figura di Peter Pan e alla magnificenza del suo lungometraggio d’animazione. “Peter Pan” è di fatto la personificazione del sogno, colui che riesce a volare senza l’ausilio della polvere di fata proprio perché fa dei suoi sogni felici la cadenza ritmata di un battito d’ali.

I fondali del film sono dipinti con una resa scenografica meravigliosa, i cui scorci vengono popolati da pirati inferociti. Nei mari bluastri albergano sirene di infinita bellezza e nelle fitte boscaglie, il terreno viene calcato da indiani estremizzati e bimbi sperduti.

Tutti i personaggi sono disegnati secondo una vasta gamma di capacità espressive: a cominciare da Peter, dalla mimica furbesca e dal diabolico sguardo, per passare a Wendy, dal volto dolce e affettuoso, fino ad arrivare al personaggio più emotivo e intenso di tutti: Trilli.

La scia dorata che lascia sul tragitto velato del suo volo, il suo aspetto da giovane e splendida donna contenuto in un fisico da Mignolina, il suo viso ornato da bionde ciocche di capelli e da gote purpuree, il suo battere di piccole ali fatate e quei suoi occhi sprizzanti gelosia, per via di un amore non corrisposto, fanno di Trilli un personaggio semplicemente fantastico, delineato con tratti cromatici di puro incantesimo.

Merita, in questi passi riservati ai personaggi, una menzione speciale l’antagonista del film, Capitan Uncino. Di temperamento afflitto ma dalle volontà esasperate, Capitan Uncino conserva quasi del tutto il fascino malvagio della sua controparte. La sua sconsiderata paura del coccodrillo marino, e quel suo urlo disperato, quando invoca il provvidenziale arrivo del fidato Spugna, sono fonti di alcune sequenze esilaranti entrate di diritto tra le scene più famose della Disney. Al tempo, era per certi versi una novità quella di poter rallegrare e far sorridere i bambini anche con le tragicomiche vicissitudini del personaggio negativo.

Capitan Uncino fu uno dei primi cattivi della Disney ad avere una rilettura brillante e a farsi carico della malvagità intrinseca del suo animo esternandola mediante una maschera triste e insoddisfatta.  Più che un vero malvagio, Uncino sembra un deprimente ritratto di infelicità, di vittimismo. Il Capitan Uncino della Disney è forse il personaggio che più risente del suo essere investito dal peso di ciò che Barrie voleva suscitare col suddetto antagonista: l’incompiutezza di una vita, che trova motivazione nella deprecabile ossessione di uccidere Peter Pan.

Uncino è la paurosa ansietà dell’autore in merito allo scorrere inesorabile del tempo, che ticchetta come un terrore remoto e snervante in quella sveglia inghiottita dal Coccodrillo e il cui suono viene ritmato e mimato dall’espressività famelica del rettile. Come non mai in questo film, grazie a un’animazione laboriosa, la mimica ingorda dell’anfibio viene scandita dal suono della grossa sveglia, come se fosse proprio il tempo, rappresentato con tanto di artigli affilati e sfilze di denti aguzzi, a voler divorare l’anima e il corpo del capitano.

Con “Le avventure di Peter Pan”, la Disney ci ricorda l’importanza di tornare a sognare, di credere in quelle fate che albergano tra i nastri di pellicola di ogni singola videocassetta che custodivamo un tempo nella videoteca della nostra casa.

Forse, oggi, le fatine vivono tra le memorie nascoste di un moderno DVD, il quale, se scosso, continuerà a non rivelare alcuna traccia di polvere fatata; questo perché se vorrete tornare a volare, vi basterà aprire la confezione, attendere che il sipario si alzi, e far ritorno a Neverland. E se malauguratamente non doveste ricordare la strada, potreste sempre seguire una luce dorata che proviene in lontananza: è un vascello pirata rivestito apparentemente “d’oro” che naviga tra un mare di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Aurora e Filippo disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Soffermatevi per qualche istante a immaginare di camminare tra i cunicoli di una grande biblioteca, con centinaia di ripiani su cui riposano migliaia di tomi l’uno affianco all’altro. Negli angoli rimasti vuoti, alcuni volumi sono stati come introdotti per questioni di spazio in maniera caotica, e accatastati l’uno sopra l’altro. E’ la bellezza di questa immaginifica biblioteca, in cui sono custoditi tanti di quei libri riguardanti i racconti popolari, le fiabe più amate, da sembrare quasi infiniti. L’ampiezza delle librerie suddivise in più scaffali, ognuno di essi leggermente piegato dal “peso” della conoscenza, potrà causarvi un effetto claustrofobico. Potrebbe sembrarvi di essere in un labirinto, e per farvi strada dovrete attraversare stretti corridoi. Seguitando ad andare avanti arriverete alla sala grande, rotonda, nel cui centro staglia un leggio che emana una luce intensa, visibilmente dorata, come una bionda ciocca di capelli appartenuta a una principessa delle fiabe. A quel punto dovrete avvicinarvi, e toccare con mano quel libro incantato. La sua copertina è rigida, massiccia come se fosse fatta di un materiale resistente allo scorrere dei secoli, atto a preservare le pagine custodite al suo interno; il tutto appare dorato, con delle pietre simili ad ambre, incastonate negli angoli smussati. La scritta centrale recita “Sleeping Beauty”, ed è il libro della bella addormentata nel bosco.

La bellezza del libro con cui il 16esimo classico Disney, inizia il suo corso è tanto adamantina da esser meritevole d’attirare le attenzioni di ogni lettore in una fantasiosa biblioteca delle meraviglie. Aperto quel libro, una voce narrante comincerà a colmare le vostre lacune circa il fato della principessa Aurora, figlia del Re Stefano e della Regina Leah…

Per festeggiare la nascita della loro primogenita, Stefano e la sua consorte organizzano una festa dove i loro sudditi potranno portare omaggi alla principessa. All’importante evento giungono anche tre fatine, desiderose di far dono alla piccola di tre magici regali. La fatina Flora, vestita con un abito rosso, benedice la piccola donandole la bellezza, Fauna, che indossa un vestito verde, offre alla bambina il dono del canto. Prima che Serenella, la fatina colorata di blu, possa concederle il proprio dono, arriva a palazzo Malefica, una strega che maledice la piccola con la formulazione di un invalicabile incantesimo: Aurora, il giorno del suo sedicesimo compleanno, si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà. Poco dopo questo terribile presagio, Serenella declama l’ultimo dono per la povera Aurora. La fatina non può impedire che la maledizione si compia ma può sventare, in qualche modo, ciò che la dannazione prevede. Aurora se porrà il suo dito sul fuso dell’arcolaio cadrà in un sonno profondo ed eterno che potrà essere spezzato soltanto se le labbra della fanciulla riceveranno il bacio del vero amore.

Stefano, adirato e impaurito ordina la distruzione di ogni arcolaio presente nel regno e per impedire che Malefica trovi la figlia, comanda alle tre fatine di portare via Aurora e vegliare su di lei nella casetta di un boscaiolo fino al compimento del suo sedicesimo compleanno. Aurora cresce così tra le amorevoli cure delle tre fatine madrine.

La bella addormentata nel bosco” fu la terza trasposizione della Walt Disney tratta da una fiaba popolare dopo “Biancaneve” e “Cenerentola”. “La bella addormentata nel bosco” è un’opera maestosa, il culmine dell’imponenza artistica votata alla costante ricerca della perfezione tecnica anelata da Walt Disney per tutta la prima parte delle sue produzioni.

L’arte de “La bella addormentata nel bosco” è quella che glorifica i colori. Gli artisti della Disney affondano i loro pennelli su una tavolozza di legno, catturando con ogni atto, il colore a tempera prescelto e poi fissato con gesti estremi e precisi sulla tela. Gli sfondi delle ambientazioni prendono forma con tocchi magici e fiabeschi, e persino gotici nella ricostruzione architettonica delle ambientazioni pertinenti a Malefica. Ma come dicevo è l’evocativa potenza di ogni singolo colore a esternarsi e a divenire parte integrante dell’arte filmica. Malefica è vestita di un nero inquietante, proprio come le tenebre, ma la sua aura emana una luminescenza di un verde acceso, dalla parvenza anche sommessamente intermittente, quando si materializza come una sfera avvolta da una fioca luce che attira un’Aurora quasi ipnotizzata. Anche il color viola tende ad essere emanato dal manto iconograficamente demoniaco della strega. Malefica è una delle cattive Disney maggiormente sceniche e angoscianti. Una strega formatasi come spirito maligno tra i meandri agorafobi della fitta foresta, in cui i raggi solari non riescono a trovare neppure un singolo spiraglio tra i fitti sbarramenti creati dai rami acuminati e raccolti a spine. Malefica si manifesta e scompare lasciando sul proprio passaggio un alone tra il verde e il fiammeggiante. Un colore, il suo, che si mostra concretamente per la prima volta quando lei maledice Aurora, avviluppando la futura figura della principessa addormentata con quel medesimo verde che andrà a circondare la sagoma dormiente della bella. Quando Serenella però, pronunzia il proprio beneficio, Aurora viene circondata da una luce bluastra, o per meglio dire, azzurra come il cielo e la sua figura dormiente appare distesa su un pascolo di nuvole. Vi è quindi una contrapposizione forte tra i colori prediletti, il “verde della dannazione” e il “blu dell’insperata salvezza”.

Malefica è sinistramente teatrale nei suoi movimenti, volge spesso le braccia verso l’alto, per conferire maggiore imponenza al proprio portamento. Ella è un’antagonista che pone valore e significato ad ogni suo gesto. Impostazione vocale e gestuale sono combinate in un medesimo stile espressivo e interpretativo nell’animazione della strega che lascia profondere ad ogni suo passo un carisma che fatica a restare contenuto nella sua intimità segreta.

Se consideriamo in un’accezione analitica la protagonista della fiaba, Aurora, ribattezzata dalle sue fatine come Rosaspina, non possiamo che porre a vaglio il suo essere vittima degli eventi. Aurora viene maledetta per un capriccio della strega, e riceve l’odio della fattucchiera quando ancora non è che una bambina, incapace di comprendere cosa sta accadendo intorno a lei. La sua vita appare così indirizzata da un fato avverso a cui non può sottrarsi. Una volta cresciuta, Aurora è sbocciata come una ragazza di una bellezza celestiale, dai lineamenti delicati e dal portamento aggraziato. I due doni delle fatine, si concretizzano così nell’aspetto e nel temperamento elegante della giovane, che diviene la testimonianza vivente della magia. Aurora ama passeggiare nel bosco e la sua voce possiede il potere di incantare gli animali che abitano la foresta, i quali la seguono come stregati dalla nenia melodica dei suoi canti. Un giorno, il principe Filippo, promesso sposo di Aurora, che egli ancora non conosce, si avventura nel bosco in sella al suo cavallo. Come Orfeo, così Filippo mira la giovane fanciulla che non può immaginare d’essere in verità proprio Aurora, tanto armoniosa nei movimenti e leggiadra nei passi di danza che abbina alle tonalità del suo canto, da ricordare la ninfa Euridice.  “La bella addormentata nel bosco” fa della sua protagonista una creatura di garbo angelico, una naiade protettrice della natura, tanto da attrarre gli animali e indurli a divenire “attori” e “personaggi” della scena, i quali interagiscono con lei fino a rendere le piccole bestiole della boscaglia come vive e senzienti per il solo volere della protagonista che con essi si rapporta. Filippo, rimasto folgorato dalla visione della dama, la sorprende romanticamente alla spalle, mentre ella protende le sue braccia orizzontalmente. Aurora, ricambia lo sguardo dello sconosciuto e i due si innamorano istantaneamente come in un colpo di fulmine.

“La bella addormentata nel bosco” riflette la semplicistica ma sognante visione del periodo e delle fiabe popolari. I suoi personaggi non hanno personalità complesse, anelano solamente all’amore e allo sposalizio. Apparentemente una pecca nella caratterizzazione dei personaggi, ma se considerati come specchio dei racconti fiabeschi del tempo, è facilmente comprensibile come essi si conformino in maniera eccelsa a ciò che devono rappresentare: l’amore cieco.

