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"La mummia", il film che ha inaugurato il Dark Universe, progetto molto ambizioso della Universal che si prefigge l'obiettivo di realizzare un universo cinematografico condiviso dei propri mostri più iconici, è disponibile in blu-ray e blu-ray 3D.

L'horror d'azione, con protagonisti Sofia Boutella nelle vesti della regina Ahmanet e Tom Cruise nel ruolo di Nick, è un remake del classico del 1932 con Boris Karloff e dell'avventuroso lungometraggio di grande successo del 1999 con Brendan Fraser.

Ai film della mummia abbiamo dedicato tre articoli che approfondiscono il mito e l'iconografia della creatura nel cinema. Potete leggerli cliccando ai seguenti link:

Recensione "La mummia" 1932

Recensione e analisi "La mummia" 1999

Recensione "La mummia" 2017

Il dvd, già prenotabile, sarà disponibile su Amazon a partire dal 4 ottobre. Potete acquistare il blu-ray e il blu-ray 3D de "La mummia" del 2017 su amazon cliccando ai seguenti link:

Redazione: CineHunters

Nell'antico Egitto la principessa Ahmanet decide di stringere un patto col malvagio dio Set, per divenire una creatura dai poteri demoniaci. Ahmanet, una volta mutata nell’aspetto, uccide il padre e il fratellastro neonato per succedere di diritto al trono come regina dell’Egitto. Il suo piano sta per concretizzarsi una notte, quando distesa nel proprio letto con l’amante da ella prescelto, sta per trafiggerlo al petto e porre all’interno del suo corpo il germe della vita di Set, che vivrà sulla terra come un dio vivente. Poco prima di adempiere al rituale, Ahmanet viene catturata e sepolta viva nelle profondità del deserto della Mesopotamia. Duemila anni dopo, la sua tomba viene rinvenuta e aperta, restituendo una defunta Ahmanet che prende coscienza di sé come mummia.

  • Il commento

Partirei con qualche intrigante metafora. “La mummia” del 2017 è un buffet ricco di pietanze prelibate che faticano a restare circoscritte nella porzione di spazio di ogni singolo piatto. E’ altresì una collezione da museo di pezzi pregiati, opere iconografiche sempre propense a scatenare in coloro che le guardano emozioni nuove. “La Mummia” è un mosaico con molteplici stili artistici che garantiscono un’impronta armonica votata a un senso estetico per ogni forma diversa dell’arte. In verità, però, vi è presente in tutto questo un valore avversativo grande quanto una piramide: le prelibatezze del banchetto, una volta provate, rilasciano sul palato un retrogusto amaro, già in precedenza provato, da rendersi intollerabile al palato; la collezione del museo in realtà è un’accozzaglia di stili orrifici già visti e le tecniche assemblative del mosaico creano un effetto pigmentato ma confusionario.

“La mummia” è di fatto un film dalla narrazione incoerente, spezzettata, con un assortimento di richiami, immagini, rifacimenti su cose che in qualche modo abbiamo potuto ammirare in film del genere, e che vengono raccolte in una sfilza sequenziale di scene. La manifestazione spiritica del defunto amico del protagonista sembra, ad esempio, strizzare l’occhio al celebre “Un lupo mannaro americano a Londra”, in cui l’amico dello sfortunato licantropo era solito apparirgli come uno spirito putrefatto per avvertirlo circa il suo imminente destino dannato. I corvi che aleggiano come avvoltoi affamati, osservando dall’alto i personaggi prima di attaccarli in volo, ricordano senza un motivo pertinente nel film, gli uccelli di Hitchcock. I ratti, altro simbolo animalesco dell’orrore, che aggrediscono in massa Nick per tentare di divorarlo in uno degli incubi indotti da Ahmanet, fanno la loro comparsa per una singola scena salvo poi scomparire. Russell Crowe si trova ad interpretare un improbabile Dottor Jekyll / Mr Hyde, messo a capo di una società segreta che controlla e ingabbia ogni mostro che calca il suolo terreno dei mortali; una presenza, la sua, che potrà spingere gli spettatori a posare per qualche secondo la confezione di pop-corn che reggevano tra le mani per voltarsi liberamente verso chi gli siede accanto e domandargli: “Ma Dottor Jekyll era davvero funzionale alla trama?” Una carrellata di icone dell’orrore sfilano, a caso, durante il film senza creare alcuna mitologia narrativa.

