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Per le selettive scelte di copione, per la sua proverbiale versatilità, per la celeberrima abilità nel combinare il successo di critica con quello di pubblico, e in particolar modo, per l’impressionante capacità di intuire il potenziale di ogni lungometraggio,  Dustin Hoffman è stato uno degli attori maggiormente richiesti del cinema anni ‘70. Passare dal palcoscenico teatrale al grande schermo nel ‘68 (Il laureato) e avvicinarsi immediatamente alla statuetta dorata dell’Academy, fu una sorta di battesimo del fuoco.

Hoffman per ascendere al ruolo di icona del cinema non ebbe dalla sua l’ausilio di un fisico imponente: gli appena 165 cm di altezza, quel suo sguardo introverso e quel naso prorompente lo allontanavano, e di molto, dalle classiche fattezze belle e prestanti del divo di Hollywood. Ma è proprio qui da trovarsi l’abilità di Hoffman, quella di trasformare un punto debole in un punto di forza. Quel fisico minuto e quell’aria dimessa diverranno infatti il suo marchio di fabbrica, connotati consoni atti a interpretare ruoli da “antieroe”.

La dedizione al lavoro, lo studio maniacale e perfezionista della parte lo renderanno pignolo e difficile da gestire per ogni regista; c’è infatti chi racconta che Hoffman studiò per oltre sei mesi la camminata della gente claudicante sui marciapiedi per rendere al meglio la parte di Salvatore Rizzo, un malato di tubercolosi nell’iconico “Un uomo da marciapiede”. Laurence Olivier si divertiva a raccontare che Dustin, sul set de “Il Maratoneta”, dedicò tre giorni e tre notti per girare una singola scena e che fu proprio lui, vedendolo distrutto, a dirgli una battuta estemporanea rimasta però indimenticabile per i più: “non sarebbe più semplice recitare e basta?”.

Gli anni ‘70 e ‘80 furono gli anni d’oro nella carriera di Hoffman, i due decenni in cui abbatté lo stereotipo dell’icona nerboruta e orgogliosa di Hollywood; dopo aver abbandonato i complessi e difficili panni di Rizzo, Hoffman si getta a capofitto nel thriller psicologico “Cane di Paglia” del grande Sam Peckinpah.
Il film, una complessa analisi e un’articolata ostentazione critica della violenza sfociata brutalmente nell’uomo vessato e deriso, tema caro al cineasta nativo di Fresno, mostra un Hoffman inaspettato, capace di dare al professor Summer toni tanto pacati e ingenui quanto freddi e spietati all’aguzzino che il personaggio finisce per diventare. Altro giro altro successo; questa volta si passa al Western interpretando sia il giovane che (con un trucco impressionante) l’ultracentenario Jack Crabb, uomo di umili origini che ripercorre la sua vita sempre in precario equilibrio tra la fede per la sua “razza” e l’affetto per i nativi d’America in “Piccolo grande uomo”.

Disdegnerà la commedia? Certo che no! Eccolo infatti accettare il ruolo primario in “John e Mary” al fianco di Mia Farrow, o la parte di Alfredo per l’ultimo film diretto dall’italiano Pietro Germi.

Il richiamo americano, però, tornò ad essere incalzante e lo troviamo nel 1973 a spalleggiare Steve McQueen nel Prison-movie “Papillon”. Trasforma il suo aspetto e il suo modo di porsi per quest’ultima interpretazione, rasandosi quasi del tutto i capelli e dimagrendo più del dovuto per mostrare ancor di più le disumane condizioni a cui erano sottoposti i prigionieri della Guyana Francese negli anni trenta. Dopo aver ultimato quest’ultime riprese, arriva il momento di cimentarsi nel biografico “Lenny”, discussa pellicola del 1974 nella quale viene narrata la sregolata vita del comico Lenny Bruce, che con il suo linguaggio scruttile e provocatorio, volto a mettere a nudo l’ipocrisia della società americana, rivoluzionerà la comicità statunitense. E’ per lui la sua terza nomination all’Oscar!

Passano gli anni ma l’attore non ne vuol saperne di sbagliare un film; il passo successivo vede Hoffman interpretare Carl Bernstein, un giornalista del Washington Post che contribuirà a svelare lo scandalo Wathergate nel capolavoro “Tutti gli uomini del presidente”, uno dei capisaldi del cinema d’inchiesta, strepitoso successo di pubblico e di critica, vincitore di 4 statuette. Tra il ‘76 e il ‘78 si dedica ancora al genere thriller con l’acclamato “Il maratoneta”, lungometraggio in cui con Laurence Olivier contribuirà a rendere sinistramente impressa nella storia del cinema la cruenta scena della tortura.

