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La Walt Disney ha rivelato il cast completo del Live-Action de "Il Re Leone".

Questa che vedete è la foto del cast ufficiale.

"Il Re Leone" arriverà nell'estate del 2019.

Redazione: CineHunters

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Sarah, Mary e Winnifred Sanderson ritratte da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

La storia che presto andremo a riscoprire è scritta su di un vecchio libro impolverato. Accanto al leggio su cui riposa il tomo, formule magiche, trascritte su vecchie carte con una penna a piuma di uccello, sono sparse caoticamente su di un tavolo; poco distante un calderone ricolmo di brodaglie tra il rosso e il violaceo viene riscaldato dal fuoco acceso; pozioni varie contenute in boccette di vetro sono raccolte su una vecchia mensola di legno: ci troviamo nella lugubre dimora di tre streghe cattive. Il libro ha l’aspetto consunto, con la sua copertina di pelle sul cui lato destro si può notare un piccolo incavo circolare, scavato a formare una lieve incrinatura verso l’interno. E’ lo spiraglio da cui si diparte una palpebra: l’occhio del libro. E’ il volume di Hocus Pocus che contiene i capitoli di questa indimenticabile storia. E’ un testo di stregoneria, protetto dalla magia nera, inviolabile, che scruta il mondo con l’occhio ciclopico di un’entità in grado di osservare e comprendere ciò che si staglia di fronte a lui. Se iniziassimo a scorrere quelle pagine noteremmo che, una volta aperto il volume, esso mostrerà le sequenze introduttive di un film, nelle quali l’ombra di una strega che vola a cavallo della scopa viene riflessa nello specchio d’acqua che bagna le sponde del villaggio di Salem.

Salem: è il 31 ottobre del 1693. E’ un giorno accorato per Thackery Binx (Sean Murray), il suo corpo è trafelato e il suo spirito inquieto. Un brutto presentimento lo sprona a riaprire gli occhi dopo un sonno agitato. La sua piccola sorella Emily è stata attratta da un canto ammaliante verso la casa delle sorelle Sanderson, dimora che sorge su di un terreno sconsacrato, tra i meandri di un fitto bosco. Thackery si è risvegliato quando ormai la sua sorellina ha imboccato un viale tetro e fatale, e sebbene lui corra più veloce del vento, non riuscirà a raggiungere in tempo le tre streghe prima che loro uccidano la piccola. Con l’inalazione di un soffio di vita, le tre sorelle Sanderson succhiano la giovinezza della bambina, prosciugandole le forze vitali e in modo parassitario. Le tre sorelle tornate giovani e belle vengono sorprese e attaccate dal giovane Binx. Le truci fattucchiere, a quel punto, puniscono il giovane, reo di averle sfidate, trasformandolo in un gatto nero. La gente del villaggio accorre troppo tardi nel disperato tentativo di fermare le streghe. Una volta catturate, Sarah, Mary e Winnifred Sanderson verranno condannate all’impiccagione. Prima di morire la maggiore di loro pronuncerà un tristo maleficio:

“Tre volte mi purifico col mercurio e sputo sopra le dodici tavole. Sciocchi, tutti quanti! È il mio scellerato libro che vi parla! Alla vigilia di Ognissanti, quando la Luna sarà un cerchio nel cielo, una creatura vergine ci riporterà su questa terra! Torneremo qua giù e le vite di tutti i vostri figli saranno mie!”

“Hocus Pocus” è un risveglio improvviso avvenuto nel cuore della notte a causa di un sogno concitato, un incubo dai toni paurosi ma, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, gradevoli. E’ una “sveglia” repentina che ci catapulta tra i passi fiabeschi di un racconto di megere, in una sopita e magica commedia horror destinata ad appassionarci con delizia. Sono trascorsi trecento anni da quella triste notte, Max, sua sorella Dani e la bella Allison decidono di recarsi nella casa delle tre sorelle per la notte di Halloween. La casa appare adibita a museo, come fosse un reliquario espositivo in grado di raccogliere e rievocare le sinistre dicerie, divenute leggende, sull’identità di chi abitava quella casa. Un gatto nero, che altri non sarà che Thackery Binx, sorveglia da tre secoli l’oscura dimora per impedire che il maleficio che prevede il ritorno delle streghe possa avverarsi. Purtroppo non potrà nulla per opporsi a un destino predetto con fermezza, e quando Max accenderà un cero che innescherà la candela dalla fiamma nera, riporterà in vita le tre sorelle. Winnifred, Sarah e Mary avranno soltanto una notte per mettere in atto i loro oscuri propositi: nutrirsi delle anime di quanti più bambini potranno per raggiungere l’immortalità e l’eterna giovinezza. Max, Dani ed Allison con il supporto di Thackery dovranno così trovare il modo di fermare le streghe.

“Hocus Pocus” venne prodotto dalla Walt Disney nel 1993 e si avvalse di un eccellente cast: la grande e briosa attrice e cantante Bette Midler vestì i panni di Winnifred, la sorella maggiore nonché “mente” del trio di streghe. Winnifred era caratterizzata da una dentatura estremamente accentuata, con due ingombranti incisivi superiori che quasi le fuoriuscivano dalla bocca. Winnifred aveva altresì unghie molto lunghe e affilate che le conferivano un “demoniaco” impatto visivo quando ella faceva sovente uso delle mani, allargandole e portandole all’altezza del viso per esaltare i lugubri gesti di un incantesimo.

Kathy Najimy assunse i panni della corpulenta Mary mentre Sarah Jessica Parker quelli della svampita e procace Sarah, la più giovane delle tre. Max, Dani e Allison erano interpretati rispettivamente da Omri Katz, Thora Birch e Vinessa Shaw.

“Hocus Pocus” è una bellissima commedia per famiglie, che trae le atmosfere spaventose da una storia orrifica e le converte in un’appassionante teen-movie dell’orrore. E’ un lungometraggio figlio degli anni ’90, dai toni paragonabili ai “Piccoli Brividi” del periodo, con scenografie impregnate di una vena gotica e favolistica. Quando si è bambini e si guarda “Hocus Pocus” si avverte una gioia per gli occhi e per il cuore. Esso è un piccolo cult perfettamente in grado di coinvolgere anche gli adulti, con alcune battute ben congegnate e non sempre comprese quando si è bambini. “Hocus Pocus” parallelamente alla storia principale, che vede i ragazzi fronteggiare le tre streghe in una sfida a distanza, tratta alcune sotto-trame che abbracciano tematiche decisamente interessanti. Vi è anzitutto il bullismo: Max risulta essere una vittima indifesa, infastidita da due teppisti di quartiere. Viene trattata l’attrazione fisica e l’amore adolescenziale tra Max ed Allison e la timidezza del protagonista nell’esternare alla ragazza i suoi sentimenti per il timore di non essere ricambiato. Le insicurezze del primo amore, tipiche della giovane età, sono facilmente captabili nei personaggi dei due giovani. In particolare, il tema della verginità viene inscenato con una certa attenzione. Tale stato emotivo più che fisico, all’interno del film, è meritevole d’essere analizzato.

