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Pubblicando una foto sul proprio profilo instagram ufficiale, Sylvester Stallone ha annunciato l'inizio della lavorazione di "Rambo V".

L'eroico reduce del Vietnam non conosce riposo né ritiro. Sly si prepara ad interpretare nuovamente l'imbattibile John Rambo in una quinta pellicola che uscirà entro la fine del 2019. Le riprese cominceranno a settembre e si terranno a Londra, in Bulgaria e nelle Isole Canarie.

La storia inizierà in Arizona, località in cui Rambo vive giorno dopo giorno facendo fronte al disturbo post-traumatico che continua a tormentarlo sin dai tempi in cui tornò dalla guerra in Vietnam.

L'ex berretto verde sopravvive svolgendo lavori precari. Questa fase della sua vita si interromperà quando la sua amica Maria gli confesserà che la nipote è scomparsa dopo essersi recata in Messico. John deciderà così di andare con lei a cercarla. In questa lunga e pericolosa "missione", Rambo dovrà vedersela con il cartello Messicano.

John Rambo è pronto a tornare in azione!

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Redazione: CineHunters

Rambo - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

E’ una fredda e umida serata invernale. Proviamo a immaginare di volgere lo sguardo oltre la finestra della nostra stanza, e di vedere la neve che fiocca copiosa, ricoprendo le strade in un candido manto. In alternativa, potremmo sempre fantasticare che stia venendo giù solo della pioggerellina leggera, continua ma insistente, che righi i vetri delle finestre già completamente appannati dalla differenza di temperatura fra l’esterno e il tepore delle abitazioni. Resta comunque il fatto che qualsiasi sia il tempo di quella particolare sera, l’imperativo è immaginare che sia talmente ostile da costringerci a rimanere a casa, davanti al televisore, magari guardando un bel film, tra il caldo abbraccio delle mura domestiche. “First blood” è per me un lungometraggio spiccatamente invernale. Le gelide montagne in cui si svolge gran parte della vicenda e quei boschi dal clima così inclemente assumono un valore ancor più radicale se visti e rivisti in pieno inverno. L’immedesimazione per noi spettatori sarà ancor più coinvolgente. “First blood”, come suggerisce il titolo che letteralmente tradurremmo con “Primo sangue”, non è certamente una pellicola “leggera” né un’opera dai toni affabili e distensivi, per nulla ideale quindi, a far passare una serata tranquilla in tutta rilassatezza; è invece un film visceralmente drammatico. Sono rimasti davvero in pochi oggi a continuare a chiamarlo con il già citato titolo, poiché il primo capitolo della saga, che vede come protagonista la star di Hollywood Sylvester Stallone, è universalmente noto col nome del personaggio centrale della storia narrata: Rambo. Perché allora intestardirsi, e chiamarlo col titolo americano cui faccio riferimento? E’ semplice in verità: perché “First blood” è un prodotto vittima di se stesso e della sua naturale prosecuzione. “Primo sangue” è Rambo, pur non essendo il “Rambo” che nell’immaginario collettivo tutti si aspettano. La figura di questo “guerriero”, di primo acchito e di cui si parla comunemente, è comparata a quella del semplice, nonché famoso, eroe d’azione, del violento ed efferato divo delle pellicole americane auto-celebrative in cui Rambo non rappresenterebbe altro che la gloria e lo strapotere militare statunitense. Il che è anche vero, se non fosse che il primo film si discosti totalmente da quest’interpretazione abituale. Rambo nell’idea consueta del pubblico in linea generale è caduto col tempo vittima dei propri seguiti. Già dal secondo capitolo (un sequel ben riuscito che vira maggiormente sull’intrattenimento pur affrontando il tema dei prigionieri americani “dimenticati” dal loro stesso paese) i canoni profondi e umani del personaggio mutano per scadere nella brutale rozzezza del terzo e del quarto film. Rambo diventò dal sequel uno dei simboli del governo Reaganiano, un’incarnazione furente dell’implacabile avanguardia militare degli Stati Uniti. “First blood” però, concepito come un film di crudo realismo, è un capolavoro intriso di un eloquente alone di denuncia, e va posto su un piedistallo una spanna più alto rispetto ai suoi seguiti. Fatta questa breve ma importante premessa, tornerei volentieri all’intro di questo mia riflessione, disquisendo appunto dell’opera del 1982 che vede l’esordio sul grande schermo del personaggio di John J. Rambo. Quando leggerete queste mie righe, spero che fuori stia nevicando o quanto meno piovendo; in ogni caso sarà bene che vi mettiate a lavorare di fantasia, immaginando come auspicavo inizialmente, poiché, e scusate se mi ripeto, Rambo è algido nell’animo, e così nel freddo va visto e menzionato; perché il sole non può sorgere per chi non esiste.

