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E' l'annuncio che ha scosso il week-end di tutti i fan della galassia lontana lontana. Rian Johnson è già al lavoro per la Lucasfilm e la Disney a una quarta trilogia di "Star Wars". Questi tre nuovi episodi saranno slegati dalla saga degli Skywalker, che verrà presumibilmente conclusa con l'episodio IX, e andranno a esplorare nuovi mondi dell'universo creato da George Lucas.

Nuovi personaggi, nuove ambientazioni e nuove avventure ci attenderanno nel prossimo futuro. Ad occuparsene sarà proprio Johnson, al timone di questo straordinario progetto. Un vero onore per un fan di Guerre Stellari, e del regista e creatore George Lucas, come lui. Ma non è finita qui: c'è, inoltre, l'intenzione di produrre e realizzare una serie televisiva in live action basata sull'universo di Star Wars.

Nel frattempo, l'attesa per l'episodio VIII, "Gli ultimi Jedi", diretto proprio da Johnson, sta per concludersi.

Redazione: CineHunters

L'ottava pellicola della saga di "Star Wars", scritta e diretta da Rian Johnson si presenta nuovamente con questo avvincente trailer.

Poche sono le parole che vogliamo dedicare alla presentazione di questo imponente trailer, saranno le immagini e le musiche a dar voce e suggestive parole  a quella magia che solo la saga creata da George Lucas è in grado di evocare.

L'episodio VIII uscirà il 13 dicembre 2017 in Italia e il 15 dicembre 2017 negli Stati Uniti.

Ecco l'attesissimo trailer de "Gli Ultimi Jedi":

Redazione: CineHunters

Cresce l'attesa, a poche ore dal rilascio del nuovo trailer per l'ottavo episodio di "Star Wars", dal titolo "Gli ultimi Jedi".

Due clip anticipano alcune scene che andremo a mirare nel prossimo trailer. Nella prima clip, Rey (Daisy Ridley) padroneggia la spada laser, e i suoi movimenti vengono cadenzati dalla melodia della Marcia Imperiale di Lord Darth Vader.

Nella seconda clip, Luke Skywalker (Mark Hamill) raccoglie tra le mani la sua prima spada laser, appartenuta al padre Anakin quando era un cavaliere Jedi.

Gustiamoci questi due brevi teaser in attesa del trailer che arriverà questa notte.

Redazione: CineHunters

Una scelta sorprendente quella comunicata ufficialmente dalla Disney e dalla Lucasfilm. J.J.  Abrams tornerà a dirigere un episodio di Star Wars, e sarà il nono capitolo della saga principale.

Abrams fu scelto come regista dell'episodio VII, per aprire di fatto la nuova trilogia sequel. Avrà dunque una nuova possibilità di cimentarsi alla regia con la saga creata da George Lucas, finendo, per certi versi, ciò che aveva iniziato. A seguito di questa comunicazione, la Lucasfilm ha fatto sapere che l'uscita di Star Wars IX è stata posticipata al 20 dicembre del 2019.

Il ritorno di Abrams non ci entusiasma particolarmente, secondo il nostro modesto parere Abrams aveva avuto l'occasione di dare il proprio contributo alla saga girando un film tecnicamente ben fatto ma troppo poco originale e povero di idee. La paura di osare e il voler andare sul sicuro per soddisfare i fan sono elementi tipici dello stile di J.J. Abrams, il quale pur essendo un ottimo regista dal punto di vista della qualità di ripresa, spesso eccede in un fanservice prevedibile.

Dal IX e ultimo capitolo della saga ci attendiamo novità entusiasmanti per un degno capitolo finale, non certo sicure e timorose riproposizioni costanti.

Ecco cosa pensiamo del suo "Star Wars: episodio VII - Il risveglio della forza". Potete leggere la nostra recensione cliccando qui

Redazione: CineHunters

Una notizia per certi versi inaspettata, che apprendiamo con i conseguenti interrogativi del caso. Colin Trevorrow, previsto da tempo come regista per il IX e per il momento ultimo capitolo della saga principale di Star Wars, non dirigerà più il film. E' l'unica notizia filtrata nelle ultime ore.

Non sappiamo i motivi che hanno portato all'allontanamento del regista, magari l'addio sarà stato consensuale, restano però gli interrogativi in merito a cosa abbia condotto a prendere questa decisione, sia pure di comune accordo.

Non è la prima volta che la Lucasfilm allontana un regista dal progetto di un film di Star Wars. Era già accaduto poco tempo fa con il licenziamento dei due registi posti alla direzione dello spin-off antologico su Han Solo, poi sostituiti da Ron Howard.

Il cambio di regia comporterà una riscrittura dell'ultimo copione? E adesso, chi avrà l'onore e l'onere di chiudere il cerchio di questa trilogia sequel?