Fa parte della costruzione filmica che porta il lungometraggio a sembrare formato da una serie di più copioni, scritti con idee differenti da altrettanti sceneggiatori. Tali copioni vengono come inglobati in un unico testo di riferimento e le varie idee delle precedenti stesure prendono vita singolarmente in abbozzi scevri da un appassionante filo logico, all’interno del film. Ne deriva una sceneggiatura incompleta, scarna, da cui fuoriescono parole dal valore espressivo più che mediocre, concretizzate nei dialoghi privi di un vero mordente, elementari e semplicistici da sfiorare la banalità più disarmante. I personaggi risentono di una caratterizzazione infusa dal testo pressoché inesistente, e si muovono come sperduti durante lo scorrere del film.

Nick (Tom Cruise) è un uomo d’azione, più votato al combattimento che alla scoperta, più devoto alla depredazione di tesori che al rinvenimento archeologico. Un protagonista forte ma superficiale, che deve ancora dimostrare il proprio valore. Fa sorridere che un estraniato Tom Cruise, a 55 anni di età, si trovi a interpretare un uomo che deve ancora trovare la propria strada e scorpire il proprio carattere buono e altruista. Uno dei cliché Hollywoodiani più usati trova una triste perpetuazione nel film de “La mummia”, in un maldestro tentativo di narrare il solito, prevedibile sviluppo di un personaggio. Nick divide gli oneri della scena con Annabelle Wallis, che interpreta l’archeologa Jenny Halsey, una co-protagonista dalla caratterizzazione scialba, ridotta ad essere una mera spalla, donzella da salvare e incapace di fare qualcosa di concreto.

“La mummia” è un film d’azione che porge la guancia ai topos stilistici dei film dell’orrore. Alcune sequenze in cui le mummie si destano come non-morti privi di alcuna coscienziosità e devoti al solo volere di Ahmanet, contengono in sé comunque un buon effetto raccapricciante. Le sequenze spettacolari, che vanno dalla caduta vertiginosa dell’aereo alla fuga rocambolesca dei personaggi per scampare alla tempesta di sabbia generata dalla mummia, riescono a divertire e a intrattenere con la sana spensieratezza di un action-movie dal budget produttivo più che imponente. Deludente però il fatto che l’atmosfera egizia, e le ambientazioni similmente riconducibili alle scenografie della terra d’Egitto, sono quasi del tutto assenti, e non permettono di avvertire tangibilmente il clima che un film come “La mummia” dovrebbe assolutamente offrire ai propri spettatori durante il proprio itinerario esoterico.

La principessa Ahmanet si erge su tutti quei personaggi similmente trattati come caratteristi, salvando ciò che del film appare meritevole d’essere salvato. Sofia Boutella ci regala una mummia sensuale, di una bellezza dannata e inquietante. La sua interpretazione, senza dubbio la parte vincente del film, riesce a incanalare su di sé l’attrattiva di un male ottenebrato seppur acceso di una luce fioca come l’astro della sera. L’Ahmanet di Sofia Boutella è l’incarnazione di una sofferenza seducente, e sulla sua pelle inchiostrata di geroglifici arcani, ella lascia traspirare il fascino dell’oscurità. Il pregio più che meritevole d’esser reso noto è proprio la sua peculiare caratteristica, quella d’essere una antagonista “nuda” e pertanto “sincera” nella propria folle volontà di conquista, rivestita di bende nelle cui pieghe si insinua il morbo di un odio antichissimo, una essenza che mi ha sedotto come uno sguardo inquieto trasfigurato nei continui flashback onirici che lei attua coi suoi poteri.

“La mummia” non è definibile completamente come un brutto film, ha dalla sua il vantaggio di non annoiare mai, è semplicemente un film senza una propria identità, esorcizzato da un’anima che non riesco affatto a riscontrare, il che potrebbe essere anche peggio. Nel finale però, il film riesce ad evitare un atto conclusivo prevedibile, lasciando uno spiraglio aperto per un sequel che, in base ai pareri critici e al discreto successo al botteghino, parrebbe di difficile realizzazione. Per uccidere un mostro implacabile come Ahmanet, Nick diverrà mostro a sua volta e fuggirà via, tra le dune del deserto.

Vi è però un istante, un momento in cui il film poteva davvero osare e cambiare la direzione, fino a scegliere come meta conclusiva del proprio viaggio un finale che avrebbe perpetrato sgomento nel cuore e nella mente degli spettatori. Mi riferisco alla sequenza in cui Nick, dopo essersi trafitto col pugnale, potrebbe unirsi alla mummia e prendere Ahmanet come compagna di distruzione. Sarebbe stato un colpo di scena inaspettato, e terribilmente spiazzante. L’uomo, il cui percorso presumibilmente avrebbe portato alla redenzione, rivelerebbe d’essere sempre stato uno spirito propenso alla corruzione. Tale scelta per nulla ipotizzabile da principio avrebbe dato maggior risalto alla decisione di Ahmanet, la quale scelse immediatamente il protagonista per governarne l’agire inconscio. Sarebbe stata rovesciata l’aspettativa del pubblico e si sarebbe attuato un colpo di scena dalla forza prorompente di un muro di sabbia erettosi a seguito di una mistica tempesta. Non è accaduto! E' lì che credo che il regista avrebbe potuto osare e mostrare come il suo “La mummia” non nasceva soltanto come la composizione di più arti narrative e scenografiche appartenenti ad horror precedenti, ma avrebbe avuto una caratura tutta sua e particolare. Si è peccato di troppa paura per prendere una decisione così destabilizzante, e alla fine il film si è impantanato nell’anonimato identificativo. “La mummia” è proprio questo: un film affossato nell’anonimia stilistica della mediocrità.

