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L'agente K e Rick Deckard ritratti da Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Lamento vitale

Quando nasciamo, i nostri vagiti annunziano l’impeto di una vita appena sbocciata. Con i nostri occhi chiusi e stretti nello sforzo di generare il pianto, versiamo sulle nostre piccole gote lacrime sincere, intrise d’infinita gioia di vita. Credo sia teneramente adorabile soffermarsi a riflettere sulla valenza di un generico “lacrimare”. Nella nostra vita, piangiamo nei momenti più tristi, e a volte anche in quelli più lieti. La reazione emotiva esternatasi nell’azione del pianto possiede sempre una virtù empirea e tangibile. Si potrebbero lambire quelle lacrime fuoriuscite dai condotti lacrimali. Chi vuol comprendere il perché stiamo versando quelle gocce che racchiudono al loro interno sia ansie che emozioni, potrebbe raccoglierle e leggerle con gli occhi del cuore nell’empatico tentativo di svelarne il vero significato di ogni singola stilla. Lacrime di tristezza e di gioia: sono le più comuni, sebbene siano anche le più diverse. Nello scorrere della nostra esistenza piangiamo sia nella sofferenza come nella felicità, nella perdita di una persona cara come nello sbocciare di una vita nuova. Ma quando nasciamo, il nostro è un pianto istintivo, un naturale grido di partecipazione alla vita. Non vi sono sentimentalismi da indagare, in quel pianto si innesca la più pura e incontrollabile vitalità. Nelle lacrime rilasciate dai nostri minuscoli occhi e nelle pupille che si dischiudono per la prima volta, la vita trova il modo di sorgere e iniziare un cammino.

Le lacrime versate in un giorno di pioggia e l’immagine di un occhio che osserva in maniera indefinita, come fosse “staccato” dal resto del corpo, sono due allegorie basiche della mitologia del “Blade Runner” del 1982, opera di fantascienza che indaga l’esistenza e l’impossibilità di arrestare la morte. E’ proprio con l’immagine di una vigile pupilla, dilatatasi davanti alla camera, che “Blade Runner 2049”, sequel del capolavoro di Ridley Scott, alza il sipario. L’occhio spalancato è metafora di un inizio, simbolo di un’osservazione appena esordita, come se il seguito concepito e diretto da Villeneuve stesse nascendo in maniera subitanea nella sua prima sequenza d’apertura.

  • “Blade Runner 2049” – Un sequel stupefacente

E’ stata una gestazione estenuante quella che ha fatto da avvento alla nascita di un vero e proprio sequel dell’opera senza tempo di Ridley Scott. Ed è stato altresì un parto complicato quello che ha portato alla nascita di un film così appagante per gli amanti del genere, eseguito con meticolosa abilità da ostetrici artisti della parola, dell’immagine, del suono e dell’emozione generata dal connubio, minuziosamente perpetrato, dei precedenti fattori.  Sono trascorsi 35 anni dal primo “Blade Runner”. Tre decenni di paziente attesa e di ponderazione: quella di poter realmente filmare il seguito di un lungometraggio, tanto rivoluzionario quanto portatore di una sfida impossibile da vincere. Tuttavia, il regista Villeneuve ha raccolto il “guanto della singolar tenzone”. Alla fine è riuscito in ciò che sembrava così arduo: girare un film che mantenesse rispetto e esternasse malinconica riverenza all’opera magna originale, ma che voltasse rotta e proponesse un’ammirabile novità tematica e stilistica. “Blade Runner 2049” è un film ben fatto, meraviglioso e armonico. Semplicemente sontuoso!

La pioggia è l’evento atmosferico che richiama l’immagine di un pianto protratto e incessante. Torrenziale è la pioggia che bagna la Los Angeles del 2049 in cui è sempre notte e dove ologrammi pubblicitari vengono fatti materializzare con l’aspetto di corpi umani titanici, dotati di movimento coordinato e predisposto. Che tipo di lacrime bagnano la città di Los Angeles? Lacrime di gioia o di inconsolabile tristezza? Lacrime per glorificare la vita in ogni sua forma?!