Una decisione che la Disney e la Lucasfilm prenderanno con le dovute attenzioni, crediamo in brevissimo tempo, dato che la pellicola è prevista per maggio del 2019.

Vi potrebbero interessare i nostri articoli sugli ultimi film di Star Wars, potete leggerli cliccando ai seguenti link:

Recensione e analisi "Star Wars: Episodio VII - Il risveglio della forza"

Recensione e analisi "Rogue One: a Star Wars story - Una stellina torna a brillare nella galassia lontana lontana"

Redazione: CineHunters

Quarant'anni fa usciva nei cinema "Star Wars" per la regia di George Lucas. Il primo episodio della saga in ordine di produzione (quarto in ordine cronologico) è oggi conosciuto come "Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza". Il film rivoluzionò il cinema di fantascienza, in particolare per gli innovativi effetti speciali.

"Star Wars" vinse 7 premi Oscar su 11 candidature (tra queste un Oscar speciale per gli effetti sonori) e alla sua uscita divenne il film di maggior successo della storia del cinema.

Con Star Wars cominciò il viaggio in quella galassia lontana lontana che rubò il cuore di migliaia e migliaia di appassionati sparsi per il mondo.

Lucas sulla sua opera più celebre disse: "soffro se qualcuno pensa o scrive che gli effetti speciali di Star Wars hanno impoverito la fantasia creativa del cinema. Star Wars è stato per me un sogno reale ed esoterico al tempo stesso: sono qui per dirvelo anche con i mezzi digitali, ma prima con la mia passione di narratore di storie armato di parole, emozioni, cinepresa." 

Vogliamo invitarvi a leggere un articolo dedicato alla mitologia creata da George Lucas. Per leggerlo cliccate qui.

Per leggere il nostro articolo su una delle scene più emozionanti della saga cliccate qui.

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Ho sempre creduto che la genialità del creatore di "Star Wars" George Lucas fosse riscontrabile in un singolo, stupefacente momento: in punto di morte, il redento Anakin implora il figlio Luke di togliergli la maschera cosi da poterlo vedere una prima e ultima volta coi suoi veri occhi. Che volto possiede Anakin? Che si sia o no a conoscenza circa il triste fato cui il personaggio andò incontro sul pianeta Mustafar, ogni spettatore in quel preciso istante non riesce a immaginare cosa vedrà nel momento in cui la maschera cadrà al suolo.  Un uomo corrotto tanto nell'anima quanto nel fisico, capace di annientare con estrema crudeltà chiunque tenti anche solo di opporsi al suo volere, che viso potrà mai avere? Un aspetto sinistramente serioso, crudele e spietato diremmo a una prima, impulsiva risposta. Ed è qui che troviamo il colpo di genio di George Lucas.

In tutte le scene della trilogia classica, le fattezze fisiche di Vader erano dell’attore David Prowse, eccetto che nelle scene d’azione, le quali richiedevano i servigi e l’abilità da schermidore dello spadaccino Bob Anderson. La voce profonda e metallica del signore dei Sith era invece del premio Oscar James Earl Jones. Poco prima di girare (in gran segreto stando a quanto si vociferava) la scena in cui Vader toglieva la maschera, George Lucas, sotto suggerimento di Alec Guinness, contattò l’attore Sebastian Shaw che, sottoposto a un pesante trucco del viso, presterà il proprio volto al morente Anakin Skywalker. Prowse non perdonerà mai Lucas per quanto accaduto e la rottura con il già citato regista statunitense, dopo l’uscita nelle sale della pellicola, sarà inevitabile. Ma Sebastian Shaw si rivelerà una scelta eccezionale, in particolare per l’espressività che donerà al personaggio nei pochi ma intensi istanti in cui verrà inquadrato. Nei restanti attimi che ci separano dalla visione del viso di Vader non possiamo che domandarci che volto avrà il tetro padre di Luke; ma quando la maschera verrà rimossa rimarremo dolorosamente sorpresi. Anakin ha un viso tremendamente pallido  e drammaticamente sofferente.


Un volto che emana in sommessi e lamentosi frammenti d'esistenza la tragicità di una vita esiziale, colma d'affanni, raccontata dai suoi occhi deboli e stanchi, prossimi a chiudersi per sempre. Il “cattivo” per eccellenza si rivelerà un uomo distrutto, il quale, corrotto dall’Imperatore, non ha trovato altro che dolore e sconfitta sul proprio tragitto.
Ma il culmine dell’atto finale lo si avverte esaurientemente nello sguardo di Shaw, capace d’infondere quell’aria di serena soavità e di estrema benevolenza nei confronti del figlio, senza dubbio il solo ed ultimo affetto che gli sia rimasto. Forse in quel breve volgere d’occhi è racchiusa tutta l’apoteosi della mitologia di Star Wars!