“La mummia” del 2017 resta un’opera di molto inferiore rispetto alle precedenti, le quali conservavano il battito pulsante di un cuore animoso splendidamente unico e indipendente. Ma Sofia Boutella permette comunque a “La mummia” d’essere un film che, se seguito secondo il volere della donna può essere visto come accattivante, per lo meno, per lo spessore estetico e caratteriale della propria antagonista. Ahmanet è infatti la prima mummia della Universal a non agire per amore ma soltanto per un innato senso di malvagità. Una “cattiva” compiuta e dal valore inafferrabile.

Voto: 5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Per leggere il nostro articolo su "La mummia" del 1999 con Brendan Fraser e Rachel Weisz clicca qui

Per leggere il nostro articolo su "La mummia" del 1932 clicca qui

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Frankenstein sopravvisse. Quando le fiamme dolose appiccate dai villici divamparono e arsero le deboli resistenze murarie del mulino, per bruciare vivo il mostro di Frankenstein, egli riuscì a sopravvivere. Fuggì da una fantomatica uscita sul retro, e cominciò a vagare senza metà. E così camminava, procedeva debolmente, ma con la stoica resistenza di un istinto. Di colpo Frankenstein si fermava, ritornava ad assumere una postura niente affatto dinoccolata. L’espressione primordiale, quel suo comunicare con grugniti animaleschi era scomparsa del tutto. Frankenstein era uscito di scena, dal suo omonimo film, ed era tornato ad essere l’attore timido e misurato, Boris Karloff.  E Karloff, a quel punto, si recò nel suo camerino, andò a togliersi di dosso quelle vesti consunte da mostro, a “sbullonarsi” il cranio e a rimuovere dal proprio viso quell’intonaco pesante di trucco scenico che rendeva il suo volto simile a quello di un essere abominevole. Karloff si ripuliva, prossimo a indossare i panni di un nuovo mostro per la Universal. Permanendo dinanzi a quello specchio del suo camerino, Karloff scrutava ancora una volta il suo vero volto, poco prima che divenisse nuovamente preda dei truccatori, intenti a trasformarlo ne la mummia.

Lo immagino fantasticamente così questo passaggio artistico nella carriera di Karloff: da Frankenstein a la mummia fu un attimo; un percorso iniziato dalla fuga del mostro e compiuto nel ritorno al proprio camerino, prossimo a ridare vita a un sacerdote vecchio di tremila anni nell’Egitto degli anni ’30.

Karloff portò con sinistra fierezza il manto de la mummia, lasciando riposare su di sé le antiche bendature che preservarono il suo corpo per tutta un’eternità. Con “La mummia”, Karloff consolidò l’astro nascente del proprio successo, proseguì ad essere una stella luminosa nel firmamento delle star, l’emblema di un cinema orrifico in bianco e nero. Karloff modellò su di sé l’immagine di una mummia maledetta, cruenta e malvagia, ma capace di amare a distanza di mille anni, la stessa donna, Anck-Su-Namun, la dama per cui fu maledetto e cui desidera ridar vita in epoca contemporanea. Karloff, sin dalla sua uscita dal sarcofago, fa del mostro un empio ritratto, ergendosi sui pareri di chi lo etichettava come un semplice caratterista, ed elevandosi come attore di punta della scuderia Universal.

“La mummia” è un film dell’orrore in cui vita e morte sono il medesimo portale ascensionale sul piano esistenziale della vita terrena. La mummia di Karloff dalla morte ritrova una non-vita, attraversando, con immutata volontà d’amore verso la sua antica compagna, le epoche del mondo degli uomini. “La mummia” è avviluppata da un’atmosfera retrò, e la sua opprimente immagine visiva viene enfatizzata dal bianco e nero che ne valorizza, ad esempio, la sagoma sinistra della mummia nel mentre lei mira il corpo addormentato della reincarnata Anck-Su-Namun.

