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"Jumanji" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Correva l’anno 1869, e i giovani Caleb e Benjamin, in una notte fredda e buia si accingono, terrorizzati, a seppellire una vecchia cassa chiusa con dei robusti lucchetti e cinta tutta attorno con del fil di ferro. Seppellire equivale a nascondere, mettere al riparo dallo sguardo dei posteri ciò che non si vuole venga rinvenuto. Ma quello che il terreno inzuppato dalle continue piogge può occultare, può venire ugualmente scoperto, se a destare la curiosità dei viandanti è un rumore. Ciò che l’occhio non vede può comunque inquietare il cuore, se un tam-tam di tamburi, un suono acuto e persistente, quasi ritmato, proveniente da quella cassa sepolta, viene udito.

Cento anni dopo, il giovane Alan Parrish ode proprio il rullo di quei tamburi, ridestatisi dal torpore dell’oscurità del terreno, in seguito ai lavori di scavo che un’impresa edile sta effettuando proprio nello stesso punto in cui, un secolo prima, la cassa fu nascosta al mondo. Quel frastuono cadenzato attira Alan fino a fargli ritrovare i resti di un antico baule che custodisce al suo interno uno strano gioco da tavolo, inserito in una particolare scatola di legno intagliato, che reca una scritta: “Jumanji”. Alan lo raccoglie, se lo porta a casa e, assieme alla sua migliore amica Sarah, di cui è segretamente innamorato, comincia a giocare a Jumanji…

  • Vuoi giocare?

E’ soltanto un gioco” – quante volte abbiamo ascoltato questa affermazione? “Jumanji” nasce dall’idea di sfatare la concezione innocente e sicura dell’atto di giocare, trasformando l’azione del gioco in fonte d’insidie letali. Giocare è un verbo che spesso associamo ai bambini. Si gioca quando si è piccoli, nel periodo in cui l’immaginazione è tanto preponderante nel nostro modo di guardare il mondo da permetterci di trasformarlo nel nostro immenso parco giochi. E’ forse per tale ragione che i tamburi di “Jumanji” vengono uditi soltanto dai più piccoli. Essi attirano la loro attenzione, li invogliano ad avvicinarsi sino ad aumentare il ritmo del rullo quando i giovani sono a pochi passi dal rinvenire “Jumanji”. Il gioco ha una propria coscienza, e desidera essere trovato. I tamburi, pertanto, sono un segnale che attrae i bimbi verso il gioco e… verso il pericolo.

Ma giocare vuol significare, altresì, fuggire dalla realtà circostante, per rifugiarsi in una divertente fantasticheria. E’, in un certo senso, quello che cerca Alan quando inizia la sua partita a “Jumanji” con Sarah, ovvero distrarsi per qualche minuto e allontanarsi dai problemi che la vita gli sta ponendo davanti e a cui non riesce a trovare alcuna soluzione. Alan è infatti vessato da certi bulli di quartiere che lo tormentano e lo aggrediscono quotidianamente, e soffre l’incomunicabilità col padre che sembra non capirlo e vorrebbe mandarlo in un collegio d’istruzione. Alan progetta di scappare di casa, ma, poco prima di lasciarsi tutto alle spalle, si imbatte in Sarah, venuta a cercarlo, con cui, tra un discorso e l’altro, comincia a giocare a Jumanji.

A quel punto, le peculiarità inquietanti del gioco cominciano a manifestarsi in tutta la loro cupa essenza: le pedine sull’intricata e labirintica “scacchiera” si muovono da sole, e ogni qual volta uno dei due tira i dadi, verso il centro del gioco, all’interno di una sagoma tondeggiante di vetro, compare una scritta di colore verde che recita inquietanti versi rimati. La prima “poesia” del gioco preannuncia l’arrivo di un stormo di pipistrelli africani. Spaventati, Alan e Sarah decidono di mettere via il tutto, ma quando il ragazzino getta via i dadi, Jumanji “pensa” che il giocatore abbia in verità “tirato” e così fa apparire il secondo messaggio. Alan viene condannato a restare intrappolato nella giungla di Jumanji fin quando, dai dadi, un giocatore non farà uscire i numeri “5” o “8”. D’un tratto Alan inizia ad essere risucchiato dal gioco, sotto lo sguardo attonito di Sarah che, di lì a poco, verrà aggredita da una volata di pipistrelli neri. Poco prima di scomparire, Alan implora Sarah di tirare i dadi ma la ragazza, messa in fuga dai volatili, scapperà via. Di Alan si perderà ogni traccia per i successivi 26 anni…