Il tema strumentale di Jerry Goldsmith “It’s a long road” risuona nel buio dello schermo e dà il via alla sequenza iniziale in cui la camera giace immobile, filmando impassibile, i lontani passi del protagonista, che sopraggiunge a lunghe falcate verso di noi da una stradina di campagna. Sorridendo, l’uomo con indosso una giacca verde su cui campeggia la bandiera americana ricamata sulla destra sta procedendo alla volta di un’abitazione sita a pochi metri dalla riva di un grande lago. Sono rapidi ma intensi i dialoghi che si scambiano i due personaggi inquadrati dalla cinepresa. L’uomo ha davanti una donna di colore e le sta dicendo di chiamarsi John Rambo. Subito dopo le chiede se conosce un certo Delmar Barry, un suo vecchio amico. Rambo si rivolge in maniera gentile alla donna, mostrandole anche una foto che lo ritrae assieme al suo amico Barry, scattata con gli altri ufficiali della squadriglia. L’interlocutrice ascolta pacatamente il proliferare dell’uomo che ricorda affettuosamente quanto Delmar fosse imponente, e che furono costretti a “sistemarlo” dietro tutti loro poiché in caso contrario, li avrebbe “oscurati” dall’obiettivo della camera fotografica. La donna lo interrompe di colpo, mettendolo di fronte alla triste realtà, e cioè che la persona da lui cercata non c’è più, essendo morta di cancro oramai da sei mesi, malattia contratta in Vietnam per la continua esposizione alle esalazioni di gas nocivi. Negli ultimi mesi di vita era talmente deperito da assomigliare ad uno “scheletro”, in chiara contrapposizione a come ritratto in quella foto che Rambo regge tra le mani. Il protagonista impallidisce e a malapena riesce a congedarsi dalla donna con un sussurrato “mi dispiace”. Come scopriremo più avanti, nello scorrere della pellicola, Rambo è l’ultimo rimasto di un’unità speciale, scelta previo ferreo addestramento denominata “Team B”. Egli spiccava come il più valoroso del suo gruppo, distinguendosi per l’enorme devozione difensiva rivolta ai compagni e per le micidiali sortite offensive sul fronte nemico. Nel novembre del 1971, Rambo venne catturato dai Viet Cong e deportato in un campo di prigionia dove vi rimase fino ad una data imprecisata del 1972, quando riuscì a fuggire. Durante i mesi trascorsi nelle buie e fangose gabbie sotto terra, il soldato americano patì terrificanti torture fisiche e psicologiche che ne debilitarono tremendamente lo spirito e ne compromisero la stabilità mentale. Una volta rientrato in patria, l’uomo si mostra come una persona mite, dall’aspetto piuttosto trascurato, reso evidente dai capelli arruffati e dal modo di vestire, legato ancora ai suoi trascorsi militari. Alla notizia della morte di Delmar, Rambo si rende conto di essere il solo sopravvissuto di quella squadra d’élite. L’uomo sembra inoltre non avere alcuna persona cara ad attenderlo, e pertanto vive in totale solitudine, proprio come un vagabondo senza meta e senza fissa dimora.

Rambo, incamminatosi per miglia e miglia sul ciglio di un’autostrada, arriva fino alle propaggini di Hope, una cittadina dello stato di Washington, desideroso di consumare un frugale pasto in una tavola calda del paese. Varcati i confini della città, il protagonista incrocia una macchina della polizia guidata dallo sceriffo Will Teasle (Brian Dennehy) che, notato il particolare abbigliamento dell’uomo, gli si pone davanti. Teasle domanda a Rambo se è venuto a trovare qualcuno in paese, ma una volta appurato che l’ex soldato non ha alcun legame in quella cittadina, lo invita a salire sulla sua autovettura. Rambo accoglie pazientemente quel comando mascherato da un “cordiale” invito. Lo scambio di battute in macchina è indicativo per comprendere “l’aria” ostile che gli stessi americani nutrono nei confronti dei reduci del Vietnam. Prova ne è che quando Rambo domanda allo sceriffo dove può pranzare Teasle gli consiglia un piccolo locale a trenta miglia fuori dalla città.

  • “C’è qualche legge che mi proibisce di mangiare qui?” - domanda Rambo.
  • “Si, la mia!” - sibilla Teasle.

