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"Wade Watts/ Parzival" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il logo della “Warner Bros”, gradualmente, si dissolve sino a scomparire del tutto dallo schermo, e le luci della sala cedono il passo al buio. Nel momento in cui i titoli d’apertura si materializzano, una musica riecheggia nell’aria. La musica di “Ready Player One” risuona con compassata “cadenza”, come se non volesse farsi udire in un ritmato crescendo. Non si appresta neppure a far “rintoccare” le eteree melodie, prodotte a volume basso, come a non voler dare l’idea di provenire da una zona remota, dalla quale, man mano ci si porti vicino si riesce a sentire, nel ritmo coinvolgente, al massimo del proprio suono. La musica, in “Ready Player One”, si propaga con un’intensità tale da coinvolgere istantaneamente lo spettatore. Il brano in questione è una canzone molto celebre: si tratta di “Jump”, uno dei maggiori successi dei Van Halen.

Quando “Ready Player One” inizia a mostrarsi in tutta la sua crescente spettacolarità, sarebbe opportuno lavorare di fantasia. Con un po’ d’immaginazione, ci si può trovare a teatro, nel momento in cui, con il sipario appena alzatosi, il coro dal Golfo Mistico si accinge ad “intonare” il primo tema musicale dell’Opera. La musica, si sa, quando dà il via al proprio scorrere ha, tra i suoi intenti, niente affatto celati, il desiderio d’introdurre rapidamente alle atmosfere del film tutti coloro che siedono in platea. Se la colonna sonora riesce a catturare in maniera immantinente le attenzioni degli spettatori il gioco è fatto. Continuando, ancora per poco, a immaginare d’essere a teatro, potremmo considerare “Jump” come una sorta di prologo decantato. Non soltanto per il valore nostalgico della canzone in sé, che naturalmente ci rimanda agli anni ’80, ma anche perché tale canzone ha nel titolo il profondo significato di “Ready Player One”. “Jump” recita l’estratto del ritornello, “Salta!” noi potremmo ribattere nella nostra lingua. E’ proprio nel coraggio di compiere l’azione del “saltare” che si cela la didascalica morale del lungometraggio di Steven Spielberg, tratto dal romanzo di Ernest Cline.

Accompagnato dal pezzo dei Van Halen, il film comincia, seguendo il protagonista, Wade Watts, mentre viene giù da un alto palazzo con l’ausilio di una fune. Tutto intorno a Wade appare avvilente. Il protagonista è circondato da scenari consunti, caotici, come se la città fosse diventata un enorme agglomerato di rifiuti, un gigantesco ricettacolo di resti d’auto sozzi. Nel lento procedere di Wade per toccare terra, notiamo come tutte le persone, confinate nelle loro case, siano immerse in una realtà virtuale giocabile mediante un visore e dei guanti aptici. Anche Wade sta per raggiungere la sua postazione preferita per varcare i confini di OASIS. Le strade e le vie sono sormontate da palazzi dall’aspetto fatiscente. Le scenografie riscontrabili in “Ready Player One” rimandano alle ambientazioni che avvolgevano il piccolo robottino Wall-E, il quale svolgeva, in solitudine e da 500 anni, l’attività di “spazzino della Terra”. Spielberg ci conduce nel 2045, in un futuro dispotico in cui la sovrappopolazione e l’inquinamento hanno depauperato la natura e reso angusta la vita sul nostro pianeta. Le grandi metropoli sono decadute e la realtà circostante non offre che un paesaggio avvizzito dall’avidità umana.

La sola via di fuga è costituita da OASIS, il mondo virtuale partorito dal visionario James Halliday. Alla sua morte, come lascito, Halliday ha dato il via a tre difficilissime sfide per poter recuperare altrettante chiavi. Chi vincerà le sfide, le quali per essere aggiudicate necessitano la risoluzione di enigmi riguardanti sempre una parte importante della vita di Halliday, erediterà OASIS, e con esso il valore economico della creazione, nonché l’assoluto controllo.

Parzival guida sempre la DeLorean. Potete leggere di più su “Ritorno al futurocliccando qui.

 

Ready Player One” è un immenso buffet traboccante di squisite prelibatezze da assaporare con gli occhi, ad ogni battito di ciglia. I nostri sguardi famelici vengono così saziati dalle continue sequenze d’immagini che scorrono come succulente portate servite a ritmi frenetici, e cucinate da uno chef di prima grandezza, che risponde al nome di Steven Spielberg. Il regista vuol render satolli gli stomaci voraci di tutti coloro che traggono appetito dalla meraviglia della fantascienza. Il lungometraggio è una poesia tradotta in un tripudio d’immagini, declamata attraverso un eccezionale utilizzo degli effetti speciali e, attentamente, parafrasata con “figure retoriche” personificate in “avatar” che sfilano, come fossero su di un’immensa passerella. Spielberg è riuscito a catturare e a racchiudere nel palmo della propria mano l’essenza del romanzo, infondergli in essa il proprio inconfondibile tocco. “Ready Player One” è un madrigale alla cultura popolare degli anni ’80 ma non si limita a tributare con malinconia, ma trasporta il passato e lo mescola al presente degli spettatori e al futuro stesso dei protagonisti della storia, generando una soluzione unica, come un affresco universale.

Il Tirannosauro è uno dei simboli del cinema di fantascienza di Steven Spielberg. Potete leggere di più su “Jurassic Parkcliccando qui.

 

Cosa, alla fin fine, non rende tangibilmente visibile Spielberg nel suo film?! Egli traspone di tutto: il Tirannosauro, King Kong, Alien, la DeLorean di Ritorno al futuro, Joker, Harley Quinn, Batman, Batgirl, Robocop, persino sua maestà, il Gigante di ferro. Cosa si potrebbe dire, senza lasciarsi influenzare dalla sfera emotiva, su un film in cui vi è una lunga scena in cui combatte Gundam, fiancheggiato da quel Gigante buono concepito dalla mente di Brad Bird, contro il terrificante MechaGodzilla? E cos’altro si potrebbe aggiungere su un film che rilegge, sempre rispettando il proprio stile, il cult “Shining”, facendo sì che i propri personaggi vengano trasportati all’interno dello spaventoso “set” di Stanley Kubrick in una sequenza sbalorditiva? E’ arduo poter commentare, con giudiziosa razionalità, l’emozione pura emessa dallo stupore visivo dell’opera di Spielberg.

Il Gigante di ferro, protagonista dell’omonimo capolavoro d’animazione, riveste in “Ready Player One”, naturalmente, un ruolo eroico e audace. Potete leggere di più sul film “The Iron Giant” cliccando qui.

 

Ready Player One” possiede la forza indomita della natura selvaggia de “Lo squalo” e di quella preistorica di “Jurassic Park”. L’ultima pellicola di fantascienza di Spielberg fa filtrare, nei propri personaggi principali, quello stesso anelito di rivalsa che esortava i dinosauri a spezzare le catene imposte dagli uomini. Ancora, il film è permeato da quel senso d’adrenalinica avventura che la tetralogia di Indiana Jones ha sempre fatto emergere con impareggiabile maestria. La pellicola ha, altresì, nella bontà dei due protagonisti, Wade e Samantha, la dolcezza fiabesca di “E.T.”, e nel loro amore, la vena sognante di “Hook – Capitan Uncino”.  “Ready Player One” è, a mio parere, la quintessenza tributaria del cinema Spielberghiano, perché riesce a coniugare la magnificenza di quel tipo di sogno che Spielberg ci ha da sempre regalato, e per mezzo del quale trasformiamo, ogniqualvolta vogliamo, la quotidianità in una fantastica avventura, fatta di un impalpabile magia che tende sempre al lieto fine.