Ciò che rende così emozionante e splendido “Il ritorno dello Jedi” è custodito nel volto tumefatto di Anakin Skywalker.  Uno dei personaggi più complessi della cinematografia fantascientifica si accomiatò regalandoci lo sguardo più dolce e rassicurante che si potesse sperare di mirare, ed è in tale lascito che si riassume l’intera genialità dell’autore. Lucas ci ingannò tutti, inscenando la più articolata delle fanfaluche, quella in cui il cattivo era il personaggio che più aveva sofferto, e poco prima che il sipario calasse su quell'anima genuflessa da un dilaniante conflitto tra luce e oscurità, ci fece comprendere che l’antagonista della sua storia altri non era che il protagonista.

Lord Vader, sul finire delle proprie vicissitudini, esternerà la restante umanità che teneva sopita in lui, riservandola e riversandola esclusivamente all'emotiva attenzione del figlio, scrutandolo per la prima e ultima volta con gli stessi occhi amorevoli che avrebbe un qualunque padre dinanzi alla propria creatura.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Immaginiamo di poterci addentrare nella mente di George Lucas per poter carpire qualche flebile passo del suo pensiero.  Tentiamo, se ci è dato poterlo fare, di comprendere l’uomo ancor prima dell’artista. Non indaghiamo la sua fantasia soltanto attraverso le sue creazioni, ma cerchiamo di scorgere qualcosa nella sua sfera emotiva. Cosa riusciremmo a scoprire? Personalmente, non saprei spiegarmi il perché, ma George Lucas mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo infelice e combattuto, o più semplicemente, una persona che prende tutto a cuore.

Potrei rispondere, per impressioni personali, che Lucas sia un imprenditore di assoluto successo e di impressionante guadagno economico, ma che sia anche e soprattutto un artista visionario, un genio creativo, un soggettista e progettista di mondi ed ecosistemi variegati e fantasticamente concepibili. Se da un punto di vista le sue tendenze imprenditoriali e le sue geniali intuizioni di marketing lo hanno portato ad essere uno degli uomini più ricchi di Hollywood, dall’altro le sue ambizioni artistiche volte al perfezionismo gli hanno probabilmente creato un duro conflitto interiore. Il rimaneggiare, modificare e alterare secondo le sue idee la trilogia originale è sintomo di questa costante ricerca di perfezione, volta probabilmente a non ottenere mai un risultato all’altezza delle proprie, irraggiungibili aspettative. L’uso costante della computer grafica, impronta del tutto nuova del cinema anni duemila, è prova di quanto la sperimentazione artistica sia stata centrale nel lavoro e nei progetti del cineasta statunitense. Ancora oggi, quando si riporta alla sua attenzione che i fan più integralisti non hanno gradito le modifiche effettuate sulla trilogia classica e che obiettano su diverse scelte dei prequel, Lucas appare sempre scuro in volto. Perché Lucas, nell’animo eterno bambino, desideroso di stupirsi e di stupire, ha girato ogni film per colpire e meravigliare gli spettatori, mai per accontentarli come potrebbe accadere con un prodotto che sa di già visto. Perché è forse quell’infelicità, quel senso di insoddisfazione che genera ancor di più la voglia di sognare e di incantare in mondi e in modi fantastici.

  • Una carriera ricca di successi

Ma Lucas non è mai stato “solo” un regista; il suo genio creativo e la sua arguzia imprenditoriale hanno letteralmente rivoluzionato il cinema e il mondo dell’intrattenimento. A partire dai primi anni '80 Lucas divenne il proprietario e il principale rappresentante di veri e propri colossi nell’ambito del suono (THX), dei videogiochi (LucasArt), degli effetti speciali (ILM) e della produzione cinematografica, televisiva e persino letteraria e fumettistica (Lucasfilm). Per la lodevole lungimiranza e per i suoi fruttuosi affari costanti a livello imprenditoriale, Lucas non poteva che ricevere svariate onorificenze.

Vantava già quattro nomination all’Oscar (due come Miglior regista e due come Miglior Sceneggiatore) quando ricevette l’Oscar alla memoria, premio Irving G. Thalberg. Erano gli anni in cui aveva cominciato a lavorare alla storia che avrebbe delineato “la tragica vita di Darth Vader”. Il divorzio voluto dalla sua prima moglie gli causò un crollo emotivo e persino finanziario. Lucas non aveva avuto figli dal suo primo matrimonio, essendo sterile. Ne adotto tre: Amanda, Jett e Katie, prima di risposarsi. La delusione per la fine del primo matrimonio durò per tutti gli anni ottanta fino a quando, ripresosi a livello economico, poté iniziare a produrre la sua nuova trilogia. I detriti emotivi della dura esperienza che il regista affrontò furono fonte d’ispirazione nella stesura del drammatico destino del personaggio centrale dell'universo di Star Wars.