Cieco nel senso di incondizionato. Come cieco è stato l’odio perpetrato da Malefica nel suo maleficio, nel medesimo modo è “cieco” l’incontro avvenuto tra Aurora e Filippo. Entrambi non conoscono le rispettive identità, eppure, si innamorano l’uno dell’altra. L’amore travalica l’odio di Malefica ancor prima del fatidico bacio. Al principe non importa conoscere l’identità della giovane che crede sia una semplice contadina e nel medesimo modo Aurora non si interroga circa la regale discendenza dell’uomo. Ancora una volta il destino sembra anticipare le mosse di Aurora, questa volta vittima fortunata degli eventi, i quali la portano ad innamorarsi dello stresso uomo a cui, inconsapevolmente, è già promessa ma che conosce in tutt’altre vesti che la spingono a sviluppare un sentimento sorto in una pura naturalezza. La cecità dell’odio di Malefica, quando ella compì il maleficio sulla piccola innocente, si oppone alla cecità con cui l’amore trova il modo di accrescersi. Sembra aleggiare su Aurora una sorta di provvidenza manzoniana, che porterà il fato della giovane alla salvezza a seguito dell’incontro con il principe. Aurora e Filippo cominciano a ballare, in un’immagine splendida i cui i corpi, in un perpetuo movimento danzante, vengono riflessi nello specchio d’acqua di un lago.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, quando Aurora scoprirà la sua vera origine, cadrà in un sonno eterno, perché punta dal fuso di un arcolaio creato dalle arti demoniache di Malefica. Il corpo della principessa giace addormentato e deposto su di un letto nella stanza del castello. A seguito della tragicità del momento, l’intero reame cade in uno sconfortante sonno. Filippo, per salvare Aurora, dovrà affrontare Malefica, nel frattempo tramutatasi in un drago. Le fiamme esacerbate dal drago serpentiforme conservano ancora quel verde fiammeggiante tipico della strega che infesta i pressi del castello sbarrando la strada al principe con rami fitti e appuntiti. Sono ritratti maestosi quelli riguardanti lo scontro tra il principe e Malefica, che catturano l’epicità cavalleresca del combattimento che terminerà con la morte della strega.

Una volta arginato il passaggio, il principe raggiunge la principessa. Ne deriva una delle immagini più evocative e meravigliose dell’intero film. Aurora ha un volto delicato come fosse fatto di porcellana, le sue mani poggiate senza vitalità alcuna vicino al cuore reggono una rosa rossa e il biondo dei suoi capelli illumina, come una luce ancora pulsante di speranza, il viso della fanciulla cinto della splendida “corona regale” donatale dalla natura. Filippo bacia Aurora che dischiude poco dopo i suoi occhi.

Aurora e Filippo convolano a nozze e riprendono a ballare nella sala grande del castello, dinanzi a tutti gli invitati, in un clima festante. Le fatine, però, scontente in merito al vestito indossato dalla giovane, cominciano con le loro bacchette a mutare il colore dell’abito della principessa, che passa, in un’alternanza sgargiante, più e più volte, dal rosa al blu. Ancora una volta i colori vividi catturano gli sguardi di noi spettatori, rubando le nostre attenzioni visive che si perdono su quei movimenti ballerini nel mentre il libro gira la sua ultima pagina.

“La bella addormentata nel bosco” è un classico la cui bellezza è perdurata nel tempo, dal ritmo compassato ma dal valore universale. Tecnicamente ineccepibile, splendente e prezioso come un libro dorato, rimasto d’immutata bellezza come il primo giorno in cui venne sfogliato e letto. Ecco perché credo sia meritevole di restare al centro di una sala grande nella biblioteca di fantasia più importante del regno magico.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Le follie dell’Imperatore” fu una sorta di paradosso progettistico. Vide la luce dopo anni e anni di lavorazione, e soltanto quando il progetto venne totalmente stravolto. “Le follie dell’Imperatore” doveva essere inizialmente un film serio e d’impronta prettamente drammatica, forse un musical a carattere epico. A seguito dell’ennesima riunione in cui il progetto stentava a prender forma concreta e a decollare, probabilmente, si scelse di raccogliere tutte le carte ammassate su una scrivania, in cui vi erano annotate le idee sulla specifica impostazione da dare al film e gettarle tra le fiamme di un camino e lasciarle bruciare. Si ricominciò da zero, con l’idea precisa di un imperatore e di un lama. Il film venne totalmente riscritto, riadattato, plasmato secondo una nuova elaborazione linguistica. Così, il regista Mark Dindal dipinse sulla sua “tela immacolata”, con colori originali, ma soprattutto impresse pennellate del tutto innovative. Dall’opera seriosa ed eccessivamente riflessiva iniziale si scelse di passare a un’esilarante commedia. Un paradosso progettistico, come dicevo, perché “Le follie dell’Imperatore” concepito come opera drammatica, nacque, per l’appunto, come commedia.

Quando si decide di virare verso un nuovo orizzonte, di mutare, per così dire, il viaggio e di conseguenza anche la metà, lo si deve fare con assoluta fermezza e decisione. Lo pensarono quasi certamente anche gli autori. Se da principio il musical de “Le follie dell’imperatore” (chiamato Kingdom of the Sun) doveva conservare un carattere storico imponente, ciò mutò, per far posto a un satirico surrealismo, e anche nel disegno questa decisione venne espressamente mantenuta. I personaggi ne “Le follie dell’imperatore” vennero realizzati con forme estremizzate, dall’aspetto goliardico, volutamente fatto per esasperare l’indole comica delle numerosissime gag disseminate a più non posso all’interno della pellicola. Ci imbattiamo così in personaggi slanciati, dalle spalle larghe e dalle articolazioni spigolose. Osserviamo tipi dalle braccia nerborute, e dalle gambe esili, e scrutiamo perplessi volti spiccatamente rotondeggianti contrapposti ad altrettanti allungati a sproposito. Sono personaggi caricaturati al massimo che generano risate ancor prima di compiere un gesto comico sapientemente preparato. Non sono altro che esseri nati dalla matita che dà corpo e forma a idee umoristiche, se non comiche, scaturite probabilmente da un copione scritto per il teatro dell’assurdo. 

Protagonista della storia è l’Imperatore Kuzco, un sovrano Inca, viziato, egoista, egocentrico e insensibile, che viene trasformato erroneamente (perché doveva essere ucciso) in un Lama dalla malvagia consigliera di corte Yzma (doppiata da una splendida Anna Marchesini) che si sostituisce a lui come imperatrice. Kronk, il fido aiutante di Yzma, energumeno, forzuto, di poco cervello, ma di buon cuore dopo una serie di bizzarre peripezie, perde il lama fuori dalla città. Kuzco, trasformato in animale, si imbatterà in Pacha, il capo del villaggio con cui aveva avuto un precedente contrasto in merito alla costruzione di Kuzcotopia, un parco acquatico che sarebbe dovuto sorgere sulla cima di una collina. Pacha accetta di aiutare l’imperatore soltanto se questi scenderà a compromessi e deciderà di costruire Kuzcotopia in un altro luogo. Tra innumerevoli e divertentissime disavventure, Kuzco e Pacha raggiungeranno il palazzo e spodesteranno Yzma dal trono, sventando così i suoi diabolici piani di conquista.

La sceneggiatura del film garantì situazioni di studiata pregevolezza comica, dalla vorticosa discesa ai laboratori di Yzma, passando per le consuete cadute nel vuoto causate da una “seconda leva”, fino ai continui siparietti di Kronk, combattuto tra le direttive crudeli di Yzma e la sua buona coscienza (che materializza sulle sue spalle un consigliere angioletto e un tentatore diavoletto). Scene divertentissime, non soltanto perché basate su un’ottima scrittura, ma anche perché rese naturali da un eccellente impatto scenico dei personaggi. In particolar modo in italiano Yzma poté contare, come già accennato, sul talento straordinario di Anna Marchesini che ne conferì un’aura di sana e contagiante esuberanza.

Tra i personaggi, però, è Kuzco l’assoluto dominatore della scena. La sua prorompente personalità lo rende un protagonista disneyano del tutto particolare: Kuzco è il motore delle vicende, colui che, con le proprie vicissitudini, trascina gli spettatori nella proprie folli avventure. Riesce così ad essere un protagonista ben più che particolare. Arrogante, altezzoso, nonché menefreghista: non è, di fatto, il principe buono e generoso o l’eroe coraggioso e incorruttibile. Questo suo carattere contrassegnato da sfumature negative viene però sfruttato per accentuarne il lato comico del personaggio. Le sue esternazioni dettate da un egocentrismo smisurato diverranno celebri: dal “Hai rotto il ritmo” all’irresistibile “non scendo a patti coi contadini”. In Kuzco procede di pari passo una doppia personalità del protagonista buono, ma anche dell’antagonista indifferente. Nella prima metà, il film gioca proprio su questi aspetti oppositori che vedono contrapposte le figure di Kuzco e Kronc. Quest’ultimo che dovrebbe essere il cattivo aiutante dell’antagonista finisce per essere, in verità, un personaggio teneramente positivo, capace di smorzare ancor di più una tensione narrativa che non prende mai il sopravvento, a discapito di una esposizione sequenziale colma di ilarità. Kuzco, invece, si presenta come un personaggio caratterizzato da una personalità egoistica che via via muterà, permettendogli di scoprire la magnanimità del suo animo.

"Vuoi broccoli?"

 

Ne “Le follie dell’imperatore” l’importanza del viaggio è il fulcro per comprendere l’evoluzione caratteriale del protagonista che lentamente cambierà in positivo, riscoprendo i valori dell’amicizia e della generosità. Kuzco, condannato a muoversi e a parlare come un Lama, elemento dai toni favolisti, trova nella sua trasformazione un’esperienza catartica e purificatrice, che non poteva sortire il medesimo effetto se non ci fosse stato l’incontro col panciuto contadino. Il ricco e il povero, l’animale e l’uomo, il superbo e l’umile, in questo peculiare duo comico, si delinea la morale più importante del film, incarnata naturalmente, nel cambiamento caratteriale di Kuzco la cui trasformazione fisica anticiperà la più significativa trasformazione caratteriale.

“Le follie dell’imperatore” è una commedia a tutto tondo, spassosa, dai tempi comici impeccabili, fondati su di uno stile umoristico surreale che diverte dal primo all’ultimo istante. Un film sottovalutato, che spesso non viene annoverato nella ristretta cerchia dei classici Disney più importanti. E’ la difficile ricezione con cui devono convivere le commedie più raffinate, spesso ritenute prive di un qualsivoglia insegnamento eloquente. In vero, una certa maestria è sita proprio nel saper trattare con elegante sarcasmo un tema profondo e riuscire a renderlo squisitamente allegro. “Le follie dell’Imperatore” non sarà sul podio dei film Disney di maggior impatto narrativo, ma è da considerarsi una delle più riuscite commedie del cinema d’animazione.

Con “Le follie dell’imperatore” si ride con spontanea genuinità, come spesso i film comici non sanno più fare.

Per leggere il nostro articolo dedicato al videogioco de "Le follie dell'Imperatore" clicca qui

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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In una verde radura cinta da fiori appena sbocciati, una cerva ha da poco messo al mondo il suo piccolo. Il cucciolo dorme tra le “braccia” della madre quando gli animali della foresta giungono in quel luogo per ammirarlo. Verrà da questi soprannominato “principino”, in quanto figlio del cervo reale della foresta. Il piccolo apre per la prima volta i suoi occhi al mondo e tenta di alzarsi facendo forza sulle esili zampette posteriori. Poggiandosi poi su tutte e quattro le zampe, il cerbiatto alza la bianca coda, prima di fissare con curiosità Tamburino, un coniglietto dal pelo tra il bianco e il grigio e dal musetto di un rosa acceso, chiamato a quel modo proprio per l’abitudine, piuttosto rimbombante, di tamburellare la zampa sul terreno. E’ lo stesso Tamburino a domandare alla madre del cerbiatto che nome ha scelto per il proprio nascituro.  Mamma cerva, dal canto suo, risponde prontamente: Bambi!

“Bambi” era il film preferito da Walt Disney in persona, la “creazione” a cui era idilliacamente legato e che amò come fosse un figlio. Per Disney, i più grandi ma anche i più piccini potevano osservare la vita di Bambi e rivedere in essa quel cammino, costellato da innumerevoli tappe, che chiamiamo “vita”. La storia dell’amorevole cerbiatto è un intenso viaggio nell’istinto vitale in cui si intersecano il rispetto per la natura e l’ammirazione per il mondo animale con il ciclo dell’esistenza: il venire alla luce, il proseguire nella crescita, l’amore e il raggiungimento della propria autonomia comportamentale.