Nell’epoca in cui Winnifred pronunzia il maleficio, la “verginità” era un bene prezioso, una scelta comune, forse obbligata per la maggioranza dei giovani, e aveva un valore di purezza ammirevole nonché consueto rispetto a ciò che avverrà trecento anni dopo. La verginità del protagonista è oggetto d’incredulità per tutti coloro che scopriranno che è stato lui ad accendere il cero. Max sembra quasi rispondere con spavalderia all’ennesima insinuazione di perplessità circa la sua verginità quando si troverà ad affermare: “me lo faccio tatuare sulla fronte che sono vergine se non ci crede”. Sembra quasi che la verginità venga tacciata come un’onta o un che di inusuale dalla gente generalista e buzzurra, come se non avesse più il valore dell’amore vero, da cui deriverebbe la passione fisica, e fosse qualcosa da “superare” quanto prima; l’esatto contrario di ciò che avveniva nell’epoca iniziale del lungometraggio, in cui era sinonimo di candore, innocenza e amorevole attesa. E’ un confronto certamente interessante, trattato con fine ironia e una velata provocazione, la differenza culturale su tale argomento tra l’epoca seicentesca e i “moderni” anni ‘90.

Il parallelismo tra le epoche prosegue circa la festività del 31 ottobre. Le sorelle Sanderson restano sconvolte quando si imbattono in marmaglie di bambini che per strada passeggiano vestiti e truccati da mostri. Le streghe ricordano che un tempo, tali mostri terrorizzavano i piccoli nei racconti popolari. Nella modernità, invece, le paure sembrano essere svanite e sostituite da un tentativo di “imitare” fantasticamente le creature della notte che una volta albergavano negli incubi dei più piccoli.

Hocus Pocus” tratta persino l’amore possessivo che finisce per sfociare nella violenza. Winnifred era innamorata di William, un uomo che lei stessa tramutò in uno zombie perché furente e gelosa delle attenzioni che nutriva nei confronti della sorella Sarah. William, detto Billy, è un morto vivente a cui sono state persino cucite le labbra con ago e filo, in modo che non possa mai parlare al cospetto della sua vecchia compagna. Quando Billy raccoglierà un coltello, taglierà via le cuciture della sua bocca ed espleterà il suo odio nei confronti della donna. E’ un taglio netto ma figurato di liberazione: lo zombie recede i filamenti che lo legavano, come fossero catene, al male della strega.

Dietro la maschera truccata di un grande "mostro" si cela spesso il volto dell'attore Doug Jones.

 

Anche questa sotto-trama è trattata in modo “soft”, mai in modo crudo, ma lascia comunque un alone intrigante, doveroso d’essere approfondito per venire ben compreso. Winnifred con il suo sospetto e la sua possessività ha tolto la vita al proprio compagno, mutandolo in un silente fantoccio al proprio comando, ferendo non soltanto la sua fisicità ma volendo colpire anche il suo libero arbitrio e la sua volontà.

Il rapporto affettivo tra il fratello maggiore e la sorella minore ha una duplice visione: quello tra Thackery e la sorella Emily si intreccia a quello tra Max e Dani. Thackery, condannato a una immortalità dannata come un gatto nero, ricorda all’umano Max di prendersi sempre cura della sorellina. Essa, come tiene a precisare il gatto dal manto scuro, è un affetto prezioso che come tutte le cose più importanti della nostra vita si comprende realmente soltanto quando è stato perduto.

Tutte e tre le sorelle Sanderson sono dotate di una voce incantevole. Nella celebre sequenza del brano “I put a spell on you” la canzone cantata da Winnifred strega coloro che l’ascoltano, irretendoli e trasformandoli in “zombie” incoscienti che danzano senza sosta. Sarah è colei che più delle altre ha una voce melodiosa che adopera per attrarre i bambini. E’ come se le tre streghe abbiano tra le loro corde vocali il dono di un canto delle sirene, che ammalia chi lo ascolta, attirandolo verso il pericolo.

“Hocus Pocus” si consuma con la stessa intensità di una candela accesa. La storia si compie nell’arco temporale di una sola notte, la più lunga, quella di Halloween. Alle prime luci dell’alba si compirà il destino, da una parte o dall’altra. Alla fine saranno i giovani protagonisti a trionfare, e l’alba di un nuovo giorno annienterà il potere delle streghe. Winnifred verrà trasformata in una statua di pietra e Thackery troverà finalmente il suo riposo eterno: morirà e la sua anima varcherà i cancelli del paradiso. Ad attenderlo ci sarà la sorellina, con cui mano nella mano, partiranno per il loro ultimo viaggio.

“Hocus Pocus” è un gioiello del cinema per ragazzi, una perla da gustare ogni anno agli ultimi rintocchi della notte di Ognissanti. E’ un libro da lasciar dormire per tutto l’anno, ma da risvegliare sempre allo svanire di ogni ottobre. Basterà riprendere in mano il volume che custodisce questa storia, attendere che l’occhio si dilati e, una volta che il libro si sarà ridestato, aprirlo e lasciar riecheggiare un altro canto, un nuovo: “Come little Children…”

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Trilli" disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quando ero un bambino e tenevo in mano la VHS de “Le avventure di Peter Pan”, il classico della Walt Disney, sovente, ne scuotevo l’involucro. Speravo, lavorando abilmente di fantasia, che da quella confezione in plastica fuoriuscissero effluvi fatati e polverine magiche. Polveri di fata, per la precisione, granuli di dorata luminescenza, lievi fiocchi di neve di un alone giallastro.  Si trattava, come la fantasia mi suggeriva, di quella stessa polvere di fata che Peter Pan donava ai suoi amici e alla sua Wendy per permettere loro di fluttuare al di fuori della loro cameretta, per volare su nel cielo, verso la seconda stella a destra, per poi proseguire, fino al mattino, alla volta dell’Isola che non c’è. “Chissà se in questa cassetta si nasconde una residua polvere di fata in grado di aiutarmi a volare come un piccolo Peter Pan” - mi domandavo. In vero, quella videocassetta permetteva di volare, seppur non serbava una rimanenza vera e propria di quella polvere fatata. Era la potenza immaginaria della fantasia, quella che il film suscitava con i propri disegni, a permettere al bambino che ero di spiccare il volo. Era inutile continuare a scuotere la VHS con decisione, quando sarebbe bastato inserire la videocassetta nell’apposito videoregistratore e lasciar scorrere il nastro, per far ritorno a Neverland, e volare con la gioia nel cuore…

Il quattordicesimo classico della Walt Disney inizia con una frase recitata da una voce narrante, che spiega come questa storia sia un racconto di ieri come di domani. Un messaggio di natura esistenziale e dalla valenza temporale. “Peter Pan e Wendy” è una narrazione di radice fiabesca, dall’ambientazione favolistica ma dalla morale concreta. Balzare da quell’imprecisato “ieri” e approdare in un misterioso “domani”, e percorrere, se ce ne fosse bisogno, il percorso inverso, già, a ritroso, è possibile e sta alla scelta opzionale di ogni singolo spettatore. L’opera di Barrie, e in egual valore, il lungometraggio della Walt Disney, riguardano tanto il passato quanto il futuro nella vita di ognuno di noi. Da adulti torniamo ad approcciarci a “Peter Pan” con la maturità dell’essere uomini o donne che anelano alla possibilità di rivivere le avventure di un tempo, quando non eravamo altro che bimbi sperduti che a notte fonda si raggomitolano sotto le coperte di un accogliente rifugio celato nelle radici di un grosso albero.