Lucas dominò al box office internazionale per tutta la sua carriera, fregiandosi di uno speciale scettro che lo ha posto di diritto sul trono dei cineasti e dei produttori di maggior successo economico. La sua esalogia di Star Wars ha infatti incassato quasi 5 miliardi di dollari, e cinque film da lui ideati, tra cui la prima trilogia di Star Wars, “La minaccia fantasma” e “I predatori dell’arca perduta” hanno raggiunto il primo posto tra gli incassi stagionali delle rispettive annate.

  • Un "padre" più di un creatore

Probabilmente se riuscissimo a leggere nella mente di George Lucas, apprenderemmo di quanto il bisogno d'evasione in un universo alternativo soppianti il malcontento artistico: la fantasia di Lucas nasce e si accresce con la voglia di strabiliare. Un desiderio alle volte troppo invasivo.

Nel giorno del suo compleanno vogliamo rivolgere i più affettuosi auguri al padre di questa galassia lontana lontana, un uomo che col suo lavoro è stato capace di generare un sogno simile a una fiamma imperitura che arde senza fine nel cuore e nella mente di ogni singolo fan. Un regista di cui si sente romanticamente una certa mancanza.

Risale infatti al 2005 la sua ultima esperienza dietro la macchina da presa, quando condusse in porto la propria nave, quando concluse il suo viaggio burrascoso nella galassia lontana lontana, quando mise la parola fine alla sua storia, una delle più emozionanti che il cinema abbia mai raccontato, quella di Anakin Skywalker/Darth Vader, prescelto senza alcun padre che non fosse Lucas stesso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Anno: 1971, nei cinema statunitensi esce “L’uomo che fuggì dal futuro” (in lingua originale THX 1138) la prima pellicola diretta da George Lucas, quella che per prima mostrò le sue attitudini al genere fantascientifico e la sua abilità nel creare un mondo distopico e futuristico, perfettamente plausibile e comprensibile anche agli occhi di chi lo osserva con un certo “distacco emozionale”. Due anni dopo sarà la volta di “American Graffiti” in cui la malinconia per i trascorsi anni '50 e '60 si mischierà in un agglomerato nostalgico, sorretto magistralmente da una colonna sonora indimenticabile. Negli anni '80 proprio George Lucas ideerà il personaggio dell’archeologo Indiana Jones, affidando la regia all’amico Steven Spielberg, in una trilogia (negli anni duemila uscirà anche un quarto episodio) di grande successo. Delle opere del tutto diverse tra loro, eppure, accomunate da una comune origine: essere stati partoriti dalla mente di un medesimo autore.
Ma chi è, davvero, George Lucas?

Per parlare appieno della sua figura dobbiamo trattare della sua opera più complessa e famosa, ma per farlo, dobbiamo fare un balzo all’indietro e tornare al 1977.

“Star Wars” vide la luce anche grazie al successo del precedente “American Graffiti” che indusse i produttori a dar vita al progetto tanto desiderato da Lucas stesso. Il 1977 segnò l’inizio di una Space Opera che accompagnerà Lucas in una lavorazione impegnativa e indimenticabile per quasi trent’anni. A Star Wars (in seguito ribattezzato Episodio IV – Una nuova speranza) seguirono “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” (futuri episodio V e VI). Il culto che si erse attorno a quella che oggi conosciamo con il nome di trilogia classica fu dettato, principalmente, dal potere evocativo e fantastico che l’opera riuscì ad emanare, meravigliando il mondo intero per gli innovativi effetti speciali, per la trama ricca di colpi di scena, e per le tematiche, semplici ma ugualmente complesse, nel mostrare lo scontro tra il bene al male, una ribellione a un’oppressione dittatoriale e il rapporto di rimorso e sofferenza del celebre personaggio di Darth Vader, dapprima antagonista della trilogia, in seguito assoluto protagonista della saga. Con l’enorme successo che ottenne il primo film in ordine di produzione, Lucas divenne milionario grazie soprattutto alle sue spiccate intuizioni di marketing, che gli permisero di fondare la LucasFilm, casa di produzione con cui poté, con i diritti d’autore, ottenere ogni ricavato possibile delle sue successive opere. Con la fondazione della Lucasfilm e della LucasArt, poté inoltre produrre una moltitudine di gadget e videogiochi legati all’universo di Star Wars, che spopolarono tra i collezionisti e gli amanti della saga, ampliando i ricavati dei suoi lavori.