In questa metropoli dispotica e desolata, si muovono, in un alternarsi scenico, le anime di umani e replicanti, ed esse procedono come fossero traghettate dalle correnti ventose di una giornata comune. Sono trascorsi trent’anni dagli eventi di “Blade Runner”. L’agente Rick Deckard è scomparso, e i vecchi replicanti sono stati tutti terminati prima d’essere sostituiti da replicanti di tutt’altro tipo, creati da Niander Wallace (Jared Leto). I replicanti di Wallace sono anche loro esseri creati per venire dominati, stretti e incatenati sotto il giogo dei padroni. Essi sono destinati allo sfruttamento e alla schiavitù nelle colonie extra-mondo, seppur vengano descritti dal loro creatore come creature angeliche forti e resistenti, necessarie per il sostentamento dell'uomo e per il suo sviluppo. Wallace è un dio-creatore che plasma i replicanti come argilla tra le mani.

  • L’amletismo di un replicante

Protagonista della storia è l’agente K, interpretato da Ryan Gosling, un Blade Runner avveniristico, flemmatico, solo apparentemente freddo e distaccato. Egli non è un essere umano, è un androide ultimo modello, un replicante che dà la caccia ai vecchi replicanti modello Nexus, fuggiti per scampare alla terminazione.  Durante un’operazione di recupero e annientamento di un replicante, tale Sapper Morton, l’agente K rinviene una scatola sepolta sotto un albero morto. All’interno dell’oggetto, vengono rinvenuti i resti scheletrici di un replicante Nexus femmina. Gli analisti scopriranno che la replicante è deceduta a causa di un taglio cesareo effettuato chirurgicamente per far nascere il bambino. Sconvolti dalla scoperta, i superiori dell’agente K gli ordinano di fare tutto il possibile per trovare l’erede e ucciderlo, poiché la notizia che una replicante possa aver avuto un figlio potrebbe creare un'instabilità nel delicato equilibrio tra umani e androidi. L’agente K, restio e tormentato nel dover compiere un simile ed efferato gesto, comincerà la sua indagine che lo porterà a scoprire l’identità della replicante rimasta incinta: si tratta di Rachel, la donna innamorata e ricambiata a sua volta da Rick Deckard (Harrison Ford). In una ricerca così complessa, che ha radici in un passato vecchio di trent’anni, l’agente K scoprirà di essere anch’egli, in parte, coinvolto nel caso.

“Blade Runner 2049” è un eloquente e laconico atto comunicativo pur sempre verbalmente espresso ma anticipato da una impercettibile espressione del volto che preannuncia astrattamente ciò che poco dopo verrà espletato concretamente. La dialettica assume un potere valente ma secondario poiché superflua nel far comprendere il sentimento tra un essere umano e un replicante, già comprensibile dall’importanza di un singolo sguardo. In un contesto come questo l’agente K nei suoi esasperati silenzi è l’inequivocabile e ideale protagonista. Ryan Gosling non fa eccedere un’espressività costantemente mutevole, e proprio per tale ragione si rivela perfetto come interprete amletico di un agente meditante. K vive in una casa postmoderna, in cui la tecnologia futuristica è amalgamata in modo eterogeno a quella più tradizionale. La sua cucina a gas è alternata a una stanza in cui un riflettore posizionato sul tetto fa visualizzare la sagoma digitalizzata di Joi, una bellissima donna di cui K è perdutamente innamorato. Joi (Ana de Armas) ricambia incondizionatamente K seppur essa non sia che un estetico agglomerato ineffabile di luce e immagine. Quella che “Blade Runner 2049” inscena con dolente poetica è la meravigliosa e nuova frontiera di una storia d’amore impossibile. Joi è intelligenza artificiale in grado di provare, con coscienza e razionalità, affetto e in particolar modo, amore.