In “Ready Player One” Spielberg non cita e dissemina solamente, egli plasma una storia semplice ma avvincente, genuina ma al contempo capace di rilasciare un messaggio da apprendere. “Ready Player One” è un film vecchio stile. Pur potendo fregiarsi di un’estetica che non ha paragoni, e una narrazione calata in un contesto avveniristico, ricorda le pellicole di un tempo, con quel particolare taglio che soltanto Spielberg sapeva e sa dare. Si tratta di un’opera che mi ha riscaldato il cuore nell’egual maniera di come facevano i film che vedevo da bambino, quelli impressi sul nastro di una videocassetta. “Ready Player One” ha conservato la bellezza incontaminata di un film generato negli anni ’80 e ’90, quel genere di pellicole in cui gli eroi, giovani e avventurosi, salvavano il mondo, fronteggiando forze apparentemente incontrastabili e, spesso, incarnate negli adulti. Era proprio la genuinità della narrazione, la spontaneità dei personaggi e quel loro spingersi oltre, al di là delle limitazioni che venivano loro imposte da terzi, a farmi adorare questo genere di film. “Ready Player One” è un film imperdibile, un luna park compendiato tra i limiti scenici di una macchina da presa, un diamante da custodire gelosamente e da rimirare quasi con devozione.

Parzival così come appare con il travestimento alla “Clark Kent”. In “Ready Player One” i protagonisti citano la seguente frase di Lex Luthor, tratta da “Superman” del 1978: “Signorina Teschmacher, alcuni possono leggere "Guerra e pace" e pensare che sia solamente un libro d'avventure; altri leggono gli ingredienti su una cartina di chewing-gum e scoprono i segreti dell'universo.” Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

 

Wade è un orfano, ha perduto il padre e la madre quando non era che un bambino, e convive con l’ingenua zia e la di lei ultima conquista, vale a dire un uomo rozzo e violento. Il protagonista di questa storia non ha amici, eccetto quelli che ha conosciuto nella realtà virtuale, senza però averli mai incontrati personalmente: tra questi il suo migliore amico, Aech. Anche per Wade il gioco virtuale rappresenta una via di fuga, un modo per estraniarsi dal deprimente mondo che lo avviluppa. Padroneggiando il proprio Avatar, che risponde al nome di Parzival (riferimento al cavaliere medievale dell’omonimo testo), Wade si immerge nella realtà virtuale di OASIS, conoscendola e rileggendola sempre come la sua sola casa. E’ anch’egli un esule che ricerca una mera possibilità di ergersi su di una società decaduta e egoistica. Se per Wade la realtà è un afoso e soffocante deserto, OASIS è l’incarnazione olografica e virtuale di un’oasi sorta su verdi radure, bagnata da acque limpide e cristalline e circondata da palme che si levano alte, attenuando, con il loro possente fusto e le loro fronde, i cocenti raggi del sole, facendo sì che si generi sul terreno un’ombra in grado di rinvigorire il corpo e ristorare il cuore.

Tutti vogliono fuggire dalla “verità” che appare sotto i loro occhi, e tutti anelano solamente a trasferire la loro coscienza in una divertente illusione. In OASIS, Wade incontrerà altri amici, dapprima li conoscerà soltanto coi loro avatar, ma in seguito li vedrà per come sono realmente. Tutti loro formeranno una squadra per conquistare le tre chiavi ma, soprattutto, per salvare OASIS dalle perfide angherie e dagli oscuri voleri del losco Nolan Sorrento, massimo dirigente della multinazionale IOI.

E’ proprio in quel mondo irreale, eppure così vivibile e al contempo così fantasticamente intellegibile, che Wade conosce la ragazza di cui si innamorerà, la quale risponde al nome fittizio di Art3mis. Parzival dichiarerà ad Art3mis il proprio amore, ma lei lo rifiuterà perché intimorita dal fatto che nella vita reale non si sono mai incontrati. Art3ms, il cui vero nome è Samantha, è una ragazza bellissima, ma timorosa nel mostrarsi per com’è realmente dinanzi a Wade. Ella ha sulla faccia una voglia che le contorna l’occhio destro e si protrae ancora, fino a occuparle un lato della fronte. “Sam”, come preferisce farsi chiamare, copre sovente quella parte del volto con una ciocca dei suoi capelli rossi. Quando Wade riuscirà finalmente ad incontrarla, ed entrambi non saranno più velati dall’illusione dei loro avatar, egli le accarezzerà il viso, spostandole delicatamente i capelli fin dietro l’orecchio, così da poterla vedere senza nulla che la nasconda. Wade non nota alcuna differenza, e seguita, come prima, a confessarle il suo amore. Questo perché nessun avatar, così come neppure una graziosa chioma di capelli rossi, può celare la bellezza ammirata con gli occhi di un cuore innamorato. E’ qui che si snocciola il primo significato di “Ready Player One”, l’importanza della realtà e del modo in cui percepiamo il fantastico. Wade non si era di certo innamorato di un avatar ma di ciò che l’avatar di Art3mis testimoniava, in verità, la personalità di Samantha. Una volta conosciutala, Wade può comprendere realmente quanto il vederla, il poterla sfiorare davvero con il tocco della sua mano siano possibilità superiori a qualsivoglia espediente tecnologico. Samantha afferma, inoltre, che col tempo tutti hanno dimenticato la delicatezza del vento, riscontrabile sull’epidermide quando esso soffia forte, o la dolcezza di un sole appena sorto che illumina tutto coi suoi raggi. “Rinchiudendosi” in OASIS, l’umanità ha perduto ciò che ancora può essere apprezzato nel vero mondo.

Questo verrà ulteriormente capito dai giocatori quando si appelleranno alle parole del creatore, Halliday. Egli ha vissuto tutta la sua vita nella paura, nel patologico timore, scovando un rifugio nei videogiochi e nelle proprie creazioni, fino a quando il tempo inesorabile non ha reclamato la sua esistenza. Halliday si era innamorato di una donna, Kira, ma non ebbe mai il coraggio di dichiararsi. Non fece il “salto”, quello stesso “salto” ripetuto dalla canzone con cui il film apriva il proprio corso. Ecco perché quel brano fungeva da prologo, perché anticipava il messaggio più importante: affrontare con ardore ciò che ci spaventa. Wade con Samantha compirà il suo primo salto quando balleranno con i loro avatar sospesi nel vuoto di una discoteca virtuale, e proprio danzando su quel suolo sospeso per aria egli le dirà di amarla. Infine, quando Wade trionferà, non cederà alla paura e adempirà il suo ultimo salto: baciare la donna di cui si è perdutamente invaghito. Acquisito il controllo di Oasis, Wade, con la sua squadra, ricorderà a tutti che la realtà virtuale è un regno di fantasticherie. Ma senza trascurare esso, dobbiamo anche tornare a prenderci cura della nostra Terra e della nostra unica realtà, che ha come assoluta ed ineguagliabile bellezza, l’essere…reale!

La fantasia, la speranza e l’immaginazione sono tutti elementi che giungono in nostro aiuto e con i quali dobbiamo reinterpretare la realtà che ci circonda, senza però sostituirla. Nulla può prendere il sopravvento sul reale…la limpidezza di un sogno da ammirare deve rendere migliore la vera realtà, mai capovolgerla. Ecco perché “Ready Player Oneè un tuffo compiuto da un trampolino posto ad una ragguardevole altezza; da lassù possiamo tuffarci in libertà, precipitare giù in un vortice apparentemente senza fine, fino a planare agevolmente a terra…su di un suolo soffice come una realtà fatta di sogni e verità.