Ripensare ai momenti che precedevano la visione de “Le avventure di Peter Pan”, oggi, quando si è diventati grandi, può generare un solo rammarico, dovuto, per lo più, alla consapevolezza di non essere riusciti a rispettare il volere di un’anziana Wendy, quando in “Hook – Capitan Uncino”, sussurrava ai giovani figli di Peter di smetterla di crescere. Quelle parole che l’anziana nonna pronunciava con gentilezza nei confronti dei bambini dovevano essere carpite come un’esortazione personale. Perdona, cara Wendy, colui che sta fissando su carta queste parole, e perdona anche coloro che le stanno leggendo negli attimi che seguono, perché tutti noi non siamo riusciti a rispettare le tue richieste, ma forse, in cuor tuo, sapevi che non avremmo potuto farlo. Così come lo stesso J. M. Barrie, l’autore di “Peter Pan”, era cosciente della forza immutabile, inestinguibile e universale del tempo. Da bambini diventeremo poi adulti, è la normale progressione della vita.

“Le avventure di Peter Pan” traspone lo spirito avventuroso e visivamente onirico dell’opera originaria, nella quale il sogno di un mondo d’incomparabile bellezza come l’Isola che non c’è avvolge le vicende dei protagonisti come un solo e incommensurabile sfondo che domina la totalità scenografica di un palcoscenico. Eppure, il tutto è trattato con maggiore spigliatezza, con un senso di frivola giocosità, ben lontano dalla cupezza nascosta dell’opera teatrale e letteraria. Una drammaticità occultata sotto le vesti colorate di Giglio Tigrato e degli indiani a cui appartiene, eclissata sotto la maschera arrabbiata e malinconica di Capitan Uncino, e dissimulata nel volo senza fine di quel ragazzo che non vuole in alcun modo accettare di crescere. Nel racconto di J. M. Barrie le inquietudini degli adulti e le paure della fine dell’esistenza impossibile da evitare, vengono incarnate nella crudeltà di Capitan Uncino e miscelate alle avventure dei piccoli protagonisti. Riprendere visione de “Le avventure di Peter Pan” da grandi, evoca la reminiscenza delle aspettative sognanti della fanciullezza, quando la nostra immaginazione indugiava sul nostro futuro e sulle speranze ad esso accomunate.

Quando si è piccoli, si spera di crescere in fretta, quando si è già grandicelli, invece, si vorrebbe, a volte, tornare piccini a riprovare la letizia di un mondo ovattato quale poteva essere quello della fantasia distensiva e senza freno di un bambino. Lo scritto di Barrie è incastonato nell’ineluttabilità del tempo, nella sua scorrevolezza impossibile da arrestare. La sua storia non è soltanto un sogno, è la trascrizione di una fantastica avventura che svanisce come la fiammella di una candela che sta per consumarsi, dinanzi all’inclemenza del tempo, che porta a crescere e, un giorno, a cessare d’esistere. L’infanzia e l’età adulta vengono da Barrie poste a distanza come due piani esistenziali di difficile interazione comunicativa. Ciò non sembra accadere nell’opera della Walt Disney, nella quale il brio sognante è tanto forte da coinvolgere sia il bambino che l’adulto.

“Le avventure di Peter Pan” più di offrire una visione della vita in senso introspettivo, vuol rivolgersi ai fanciulli e in egual misura agli adulti, non facendo però ripensare loro al periodo dell’infanzia come a un momento lontano e di difficile ritorno. Come avviene in “Bambi”, film che fa da raccordo tra l’innocenza dell’infanzia e la futura consapevolezza dell’età adulta, la pellicola disneyana di Peter Pan fa da ponte tra la giovinezza e la maturità, in un tratto percorribile da ambo le parti. Il film vuol far riemergere il bambino che è in noi, quel Peter Pan che sonnecchia nel nostro intimo, pronto a risvegliarsi non appena mira il librare dei protagonisti sopra il Big Ben di Londra. Non vi sono però tracce critiche riservate al freddo e distaccato mondo degli adulti come avviene nell’adattamento originario, questo perché entrambe le fasi della vita vengono quasi accomunate dalla grazia del sogno. Se Barrie, nelle sue intenzioni autoriali, desiderava tracciare una linea di demarcazione spessa e conseguenzialmente ardua da superare tra la gioventù e la maturità, il film della Disney si differenzia dal volere dello scrittore per un uso tradizionale dello stile comunicativo, rivolto in maniera innocente a tutta la famiglia; in special modo a quei genitori che possono tornare a sentirsi bambini, magari, stretti in un abbraccio coi loro figli.

“Le avventure di Peter Pan” è una fiaba Disneyana scandita da musiche di rara soavità, scritta e sussurrata per far risuonare melodie brezzate, inafferrabili ma udibili come vento incanalato tra le fessure di uno spazio ristretto. Musiche leggiadre come l’aria che soffia verso nord, eteree come un bel sogno che scivola via tra nuvole bianche che sopiscono in cielo. Walt Disney affermava: “Se puoi sognarlo, puoi farlo”. Tale motto viene conformato alla figura di Peter Pan e alla magnificenza del suo lungometraggio d’animazione. “Peter Pan” è di fatto la personificazione del sogno, colui che riesce a volare senza l’ausilio della polvere di fata proprio perché fa dei suoi sogni felici la cadenza ritmata di un battito d’ali.

I fondali del film sono dipinti con una resa scenografica meravigliosa, i cui scorci vengono popolati da pirati inferociti. Nei mari bluastri albergano sirene di infinita bellezza e nelle fitte boscaglie, il terreno viene calcato da indiani estremizzati e bimbi sperduti.

Tutti i personaggi sono disegnati secondo una vasta gamma di capacità espressive: a cominciare da Peter, dalla mimica furbesca e dal diabolico sguardo, per passare a Wendy, dal volto dolce e affettuoso, fino ad arrivare al personaggio più emotivo e intenso di tutti: Trilli.

La scia dorata che lascia sul tragitto velato del suo volo, il suo aspetto da giovane e splendida donna contenuto in un fisico da Mignolina, il suo viso ornato da bionde ciocche di capelli e da gote purpuree, il suo battere di piccole ali fatate e quei suoi occhi sprizzanti gelosia, per via di un amore non corrisposto, fanno di Trilli un personaggio semplicemente fantastico, delineato con tratti cromatici di puro incantesimo.

Merita, in questi passi riservati ai personaggi, una menzione speciale l’antagonista del film, Capitan Uncino. Di temperamento afflitto ma dalle volontà esasperate, Capitan Uncino conserva quasi del tutto il fascino malvagio della sua controparte. La sua sconsiderata paura del coccodrillo marino, e quel suo urlo disperato, quando invoca il provvidenziale arrivo del fidato Spugna, sono fonti di alcune sequenze esilaranti entrate di diritto tra le scene più famose della Disney. Al tempo, era per certi versi una novità quella di poter rallegrare e far sorridere i bambini anche con le tragicomiche vicissitudini del personaggio negativo.