“La mummia” del 1932 nasce come un film d’amore. Nel suo ritorno alla vita, la mummia di Karloff terrorizza chi si pone sul suo cammino, elimina chi tenta di scongiurare le sue folli pretese, eppure, nella propria crudeltà, Imhotep seguita ad essere mosso da un amore imperituro. Egli crede di aver ritrovato la donna che ha sempre amato, ma non può che rimirare la reminiscenza del suo amore soltanto nell’aspetto della fanciulla. Lei non possiede i ricordi e la coscienza dell’antica figura che il mostro agogna. Così, la mummia decide di compiere un rituale in cui l’anima di Anck-Su-Namun possa reincarnarsi nel corpo della giovane donna. Le sue moleste intenzioni verranno tuttavia sventate in tempo, e la mummia troverà la morte sul finale come punizione divina.

Zita Johann

 

“La mummia” del 1932 è un classico d’epoca, fascinoso, originale per i tempi e appassionante per le dinamiche con cui si dipana la sua storia. Il mostro della mummia, nonostante la crudeltà, non lascia che il proprio cuore, celato sotto una sfilza di bende, venga recepito dal pubblico come vuoto e tetro paragonato al tizzone più nero. Il cuore della creatura pulsa di un amore talmente grande che è incapace di tollerare il distacco dalla propria metà senza patire i dolori più atroci; il che porta gli spettatori a comprendere il suo meschino ed egoistico volere, sebbene non possano che deprecarlo. Karloff diede vita a un mostro afflitto da un male oscuro dietro cui era comunque rintracciabile una flebile parvenza di bontà.

Rivisto oggi, “La mummia” può essere descritto come un film che inaugurò un genere, e che fu fonte d’ispirazione per la stesura di un particolare prototipo di cattivo: egoista e implacabile, ma anche altruista e buono nei soli confronti dell’unica persona a lui cara.

“La mummia” scrive le proprie rime seguendo lo schema di una poetica sentimentale calata in un contesto storico e tenebroso. Ne deriva un componimento bellissimo dal gusto arcano. La mummia nella sua personificazione mostruosa rappresenta l’amore imperituro, che visse attraverso la gloria dei secoli, e che non smise mai di mantenere infuocata la fiamma del proprio sentimento, neppure dinanzi alla fine. Un amore trasfigurato nella potenza infuocata delle fiamme accese, simili a quelle da cui Karloff scappò via per divenire Imhotep.

Voto: 7+/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Per leggere il nostro articolo su un altro classico della Universal, "Il mostro della laguna nera" clicca qui

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Se risalgo il fiume dei ricordi, alla fonte, ci trovo sempre un’immagine particolare: il moto circolare di un globo terrestre su cui si forma centralmente una scritta a caratteri cubitali: “Universal”. D’un tratto la scritta svanisce, come minuscoli granelli di sabbia del deserto mossi dal vento freddo della notte, e quella figura di terra azzurrastra si dissolve per sostituirsi all’immagine di un sole cocente. Man mano che la camera arretra lentamente, comincia a stagliarsi la punta di una piramide, e in seguito, la cima di una colossale costruzione egizia somigliante alla Sfinge. E’ l’inizio di uno dei film di maggior successo di fine Novecento. Ogni qualvolta mi sovvengono i primi ricordi cinematografici a me più cari, riscopro sempre la sequenza d’apertura de “La mummia”.

“La mummia” fu un’opera che, come una seducente cleptomane, era riuscita a “rubare” il cuore di un giovane spasimante come il sottoscritto. Un cinefilo alle prime armi, stregato dal blu acceso di una spada laser, dalla discesa vorticosa di un Batplano inquadrato da un giovane Tim Burton, e presto, invaghito della terra d’Egitto.  La locandina fatiscente che vedeva Rick ed Evelyn posti a sinistra dell’immagine con, alle loro spalle, le sabbie del deserto pronte a destare la creatura del film, rappresentava già in quel momento un’immagine accattivante, tanto da invogliarmi alla completa visione di quell’action-movie avventuroso. E’ anche vero che un “libro” non si giudica dalla copertina, bisogna sfiorarle quelle pagine, leggerle con la dovuta attenzione, carpire ogni contenuto delle parole scritte su quei fogli di carta; si, insomma, perdonate la metafora, ma era evidente che per riuscire ad innamorarmi completamente de “La mummia” avrei dovuto vederlo. “La mummia” però aveva dalla sua il vantaggio di contare su un'introduzione ammaliante, una sorta di copertina intrigante, come un libro d’oro massiccio su cui era inciso, ad incastro, l’intaglio di una chiave a stella, necessaria per aprire quel libro, e leggerne i geroglifici in esso contenuti. “La mummia” la immaginavo proprio così, con l’allegoria del libro di Amun-Ra pronto ad aprirsi e a mostrare, tra le sue pagine colme di effigi arcane, l’inizio del film.