Voto: 8,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Natalie Portman è Lena in "Annientamento" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Ogni faro, nella sommità della torre, ha una lanterna che dispensa a tutti gli uomini di mare la sua luce amica. Tele luce squarcia l’oscurità della notte, mentre accompagna i naviganti durante i loro spostamenti e, quando serve, li fa attraccare in tutta sicurezza alle banchine del porto. Il faro giunge dunque in aiuto, è una sorta di ausilio, un supporto aduso a garantire l’incolumità dei marinai. Ci fu un tempo in cui i fari erano addirittura considerati sacri. Magniloquenti le parole che Luigi XVI rivolse ad un suo ammiraglio che aveva fatto prigionieri alcuni operai intenti a costruire un faro inglese: “Faccio guerra agli inglesi, non all’Umanità!”. Il faro è un richiamo luminoso che conduce verso l’approdo alla terraferma: una risorsa eretta dall’uomo per vegliare sui propri simili. A seguito di uno strano accadimento, nella storia che presto andremo a raccontare, proprio un faro ricevette un’insolita influenza proveniente da una fonte imprecisata, così da cominciare ad emettere un luccichio di accecante consistenza. Tale bagliore si propagò poi come un alone impalpabile e avvolgente. I territori caduti preda di questa diffusione formarono poi la cosiddetta Area X. Per cercare di scoprire cosa era realmente avvenuto in quel luogo vennero inviate diverse squadre di ricognizione. Tutte le squadriglie militari, mandate di volta in volta a perlustrare la zona disastrata, non fecero mai ritorno. In quel particolare faro, da cui in principio veniva emanata una luce di speranza, si è diffusa ora una rifulgenza d’oscura natura che sta arrecando solo morte e smarrimento. E’ l’inizio di “Annientamento”!  A seguito delle numerosissime sparizioni, viene inviata ancora una volta una nuova squadra, composta da sole donne, tra cui figura la biologa Lena, protagonista della storia. Una volta varcati i confini dell’Area X, le studiose, imbracciando armi da fuoco e procedendo con passo militare in quelle lande desolate e in quei boschi sempre più anomali, s’imbatteranno in raccapriccianti mutazioni genetiche che oramai presiedono sia la flora che la fauna di quella zona cosiddetta aliena.

Annientamento” ha avuto una distribuzione, per usare un eufemismo, marcatamente limitata. Il film con Natalie Portman, girato e realizzato nelle intenzioni dei propri autori per approdare nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, ha incontrato le reticenze della Paramount Pictures che ha optato, data la natura fin troppo “cabalistica” del film, di farlo uscire al cinema principalmente negli Stati Uniti. E’ stato in seguito stipulato un particolare contratto di distribuzione con Netflix così da rendere il prodotto disponibile, dal 12 marzo, sull’omonima piattaforma di streaming online. “Annientamento” è un thriller fantascientifico a portata di click, da gustare in prima visione assoluta nel divano della propria casa. “Annientamento” è un’opera di fantascienza difficilmente descrivibile a parole. Il regista Alex Garland ha fatto in modo che siano le immagini, l’eloquente silenzio delle ambientazioni naturali e le scenografie, rappresentazioni immaginifiche poste sugli sfondi, a comunicare quanto avrebbero dovuto. Le parole descrittive di una recensione dovrebbero conseguentemente apparire superficiali per riportare quello che il lungometraggio vuol dire ad ognuno di noi. Ciononostante qualcosa nel lavoro di Garland è venuto a mancare.

Dal punto di vista tecnico, Annientamento” vanta una buona regia, un’eccellente fotografia e un altrettanto fantastico comparto scenografico. Tuttavia, il ritmo dell’opera è lento. Il che in genere non sarebbe affatto un difetto, tutt’altro: nelle opere di genere fantascientifico una successione graduale è necessaria per infondere maggiore riflessione e profondità alle scene più introspettive. La scorrevolezza compassata, a volte scelta stilistica attuata per impreziosire le sequenze analitiche, risulta essere in questo caso una vera pecca. Questo perché, nella prima parte del film, ad una lentezza di ritmo si abbina una successione degli eventi poco chiara e quasi del tutto priva di suspense. “Annientamento” inizia e procede con un’inspiegabile flemma che sfocia nella noia e nell’indecifrabilità. La storia è un lungo flashback ed il lungometraggio salta, con frequenza, da una fase all’altra, tra il passato e l’imminente futuro della propria protagonista. Alla storia principale si legano i ricordi rievocati dalla mente di Lena. Lo schema richiama, per certi versi, le sequenze più introspettive dello splendido “Arrival”, diretto da Denis Villeneuve, nel quale la linguista Louise rammentava momenti di un imprecisato passato che, sul finale, si riveleranno essere ben più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Sebbene i momenti riservati al trascorso della dottoressa Lena in “Annientamento” siano necessari affinché si riescano a comprendere le motivazioni e ciò che ha spinto la protagonista nel proprio agire, il film di Garland non può contare su un montaggio tanto curato quanto quello dell’opera con protagonista Amy Adams, in cui tutto tendeva a intrecciarsi splendidamente. I passaggi narrativi e gli stacchi tra una scena e l’altra in “Annientamento” paiono distanti, non garantendo una buona scorrevolezza. Se l’attrice Natalie Portman (come sempre bravissima) spicca su tutti, è ostico poter conferire i medesimi complimenti al resto del cast: comprimari insipidi, personaggi dalla psicologia soltanto accennata nonché attrici e attori, decisamente non al loro meglio, si avvicendano con poca brillantezza, tanto da non lasciare che pallide ombre del loro passaggio. Il cuore di “Annientamento” è da ritrovarsi nella sua protagonista e nel percorso che ella adempie. Anche in questo caso, però, le digressioni riservate al trascorso della donna, al suo non idilliaco rapporto matrimoniale e all’adulterio (atto autodistruttivo della donna verso la sua relazione coniugale) costituiscono solo brevi rimandi e permettono di farsi un quadro psicologico del marito di Lena e della stessa donna piuttosto scarno.

Ciò che è importante precisare è che “Annientamento” fugge da una spiegazione univoca. Per essere ancor più specifici è un film che ripudia totalmente qualsivoglia espediente didascalico. Tutto è ermetico, incerto, e nulla è chiaro completamente. “Annientamento” vuol frastornare gli spettatori, indurli a una riflessione dettata più dallo spaesamento che dalla profondità della tematica trattata dal film in sé.

Annientamento” è una costante oscillazione tra la bellezza e la repulsione, tra lo stupore e la paura. Sentimenti contrastanti che trovano terreno fertile per fiorire ed espandersi senza alcun freno in quella costruzione rocciosa che sorge nei pressi di una spiaggia deserta, per l’appunto, quel faro cui facevo cenno inizialmente. Da quella torre è venuto fuori un chiarore radioso, gradevole e stupefacente, ma tra i meandri di quei territori coperti proprio dalla stessa “cupola” siffatta di luce e colore, la natura e la vita stanno cambiando radicalmente, lasciando coloro che osservano tali mutazioni esterrefatti ma anche tremendamente spaventati. La forma di vita aliena che giace e si manifesta all’interno del faro è discesa sulla Terra e ha cominciato a invadere ciò che circondava lo spazio che essa occupava con insistenza, espandendo i propri limiti e avanzando senza compendiare confini. Non è evidente se l’alieno stesse annientando la vita così come la conosciamo nella sua naturalezza o se stesse semplicemente “cambiando” il tutto. E’ la trasformazione inaspettata la chiave di lettura del film, la mutazione genetica e cellulare. Il film inizia proprio con l’osservazione di una cellula tumorale che muta. Che l’alieno stesse operando sulla Terra e sulle forme di vita non scampate alla sua presa come fosse una malattia? In tal caso, “Annientamento” potrebbe essere riletto come la rivisitazione di un male incurabile che attacca la vita vigorosa e indomita così come la conosciamo fino a prostrarla dall’interno, come un malessere invisibile, che agisce nell’ombra, salvo poi palesarsi, deformando un’esistenza senza alcuna clemenza.