  • Amore platonico, passione intellegibile

Ella è intelligenza artificiale seppur sia un artificio non propriamente meccanico, quasi etereo e impalpabile in quanto contenuto e riflesso da una macchina proiettante. Joi è “intrappolata” in una proiezione, non ha consistenza fisica ma ha volontà, non ha un corpo ma possiede un’anima, non è incarnata ma è visivamente personificata. Un qualcosa di tragico ma narrativamente incredibile anche solo da descrivere. Joi ha voluto ribattezzare K con il nome di Joe, per conferirgli un che di umano. K, dal canto suo, ha voluto far dono alla sua “sposa” di uno strumento, un comando che può custodirla al di fuori di quel “proiettore” che può renderla visivamente mirabile solo tra le austere pareti della loro casa. Con quel comando ella può sciogliere il legame che la trattiene tra quelle mura e valicare i limiti dell’edificio assieme a K. Ella in quell’oggetto ha riposto senza remore la sua esistenza virtuale poiché se dovesse deteriorarsi, cesserebbe di materializzarsi per sempre, come se fosse anch’ella una donna vera, in balia della morte, nel caso in cui venisse “attaccata” e “distrutta”. Se lei gli ha donato un nome, lui ha cercato di donarle una nuova forma di stasi: entrambi provano, in un disperato e romantico tentativo, di umanizzarsi vicendevolmente. Il primo luogo che Joi desidera “visitare”, una volta uscita dalla dimora, è la terrazza del palazzo, sulla quale entrambi vengono investiti da una lieve pioggia che accompagna il loro primo momento d’accenno di “libertà”. Ancora una volta la pioggia, come toccante pianto, sembra cadenzare la vita in “Blade Runner”.

Tra K e Joi esiste un amore platonico e inestinguibile, virtuale ma reale, a cui viene poi conformata una passione indomabile, trasfigurata nell’intellegibilità, che tocca le vette del romanticismo gemmeo. Ella è fisicamente inconsistente, corporalmente effimera ma animosamente ricolma. Quando lui l’accarezza, la sua mano rende la nitida visione della donna opacizzata, poiché soggetta a dissolvere la qualità della sua trasparenza al minimo tocco. La sequenza in cui Joi deciderà di sincronizzare il suo corpo visivo a quello di una donna vera, sovrapponendosi a lei, pixel dopo pixel, per garantire a K la possibilità di consumare il loro amore, è una delle scene più intense e toccanti del film, e riesce a mantenere per tutta la sua durata una passione tersa e persino sognante. Un atto d’amore sentimentale, nato e divampato nella sintonia connettiva di due anime “meccaniche” che si congiungono nel bisogno umano di sfiorarsi e toccarsi con concretezza. Un semplice abbraccio, una carezza sul viso per K e Joi assume l’aspetto di un rapido momento d’essenza eterna.

  • I ricordi

“Blade Runner 2049” è un noir fantascientifico impreziosito da una folgorante fotografia. Ha un ritmo volutamente compassato per rimarcare con la dovuta attenzione le scene introspettive e le peregrinazioni solitarie del protagonista, sempre analitiche. La sua è un’investigazione compiuta su due fronti che si intersecano: la ricerca dell’identità dell’erede di una replicante si intreccia a quella inerente la possibile vera identità dell’agente K. K è un replicante che desidera ardentemente d’essere speciale, e non un mero “prodotto”, e nutre la speranza che i ricordi che possiede non siano innestati ma possano essere veri.

La vivezza sensoriale dei ricordi ha i contorni di una finestra spalancata sul passato che può essere pre-costruito o assolutamente veritiero. I replicanti, a cui sono stati impiantati ricordi artificiali necessitano di quelle memorie per poter restare stabilmente a contatto con la loro intimità, pur essendo consapevoli che quelle rievocazioni non sono altro che il frutto di artificiosi palazzi mentali sapientemente orchestrati con dovizia di particolari. Essi sono un rifugio per rammentare un’identità, anche a costo d’ingannarsi e impantanarsi in una fangosa menzogna.