  • Una partita in sospeso

Quel semplice gioco da tavolo, che doveva donare ad Alan un po’ di conforto in un mondo esterno fitto e opprimente come una giungla e una realtà famigliare che non riusciva a capirlo, si trasforma in un’angosciante prigione senza alcuna via di fuga. Ventisei anni dopo, la casa dei Parrish è caduta in rovina e viene acquistata ad un prezzo stracciato da Nora Shepherd, tutrice dei suoi due nipoti, Peter e Judy, figli del fratello morto assieme alla moglie in un incidente d'auto. Proprio Peter e Judy rinvengono il gioco nella soffitta della villa, chiamati anch’essi dal suono dei tamburi, e iniziano a giocare. Dopo aver assistito all’apparizione di zanzare giganti e di scimmie inferocite, Peter lancia i dadi ancora una volta, ottenendo come combinazione numerica un 5. Dal gioco fuoriesce un leone della savana unitamente ad Alan, divenuto oramai un uomo adulto. In principio, il protagonista non comprende cosa sia accaduto e osserva con incertezza la realtà casalinga che lo circonda. Dopo aver combattuto con il temibile predatore, Alan si rende finalmente conto d’essere stato liberato. Quella a cui Judy e Peter hanno dato inizio è, in realtà, la continuazione della partita rimasta insoluta dal 1969 tra Alan e Sarah. Il gioco giace quindi in una sorta di stasi, di attesa inamovibile, perché per proseguire necessita della presenza di Sarah.

“Jumanji” funge così da articolata metafora della prosecuzione delle questioni rimaste in sospeso. Tali vicende finiscono per ripresentarsi nel corso della nostra vita e non possono essere evitate. Fuggire dai problemi, come stava per fare Alan all’inizio del suo viaggio quando, pur di non affrontare il padre, era pronto a scappare per non voler fare più ritorno, non è mai la soluzione. E’ proprio per rammentare tale monito che il gioco torna a ripresentarsi facendo riecheggiare i suoi lugubri suoni tambureggianti. Il percorso impervio rappresentato dalle caselle di Jumanji ha le sembianze di un tracciato labirintico. I “cunicoli” del Dedalo non costituiscono tuttavia un sentiero difficoltoso da perscrutare in virtù dei suoi passaggi quanto invece dei suoi tranelli. Il tratto da percorrere in Jumanji è intricato ma piuttosto evidente: il giocatore deve riuscire a sventare ogni minaccia, è questa la sua unica sfida. Dopotutto, Jumanji non è un gioco di strategia, come tiene a precisare Judy. E’, invece, un gioco di sopravvivenza. E lottare per sopravvivere fa parte dell’istinto vitale di ogni essere umano. Le caselle di Jumanji creano un percorso intersecante, che raffigura l’andirivieni delle sfide di una vita. Jumanji è un avviluppante labirinto dove si può scorgere l’uscita contando le caselle che mancano al raggiungimento della via di fuga, e in cui, nonostante ciò, si ha sempre il terrore di non riuscire a giungere alla fine del percorso.

I dadi, in tutto questo, evocano la casualità del fato, e sono, coi loro numeri, portatori di un esito incerto che fa fluire irrequietezza. Le scelte di una vita e le mosse per sopravvivere non sono qui decise dalla saggezza o dall’audacia di un giocatore quanto dalla mano della fatalità. Gioco e terrore, vita e morte si alternano in un’esperienza esistenziale volta alla comprensione delle proprie paure e alla dominazione del proprio coraggio.

  • Ritorno alla realtà: tra passato e presente

Sebbene il film mantenga sempre un ritmo divertente, vivace, adrenalinico e avventuroso, “Jumanji” declina una poesia triste e profondamente sensibile.