Ma il gravoso malanno esacerbato dall’alieno non conferisce deturpazione in ogni dove. I fiori nati da una pianta comune ma che presentano gli aspetti di specie differenti, tutti legati alla medesima radice, non generano orrore alla vista, tutt’altro, quasi incanto e curiosità. E così anche i cervi, i cui palchi sono stati contornati da fiori ricchi di vivezza cromatica, non disturbano, anzi allietano il cuore e sono gradevoli alla vista. Sembra che tale male perpetrato da una “malattia” aliena non sia così seccante da osservare.

Ed è per distorcere tale premessa che si palesano le altre terrificanti conseguenze dell’esposizione a un tale “cancro”, ovvero le bestie mutate in maniera dissennata nell’aspetto: un grosso coccodrillo, le cui fauci nascondono una sfilza di denti somiglianti a quelli degli squali, o un gigantesco orso che divora una preda umana e ne ruba e conserva il grido disperato, ripetendo, quando emette i suoi versi, l’implorazione “aiuto, aiuto” in una delle scene più angoscianti dell’intero film. Ancora, le sagome di “persone” immobilizzate e visibili come un miscuglio di tronchi, rami e fiori che spuntano dal terreno si alternano con i corpi devastati dei soldati divenuti un tutt’uno con le mura degli edifici. Da una parte vi sono “i simboli” dell’uomo amalgamato alla Terra e alla natura, dall’altra “le effigi” dell’uomo attaccato ai propri artifici e alle proprie costruzioni.

Annientamento” è una miscellanea tra fantascienza e orrore, tra meraviglia estetica e mostruosità orripilante. La seconda parte del film, in cui Lena si trova faccia a faccia con quella forma di vita extraterrestre che si muove a specchio, di riflesso, mimando i movimenti della donna fino anche a replicare il suo aspetto, offre agli spettatori la contemplazione di un’esperienza mistica, psichedelica, in grado di lasciare il segno. Al termine del suo viaggio, Lena tornerà ferita nel corpo e sconvolta nell’animo. Cosa sarà di lei? Ciò che è rimasto del “marito” cambiato, e quello che è mutato in lei, elemento manifestatosi dal cambiamento delle iridi, cosa potrà portare? La nascita di una nuova e imprevedibile vita generata da una coppia tornata a relazionarsi e soggetta alla mutazione? Quesiti che non troveranno risposta poiché strumenti necessari ad espletare una riflessione e non a dare una certezza.

L’opera di Garland, pur migliorando nettamente nella seconda parte e potendo contare su una costruzione scenica fantastica, dà l’idea d’arenarsi sul “mascheramento” delle tematiche, tanto da non volerle palesare per paura di doverle approfondire. Per tale ragione, la pellicola finisce per concedere ai temi trattati non molto di più di un rimando, non più di un accenno. “Annientamento” è un film discreto, certamente profondo, che tuttavia sarebbe potuto apparire migliore. Il film permane fino alla fine in uno stato d’architettato ermetismo, d’inaccessibile chiusura e inintelligibile spiegazione. Annientamento” vuol “fare” e “comunicare” con pienezza, ma soffre il fatto di non riuscirci mai fino in fondo. Sarebbe bastato ben poco per rendere maggiormente fruibili i messaggi scelti e occultati con troppa dedizione. Alle volte è ben più arduo inscenare con intenzione critica e analizzare con “occhio metaforico” una serie di concetti con maggiore cristallinità che nasconderli dietro indizi disseminati qua e là.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Arrival" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Domenica 4 marzo si appresta ad essere celebrata un’altra grande annata cinematografica: la notte della 90ª edizione della cerimonia degli Oscar si avvicina. E così, anche quest’anno, il solito quesito scalda gli animi dei cinefili sparsi per il mondo: quale pellicola strapperà la statuetta più ambita, quella per il miglior film? In attesa di scoprire tutti i vincitori dell’edizione del 2018, vorrei invitarvi a fare un passo indietro e seguirmi in un breve viaggio a ritroso nel tempo. Supponiamo d’inserire sul cruscotto della nostra DeLorean una data ben precisa, sfrecciamo via a tutto gas fino a raggiungere la velocità di 88 miglia orarie, così da innescare il flusso canalizzatore e mandare il tempo indietro di soli 12 mesi per riscoprire un lungometraggio di fantascienza che ha lasciato un’impronta indelebile.

Lo scorso anno “La La Land”, il musical capolavoro di Damien Chazelle, si presentava alla notte degli Academy Award come grande favorito, potendo contare su 14 candidature. Che record! “La La Land” aveva eguagliato il numero di nomination stabilito in precedenza da “Eva contro Eva” e da “Titanic”. Alla fine, “La La Land” otterrà 6 premi Oscar, mancando (con clamorosa beffa) quello al miglior film. Tra i lungometraggi candidati figurava una pellicola di fantascienza dal titolo “Arrival”. “Arrival” vantava 8 nomination, tra cui quelle per la miglior regia, la migliore sceneggiatura originale e, naturalmente, quella al miglior film. Di quella sera rammento distintamente che ogni qualvolta venivano letti i nomi degli interpreti, ciascuno nominato per categoria, puntualmente partivano, sia pure accennate, le sequenze di “Arrival”. Ciò mi dava l’impressione che l’opera diretta da Denis Villeneuve non fosse stata considerata sufficientemente. Fioccavano le candidature, e in quei magici frangenti era successo di tutto, ma “Arrival” nulla, mancava tristemente la vittoria. Avevo come la sensazione che il film di Villeneuve rimanesse in silenzio, con un alone di astratta e impalpabile consistenza, in un angolo della grande sala cerimoniale. Immaginavo l’essenza stessa di “Arrival”, come se essa “osservasse” con compostezza la situazione, “guardasse” gli altri vincere e mantenesse uno stato laconico d’accettazione. Si lascerà andare solo a un flebile suono, concederà, a chi pone l’orecchio per ascoltare un suo grido liberatorio, soltanto un gemito d’appagamento quando, finalmente, otterrà una vittoria nella categoria del miglior montaggio sonoro.

Arrival” aveva fatto breccia nei cuori degli appassionati del cinema sci-fi, ed aveva, per certi versi, effettuato una rivoluzione nel genere fantascientifico contemporaneo, ma ciò non era bastato per far invaghire la giuria e spodestare film di altrettanto valore. E così, ebbi l’impressione che “Arrival” acconsentisse al proprio fato con dignità, senza voler esternare alcun clamore, senza dir nulla. Perdonate qualche azzardo metaforico, ma “Arrival” non riuscì a comunicare quanto avrebbe voluto a chi scelse di conferirgli un solo premio. Troppo poco per un’opera di tale rilevanza. Per l’Academy, “Arrival” non fece clangore, cadde in un inaspettato silenzio. Un qualcosa di paradossale se ci soffermiamo un momento a pensare al valore che il lungometraggio infonde al linguaggio e alla stessa comunicazione. Forse “Arrival” non poté dire la sua agli Oscar, malgrado le svariate candidature, e ciononostante parecchie emozioni e altrettante riflessioni riuscì a destare nel cuore e nella mente di chi, come me, questo film ha imparato ad amarlo sin da subito.