L’introduzione del lungometraggio riusciva a catapultarmi istantaneamente nell’antico Egitto, nel centro cittadino di una Tebe fantasticamente digitalizzata. Accadeva anche a voi? Le imponenti statue egizie, su tutte quella di Anubi, mirabile nella parte finale della carrellata, si ergevano sui cittadini, in scorci fascinosi e giganteschi. In quelle imponenti scenografie, nelle sue ambientazioni spettacolari che trasudano amore per la storia, sebbene di storia “fittizia” si tratti, in quel gusto retrò, dolce, e appesantito, è proprio lì, che ritrovo la prima qualità ammirevole del film. “La mummia” riesce sin dai primi istanti a plasmare uno stile scenico originale, accattivante, che soverchia i confini della camera ed emana un senso estetico attrattivo difficilmente non apprezzabile. Gli interni del palazzo, illuminati da una sfilza di fiaccole infuocate, la balconata da cui scruta la città Imhotep (Arnold Vosloo) a notte fonda, quando un cielo bluastro domina la sommità delle piramidi, trasmettono un senso d’incanto, specialmente per quel colore dorato tanto risaltante da sembrare dipinto sulla “tela” della cinepresa. Tra quei corridoi avanza, con incedere sensuale, Anck – Su- Namun (Patricia Velasquez) quasi completamente nuda. Quel “quasi” merita una descrizione un po’ più accurata: il corpo della giovane donna, nonostante la nudità, appare per così dire “coperto” perché “rivestito” con degli ipnotici tatuaggi inchiostrati con tratteggi artistici sull’epidermide.

“La mummia” del 1999 fu prodotta dalla Universal, come remake dell’omonimo film del 1932 con Boris Karloff, uno dei capisaldi del cinema fanta-horror della prima metà del novecento.  Inizialmente, il riadattamento del 1999 doveva essere maggiormente attinente al classico ma, durante la lavorazione di Stephen Sommers, l’impronta generica mutò notevolmente, e il lungometraggio espanse i propri orizzonti abbracciando i canoni tipici dei film d’azione. In primo luogo “La mummia” funge da viaggio esplorativo alla ricerca del remoto. Tale pellegrinaggio esoterico inizia su una piccola nave trasporto che solca le acque del Nilo e che pone i protagonisti al centro di un’azione sfrenata ma diluita con intenzione. Nel maggio del ’99, quando “La mummia” sbarcò al cinema e raccolse un successo straordinario al botteghino, si presentò infatti come un mix perfetto capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa: “La mummia” per struttura, ritmo, divertimento e verve, è il capolavoro di un genere.

“La mummia” è un film d’amore. Potrebbe sembrarvi strana questa mia affermazione, eppure, l’amore domina ogni singola scelta di Imhotep, Anck-Su – Namun, Rick ed Evelyn, quattro personaggi posti su due fronti irrimediabilmente opposti.  Anck-Su–Namun è la promessa sposa di Seti I, ma in segreto, ella è innamorata di Imhotep. L’amore proibito tra la donna e il sacerdote porta i due sfortunati amanti a compiere un gesto scellerato: l’assassinio dell’astro del mattino e della sera. Come accade solitamente nelle opere Shakespeariane, a detta dello stesso Fraser, la morte del faraone, uno dei momenti più intensi e drammatici del film, avviene fuori campo, lontano dall’occhio indiscreto dello spettatore che può soltanto mirare i movimenti violenti delle ombre dei corpi nell’atto di commettere l’assassinio. Una ripresa suggestiva che riesce a mantenere un ritmo teso nonostante la visione sia propriamente distaccata. Una volta catturato, Imhotep, dopo il suicidio della donna amata, viene punito con l’Hom-Dai, la peggiore di tutte le antiche maledizioni egizie, condannato ad essere mummificato vivo e seppellito ad Hamunaptra, la città dei morti. Il destino di Imhotep è dannato: la sua anima sarà costretta a giacere come non-morta alle porte degli inferi per tutta l’eternità. Il prezzo per poter compiere un castigo tanto crudele è la possibilità che l’anima di Imhotep possa essere riportata in vita poiché mai trapassata nell’aldilà. Se ciò dovesse verificarsi, Imhotep tornerà sulla terra scatenando nuovamente sull’Egitto le dieci piaghe perpetrate da Mosè, e appesterà il suolo dei mortali come un morbo che cammina, una pestilenza per l’umanità, un empio mangiatore di carne con la forza dei secoli, il potere delle sabbie e la gloria dell’invincibilità.