Il piccolo cervo dalla coda bianca, sotto lo sguardo vigile della madre, impara ben presto a camminare e anche a parlare esattamente come un comune bambino. Scopre il valore dell’amicizia con Tamburino e la puzzola Fiore, e le meraviglie del mondo circostante, ma anche i pericoli di quel bosco che lo avviluppa sin da quando è nato. Crescendo, Bambi si innamora perdutamente di Faline, poco prima di divenire il signore della foresta. “Bambi” è un film profondamente sentimentale, che tenta di rapportare e inevitabilmente confrontare uomo e animale come figli della stessa terra, tendendo a unificare questi due esseri viventi, ma differenziandoli al tempo stesso. “Bambiè un lungometraggio che tratta il tema delcerchio della vitacinquant’anni prima deIl re leone”; e lo fa in modo estremamente malinconico e serioso, essendo esso un “ponte” forte e saldo, che permette di superare le burrascose acque del fiume della maturazione, ma soprattutto, rimanendo tutt’oggi una chiave didascalica dell’elaborazione del lutto. Se, infatti, la prima parte dell’opera pone lo sguardo accorto della camera su quella spensieratezza del piccolo cervo, tipica della giovinezza, e proprio per questo paragonabile a quella di un qualsivoglia bambino, la seconda parte, invece, si concentra sulla repentina crescita del protagonista, rimasto solo e affacciatosi senza alcuna avvisaglia sull’asprezza dell’arco vitale.

La sequenza in cui Bambi, confuso e spaventato, si muove tra i boschi mentre con voce accorata chiama la madre, mi riporta alla mente una celebre frase proferita da Christopher Lee: “E’ ciò che non si vede, non quello che si vede, che fa paura!”. La morte della madre di Bambi avviene fuori campo, lasciando lo spettatore, come lo stesso Bambi, nel vortice di un’atroce incertezza.

Il tenero cucciolo resta vicino alla cerva anche quando quest’ultima si pone in allerta, spronando il figlio a fuggire e a trovare riparo all’interno della fitta boscaglia. Lo sparo del cacciatore rompe l’apparente tranquillità di una fredda giornata invernale, il tempo si ferma d’improvviso e gli istanti sembrano tramutarsi in secoli. La neve comincia a fioccare copiosamente e Bambi riemerge dalla sua tana in cerca della madre. Le impronte dei piccoli zoccoli del cerbiatto restano impresse sul manto nevoso, indicando un percorso disordinato compiuto da Bambi nel tentativo di ritrovare la sua mamma. Il cammino a ritroso lo porta a imbattersi nel padre, l’imponente principe della foresta. L’imbarazzo e il disagio provati da Bambi sono resi in maniera del tutto naturale, con il piccolo cerbiatto che, di sobbalzo, abbassa lo sguardo, perché intimidito dalla maestosità del genitore.  Nel doppiaggio d’epoca datato 1948 Mario Besesti donò la sua voce corposa al padre di Bambi quando questo dovette dare al figlio il triste annuncio dell’avvenuta morte della madre. Le parole del padre nel riadattamento italiano assunsero le connotazioni di un funereo monologo.

“La tua mamma non tornerà mai più!  L’uomo l’ha portata via. Devi essere coraggioso, devi imparare a vivere da solo. Vieni, figlio mio!”.

Queste furono le frasi recitate con straziante commozione da un magistrale Besesti. Il secondo doppiaggio venne registrato nel 1968 e fu più attinente alla versione americana. Il padre ebbe la voce, perfettamente modulata, di Giuseppe Rinaldi, quando registrò le fatidiche parole: “La tua mamma non tornerà mai più!”. Seguono degli attimi in cui assistiamo, taciturni, alla reazione sconsolata di Bambi, quand’ecco che il padre prosegue: “Vieni, figlio mio!”.

Il grande principe della foresta nel suo eloquente silenzio spezza l’innocenza del figlioletto, che d’ora in poi dovrà riuscire a vivere senza più le attenzioni e l’affetto della madre. Quel “vieni con me”, proferito con tenera fermezza, induce Bambi a seguirlo e a comprendere che dovrà crescere in fretta per poter seguire le orme del padre e vegliare con lui nella selva.

Un’interpretazione vocale che sancisce un intonante sposalizio tra la dignità regale cui è rivestito il principe e la sensibilità paterna cui deve assurgere in quei tristi frangenti nei confronti del proprio figlio. Bambi si incammina fianco a fianco al padre, poco più che uno sconosciuto per lui, che ha trascorso ogni istante della sua giovane esistenza tra le calde cure della madre. Essa rappresentava ciò che Bambi era, la sua purezza; il padre, invece, ciò che Bambi sarà, la sua futura solennità.

L’impatto emotivo della scena travalica i confini del grande schermo, emozionando l’immaginazione dello spettatore e la sua sfera coscienziale. La scelta di non mostrare né il corpo inerme della madre né una traccia del suo vissuto si rivelò una rappresentazione ancor più drammatica della separazione tra madre e figlio. In un batter di ciglia Bambi perde la sua mamma per sempre, e non può neppure dirle addio. Non posso che fermarmi un attimino a riflettere su quanto scriveva il Foscolo nel suo carme “Dei sepolcri”. Per l’uomo, poter piangere i propri cari, è il solo, lascibile conforto in grado di sostenere la tragedia di un addio. Ciò che reputo ancor più drammatico nel linguaggio cinematografico, espresso dal lungometraggio “Bambi”, è proprio la rappresentazione di una morte sopraggiunta in un momento di serena quiete. Un dramma inopinato che bruscamente strappò Bambi dalla sua innocenza, negandogli persino l’opportunità di poter accarezzare la madre un’ultima volta. L’immedesimazione nel protagonista sta proprio nel suo essere vittima degli eventi stessi, impotente dinanzi ad una minaccia del tutto nuova, e impossibilitato a piangere la madre, umanizzata nell’ideologia di genitrice. Bambi viene così ancor più reso umano, perché nel dolore diventa un possibile punto di contatto con i bambini che si rapportano all’identità animale, cercando in essa quei tratti comuni della propria familiarità.

La scena fin qui analizzata fa sì che la mente degli spettatori venga lasciata libera di viaggiare negli imperscrutabili meandri dei propri timori. L’apparato “scenografico” è però necessario per amplificare ancor di più quel senso di vuoto incolmabile lasciato nell’animo di chi guarda il film, e a tal proposito, la neve che fiocca sembra un lungo pianto generato dalla natura che avvolge l’intera vegetazione, il tutto in uno scenario triste e malinconico. Le musiche, l’animazione e le brevi riflessioni del padre assumono un valore poetico senza eguali, in cui ciò che temiamo diviene più incisivo di ciò che stiamo effettivamente guardando.

Il tempo lenisce ogni ferita, e così il lutto viene tenuamente superato con il trascorre delle stagioni. Il bosco subisce l’alternarsi della colorata e odorosa primavera, e dell’estate calda e luminosa, con l’arrivo malinconico dell’autunno in cui le foglie cadono e ricoprono le radici degli alberi. E’ su quel soffice sottobosco che Bambi, divenuto ormai un cervo adulto, ostenta la sua imponenza. Attraverso il suo passaggio alla maturità possiamo osservare quanto l’impronta umana degli autori combaci con il rispetto dell’istinto animale. Così, se Bambi si innamora come una qualsiasi persona, allo stesso modo agisce come un animale qual è, scontrandosi con un cervo rivale per la conquista della sua amata Faline. Opera esistenzialista e studio documentaristico vengono assorbiti dalla stessa abilità narrativa, permettendo a “Bambi” di poter essere un film in cui viene amalgamata la sfera emotiva e raziocinante dell’uomo con l’agire e il comportamento degli animali. Lo studio dell’andatura “altezzosa” e nobile del cervo, una caratteristica vagliata minuziosamente sul campo, si unisce così al suo parlare spiccatamente umano, e l’accoppiamento tra gli animali, chiamato ironicamente nel film “rincitrullimento”, viene mostrato come un autentico atto d’amore monogamo, oltre a riprendere molte delle azioni tipiche degli animali nelle stagioni degli amori.  “Bambi” è a tutti gli effetti un film che elogia lo studio etologico e celebra l’esaltazione dell’animo umano. In particolare gli occhi furono lo specchio con cui gli autori scelsero di creare un legame fatto di sguardi e introspezioni con i propri spettatori. Mirando gli occhi degli animali, noi spettatori creiamo inconsapevolmente un rapporto di coinvolgimento con loro, dialogando non con le parole bensì con gli sguardi e le tante “sbirciatine” all’interno del nostro “io”.  I grandi occhi azzurri e le ciglia lunghe ed emotivamente comunicative della splendida madre confortano il piccolo Bambi quando non è che un cucciolo, e quei medesimi occhi “incastonati” nel volto di Faline inducono lo stesso Bambi a invaghirsi di lei. Gli occhi divengono così lo specchio dell’anima dell’uomo ma anche dell’animale, talmente umanizzato da poter essere considerato un custode d’anima lui stesso.

L’ultimo passo nella vita di Bambi è quello di poter prendere il proprio posto nel cerchio della vita. Nonostante il padre rivesta un ruolo simile a quello che avrà Mufasa ne “Il re leone” qui si differenzia per il modo di porsi e di educare il figlio. Il Grande principe della foresta è un re altero, che si muove con solennità, trasudando saggezza sin dal proprio portamento. Il suo procedere con tale grazia e magnificenza coincide col suo essere di poche parole. Esso dimostra l’affetto nei confronti di Bambi in modo implicito, relazionandosi con lui solo apparentemente in maniera distaccata. Il Grande principe dà valore ad ogni singola parola detta, istruendo il proprio figlio più con i gesti che con le espressioni verbali, cosciente che Bambi dovrà divenire forte e prendere il suo posto per proteggere la foresta dalla minaccia invisibile dell’uomo. Il male in “Bambi” è rappresentato proprio dall’uomo, mai però delineato fisicamente sullo schermo, poiché volutamente idealizzato come una negatività astratta, che può distruggere la natura e la vita animale esattamente come il suo stesso prossimo. In tal modo “Bambi” vuol comunicare un messaggio pressoché universale, mettendoci in guardia sui pericoli della malvagità di certuni pronti ad annientare con tanta efferatezza ciò che li circonda. “Bambi” è altresì un ammonimento evocativo per l’uomo “incendiario” e per il bracconiere e cacciatore senza scrupoli, un monito onnipresente per il rispetto della natura e il riguardo, laddove è possibile, verso gli animali liberi e selvaggi.

Bambi avrà da Faline due cuccioli gemelli. Li scruterà da lontano, restando fiero e regale su di un’altura, vegliando sulla compagna, sui figli e su tutta la foresta, con la vigoria di un vero sovrano. La possanza delle sue ampie protuberanze ossee evidenziano il raggiungimento di un completamento esistenziale: Bambi è ciò che per lui è stato suo padre, ed è pronto ad essere tale per i suoi discendenti.

I suoi palchi spioventi divengono una corona regale posta sul suo capo.