L’agente accompagna Rambo oltre la frontiera cittadina lasciandolo sul bordo della strada, come se fosse un nomade molesto. John guarda il sentiero che gli si dipana davanti per poi voltarsi ad osservare ciò che, suo malgrado, si è lasciato alle spalle. Rambo sa di aver subito un sopruso e considerando l’atteggiamento avverso dello sceriffo come una grande ingiustizia, decide fieramente di tornare indietro. Teasle nota il cambio di marcia dell’uomo e quindi arretra per sapere dove sia diretto. Non ricevendo alcuna risposta lo sceriffo, abusando del proprio potere, arresta Rambo senza alcun vero capo d’accusa. Teasle porta John alla centrale di polizia, dove dovrà essere schedato per poi passare la notte in cella in attesa del processo che avrà luogo l’indomani mattina. Il volto di Rambo comincia a cambiare e se inizialmente appariva dimesso e malinconico, ora sembra esprimere una sempre maggiore agitazione repressa. Rambo osserva le inferriate che gli ricordano tanto, con violenti flash mentali, le serrate sbarre della gabbia in cui giaceva in Vietnam. Gli agenti di Teasle si dimostrano ben presto persone aspre, ruvide e inospitali, umiliando il prigioniero con aggressioni fisiche alle spalle e con provocazioni verbali. Rambo mantiene la calma fino a quando due di loro minacciano di tagliargli la barba a secco con un rasoio da barbiere. Il reduce di guerra alla vista di quella lama ha come un improvviso flash che gli riporta alla mente l’angoscioso ricordo del pugnale dei Viet Cong con cui erano soliti torturarlo. Quasi impazzito alla vista del rasoio e furioso per le umiliazioni subite, Rambo si divincola, atterrando con guizzi agili e felini gli agenti che seguitavano a minacciarlo. Rambo riesce così a fuggire dalla centrale e dopo aver rubato una moto si dirige verso le fredde montagne che dominano la città. Comincia una vera e propria caccia all’uomo.

John si rifugia tra i boschi, venendo inseguito da un consistente numero di agenti che cercano di rilevare le sue tracce con l’ausilio di cani da caccia. Poco prima di proseguire la ricerca, i poliziotti apprendono tramite un collegamento telefonico con un segretario di istanza alla base, che John Rambo è un reduce del Vietnam, appartenuto alle letali truppe dei “Berretti Verdi”. A rendere ancor più eclatante la scoperta sulla vera identità dell’evaso sono le tante menzioni conseguite dal “fuggiasco”, reputato un eroe di guerra dal Pentagono e insignito della medaglia d’onore del Congresso.

 

Gli ignari agenti che prima avevano abusato del proprio potere nei confronti di un uomo innocente, capiranno ben presto di aver commesso un grosso errore. Emerge infatti la natura più torbida di Rambo che, sentendosi braccato, meccanicamente reagisce come se fosse sul terreno di guerra. Rambo isola gli uomini neutralizzandoli uno ad uno con sofisticate tecniche di guerriglia e trappole realizzate con materiale che man mano gli si presenta davanti. John fuoriesce da un folto cespuglio, brandendo il suo affilatissimo coltello, con cui minaccia Teasle. Rambo tuttavia risparmia quel tutore della legge che lo aveva schernito concedendogli così la possibilità di rientrare in città e ignorare l’accaduto. Teasle però, una volta disceso dalla montagna, chiama la Polizia di Stato e la Guardia Nazionale, asserragliando i boschi. L'ex comandante di Rambo, il colonnello Samuel Trautman, informato dal governo di quanto sta accadendo a Hope, sopraggiunge al campo base, allestito alle pendici della catena montuosa, esortando la Guardia Nazionale a ritirare le proprie “forze” per lasciare che il suo vecchio cadetto si consegni a lui. Teasle rifiuta e ordina ai suoi uomini di riprendere la caccia. Rambo dopo essere rimasto intrappolato in una vecchia miniera abbandonata a seguito di un ennesimo conflitto a fuoco, ode attraverso la radio trasmittente la voce del colonnello che lo invita a rispondere col walkie talkie in suo possesso. Trautman implora Rambo di arrendersi ma l’uomo non ne vuol sapere, affermando che lo sceriffo ha “versato sangue per primo” deridendolo e maltrattandolo come un reietto della società, e che ciò che è accaduto è soltanto una conseguenza del suo scellerato agire. Ecco a cosa il titolo originario fa riferimento, quel “First blood”, quel “Primo sangue” è la denuncia disperata delle vessazioni subite dai reduci di guerra, oltraggiati dai comuni cittadini come feroci assassini e personificazioni viventi della prima vera sconfitta dell’America in un conflitto che non ha portato altro che disonore e mortificazione per il popolo statunitense. Rambo stava semplicemente passeggiando quando fu “colpito”. Loro hanno “sparato per primi”, come ripete più e più volte, scatenando l’ira dell’ex berretto verde. Trovando finalmente una via di fuga dalle miniere e raggiunta nuovamente la città, Rambo affronta in tarda notte Teasle, nascostosi sul tetto di un’armeria. John riesce ad irrompere nell’edificio e, sparando attraverso il lucernario, ferisce gravemente lo sceriffo. Prima che Rambo uccida l’uomo, sopraggiunge Trautman che tenta di far ragionare il soldato, circondato all’esterno da più di 200 uomini armati…