Capitan Uncino fu uno dei primi cattivi della Disney ad avere una rilettura brillante e a farsi carico della malvagità intrinseca del suo animo esternandola mediante una maschera triste e insoddisfatta.  Più che un vero malvagio, Uncino sembra un deprimente ritratto di infelicità, di vittimismo. Il Capitan Uncino della Disney è forse il personaggio che più risente del suo essere investito dal peso di ciò che Barrie voleva suscitare col suddetto antagonista: l’incompiutezza di una vita, che trova motivazione nella deprecabile ossessione di uccidere Peter Pan.

Uncino è la paurosa ansietà dell’autore in merito allo scorrere inesorabile del tempo, che ticchetta come un terrore remoto e snervante in quella sveglia inghiottita dal Coccodrillo e il cui suono viene ritmato e mimato dall’espressività famelica del rettile. Come non mai in questo film, grazie a un’animazione laboriosa, la mimica ingorda dell’anfibio viene scandita dal suono della grossa sveglia, come se fosse proprio il tempo, rappresentato con tanto di artigli affilati e sfilze di denti aguzzi, a voler divorare l’anima e il corpo del capitano.

Con “Le avventure di Peter Pan”, la Disney ci ricorda l’importanza di tornare a sognare, di credere in quelle fate che albergano tra i nastri di pellicola di ogni singola videocassetta che custodivamo un tempo nella videoteca della nostra casa.

Forse, oggi, le fatine vivono tra le memorie nascoste di un moderno DVD, il quale, se scosso, continuerà a non rivelare alcuna traccia di polvere fatata; questo perché se vorrete tornare a volare, vi basterà aprire la confezione, attendere che il sipario si alzi, e far ritorno a Neverland. E se malauguratamente non doveste ricordare la strada, potreste sempre seguire una luce dorata che proviene in lontananza: è un vascello pirata rivestito apparentemente “d’oro” che naviga tra un mare di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Aurora e Filippo disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Soffermatevi per qualche istante a immaginare di camminare tra i cunicoli di una grande biblioteca, con centinaia di ripiani su cui riposano migliaia di tomi l’uno affianco all’altro. Negli angoli rimasti vuoti, alcuni volumi sono stati come introdotti per questioni di spazio in maniera caotica, e accatastati l’uno sopra l’altro. E’ la bellezza di questa immaginifica biblioteca, in cui sono custoditi tanti di quei libri riguardanti i racconti popolari, le fiabe più amate, da sembrare quasi infiniti. L’ampiezza delle librerie suddivise in più scaffali, ognuno di essi leggermente piegato dal “peso” della conoscenza, potrà causarvi un effetto claustrofobico. Potrebbe sembrarvi di essere in un labirinto, e per farvi strada dovrete attraversare stretti corridoi. Seguitando ad andare avanti arriverete alla sala grande, rotonda, nel cui centro staglia un leggio che emana una luce intensa, visibilmente dorata, come una bionda ciocca di capelli appartenuta a una principessa delle fiabe. A quel punto dovrete avvicinarvi, e toccare con mano quel libro incantato. La sua copertina è rigida, massiccia come se fosse fatta di un materiale resistente allo scorrere dei secoli, atto a preservare le pagine custodite al suo interno; il tutto appare dorato, con delle pietre simili ad ambre incastonate negli angoli smussati. La scritta centrale recita “Sleeping Beauty”, ed è il libro della bella addormentata nel bosco.

La bellezza del libro con cui il 16esimo classico Disney inizia il suo corso è tanto adamantina da esser meritevole d’attirare le attenzioni di ogni lettore in una fantasiosa biblioteca delle meraviglie. Aperto quel libro, una voce narrante comincerà a colmare le vostre lacune circa il fato della principessa Aurora, figlia del Re Stefano e della Regina Leah…

Per festeggiare la nascita della loro primogenita, Stefano e la sua consorte organizzano una festa dove i loro sudditi potranno portare omaggi alla principessa. All’importante evento giungono anche tre fatine, desiderose di far dono alla piccola di tre magici regali. La fatina Flora, vestita con un abito rosso, benedice la piccola donandole la bellezza, Fauna, che indossa un vestito verde, offre alla bambina il dono del canto. Prima che Serenella, la fatina colorata di blu, possa concederle il proprio dono, arriva a palazzo Malefica, una strega che maledice la piccola con la formulazione di un invalicabile incantesimo: Aurora, il giorno del suo sedicesimo compleanno, si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà. Poco dopo questo terribile presagio, Serenella declama l’ultimo dono per la povera Aurora. La fatina non può impedire che la maledizione si compia ma può sventare, in qualche modo, ciò che la dannazione prevede. Aurora se porrà il suo dito sul fuso dell’arcolaio cadrà in un sonno profondo ed eterno che potrà essere spezzato soltanto se le labbra della fanciulla riceveranno il bacio del vero amore.

Stefano, adirato e impaurito, ordina la distruzione di ogni arcolaio presente nel regno e per impedire che Malefica trovi la figlia, comanda alle tre fatine di portare via Aurora e vegliare su di lei nella casetta di un boscaiolo fino al compimento del suo sedicesimo compleanno. Aurora cresce così tra le amorevoli cure delle tre fatine madrine.

La bella addormentata nel bosco” fu la terza trasposizione della Walt Disney tratta da una fiaba popolare dopo “Biancaneve” e “Cenerentola”. “La bella addormentata nel bosco” è un’opera maestosa, il culmine dell’imponenza artistica votata alla costante ricerca della perfezione tecnica anelata da Walt Disney per tutta la prima parte delle sue produzioni.

L’arte de “La bella addormentata nel bosco” è quella che glorifica i colori. Gli artisti della Disney affondano i loro pennelli su una tavolozza di legno, catturando con ogni atto il colore a tempera prescelto e poi fissato con gesti estremi e precisi sulla tela. Gli sfondi delle ambientazioni prendono forma con tocchi magici e fiabeschi, e persino gotici nella ricostruzione architettonica delle ambientazioni pertinenti a Malefica. Ma come dicevo è l’evocativa potenza di ogni singolo colore a esternarsi e a divenire parte integrante dell’arte filmica. Malefica è vestita di un nero inquietante, proprio come le tenebre, ma la sua aura emana una luminescenza di un verde acceso, dalla parvenza anche sommessamente intermittente, quando si materializza come una sfera avvolta da una fioca luce che attira un’Aurora quasi ipnotizzata. Anche il color viola tende ad essere emanato dal manto iconograficamente demoniaco della strega. Malefica è una delle cattive Disney maggiormente sceniche e angoscianti. Una strega formatasi come spirito maligno tra i meandri agorafobi della fitta foresta, in cui i raggi solari non riescono a trovare neppure un singolo spiraglio tra i fitti sbarramenti creati dai rami acuminati e raccolti a spine. Malefica si manifesta e scompare lasciando sul proprio passaggio un alone tra il verde e il fiammeggiante. Un colore, il suo, che si mostra concretamente per la prima volta quando lei maledice Aurora, avviluppando la futura figura della principessa addormentata con quel medesimo verde che andrà a circondare la sagoma dormiente della bella. Quando Serenella, però, pronunzia il proprio beneficio, Aurora viene circondata da una luce bluastra, o per meglio dire, azzurra come il cielo e la sua figura dormiente appare distesa su un pascolo di nuvole. Vi è quindi una contrapposizione forte tra i colori prediletti, il “verde della dannazione” e il “blu dell’insperata salvezza”.