“Bambi” è un capolavoro assoluto, che tende la mano al pubblico più giovane e lo accompagna, attraverso una crescita artistica, a una comprensione reale del mondo ma non solo; la stessa mano continua a tenderla agli adulti, compiendo un viaggio a ritroso, rievocando in essi il passato, il legame con la persona più cara perduta, guidandoli verso un futuro che continua a essere imminente. “Bambi” è, a mio giudizio, una sorta di traghettatore di due ben distinti spiriti: l’innocenza e la consapevolezza.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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La Bella e La Bestia disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Beauty and the beast” viene spesso definito banalmente come “lungometraggio d’animazione”. Quanto può farmi infuriare un tale appellativo! Non che non lo usi io stesso nel menzionare quest’opera, in quanto, è inutile negarlo, rende chiaro e immediato ciò a cui si fa riferimento.  Eppure seguito a non gradire tale denominazione. Per essere totalmente sinceri, non apprezzo nemmeno l’efficace, seppur ancor più semplice, definizione di “film”. Né “film” in senso stretto né “lungometraggio d’animazione”, né tantomeno “pellicola” sembra calzare a pennello, nella mia concezione, per descrivere ciò che propriamente è “La bella e la bestia”. Le precedenti sono descrizioni fin troppo limitanti, quantunque cerchino di assurgere al loro volere esplicativo. “La bella e la bestia” è un’opera d’arte indescrivibile, e come tale non può essere né collocata sotto una data categoria descrittiva né omologata come un ornamento decorativo. “La bella e la bestia” è, per il sottoscritto, magia inviolata, puro lirismo cristallizzato. Una lavorazione impregnata d’irripetibile magnificenza, tersa e intellegibile, in una mistificazione dell’arte animata e in una esaltazione della poetica umana. “La bella e la bestia” convoglia in sé poesia d’amore decantata dai propri dialoghi, arte pittorica palesata nei suoi fondali, arte teatrale trasfusa nei suoi personaggi, composizione musicale esaltata nelle proprie melodie. “La bella e la bestia” è l’incanto dell’arte intrisa nei petali di una rosa. Ogni petalo che da essa cade giù sembra recare in sé la sola, l’unica forma d’arte autonoma e incomparabile, la più candida: quella generata dal cuore e modellata dalla mente. E mantiene tale potenza dal primo fino all’ultimo istante, senza lasciare nel vuoto incolmabile un solo frammento del proprio essere. Sin dall’inizio, sin dal suo prologo…

  • Analisi del prologo

Dal dissolversi di uno sfondo nebuloso emergono i primi dettagli di un bosco verdeggiante. Si staglia centralmente un’altura rocciosa da cui viene giù una piccola cascata. Ecco che la camera sembra risalire il corso del ruscello, fino a raggiungere il cuore della foresta, dove il sole irradia, coi suoi raggi, un bianco e imponente castello regale. La melodia di Alan Menken risuona dolcemente sin dall’inizio. E’ un’aria di magia, un suono d’incantevole pregevolezza. Con poche, fievoli note veniamo trasposti in un modo fiabesco, all’apparenza ovattato. Giungiamo al palazzo ma non varchiamo i suoi confini. Notiamo invece i ritratti impressi sulle vetrate del castello in cui viene raccontata la storia di un principe…

La splendida voce narrante di Nando Gazzolo, nella versione italiana, ci regala una prima analisi del testo. Comprendiamo così ciò che andremo a conoscere successivamente: un principe che vive tra gli agi delle proprie ricchezze, nella bellezza adamantina della sua dimora. Era un nobile viziato, probabilmente attaccato morbosamente ai propri beni materiali, tanto da non voler che nessuno osasse varcare la soglia del suo castello, onde evitare che potessero godere con lui di tali ricchezze. E infatti neppure noi spettatori riusciamo ad entrare nel castello. Benché il racconto rimandi a un periodo consumatosi anni orsono è come se nel dipanarsi della narrazione noi ci trovassimo in qualche modo a vivere il passato come nel presente. Una notte d’invero, il principe riceve la visita di una vecchia mendicante che gli offre una rosa in cambio di un riparo dal freddo pungente. Il disegno sulle vetrate mostra appunto una figura di vecchina minuta, ingobbita dalla fatica e da una vita di stenti. Il suo volto è infossato, l’immagine della sofferenza, tanto da ricordarmi i lineamenti scavati del viso dei “Mangiatori di patate” di Vincent Van Gogh. La donna, suscita una certa repulsione agli occhi del principe e quindi la respinge.

Quella vecchia mendicante, così deforme e sgradevole agli occhi, in realtà è una fata bellissima. Ella sapeva che il principe non avrebbe guardato all’animo ma all’aspetto esteriore, e così fu. Ebbe dunque la conferma di ciò che sul suo conto già conosceva: nel cuore del principe non vi era spazio per l’amore. Decise così di castigarlo con un terribile maleficio, trasformandolo in una bestia. Notiamo che tale maledizione non si limita soltanto al principe, ma investe l’intero castello e tutti coloro che lo abitavano. Perché? Il maniero, doveva riflettere la personalità oscura e ottenebrata del principe. Come era truce il suo animo così orribile doveva diventare la sua dimora, tanto da esternare la malignità che albergava nel suo cuore. La servitù, estranea all’agire del principe, venne comunque maledetta, in quanto loro stessi non riuscirono mai a sciogliere quel cuore di pietra, ma soprattutto perché il principe, egoista nel suo modo d’agire, avrebbe dovuto provare un senso di colpa per il destino che gravava sulla fedele servitù, la sola sua famiglia.

Il prologo de “La bella e la bestia” è un’opera d’arte sequenziale. Basterebbe solo tale introduzione a suggellare il lungometraggio come assoluto capolavoro. Perché vennero scelte delle vetrate che rimandano a quelle delle antiche cattedrali per rinarrare il passato? Perché il disegno doveva essere diversificato rispetto alle restanti immagini dell’intero film. In quelle vetrate noi vediamo ciò che è stato, ciò che ci viene raccontato in maniera imparziale, in un modo quasi giuridico. E’ la fantasia a venir stimolata, non la realtà. Questo perché le intenzioni dei registi Gary Trousdale e Kirk Wise erano quelle che noi tutti avremmo dovuto imparare a conoscere la Bestia esattamente nel momento in cui Belle la incontra. Comprendiamo infatti il passato del principe ma in modo non evidente, perché dobbiamo conoscerlo insieme a Belle. Non è un caso infatti che la camera ci permetta d’entrare nel castello soltanto quando il maleficio si è ormai compiuto: anche noi spettatori dobbiamo interagire per la prima volta con la Bestia, non con il principe.

In un ritratto, il principe si inginocchia dinanzi alla fata, volgendo verso di lei le sue mani, in lacrime, disperato, poiché terrorizzato da ciò che sta per subire. La fata ha un volto triste quando proferisce la maledizione, come se in quanto essere punitivo e neutrale sia stata costretta dal suo ardire a condannarlo. La fata, mai mostrata realmente né tantomeno personificata, lascia una lieve speranza di salvezza al principe: se avesse imparato ad amare e fosse riuscito a farsi amare a sua volta l’incantesimo si sarebbe spezzato. In caso contrario, al compimento dei suoi 21 anni sarebbe rimasto una bestia per sempre. La rosa che gli aveva donato e che egli aveva immediatamente rifiutato perché un qualcosa di naturale e non particolare, assume di colpo un valore trascendentale. Ci tengo a far notare infine la minuziosità con cui venne rappresentata per la prima volta la rosa: non sbocciata rispetto al resto del film, quando apparirà più morente e prossima ad appassire, segno che il lavoro che c’è stato nella realizzazione del minimo dettaglio de “La bella e la bestia” fu assolutamente impeccabile.

  • Trama

Alcuni anni dopo, in un villaggio situato alle porte della foresta in cui si cela il castello stregato, vive Belle, la ragazza più carina di tutto il villaggio, caduta preda delle attenzioni per nulla garbate del cacciatore Gaston. Belle è figlia di Maurice, un uomo pingue e pacioccone, stralunato all’apparenza ma di buon cuore. Un giorno, Maurice parte per presentare alla fiera una macchina di sua invenzione capace di tagliare la legna, ma finirà per perdersi nel bosco. Gira che ti rigira raggiunge ignaro il castello maledetto, dove verrà catturato dalla Bestia. Belle, preoccupata per il padre, parte alla ricerca e lo ritrova poco prima d’imbattersi nella mostruosa creatura. Belle decide di sacrificare se stessa pur di lasciare andare l’anziano genitore: stringe difatti un accordo col signore del castello che, palesandosi sotto la luce, si lascia guardare dalla ragazza nella propria mostruosità. L’iniziale rapporto tra Belle e la bestia non è certo idilliaco; lei lo vede come un mostruoso carceriere e la Bestia non fa nulla per domare la sua indole iraconda. L’evento che spezza l’astio tra Belle e la Bestia, paradossalmente, è da riscontrarsi in un momento di puro terrore. Quando Belle intravede la rosa incantata e muove la sua mano per toccarla, la Bestia le appare in tutta la sua espressione furiosa, e la scaccia via dal castello, salvo poi venire a pentimento. Così, la creatura esce dal castello e raggiunge la giovane salvandola dall’assalto dei lupi. La bestia, ferita gravemente a seguito della furibonda lotta si accascia sulla neve e nonostante Belle avesse la possibilità di andar via, decide di tornare indietro al castello per permettere alla bestia di ricevere i dovuti soccorsi.

Da questo momento tra Belle e la Bestia si sviluppa un tenue rapporto di complicità che nei giorni successivi si rafforza sempre più. La bestia dal suo rapportarsi con Belle comincia a riscoprire i sapori della quotidianità, le bellezze della natura e la serenità che una dolce compagnia può trasmettere. La bestia riprende a camminare in posizione eretta, a pranzare con l’ausilio delle posate, dettagli apparentemente futili, ma che certificano il suo lento progredire nel riscoprire un’umanità che credeva essere stata annientata dal suo aspetto. Belle, dal canto suo, scopre la timidezza, l’imbarazzo e la generosità celata nell’animo della creatura non più brutale come appariva un tempo.

La Bestia porta Belle ad ammirar lo splendore di un’enorme sala adibita a biblioteca, in sui sono custoditi migliaia di libri. La bestia dona a Belle quell’intero salone, mentre si sta già innamorando perdutamente di lei, tant’è che organizza una serata romantica. Ma sarà proprio Belle ad avvicinare la Bestia e a condurla nella sala grande, a stringersi a lui in un abbraccio condiviso, seguito a breve da qualche passo di danza. La bestia riesce a stento a deglutire per l’emozione; una linea di demarcazione ben evidente tra i due: da una parte Belle dimostra ancora una volta di essere una donna dolce e sognante ma anche forte e decisa, dall’altro la Bestia certifica che il suo animo è totalmente cambiato, divenuto timido e gentile, garbato ed elegante. Adesso la Bestia lascia andare via Belle in modo che possa far ritorno a casa, dove il padre l’attende, rinunciando così, per sua stessa volontà, alla possibilità di poter porre fino al maleficio. Una volta che Belle abbandona il castello, la Bestia si lascia andare a un lamento inconsolabile. Belle, riabbraccia il padre e lo conduce al villaggio proprio quando il perfido Gaston ha già attuato un piano per ottenere la mano di Belle: ha, infatti, stretto un accordo con il responsabile del manicomio per far internare Maurice, colpevole d’asserire dell’esistenza di una bestia mostruosa che vive in un castello. Belle dovrà acconsentire a sposare Gaston se vorrà salvare il padre. Ma per dimostrare che Maurice dice il vero, Belle mostra la bestia attraverso lo specchio magico che la stessa creatura gli aveva permesso di portare via. Gli abitanti del villaggio, terrorizzati alla vista della bestia e spronati da Gaston decidono di raggiungere il misterioso castello per uccidere l’animale.

Gaston trova la bestia in uno stato di totale rassegnazione, come se la creatura, privata della presenza di Belle, avesse perso la voglia di vivere. Gaston non esita a trafiggerlo con una freccia scoccata da breve distanza, ma quando la Bestia scorgerà in lontananza Belle, accorsa al castello per salvarlo, riprenderà a lottare, riuscendo ad avere la meglio su Gaston. L’umanità riscoperta dalla Bestia però gli impedisce di uccidere il rivale, così lo depone al suolo, ordinandogli di lasciare il castello. La bestia oltrepassa così le mura del castello per raggiungere Belle, ma Gaston lo pugnala alle spalle, poco prima di precipitare giù nel vuoto, trovando la morte. La bestia spira tra le braccia di Belle, rimirandola per l’ultima volta. La donna, commossa, declama il suo amore sul corpo esanime della Bestia poco prima che anche l’ultimo petalo abbandoni lo stelo…