Interrompo a questo punto il commento relativo alla storia per dedicare qualche riga critica alla lavorazione dell’opera in sé, e per lasciare a dopo la descrizione relativa alla scena finale del film, che meriterà un commento conclusivo ben approfondito. Come ho detto, i decenni trascorsi hanno generato un alone ingannevole attorno alla figura di John Rambo. Se i seguiti hanno travisato il messaggio originario dell’opera, discostandosi da esso, è bene essere consci della diversità che intercorre tra il primo “Rambo” e ciò che ne è derivato, specialmente dal terzo capitolo che per diversi anni fu l’ultimo della saga. Rambo non è nel primo lungometraggio un personaggio che esalta i valori bellici, tutt’altro; li ammattisce, tendando di mostrare sulla propria pelle, sfregiata da dozzine di cicatrici, l’amarezza e il tormento degli strascichi lasciati dalla guerra. Il lungometraggio di Ted Kotcheff è ingannevole per sua stessa volontà sin dal principio. Prendiamo in esame la scena d’apertura, che inizia mostrando un Rambo solitario che osserva un paesaggio solare e accogliente, dove alcuni bambini corrono beatamente tra i prati giocando insieme ad un piccolo cagnolino. Una grande casa in mattoni si affaccia sulle acque di un limpido lago raggiunto dal sole. Rambo sorride. L’uomo che ha visto coi propri occhi gli orrori della guerra si rincuora dinanzi alla tranquillità di una casa posta su un tale sfondo paesaggistico. Ma il senso di appagamento cambierà rapidamente non appena Rambo saprà della morte del caro amico Delmar. Rambo getta via le fotografie che lo immortalano con i suoi amici oramai scomparsi tentando di lasciarsi alle spalle un passato che oramai solo lui può rammentare. La musica che dapprima accompagnava il protagonista con note malinconiche ma tutto sommato “vive” e prorompenti lascia spazio a un estenuante rullo di tamburi, che si unisce a melodie dure e frastornanti, simbolo del dramma imminente che sta per abbattersi su Rambo. La pace e la serenità trasmessa da quel luogo per primo inquadrato era soltanto un “inganno” per Rambo e per tutti noi. Ci attenderà il freddo, il gelo delle montagne, lo stento della fame e della sete tra i boschi di Hope. Rambo viene fermato da Teasle e trattato come un derelitto, come un rifiuto della società. Soltanto il vedere la bandiera americana sulla giacca da reduce provoca in Teasle la reazione istintiva di allontanare Rambo dalla cittadina, come se fosse un fuorilegge. Ecco dove si colloca la profonda denuncia del film nei confronti della società americana, rea di aver “aggredito” i reduci di guerra come “colpevoli” del periodo che l’America stava attraversando. Teasle tratta Rambo con dimostrata sufficienza e con un mal riposto senso di superiorità, definendo lui e i suoi compagni come “tipi da evitare”, vagabondi da scacciare a priori. Notiamo inoltre l’aspetto e le diversità fisica che intercorre tra Teasle e Rambo: il primo appare come uno sceriffo sovrappeso, quasi ad indicare uno stile di vita sedentario e dedito all’ozio e al mangiare smodato, Rambo, invece, nonostante la muscolatura, mostra atteggiamenti ora contenuti ora nevrotici, quasi a incarnare l’idea di un soldato che continua a portare con sé l’interezza di quel vissuto triste e cupo. Cosa innesca la discordia e il dissidio del film? L’ingiustizia, quel senso di intolleranza che Rambo ha già subito in passato. Il soldato viene arrestato e trattato con ostilità malgrado egli cerchi di restare calmo e pacato dinanzi all’arroganza degli agenti. E’ interessante notare come le forze di polizia vengano rappresentate come i veri fautori della violenza perpetrata su un innocente, contrapponendosi quindi al loro dovere primario.