Malefica è sinistramente teatrale nei suoi movimenti, e volge spesso le braccia verso l’alto per conferire maggiore imponenza al proprio portamento. Ella è un’antagonista che pone valore e significato ad ogni suo gesto. Impostazione vocale e gestuale sono combinate in un medesimo stile espressivo e interpretativo nell’animazione della strega che lascia profondere ad ogni suo passo un carisma che fatica a restare contenuto nella sua intimità segreta.

Se consideriamo in un’accezione analitica la protagonista della fiaba, Aurora, ribattezzata dalle sue fatine come Rosaspina, non possiamo che porre a vaglio il suo essere vittima degli eventi. Aurora viene maledetta per un capriccio della strega, e riceve l’odio della fattucchiera quando ancora non è che una bambina, incapace di comprendere cosa sta accadendo intorno a lei. La sua vita appare così indirizzata da un fato avverso a cui non può sottrarsi. Una volta cresciuta, Aurora è sbocciata come una ragazza di una bellezza celestiale, dai lineamenti delicati e dal portamento aggraziato. I due doni delle fatine si concretizzano così nell’aspetto e nel temperamento elegante della giovane, che diviene la testimonianza vivente della magia. Aurora ama passeggiare nel bosco e la sua voce possiede il potere di incantare gli animali che abitano la foresta, i quali la seguono come stregati dalla nenia melodica dei suoi canti. Un giorno, il principe Filippo, promesso sposo di Aurora, che egli ancora non conosce, si avventura nel bosco in sella al suo cavallo. Come Orfeo, così Filippo mira la giovane fanciulla che non può immaginare d’essere in verità proprio Aurora, tanto armoniosa nei movimenti e leggiadra nei passi di danza che abbina alle tonalità del suo canto, da ricordare la ninfa Euridice.  “La bella addormentata nel bosco” fa della sua protagonista una creatura di garbo angelico, una naiade protettrice della natura, tanto da attrarre gli animali e indurli a divenire “attori” e “personaggi” della scena, i quali interagiscono con lei. Aurora sa rendere le piccole bestiole della boscaglia vive, senzienti e dotate di un canto armonioso per il solo volere della protagonista che con essi si rapporta. Filippo, rimasto folgorato dalla visione della dama, la sorprende romanticamente alla spalle, mentre ella protende le sue braccia orizzontalmente. Aurora ricambia lo sguardo dello sconosciuto e i due si innamorano istantaneamente come in un colpo di fulmine.

“La bella addormentata nel bosco” riflette la semplicistica ma sognante visione del periodo e delle fiabe popolari. I suoi personaggi non hanno personalità complesse, anelano solamente all’amore e allo sposalizio. Apparentemente una pecca nella caratterizzazione dei personaggi, ma se considerati come specchio dei racconti fiabeschi del tempo, è facilmente comprensibile come essi si conformino in maniera eccelsa a ciò che devono rappresentare: l’amore cieco.

Cieco nel senso di incondizionato. Come cieco è stato l’odio perpetrato da Malefica nel suo maleficio, nel medesimo modo è “cieco” l’incontro avvenuto tra Aurora e Filippo. Entrambi non conoscono le rispettive identità, eppure, si innamorano l’uno dell’altra. L’amore travalica l’odio di Malefica ancor prima del fatidico bacio. Al principe non importa conoscere l’identità della giovane che crede sia una semplice contadina e nel medesimo modo Aurora non si interroga circa la regale discendenza dell’uomo. Ancora una volta il destino sembra anticipare le mosse di Aurora, questa volta vittima fortunata degli eventi, i quali la portano ad innamorarsi dello stresso uomo a cui, inconsapevolmente, è già promessa ma che conosce in tutt’altre vesti che la spingono a sviluppare un sentimento sorto in una pura naturalezza. La cecità dell’odio di Malefica, quando ella compì il maleficio sulla piccola innocente, si oppone alla cecità con cui l’amore trova il modo di accrescersi. Sembra aleggiare su Aurora una sorta di provvidenza manzoniana, che porterà il fato della giovane alla salvezza a seguito dell’incontro con il principe. Aurora e Filippo cominciano a ballare, in un’immagine splendida i cui i corpi, in un perpetuo movimento danzante, vengono riflessi nello specchio d’acqua di un lago.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, quando Aurora scoprirà la sua vera origine, cadrà in un sonno eterno, perché punta dal fuso di un arcolaio creato dalle arti demoniache di Malefica. Il corpo della principessa giace addormentato e deposto su di un letto nella stanza del castello. A seguito della tragicità del momento, l’intero reame cade in uno sconfortante sonno. Filippo, per salvare Aurora, dovrà affrontare Malefica, nel frattempo tramutatasi in un drago. Le fiamme esacerbate dal drago serpentiforme conservano ancora quel verde fiammeggiante tipico della strega, che infesta i pressi del castello sbarrando la strada al principe con rami fitti e appuntiti. Sono ritratti maestosi quelli riguardanti lo scontro tra il principe e Malefica, che catturano l’epicità cavalleresca del combattimento che terminerà con la morte della strega.

Una volta arginato il passaggio, il principe raggiunge la principessa. Ne deriva una delle immagini più evocative e meravigliose dell’intero film. Aurora ha un volto delicato come fosse fatto di porcellana, le sue mani poggiate senza vitalità alcuna vicino al cuore reggono una rosa rossa e il biondo dei suoi capelli illumina, come una luce ancora pulsante di speranza, il viso della fanciulla cinto della splendida “corona regale” donatale dalla natura. Filippo bacia Aurora che dischiude poco dopo i suoi occhi.

Aurora e Filippo convolano a nozze e riprendono a ballare nella sala grande del castello, dinanzi a tutti gli invitati, in un clima festante. Le fatine, però, scontente in merito al vestito indossato dalla giovane, cominciano con le loro bacchette a mutare il colore dell’abito della principessa, che passa, in un’alternanza sgargiante, più e più volte, dal rosa al blu. Ancora una volta i colori vividi catturano gli sguardi di noi spettatori, rubando le nostre attenzioni visive che si perdono su quei movimenti ballerini nel mentre il libro gira la sua ultima pagina.

“La bella addormentata nel bosco” è un classico la cui bellezza è perdurata nel tempo, dal ritmo compassato ma dal valore universale. Tecnicamente ineccepibile, splendente e prezioso come un libro dorato rimasto d’immutata bellezza come il primo giorno in cui venne sfogliato e letto. Ecco perché credo sia meritevole di restare al centro di una sala grande nella biblioteca di fantasia più importante del regno magico.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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C’era una volta…”,  basta che si pronunci la piccola formula, e già ci sentiamo nel mondo delle fiabe, con i suoi personaggi misteriosi e benefici, ma anche malvagi, i talismani, le bacchette magiche, i tappeti volanti e le bambinaie che volano senza ricorrere neppure al tappeto, basta solamente un ombrello. Già, come se con gli ombrelli si potesse volare!