  • Il dono di un incontro

Steven Spielberg aveva posto per primo l’attenzione sul tema nel suo “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Visitatori, noti comunemente con l’appellativo di “alieni”, giunti da remote e imperscrutate regioni dello spazio profondo, discendevano sulla Terra per stabilire un contatto con la razza umana. Quelle filmate da Spielberg erano forme di vita intelligenti ma soprattutto pacifiche. Nel 1977, Spielberg infuse il proprio estro innovativo alla settima arte, ridisegnando i canoni della fantascienza incentrati sul tema dell’incontro-scontro con creature extraterrestri. Gli alieni, con Spielberg, vennero finalmente rappresentati come esseri mossi da una curiosità prettamente scientifica, creature senzienti e perfettamente in grado di provare sentimenti. Corpi estranei ai nostri ma dotati di un intelletto e di una sfera emotiva del tutto simile a quella umana. Gli extraterrestri non erano più interpretati come una minaccia, una forma d’esistenza ostile e pericolosa, alimentata dall’ambizione di conquista o dal desiderio predatorio di uccidere l’essere umano, preda primitiva e inferiore. In “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, gli alieni raggiungevano il nostro pianeta per scambiare informazioni, per donarle e acquisirle loro stessi, in uno scambio equo e simbiotico con il nostro popolo. Tutto questo era necessario per scoprire, per comprendere, in una sola parola, per comunicare. L’incontro ravvicinato tra l’uomo e l’extraterrestre ricevette, in tal caso, una rilettura positivista che conferì a questo straordinario accadimento la valenza di un evento raro e per questo importantissimo. Tale incontro fu una risorsa conoscitiva tanto per l’uomo quanto per l’alieno. L’incontro tra la razza umana e la razza aliena è dunque un’opportunità da cogliere, un dono reciproco per entrambe le specie, e da questo “pegno” scambiato, entrambe le razze poterono trarre una conoscenza d’inestimabile valore. Ma, e qui sorge il dilemma trattato da Spielberg, come si potrebbe comunicare con una razza aliena? Come dovremmo stabilire un primo contatto, proseguire un approccio comunicativo e poter carpire i significati nei messaggi pronunciati da una razza così diversa dalla nostra? Serviva un linguaggio universale. Per Spielberg fu la musica!

Gli uomini rispondevano alle sequenze emesse dagli UFO utilizzando le note musicali. E in egual misura, l’immensa astronave madre dei misteriosi visitatori riproduceva, di tutta risposta, le note emesse in successione dagli uomini e associate a fasci di luce cromatica. Un’intesa basica stabilita con la melodia e con il bagliore della luce e del colore: un atto comunicativo primordiale tra due razze estranee che cercano di capirsi vicendevolmente. Ma se dovessimo davvero cercare di comunicare attraverso un incerto linguaggio e tentare di decifrare i simbolismi di un idioma a noi sconosciuto, come dovremmo realmente agire?

  • Il dono della comunicazione

Arrival” parte dal suddetto interrogativo per sovvertire le leggi tradizionali della fantascienza, e porre un’attenzione complessiva sull’importanza della comunicazione in quanto mezzo necessario d’espressione e di comprensione. Protagonista della storia è la linguista Louise Banks (una splendida Amy Adams), la quale viene convocata per far parte di una squadra d’élite, istituita per cercare di comunicare con una specie aliena. Astronavi d’origine extraterrestre sono, infatti, atterrate in alcuni punti della Terra, e Louise ha l'incarico di chiedere agli alieni che si trovano sul sito d’atterraggio del Montana da dove provengano e se le loro intenzioni siano pacifiche.

Nella sequenza d’apertura di “Arrival” viene mostrato una sorta di prologo introduttivo, in cui si susseguono alcuni anni di vita di Louise e sua figlia, Hannah, fino al giorno in cui la giovane morirà a causa di un tumore. Al termine di questa drammatica sequela d’immagini, Louise, intenta a tenere una lezione all’università, verrà selezionata dal governo statunitense.

La comunicazione è vita. Qualunque forma di comunicazione costituisce l’essenza vitale di una persona. Tutti noi comunichiamo di continuo, anche quando non ne siamo prettamente coscienti. Il nostro corpo comunica qualcosa, i nostri gesti accentuano il nostro parlato e spesso espletano una comunicazione non verbale che può essere incerta e contraddittoria, persino i nostri sguardi esternano un interesse e, altresì, una concentrazione. Comunicare non significa soltanto esporre a parole ciò che intendiamo. Le persone sprovviste del dono della parola riescono ugualmente a comunicare, naturalmente, con il linguaggio dei segni. La comunicazione non possiede limiti e per questo lo studio di essa viene condensato in una branca della scienza apposita. La comunicazione ha molte forme, e viene utilizzata costantemente. Tutto è comunicazione!

In un semplice messaggio rilasciamo un’intenzione comunicativa, il più delle volte chiara ed evidente. In un copione teatrale occultiamo nelle parole che dovranno essere pronunciate da personaggi fittizi, e celiamo, dietro le frasi dei monologhi emessi da un solo protagonista, i nostri pensieri a cui diamo una forma d’espressione calata in un contesto immaginario ma destinato ad un pubblico quanto mai vero. L’arte stessa è comunicazione. Un’opera scultorea veicola nella propria estetica il volere comunicativo plasmato ed eternato da un artista, che ha immortalato il significato agognato in una posa evocativa. Ancora, la musica è comunicazione, ritmata e melodiosa, e in egual modo la poesia è essa stessa comunicazione, strutturata in versi e cadenzata in rime. Si tratta, in tal caso, di una comunicazione che fa del linguaggio uno strumento privo di catene, libero di librarsi, scevro da costrutti linguistici. La licenze poetiche garantiscono agli scrittori di piegare la lingua al proprio estro scrittorio, d’ignorare una regola categorica e mutarla in un dolce suono voluto dal poeta per richiamare, con il proprio stile, un’idea o un’emozione. Comprendiamo così come la comunicazione sia in grado di raggiungere vette d’espressione artistiche illimitate e che la lingua può divenire uno strumento, un espediente fatto proprio e “ridisegnato” secondo le proprie intenzioni, in grado di dare forma, fattezza immaginabile e significato a un sentimento.

Anche un film garantisce un’azione comunicatoria. Oltre ad una trama in grado di generare una morale, persino una singola scena possiede l’abilità di diffondere uno o più significati. Si tratta della cosiddetta comunicazione simbolica, mediata dalla scenografia, della costruzione scenica sapientemente orchestrata per trasmettere un messaggio da dedurre, il quale può essere colto solo con una dovuta attenzione. In tal modo, “Arrival” veicola le proprie riflessioni esistenziali. La comunicazione si propaga illimitatamente, e nel linguaggio trova terreno fertile per trasmettersi senza confini. La comunicazione preminentemente trattata da “Arrival” si concentra proprio sul linguaggio, di fatto, sulla comunicazione linguistica. Mai nessun film di fantascienza ha dato un peso così grande al linguaggio e all’importanza della comunicazione basilare. Louise, nel primo capitolo di un suo libro, ha scritto che la lingua è il collante sociale fondamentale per ogni società sin dagli albori. Nella nostra lingua sono da ricercarsi le radici della nostra appartenenza sociale. Cosa saremmo senza la nostra lingua? Saremmo forse spogliati dalla nostra identità?! E’ la lingua che ci mette a disposizione la possibilità di formulare e predisporre le idee, sono le sue strutture, il suo dizionario, il suo senso cromatico, tutti elementi che modellano la nostra visione del mondo. In una società dominata dai mezzi di comunicazione, conoscere la lingua, nel nostro caso, la nostra meravigliosa lingua italiana, vuol dire servirsi di quelle regole celate che determinano l’esito di dialoghi, conversazioni, discorsi. La nostra lingua italiana, dall’alto della spontaneità dei sentimenti che esprime, dalla raffinata perfezione dei propri lemmi, dall’eleganza di uno stile tutto suo, appare, oggi più che mai, indomita, con i suoi continui neologismi, tanto da sembrare un vero fiume in piena. Una lingua, quella italiana, capace d’assurgere alla medesima finezza del latino, da cui deriva.

Il linguaggio è il filo conduttore che permette il rapporto con gli altri e rende possibile che l’uomo, da essere individuale, si trasformi in elemento sociale. Noi siamo le nostre parole. Il linguaggio ci rispecchia, influenza il nostro modo di agire, il pensiero, l’essere semplicemente noi stessi. Pensiamo nella nostra lingua prediletta, ragioniamo con essa, esplichiamo le nostre considerazioni con l’ausilio del verbo. E’ Louise stessa a spiegare che esiste una teoria, chiamata dai linguisti “Ipotesi di Sapir-Whorf”, che afferma come la lingua che si usa è in grado di influenzare i pensieri, "riprogrammando" la nostra mente.