L’amore impossibilitato ad affievolirsi tra Imhotep e Anck-Su-Namun porta questi due personaggi a subire una dannazione che va a perdersi nell’infinità del tempo. Tremila anni dopo, l’avventuriero Rick O’Connell (Brendan Fraser nella sua massima ascesa) è a capo di una piccola spedizione con la bibliotecaria Evelyn Carnahan (una bellissima Rachel Weisz) e il fratello Jonathan (un esilarante John Hannah) per ritrovare la necropoli perduta di Hamunaptra. Ciò che li attenderà nell’antica città dei morti è quanto di più terrificante potranno aspettarsi: dal risveglio di Imothep comincerà una corsa contro il tempo in un’avventura mozzafiato.

Tra Rick ed Evelyn sboccia, sin dal loro primo incontro, un legame forte, dissipato da continui bisticci atti a nascondere un affetto crescente. Rick ed Evelyn sono una coppia piuttosto particolare: egli è sfrontato, aitante, apparentemente irrispettoso e diretto; Evelyn è invece timida, introversa, distratta, con il capo sempre chino su quei libri che legge con tale trasporto da sembrare, alle volte, avulsa dalla realtà circostante. Essa in quelle letture probabilmente lascia libera di prender piede la propria immaginazione, fantasticando di vivere lei stessa una di quelle avventure che suo padre, un grande esploratore, visse quando incontrò la madre di Evelyn, egiziana e anch’essa avventuriera.  Evelyn è altresì tanto coraggiosa, un coraggio che colpisce sin da subito O’Connell, il cui sguardo viene catturato, con la stessa rapidità della pronuncia di un bisbiglio, dalla bellezza della donna quando ella indossa per la prima volta un lungo vestito nero, con cui si avvia a vivere la più grande avventura della sua vita. Evelyn si è liberata di quei suoi occhiali, ha sciolto i suoi lunghi capelli neri e mostrato per la prima volta con totale naturalezza, la sua splendida femminilità. Lei gli sorride nascondendo lievemente il viso dietro un velo, un’immagine capace di rapire tanto il personaggio quando l’autore di questo testo, intento a scrivere questi passi di recensione. E il forte O’Connell corteggia la donna aggraziata con imbarazzo, mostrandosi anch'egli per la prima volta impacciato. Bizzarro da credere, ma un uomo in grado di affrontare un conflitto a fuoco come capitano della legione straniera, balbetta quando consegna un intero set di attrezzi adusi agli scavi archeologici, presi “in prestito” dai suoi confratelli americani, e li dona a una donna che ne sarebbe rimasta colpita in egual modo se le avessero offerto un mazzo di rose rosse. Evelyn per O’Connell diviene una luce accesa che illumina, come un sistema di specchi antichi, la sala tetra e buia che era dapprima la sua vita di lotta e sopravvivenza.

“La mummia” è un film in cui l’amore e le sue due diverse forme di romanticismo hanno un posto preminente nello svolgersi condizionato degli eventi. Basti rammentare che l’agire di Imhotep, dopo più di tremila anni, è ancora devoto alla volontà di riportare in vita la defunta amante. Il vero pregio del film è però quello di riuscire, con ragguardevole abilità, a districarsi tra numerosi generi, senza necessariamente porsi sotto una formale etichetta esplicativa.

Rick, Evelyn e Jonathan costituiscono il nucleo centrale degli eventi. “La mummia” ha il merito di valorizzare i propri protagonisti rendendoli amabili dal pubblico che impara ben presto a conoscere le rispettive sfumature caratteriali e con essi, a empatizzare con le loro gesta. Dal Cairo alla mitologica città decaduta di Hamunaptra procede il viaggio dei nostri protagonisti e con essi, ci troviamo pronti ad affrontare il caldo afoso del deserto, in sella a un gruppo di cammelli. Su quei quadrupedi si avvia una fuga all’alba, quando il sorgere del sole mostrerà la via ai protagonisti e, come un incantesimo o un magico effetto ottico, il sole riuscirà a tracciare la sagoma della città, visibile in lontananza. E’ una corsa liberatoria che avviene sotto un cielo infuocato, e che vede Evelyn procedere a braccetto con Rick per poi sorprenderlo, accelerare con paura ma con quella spensierata voglia di trasporto che da tempo agognava. Dopotutto, l’intero film non è che una fuga rocambolesca tra sequenze monumentali di effetti speciali, piaghe violente e spettacolari che piombano sulla terra d’Egitto come un castigo divino, e disperati tentativi d’assalto a bordo di un aereo dell’aeronautica di sua maestà per scampare a impressionanti mura siffatte di tempeste di sabbia.

