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Lo sceneggiatore David Koepp, attualmente a lavoro sulla stesura del copione del quinto capitolo della saga di Indiana Jones, ha rilasciato interessanti dichiarazioni durante un'intervista per Entertainment Weekly. Koepp ha affermato che il copione per Indiana Jones 5 è in fase avanzata, ed è una sceneggiatura molto soddisfacente.

Il film è previsto per luglio del 2020, e la data fatidica per l'inizio delle riprese non è ancora stata stabilita. Koepp tiene a precisare che per stabilire l'inizio vero e proprio della lavorazione, dipenderà dalle volontà e dagli impegni di Steven Spielberg ed Harrison Ford, pronti a tornare ancora una volta nelle vesti di regista e attore protagonista. La notizia più significativa è che Shia Labeouf, che nel quarto capitolo interpretò il figlio di Indy, non sarà coinvolto nel progetto.

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Redazione: CineHunters

Nel 1989, Spielberg si trovava tra le mani un bellissimo libro di fantascienza scritto da John Michael Crichton. E’ probabile che già dopo aver sfogliato poche pagine, il regista fosse rimasto folgorato dalla lettura, e covasse nelle sue fantasie, l’idea di dar vita ai passi che stava mormorando tra sé e sé, oppure, chissà, forse a voce alta. In tale romanzo si narrava infatti l’avvincente storia di “Jurassic Park”. Fu in quel momento che un impeto emozionale fece sobbalzare il cuore del regista statunitense: non avrebbe mai potuto farsi scappare un soggetto del genere, lui e la Universal si assicurarono l’esclusiva di trasporre al cinema quel tomo. E nel 1993 sbarcò nei cinema di tutto il mondo “Jurassic Park”. “Jurassic Park” narra la storia del paleontologo Alan Grant, la dottoressa ed esperta di flora preistorica Ellie Sattler e del matematico Ian Malcolm (Jeff Goldblum), invitati dal magnate John Hammond ( Sir Richard Attenborough) su Isla Nublar per visionare, in gran segreto, un nuovo parco a tema. Ciò che vedranno su quell’isola li lascerà senza parole…

Permettetemi l’indugio metaforico, ma credo che in quegli anni Steven Spielberg fosse uno sciamano. In alternativa uno stregone o più precisamente un mago, qualunque appellativo esistente potesse ritrarlo come un genio dotato di poteri sovrannaturali e pertanto capace di mutare la realtà apparente per puro diletto del suo pubblico: perché Spielberg con “Jurassic Park” creò una magia, un’essenza ascetica di stupore e meraviglia. Sedersi comodamente in poltrona e rimirare per la prima volta le sequenze di “Jurassic Park” voleva dire varcare la soglia di un mondo onirico, fatto d’incanto e pericolo. Ci troviamo così a sussultare, insieme ai nostri protagonisti, a bordo di un elicottero smosso dalle correnti ascensionali che gravano durante l’atterraggio su Isla Nublar. Perché ciò che ha dell’incredibile in “Jurassic Park” è la capacità di poter interagire con la progressiva scoperta dell’ignoto che i nostri personaggi compiranno di lì a breve. Lo spettatore si trova a identificarsi, senza neppure accorgersene, nel Professor Alan Grant e nella dottoressa Ellie Sattler che, poco dopo, volgendo lo sguardo verso una verde radura restano per pochi, intensi secondi piacevolmente sconvolti. Spielberg non mostra ciò che stanno realmente ammirando stupiti e sconvolti, vuole invece, che il suo pubblico si domandi con insistenza cosa stiano realmente guardando i due protagonisti. La suspense, anche quella più tersa, basata non sulla tensione emotiva dello spavento ma sull’attesa della meraviglia, è resa splendidamente da Spielberg che ancora una volta si dimostra un maestro nel far immaginare le cose al suo pubblico ancor prima di mostrargliele completamente. Lo aveva fatto con “Lo squalo”, dopotutto, e lo rifarà con “Jurassic Park”. Ne “Lo squalo”, a causa di un costante malfunzionamento dell’animale robotico, Spielberg dovette limitare le apparizioni del gigantesco predatore dei mari. Con una maestria innata nel montaggio, Spielberg dosò le inquadrature sull’animale, ma il pubblicò non notò affatto quanto lo squalo poco compariva sulla scena perché la sua “presenza” in prossimità della barca, era perennemente mistificata. Così, Spielberg farà con “Jurassic Park”, sin dalla primissima scena in cui compariranno sulla scena i dinosauri. Sono “soltanto” sedici i minuti in cui ci saranno dei dinosauri in due ore di proiezione, eppure, è come se il loro manifestarsi fosse sempre preminente.