Il primo incontro che Luoise ha con gli alieni è intenso e spiazzante. Gli extraterrestri hanno una stazza gigantesca e somigliano ad enormi calamari, i quali deambulano sulla terraferma con sette arti tentacolari. In virtù di quei sette imponenti tentacoli vengono chiamati dagli uomini Eptapodi, termine di derivazione greca. Louise incontra due Eptapodi che si mostrano alla donna al di là di una barriera trasparente. Attorno alle loro mastodontiche sagome vige una nube fosca, ed essi, sebbene camminino sul terreno, dimostrano di sapere, al contempo, “volteggiare” su quell’immenso spazio nemboso, come se fossero rivisitazioni di creature del mare in grado di nuotare in un oceano caliginoso. La prima forma di comunicazione a cui Louise assiste è di tipo verbale: gli alieni si esprimono con ciò che definiremmo ingenuamente come un “verso”. La sfera fonetica è il primo approccio linguistico che la protagonista ha con queste forme di vita extraterrestri. Data l’impossibilità di decodificare e tradurre il “parlato” di questi misteriosi esseri, Louise cerca allora un approccio scritto. Anzitutto, come precisa la protagonista, per comprendere cosa vogliono dirci gli alieni – “Prima dobbiamo essere sicuri che capiscano che cos'è una domanda, quindi la natura di una richiesta, informazioni insieme a una risposta. Poi dobbiamo chiarire la differenza tra 'Vostro' riferito a loro due e 'Vostro' più in generale, perché noi non vogliamo sapere perché 'Mister' alieno è qui; vogliamo sapere perché sono atterrati tutti; e 'scopo' richiede la comprensione di un'intenzione, dobbiamo scoprire se fanno scelte consapevoli o se la loro motivazione è così istintiva che non capiscono affatto una domanda con un "perché"; e il punto più importante è che dobbiamo avere un vocabolario sufficiente per poterne capire le risposte.” – conclude la dottoressa.

Il più semplice e pertanto il più spontaneo scambio linguistico tra un emittente e un destinatario, strutturato con una proposizione interrogativa e una conseguente risposta, assume un valore profondo. E’ la lingua stessa, nelle sue partizioni elementari, in “Arrival” a meritare una riscoperta da parte di tutti noi. Il film inscena un’analisi che verte sul passato, che vuole farci riflettere sulla questione dell’origine di una lingua che ognuno di noi parla e sull’evoluzione che quella stessa lingua ha subito e perpetrato essa stessa al fine di aiutare gli uomini a comunicare, a svilupparsi e, infine, a vivere.

Nel suo relazionarsi interlocutorio con gli alieni, Louise scoprirà con sorpresa che i due esseri sono in grado di secernere del liquido scuro da una delle loro “zampe”, così da tracciare un’immagine visiva della loro lingua scritta. E’ come se dalle terminazioni dei loro arti fuoriuscissero gocce d’inchiostro, quello stesso inchiostro che noi umani utilizziamo per trascrivere il nostro parlato. Quelle apparenti macchie d’inchiostro, formandosi sulla barriera, rendono visibili idiomi simbolici a carattere circolare. Tutti i simboli del linguaggio alieno scritto sono contenuti in una circonferenza e testimoniano la circolarità di un moto infinito. Il linguaggio degli extraterrestri appare così come un andirivieni perpetuo. Con l'aiuto dello scienziato Ian, con cui svilupperà un forte sentimento, Louise inizia ad analizzare i simboli fino ad apprendere un vocabolario di base.

  • Il dono della vita

Quando Louise ebbe una figlia, decise di chiamarla “Hannah”. La particolarità del nome è quella di essere un palindromo. La stessa lingua aliena è palindroma, e questa peculiarità richiama la circolarità della loro comunicazione. Ciò che gli alieni hanno deciso di donare alla razza umana è la loro stessa lingua, la capacità di poterla apprendere così da “pensare” come loro. Nella lingua aliena è custodito un grande potere: quello di percepire il tempo futuro. Nel crepuscolo di una “proposizione” si riscopre il principio, nell’ultima parola di una frase si scruta la prima parola che l’apriva, e così nello scorrere del tempo futuro si rivive anche il passato nell’attimo presente. Dopo aver svelato il mistero, gli alieni prenderanno congedo. La lingua scritta degli alieni sarà suddivisa in una grande mappatura e offerta agli uomini nei rispettivi siti d’atterraggio sparsi per il globo, così da esortare le società dei paesi di tutto il mondo a collaborare e ad unirsi pacificamente per studiare un bene talmente prezioso.

Gli spettatori, senza rendersene conto, hanno vissuto mediante “Arrival” un’esperienza somigliante a quella della protagonista. Inizialmente, tutti noi abbiamo osservato il futuro e abbiamo continuato ad avvertire gli influssi di un simile potere durante lo scorrere delle visioni, credendo di scorgere immagini di un passato quando invece erano cristalline sequenze di un prossimo futuro. Quel prologo introduttivo, in cui Louise viveva i suoi anni più belli con la figlia, era soltanto una visione di ciò che dovrà ancora accadere. E così noi umani, perdonatemi, intendevo dire noi spettatori, ancor prima di cominciare a studiare il linguaggio alieno, abbiamo sperimentato il suo immenso potere: osservare il futuro e viverlo col senso della vista nel momento presente. Sarà in tal modo che Louise scoprirà che la sua amata bambina, la figlia che ancora non ha concepito, morirà. Ancor prima di dare la vita, una madre saprà dell’infausta sorte della propria creatura. Una fine che si lega al principio. Pur cosciente dell’atroce dolore che ella proverà, Louise decide di accettare comunque il proprio destino, innamorarsi di Ian e partorire la loro unica figlia. E’ la forma più alta di amore assoluto: dare la vita a una creatura che sapremo già di poter custodire tra le nostre braccia per un tempo maledettamente esiguo.Arrival” celebra la bellezza di un singolo istante, di un breve ma palpitante momento, di un giorno vissuto con pienezza, di una vita breve ma goduta con assoluta intensità. In “Arrival” il tempo, così particolarmente analizzato, viene glorificato. La vita per Louise non sarà un viaggio da scoprire ma un percorso da vivere, da valutare in ogni sua più impercettibile sfaccettatura. Anche se la sua bambina sarà condannata da un fato avverso e inaccettabile, la madre, che ha scelto di tollerare ciò che per lei sarà sempre intollerabile, ha preso una decisione coraggiosa, ponderata e cosciente: permettere ad una bambina che si fermerà solo all’adolescenza di aprire i suoi occhi al mondo e vivere finché le sarà concesso. Una scelta egoistica? No, un dono! Il dono della vita, di un’esistenza vissuta nell’amore.

Potrà aver mancato qualche statuetta dorata, potrà pure aver taciuto in quella magica serata ma quanta emozione, quanta riflessione è riuscito a comunicareArrival”! Il suo “approdo” nel cinema ha generato un suono soave, e il suo “atterraggio” un canto ammaliante accompagnato da una melodia incantatrice. Le protratte e meditative inquadrature di Villeneuve hanno permesso il parto di una riflessione intima e soggettiva in chi ha avuto il piacere di osservarle. Gli scenari fantascientifici, la superba fotografia e la scenografia particolarmente curata hanno fatto proliferare in noi più di un pensiero, più di un ragionamento, dettato dal cuore ancor prima che dalla mente, riservato all’importanza di un singolo giorno da vivere. Nei suoi dialoghi, nella sua costante attenzione sul tema del linguaggio, “Arrival” ha comunicato insistentemente, anche con uno sfondo inanimato, anche con un simbolismo incomprensibile, reso dal vissuto della protagonista, straordinariamente comprensibile. “Arrival” è comunicazione in ogni sua forma, perché riesce a “parlare” con le espressioni introverse della protagonista, con le valenze gestuali di un singolo personaggio. Tutto è comunicazione in “Arrival”, tutto ha un valore analitico. E’ una poesia visiva, un madrigale d’amore rivolto alla comunicazione, al linguaggio, alla vita di ogni giorno e all’amore più grande e puro: quello di una madre.