La fine degli anni ‘90 e le migliorie avvenute nel settore degli effetti speciali, spinsero Lucas a riprendere la lavorazione sulla sua opera più celebre, avendo da sempre avuto in mente l’idea di esplorare la mitologia di Guerre Stellari e di mostrare ciò che era accaduto prima di Episodio IV:  gli anni della Repubblica e della sua successiva decadenza, i Jedi nel loro massimo splendore, l’ascesa dell’Imperatore Palpatine e, naturalmente, la caduta di Anakin Skywalker nell’oscurità. Cominciò così a lavorare alla stesura dei copioni che avrebbero formato la cosiddetta Trilogia Prequel, una serie di tre nuovi film che avrebbero delineato la tragedia di Darth Vader nella sua trasformazione. La nuova trilogia verrà interamente diretta da Lucas stesso, potendo vantare effetti speciali all’avanguardia, ben superiori ad ogni altra pellicola del periodo.
Gli episodi I-II e III non otterranno il plauso universale dei vecchi fan (che a mio modesto parere provavano aspettative fin troppo irragionevoli e irraggiungibili) pur creandone di nuovi, ma vanteranno invece enormi incassi ai botteghini, ottenendo anche un significativo apprezzamento de parte della critica per il terzo e conclusivo episodio in ordine di produzione.


La nuova trilogia emanò, dal canto suo, suggestione visiva e potenza combattiva affascinando molti spettatori con i coreografici e spettacolari duelli con le spade laser. Le articolare dinamiche politiche che porteranno alla caduta della Repubblica e allo scoppio della Guerra dei Cloni saranno dei momenti decisivi per l’evolversi della storia che si riallaccerà, senza particolari incongruenze, alla trilogia classica. Da contrappunto romantico allo scenario battagliero, venne mostrata la tragica storia d’amore tra Anakin (Hayden Christensen) e Padmé (Natalie Portman) che portò allo straziante cambiamento del padre di Luke (Mark Hamill) e Leia (Carrie Fisher). Con la trilogia Prequel, Lucas amplificò la propria mitologia, inventando mondi nuovi, pianeti concepiti con un solo e vasto ecosistema e ricreando creature dall’aspetto variegato.  Al termine di un lavoro cominciato nel 1977 e terminato nel 2005, la storia completa della saga e rappresentata nella sua interezza tramite l’esalogia di Star Wars poté essere ritenuta una delle più emozionanti della storia del cinema.

Le spade laser, il credo religioso dettato dalla celebre frase “che la forza sia con te…”, i Jedi, il lato Oscuro e molto altro, sono caratteristiche peculiari della saga, ampiamente riconoscibili anche dal fan meno esperto; ma la maestria di Lucas e dei suoi collaboratori non si fermò a questo. La saga di Star Wars ebbe il merito di creare, lungo l’arco narrativo dei sei film, un universo capace di abbracciare i campi interpretativi più disparati.

La religione fu uno degli elementi principalmente trattati, alimentata dal credo in una forza unificatrice e dall’immacolata concezione di Anakin che rivisita la nascita del Cristo, una figura sacra, mistificata come fosse il messia di un ordine, che cederà alle tentazioni di un diavolo portatore di morte (l’Imperatore).

La filosofia etica e morale fu un’altra strada che la Space-Opera decise di percorrere: il rapporto uomo – macchina tanto discusso nella figura di Vader, la morte e la resurrezione su Mustafar, il passaggio generazionale tra il padre e il figlio che spesso prenderà le pieghe di un destino comune che sembra gravare sul fato tanto del genitore quanto del discendente.

Ebbe una resa d'altrettanto spessore la sfera politica e storica, vivida con le sue molteplici sfaccettature dittatoriali e i passi di una rivoluzione perpetrata da un popolo ribelle e democratico che si oppone al potere tirannico.

L’aspetto fiabesco di base fu quello maggiormente esaltato: l’eterna sfida tra il bene e il male, concetto che, per come verrà trattato, andrà ben oltre la più semplicistica dicotomia non palesando soltanto schieramenti tra due fazioni, ma analizzando il tormento interiore che dilania l’anima di Darth Vader. L’amore, il rimorso, l’affetto, l’attaccamento sono al centro del progetto, e rappresentano il cuore di Star Wars. Se questa saga ha raggiunto e mantenuto un tale successo per anni non dipende solo e certamente dalle battaglie nello spazio, ma sono i personaggi, le loro sofferenze, i loro amori e le loro speranze compiute o drammaticamente fallite, a rendere quest’opera così unica e impareggiabile.

George Lucas ha dedicato gran parte della sua vita all’universo di Star Wars, curando non soltanto l’esalogia cinematografica, ma anche una serie d’animazione in digitale ben accolta dal pubblico e dalla critica, durata sei stagioni e ambientata tra il secondo e terzo film della serie, in piena guerra dei cloni. L’universo da lui creato non ha mai conosciuto limiti esplorando anche l’arte del fumetto e delle Graphic Novel.