  • Analisi della caratterizzazione dei personaggi

Prima di trattare l’epilogo dell’opera, facciamo una digressione per analizzare i molteplici fattori estetici e tematici presenti nel film, partendo appunto dai personaggi. Una cura meticolosa è stata usata nella stesura delle parti dei protagonisti. Ognuno di loro ha infatti una caratterizzazione propria, basata su una sceneggiatura più che consolidata. Belle è una splendida e giovane donna, dall’aria perennemente sognante e amante della lettura. Ella tiene i suoi bei capelli castani legati con un fiocco azzurro ed è ritratta con un viso tondeggiante in cui sono incastonati due occhi profondi come la sua stessa immaginazione. Il padre di Belle, Maurice, è di acume sottile ed è più che evidente che Belle abbia preso da lui gran parte del suo spirito d’inventiva. Non ci è dato sapere nulla circa la madre della giovane, ma è facilmente intuibile che sia scomparsa già da parecchi anni e che Belle sia stata allevata con amore incondizionato dal bizzarro padre. Maurice è un inventore, un mestiere piuttosto peculiare nel villaggio in cui i due sono giunti e dove si sono stabiliti. Un luogo in cui “l’invenzione” e la “novità” non sono certo fattori contemplati. I villeggianti, infatti, sono persone molto ingenue, abitudinarie, bigotte e poco istruite ma non per questo cattive. Belle, donna alquanto informata e d’intelletto, sa che i suoi compaesani sono dei sempliciotti, ma non per questo evita di dialogare con loro, cercando anche di farli appassionare ai racconti che tanto la coinvolgono, ma sempre con pessimi risultati. Belle, si reca quotidianamente nella biblioteca di città per prendere in prestito libri da leggere. Questi tomi diventano per Belle gli unici strumenti con cui estraniarsi dall’apatia del villaggio in cui vive, per viaggiare lontano, verso luoghi remoti e vivere, con la sua verve sognante, mirabolanti avventure. Se per il principe lo specchio è la sola finestra sul mondo esterno, per Belle i suoi libri diventano l’unico portale su cui porre il suo sguardo bisognoso di “magia”. Il villaggio in cui vive la ragazza sembra non garantire alcun futuro per una giovane donna come lei, se non quello di prender marito. Belle si ritrova così più volte costretta a respingere, elegantemente, le avance del superficiale Gaston, che pur di averla come sposa è disposto a tutto. Gaston è uomo nerboruto e gretto, villico e rozzo, violento e maschilista, sadico e narcisista. Non a caso è rappresentato come un cacciatore nel lungometraggio d’animazione, poiché vede Belle non come una donna d’amare ma una preda da conquistare e sfoggiare in casa propria. E’ questa la prima vera linea di demarcazione che il film vuol tracciare tra la figura della Bestia e quella dell’antagonista Gaston: quest’ultimo, pur venendo rappresentato come un uomo violento e crudele è altresì un meschino vigliaccio, a differenza della Bestia che si batterà con ardore pur di salvare Belle. Le Tont, il fido amico di Gaston, è un uomo succube del cacciatore, probabilmente anche invidioso di lui ed è proprio qui che va ricercata la sua sudditanza: poiché non può essere come lui, Le Tont sceglie di diventarne il fedele servitore. Le Tont è stupido e di bassa statura e con la sua inettitudine stempera, come può, l’alone di malvagità che aleggia attorno alla figura di Gaston.

Il principe ha una personalità intrigante e dualistica, oscillante tra una cattiveria passata e una bontà ritrovata nell’esperienza catartica della trasformazione e della conoscenza di Belle. Sin dalle prime sequenze in cui la Bestia si presenta finalmente dinanzi agli spettatori, “egli” cammina su quattro zampe, come fosse a tutti gli effetti un’animale indomito e selvaggio. Eppure, emergono, sin da subito, particolarità umane, dapprima nell’aspetto, in seguito anche nel modo di porsi. La bestia lascia intravedere nel suo viso, così aggressivo, dalle cui fauci fuoriescono denti aguzzi, due occhi azzurri come il cielo. Essi sono l’unica reminiscenza del suo aspetto umano. Nell’atteggiamento, invece, la Bestia permette agli spettatori di comprendere un’ira spiccatamente umana nella scena in cui Belle, tenendogli testa, rifiuta di raggiungerlo a cena. La bestia, furiosa, dibatte i suoi pugni sulla porta e il suo pelo si irrigidisce.  Le sue espressioni variano da una rabbia mal celata per non essere stato accontentato nella sua richiesta fino a una furia esternata nel non essere stato ricevuto dalla ragazza, in un gioco ironico ma al contempo serioso circa il suo essere rifiutato. Sentimenti umani espressi per l’appunto da gestualità indicanti insoddisfazione; indimenticabile per l’appunto il modo in cui la Bestia allunga la mano rigida sibillando: “quella fa così la DIFFICILE!” I lineamenti del principe Adam sembrano ispirati alla conformazione del volto della Bestia, come se non fosse la creatura ad essere stata adattata all’uomo, ma invece l’uomo alla Bestia nelle realizzazioni estetiche.

  • Dalle ambientazioni dark, agli oggetti animati e alle umanità nascoste

La bestia ha vissuto per anni nell’isolamento, e l’arrivo di Belle viene interpretato come se la donna fosse giunta lì perché il fato gli permettesse di scoprire l’amore e porre fine all’incantesimo. La figura di Belle viene così trasfigurata agli occhi della Bestia in quella di una dama giunta al castello per salvarlo. Eppure, egli cerca di non lasciarsi illudere da quella che potrebbe rivelarsi soltanto un’illusione e anche il suo carattere irascibile non gli permette di rapportarsi alla giovane con le dovute maniere. Ci penseranno i suoi servi a trattarla con rispetto ed eleganza, tra tutti Lumière e Tockins, rispettivamente un candelabro e un orologio: due oggetti animati, un tempo uomini, che assurgono ai canoni di una vera e propria coppia comica. La comicità distillata sapientemente nel film del 1991 è di una raffinatezza sublime. Si ride e si riflette costantemente, ma la risata che ne deriva dai siparietti comici di Lumière e Tockins non è mai banale o puerile, ma sempre elegante e ben studiata e nasce dalle loro aperte contrapposizioni. Lumière è svagato, ironico, trascinante, Tockins, invece, è preciso come “un orologio”, timoroso, e non prende mai l’iniziativa, perché troppo fedele al volere del padrone. Se Tockins è la quiete, Lumière è l’estro, se il primo è il realismo, Lumière è la fantasia. Ma nel castello è tutto vivo e senziente, dalle posate argentee ai servizi di porcellana, dalle tazzine parlanti, come il piccolo Chicco, alla grande teiera chiamata Miss Bric. Personaggi secondari, oserei dire di supporto, ma dalla personalità talmente debordante da divenire comprimari di Belle e della Bestia.

In una lunga camminata introduttiva tra gli ampi corridoi del castello la Bestia guida Belle fino a quella che dovrà essere, d’ora in poi, la sua stanza. Proprio in tali frangenti la ragazza scruta con occhio vigile il castello, intravedendo inquietanti sculture demoniache che dominano la sommità del palazzo. “La bella e la bestia” contiene nelle sue tetre tavole artistiche e nelle sue atmosfere cupe e stregate lievi accenni all’horror, in cui il terrore è rappresentato nella concretezza artistica delle statue in pietra poste in cima al castello o nei quadri spettrali che “ornano” le pareti, oltre che, naturalmente, dal fare sinistro della Bestia. L’ambientazione barocca diviene di un gotico spiccatamente dark e trasmette un senso di perenne inquietudine.

La scenografia ben definita e la ricostruzione degli ambienti ne “La bella e la bestia” non solo è straordinaria ma unica: il castello e i suoi abitanti mutati in oggetti animati donano linfa vitale agli sfondi del film che diventano protagonisti della scena come fossero attori in carne ed ossa, travalicando i confini scenici e formando un trittico perfettamente amalgamato in una medesima fonte di suoni, movimenti e immagini. Gli sfondi tinteggiati non diventano più soltanto i luoghi in cui i protagonisti muovono i loro passi, bensì sono parte integrante dell’azione e dell’agire dei personaggi. Ne “La bella e la bestia” tutto sembra vivo e ogni cosa è caricata di un alone di mistica vivezza. Gli oggetti animati permettono a Belle d’instaurare un primo, vero legame con il maniero della Bestia, quel luogo che lentamente si scoprirà essere non più una prigione per la fanciulla ma una casa. Quel canto di Lumière, che seguita a intonare i versi di “Stia con noi…” non fa che reclamare la permanenza della donna lì al castello, perché Belle è la loro unica speranza, la luce che torna a rischiarare le tenebre del castello non più rilucente come veniva descritto in passato.  La sala grande in cui Belle e la Bestia si perdono nei rispettivi sguardi, tra i passi di un suggestivo Valzer, fu la prima sequenza creata con l’ausilio di sfondi 3D per un film d’animazione.

Le canzoni composte per “La belle e la bestia” sono alcuni dei brani più belli e intensi della storia del cinema, capaci d’arricchire un apparto melodico della colonna sonora già, di per sé meravigliosa. Le canzoni inserite nei punti chiave del film non riflettono soltanto lo stato d’animo dei personaggi ma ricalcano soprattutto la personalità dei protagonisti. Ascoltiamo quindi i sogni di Belle circa un futuro avventuroso che sembra non snocciolarsi mai dinanzi a sé, udiamo gli elogi sprezzanti intonati dai paesani a Gaston, fino a volgere l’attenzione delle nostre orecchie ai canti in cui Belle e la Bestia iniziano ad innamorarsi l’uno dell’altra. Ai suoni e alle parole intonate si abbina una magnificenza nel disegno, impossibile da non apprezzare, specialmente per l’espressività che i due registi sono riusciti a dare ai personaggi.  I volti, gli occhi, le labbra sembrano sempre voler comunicare qualcosa di più delle singole parole, scena dopo scena, toccando vene iperrealistiche e melodrammatiche, specialmente nella scena finale, in cui Belle, disperata, sussurra sommessamente quel “io ti amo…”.

Il principe Adam disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Trasformazione finale: la pietà della fata.

…quando Belle ammette d’amare la Bestia, il maleficio della fata viene meno. Eppure, in pochi si soffermano a riflettere sul fatto che la Bestia sia morta. Il maleficio prevedeva che l’amore provato e ricambiato a sua volta avrebbe annullato il sortilegio, ma non vi è alcuna spiegazione su ciò che poteva avvenire nel caso in cui la Bestia fosse mortaUna minuzia che mi ha sempre lasciato esterrefatto sin da bambino: perché la bestia torna in vita? Ecco che la pietà della fata, mistificata nella sua idealizzazione, silenziosa e invisibile nella propria trasfigurazione, sembra perdonare il principe e fargli un dono dal valore inestimabile: restituirgli la vita. Nessuno sembra soffermarsi su questo meraviglioso particolare; la fata, in quanto spirito punitivo, diviene infine uno spirito benevolo. La bestia comincia a trasformarsi: i suoi arti lentamente riprendono l’aspetto umano, le sue zampe progressivamente riacquistano le sembianze di piedi, in un lavoro artistico minuzioso, quasi maniacale. Persino il volto della bestia perde sempre più quella folta peluria e le sue fauci diminuiscono fino a tramutarsi in semplici labbra. Una delle scene più intense della storia del cinema. Il mantello che avvolgeva il corpo della Bestia viene deposto delicatamente al suolo, come se la fata, vivesse in una forma astratta, impossibile anche solo da vedere, e lo reggesse a sé, accompagnandolo fino a toccar terra, come a farlo rinascere. In tale scena avviene la “morte” della Bestia e la “rinascita” dell’uomo. Una trasformazione avvenuta ben prima, nelle settimane precedenti in cui la Bestia aveva conosciuto Belle e imparato ad amarla e che adesso trova la propria sublimazione.  Belle riconosce il principe da quell’unica particolarità umana che gli era rimasta nell’aspetto: i suoi occhi cerulei. Ella, rammenta ciò che era e comprende ciò che è diventato attraverso i suoi occhi, lo specchio dell’anima del principe, del suo cuore, tutto ciò che lei ha amato di lui. Il principe e la giovane si baciano e in un tripudio di colori, l’incantesimo perde i suoi funesti effetti. Il castello torna bianco e splendente come era un tempo e le figure demoniache vengono tramutate in sculture angeliche. I servitori riacquistano le loro fattezze umane e la bella riprende a danzare col suo principe nella sala grande del castello. La camera ci accompagna fuori dal palazzo, a rimirare un’ultima volta le vetrate che avevamo visto all’alba di tutto. Ce ne è una nuova, quella ritraente il principe Adam e Belle che ballano sotto la raffigurazione di una rosa che sovrasta le sagome dei due innamorati. Il film termina nell’esatto modo in cui era cominciato, sfruttando appieno l’egual sequenza narrativa. Questa volta, però, la vetrata testimonia ciò che abbiamo realmente vissuto nei meandri di quel castello ed è come se quella stessa raffigurazione l’avessimo in un qual modo dipinta noi stessi.