Avrete di sicuro capito di chi sto parlando. Già, proprio di lei, di Mary Poppins. La tata più famosa di sempre. Una tata del tutto particolare, di quelle che non se ne vedono tante in giro. Anzi, direi proprio nessuna, perché c’è solo lei. Mary Poppins è unica!

Mary Poppins è diventato un film nel 1964, diretto da Robert Stevenson, tratto da un romanzo di Pamela Lyndon Travers. Walt Disney impiegò vent’anni prima di convincere la Travers a realizzare un film da quel suo romanzo. La sua costanza fu premiata, come dicevo appunto, nel 1964. E fu un successo senza precedenti, benché fino all’ultimo l’autrice rimase alquanto scettica che il film potesse rendere giustizia al suo personaggio particolare.

Il lungometraggio racconta le avventure di una tipica famiglia londinese degli anni Trenta, i Banks, che un giorno assume per i suoi due bambini una straordinaria governante di nome Mary Poppins. Mary all’aspetto è una normale donna. In realtà è un essere straordinario, capace delle più strabilianti magie. La caratteristica del film è proprio la naturalezza con cui l’irrazionale e lo straordinario entrano di soppiatto nel quotidiano.

Contrariamente a quanto possa sembrare i veri protagonisti del film non sono i bambini ma gli adulti. Se ci soffermiamo un attimino a pensare ci accorgiamo che Mary Poppins agendo sul temperamento di Jane e Michel, i due bambini ritenuti irrequieti, in realtà giunge a mutare il modo di pensare e d’agire dei grandi, a modificarli e trasformarli, facendo diventare un po’ più bambino qualcuno e un po’ meno qualcun altro. La morale è talmente chiara ed evidente nel film da non farcene quasi rendere conto. Salta subito agli occhi che per essere felici basta solamente  essere ricchi, amati e baciati dalla fortuna. Non serve altro. In effetti però non è affatto così. E lungo lo scorrere del film questo viene fuori in tutta la sua disarmante verità e presa di coscienza. Occorre dunque cogliere tutte le sfumature della vita che agli occhi dei due piccoli protagonisti neppure esistono e guardare il mondo per quello che realmente è.

Mary Poppins è un bellissimo film musicale, una commedia per tutte le età, e nonostante siano passati parecchi lustri dalla sua prima apparizione sul grande schermo può sempre rappresentare un buon punto di partenza per analizzare il tema dei metodi educativi, il ruolo dei genitori e le aspettative dei figli in seno alla famiglia. La prima scuola di socialità è appunto la famiglia, è il luogo natio, è lo strumento più efficace di umanizzazione perché collabora alla costruzione della società e alla trasmissione dei valori e dei principi.

Il concetto spesso ripetuto da Mary Poppins, e cioè “Non giudicare mai le cose dal loro aspetto” ci pone davanti un quesito filosofico. Con questa frase la bambinaia ci fa correre con la mente al pensiero di Platone e di Schopenhauer, due filosofi che mostravano una spiccata diffidenza verso la sfera dei fenomeni empirici, così come viene immediatamente suggerito dai sensi. Un film, Mary Poppins, che dal lontano 1964 riesce ancora a entusiasmare chi lo guarda. Con il suo racconto lineare, descrive un mondo da sogno, assolutamente fantastico, che, in frangenti razionalmente inverosimili, conduce lo spettatore nel più profondo dei percorsi introspettivi, palesando quanto la fantasia, l’assoluto potere dei sogni, in cui tanto confidava Walt Disney, possa modellare la realtà.

Mary Poppins si rivolge al cuore ma anche alla mente dello spettatore. Questa straordinaria bambinaia piovuta dal cielo, che nel dire le cose le dice cantando, ma che sa all’occorrenza essere anche risoluta e fascinosamente sopra le righe, si farà beffa della caducità della vita con la sua splendida voce, le sue arti magiche, le sue trovate, soprattutto con la sua grande umanità. Mary Poppins è l’icona della fantasia, la personificazione del sogno, la perseveranza di Walt Disney e della bontà del suo profondo progetto. E’ un film bellissimo, senza eguali. Non una scena, non una sequenza, né tantomeno una battuta è messa lì per caso o solo per metterla, per riempire uno spazio, per dar libero sfogo a esigenze di mercato. Ogni frase, ogni dialogo, ogni battuta rende armonioso il disegno originario, completa l’ingegno creativo e ne soddisfa l’intento. E lo dimostrano le tantissime testimonianze che a cinquant’anni dalla sua prima uscita lo vedono ancora protagonista delle serate casalinghe.

Mary Poppins è un cult dal primo soffio del vento dell’Est all’ultimo aquilone che solca l’aria nell’azzurro del cielo. Una scena di pregevole fattura è quella degli aquiloni in cui la spensierata canzone, che da fanciulli resta tale, qui prende significati molto più profondi e intimi che arrivano diritto al cuore dello spettatore.

Il fascino di questo film non sta solamente nei segreti della singolare bambinaia ma in tutto il complesso delle emozioni, degli stati d’animo, delle sensazioni che come un caldo abbraccio ti raggiunge e ti riempie di pacata beatitudine. Che dire poi della vecchina dei piccioni? Arte allo stato puro! Piccole e grandi emozioni capaci di provocare lacrime vere e candidi sorrisi.

Il film vinse cinque Premi Oscar: miglior attrice protagonista, (Julie Andrews), miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior colonna sonora, miglior canzone.

Venne nominato al miglior film, alla miglior regia, alla migliore sceneggiatura non originale, migliore fotografia, migliore scenografia, migliori costumi, miglior sonoro, miglior colonna sonora adattata.

Julie Andrews vinse anche il Golden Globe come miglior attrice.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il personaggio dei fumetti per antonomasia è senza dubbio Topolino. Se non  altro è il più conosciuto e il più amato.

E, infatti, il primo personaggio della banda Disney, destinata poi a diventare leggenda, nacque nel 1927. Si racconta che, per crearlo, Disney si sia ispirato a uno dei tanti topi che frequentavano il suo ufficio, quando egli lavorava come disegnatore per una rivista di Kansas City. Si trattava di un simpatico animaletto che aveva raggiunto una tale familiarità con lui tanto d’arrampicarsi quotidianamente sul suo tavolo da disegno.

Il debutto assoluto del personaggio avvenne l'anno dopo, nel 1928, nel cortometraggio Steamboat Willie, uno dei primissimi cartoni animati a fare uso di audio sincronizzato.  Con l'avvento del sonoro Topolino acquistò la voce. Topolino che parlava suscitò entusiasmo tra il pubblico e così nel 1930 dallo schermo passò ai fumetti, assieme a tutta una serie di altri personaggi, che vanno da Pippo a Pluto, da Clarabella a Orazio, a Pietro Gambadilegno.

La prima, storica immagine di Topolino.