Sam Neill e Laura Dern

 

Spielberg, come scrivevo, con l’arte della “magia” del vedo-non vedo, crea una splendida illusione, concretizzatasi sul volto di Alan e Ellie, che dopo attimi di smarrimento, cedono le loro attenzioni, lasciando il posto all’inquadratura totale di ciò che stanno realmente guardando: dalla vegetazione avanza un Brachiosauro, alto 9 metri, che giunge in prossimità di un albero per cibarsi.

E’ una delle scene più magiche e delicatamente stupefacenti della storia del cinema. Spielberg ci mostra che sì, è possibile, e che sì, ce l’ha fatta! Ha portato in vita i dinosauri attraverso un lavoro di ricostruzione digitalizzata straordinariamente innovativa per quegli anni. “Jurassic Park” fu infatti il primo film della storia del cinema a fare ampio uso della CGI, combinata con un sapiente utilizzo di Animatronics. Il fiero avanzare del Brachiosauro è la prima, splendida e completa sequenza in CGI che possiamo godere nel mondo della settima arte. E’ la più pura delle meraviglie ciò che Alan ed Ellie, insieme al matematico Ian Malcolm e al direttore Hammond, avvertono in queste primissime immagini del Parco.

Con “Jurassic Park” Spielberg riabbracciò il genere fantascientifico, dopo aver sperimentato quello prettamente fantastico con il precedente “Hook – Capitan Uncino” e poco prima dello storico e drammatico “Schindler’s List” che frutterà al cineasta il premio Oscar alla regia. “Jurassic Park” è un’opera di sopravvivenza, una caduta vertiginosa nel gorgo vorticoso e rimbombante della vita, concepita in senso lato e filosofico, ma vivido e intellegibile, e al contempo esistenzialista, che indaga attraverso la sua azione al cardiopalma e dietro i suoi incredibili effetti speciali, religione, scienza e umanità.  “Jurassic Park” fantastica su cose scientificamente credibili, ma non si limita soltanto a mostrare semplicemente l’esistenza dei dinosauri in un dato parco a tema, richiedendo espressamente al suo pubblico la sospensione dell’incredulità. Cerca, invece, d’offrire una chiave di lettura scientificamente credibile e intellettualmente soddisfacente. Ecco che il passo successivo, dopo aver portato in scena la quintessenza dell’imponenza giurassica, il film mostra, attraverso un simpatico e didascalico filmato introduttivo in laboratorio come gli scienziati del Jurassic Park, siano riusciti a riportare in vita creature vissute milioni e milioni di anni orsono. Le zanzare pungevano i dinosauri succhiando loro il sangue, nell’esatto modo in cui lo fanno oggi, e accadeva anche, di tanto in tanto, che tale zanzara restava imprigionata nella resina, divenuta poi fossile, comunemente nota come ambra. Ritrovando, negli scavi, quest’ambra, ed estrapolando il sangue contenuto nell’animale, gli scienziati sono riusciti ad ottenere i filamenti di base del DNA di dinosauro, completandolo poi il ciclo con quello dei rospi. Tutti gli esemplari di dinosauri furono infine clonati in laboratorio come femmine, onde evitare la riproduzione della specie senza il controllo dei supervisori del Jurassic Park.

