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“La stangata” è un film del 1973 con protagonisti Paul Newman e Robert Redford, per la regia di George Hill. Gli altri interpreti sono: Robert Shaw, Charles Durning, Ray Walston, John Heffernan, Jack Kehoe, Sally Kirkland, Dana Elcar, Harold Gould, Dimitra Arliss, Eileen Brennan, Robert Earl Jones.

Nello Stato dell’Illinois, nel settembre del 1936, Johnny Hooker e il suo amico Luther Coleman, sono due professionisti della truffa che hanno, in maniera inconsapevole, raggirato il messaggero del gangster Doyle Lonnegan. Luther viene ucciso per ritorsione e Hooker è costretto a nascondersi. Per vendicare Luther, il giovane si rivolge ad un vecchio amico dello scomparso, Henry Gondorff, uno dei più esperti truffatori di tutta l’America. Lavorando di comune accordo organizzano una colossale truffa ai danni di Lonnegan, mettendo su una fittizia agenzia di scommesse capeggiata da Gondorff, in cui il boss è convinto di poter accaparrarsi delle grosse somme di denaro grazie a informazioni riservate passategli da Hooker.

Come una finestra aperta sull’immaginifico mondo del cinema, “La stangata” nasce nella fantasia autoriale e si accresce nell’immaginazione soggettiva dello spettatore. Chi non ha mai fantasticato d’esser Henry Gondorff, il più grande truffatore d’America?

Truffatore” è un termine decisamente dispregiativo, sarebbe più opportuno, in questo caso, adoperare l’espressione descrittiva di “artista della truffa”. Una truffa sapientemente orchestrata per rivalsa e vendetta, e perché no, anche per un anelito di giustizia. Un concetto ideologicamente contraddittorio, come può la perpetuazione di un atto truffaldino esser sinonimo di giustizia? Nell’egual modo per cui Robin Hood era un paladino del popolo, oserei dire. “Rubava ai ricchi per dare ai poveri”, o per meglio dire, rubava ai malvagi per restituire i beni confiscati ai buoni e agli indifesi. Henry Gondorff ne “La stangata” fu una specie di Robin Hood, e come un arciere, possedeva nella propria faretra dardi acuminati d’intelletto, frecce aguzze di furbizia e punte affilate di astuzia. Gondorff rubò, con l’ironia sbruffona di un genio della truffa, a un magnate assassino, arricchitosi in modo fraudolento e criminale. Gondorff si appellò a un senso astratto e immutabile di sana giustizia, piegando la violenza all’intelletto. Si comportò come un ladro gentiluomo, elegante nel vestire e raffinato nei modi di fare, un Arsenio Lupin del nuovo continente.

E dunque, chi non ha mai immaginato di poter somigliare al Paul Newman de “La stangata”, coi suoi baffi curati nel taglio, gli occhi di ghiaccio, e quell’inseparabile cappello, imprescindibile per coprire una parte del viso, quella da cui poi sarebbe spuntato un naso simbolico!  Quel cappello era come fosse un sipario rimasto col drappo per metà aperto, calato in diagonale su di una porzione del volto da cui poi si sarebbe intravisto un naso, “teatro” di un gesto effettuato con la punta dell’indice soffermatasi lì solo per un breve istante.

Con “La stangata” siamo in presenza di una grandissima commedia dai contorni drammatici e polizieschi, ambientata durante la grande depressione nella Chicago degli anni Trenta. Questo lungometraggio si rivelò una fortunata commedia grazie sia ad un cast di prim’ordine sia al regista, ma non di meno alla trama veramente nuova, ricca di colpi di scena e di trovate divertenti. A contribuire alla fortuna della pellicola fu senza dubbio la colonna sonora, costituita da una serie di famose ragtime riadattate da Marvin Hamlisch. Sebbene il ragtime era già passato di moda da alcuni lustri, l’utilizzo di tali pezzi ha costituito uno dei motivi del successo del film, tanto che negli anni seguenti l’uscita del lungometraggio nelle sale si è registrato un notevole interesse nei riguardi del ragtime, che da tempo era quasi caduto nel dimenticatoio.

Sono certo che non c’è stata persona alcuna che non abbia mai, almeno per una volta, fischiettato “The entertainer”. Suvvia, ammettiamolo pure, abbiamo intonato tale melodia nei momenti in cui l’immagine di quel ladro gentiluomo, di quel truffatore dai modi affabili, tornava a materializzarsi tra i contorni pittorici del ricordo su di una tela cinematografica. Una delle peculiarità de “La stangata” fu quella di non restare circoscritta, ma di divenire un'icona della cultura popolare, riconoscibilissima per tutti gli appassionati di cinema, tanto da venire mimata. Celebre è rimasta la “mossa” del dito indice di Newman che sfiora il suo naso. Una sorta di segnale, di messaggio cifrato per far sì che la “stangata” risulti poi davvero tale.

Il connubio musica e immagini ne “La stangata” genera un’atmosfera inimitabile, capace di fuoriuscire dai limiti scenici e ergersi a ricordo nel tempo. L’immagine di Gondorff perdura nell’Olimpo degli eroi del cinema ed è scandita dal suono irripetibile di “The entertainer”, emblema di come la sequenza di una ripresa e il passo musicale di un brano, se uniti con doviziosa meticolosità, possono raggiungere il ricordo eterno nella sfera mnemonica del pubblico, vero obiettivo della settima arte. “La stangata” possiede la qualità insita delle grandi opere, quelle di divenire linguaggio comune o messaggio ritmato e imitato nell’immaginario collettivo.