Il tratto psicologico di Rambo si delinea con sempre maggiore cura rivelando sottigliezze emblematiche durante lo svolgersi del film. Le turbe mentali dell’uomo vengono alla luce mostrando come Rambo soffra di disturbi derivanti dal dramma vissuto in Vietnam. Nonostante Rambo venga descritto da Trautman come un assoluto esperto di tecniche di sopravvivenza e come un uomo addestrato a sopportare il dolore fisico e a ignorare il freddo che lo avvinghia, egli mostra un lato profondamente umano e sofferente. Rambo non è una macchina da guerra quanto un essere umano reso dannato dalla guerra stessa. Vorrebbe dimenticare ciò che è stato costretto a fare e il dolore patito ma non può. Nei sogni, quando riposa, ma anche nelle involontarie rievocazioni quando è sveglio, Rambo rivive le terrificanti immagini del Vietnam come incubi implacabili, palesati sotto forma di “folgori acuminate”. I ricordi indesiderati sono la vera condanna che Rambo vive quotidianamente. L’ira che egli riversa sulla polizia è soltanto la superficie, lo specchio di una sceneggiatura che desidera indagare nel profondo, nascondendosi dietro il riflesso dell’azione e della lotta di un uomo oppresso dall’ipocrisia di un’intera società.

…Trautman ordina a Rambo di cedere le armi e arrendersi, ricordandogli che la guerra è finita e che questa battaglia personale che sta affrontando non potrà che esigere la sua vita. Rambo, furente, gli urla che nulla è finito, che tutto questo non è paragonabile a un interruttore che si accende e si spegne. Ciò che ha fatto, ciò che è stato, lo tormenterà per tutta la vita. Vorrebbe togliersi di dosso “i resti” della guerra ma la vita da civile non glielo permette, perché egli non esiste. E’ solo un’ombra. Rambo esprime finalmente il proprio disagio. Egli fatica persino a trovare lavoro poiché non lo concederanno mai a un reduce di guerra. John lancia un grido disperato, urlando al suo Colonnello di aver pilotato elicotteri, carri armati e di aver gestito in guerra materiale dal valore di milioni di dollari, quando adesso non lo assumono neppure come semplice parcheggiatore. Distrutto nell’animo, si getta a terra e comincia a piangere. Quel combattente dalla freddezza imperscrutabile, si commuove luttuosamente come una persona qualunque. Persino il suo mentore si mostra provato e turbato dal pianto liberatorio del suo “discepolo”. Rambo vede in Trautman probabilmente la figura che più si avvicina a quella di un padre per lui, e gli affida il dramma della sua vita. Egli ricorda un altro dei suoi amici, caduto tragicamente proprio sotto i suoi occhi, saltato in aria a causa di un esplosivo celato all’interno di una scatola di lucido per scarpe che un ragazzino aveva lasciato sul campo base dove i due si trovavano. Rambo non poté fare nulla per salvare il commilitone se non stringere a sé i resti dell’amico che seguitava ad affermare di voler tornare a casa prima di esalare l’ultimo respiro. Non riesce in alcun modo a dimenticarlo. La reminiscenza di quell’atroce scenario lo assilla giorno e notte. Rambo continua a dire di sentirsi solo e abbandonato, che la maggior parte delle persone che lo incontrano per strada lo evitano, mentre le restanti lo guardandolo con disprezzo, e così, di conseguenza, egli non parla con anima viva per intere settimane. In lacrime, Rambo domanda a Trautman cosa deve fare.

Il primo finale lasciava uno spazio praticamente nullo alla speranza poiché Rambo chiedeva al suo colonnello di ucciderlo. Stallone, intuendo il potenziale del personaggio, decise di risparmiarlo girando il finale che oggi tutti noi conosciamo. Resta comunque una conclusione tragica, degna chiusura di un’indiscussa pietra miliare del cinema. John si arrende al proprio destino e, accompagnato da Trautman, si lascia arrestare. E’ una scelta ancor più sofferente di quella iniziale, poiché Rambo sarà condannato a convivere per sempre col proprio dolore, a tollerare quotidianamente il supplizio angoscioso del proprio trascorso. “It’s a long road” riecheggia nuovamente mentre la camera si sofferma su Rambo che riprende a camminare con lo sguardo smarrito nel vuoto.

Autore:  Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Sylvester Stallone ha abbandonato il franchising de "I mercenari" per alcuni dissidi insanabili con la produzione, e Arnold Schwarzenegger è più che mai deciso a seguirlo. Come ha dichiarato l'emblema del cinema d'azione anni '80 alla rivista Entertainment Weekly per rispetto e amicizia verso il suo amico ed "ex rivale" sul lavoro non accetterà mai di far parte della lavorazione senza Stallone. Schwarzenegger ha poi mosso alcune critiche alla stesura del suo personaggio nel terzo capitolo della saga, definendolo piatto e scritto male.