Gli scienziati protagonisti del film, sebbene sopraffatti dallo stupore, esprimono quasi immediatamente le loro perplessità etiche e morali. Ciò che nei laboratori del Jurassic Park si sta compiendo suscita inquietanti quesiti di natura esistenziale. La natura ha selezionato i dinosauri per l’estinzione, ma nei laboratori del “Jurassic Park” l’uomo si sta beffando di Dio, ergendosi al di sopra del suo volere. Flore, ipoteticamente invivibili, vengono ricreate con la medesima leggerezza delle faune antidiluviane più indomite. Ma non è solo la clonazione, l’aberrante “stregoneria” scientifica che sta avvenendo al “Jurassic Park”, anche il raccapricciante tentativo di porre un veto, un controllo totale della vita degli animali, riportati in vita in una realtà fin troppo estraniante rispetto a quella in cui avrebbero dovuto vivere. Ed essi vengono altresì controllati onde evitare che i loro istinti di conservazione prendano il sopravvento e li spingano a riprodursi per la salvaguardia della specie. Sono tutte femmine i dinosauri del parco, incapaci pertanto di scegliere, impossibilitati ad adempiere ai loro istinti, soggiogati dall’uomo che crede di porre sotto il proprio dominio un’esistenza forte che gli si rivolterà contro. I dinosauri divengono animali alla mercé dello spettacolo attrattivo, brevettato e per questo, prossimo alla vendita: il parco aprirà i battenti tra un anno esatto e nelle intenzioni di John Hammond, tutte le persone del mondo dovranno avere il privilegio di poter ammirare queste straordinarie creature.

Gli scienziati partecipano a una sorta di safari, a bordo di un‘auto che segue un percorso su una rotta prestabilita. Ai tre scienziati si uniranno Tim e Alexis Murphy, i nipoti di Hammond. Se i dinosauri erbivori vengono mantenuti liberi in verdi praterie perché domi e dal temperamento innocuo, così non può essere per i carnivori dell’isola. Hammond ammette con disarmante leggerezza di possedere predatori implacabili del cretaceo e del Giurassico come il Dilofosauro (nel film rappresentato come velenoso e dotato di una sorta di guinzaglio di pelle intorno al collo) e i terribili Velociraptor, carnivori rapidi, socialmente attivi e intelligentissimi. Questi predatori vengono contenuti all’interno di ampi recinti elettrificati. Durante il breve giro turistico, gli scienziati non riescono a scrutare neppure un dinosauro, poiché essi tendono a mimetizzarsi tra la fitta vegetazione. Spielberg aumenta la suspense, “trascinando” i suoi spettatori nell’attesa estenuante che comincia a diventare sempre più insostenibile. Il regista sa che il sipario dovrà essere alzato a tempo debito, e specialmente, con l’accurata preparazione scenica e musicale. Così il percorso dell’auto viene interrotto da un violento temporale che si è abbattuto sull’isola, e le macchine terminano il proprio tragitto dinanzi al recinto del Tirannosauro.  Quando il sistema di sicurezza del parco verrà disattivato e il violento temporale causerà il totale black out del sistema operativo, le recinzioni non saranno più elettrificate e ciò causerà la fuoriuscita dei dinosauri dalle recinzioni.

Il verso del Tirannosauro venne creato combinando i versi di un elefante, una tigre e un alligatore.

 

Un frastuono, ritmato con sinistra costanza, si ode in lontananza. L’acqua contenuta all’interno di un bicchiere subisce le influenze di un simile rumore, che reca con sé il passo di una gigantesca presenza. Il liquido contenuto all'interno del piccolo recipiente sembra ricreare delle figure geometriche ben distinte: dei cerchi concentrici che si aprono e si chiudono con ritmo regolare. Essi sono prodotti dall'effetto di un qualcosa che sembra essere sempre più vicino. La terra trema: il Tirannosauro sta arrivando. Li nota con timore il piccolo Tim, prima che la camera inquadri un artiglio fuoriuscire dalla vegetazione, e afferrare i cavi elettrici, per scoprire poi che l’erogazione della corrente elettrica era stata interrotta.

Quella che preannuncia l’arrivo sul bordo della recinzione del Tirannosauro è una delle scene più intense e cariche di suspense della storia del cinema, girata magistralmente da uno Spielberg senza eguali, che riesce a generare l’attesa semplicemente non mostrando nulla, catturando l’attenzione degli spettatori con un rumore indefinito e un bicchiere d’acqua posto sul cruscotto di un’auto.

Da questo momento comincia una vera e propria lotta per la sopravvivenza, in cui Alan Grant si farà carico di Alex e Tim per portarli in salvo, attraverso un’estenuante fuga nella vastità del parco, ormai privo di protezione. La natura riesce dunque a liberarsi al giogo restrittivo dell’uomo e a scatenarsi con tutta la sua furia.