Dopo queste ennesime grandi prove, nel 1980, riesce finalmente a strappare all’Academy il premio Oscar come miglior attore protagonista grazie alla grande interpretazione di Ted Kramer, il padre fiero e commovente in lotta per la custodia del figlio, in “Kramer contro Kramer”, al fianco di Meryl Streep. Il film si aggiudicherà i premi Oscar nelle categorie più importanti: Miglior film, regia, attore, attrice e ancora come sceneggiatura non originale. Il tema portante della pellicola è il divorzio e l’impatto che ha verso le persone coinvolte, in particolare sul figlio della coppia; il senso di solitudine e di incompletezza che si avverte quando la famiglia si divide, permea tutta l’opera.

Hoffman continua a mostrarsi inarrestabile, e appena due anni dopo, sarà lo straordinario protagonista di “Tootsie” per la regia di Sydney Pollack. Nella commedia interpreta Michael Dorsey, un attore che, pur di lavorare, si finge donna. "Tootsie" avrà così tanto successo da essere eletta dall’American film Institute come la seconda più grande commedia della storia del cinema americano, dietro solo al film “A qualcuno piace caldo”. L’attore, supportato da un efficiente trucco, dimostrerà un innato talento istrionico sfoderando una performance fuori dall’ordinario, ottenendo così la quinta nomination al Premio Oscar insieme alle altre 9 del film. Arriva così come grande favorito alla serata, cinematograficamente parlando, più importante dell’anno, ma tra “Tootsie” e le statuette si interpone “Ghandi - Il film” che strapperà otto premi. Hoffman deve rimandare l’appuntamento alla seconda statuetta che viene vinta in quell’anno da Ben Kingsley. Per Tootsie gli viene conferito nuovamente il Golden Globe.

Tra il 1982 e il 1987 “trasporta il teatro in televisione” con l’opera “Morte di un commesso viaggiatore (già recitata da lui stesso a Broadway) tratta dall’omonimo dramma di Arthur Miller. Hoffman presta magistralmente il proprio volto a Willy Loman, in una meravigliosa interpretazione prettamente a carattere teatrale che gli varrà la conquista dell’Emmy Award e la quarta statuetta della sua carriera ai Golden Globe. Nel 1987 commette il primo e probabilmente unico passo falso della sua carriera con “Ishtar” deludente al botteghino e stroncato dalla critica per via di una narrazione frammentaria e confusa, ma l’anno successivo torna immediatamente sulla breccia accettando la parte dello struggente autistico Raymond in “Rain man – L’uomo della pioggia”. Dedicherà oltre un anno allo studio della malattia e al comportamento delle persone autistiche, impegnandosi anche nella concezione delle movenze di Raymond, introducendo un incedere caratterizzato da una postura del tutto particolare: una spalla leggermente piegata, gli occhi persi nel vuoto e la voce che durante i passi, tende ad appiattirsi sempre più. Con questa ennesima, straordinaria interpretazione, entrata di diritto tra le più grandi della storia del cinema, l’attore vincerà il suo secondo Oscar.

Con questa pellicola si chiude l’arco temporale più importante nella carriera di questo inarrivabile interprete, ma la nuova decade continuerà a riservare altri apprezzabili successi: tra le diverse produzioni a cui prenderà parte, è doveroso citare in primis il suo lavoro nel fantastico “Hook – Capitan Uncino” diretto da Steven Spielberg, in cui interpreta magnificamente proprio il famoso pirata nato dalla penna di J.M. Barrie, spalleggiato da un cast pieno zeppo di “stelle” come i compianti Robin Williams e Bob Hoskins, la giovane Julia Roberts e la sempre verde Maggie Smith. Verso la fine degli anni ‘90 torna a recitare in una grossa produzione: “Sesso e potere” al fianco di Robert De Niro ricevendo la sua settima nomination al Premio Oscar.

Negli anni Duemila oltre a recitare in pellicole fantasy come l’adorabile “Mr. Magorium” o il toccante “Neverland”, e in nuovi thriller come “La giuria” dove dà vita a uno strepitoso duetto con l’amico Gene Hackman, riceve il Golden Globe e il Kennedy Center Honor alla carriera, ciliegina sulla torta per il sensazionale percorso intrapreso sul finire degli anni ‘60 da questo magnifico attore, che nel 2008, darà un’ulteriore prova del suo immenso talento prestato alla settima arte, passando addirittura dietro la macchina da presa per dirigere Maggie Smith nell’apprezzato “Quartet”. Ancora oggi Dustin Hoffman predilige ruoli di un certo spessore e significato, siano essi da protagonista o comprimari, in pellicole argute e accattivanti (vedasi “Oggi è già domani”), anteponendo sempre la qualità alla quantità. A differenza di altri suoi illustri colleghi che nel periodo recente hanno abbandonato del tutto la linea cinematografica prettamente artistica a favore di quella, come dire, più “leggera”, Hoffman crede, e di questo anch’io ne sono certo, di poter dare ancora tanto al cinema, ancor di più adesso, quando si appresta a tagliare il traguardo degli ottant'anni.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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