Ogni singolo fotogramma lascia traspirare una cura ammirevole verso un cinema in grado di coniugare gli aspetti stilistici del cinema anni ’30 con la spettacolarizzazione dell’azione tipica dei film del nuovo millennio. “La mummia” fu un film moderno calato in una realtà dal gusto antico. “La mummia” si ispira ai canoni avventurosi del cinema di Indiana Jones, sebbene da esso tragga soltanto il ritmo incalzante, il periodo storico e l’affetto immutato per un particolare tipo di archeologia, quella in cui i reperti da rinvenire sono misteriosi e impossibili anche solo da immaginare. “La mummia” ha il merito di non incespicare su tempi morti, essendo strutturato con una perfetta cadenza tra azione adrenalinica e narrazione. Il film lascia emergere un eroe pragmatico nel proprio agire. Rick O’Connell indossando una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina a coppia posta sulla schiena con due pistole, un paio di calzoni color marrone chiaro e stivali ai piedi, conquista un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones. Rick dà valore alla vita, una caratteristica evidente quando egli afferma, con rispetto e una nota d'ammirazione, che gli uomini del deserto danno valore all’acqua non all’oro. O’Connell non è un cacciatore di tesori, ne resta quasi indifferente quando si fa strada tra cumuli d’oro per ritrovare Evelyn, tenuta prigioniera dal mostro. O’Connell è un eroe riluttante ma concreto, che antepone la salvezza della vita della donna amata alla fortuna e alla gloria eterna.

L’apparato scenografico degli interni della defunta Hamunaptra, gli stretti cunicoli delle costruzioni egizie, i tesori splendenti della camera segreta di Seti I sono solo alcune delle ambientazioni che rendono il film fascinoso e dallo spazio limitato ma per questo ancor più valorizzato. Sebbene il film mostri molti altri luoghi tra l’inizio e la parte centrale, Hamunaptra diviene una sorta di palcoscenico a tutto tondo, un luogo unico in cui si muovono gli attori tra giganteschi pannelli scenografici che alternano statue delle divinità Anubi e Horus. Gli spettatori restano seduti su di una platea immaginaria, ammirando paesaggi antichi in cui dei coraggiosi e improvvisati eroi, lottano per non lasciarci la pelle.

“La mummia” nell’incarnazione del mostro indaga il senso lato della vita esistenziale. La creatura nella sua rinascita toglie la vita altrui per poterla avere lei stessa. La rigenerazione della mummia avviene attraverso la macabra uccisione degli uomini: dalla morte degli innocenti, Imhotep ritrova la propria vigoria. Persino il suo insano tentativo di ridare la vita all’anima dell’antica amante prevede la morte di Evelyn per la resurrezione di Anck-Su-Namun. Morte e vita si intrecciano in un’indagine orrifica. Se la vita resta intesa come un bene prezioso, la morte funge fantasticamente da punto focale di una successiva traversata. Questo viene certificato in una delle frasi più evocative pronunciante nel film, che vede appunto la creatura, durante il trapasso, recitare ancora una volta un arcano adagio secondo cui la morte non sarebbe altro che il principio.

“La mummia” vanta una colonna sonora stupenda, composta da Jerry Goldsmith, il cui montaggio sonoro venne candidato all’Oscar. Il tema che accompagna i passi d’amore di Rick e Evelyn lega totalmente le loro espressioni e il loro agire alla musica, rendendo quest’ultima immediatamente associabile ai due. La mia parte preferita arriva sul finale, dove la musica oscilla dalla calma iniziale all’aumento improvviso (la scena del bacio), fino quasi a completarsi in un “frastuono”, quel “battito ripetuto” di suoni che accompagna l’inquadratura finale al tramonto, e che sancisce la conclusione delle immagini della pellicola; ma la musica, dopo pochi secondi, riprende ad allietare il triste addio dei titoli di coda, tornando alla “lentezza” e al romanticismo iniziale, riproponendo la classica melodia che è poi la ripetizione fondamentale del passo più famoso del brano. La colonna sonora de “La mummia” è tra le più belle mai realizzate per il cinema. Non vi è neppure una singola scena priva di un qualsivoglia accompagnamento musicale degno di nota. Ogni singola sequenza ha una composizione perfettamente amalgamata alla scena. La musica, alle volte, risulta talmente potente da venire in mente ancor prima della scena, e con essa, renderla completamente impressa nei ricordi.

La parte terminante del film è strutturata con un continuo crescendo, il cui momento apicale si concretizza nella fuga dei protagonisti per scampare alla distruzione completa di Hamunaptra. Con la caduta dei resti di quella città, cala il sipario su quel teatro fantasioso, e l’avventura scenica giunge a conclusione. Il pubblicò dovrà così abbandonare i suoi posti immaginari nella sala e godersi la visione finale di commiato dei protagonisti, verso l’orizzonte immenso. Quel sole caldo e luminoso, con cui il film cominciava il suo scorrere su pellicola, adesso è prossimo a tramontare. Il crepuscolo mostra il sole morire all’orizzonte, negli istanti in cui Rick ed Evelyn si scambiano un intenso bacio, prossimi a salire in sella ai loro cammelli, e avviarsi tra gli ultimi bagliori di un tramonto ammirabile solo nella suggestiva cornice di Hamunaptra.