Arrival” è una meravigliosa parabola introspettiva dell’esistenza. Un’opera che comunica con il simbolismo di un normale, semplice cerchio: il cerchio della vita.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Valerian e Laureline disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

In un passato imprecisato, un’antica civiltà aliena vive in pace e prosperità sulle rive di una spiaggia bagnata da acque limpide, contornata da bianche sponde e sabbia tenue e liscia al solo guardarla. Le eteree creature d’aspetto umanoide albergano vicino al mare, all’interno di graziose dimore ricavate da grosse conchiglie rosee. Questi cerei alieni raccolgono, come dono offerto loro dal mare, delle perle fatiscenti, le quali contengono enormi quantità di energia. Tali perle possono essere replicate fino a centinaia di altrettanti esemplari da alcuni animaletti indigeni dopo averne fagocitata una soltanto. Ogni qualvolta l’animaletto rilascia dalla sua epidermide i multipli di quelle bellissime perle, le creature donano le stesse alla terra, in un simbiotico scambio tra gli esseri viventi e il pianeta che li ospita. Un giorno, inaspettatamente, una misteriosa guerra combattuta nello spazio tra gli uomini finisce per annientare il pianeta natale di quella stirpe, e i pochi sopravvissuti riescono a mettersi in fuga per scampare alla morte.

Anno domini 2170. Valerian e Laureline, agenti speciali spazio-temporali del governo dei territori umani (che hanno i volti di Dane DeHaan e Cara Delevingne), sono in missione nella città intergalattica chiamata Alpha, una titanica metropoli in continua espansione la cui popolazione è composta da migliaia di specie diverse che provengono da ogni parte dell’universo. I 17 milioni di abitanti di Alpha hanno unito i loro talenti, le loro tecnologie e le loro risorse per migliorare le condizioni di vita di tutte le specie. Valerian e Laureline, interrompendo uno scambio clandestino tra alcune razze imprecisate, recuperano l’oggetto del contenzioso, ovvero l’animaletto di quel pianeta che abbiamo conosciuto al principio, ultimo esempio rimasto in vita di una così rara specie. Quella che doveva essere una semplice missione di recuperò, si rivelerà il primo passo di una fiabesca avventura. Valerian e Laureline inizieranno di lì a breve a svelare i molteplici segreti che si nascondono attorno alla distruzione del pianeta Mul e all’estinzione della razza aliena su cui verte un doloroso segreto militare destinato ad essere portato alla luce.

Raccogliere tra le mani le figure di Valerian e Laureline, tirandole via dalle pagine di un fumetto, e imprimerle su di una pellicola, renderle vivide, tangibili come uomo e donna, e trasporre il loro mondo colorato e luminescente, era un progetto ambizioso per Luc Besson. Un volere che aveva attratto già da tempo i suoi desideri e che stimolò le sue aspirazioni artistiche, facendole eccedere forse nella bramosia del vanaglorioso. Besson osservava il sole, mentre restava prigioniero nel suo fitto labirinto artistico. L’uscita era smarrita tra la moltitudine di cunicoli, o forse sbarrata dall’intenzione di non voler tornare indietro e abbandonare le proprie aspirazioni. Besson voleva fuoriuscire dal dedalo creativo volando via verso una meta lontana e ardua da raggiungere.

Come Icaro così Besson indossò le sue ali e si librò nel cielo, sedotto dai caldi raggi di un sole sfavillante, allegoria di una meta agognata e spesso sconsigliata perché proibitiva. Icaro, quando volle spingersi oltre i propri limiti, pagò un prezzo carissimo alla sua intraprendenza. Le sue ali di cera si sciolsero come neve al rischiarare del sole mattutino, ed egli precipitò al suolo perdendo la vita. Un monito che affonda l’atavico insegnamento nella mitologia greca, e che viene reinterpretato tutt’oggi come arguta e timorosa metafora per l’uomo, quando egli non dovrebbe spingersi oltre i propri limiti. Ma chi è che impone i suddetti limiti? Chi traccia il confine massimo? Il margine estremo da non dover essere superato viene intimato dal singolo talento, dalla capacità, dalla fortuna e dal mezzo impiegato per raggiungerlo. Ma tutti questi fattori possono essere soverchiati dalla perseveranza, dalla forza di volontà e dalla fiducia nelle proprie possibilità. Quando Luc Besson concepì il suo “Valerian” innalzò il volto verso il cielo e mirò quel sole tanto distante ma che sentiva particolarmente vicino, e lo reinterpretò come destinazione di un esaustivo lavoro. La brama del cineasta era quella di poter girare un’opera che raggiungesse le vette più estreme del cinema fantascientifico coi potenti mezzi del digitale moderno. Siamo certi che chi vola vicino al sole finisca poi necessariamente per bruciarsi? Besson aveva anch’egli indosso delle ali di cera?

“Valerian e la città dei mille pianeti” è un tripudio di colori che scintillano come torce accese e fiaccole ardenti di fuochi rossi e gialli. E’ uno spettacolo invitante che invoglia a prendere posto e ad accomodarsi in platea. “Valerian” è un’opera futuristica che inizia in un luminoso buio quale può essere l’oscurità dello spazio, fiocamente rilucente di alcune stelle che sostano in lontananza. “Valerian e la città dei mille pianeti” è cinema fatto con l’amore illimitato di un artista, che crea il proprio spettacolo rivelandone le magnificenze un po’ alla volta. Come fossimo a teatro, il sipario si apre e si arresta per qualche istante, lasciando al proprio pubblico una visuale ferma a metà, un palcoscenico in cui l’universo comincia a mostrarsi con l’ausilio di un brano musicale. Dopo un briciolo d’attesa, il sipario si spalanca e la visuale occupa così l’intero schermo. “Valerian” volge il proprio occhio contemplativo ad un futuro inesplorato, ma possiede un’introduzione devota agli stili classici dei film di fantascienza. “Valerian” è un’opera che accentua la bellezza di ogni singola immagine. Si tratta di sequenze rapide e il cui scorrere è tendenzialmente privo di sosta, in cui i lustri, i secoli e le migliaia di anni scorrono in una progressione sontuosa, dove un’accattivante sfilata di creature fantastiche che interagiscono con gli umani, si presentano loro con un susseguirsi di strette di mano. E’ una storia di conoscenza, d’integrazione, di rispetto verso ogni esistenza culturale quella che Besson ci mostra.

Besson conferisce contorno e spessore a un sogno che ha preso vita, il medesimo che viveva ad occhi aperti quando non era che un bambino e si lasciava trasportare dalle letture del fumetto “Valerian et Laureline”. Questo è l’atto d’amore di un ammiratore incondizionato che in quella città dai mille pianeti ha scoperto il proprio spazio paradisiaco, languido e ineluttabile e ha deciso di donargli la consistenza ammirabile di un bellissimo miraggio illusorio e fantastico.

I vostri occhiali 3D (esperienza questa assolutamente consigliata) fungeranno per voi da visore meta-cinematografico, una sorta di finestra spalancata verso un nuovo mondo, la cui realtà visibile ad occhio nudo può esser sostituita da un’altra diversa e intellegibile e che si sovrappone alla prima similmente a quella che i protagonisti vedono e vivono durante la loro prima missione. Il mercato di Alpha è strutturato in una duplice realtà: quella visibile con gli occhi e quella visibile con la tecnologia avveniristica che permette l’osservazione di un mondo diversificato che si manifesta parallelamente a quello scrutabile soltanto con gli occhi. In tal modo è interpretabile il lungometraggio di Besson, come una fantastica visione dalla doppia natura che oscilla dalla realtà filmabile alla meraviglia dell’ignoto reso percepibile attraverso un meticoloso lavoro grafico e pertanto estetico.