Al momento non sono previste novità imminenti in merito ad un possibile ritorno e un nuovo riavvicinamento di Stallone alla saga.

Redazione: CineHunters

Correva l’anno 1976 e al cinema esordiva, in uno dei film sportivi più acclamati della storia del cinema, una futura leggenda del grande schermo. Rocky ad oggi è un personaggio che non ha certamente bisogno di alcuna presentazione, per lo meno non per quello che riguarda le sue imprese sul ring; ma in che modo si palesava per la prima volta dinanzi ai suoi futuri fans? Rientrando a casa, apriva la porta, e prima ancora di togliersi di dosso il cappello nero e il giubbotto sgualcito di cuoio, Rocky andava dinanzi alla vaschetta delle sue tartarughe e le salutava, battendo delicatamente le dita sul vetro. Ci veniva presentato così il pugile italoamericano, come un giovane indigente che viveva alla giornata, in una casa cupa e modesta. Rocky sopravviveva racimolando pochi spiccioli al giorno, lavorando oltre che come pugile di bassa lega anche come esattore per conto di un gangster nei quartieri residenziali dei sobborghi cittadini. Lo spettatore a una prima occhiata non resta fuorviato neanche per un istante dal mestiere poco edificante del protagonista, perché comprende subito che Rocky è di indole buona, essendo egli stesso restio a “punire” i debitori, i quali anche grazie alla sua clemenza riescono a guadagnare qualche giorno in più per mettere assieme i soldi necessari a saldare il debito. Rocky sembra non avere alcun obiettivo a lungo termine, mostrandosi come un personaggio “schiacciato” da una società cinica e inclemente che piega i meno abbienti. Di conseguenza, sconfortato dagli anni trascorsi sempre ad arrangiarsi vive ancora senza aspettarsi nulla dalla vita.

Nonostante la rassegnazione, Rocky è un uomo dal cuore d’oro, che rammenta quotidianamente quale sia realmente la via del rispetto e del buon vivere, dettami che, ad esempio, cercava di far capire a una giovane ragazza, caduta, per colpa di pessime conoscenze, nei vizi mondani dell’alcool e del tabacco. Al termine della loro conversazione Rocky verrà congedato da una serie di insulti da parte della ragazza: una metafora aspra e cruda, messa in scena come testimonianza vivibile del quartiere che intrappola Rocky da troppo tempo, dove nonostante si voglia restare ingenuamente buoni, si finisce inevitabilmente per rapportarsi con l’aspetto più marcio e sordido della città. Rocky ha due sole amiche nel suo triste appartamento, appunto Tarta e Ruga, due tartarughine a cui dà sempre da mangiare non appena varca la soglia di casa, e con cui passa gran parte del tempo a conversare scherzosamente. Il migliore amico di Rocky è Paulie, fratello di Adriana, una donna estremamente timida, tanto da non uscire mai di casa se non per andare al lavoro. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio di animali con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Intuiamo così che Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky si innamora immediatamente di Adriana e l’aiuta a superare la sua imbarazzante timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento, soltanto perché a bordo ring, tra lui e il pubblico, c’è sempre lei ad attenderlo.

La prima, grande occasione nella vita di Rocky arriva per diretta scelta del campione del mondo Apollo Creed, una rivisitazione cinematografica del mito Muhammad Alì, che come il dio del fato rotea il proprio dito su una lista di nomi di papabili pugili, facendolo cadere proprio sul nome di Rocky, perché di origini Italiane, come lo scopritore dell’America, Cristoforo Colombo, e perché portatore di un soprannome evocativo: lo stallone italiano. La vita finalmente ha qualcosa di concreto da offrire a Rocky, che di colpo si ritrova davanti la possibilità di poter combattere per il titolo mondiale dei pesi massimi. Dopo essersi riappacificato con il manager Mickey, dai sobborghi cittadini alle strade del centro città, Rocky inizia un allenamento estenuante, che troverà il suo culmine con la celebre corsa sulla scalinata del Museum of Art di Philadelphia, dove alzerà le braccia al cielo sorridendo, accompagnato dalla celebre colonna sonora di Bill Conti.