Questa è l’ultima pagina del libro, e ogni qualvolta mi trovo a rileggere quelle battute finali provo una certa malinconia. E’ triste congedarsi da una simile “lettura”, ma quando il buio dello schermo diviene totale, una certa voglia di “riavvolgere il nastro “nuovamente e tornare al capitolo iniziale, continuo sempre a provarla. Probabilmente gli stessi autori ne furono consapevoli e vollero attenuare il distacco finale, e infatti, quando il buio va in dissolvenza si formano dei titoli di coda alquanto peculiari: su degli sfondi che richiamano di nuovo l’arte egizia, si formano scritte in geroglifici mutevoli, che cambiano per assumere i contorni tipici dei titoli di coda tradizionali. Quella è davvero l’ultima pagina del libro di Amun-Ra, un atto finale che sembra esprimere agli spettatori l'idea che il film non sia davvero arrivato a concludersi ma che voglia ancora riservare qualche altra sorpresa.

Con la nenia finale, osservo gli ultimi simboli, prima di sancire l’addio con l’atto finale di un lavoro, un cult assoluto nel suo genere. Già, qualunque genere esso sia!

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Brendan Fraser, protagonista indiscusso della trilogia de "La mummia", ha rilasciato queste dichiarazioni in merito al nuovo film con protagonista Tom Cruise, che sebbene stia procedendo bene al botteghino, ha ricevuto pessimi riscontri di critica:

"So che Tom è molto popolare e fa ancora molti film. In realtà io non so molto sul nuovo progetto, ma so che sarà qualcosa di grande per il pubblico, che è sempre lì pronto a godersi un bel popcorn movie pieno di azione e di avventura. Quanto a me, sono grato per il supporto che ho ricevuto nel corso degli anni."

I primi due film con Brendan Fraser e Rachel Weisz ottennero un vastissimo successo e sono tutt'oggi ritenuti dei cult del genere grazie a un eccellente equilibrio di azione, umorismo, stili Horror e caratteri di stampo avventuroso fantastico. I fan del franchising sono rimasti delusi dal mancato coinvolgimento di Fraser nel nuovo film che inaugura il Dark Universe.

Vi invitiamo a leggere il nostro articolo su Brendan Fraser cliccando qui

Redazione: CineHunters

E' disponibile il nuovo trailer de "La mummia" con Sofia Boutella nelle vesti della principessa Ahmanet.

"La mummia" ci aspetta al cinema da giovedì 8 giugno.

Redazione: CineHunters

Il nuovo trailer de "La mummia" con Tom Cruise arriverà domenica. L'horror targato Universal introdurrà il personaggio di Ahmanet, ovvero la mummia, interpretata da Sofia Boutella. Il film farà da traino al nuovo progetto della Universal, ovvero realizzare un universo cinematografico condiviso dei suoi famosi mostri. E' quindi auspicabile aspettarsi, in futuro, nuove trasposizioni di Frankenstein, il mostro della laguna nera, l'uomo-lupo, l'uomo invisibile e, forse, un nuovo Dracula dopo il deludente Dracula: Untold.

"La mummia" è una sorta di remake del remake, poiché è il terzo rifacimento prodotto dalla Universal. Il primo horror, con Boris Karloff ad interpretare Imhotep, era datato 1932. Fu il secondo film, dopo "Frankenstein", a imporre Karloff come simbolo del cinema horror , oltre a conferirgli una notevole fama.

"La mummia" del 1999 fu il remake del classico con Boris Karloff. Venne diretto da Stephen Sommers e aveva come protagonisti Brendan Fraser, Rachel Weisz, John Hannah e Arnold Vosloo nelle vesti della mummia. Quest'ultimo film conservò dall'originale soltanto alcuni accenni all'horror. "La mummia" fu infatti un film d'avventura e azione, con spiccate dosi di umorismo. Fraser interpretò Rick O'Connell, un avventuriero dal grande coraggio, ispirato a Indiana Jones.

La pellicola ebbe un grandissimo successo ai botteghini, e "La mummia - Il ritorno", il seguito del primo capitolo, fu un successo ancora più grande in termini di guadagno.

Il nuovo film con Tom Cruise sembra tentare di riproporre entrambi gli stili dei predecessori. Ci riuscirà? A domenica per il nuovo trailer.

Di seguito il nuovo teaser d'annuncio

Redazione: CineHunters

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