 

All’inizio era un animaletto dispettoso e furbastro che si metteva sempre nei guai, finendo sovente per restare vittima delle sue stesse trappole che disseminava in giro. Ben presto però ebbe una prima trasformazione, divenendo un personaggio positivo, onesto e leale. In questa nuova veste Topolino incarnava l’americano medio, colui che aveva piena fiducia nella giustizia e grande sostenitore dell’intraprendenza individuale. Egli appagava il bisogno di avventura e gli dava conferma della veridicità della sua superficiale visione del mondo, ben diviso tra onesti e maligni. Vizi e virtù rimanevano confinati in una sorta di spazio intermedio. Grande valenza assume l’amicizia, un sentimento ancor più evidente dell’amore.

Pippo è il migliore amico di Topolino. A differenza di Topolino, Pippo è alto e dal passo dinoccolato, ed è altresì ingenuo, distratto, sognante e goffo. Pippo con la sua amicizia trascina il più raziocinante Topolino nella verve di un'avventura marcatamente fantasiosa.

 

Tra i vizi vi si riscontrano il furto, il rapimento e la truffa, tutte colpe contro la ricchezza e il possesso. Mancano i gesti d’eroismo, ma questo è più che comprensibile, perché ciò introdurrebbe il fattore tragico della morte che deve comunque rimanere estranea, anche come ipotesi, al mondo dei fumetti per salvaguardare l’immortalità e l’eterna giovinezza dei personaggi. Al lettore bisogna sempre tranquillizzare l’animo.

Topolino apprendista stregone in "Fantasia" del 1940. Topolino appare come un dispensatore di magia fantastica e pura.

 

A partire dal 1939 Topolino subì profonde modifiche, sia nel disegno che nelle vicende, tipiche di un detective moderno, paladino del sistema politico vigente di cui esegue fedelmente i comandi senza farsi né fare domande. E’ diventato, dunque, una sorta di macchina automatica. Nell’evoluzione del personaggio si rispecchiano i cambiamenti della società americana i cui valori hanno subito un marcato processo di involuzione: dall’esaltazione dell’iniziativa individuale al culto dell’obbedienza passiva e rassegnata.

Copertina italiana del fumetto "Topolino" con il personaggio vestito dal sommo poeta Dante Alighieri.

 

Ancora oggi Topolino continua a deliziare con le sue avventure adulti e piccini. Non di rado è possibile trovare in allegato al fumetto parti da assemblare per la costruzione di qualche oggetto in miniatura, sia esso un’automobile o una moto o addirittura un’imbarcazione. Questo espediente, anche se non coinvolge la famiglia tutta intera, di sicuro contribuisce a rinsaldare il legame padre – figlio, di cui oggi, più che in passato, se ne avverte forte la necessità.

Quando si scorge la figura di Topolino non si può far altro che fermarsi a riflettere su quanto un singolo personaggio sia stato fondamentale nella creazione di un mondo fantastico. Disney volle sempre rammentare a tutti che ciò che era diventata la "Walt Disney" lo si doveva a un singolo personaggio, che riuscì a far brillare in cielo, per la prima volta, la stella di questa "casa" da cui fuoriuscirono meraviglie visive e immutate. Topolino fu il primo dei "figli" di Walt Disney, e da lui derivarono creazioni che, senza il suo successo, non avremmo potuto altrimenti mirare.

Tutto ebbe inizio...con un Topolino.

Redazione: CineHunters

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Una sirena disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Fasciame distrutto, remi trasportati dalle correnti, cadaveri abbandonati su delle assi di legno e infine un relitto fantasma, un tempo vanto e orgoglio della marineria, una possente nave che solcava le acque più burrascose, lasciato adesso navigare senza meta, a trovar riposo sottomesso al volere di Poseidone. Erano questi i tetri scenari che le Sirene lasciavano sul loro cammino nei passi della mitologia arcana. Esseri dalla cui voce nasceva un soave e ammaliante canto, che stregava chiunque lo ascoltasse, le sirene erano sensuali creature marine, e il loro corpo rappresentava una irresistibile seduzione per i marinai, che nella solitudine dei loro viaggi, cedevano alla follia del loro richiamo. Accecati nei pensieri, gli uomini tra le braccia delle sirene trovavano la morte e conducevano le loro navi alla rovina. Bellissime in viso quanto sinistre e diaboliche nella mente, le sirene erano degli ibridi ittiomorfi: straordinariamente femminile il loro volto e metà del loro corpo, dalla vita in giù, invece, una coda pinnata si dipanava oltre modo, consentendo loro di nuotare liberamente in mare aperto. Lunghi capelli ne cingevano il magnifico viso coprendo talvolta il seno nudo, mentre gioielli serpentiformi e monili dorati, certamente trafugati dai relitti, ne ornavano le braccia. La coda era imponente nonostante sembrasse leggerissima alla vista, quando veniva mossa con estrema naturalezza e leggiadria. Probabilmente nel solcare le acque talvolta strofinavano le code sul fondo del mare, catturando perle preziose che aderivano alle loro squame senza più staccarsi, fornendo alle sirene una lucente pelle riflettente. Nonostante tra le onde trovassero l’ambiente naturale nel quale muoversi perfettamente, le sirene riuscivano ed adagiarsi anche sulle rive, traendo conforto e piacere nello sdraiarsi sugli scogli, venendo accarezzate dagli schizzi dei fluttui che, scontrandosi con le rocciose pareti, bagnavano i loro corpi. Quando avvistavano una nave all’orizzonte cominciavano a far echeggiare il loro dolcissimo canto, e una volta che i marinai soggiogati indirizzavano le vele verso la loro isola, le sirene si immergevano in acqua nuotando verso la prua della nave. Lasciavano i loro corpi semi sommersi, mostrando solo il tronco nudo, generando così un turbinio di passione a tutti coloro che le osservavano attoniti. Nelle mente degli uomini quei melodiosi canti ricordavano quanto di più tenero e allettante i loro pensieri potessero rammentare: il sorriso di una madre perduta, la risata delle fanciulle di un tempo e il bisbiglio all’orecchio di una sposa lontana che invocava il marito, distesa su di un morbido letto. Gettandosi in mare i marinai ponevano i loro sguardi senza sosta alla disperata ricerca di quelle creature cosi incantevoli e belle, per nulla coscienti che in quegli istanti la loro fine giungeva implacabile dal fondo del mare: mani misteriose infatti afferravano le gambe degli stolti e li trascinavano verso una morte sicura. Sulle rive opposte, raccolti i corpi ormai privi di vita, le Sirene riempivano l’aria con l’eco di una nenia malinconica, sentenziando un mistico funerale di congedo.

E’ questa che ho raccontato con sentito trasporto la descrizione più classica del mito delle sirene. Una rievocazione descrittiva valevole fino al 1837, quando il genio letterario di Hans Christian Andersen rese partecipi i propri lettori di un capolavoro destinato a mutare per sempre ciò che si poteva immaginare sulle sirene. Non erano più soltanto creature sensuali e bellissime, seducenti e fatali. Le sirene con Andersen erano donne sognanti e innamorate, creature dall’animo puro e incontaminato, anime cristalline, capaci di amare incondizionatamente. Con la fiaba dell’autore danese, le sirene divennero universalmente conosciute anche come delle essenze femminili di armoniosa grazia.