  • Un successo planetario

“La bella e la bestia” terminò la propria corsa al botteghino conquistando un posto nel podio dei tre film di maggior successo dell’anno. Al trionfo in termini di guadagno si unì una ricezione critica entusiastica. “La bella e la bestia” vinse 3 Golden Globe, per il miglior film, la miglior colonna sonora e la migliore canzone, un risultato che per l’animazione verrà eguagliato da “Il re leone” nel 1994. “La bella e la bestia” ricevette inoltre 6 candidature all’Oscar, 3 per le migliori canzoni, altre due per la miglior colonna sonora e il miglior sonoro e infine una per il miglior film. Si, avete letto benissimo, “La bella e la bestia” riuscì nella grande impresa, quella di conquistare una nomination all’Oscar come miglior film dell’anno, e fu il primo lungometraggio d’animazione a riuscire a raggiungere tale traguardo. Deterrà questo primato in solitaria per quasi un ventennio, quando verrà raggiunto da “Up”, ma quest’ultimo eguagliò il record quando le categorie di nomination vennero portate da 5 a 10. Il record de “La bella e la bestia” è quindi, tutt’oggi, da ritenere assolutamente straordinario. Soltanto “Il silenzio degli innocenti” riuscirà a strappargli la statuetta per il miglior film, ma “La bella e la bestia” sfiorò oggettivamente un’impresa ritenuta impossibile. “La bella e la bestia” vinse comunque due premi Oscar, venne infatti premiata la meravigliosa colonna sonora e la canzone “Beauty and the Beast” cantata da Célin Dion e Peabo Bryson, e nel film da Angela Lansbury, che prestava la voca a Miss Bric.

  • Conclusioni

Ciò che in verità siamo supera ciò che l’apparenza può facilmente ingannare, è questo il messaggio principale veicolato all’interno del film. Ma non è altro che una delle innumerevoli tematiche trattate da quest’opera unica e intramontabile. “La bella e la bestia” è un monumento, alto e possente, come il castello della fiaba stessa, che merita d’esser perscrutato, come se volessimo viaggiare nel cuore e nella mente di questi due protagonisti, il principe Adam e la principessa Belle. “La bella e la bestia” reca in sé un’avvenenza incontaminata, un’eleganza mai soggetta alle mode o al volere del tempo. Un capolavoro senza eguali, incastonato nella regalità di una grazia tipica delle opere tanto belle da toccare le nascoste corde dello spirito. “La bella e la bestia” è un incanto visivo, intellettivo ed emotivo e la sua magia sta nella meraviglia con cui continua a invitare il proprio pubblico a tornare al castello, e a restare lì con loro…Io, per primo, vorrei così spesso tornare laggiù, ad ammirare il volto di Belle, dalla mia personalissima ala ovest…perché “La bella e la bestia” possiede il dono dell’eterna giovinezza, la cortesia di non voler sprecare mai un solo fotogramma che non sia destinato a dilettare; “La bella e la bestia” è una bellezza che appassisce e al contempo si rigenera, come il distacco dell’ultimo petalo di quella rosa incantata.

Voto 10/10

Autore: Emilio Giordano

Web Designer e Amministrazione: Alberto Scaramozzino

Disegnatrice e Illustratrice: Erminia A. Giordano

Comunicazione e Social: Maria Chiara Scaramozzino

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Redazione CineHunters

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Come già accaduto per “Maleficent”, “Cenerentola” e “Il libro della giungla”, trasposizioni con attori in carne ed ossa dei rispettivi classici d’animazione di cui ricalcano titolo, ambientazioni e storia (pur discostandosi, a volte, come accaduto per “Maleficent”), anche “La bella e la bestia” sbarca al cinema come nuovo live action prodotto dalla Walt Disney Pictures, remake ufficiale del capolavoro del 1991. Il film si presenta come una rivisitazione, con tematiche moderne contestualizzate in un dato periodo storico, della meravigliosa storia d’amore tra Belle, una giovane ragazza tenuta prigioniera in un castello incantato, e, appunto, una bestia. In quanto live action del lungometraggio d’animazione, “La bella e la bestia” non differisce dalla sua prima stesura originaria, anzi, tutt’altro! Rivolge la sua mano all’antica versione e insieme decidono di procedere a braccetto, mimando i suoi gesti, emulando i suoi movimenti, divenendo una sorta di “ombra”, che attraverso un riflesso di luci, suoni e immagini, duplica le azioni della sua controparte, trascrivendone lo stile e riadattandolo secondo i propri tempi, ritmi, bisogni. “La bella e la bestia” pertanto trasfigura molte delle sequenze più celebri del film d’animazione, simulandone persino le inquadrature principali. Per gli amanti del classico non potrà che essere un piacere rammentare le colorate sagome in movimento prendere nuovamente vita su sfondi luminosi, le verdi praterie e i tetri scenari del castello stregato. Eppure, l’opera diretta da Bill Condon, pur elogiando con occhio attento il lungometraggio da cui trae origine il lavoro, cerca d’allontanarsi da esso in alcuni punti chiave, fornendo, alle volte, una rilettura interessante, specialmente per quel che riguarda le nuove caratterizzazioni dei protagonisti, altre volte perdendo la bussola e uscendo pericolosamente dal sentiero: ne è un esempio il prologo iniziale.

Attenzione pericolo spoiler!!!!

  • UN PROLOGO DISASTROSO

Gran parte del fascino immutato del classico era dovuto alla straordinaria sequenza introduttiva. Dal dissolversi di uno sfondo ottenebrato, emergevano i primi dettagli a colori di una piccola cascata che scendeva lungo un’altura rocciosa, proseguendo il proprio “tragitto” lungo il fiume. Il tutto veniva presentato dalla celebre melodia che amalgamava completamente le immagini alle parole proferite dalla composta eleganza di Nando Gazzolo. La camera mostrava il principe ritratto su delle ampie vetrate del palazzo nobiliare. Con il progredire della narrazione, gli stessi ritratti mutavano via via per adattarsi a quanto la voce narrante stava raccontando, fino a rappresentare la terribile trasformazione. Il prologo volutamente lascia il tutto avvolto nel mistero più recondito e fascinoso, lasciandoci solamente immaginare come fosse il principe prima della maledizione e cosa facesse nel suo castello. Un grande ritratto, posto al centro di una parete della stanza del principe, viene danneggiato dagli artigli della stessa bestia che, distrutta dal dolore, non riesce più a rimirare il quadro che lo ritraeva quand’era soltanto un ragazzo. L’intero film del 1991 ruota proprio intorno alla scoperta di tale castello che sembra essere sconosciuto dagli abitanti del villaggio e celato nelle profondità di una foresta infestata dai lupi. Ciò che accadeva in quel castello e ciò che furono i suoi abitanti è lasciato volutamente nel mistero. Nel live action del 2017, invece, il principe fa la sua apparizione umana sin dall’inizio, sovvertendo così le intenzioni poste alla base dell’opera originaria. Se da una parte è interessante soffermarsi nella primissima inquadratura sugli occhi cerulei dell’uomo - unica caratteristica umana ancora ben visibile quando diverrà bestia - e se sempre dalla suddetta parte è apprezzabile notare un cambio di stile e un tentativo di fornire un’impronta autoriale diversificata al prologo del film, esso finisce per annientare, ancor prima di cominciare, l’alone di mistero e misticismo che aleggia attorno alla bestia, mostrandoci immediatamente com’era e rendendo la sua trasformazione, dinanzi a centinaia di ospiti nella sala grande, meno tragica di come veniva raccontata un tempo, in cui il principe pareva esser descritto come egoista e cattivo tanto da evitare volutamente la presenza di altre persone al solo scopo di non dividere con esse la bellezza della sua dimora, trasmettendo così l’idea di non voler ospitare la mendicante per restare sempre solo con le proprie ricchezze. Da ciò arrivò la condanna della fattucchiera. Un maleficio che per come viene realizzato nel lungometraggio del 2017 perde totalmente il fascino del racconto, per divenire una semplice sequenza che si può ammirare chiaramente senza così venir stimolata la fantasia, come avveniva in quelle meravigliose rappresentazioni impresse sui vetri del castello. La voce narrante italiana della Puccini non ha certamente migliorato questo prologo straniante, in cui non vi è neppure l’accenno finale allo specchio come unica finestra sul mondo esterno.

  • CORALITA’ DEL CAST

Se il prologo, secondo il modesto parere del sottoscritto, è stata una rivisitazione infelice, il cast che ci viene presentato subito dopo costituisce il punto di forza del film. Emma Watson è Belle, la protagonista della storia. La scelta della Watson, piccola strega di Harry Potter, oramai giovane donna del grande schermo, non sembra casuale; ella, così impegnata sul fronte politico e sociale verso la parità dei diritti, sembra incarnare, per lo meno sul fronte caratteriale, ciò che è la Belle del film classico. Per la delicatezza dei tratti del suo viso e per la forza perentoria con cui fa agire i suoi personaggi, specie nelle parti che richiedono maggior devozione ai ruoli d’azione, Emma Watson sembrerebbe perfetta per interpretare un ruolo da “principessa Disney”, uno di quelli in cui la principessa non è una donzella in difficoltà ma una fanciulla in grado di badare a se stessa; eppure la sua Belle conserva poco della dolcezza e della verve sognante dell’originale. Somiglia più a un’eroina, che si batte senza timori, restando il più delle volte fredda e distaccata. La Belle di Emma Watson non si scioglie mai, indugiando rarissimamente su note emotive di tenerezza, restando quasi sempre altera e autoritaria. Durante la scena del ballo porta nel mignolo destro un anello, che sta a indicare una personalità coraggiosa che non si ferma davanti a nulla, generosa e appassionata in amore e poco incline alle mezze misure. Scelta casuale? Non credo! Probabilmente la stessa attrice ha optato per questa particolarità, non certo ben evidente di primo acchito. Le sue doti d’interprete si affidano ad una naturalezza semplice dell’espressione minima di stupore, e limitano diverse scene, una fra tutte, quelle della cena in cui resta spettatrice disincantata, riuscendo ad accennare solo un flebile sorriso. Troppo poco se pensiamo alle meraviglie coreografiche che stanno avvenendo intorno a lei, dai canti di Lumière ai piatti che roteano su se stessi e circondano la sala da pranzo in un movimento ritmato, armonico e studiato, egregiamente ripresi dalla camera che rende il giusto merito a una delle sequenze più famose del film animato.

Luke Evans è il mattatore per eccellenza del film. Ruba letteralmente la scena, interpretando alla perfezione il ruolo del superficiale e crudele Gaston. Non avrebbero potuto fare scelta migliore: Evans è a tutti gli effetti la perfetta trasposizione di un personaggio animato. Molte delle espressioni dell’attore sono del tutto somiglianti a quelle della sua controparte cartoonesca, ciò dimostra che Evans ha studiato doviziosamente la parte per regalare ai fans un Gaston impeccabile per connotazioni fisiche e caratteriali. Accanto a lui spicca un Josh Gad divertentissimo, che addirittura migliora il Le Tont visto nel lontano 1991. Il Le Tont di Gad si differenzia dall’originale per non essere più soltanto un uomo inetto, incapace di reagire ai soprusi; egli è, infatti, innamorato di Gaston e ne diviene il suo servo fedele, non più impossibilitato ad essere come lui, e di conseguenza volerlo seguire solo come aspirazione, bensì per una questione attrattiva. Le Tont del film in live action è il primo personaggio gay della storia della Disney. Il che ha innescato polemiche del tutto ingiustificate, poiché i riferimenti a questa natura del personaggio sono alquanto velati, trattati con ironia e persino conditi a volte con qualche battuta.

Nota dolente per quel che riguarda il cast è riservata alla realizzazione in CGI della Bestia. Dan Stevens, prigioniero di una massa di pelo, lascia intravedere soltanto le sua labbra, fin troppo pronunciate sotto quella maschera in computer grafica da cui fuoriescono corna rivolte all’indietro, artigli ridotti e fauci poco vistose. Deludente la sua resa sul grande schermo, poiché visivamente d’impatto il suo poco omologarsi ai restanti scenari.

Chiudono il cerchio i personaggi che doppiano gli oggetti incantati del castello: Ewan McGregor è Lumière, e nella sua trasformazione finale, col suo sorrisetto furbesco e amicale, lascia intendere che sia stata una scelta ottimale per il ruolo dello svagato “candelabro francese”. Ian Mckellen è il maggiordomo preciso come, per l’appunto, un “orologio” Tockins, Emma Thompson è Mrs Bric e Gugu Mbatha-Raw Spolverina. Il talento del cast andrebbe apprezzato nella versione originale dell’opera, poiché il doppiaggio italiano, peraltro in diversi casi pessimamente adattato, non lascia intravedere la bravura degli interpreti.