Alan, in principio, avrebbe voluto lasciare quel mondo che conosceva. Era stufo di tollerare soprusi dai prepotenti e severi ordini impostigli dal padre. Probabilmente però quella fuga che Alan avrebbe voluto compiere all’inizio del film era un gesto di paura e avrebbe guidato il protagonista a un pentimento. Alan sarebbe poi corso a casa, dal padre e dalla madre, e avrebbe chiarito l’alterco che avevano avuto. L’esternazione di una semplice frase sarebbe bastata. Purtroppo, l’atroce volontà del gioco gli ha impedito di fare ciò che avrebbe voluto. E così, quando Alan torna alla realtà, scopre con profonda tristezza che i suoi genitori sono morti. Jumanji ha spezzato il legame famigliare che univa Alan ai suoi, i quali si sono spenti senza mai scoprire cosa era accaduto davvero al loro figliolo. Il protagonista non ha neppure potuto dire loro addio.  “Jumanji” celebra sommessamente l’importanza della comunicazione in quanto strumento per esprimere i sentimenti. All’inizio del lungometraggio, la madre di Alan, a seguito del diverbio che il marito ha avuto col figlio, sembra rivolgersi al consorte per invogliarlo a tornare in casa e a parlare con Alan. “Sam! Sam!” dice con fare esortativo la donna, ma quand’ecco che il padre di Alan si volta verso di lei, e lei lo congeda, con un candido: “niente!”; come se accettasse di rimandare la conversazione, cosciente di poterla riprendere al loro ritorno. Ma Alan e i genitori non avranno mai più alcuna conversazione. E’ il triste tributo che “Jumanji” fa all’importanza della parola e soprattutto al tempo presente, quello da non farsi sfuggire e che spesso diamo per scontato quando non dedichiamo il giusto spazio ad una persona importante. Per il resto dei suoi giorni, Sam crederà che Alan sia sparito per colpa sua e mai alcuna parola di conforto udirà per dare pace al suo cuore stanco.

Alan mira una città molto diversa da quella che aveva lasciato, sozza, malandata, colma di gente povera, di senzatetto, ricca di mura imbrattate e in piena crisi. La fabbrica di scarpe del padre, fiore all’occhiello della sua famiglia, è fallita ed è stata abbandonata; persino la statua del generale Angus Parrish, antenato di Alan, è totalmente deturpata da imbrattature spray. Le persone sono apparentemente impazzite, i sogni si sono infranti, e non vi è alcun rispetto per la storia antica del centro urbano e per gli avi di un tempo. Anche l’esilarante Carl Bentley, vecchio amico di Alan e noto con il diminutivo di “Laccio bollente”, è stato costretto ad abbandonare il suo sogno di progettare scarpe per vestire la divisa da poliziotto, la cui vettura d’ordinanza verrà ironicamente martoriata dalla furia di Jumanji.  Sembra che gli effetti spaventosi del gioco si siano propagati per la città, fino a farla piombare in un disordine generale, che non svanirà fin quando Jumanji non verrà portato a conclusione. La realtà cittadina si riflette sulla realtà parallela del mondo di Jumanji, che finisce per compendiare tanto il passato quanto il presente e condurlo in un avvilente futuro senza speranza. Alan fa solo brevi accenni circa la sua esperienza ventennale nella giungla di Jumanji, e confessa che in quei luoghi non esistono solo scimmie, leoni e zanzare, ma anche creature impossibili da immaginare o anche solo da scrutare, ombre impenetrabili che si muovono nella notte e attendono in agguato. Il suo racconto, criptico ed ermetico, suscita l’immaginazione sopita di noi ascoltatori. Così come l’origine di Jumanji e il potere ad esso legato permangono nell’imperscrutabilità, anche l’essenza stessa del mondo del gioco finisce per permanere nell’ambiguità proprio per lasciare allo spettatore un alone di incerta e imprecisata magia. Ma la particolarità di “Jumanji” è quella di trasportare le paure di un mondo incastonato tra gli intagli di un gioco da tavolo e rigettarle nella realtà che noi ben conosciamo. “Jumanji” solo in parte può trasportar chi questo mondo vuol lasciar…perché finisce poi per trasformare quello stesso mondo appena lasciato in un riflesso selvaggio di Jumanji. La giungla enigmatica, primordiale, selvaggia e incontenibile invade una città irriconoscibile!