"La stangata" è un'opera permeata da una estetica conservativa tratta dai comuni gangster-movie ma professa un'inaspettata novità. Il film si avvale, infatti, di una narrazione paragonabile a una partita giocata a carte scoperte, le cui mosse risultano inaspettate per la straordinaria abilità del protagonista nel mutare la verità in una truffa, la realtà in un inganno. Le carte vengono così mischiate secondo il volere del giocatore principale e le sorti della partita volgono a suo favore tramite una serie di colpi di scena preventivati al dettaglio.

Meritevole di una menzione finale la scenografia, magistrale il taglio fotografico eseguito dal maestro Robert Surtees, di cui aveva già dato prova di sé in “Ben-Hur”, che utilizzando il bruno, il seppia e il verde, sapientemente accostati, aveva saputo rappresentare appieno lo squallore dei bassifondi della Chicago degli anni Trenta.

Il film vinse ben sette Premi Oscar, come miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale, miglior scenografia, miglior colonna sonora, migliori costumi, miglior montaggio. Nel 1974 fu assegnato il David di Donatello per il miglior attore straniero a Robert Redford.

Autore: Emilio Giordano 

Redazione: CineHunters  

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Gli animali sul grande schermo ci sono sempre stati e continuano a esserci. Diciamo anche che rappresentano per l’arte filmica una risorsa inesauribile. I cavalli come soggetto artistico sono stati trattati sempre con valori e significati diversi. Nella variegata simbologia a cui hanno attinto i registi il cavallo, uno dei compagni più fedeli dell’uomo, incarna una forza positiva di vitalità e di potenza. Nell’immaginario mitologico queste meravigliose creature tirano i carri delle divinità: bianchi sono i destrieri che attraversano il cielo con il cocchio infuocato del Sole, neri sono quelli che trasportano Plutone, dio degli Inferi.

Il film L’uomo che sussurrava ai cavalli percorre in maniera fedele la trama del romanzo di Nicholas Evans, se non altro per la prima parte, nella quale le scene si susseguono così come sono descritte nel libro. In principio la vista delle ragazzine che cavalcano in una giornata di neve, e la drammatica scena dell’incidente in cui muore Judith e Grace riporta delle menomazioni, si intersecano alle sequenze che ci mostrano Annie, la mamma di Grace, nel suo habitat lavorativo. In esse si capisce immediatamente il temperamento fermo e deciso della donna, in netta opposizione con l’indole fragile, dimessa e accomodante del padre. Grace appare come una ragazzetta vivace e giuliva, contenta di poter godere della natura assieme al suo amato cavallo Pilgrim. Dopo l’incidente però mostra il lato aspro e duro del suo carattere, in modo particolare nel relazionarsi quotidianamente con la madre. E’ proprio la madre a voler a tutti i costi risparmiare il cavallo da morte sicura, anche contro il parere contrario di tutti e malgrado il dispiacere che la vista dell’animale sofferente provoca nella figlia. E’ lei che va alla ricerca dei misteriosi whisperers, “sussurratori” e si spinge fino al lontano Stato del Montana per incontrare Tom Booker. Man mano che la storia si snocciola il regista ricorre alle cosiddette condensazioni, a spostamenti e variazioni. Così vediamo proiettate sullo schermo scene di lunghe cavalcate, dove fanno da sfondo paesaggi sconfinati, seguite da episodi di vita familiare all’interno del ranch, come la marchiatura dei vitelli, inframezzata da veri momenti di festa con tanto di musica country e la presenza degli immancabili cow-boy.

Il romanzo intreccia con arte le sensazioni di Grace e Pilgrim, Annie e Tom, e le loro vicende si sviluppano parallelamente e in maniera coinvolgente e drammatica. Nel film invece la storia di Grace prevale su tutti, mentre l’amore tra Annie e Tom è solamente accennata. Resta solo un rimpianto nella donna, che, pur soffrendo, decide di far ritorno in famiglia, mentre l’amato la segue a cavallo dalla sommità di un’altura. Nulla a che fare con il finale drammatico e pieno di emotività descritto nel libro di Evans, che vede la morte improvvisa di Tom e la separazione tra i genitori di Grace, dopo la nascita di un figlio dall’amore “proibito”

Ciò di cui il film è privo è la sottile introspezione psicologica che rende il rapporto tra Tom e il cavallo una sorta di perpetuo dialogo, atto a ricercare le motivazioni del malessere di Pilgrim e della ragazza.

A volte da un bel libro viene fuori un film piatto e privo d’efficacia. Robert Redford, in qualità di regista ma anche di protagonista, ha puntato tutto sull’effetto delle immagini e la maestosità del paesaggio.  Questo però è l’unico aspetto positivo, che rende la visione della pellicola alquanto piacevole. La vicenda viene esposta con la trattazione del classico film western, in cui si muovono cow-boy durante una tipica giornata divisi tra natura e animali. Non manca l’intreccio amoroso, con la celebrazione dei buoni sentimenti e del focolare domestico.

Il regista ha posto al centro della trattazione la figura del cavallo, la sua funzione accanto all’uomo, invece che sull’approfondimento degli stati d’animo. I personaggi di Grace e Annie appaiono in modo alquanto efficace, mentre quello di Tom, che nel libro è un uomo aspro, duro, nel film assume una posizione da predicatore laico, mentre si rivaluta la figura del padre di Grace, paziente e disponibile, di cui non possiamo fare a meno d’apprezzare la grande carica d’umanità che traspare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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