La sera prima dell’incontro, Rocky si fa cogliere dal timore, un’altra opportunità che permette allo spettatore di avvicinarsi ancora di più al lato umano del protagonista. Perché Rocky non è il classico eroe senza macchia, incorruttibile, temerario e dall’animo ricolmo di coraggio. Rocky ha paura! Avrà sempre paura: dei suoi avversari, delle sfide che dovrà affrontare con i guantoni o con le sole mani nude, dalla boxe alla via quotidiana. Ecco che il ring diventa un’allegoria delle difficoltà che ognuno di noi deve affrontare nel corso della propria vita. Le suddette difficoltà possono tramutarsi ai nostri occhi in “nemici” sempre più forti dei predecessori, capaci di colpire con un destro e un mancino micidiali, colpi che probabilmente potranno mandarci al tappeto. Ma sta a noi riuscire a rialzarci, mantenere sempre il “fuoco” accesso della nostra anima e delle nostre passioni, la carica di ogni nostro battito. Una fiamma imperitura che possa permetterci di incassare il colpo, raccogliere l’energia residua e rialzarci poco prima del gong, in attesa del prossimo round. Nessuno può colpire duro come fa la vita, neppure Apollo, e Rocky questo lo sa. Nel match del secolo, il pugile vede la sua unica possibilità di poter riscattare un’esistenza grigia, ma è purtroppo cosciente di non potercela fare. Nessuno ha mai vinto con Creed. Ma nessuno ha neanche mai resistito con lui. Se Rocky ce la farà a resistere ad ogni colpo, come ha resistito alle insidie che la vita gli ha riservato e messo davanti, solo se riuscirà in questo potrà finalmente dimostrare a se stesso che può essere davvero un grande, una specie di eroe.

La differenza tra i due pugili è netta, e lo si nota sin dalle prime battute del match: Apollo è un artista del ring, un dominatore del quadrato da lui stesso girato e rigirato più volte con la sua famosa tecnica dei “saltelli”: mosse atte ad evidenziare la sua grande agilità e a rendere ancor più complesso ogni tentativo di attacco da parte di Rocky, che di fatto riesce a stendo a sfiorarlo. Rocky dal canto suo adopera una tecnica abbozzata, a malapena ispirata alle movenze del grande del passato, Rocky Marciano. Ma il più delle volte, Rocky non può che avanzare lentamente, esponendosi ai jab del campione a volto scoperto. Creed comincia a colpire Rocky, ma il primo ad andare al tappeto sarà proprio lui, sbilanciato in avanti da un tentativo fallito di uno-due al viso. Apollo si espone ingenuamente al contrattacco di Rocky che scarica un mancino potentissimo stendendo il campione. Per la prima volta nella sua carriera, Apollo cade al tappeto. E’ il preludio al dramma sportivo che si compirà di lì a breve: il match tra i due pugili si trasformerà in uno scontro devastante. Rialzatosi, attonito e furioso per il colpo subito, Apollo tempesta Rocky con una serie di colpi, ma il pugile italoamericano getta il cuore oltre l’ostacolo, restando in piedi nonostante una maschera di sangue gli copra il viso. Al penultimo round Apollo sferra un pugno potentissimo che manda Rocky al tappeto. Vedendo il suo pugile ormai abbattuto e dolorante, Mickey urla disperatamente a Rocky di restare a terra, contrapponendosi persino al suo vice che invece afferma l’esatto contrario, incitando Rocky a rialzarsi. Adriana dalla platea resta sconvolta dalla brutalità dei colpi che i due atleti si stanno sferrando e teme per la vita di Rocky. Rantolando nel buio, ottenebrato dagli occhi quasi del tutto chiusi per le ferite, Rocky riesce a raggiungere le corde e, aggrappandosi ad esse, si rialza ancora una volta. Apollo resta perplesso della tenacia di Rocky, che non vuole cedere a nessun costo. All’ultimo round, un Apollo stremato si fa sorprendere dall’ennesimo atto di forza del proprio avversario che, schiavati due Jab del campione, colpisce Creed con una nutrita serie di terrificanti colpi al volto e al torace. Sembrerebbe che Apollo stia per cedere, ormai sopraffatto da una tale violenza, ma il suono della campana pone fine alle ostilità. - “Non ci sarà rivincita!” - riporta un Apollo distrutto - “E chi la vuole!” - sancisce Rocky con voce sommessa.