I dinosauri mostrati nel film vennero trattati con grande rispetto da Steven Spielberg che volle rappresentarli naturalmente come animali e non come feroci e inquietanti “mostri”. Tuttavia, a livello paleontologico alcune trasposizioni subirono delle influenze: il Dilofosauro non aveva la capacità di sputare veleno dalle sue fauci e non aveva un collare di pelle intorno al collo (ispirato al Clamidosauro), e i Velociraptor erano dotati di piumaggio e anche di penne in prossimità delle zampe, ed erano altresì più minuti. I velociraptor del film sono ispirati al deinonico, una specie ribattezzata temporaneamente “Velociraptor”, durante la lavorazione del film in quegli anni. E’ stata ampiamente superata la vecchia credenza secondo cui il Tirannosauro non potesse vedere le prede se queste restavano immobili. Tali incongruenze non fecero che aumentare il fascino del film in sé, spingendo molti appassionati a documentarsi sulle creature presenti nel parco.

 

Alan, è un paleontologo e ha un difficile rapporto con i bambini, che proprio non riesce a sopportare. L’esperienza di “Jurassic Park” sarà da una parte traumatica per lui, ma gli permetterà di rivalutare un istinto paterno, riservato a Tim ed Alex, che credeva di non poter realmente provare. Durante il loro viaggio, Alan si imbatte nei resti di alcune uova schiusesi, e ipotizza che il DNA dei dinosauri, mischiato con quello dei rospi, ha trovato il modo per poter replicare l’esistenza: i rospi australiani, infatti, se si trovano in un branco di elementi monosessuali, possono mutare il loro sesso per garantire la riproduzione; è ciò che sta avvenendo ai dinosauri. Alan, comprende così che Ian aveva ragione, e che la vita trova sempre il modo per riuscire a primeggiare.

Nel frattempo, Hammond colloquia con Ellie mentre i due si trovano al sicuro all’interno del centro operativo del parco. Hammond, amareggiato per ciò che è accaduto, rinarra alla dottoressa lo spettacolo delle Pulci che aveva messo in scena per racimolare i primi, modesti introiti della sua carriera. Il circo delle Pulci era un sogno, la finestra sull’ignoto, su ciò che poteva essere interpretato come vero anche se non lo era. Hammond era un uomo visionario, e col suo Jurassic Park voleva rendere l’impossibile possibile, l’invisibile visibile. Non poté realmente tener conto dei rischi perché nell’ineluttabilità dei sogni i pericoli non sono perscrutabili. Ma ora la realtà è differente, quelle forze incontrollabili si sono destate, e quel sogno nebuloso si è tramutato in un incubo.

L’attacco dei Velociraptor nella cucina è una delle tante scene del film entrate nell'immaginario collettivo.

 

“Jurassic Park” fu proprio una giostra stupefacente e orrorifica che Steven Spielberg, molto caritatevolmente, ci donò. Un Luna Park dalle meraviglie intense e fatali. Con quest’opera, Spielberg abbatté il muro che delimitava i confini dell’avventura sfrenata, unendola alla riflessione profonda e significativa. “Jurassic Park” vinse tre premi Oscar e divenne alla sua uscita il film di maggior successo della storia della settima arte. Era un’esperienza stimolante e ispiratrice, una pietra miliare della cinematografia fantascientifica, perché con “Jurassic Park” ci siamo invaghiti di un mondo che non potevamo in altro modo conoscere. E con lui abbiamo provato l’emozione di professarci paleontologi coraggiosi, “dinomaniaci” incalliti, e amanti di una preistoria viva e avvertibile. “Jurassic Park” è un esempio di come ci si possa innamorare non solo di un film ma di un modo di fare film, e raccontare una storia. Come in uno spettacolo di magia, conservando l’innocenza di quell’esatto stupore. Sappiamo che è tutto finto eppure non possiamo che restare incantati dinanzi alle sfilate in cui si avvicendano in tutta la loro imponenza queste creature riportare magicamente in vita.

“Jurassic Park” è una grossa e sbalorditiva illusione, una visione onirica, da cui non vorremmo altrimenti svegliarci, se non arrivassero i titoli di coda a scuoterci, a darci un inaspettato “buongiorno”.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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