Con i ricordi riusciamo a padroneggiare la capacità di “dialogare con noi stessi”. I ricordi in “Blade Runner 2049” sono delle raccolte archiviate e possono avere una duplice natura, vera o forgiata ad arte, positiva o negativa. Ricordi paurosi e tristi si alternano con le memorie più felici ed idilliache di un passato che non c’è più. Tali testimonianze memorizzate in “Blade Runner 2049” sono lo specchio dell’anima e riflettono l’interiorità di un essere umano così come di un replicante. La memoria è alimentata dall’emozione, dal sentimento che ad essa è accomunata, e l’effetto sensoriale dell’amigdala può modellare le emozioni provate in quel determinato momento fino a farle rivivere. Attraverso la sfera mnemonica si compie l’investigazione dell’agente K che arriva a interloquire con la più grande creatrice di ricordi per replicanti, la dottoressa Ana Stelline (Carla Juri). Ella vive protetta all’interno di un’ampia cupola che ne preserva la cagionevole salute. Ana è portatrice di una splendida immaginazione con la quale riesce a dare contorno, spessore, forma e colore a un ricordo che si può toccare con mano. Ella è una creatrice di ricordi e li realizza come fossero quadri dipinti con un pennello inesistente su di una tela evanescente, impercettibile come un lieve soffio di brezza. Quando ella vedrà il ricordo che accompagna da sempre l’agente K, ricordo a tal proposito necessario alla comprensione dell’indagine, scoppierà in un accorato pianto e affermerà che tale memoria è vera e non propriamente innestata. Ciò porterà K a credere che lui stesso sia il figlio perduto di Rachel e Rick.

  • Il miracolo della vita

Quella di “Balde Runner 2049” è esaltazione dell’arte cinematografica nella sua essenza più profonda e pura. E’ comunicazione silenziosa, riflessiva, meditabonda, arte che conferisce pregio allo sfondo, rilievo significante alla scenografia, validità alla taciturna espressione di un viso disteso e pensante. E’ emozione mai espressa completamente, ma incastonata nella magnificenza di un momento, nell’importanza di un gesto o di un’intenzione che potrebbe far capire molto di più di quanto semplice possa apparire. In “Blade Runner 2049” il sentimento umano batte come un cuore palpitante. Nella versione di Villeneuve la paranoia che un tempo avvertivamo guardando l’opera di Scott viene annullata. E’ la vita, intesa come miracolo della creazione, ad essere inebriata. La nascita del bambino concepito dall’amore tra Rick e Rachel, è la compiutezza di un prodigio.

Un evento straordinario, una grazia giunta dal cielo, che sconvolge Wallace, uomo che si esprime attraverso orazioni criptiche e ricche di accenni e riferimenti religiosi, come se fosse un antico profeta e oracolo affetto da cecità, ma che crede di vedere ciò che nessun altro è in grado di scrutare. K giungerà fino alla decaduta Las Vegas, megalopoli funerea e irriconoscibile se confrontata a ciò che fu un tempo. Laggiù rinverrà Deckard. Eccezionale la scena in cui Rick e K avranno un confronto fisico in una platea abbandonata sul cui palcoscenico si esibisce un ologramma fuori sintonia di Elvis Presley. Un passato che tecnologicamente si mescola a un presente futuristico.

Un ritorno, quello di Harrison Ford, straordinario. Ford nella sua maschera rugosa, assuefatta alla rassegnazione, alla rinuncia, trasmetterà la sofferenza di una vita di stenti, di allontanamenti forzati, di privazioni. Il Rick Deckard di “Blade Runner 2049” è un padre disperato più che un vecchio cacciatore di replicanti, e la recitazione di Ford accentua l’umanità e il senso di protezione paterna dell’uomo più che la glaciale freddezza di un ex agente. L’eroismo di K, che perderà la sua amata Joi lungo il proprio cammino verso il trionfo finale, sarà l’ultima speranza per Deckard di riscoprire la verità sul proprio erede: sulla propria figlia che altri non sarà che la dottoressa Ana.

  • Pianto finale

Ecco perché ella piangeva alla vista di quel ricordo, ecco perché K “vigilava” su quella reminiscenza dal valore inestimabile: era un innesto basato sulla verità, sul passato di Ana. Ancora una volta le lacrime all’interno del film testimoniano l’importanza di un sentimento, di un passato identificativo rivisto e rivissuto attraverso l’emotività umana. Quindi K riuscirà a salvare Deckard e lo condurrà ad incontrare la sua amata figlia.