L’eroica resistenza di Rocky è la dimostrazione dell’incredibile forza di volontà di un uomo, il coraggio che supera la paura, la voglia di poter dimostrare a tutti di meritare l’opportunità che il fato gli ha riservato, la stenua perseveranza nel non darsi per sconfitto, indipendentemente dall’esito del giudizio altrui. Rocky diviene l’emblema del più debole che si erge sul più forte, colui che riesce a dimostrare il proprio valore a chi non ha mai creduto nelle sue capacità. Il finale del primo film, assoluto capolavoro, lascia spazio all’amore, pur allontanandosi dal lieto fine sportivo: Apollo vince ai punti ma Rocky è riuscito nella sua impresa. Urla il nome della moglie, richiamandola a sé, e in un abbraccio profondo i due amanti si perdono nel giorno più importante della loro vita. Noi stessi, con i nostri sguardi, ci perdiamo in loro, nel sorriso di Adriana e nei lineamenti stanchi ma mai domi di Rocky, che ritrovano vigore proprio nell’affetto dell’unica donna che abbia mai amato.

“Rocky”, girato in poco meno di un solo mese e con un budget relativamente misero (“solo” un milione), incassò ai botteghini di tutto il mondo più di duecentoventi milioni, venendo candidato a dieci premi Oscar. Alla fine, “Rocky” strapperà tre statuette all’Academy, tra cui quella per il miglior film e la miglior regia. Sylvester Stallone ricevette, dal canto suo, due nomination all’ambito premio, sia come miglior attore che come miglior sceneggiatore, eguagliando così lo straordinario record di Charlie Chaplin e Orson Welles. Circa quarant’anni dopo, Stallone riceverà la terza nomination all’Oscar della sua carriera, questa volta come miglior attore non protagonista, ancora per il ruolo di Rocky nello spin-off “Creed”.

La saga di Rocky ha continuato ad emozionare nel corso dei successivi decenni, senza mai però raggiungere le vette artistiche del primo film. A mio giudizio, soltanto il secondo ha conservato gran parte del fascino della prima pellicola, dandoci la possibilità di vedere Rocky alzare al cielo la cintura del campione. Da lì in poi gli scenari cambieranno drasticamente: Rocky abbandona a tutti gli effetti la periferia e la sua vecchia vita fatta di sacrifici per intraprenderne una nuova, di certo agiata, in una lussuosa villa. La carrellata dei futuri nemici di Rocky sarà pittoresca, quasi come se si trattasse di una Galleria di Villan da fumetto: Labbra Tonanti (interpretato dal Wrestler Hulk Hogan), Clubber Lang, Ivan Drago (forse il match più famoso dopo quello con Apollo), Tommy Gun e Mason Dixon. Nonostante le atmosfere cambino e si vada sempre più a mostrare aspetti sicuramente votati all’azione e alla spettacolarizzazione degli incontri a discapito del dramma iniziale, i personaggi principali proseguono nella loro crescita, mostrando sempre uno sviluppo lineare nei loro rapporti. La scomparsa di Mickey, unica figura paterna nella vita del protagonista, segna Rocky, così come l’amicizia con Apollo gli donerà ulteriore forza. L’addio dell’ex campione del mondo sarà uno shock anche per noi spettatori, che mai abbiamo indicato Apollo come un nemico bensì come un avversario prima e un alleato dopo. E’ questa una grande differenza, i successivi antagonisti non avranno mai lo stile di Creed né la sua simpatia e sbruffoneria, recheranno con loro solo un’aggressività apparente; saranno esclusivamente dei nemici e non avversari sportivi. Gli alti e bassi nella saga proseguiranno fino al sesto ed ultimo capitolo in cui si tornerà alle atmosfere iniziali, riportando Rocky a dover affrontare il dramma della vita, non più soltanto quello della boxe. E’ morta l’amata Adriana e come ci verrà mostrato in “Creed – Nato per combattere” morirà anche Paulie. Rocky si ritrova di nuovo solo, a dover vivere nell’eterno ricordo della sua amata, riaffacciandosi su quel mondo che non vedeva da troppi anni, da prima di ricevere quella sua unica occasione. E’ un ritorno al passato. Neppure la comparsa di un male riuscirà a piegare lo spirito combattivo dell’ex pugile: un invito umano e generoso a non arrendersi mai, perché la vita dà e toglie, possiamo soltanto scegliere fin quando combattere le nostre battaglie, cercando di resistere nel nostro “angolo prediletto”, quanto più possiamo.

E’ questo che ha sempre testimoniato Rocky: la forza di non arrendersi mai. Prima ancora che con i guantoni io ricordo Rocky così: intento a parlare con le sue tartarughine, quando viveva abbandonato, quando ancora non aveva cominciato a combattere le sue sfide più grandi, quando ancora non s’era imbattuto in Adriana, innamorandosi immediatamente, quando doveva ancora cominciare a vivere. Un’immagine semplice, che si ricorda così bene perché è proprio da lì che si sarebbe delineata una nuova vita, di quelle intense, piene, indimenticabili.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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