  • Vite spezzate, tra prigioni interne ed esterne

Alan ritrova Sarah, divenuta anch’ella una donna adulta e segnata irrimediabilmente dall’esperienza traumatizzante della sua scomparsa. Nei loro dialoghi, Sarah fa emergere la sofferenza di una vita amara che l’ha portata all’isolamento. Era soltanto una bambina quando Alan scomparve, e non fu mai creduta da nessuno quando raccontava ciò che aveva visto. Se Alan era rimasto intrappolato in un mondo parallelo, se vogliamo virtuale, come quello del gioco, Sarah era rimasta sola e prigioniera in una realtà cittadina menefreghista e insensibile. Entrambi separati hanno fatto fronte a una vita spezzata. Quando Alan osserva le piante carnivore, i grossi baccelli di colore giallo, i verdi rampicanti robusti e vividi, fuoriusciti dal gioco, invadere l’abitazione, affermerà che “ci sono cresciuto così, è ciò che c’è là fuori che mi terrorizza”. La “giungla cittadina” e la giungla di Jumanji possono venire messe a confronto. Così come è terrificante la forza animalesca che si nasconde all’interno del gioco, pronta a manifestarsi nella nostra realtà, allo stesso modo è inquietante ciò che ci può attendere fuori dalle mura di casa. Alan fu terrorizzato dal mondo di Jumanji ma imparò a riconoscerlo come la sua unica e sola “casa”, Sarah fu segnata dalla quotidianità urbana e finì per non conoscere dimora alcuna. Quella di Jumanji è stata per Alan una prigione interna, velata, quella di Sarah una prigione senza confini, capace d’estendersi all’esterno. Si tratta di due mondi così differenti eppure ricchi delle medesime, grandi difficoltà. Vivere e vincere le proprie battaglie, nella giungla o in città, richiede un’immensa dose di coraggio che è ciò che vuole insegnare “Jumanji”. Ed è proprio nel loro ritrovarsi che Alan e Sarah sentono di non essere più soli ma di appartenere l’uno all’altra, e nella fortificazione dei loro spiriti, essi riprendono a combattere con le loro più recondite paure, per porre fine al gioco e risanare le ferite di una vita spezzata. Uniti, Alan e Sarah vogliono vivere insieme in questo mondo e non più lasciarlo come le paure volevano, a volte, suggerire loro.

  • Un avversario prima o poi va affrontato

La gioventù e la maturità riguardano il periodo della vita che Jumanji è riuscito a racchiudere nella sua esperienza di gioco. Tra Alan e Sarah e Judy e Peter esiste un rapporto di reciprocità che riguarda l’età adulta e la giovinezza. Alan vede in Peter il bambino che fu un tempo e cerca di educarlo come fece suo padre con lui, rendendosi poi conto che il figlio diventa padre ereditando a volte anche i difetti del genitore.

Sul finire delle vicende, Alan dovrà compiere l’ultimo passo: affrontare il suo acerrimo nemico. Come teneva suo padre a ricordargli, un avversario prima o poi va affrontato. Alan è perseguitato da un efferato cacciatore della giungla, Van Pelt, che aspira da sempre ad ucciderlo poiché lo considera la più inafferrabile delle sue prede. Van Pelt cela, sotto i suoi baffi folti e spioventi, il volto del padre di Alan, come se rappresentasse la più grande paura del protagonista ma al contempo il più grande atto di coraggio che Alan deve compiere. Per tutta la sua vita, Alan ha vissuto oppresso dai sensi di colpa per non aver parlato con Sam da padre a figlio, e fronteggiando apertamente Van Pelt, ha l’occasione di dimostrare d’essere un uomo coraggioso benché terrorizzato dalla consapevolezza di dover perire sotto i suoi colpi. Scrutando il volto del cacciatore, Alan, senza rendersene conto, sta sfidando con coraggio suo padre, facendo valere quell’ardire che il genitore ricercava in lui. Poco prima di essere colpito a morte, Alan lascia cadere i dadi che reggeva in mano, i quali segnano il numero necessario alla pedina di Alan per raggiungere la fine del percorso e far pronunciare al protagonista la parola “Jumanji”. Alan ha superato la prova e ha vinto il gioco, e così tutte le manifestazioni di Jumanji vengono ora risucchiate via all’interno del gioco. Il tempo si annulla ed Alan e Sarah tornano nel 1969, a quella famosa sera in cui tutto ebbe inizio. Erano loro i giocatori originari quando la partita cominciò, e il tempo ha ripreso ora a scorrere con normalità, senza più gli effetti distorti del gioco. L’orologio a pendolo che aveva rintoccato il cambio dell’ora poco prima che Alan si dissolvesse in Jumanji può adesso riprendere a segnare il tempo reale, non più funestato dalla maledizione di Jumanji.