  • SCENOGRAFIA, MUSICHE E COSTUMI

Un lavoro meraviglioso è stato eseguito dalla scenografa Sarah Greenwood. Per ricreare le ambientazioni fiabesche del film d’animazione hanno collaborato tra loro numerosi artisti: il direttore della fotografia Tobias Schliessler, la costumista Jacqueline Durran, la truccatrice Jenny Shircore e la direttrice del casting Lucy Bevan. Il paesino immaginario di Villeneuve, in cui vivono Belle e suo padre, è ispirato al villaggio di Conque, nel sud della Francia. Curioso che in questa rivisitazione non vi sia una biblioteca in cui Belle va quotidianamente per prendere in prestito un libro, bensì soltanto una Chiesa con una decina di tomi. Gli abitanti del villaggio, ignoranti e dalla mentalità ristretta anche nel lungometraggio degli anni ’90, qui vengono caricaturati all’inverosimile nelle loro accezioni negative. Si infuriano addirittura con Belle quando tenta d’insegnare a leggere a una bambina. Scelta da copione atta ad evidenziare la superiorità intellettiva ed educativa della giovane rispetto al resto dei compaesani. Curioso che le canzoni cantate dai popolani inneggino ad una Belle che “guarda tutti dall’alto in basso” e che durante le sequenze iniziali cammina con indifferenza su di un muretto in cui alcune bambine lavano i panni, sembrando irrispettosa verso il lavoro di quelle massaie in erba. Belle nel lungometraggio originale vuol soffermarsi a parlare con gli abitanti del villaggio, ma sono essi stessi ad ignorarla dopo un po’, poiché troppo presa dai racconti che poco entusiasmano l’animo dei villeggianti. Qui viene trasmesso l’esatto contrario.

Gli scenografi hanno creato il castello della bestia ispirandosi al Rococò francese. Nel film, il maniero subisce anch’esso le nefaste sorti della caduta dei petali della rosa incantata, distruggendosi man mano. Inoltre gli interni del palazzo regale sembrano esser più oscuri e demoniaci in prossimità dell’ala ovest, ricreata secondo gli stili del Barocco italiano, e meno ottenebrati dal maleficio nell’ala est dove si trova la stanza di Belle. L’enorme sala da ballo in cui si consuma la celebre sequenza dove la bestia e Belle danzano insieme è stata realizzata ispirandosi a un motivo presente sul soffitto dell’abbazia benedettina di Braunau, in Germania.

Il costume color oro di Belle, come riporta la documentazione di lavoro del film, è stato realizzato con una filigrana di foglie d’oro e poi arricchito con cristalli Swarovski.

Le musiche nella colonna sonora originale mantengono lo splendore della versione primaria, ma in italiano perdono totalmente l’incanto poiché l’adattamento è stato modificato per garantire una sincronizzazione con il labiale (mal riuscita) più veritiera possibile. Non si potranno di conseguenza intonare con gli attori i motivi più famosi del musical.

  • TRA RISPETTI E INNOVAZIONI

“La bella e la bestia” rispetta con assoluta devozione il classico d’appartenenza, rifacendosi ad esso nei punti centrali del proprio svolgimento. Ma il cineasta Bill Condon ha disseminato nel corso del film diverse sotto-trame che avrebbero dovuto approfondire le caratterizzazioni dei personaggi principali. Voler dare un passato ai due innamorati è stata senza dubbio una scelta lusinghiera. Da una parte vediamo come il giovane principe abbia perso la madre in tenera età venendo educato crudelmente dal padre, dall’altra parte Belle ha perduto la madre quand’era ancora in fasce, morta di peste, venendo allevata con amore incondizionato dal padre (un buon Kevin Kline). Rimandi narrativi interessanti se non fossero stati limitati a brevi deviazioni. Sembrerebbe infatti che Condon volesse in qualche modo abbandonare la rotta cardine, e intraprendere un secondo viaggio per un sentiero diverso, in cui poter trattare con parsimonia questi nuovi accenni di trama, ma la paura di sostare troppo su queste digressioni lo ha portato più volte a riprendere in fretta il sentiero principale, ovvero quello maggiormente conosciuto della storia originale. Il ritmo alterna così stacchi più rapidi ad altri più lenti e introspettivi non garantendo un equilibrio perfetto. La sceneggiatura risente di tali frammentazioni, le quali non permettono alle tempistiche di cadenzarsi brillantemente per quel che riguarda la nascita dell’amore tra Belle e la Bestia, dove il tutto sembra avvenire perché deve essere così e non per tutti i piccoli dettagli che nel cartone animato facevano lentamente scoprire alla donna la gentilezza dell’animo del principe. Splendide invece le aggiunte per quel che riguarda le nuove canzoni, specialmente quella della Bestia, quando una volta che Belle ha lasciato il castello per tornare al villaggio dal padre, la Bestia si lascia andare ad un triste lamento, intonando versi che richiamano Belle a far ritorno. Il libro con cui poter scegliere dove spostarsi semplicemente immaginando il luogo prediletto l’ho trovata una scelta gradevole ma poco incisiva. Un’innovazione che mi ha particolarmente colpito in positivo è stata la condanna finale, in cui se l’incantesimo non si fosse spezzato tutti i servitori incantati sarebbero rimasti tramutati in oggetti inanimati per sempre. Una scelta peculiare ma che riesce a commuovere, rendendo più tragico l’atto finale e ancor più eroico l’amore di Belle. Scelta casuale? No, non credo proprio! Belle, come scrivevo, si comporta più da eroina che da fanciulla decisa e sognante.

Ma l’innovazione peggiore apportata dal film alla storia è da ritrovarsi nella figura della Maga Agata, interpretata da Hattie Morahan. La sua presenza, sullo sfondo delle vicende, come fosse una sorta di “corvo” che veglia sull’andamento della sua maledizione, mi è sembrata un’aggiunta fuori luogo e inutile, personificando la fata che nel classico era avvolta nell’ascetismo. La fata l’ho sempre considerata come uno spirito punitivo che avesse colpito il principe per poi sancire una maledizione che si sarebbe compiuta o sciolta senza che ella vegliasse su ciò che stava avvenendo. La presenza della maga, peraltro anche nella scena finale in cui Belle declama il suo amore verso la Bestia, caduta sotto i colpi di Gaston, ha intralciato un momento di pura estasi amorosa, in cui la sola esternazione dell’amore di Belle spezzava l’incantesimo. La magia, nel silenzio, nel misticismo idealizzato e non personificato, donava nuova linfa vitale alla bestia trasformando tale creatura in un principe. La maga trovandosi lì e udendo le parole di Belle ha reso meno intensa e suggestiva la scena. La trasformazione è frettolosa, lontanissima dalla cura minuziosa, quasi maniacale con cui veniva mostrata la metamorfosi degli arti nel capolavoro di Gary Trousdale e Kirk Wise. Belle resta poco stupita da ciò che intorno a lei sta avvenendo, riconoscendo il principe in pochi istanti e suggellando il loro amore con un intenso bacio. L’eleganza e la raffinatezza del ballo finale viene infine deturpata da un’orripilante battuta proferita dai due innamorati: il principe risponde con un feroce ruggito alla domanda di Belle sulla sua volontà di farsi o meno crescere la barba. Una scena dal no-sense più che evidente. Le innovazioni apportate al film risultano accettabili in alcuni casi e completamente estranianti in altri, testimonianza del fatto che tentare di modificare o cambiare qualcosa da un soggetto originale già di per sé perfetto diventa difficile senonché impossibile.

  • CONCLUSIONI

“La bella e la bestia”, pur sforzandosi di riproporre la purezza cristallina del lungometraggio d’animazione, mantiene un’anima propria e un’identità, alla fin fine, del tutto sua. E’ innegabile possa risentire del paragone con la sua opera d’origine, a cui fa naturalmente da raccordo. “La bella e la bestia” del 1991 è un film praticamente perfetto, a mio giudizio il più grande capolavoro della Walt Disney e tentare di riproporlo sotto un altro aspetto poteva rivelarsi una mossa suicida. Invece, si rivelerà l’ennesima mossa di successo, che porterà nelle casse della Disney introiti straordinari. Gli amanti del cinema potrebbero domandarsi infine l’utilità di queste trasposizioni, che vanno a fare il verso ai lungometraggi animati già ampiamente entrati nell’immaginario collettivo così come sono. Questo ambizioso progetto della Walt Disney di rifare i propri classici in live action sembra che di ambizioso non abbia nulla, se non la volontà di far divertire. In conclusione, la chiave di lettura è proprio questa: “La bella e la bestia” del 1991 era un’opera concepita per meravigliare, stupire, incantare e far commuovere, “La bella e la bestia” del 2017 vuole, invece, soddisfare con la reminiscenza del suo primo capolavoro. E’ questa la linea di demarcazione tra i classici di un tempo e le riproposizioni: i primi meravigliavano di per sé, poiché nascevano dall’incertezza, i secondi no, in quanto nati dalla sicurezza di riproporre quanto già conosciamo.

Voto 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Web Designer: Alberto Scaramozzino

Disegnatrice e Illustratrice: Erminia Giordano

Comunicazione e Social: Maria Chiara Scaramozzino

Redazione: CineHunters

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Anni addietro lessi una meravigliosa poesia di Charles Baudelaire intitolata “L’albatros”. L’albatros è un candido uccello marino dalla grande apertura alare, maestoso e ed elegante quando solca in volo la superficie del mare. Il componimento di Baudelaire tratta di marinai che catturano uno splendido esemplare di albatros, e quando viene deposto sulle tavole dell’imbarcazione improvvisamente perde tutta la sua maestosità divenendo addirittura impacciato e goffo. Le agili ali che gli permettevano di volare divengono sulla terra dei pesi insopportabili da poter reggere. L’albatros, precedentemente ammirato nel suo volo, viene adesso deriso dai marinai per la sua difficoltà a muoversi a bordo del bastimento. Il poeta paragona la figura dell’Albatros a se stesso, vittima di ingiurie da parte dei popolani. La prima volta che lessi i versi di quella lirica mi venne naturale accostare l’albatros di Baudelaire, come in una specie d’assonanza, alla figura cinematografica di Dumbo. Come l’albatros, signore del cielo, appare frastornato così anche il minuto elefantino sulla terraferma si muove con difficoltà. Le grandi ali dell’albatros come le grosse orecchie di Dumbo impediscono un movimento coordinato, perché entrambi questi due esseri sono destinati a librarsi alti nel cielo. Per Dumbo, però, la vera particolarità è da riscontrarsi nel fatto che esso, pur essendo un animale terrestre, riesca a trovare il suo “mondo prediletto” su nel cielo.

A notte inoltrata, in un cielo stellato, uno stormo di cicogne volteggia su di un grosso tendone da circo. Planando in prossimità delle gabbie in cui riposano gli animali, le cicogne lasciano cadere dolcemente dei cuccioli tra le braccia accoglienti dei neogenitori. Un’elefantessa dall’ampia cuffia rosa e con un drappo azzurrastro che le copre la schiena, da tutti chiamata “signora Jumbo”, attende con impazienza che una cicogna giunga proprio sulla sua caustica dimora; ma sarà questa un’attesa destinata a non trovare il compimento desiderato. L’indomani il circo chiuderà i battenti in quella località e si sta già provvedendo a caricare gli animali sui vagoni del treno alla volta della nuova destinazione. Ed ecco una cicogna in evidente ritardo fermarsi qualche istante su di una nuvola e poggiare su di essa un cucciolotto avvolto in una calda coperta. La cicogna legge con attenzione la mappa che ha con sé per capire dove si trovi con precisione la signora Jumbo, a cui deve recapitare una “consegna” alquanto importante. Nel frattempo il peso del nuovo nato crea non pochi problemi alla cicogna la quale deve più volte riacciuffarlo in extremis prima che esso precipiti definitivamente giù dalla nuvola. Ogni qualvolta rivedo questa scena, e mi succede ancora oggi, mi sembra di vedere con una certa qualità d’immagini, suoni, gesti e schiamazzi di un qualsivoglia pubblico intento a urlare alla cicogna di voltarsi il più in fretta possibile per afferrare il “pargoletto” prima che vada giù. La cicogna si fa nuovamente carico di questo dono speciale e si getta all’inseguimento del treno oramai in movimento. Raggiunto il vagone in cui si trova la signora Jumbo, la cicogna le offre il panno in cui è ancora avvolto l’elefantino che la mamma chiamerà Dumbo. Il piccolo ha due bellissimi occhioni azzurri e con essi comincia a scrutare il mondo circostante, a osservare ciò che gli sta accanto. Dapprima sorride a sua madre, poi alle altre elefantesse lì presenti a cui accenna una seconda espressione gioviale. Uno starnuto improvviso di Dumbo fa sì che le sue orecchie si liberino e si mostrino in tutta la loro effettiva e ingombrante rarità. Questa stravagante peculiarità del suo aspetto non viene affatto gradita dalle altre elefantesse che iniziano a deriderlo per la bislaccheria di tali orecchie a sventola. La madre, infastidita dal borbottare sommesso delle altre elefantesse, raccoglie con la sua proboscide Dumbo e lo allontana così dagli sguardi indiscreti e maliziosi delle presenti. Dopodiché comincia a cullarlo con quell’amore sincero e incondizionato che solo una madre sa dare.