“Blade Runner 2049” è un sequel coraggioso e bellissimo, vicino a raggiungere e ottenere di diritto, anch’esso come il predecessore, la caratura del capolavoro.

Quando K avrà adempiuto la propria missione, si sdraierà su una scalinata. La musica riprenderà i passi che scandirono il trapasso di Roy Batty nella celebre sequenza del primo “Blade Runner”. Non verserà lacrime nella pioggia: egli guarderà il cielo che in quel momento comincerà a “piangere” neve. La bianca coltre cadrà copiosa quando egli verserà le sue ultime lacrime sotto la neve ed emanerà l’ultimo respiro. Se Roy Batty aveva versato il suo ultimo pianto sotto la pioggia, Joe farà “scomparire” le sue lacrime nel fioccare della neve.

Anche Ana sarà avvolta dall’incedere di una neve virtuale poco prima di mirare per la prima volta suo padre. Chissà se anch’ella reagirà versando nuove lacrime sotto la neve quando scoprirà chi è la persona che ha dinanzi. Che sia gioia o tristezza, che si tratti di nascita o morte, le lacrime possono riuscire ad esprimere in egual valore l’immensa emotività di un istante che diviene immortale nel tempo. Il pianto è testimonianza di un sentimento, e il sentimento è testimonianza di vita. Che siano uomini o replicanti essi versano lacrime…e sono in vita.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Anno 2019, Rick Deckard (Harrison Ford in uno dei suoi ruoli più iconici) è un cacciatore di replicanti, chiamato ad un’ultima missione prima di ritirarsi. Quest’ultimo incarico concerne il ritrovamento di sei replicanti fuggiti dai campi di lavoro nelle colonie extraterrestri e rientrati sulla Terra per nascondersi tra la folla anonima. I replicanti sono fabbricazioni di androidi dall’aspetto umano. Deckard decide così di mettersi alla ricerca di quei “fuggitivi”. Nell’arduo tentativo di rintracciarli, Rick è affiancato da Rachel, una donna non consapevole d’essere essa stessa una replicante. Gli androidi rinnegati sono guidati da Roy Batty (Rutger Hauer) e Pris (Daryl Hannah) e mirano ad incontrare il creatore dei replicanti per ottenere un prolungamento della loro vita, che cessa dopo soli 4 anni…

Nel 1982, Ridley Scott tornava al cinema con l’ultima delle sue fatiche: “Blade Runner”. Si trattava del secondo lungometraggio di genere fantascientifico che recava la firma di Scott, due anni dopo il grande successo di “Alien”. Il cineasta statunitense era quanto mai deciso, quasi immantinente nel voler dimostrare nuovamente la propria attitudine a sollevare interessanti argomentazioni inscenate in contesti futuristici e altamente dispotici. Con la creatura aliena concepita da Hans Rudolf Giger e plasmata in terrificanti fattezze da Carlo Rambaldi, denominata Xenomorfo, Scott filmò in “Alien” l’incarnazione parassitoide di un innaturale terrore bestiale. Alien era la paura trasfigurata nella raccapricciante deformità di un essere ostile e predatorio, che con la sua orripilante tecnica riproduttiva reinterpretava una violazione fisica, uno stupro al corpo umano, che veniva tramutato obbligatoriamente in ospite e, al compimento della propria straziante morte, in genitore partoriente di una paura immonda, data alla luce dal dolore di un parto violentemente imposto. Alien era un incubo primordiale a cui dare corpo difforme e atroce movenza, gesto efferato e rumore sinistro, verso spasmodico e respiro convulso.