Questo mondo fantascientifico è entrato talmente tanto nell’immaginario collettivo da venir interpretato (erroneamente) come un prodotto del popolo più che del suo creatore. Per anni i fan più morbosi hanno creduto di conoscere la saga di Star Wars meglio di chi l’ha plasmata, affermando di scindere le scelte narrative giuste da quelle sbagliate ben più di Lucas stesso. E’ questo pensiero purista che ha portato a critiche esagerate e ingiustificate impedendo a molti di apprezzare tutto ciò che veniva mostrato per ampliare la mitologia di un universo così vasto, vero e proprio elogio alla fantasia umana. La figura di Lucas da molti è stata sia venerata che offesa, rea di aver creato un mondo così penetrante da indurre i suoi stessi fan a non riuscire a discernere la gratitudine per ciò che possono amare, dall’attaccamento morboso a ciò che rappresenta per loro Guerre stellari. 

Star Wars è da ritenersi una mitologia amalgamata alla realtà intima di ogni singolo fan.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Comincerò in maniera sincera, esternando le mie personalissime difficoltà nel comporre questa recensione: credo sia difficile parlare in maniera definitiva del settimo episodio della saga di Star Wars. Perché è un film costruito a regola d’arte per rendere arduo un giudizio estetico. Il primo capitolo della trilogia sequel è stato realizzato con l’accenno continuo per rievocare l’emozione già vissuta. Ci si incammina su un binario già percorso per la paura di provare un viaggio diverso. Diventa di conseguenza ostica la scelta del metro di giudizio da adoperare, poiché giudicare qualcosa che ti rimanda a vecchie emozioni passate è una furberia mal celata. D’altronde l’originalità può essere soggetta ad apprezzamento o a disprezzo, ma la nostalgia a cosa può essere soggetta?
Lo considero un buon film, se lo si estrapola dal canone degli altri episodi risulta addirittura un gran bel film d’avventura e d’azione sci-fi. Il problema di fondo da analizzare nella stesura di una critica cinematografica a quest’opera è che non si può omettere il sottotitolo “Episodio VII”. Ed è questo il punto!

Ma nonostante il delirante citazionismo al passato e il molesto rimando nostalgico, il comparto tecnico, registico e interpretativo (tranne qualche caso) del film resta di buon livello. Star Wars VII è ancora Star Wars, ma è anche un’occasione persa. Mancata per la troppa paura. Sentimento preponderante che l‘ha reso ai miei occhi un film senza infamia e senza lode. Perché uso questa definizione? Perché credo sia quella più aderente al dato oggettivo. Il lungometraggio pur reggendosi su ritmi adrenalinici, pur intrattenendo lo spettatore e omaggiando il suo essere fan, non propone alcuno scenario innovativo interessante. Si limita allo stretto indispensabile. Non ricerca la lode ma non cade nell’infamia. Ricicla. Ricicla schemi, situazioni e idee già sfruttate; richiama e rimette in scena vecchi espedienti narrativi e in maniera neanche velata: al contrario. Abrams desidera infatti che lo spettatore sobbalzi sulla poltrona e urli: “Guardaaaa! E’ come quando…”. Il cineasta confeziona un pacchetto con una fatiscente carta regalo, che una volta strappata rivela un ulteriore involucro ancora bello e desiderabile, ma, e qui risiede il difficile giudizio da motivare, si tratta di un oggetto che già avevamo nella nostra collezione. Ed è un piccolo oggetto del tutto simile ad una precedente edizione, differendo soltanto in qualche dettaglio. Potrebbe essere il riassunto universale della critica al consumismo. Ma il cinema non è solo prodotto per il Box-Office. Il cinema è un’arte. Star Wars in particolare è pur sempre fantascienza (con una massiccia dose di fantasy), e la fantascienza dev’essere sempre l’esplorazione del mondo ignoto, non deve mai rimasticare il cibo già gustato poco prima.

Ma il film sopporta stoicamente l’epidemia nostalgica e cerca di curarla dosando l’eroismo femminile incarnato in Rey. Lei è il vero assoluto punto di forza del sequel de “Il ritorno dello Jedi”. Abbandonata su un pianeta desertico, nella perenne, rassegnata attesa di un padre e di una madre che non torneranno più. Si imbatte in un droide, che reca con sé un dato segreto: un frammento della mappa che può condurre a Luke Skywalker. Inizia il viaggio della nostra protagonista, l’avventura della nostra nuova compagna che irrimediabilmente dovremo imparare a conoscere in divenire, tra passato e futuro. Ma Rey domina la scena e l’intero film riuscendo a brillare pressoché in ogni fotogramma. Perché Rey riesce ottimamente in qualunque cosa, apparendo alle volte fin troppo perfetta. Ma si è risvegliata. La forza si è risvegliata in lei e la porta all’eccessiva capacità di ribalta.