“Dumbo” venne proiettato nei cinema di tutto il mondo nell’ultimo trimestre del 1941. Durava poco più di un’ora. Il che fece esitare inizialmente molti distributori che manifestarono a Disney l’intenzione di distribuirlo come un “B-movie” o, in alternativa, come un cortometraggio. Disney rifiutò categoricamente di denigrare in qualche modo la sua opera, privandola dell’etichetta di vero e proprio “film”, pretendendo che “Dumbo” venisse universalmente riconosciuto come un’opera di breve durata ma dall’egual valenza di un film di canonica durata. “Dumbo” rappresentava il quarto classico della Disney, successivo a “Bianca neve e i sette nani”, “Pinocchio” e “Fantasia”.

Dumbo” inizia con un’attenzione accorta e sensibile al concetto classicista di “famiglia”, che apparentemente può sembrare più banale e meno profonda di quanto sia in realtà. Facendo leva sulla favola popolare degli infanti portati dalla cicogna, il film rilascia il primo messaggio: il dono della nascita. Un dono inestimabile sia per il nascituro che viene al mondo sia per i genitori che ricevono tale “pegno d’amore” in una notte senza alcun preavviso ma che magari attendevano da tempo. La nascita viene quindi rappresentata come un avvenimento condizionato ad un determinato momento della vita, in cui gli stessi genitori si sentono pronti ad accogliere e allevare un figlio. La nascita perpetrata attraverso il gesto simbolico di una cicogna che porta i cuccioli è atto a tracciare un legame sottinteso ma intrinseco tra figli e genitori, volto a rivelare un affetto che sboccia in maniera istantanea. Gli animali disegnati dalle magiche matite degli artisti della Disney divengono genitori nel momento in cui scelgono di crescere la prole che il cielo gli ha donato, rimarcando come tale rapporto sia ugualmente paragonabile al legame di sangue: genitore è chi mette al mondo un figlio ma lo è di più chi, di quel figlio, se ne prende cura. Gli animali divenuti genitori nel film sono il più delle volte singole madri.  La stessa signora Jumbo aspetta il proprio cucciolo, ma esso sembra tardare ad arrivare, rendendo ancor più unica la sua nascita, come un parto speciale e per questo difficilmente prevedibile. Dumbo non possiede un padre, come se si volesse sottintendere che anche le madri rimaste sole possano crescere con affidabili riscontri i propri figli, districandosi comunque tra il lavoro (qui rappresentato dal circo) e il ruolo affettivo ed educativo di “mamme”. Come accadrà pochi anni dopo al piccolo Bambi, anche Dumbo verrà sottratto all’affetto della madre. Ma se il piccolo cerbiatto dovette sostenere il fardello di un trauma improvviso che portò con sé l’efferatezza di un’innocenza spezzata da un evento tragico, e difficile da comprendere in tenera età come la morte della madre, Dumbo viene soltanto costretto a rimanere lontano dalla genitrice, assumendo un’aria triste e sconsolata ma non per questo perdendo la sua vena sognante e speranzosa che lo porterà a non smettere mai di cercarla fin quando non la ritroverà. Una volta che il circo viene aperto al pubblico, Dumbo viene schernito da un nugolo di ragazzini. Uno in particolare, somigliante in maniera piuttosto evidente al noto Lucignolo di “Pinocchio”, si dimostra aggressivo nei confronti del piccolo elefante, strattonandolo con forza. Furibonda la madre di Dumbo si scaglia prima sul manipolo di vessatori e poi sul personale del circo, che la rinchiude in una gabbia come “elefante impazzito”. Dumbo resta così triste e solitario. Nascostosi sotto un cumulo di paglia, viene avvicinato da Timoteo, un topo con cui stringerà la prima amicizia della sua vita.  Timoteo ricorda, negli atteggiamenti e nel suo ruolo di mentore nei confronti del protagonista, il grillo parlante di “Pinocchio”. Proprio Timoteo infatti concede velati rimandi a questa sua natura di “voce interiore” quando di notte sussurra all’orecchio del direttore circense le esibizioni future da dover portare in scena. Il direttore crede infatti che le idee nascano dai propri sogni, come se la notte gli portasse consiglio, quando in verità sono soltanto le parole del topolino apprese inconsciamente.

Timoteo, il solo ad avere compassione del piccolo, sprona più volte Dumbo ad assumere maggior fiducia in se stesso.  L’amicizia tra i due animali è strutturata in modo da insegnare cosa sia realmente l’accettarsi a vicenda. Timoteo è un topo, l’animale di cui gli elefanti hanno timore, secondo le credenze popolari. In realtà, il topo, essendo piccolo e veloce, destabilizza gli elefanti che lo vedono aggirarsi di soppiatto nelle loro vicinanze; nient’altro. Lo stesso Timoteo terrorizza le elefantesse che mostravano totale indifferenza nei confronti del piccolo Dumbo. Eppure, il piccino non ha alcuna paura del topo. Come se da bambini, restando al di fuori dei pregiudizi, in quell’innocenza infantile, non si comprendesse davvero ciò che in età adulta potrà diventare odio e timore razziale. Il topolino rappresenta la specie “avversa” a quella degli elefanti, ma l’amicizia con il piccolo Dumbo certifica come spesso l’incomunicabilità e la diversità possano essere superate dalla semplice conoscenza.

Dumbo è timido e innocente, ancora incapace di reagire ai soprusi. Egli viene emarginato dai suoi simili prima ancora che sbeffeggiato dagli uomini poiché diverso nell’aspetto, e per questo non accettato. Le sue grandi orecchie sono la metafora visiva della sua diversità. Dumbo sembra non curarsene, o per meglio dire, sembra non accorgersi minimamente della sua particolarità esteriore, non riuscendo così a comprendere propriamente perché venga isolato da tutti. Le sue grandi orecchie minano persino la sua andatura e lo fanno spesso inciampare, questo perché Dumbo non è nato per restare con le zampe sempre ben piantate al suolo.

Timoteo conduce il piccolino a trovare la mamma, rinchiusa in una cella cupa e soffocante. Dumbo è talmente piccolo da non saper parlare, per questo il legame con la madre viene solamente espresso con gli occhi colmi di lacrime e le carezze delle loro proboscidi. Se da una parte Dumbo non può parlare alla madre, essa dall’altra non può neppure vederlo, poiché la gabbia è chiusa quasi fino al tetto, lasciando soltanto una piccola finestrella, dove potersi affacciare. Dumbo non può raggiungere tale altura così la madre protende la sua proboscide, iniziando a cullarlo dolcemente da destra a sinistra e viceversa. Ciò che non viene espresso a parole o con gli sguardi viene semplicemente mostrato dal tatto affettivo. Una scena dal pathos viscerale, che genera una commozione istantanea. I nostri occhi vengono inumiditi come in un riflesso condizionato, tanto profondo è il linguaggio emotivo della scena da arrivare dritto al cuore, scandendo ogni singolo battito.

Le influenze di “Fantasia” sono riscontrabili anche in “Dumbo” e spesso la musica accompagna i movimenti del cucciolo, cadenzando il ritmo musicale con il semplice gesto o lo spostamento dell’elefantino. La musica e l’immagine divengono una cosa sola nella celebre sequenza degli elefanti rosa. Dumbo si abbevera da una tinozza insieme a Timoteo senza rendersi conto che in quel barilotto è stata accidentalmente versata un’intera bottiglia di champagne. I due, ubriachi e confusi, iniziano a vedere dappertutto elefanti rosa che ballano, suonano e intonano versi inquietanti. Una scena lunga e intensa in cui i colori luminosi del sogno vengono “divorati” dalle musiche angoscianti dell’incubo, come se Ipno, il dio greco del sonno, subisse i canti nefasti del fratello Thanatos. Il coro accompagna la danza in un incubo ad occhi aperti che induce Dumbo a non curarsi di ciò che sta avvenendo realmente intorno a lui. La mattina seguente Dumbo e Timoteo si svegliano sulla cima di un albero. Timoteo deduce che sono arrivati fin lì grazie a Dumbo e che l’elefante ha imparato a volare. Dumbo non ci crede e così Timoteo, supportato da un gruppo di corvi canterini, dona all’amico una magica piuma che permette a chi la possiede di poter realmente volare. Tenendola stretta sulla sua proboscide e guardandola intensamente, Dumbo comincia a librarsi in aria, sospinto dalle sue grandi orecchie. Tornato in scena al circo, Dumbo si esibisce nuovamente nel suo numero da “pagliaccio”, ma questa volta, lanciatosi dal limite massimo di un palazzo in fiamme, non precipiterà giù, ma volerà, gettando nello stupore un’intera platea gremita di spettatori. Timoteo, rimasto nascosto nel cappello indossato da Dumbo, gli toglie via la piuma magica, in verità soltanto uno strumento per far prendere a Dumbo la giusta fiducia in se stesso, e, infatti, egli prosegue comunque a volare. Dumbo diviene una star di prima grandezza, trionfando su chi si prendeva gioco di lui. Timoteo diviene il suo impresario, mentre Dumbo si ricongiunge alla madre in un vagone privato del treno a lui completamente dedicato.

Dumbo trasforma quello che per molti era un difetto in un pregio. Le orecchie scomode che spesso lo facevano cadere maldestramente divengono le sue ali, permettendogli di volare in alto con sicurezza e abilità. Come l’albatros della poesia così Dumbo dimostra di non appartenere propriamente alla terraferma, ma di poter raggiungere le vette più alte dei sogni e delle speranze. “Dumbo” insegna la condivisione della diversità estetica, dell’unicità di ogni singolo talento custodito e coltivato in noi. “Dumbo” è un film carico di sentimento e traboccante di coinvolgente pathos, un film che commuove dal primo all’ultimo istante. Nessun altro personaggio della Disney riesce a conservare in sé una dolcezza e una tenerezza paragonabile a quella dell’elefantino. Dumbo è emotività viva e senziente, comunicativa e profonda. Egli si rivolge al pubblico senza proferire parola alcuna, bensì parla con gli sguardi e con il singolo gesto della sua proboscide, con i movimenti talvolta roteanti delle sue orecchie e con l’immensità animosa dei suoi occhi. Dumbo si rivolge al cuore di chi segue il suo cammino, non temendo di piangere dinanzi a chi impara lentamente a conoscerlo. Un elefantino talmente amabile che ogni qualvolta piange, soffrendo l’allontanamento dall’amore materno, non fa che indurre i propri spettatori a sussurrare: “non pianger così, non pianger più”. Se poi a queste parole si abbina il valore della melodia e della colonna sonora premiata con l’oscar, “Dumbo” travalica i confini della pellicola, riuscendo a creare un legame con i suoi spettatori fatto di canti e lacrime vere. Egli resta in silenzio, lasciando noi tutti a meditare magari alla nostra di madre o alla figura che maggiormente ricordiamo come la più importante della nostra infanzia, intonando le parole del testo: “Bimbo mio, non temer, la tua mamma è con te; fa' brillar gli occhioni blu, non pianger più, non pianger più, bimbo mio”.

“Dumbo indugia sulla commozione ma non desidera soffermarsi completamente su essa, vuole invece allontanar tale pianto, poiché solo dopo averlo provato possiamo comprendere come farlo andar via. Il turbamento e la commozione generano infine la spensieratezza e l’ilarità in un viaggio contradditorio del sentimento umano. E nel finale, infatti, quando lo ritroviamo con la sua mamma, possiamo finalmente spogliarci di quella sorta di catarsi che il film ci ha indotto a sperimentare, rimanendo qualche istante fermi con il sorriso stampato in volto, a intonar un’ultima volta “non pianger più”. Perché davvero non vogliamo che Dumbo pianga più. Mai più!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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