E’ la nuova occasione di vita che Alan e Sarah potranno godere insieme. Alan ne approfitta per riappacificarsi immediatamente con il padre, il quale si scusa anch’egli. Da adulti, Alan e Sarah, sono adesso sposi e in attesa del loro primo figlio. Rincontrano quindi Judy e Peter, e offrono ai genitori dei due un lavoro che garantirà sicurezza per il futuro. Il destino che rischiava d’essere deciso da un tiro di dadi è adesso plasmato dalla conoscenza di Alan e Sarah.

Nel suo generare distruzione, Jumanji ha pur sempre donato una nuova vita ai propri giocatori. Non a caso, il gioco, rimasto sulla battigia, semisepolto dalla sabbia, cullato dal lento mormorio della risacca, fa ancora riecheggiare il rullo dei suoi tamburi per attirare a sé altri nuovi giocatori.

Jumanji avrà sempre una volontà tutta sua.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Capita spesso di porsi alcune domande, specie nei momenti più riflessivi, come al calar della notte, quando si resta seduti sulla poltrona, circondati da una serie di piccoli specchi, rinchiusi nella propria cabina sulla poppa della nave a sorseggiare del vino da una coppa dorata. Sono quei momenti in cui neppure giocare con la propria isola e fare fuoco a babordo con il plastico di un galeone può attenuare la nostalgia per un ricordo felice, che appare tanto distante da indurti a chiedere: “cos’è la felicità?”.  Un orizzonte limpido davanti a sé, privo di alcuna preoccupazione imminente, è forse questa la vera felicità? Quella che si concretizza nel mantenere un senso di rilassatezza che possa permettere il proliferarsi della creatività, della fantasia e del sogno. La felicità più pura, quella che coincide con il desiderio sognante è tipica dei bimbi: è il pensiero felice. Personalmente, me lo ha insegnato “Hook”. No, non solo il film, anche lui, proprio Uncino, pardon, Capitan Giacomo Uncino. Mi ha insegnato che se si è privi di un solo pensiero felice si cede alla malinconia, vivendo nella solitudine dell’abbandono e nell’alienazione di un mondo ormai svuotato dalla benché minima avventura da quando la nemesi di un tempo è ormai l’ombra sfocata di ciò che rappresentava tanti anni fa. Si finisce poi per rievocare spaventati la mamma, un’ultima volta, quando un gigantesco coccodrillo, risvegliatosi per pochi istanti, spalanca le fauci lasciando cadere al suolo una grossa sveglia col solo intento di banchettare con i nostri corpi inermi.

Un pensiero felice è anche legato ad un singolo oggetto, per noi custode di vecchi ricordi e di emozioni trascorse, me lo ha insegnato Tootles, che riprendeva il sorriso quando ritrovava le sue biglie e smetteva così di sembrare perennemente “sulle nuvole”, perché poteva raggiungerle davvero questa volta, volando sopra la torre del Big Ben una sera d’inverno, avvolto dalla neve, con l’ausilio di una polvere di fata. Lo ha insegnato anche a voi?

Me lo ha insegnato anche Robin, voglio dire, Peter. Mi ha insegnato quanto possa diventare ripetitiva, monocorde, una vita dedita soltanto al lavoro e alla freddezza di un ufficio, lontana dal calore di una famiglia e dall’avventura di un luogo staccato dalla realtà, dove continua ad attenderlo e ad amarlo Trilli, che alberga proprio laggiù, tra il sogno e la veglia, dove non possiamo più ricordare cosa stavamo sognando davvero. Un luogo all’apparenza imperscrutabile, poiché troppo vicino al reale e ancora poco distante dal fantastico. Peter ha continuato ad insegnarmi quanto possa essere difficile ritrovare un vero pensiero felice e come sia arduo vivere senza, poiché il pragmatismo, la tendenza realistica, tiene saldamente i piedi ancorati a terra, impedendo ai sognatori di alzarsi in volo. Restano condannati, se scevri da un pensiero felice, persino i previdenti e gli speranzosi, coloro che sanno di non dover volare troppo vicini al sole ma vogliono comunque provarci, perché magari, nel mondo dei sogni, il sole non brucia davvero le nostre ali di cera e non mette freno ai nostri desideri. “E’ fatta! L’ho trovato!” - me lo ripeto sempre quando scorgo un pensiero felice, e voi? Trovarne uno sancisce una sfida nel non perderlo; dobbiamo tenerci stretto quel pensiero felice, così che allontani tutti gli affanni accumulati e scacci ogni residuo di paura, e se ci riusciamo, siamo pronti a spiccare il volo, il Peter Pan che dorme sopito in noi è tornato. Un pensiero felice è un domani radioso, un orizzonte non solo limpido ma anche soleggiato, è il bambino che è in noi che torna ad allietare l’adulto, perché proprio come Peter voliamo fino al sole, mentre i bimbi sperduti ci guardano entusiasti, e con un’ulteriore spinta delle nostre gambe, piombiamo giù in picchiata, come un falco sulla preda, a volare sopra i galeoni, facendoci solo sfiorare dalle palle di cannone che i pirati ci sparano contro ed evitando ogni genere di freccia scagliata dagli indiani dell’isola.