La regia di Abrams si mantiene ad alti livelli per gran parte dell’opera. I primi cinquanta minuti scorrono con una velocità rispettabile, immergendoti immediatamente in un’atmosfera da film action sci-fi più che da film di Star Wars. Gli inseguimenti stellari a bordo di caccia Tie Fighter e la fantastica fuga di un Falcon abbandonato restano sequenze ad altissimo livello d’intrattenimento, dove la spettacolarizzazione dell’immagine si antepone alla spiegazione socio-politica di ciò che stiamo effettivamente vedendo. Sono passati trent’anni dalla morte dell’Imperatore e dalla caduta dell’Impero. Ma la prima ora non sembra mostrarci alcuna differenza. Né a livello politico né a livello conflittuale.


Ed è qui che si consuma la primissima nota dolente del film. Il conflitto che andremo a seguire e le fazioni per cui andremo a fare infantilmente il tifo, riguardano un conflitto già visto. In due minuti netti la Repubblica, rimessa in piedi con il sangue e il sacrificio eroico della Ribellione in tre film, viene polverizzata. Il primo ordine, sorto dalle ceneri dell’Impero, rivitalizza la guerra opponendosi alla Resistenza, esercito risicato della Nuova Repubblica. Pur di farci vivere il medesimo conflitto della trilogia classica, Abrams spazza via ciò che si era compiuto in un finale strappalacrime, per rendere possibile una guerra reinterpretata in ugual modo negli anni 2016, con gli stessi mezzi usati trent’anni prima. E’ ancora Impero contro Alleanza. Sono ancora le medesime guerre stellari. E’ un allucinante copia-incolla. Questo punto fondamentale nega al film qualsivoglia giudizio lodevole per porlo nel girone “dell’ignavo autorevole” che non aggiunge niente di suo. Ed è un peccato. Perché ciò che si vede nell’arco del film poteva e doveva meritarsi un qualcosa di nuovo, in modo da poter ambire a un giudizio solare e incantato. Abrams si affida ad Episodio IV anche per il metodo di narrazione. Non spiega nulla. Non rimarca mai ciò che in trent’anni è successo. E’ così e basta. Ma questo andava bene nel cinema anni '70, dove la magia e la meraviglia soverchiavano la spiegazione razionale. Questo modo di raccontare, disseminando misteri per depistare l’attenzione, non funziona più. Perché la gente oggi è avvezza a questo genere cinematografico consolidato da anni. Il film di Abrams non sta al passo coi tempi, anche per quest’ultimo aspetto si affida alla nostalgia. E non è un caso che i fan, invece di dibattere su ciò che hanno effettivamente visto, abbiano piuttosto cominciato a discutere su ciò che ci si deve aspettare dai prossimi film per ottemperare alle lacune lasciate in sospeso da Abrams stesso, che in un seguito di un film del 1983, non rilascia alcuna spiegazione.

E’ l’intero film ad oscillare dal coinvolgimento emotivo verso ciò che di concreto vediamo, al rimando nostalgico che si concretizza in un continuo perpetrarsi di strizzatine d’occhio o battute telefonate. Il richiamo al parsec del Falcon, la scacchiera, i cannoni su cui sedeva Luke, Solo indebitato con alcune fazioni malavitose, la cantina di Maz Kanata che rimanda a quella di Mos Eisley, la stessa Kanata che riprende le parole di Yoda, Kylo Ren che sente Han come Vader risentiva la presenza di Obi-Wan sulla Death Star, il salvataggio della protagonista femminile sulla Morte Nera, la disattivazione degli scudi, l’accenno al compattatore di rifiuti, la distruzione della terza, TERZA Morte Nera che ancora una volta stava per annientare la sede dell’alleanza con Leia al suo interno e che ancora una volta possiede lo stesso punto debole delle precedenti. E quasi dimenticavo il droide con dei file segreti e il pianeta desertico. Davvero troppo! Quando poi persino la trama si sovrappone a quella già vissuta, il tutto diventa un assurdo gioco a chi ricorda più il passato.