Con “Blade Runner” la fantascienza di Scott navigò lontano, si protrasse lungamente verso uno stadio successivo, e attraversò le lande desolate di un universo narrativo, in cui avrebbe ricercato altre complessità tematiche, basate sull’analisi dell’esistenza, della religione e dell’autocoscienza. Con “Blade Runner” la paura obbrobriosa di un mostro d’imprecisata natura viene accantonata per essere sostituita da una evoluzione stilistica umano-centrica, ovvero che pone l’umanità al centro di un articolato dibattito filosofico e morale. Gli scenari cambiarono, e Scott non basò la sua storia incentrandola sui limiti circoscritti di una nave spaziale, bensì sul centro urbano di una Los Angeles nebulosa e sozza, inquinata e claustrofobica, così come appare in questo immaginario 2019. “Blade Runner” apprende la paura di “Alien” e la converte in un ansioso climax paranoico e tremendamente sospettoso. Il termine significante della parola “certezza” vacilla maledettamente, come fosse un concetto aleatorio e vacuo. “Certo” può anche significare “errato”. Nulla è realmente certo in “Blade Runner”; la certezza non esiste, non è altro che una chimera, un’illusione scientifica che avviluppa ciò che è umano e ciò che non lo è, e che viene inglobata in un’atmosfera angosciosa, carburata dalla costante inquietudine su chi sia un autentico essere umano e chi un replicante mimetizzatosi camaleonticamente con il resto della popolazione.

I replicanti non necessitano, tuttavia, delle medesime qualità dei camaleonti, non hanno bisogno di mutare il loro colore epidermico a seconda del terreno e dello spazio che li circonda, essi sono iperrealistiche riproduzioni del derma, e sono totalmente somiglianti agli uomini. Pertanto, il camuffamento verte sul mantenere un atteggiamento “tranquillo”, nella speranza d’evitare d’essere scovati e sottoposti al test per il riconoscimento.

“Blade Runner” è un noir fantascientifico, gotico e ombroso, ambientato per la quasi totalità, nelle ore buie della giornata, quando il sole tramonta e le ombre degli uomini e dei replicanti vengono livellate e poi annullate dalla scomparsa del sole. Se i noir di un tempo erano girati in bianco e nero, e il fumo della sigaretta accesa fumata dai protagonisti si levava in alto, come una nuvola grigiastra che immerge i personaggi in un’atmosfera irrespirabile, in “Blade Runner” i colori sono distillati sulle illuminazioni esterne degli sfondi piovosi ma incupiti dalle scenografie fredde, buie, tenebrose. La storia di questa pietra miliare del cinema fantascientifico è quella di un avvenire crepuscolare per la razza degli uomini, in cui il sorgere di un domani chiaro, limpido parrebbe d’impossibile previsione.

“Blade Runner” è un inarrestabile pianto amaro e malinconico, che si manifesta nella pioggia copiosa che bagna la città con triste abitudine. Si vive in un avvilente presente nel quale la vita scorre via come lacrime sotto la pioggia. Il clima alienante emana un’insicurezza intollerabile. A cominciare dal personaggio di Rachel (Sean Young), così bella e generosa da rendere la verità sulla sua origine ingiusta, poiché risulta inaccettabile che essa non sia nata col dono della vita umana. Rachel è una replicante che non sa di esserlo, un destino dall’esito pauroso che mette in dubbio persino la veridicità dei ricordi d’infanzia, innestati in modo artificioso nella sua sfera mnemonica. Essa quando scoprirà la sua vera natura ne rimarrà inorridita. Nulla può essere come sembra nell’opera di Scott: umanità e artificiosità si mescolano in un affresco dai colori indistinguibili. Sebbene la natura di Rachel sia tale, Deckard se ne innamora e vorrebbe fuggire via con lei da una così avvilente quotidianità urbana.