In questa fantascientifica avventura Valerian e Laureline sono due giovani innamorati che vivono il loro lavoro analogamente con la loro vita sentimentale. Entrambi molto ben caratterizzati hanno personalità carismatiche e oppositrici. Valerian è arrogante, sfacciato, sprezzante e sbruffone, Laureline è invece forte, indipendente, sentimentale e fedele. Valerian e Laureline incarnano i tradizionali poli opposti che finiscono per attrarsi nelle reciproche diversità. Essi tendono così a cercarsi e ricercarsi ogni qualvolta finiscono per restare separati. L’intera avventura è una luna di miele compiuta nel cosmo.

A tal proposito Valerian ha chiesto a Laureline la sua mano. Ella, in uno dei loro dialoghi derisori, ha domandato se lui fosse a conoscenza del fatto che la luna di miele si consuma dopo il matrimonio, ricevendo un’impacciata risposta da parte di Valerian. In un certo senso, i due riescono a capovolgere le previsioni e a compiere questo viaggio ancor prima del reale sposalizio. In tal modo, ammettendo che la risposta di Laureline alla richiesta di Valerian di averla in moglie fosse stata positivamente sottintesa, il loro viaggio si configura come un’intrepida luna di miele adempiuta tra i pericoli di un mondo splendido quanto rischioso.

“Valerian e la città dei mille pianeti” è una discesa tra gli abissi di un mondo sconosciuto. In questa estenuante caduta verso la “zona morta” la storia perpetua un’indagine sull’identità del protagonista. Il concetto d’identità personale assume un valore ineludibile, inscenato nell’aspetto e nel potere dell’aliena interpretata da Rihanna, la cui abilità è quella di assumere centinaia di apparenze diverse fuggendo però l’univoca identità del proprio essere.

Tale mutaforma riveste il ruolo dell’artista sofferente, dell’interprete camaleontica e dai mille volti, che le impediscono d’essere riconosciuta dagli altri per come è realmente. Ella, quando perirà, svanirà come sabbia smossa dal vento, testimoniando l’ineffabilità di un’anima priva di una precisata categoria esistenziale per colpa dei crudeli che hanno approfittato delle sue abilità prodigiose per deprecabili fini.

Da questo momento in poi, Valerian trarrà un importante insegnamento, e dovrà far fronte alla sua identità personale di uomo, spogliarsi delle regole imposte dal suo rango di maggiore e compiere ciò che è giusto, riacquistando la sua identità di eroe messo al servizio, non soltanto dell’umanità, ma anche di ogni razza aliena che nell’unità della metropoli Alpha ha trovato la globale serenità. Il viaggio porta i due protagonisti a imbattersi nei sopravvissuti del pianeta Mul, in attesa di riottenere l’animaletto e la perla che Valerian e Laureline hanno con loro. Quella di Valerian è una maturazione mentale e psicologica, coronata dall’affetto e dalle parole di Laureline che lo esorta ad allontanare i ferrei e dogmatici precetti militareschi e abbracciare l’empatia provata nei confronti di questi esseri dalla pelle biancastra.

Ella lo invita ad immedesimarsi nel regnante di questa popolazione che ha perduto la sua stessa gente. Nel loro carattere così diverso Valerian e Laureline tendono a completarsi a vicenda e ad aiutarsi a comprendere quanto dovevano scoprire all’adempimento della loro missione. Valerian custodisce e protegge, inoltre, nel suo intimo l’anima della principessa dei Mul, e non è un caso che da essa venga privato solo quando egli porterà la libertà al popolo sopravvissuto.

Quella di “Valerian e la città dei mille pianeti” è una similitudine sull’esistenza, una ricerca sull’amore più puro, quello provato nell’atto del perdono. “Valerian e la città dei mille pianeti”, nelle sue scenografie maestose, nei suoi effetti speciali stupefacenti e nei suoi inseguimenti votati all’azione più incalzante, rilascia un messaggio profondo, quello che anche dopo la tragedia di un’infausta guerra può esserci sempre lo spazio per ricostruire quanto è stato distrutto, per erigere una nuova società dalle macerie, in una collaborazione che verte sull’uguaglianza di ogni tipo di razza, sia essa umana o aliena.

Besson con la sua creatura “Valerian e la città dei mille pianeti” ha centrato l’obiettivo, realizzare una trasposizione graficamente monumentale di una delle storie che aveva amato di più. Una meta, quella di Besson, che non ricercava tanto il successo generale quanto il successo personale, quello di poter dare vita ad una fantasia letta e immaginata, per cui non avrebbe badato a spese. “Valerian e la città dei mille pianeti” è un’opera genuina, intrisa di bontà e terso romanticismo. Besson, suo malgrado, ha trasmesso un’importante lezione: in un volo pindarico come il suo, il sole può non essere il solo pericolo da dover affrontare. L’empio parere del pubblico generale, feroce come un’aquila affamata, può ghermire colui che libra sospeso e divorarlo senza pietà.  “Valerian e la città dei mille pianeti” ha spaccato a metà il parere critico, ed è stato oggetto di scherno, da parte di detrattori famelici, ben più di quanto meritasse, forse per essere stato erroneamente presentato come un successore del visionario “Avatar” di James Cameron.

“Valerian” non si fregia di una narrazione articolata, e non pretende di culminare nell’epicità della più coraggiosa tra le space-opera, gioca sulla semplicità per ricordare ai propri spettatori come si possa sognare con l’autenticità di una manipolata magia visiva.

Oggettivamente la creatura di Besson non vanta il fascinoso approfondimento culturale di “Avatar”, ed è preda di una trama semplice, il che non è conseguentemente un male, raccontata con difficoltà per via di una sceneggiatura strutturata con dialoghi carenti e a volte sempliciotti. Tuttavia, trovo personalmente che i pregi di questo film divertente e sincero, superino i naturali difetti. L’opera di Besson non avrà purtroppo ottenuto il successo che forse sperava, ma resta ugualmente un film meritevole d’essere apprezzato con equilibrio e con uno spirito romantico necessario per attenuare la severità di certi giudizi esagerati.

Nell’ultima scena, Valerian e Laureline, rimasti ormai soli a bordo di una navicella che naviga silenziosa su di un oceano qual è il firmamento sconfinato, possono suggellare il loro futuro matrimonio scambiandosi un appassionante bacio. La loro prima e più importante luna di miele è finita al culmine del loro progressivo innamoramento.

La luce dell’universo si incupisce fino ad ottenebrare la totalità della visione. Sul lato destro compare la dedica di un figlio “a mio padre…”. Besson, che paragono ancora un’ultima volta alla figura mitologica di Icaro, raggiunge il sole e il traguardo che si era prefissato, vale a dire realizzare il sogno di un bambino: dar nuova vita ai propri eroi. Il messaggio finale è la malinconica dedica a un genitore. Besson è stato sospinto nel volo da suo padre, no, non certo da Dedalo, ma dal suo vero padre, colui che gli ha fornito delle ali salde e sicure, non di cera, quando gli fece leggere quel suo primo fumetto che tanto lo coinvolse e lo aiutò a sollevarsi da terra. Besson ha toccato davvero quel sole, riportando soltanto qualche lieve bruciatura, poiché è rimasto fedele a se stesso, al bambino che fu.

L’amore spassionato che viene rilasciato nell’arte e che in questo caso si può percepire osservando “Valerian e la città dei mille pianeti” è il collante che tiene ben ferme le ali alla schiena di ogni sognatore.

Persino la cera faticherebbe a sciogliersi se miscelata alla forza dirompente, inestinguibile dell’amore per la creatività.

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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