“Hook” è un’opera fantastica che si riduce ad una sola e unica indagine: scorgere la via di una felicità mirabile, e in questa costante ricerca, verità e leggenda si intrecciano, travalicando i confini dell’infinito. Un Peter adulto nella sua consistenza reale mira con sgomento un disegno che lo ritrae giovane e audace tra le pagine consunte di un libro che narra ciò che fu ma non ciò che potrà essere. La negazione della fantasia si scontra così con l’arte dell’affresco che immortala, sulle stesse pareti della casa, Uncino su di un’imbarcazione in procinto di giungere da un mondo imperscrutato. Il ritratto e la narrazione letteraria sono prove di un passato oramai sperduto nell’oblio dei ricordi, e il mito di Peter Pan, viene testimoniato nell’arte, atta a tracciare l’iniziale percorso della ricerca della felicità che il protagonista dovrà presto intraprendere. Una ricognizione lunga una vita, con il tempo, temuto da Uncino, che scorre inesorabile, anche se non viene scandito dal suono di una sveglia o di un cucù.

Sebbene il film diretto da Steven Spielberg sia meritevole d’esser menzionato per l’imponenza di un cast stellare, per l’indubbia qualità di una pellicola onirica e visionaria, e per il rispetto amorevole che nutre verso la spensierata fanciullezza, “Hook” dev’essere analizzato, prima di tutto, come un film che esplora la felicità in quanto motore acceso dell’animo umano. Pertanto, il lungometraggio di Spielberg dovrebbe essere commentato con un linguaggio garbato e amichevole, come se venisse rinarrato tra le pagine di un diario dei ricordi. Per tale ragione ho scelto di descriverlo attraverso ciò che per me ha significato, perché è una pellicola alquanto personale, capace di subentrare nella profondità dell’animo dei piccoli spettatori che, come il sottoscritto, hanno avuto la fortuna e il piacere di vederlo per la prima volta da bambini. “Hook” è un film che desidera insegnare, trasmettere in un formato di magia didascalica ciò che ogni personaggio può esplicare tramite il proprio percorso.

“Hook – Capitan uncino” non è solo un fantasy che rielabora l’immortale storia di J. M. Barrie mostrandoci un Peter Pan adulto, “Hook” è un continuo elogio alla natura mutevole della felicità, quella che ognuno di noi può e deve ricercare nel corso della propria vita nelle più disparate ragioni. La felicità è motivazione, una spinta costante, e proprio per questo è tra i più coinvolgenti sentimenti provati dall’uomo, specie se combinata con l’arte dell’immaginazione. Ciò porta a sedersi intorno a una tavola imbandita di piatti e bicchieri vuoti, e di posate lasciate lì unicamente per rammentare ai piccoli commensali il bisogno di non doverle usarle, poiché l’inganno della fantasia e del gioco ci permette di trovare di colpo, non appena apriamo gli occhi, piatti ricolmi di cibo appetitoso e bicchieri traboccanti.

“Hook – Capitan uncino” ci mostra che il sogno è uno strumento che non smette di funzionare non appena si abbandona l’innocente illusione della giovinezza, e ci offre questa tangibile testimonianza seguendo le orme e il pellegrinaggio di Peter, che ritrova se stesso quando ormai sembrava troppo tardi, quando aveva già varcato la soglia della monotonia degli adulti. Un’opera volta a ricordarci l’importanza di “credere nelle fate” e di vedere il più delle cose con gli occhi sognanti di chi crede che tutta una vita possa essere una grande avventura.

Perché il pensiero felice ci permette di volare, di finire realmente su nel cielo, a “nuotare” sopra un pascolo di nuvole, facendoci accarezzare dal vento poco prima di mirare la seconda stella a destra, per poi proseguire dritto fino al mattino. Già! All’isola che non c’è!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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