L’indagine ricercata del protagonista si abbina alla disperata fuga per sottrarsi all’implacabile passare del tempo che consuma gli ultimi granelli di sabbia nella clessidra dei replicanti capeggiati da Roy Batty, ai quali restano pochi giorni di vita prima della dipartita. E’ la fascinosa analisi esistenziale che “Blade Runner” attua. Gli androidi, vivi e senzienti per loro stesse ammissioni, desiderano quello che non potranno in alcun modo ottenere: una vita durevole che possa essere impreziosita da un allungamento del tempo loro concesso. Essi sono stati creati da un padre che ne depreca le volontà, considerandoli dei figli illegittimi, ammassi di cute e circuiti. L’atto della creazione viene rivestito di un’accezione abominevole, poiché adempiuto da un insensibile creatore che genera una forma di vita senza curarsi della conseguenza delle vittime (i replicanti) che ricevono il peso di un’ingiuria. Tale offesa riguarda proprio i replicanti, la cui sola colpa al momento della nascita è quella d’essere stati confezionati, impacchettati e dischiusi dal torpore di un parto mai avvenuto, per fini lavorativi. Essi investigano sul loro imminente futuro, semmai dovessero averne uno, parallelamente all’investigazione che Deckard compie per stanarli e distruggerli. Mentre essi anelano alla speranza di una vita in modo anche violento e privo di remore, Rick è costretto a escogitare il modo per annientarli.

Quando Roy Batty incontrerà il creatore dei replicanti, assisteremo ad una fantomatica e intensa riproposizione fantascientifica di un “essere vivente” che si imbatte nel proprio Dio, in colui che dall’alto di un sapere universale ha generato la vita. La richiesta di Roy Batty, proferita con una fermezza che cela la disperazione, è quella riguardante un prolungamento dell’esistenza. Quando riceverà la risposta negativa, ovvero l’impossibilità di evitare il deterioramento dei circuiti allo scoccare del quarto anno, Batty bacerà il suo creatore e lo ucciderà. Un bacio d’addio, di rassegnazione, il “bacio di Giuda” rilasciato da un replicante che si è sentito esso stesso tradito, e che si prepara a compiere un parricidio, o altresì una sorta di omicidio compiuto da un essere ai danni di un dio creatore che si è mostrato non misericordioso nei riguardi della sua creatura. Roy Batty parrebbe assumere i contorni religiosi del Lucifero insorgente.

A questo punto i replicanti rimasti sarebbero fuori controllo, e vorrebbero vendicarsi. Deckard li insegue per porre fine ai loro tormenti e per far cessare i pericoli ad essi accomunati. Segue una colluttazione brutale, nella quale Roy Batty dimostra la sua forza sovrumana e la ferrea durezza con cui vorrebbe uccidere Deckard. Tuttavia, sul finire delle vicenda, quando ormai Deckard provato e prossimo a morire sta per lasciarsi cadere da un precipizio verrà raggiunto dall’androide che lo raccoglierà col suo braccio e lo trarrà in salvo. Roy Batty, il replicante, mostra un’inaspettata misericordia, una pietà che nessuno ebbe nei suoi riguardi. Agguanterà ed espleterà un’umanità sopita e a quel punto più vera che mai, perdonando il suo inseguitore e permettendogli di continuare a vivere.

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire

Quando declamerà il suo celebre monologo finale, un canto funebre di commiato, lascerà traspirare quanto la vita, veritiera o irreale, sia ineffabile, e i ricordi, le storie, le singole esperienze e le meraviglie dell’universo osservate in un battito di ciglia e conservate nei ricordi di un animo vitale possano svanire come lacrime che abbandonano gli occhi e scivolano giù lungo le guance al momento della morte. Ciò che abbiano vissuto scomparirà, i momenti andati diverranno momenti perduti. Ma essi potranno essere in parte custoditi nell’eredità dei nostri discendenti, negli affetti delle persone a noi più care. Questo non è possibile per un replicante, e per tale ragione, nel finale sarà il salvataggio di Roy Batty ad assumere un significato profondo. Esso verrà rammentato dal protagonista come testimonianza di un gesto di riconoscenza, effettuato in punto di morte.