Kylo Ren immobilizza e aumenta la tensione nello spettatore durante la prima metà del film, riuscendo a risultare credibilissimo nei panni del nuovo antagonista. La sua dote nella forza, la sua efferatezza si dimostrano caratteristiche intimidatorie e minacciose. Dalla seconda metà, con precisione, dalla scena in cui toglie la maschera, inizia il crollo totale del personaggio. Menziono la scena in questione che probabilmente è l’unica scena che trovo davvero girata male del film. Forse volutamente. Per rendere più incisiva la demarcazione tra il Kylo Ren del lato oscuro e il Ben Solo, ragazzo tormentato e instabile, del lato chiaro. Quando Rey è pronta a vedere il volto di Ren, le inquadrature dovrebbero creare il giusto pathos per una scena culminante come questa. Si limitano invece a due sequenze dove Driver rivela il proprio viso e non può far altro che interpretare la parte senza il minimo aiuto registico e musicale. Non vi è infatti nessun accompagnamento musicale degno di nota a una scena talmente divisoria. Una scena così importante viene lasciata ad un semplice “toglie e via”. Il cattivo non è più così minaccioso. Ma non per demeriti propri, quanto per scelte registiche troppo semplici prive di tensione emotiva. Kylo Ren comincia a inanellare fallimenti clamorosi, rivelando volutamente una natura fragile, isterica e tendente alla dualità schizofrenica. L’antagonista passa così dalla potenza iniziale al dramma del caduto fino a incarnare una patetica emulazione devota soltanto all’ammirazione di una leggenda, mai dimostrando una vocazione propria al lato oscuro, quanto un desiderio di farne parte a tutti i costi. Il nemico si fa compatire fin da subito. Non si porta dietro nessun alone di mistero. Dovrà formarsi, ma in questo film sarà destinato a subire cocenti sconfitte da parte di Rey che lo ferirà al volto dandogli solo in quel momento una degna motivazione per indossare un elmo scenografico (bellissima a tal proposito l’atmosfera del duello nella neve). La scena dove il lato oscuro sembra finalmente abbracciare completamente Ben, è girata ottimamente, usufruendo anche di un bellissimo gioco di luci: dapprima chiare durante il dialogo con il padre, successivamente oscure e rosse al momento del parricidio.

La battaglia finale per la distruzione della morte nera è priva di mordente, si svolge in fretta e con una semplicità disarmante. Il motivo per cui è stata inserita questa base come minaccia mi è ancora ignoto. Ma la grande assente del film resta comunque la musica. A parte il bellissimo tema di Rey, udibile per pochi secondi in due ore e dieci di visione, non vi è nessun brano epico e coinvolgente. Gravissima mancanza per una saga che ci ha abituato a colonne sonore come “Duel of fates”, “Across the stars” “Battle of Heroes” e la “Marcia imperiale”. L’opera si regge moltissimo sull’interpretazione semplicistica di Daisy Ridley e su quella di Harrison Ford, non tanto per una indimenticabile performance di quest’ultimo, quanto per il suo rivederlo nei panni dell’adoratissimo Han, che pronunciando la frase “siamo a casa” al fianco di Chewbe, avrà fatto scendere ben più di una lacrima ai fan come me. Ma il suo resta un Han stanco, persino separato dall’amata Leia che al termine della vecchia trilogia era diventata il suo mondo, ormai un pallido ricordo da salutare prima dell’addio. 

Il film mantiene nella sua indipendenza un ottimo equilibrio di azione, avventura, esplorazione e umorismo. Si, una comicità piuttosto banale ma non infantile. Una scelta ideale dato che l’ultimo film della saga uscito al cinema nel 2005 era del tutto privo di ilarità, dovendo affidarsi ai canoni drammatici della trasformazione di Anakin in Vader. L’assenza di personaggi di spessore come Obi-Wan, Yoda e Palpatine si fa sentire, sublimandosi nell’intensa mancanza dell’assoluto cardine della saga: Anakin Skywalker/Lord Vader. I rimandi alla sua figura sono piuttosto evidenti ma non riescono ad attenuare il vuoto procurato dalla sua scomparsa. Il nuovo mito è Luke, l’ultimo degli Jedi. Ma elevare Luke a leggenda è una scelta capibile ma non profonda, poiché Luke stesso era un personaggio piuttosto semplice, il classico buono stereotipato perno della trilogia classica su cui ruotava la vicenda che vedeva comunque al culmine non lui ma ancora Vader. Se Luke viene elevato a Dio è perché forse tutto il resto è piccolo.

“Il risveglio della forza” è comunque godibile e divertente. Ma lascia l’amara sensazione dell’occasione sprecata. La paura di osare è evidente e l’escamotage narrativo usato da Abrams dà l’impressione di aggirare l’ostacolo e di prender in giro lo spettatore meno attento. Mr. Fanservice compone una fan-fiction destinata a tenere calmo e sedato il fandom, realizzando un remake di “Una nuova speranza”: puro, semplice e ottimo intrattenimento. Non vi è neanche l’ombra di messaggi profondi o scelte autoriali. L’addio al progetto del creatore George Lucas, si nota inoltre nella totale mancanza di scenari fantastici e di ecosistemi variegati e splendidi. Ammiriamo sostanzialmente tre pianeti che richiamano ad altrettanti già visti. Nessuno stupore e nessuna immagine memorabile. Pecca piattissima considerando la potenza degli effetti visivi del cinema contemporaneo. In conclusione spero che nei prossimi capitoli si volti definitivamente pagina lasciando il passato alle spalle quanto basta.

Il film a livello tecnico resta un punto molto alto raggiunto dalla saga, ma a livello di trama, questo lungometraggio, tocca il punto più basso di tutti i film dell’epopea della galassia lontana, lontana...

Voto: 6/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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