“Blade Runner”, ancor più che una parabola sull’esistenza, trovo sia un racconto allegorico sull’impossibilità d’arrestare la morte. Lo spegnersi di una vita è il passo finale di ogni singolo essere. Tutti noi nasciamo e siamo consapevoli che la nostra permanenza sulla Terra sarà solo temporanea, una sorta di assoluto passaggio. La morte, come scrisse J.R.R. Tolkien è un dono che “Eru Ilúvatar” ha elargito agli uomini di Arda, i quali quando sarà il momento dovranno abbandonare la propria dimora per calcare l’etere e le bianche sponde. La morte potrà essere un’altra via per gli uomini, ma per i replicanti? Non ci sarà nulla, tutto svanirà in un solo e fatale istante dopo poco più di quattro anni, un tempo drammaticamente misero ed esiguo. Nel suo tragico “spegnimento”, la personalità misteriosa di Roy Batty ha sublimato l’importanza della “sopravvivenza”, offrendo la vita a colui che era un suo nemico.

Rick, rimessosi in piedi, si ricongiungerà a Rachel, e con essa scapperà via. Al termine del lungometraggio, l’alone del sospetto seguita a permanere. Un dubbio venuto alla luce nel corso degli anni, alimentato da piccoli indizi di natura mitologica, che assumono l’aspetto di un unicorno, e che disseminati nelle varie versioni inducono noi spettatori a vestire gli inaspettati panni di “cacciatori di replicanti”. E se persino Dekcard fosse un replicante?

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

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Hamill non ha mai fatto mistero di essere rimasto perplesso su alcune scelte del regista J.J. Abrams relative al primo episodio della cosiddetta trilogia Sequel. Non è rimasto soddisfatto di essere entrato in scena solo negli ultimi istanti del film, senza neppure poter proferire alcuna parola. Hamill ha recentemente criticato anche la scena della morte di Han Solo (Harrison Ford) motivando tali critiche con un parere molto personale ma, di certo, condivisibile: Hamill ha infatti affermato che un personaggio importante come Han è morto dinanzi a due persone (Rey e Finn) che lo hanno conosciuto da poco più di venti minuti (battuta dello stesso Hamill). Secondo l’interprete del cavaliere Jedi, Han avrebbe dovuto avere un ultimo momento cinematografico insieme ai gemelli Skywalker, così da ricreare l’iconico trio della trilogia classica. Di conseguenza, sarebbe dovuto spirare tra le braccia di Luke o quelle dell’amata Leia, personaggi che con Solo hanno condiviso una vita. Una critica che può offrire, senza dubbio, qualche interessante spunto di riflessione.

Uno scatto che ritrae Mark Hamill e Harrison Ford, pubblicato dallo stesso Mark.

 

Ciò che sembra preoccupare maggiormente i fan, sono le nuove dichiarazioni dell’attore, che proprio nella giornata di ieri ha affermato che ciò che è diventato il suo Luke non lo convince affatto.  Le scelte di sceneggiatura e le libertà registiche potrebbero stravolgere ciò a cui siamo abituati di credere circa l’universo di Star Wars e il personaggio di Luke. Un grosso colpo di scena era avvenuto nel secondo episodio della trilogia classica, ovvero “L’impero colpisce ancora”, quando Vader rivelò la sua verà identità. E’ evidente che la Disney e la Lucasfilm, seguendo una sorta di “venerazione” verso la vecchia trilogia, vogliano ricreare un’atmosfera del tutto simile a quella del film del 1980. Che possa accadere qualcosa che sconvolgerà ciò che crediamo di sapere su uno dei personaggi principali della saga, ovvero Luke?

Mark Hamill è un attore che ama spesso scherzare, quindi le sue recenti affermazioni sull’episodio VIII potrebbero essere in parte provocatorie. Eppure, non possiamo che fermarci a riflettere e chiederci cosa davvero può non aver convinto Hamill sul suo Luke.

Una frase pronunciata da Luke nel teaser trailer dell’episodio VIII ha ulteriormente preoccupato i fan: Luke afferma infatti che il tempo dei Jedi è finito. Lo dirà prima o dopo dell’incontro con la sua futura padawan Rey? Perché Luke, l’ultimo degli Jedi dovrebbe credere in una tale affermazione?

Non ci resta che attendere quest’ottavo episodio, tra remore e speranze.

Cogliamo l’occasione per dirvi che domani parleremo qui su CineHunters ancora di Mark Hamill, in un altro suo famoso ruolo: quello del supercriminale Trickster. Restate con noi!

Redazione: CineHunters

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