Hans Christian Andersen

 

Protagonista della fiaba più famosa di Andersen è una Sirena, o meglio, una Sirenetta, tanto gentile, tanto bella, ma anche tanto sfortunata. La storia della Sirenetta ha qualcosa che non si trova di solito nelle altre fiabe: non mette solo in moto la nostra fantasia, la nostra immaginazione, mette in moto soprattutto il nostro sentimento. Il nostro cuore soffre e si rattrista per la giovane Sirena così dolce e delicata, e così pronta al sacrificio. A un sacrificio che le costa la rinuncia al canto e alla parola e la costringe a una continua sofferenza fisica. Ella cerca la felicità nel mondo degli uomini e, quando si accorge che non può realizzare il suo sogno d’amore, diventa una magnanima dispensatrice di bene e d’affetto per colui che, senza saperlo, l’ha fatta tanto soffrire.

La Sirenetta per il suo modo di sentire, è veramente una creatura umana, appunto per questo Andersen ha immaginato per lei, come premio, come ricompensa, un’anima immortale. Una fiaba irreale per le vicende narrate, vicissitudini che sono fuori dalle nostre possibilità, ma sono reali per l’umanità dei personaggi e per i loro caratteri così vivi, così autentici, così veri. Basti andare con la mente alle scene in cui la Sirenetta pensa mestamente ai suoi cari: le sorelle che cantano un triste canto per averla perduta; il Re e la nonna che da lontano tendono il braccio sconsolati. Più che un particolare di una scena fiabesca, sembrerebbe una scena da figurarsi in un dramma, in una tragedia di quelle che creavano gli antichi Greci, tutti dominati dal sentimento di un destino doloroso, avverso che non si può vincere. Chi va a passeggiare lungo il mare che bagna Copenaghen può vedere su un grosso masso, accarezzato dall’onda che fluttua sommessa, una fanciulla di bronzo che guarda, seduta, lungo il lontano orizzonte. E’ il monumento alla Sirenetta, la soave protagonista dell’omonima fiaba.

Le fiabe Anderseniane hanno una grande ricchezza di motivi; improntati a una eccezionale immediatezza d’intenzione psicologica, si sviluppano in una narrazione sobria e limpida, inconfondibilmente ritmata, dove uomini e animali si esprimono in un mondo in cui è infranta ogni barriera tra realtà e fantasia. Scriveva Andersen: “io scelgo un tema per gli adulti e lo racconto ai bambini, tenendo presente che il padre e la madre ascoltano e bisogna farli riflettere un poco”.

Il vero carattere della Sirenetta è descritto da Andersen con dovizia di particolari, specialmente psicologici che di solito si riscontrano nei personaggi delle fiabe. L’autore ha voluto puntare alla ricerca delle emozioni e dei sentimenti del personaggio, creando una figura malinconica e sensibile, altruista e decisa, che nel corso della narrazione vediamo crescere e maturare. Una volta diventata persona umana la sua vita è un alternarsi di speranze e delusioni. Il principe, dal canto suo, la tratta come un trastullo, come un cucciolo a cui voler bene e la fa stare accanto a sé solo perché gli ricorda un’altra ragazza, quella che egli crede l’abbia salvato. Quando la Sirenetta scopre la vera identità della promessa sposa del principe sprofonda nella tristezza più cupa, e malgrado la sua angoscia augura ai due giovani ogni felicità, continuando a sorridere pur sapendo che allo spuntar del sole si trasformerà in spuma del mare. E poi quando le sorelle le mettono in mano il coltello con cui dovrà uccidere il giovane principe per salvarsi, la Sirenetta, raggiunge l’apice della sua umanità, gettando in mare il pugnale e affrontando così il suo crudele destino.

A differenza delle altre fiabe, che di solito si concludono con la famosa formula … “E vissero tutti felici e contenti”, nella Sirenetta siamo in presenza di un finale triste, sconvolgente, anche se intriso di profonda morale. In effetti la Sirenetta è solo apparentemente una fiaba, Andersen ha usato alcuni elementi del fiabesco come appiglio per narrare un’affascinante, ma di certo malinconica, storia d’amore.

Andersen impresse il proprio dolore su quei fogli di carta, la sua vivida sofferenza emotiva nella parole che rinarravano il triste fato della Sirenetta, perpetrando un finale dal distacco prostrante che innalzò a emblema imperituro di quel senso di profonda insoddisfazione che egli provava e di quel dolore che ne torturava l’animo.

La Sirenetta Ariel disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Nel 1989 la Disney distribuì nei cinema di tutto il mondo “La Sirenetta”, il primo classico del cosiddetto “Rinascimento Disney”. Ispirato alla fiaba scritta da Andersen, il lungometraggio d’animazione mutò alcuni punti chiave della storia, donando alla protagonista, nel film battezzata con il nome di Ariel, che richiama lo spirito dell’aria di William Shakespeare, un lieto fine. Fortunatamente, permettetemi di scriverlo, sebbene la storia di Andersen sia assolutamente perfetta, un vero elogio alla sua fantasia creativa in grado di far riflettere sulla tragicità di una fiaba che mescola interpretazioni velate sulla realtà, il finale dell’opera è incredibilmente straziante. Un film che riadattasse il racconto restituendo alla Sirenetta un atto conclusivo sereno e felice fu un vero e proprio “dono” che la Disney offrì non soltanto alla sua protagonista ma a tutti i fan (come il sottoscritto) che amano la fiaba originale e che, pur rispettando il supremo volere dell’autore, provano un senso di profonda angoscia, memori di un finale dalla drammaticità devastante, e che grazie al lungometraggio Disney poteva adesso essere analizzato da una prospettiva tutta nuova.

“La Sirenetta” ebbe il merito di conferire nuova e preziosa linfa vitale alla Walt Disney, reduce da un periodo di magre consolazioni e modesti risultati di critica e di pubblico. Il film diretto da John Musker e Ron Clements fece da apripista al periodo di successi sfolgoranti che dureranno per tutti gli anni ’90: “La Sirenetta” fu a tutti gli effetti la “madre” che generò una luce nuova, chiara e raggiante che illuminerà la Disney per il successivo decennio.

Il film narra naturalmente la storia di Ariel, una sirena del mare, principessa degli abissi, figlia del Re Tritone.  Per disegnare il fisico slanciato e armonico della Sirenetta, gli animatori si ispirarono ad Alyssa Milano, famosissima in Italia come Phoebe nella serie tv “Streghe”. Ariel è una sirenetta di sedici anni dai folti capelli rossi, che nuota sul fondale marino insieme al dolce Flounders, un pesce color giallo e azzurro, e Sebastian, un granchio rosso, consigliere del padre e figura protettiva nei confronti della giovane. Ariel raccoglie spesso oggetti dispersi dagli umani in mare, ella è mossa da una profonda curiosità verso gli uomini, anche se il contatto tra le creature del mare e gli umani è assolutamente proibito dal regno da cui proviene. I canti musicali del film servirono per l’esposizione canora dei sentimenti dei protagonisti. Ariel canta i suoi desideri, ma anche i suoi sentimenti, poggiandosi su di uno scoglio e inarcando il proprio corpo all’indietro e verso l’alto, mentre la marea si scontra con la parete rocciosa: ella esprime il proprio volere di essere libera e intraprendere la vita che vorrebbe sulla terra insieme al suo amato. La protagonista anela a una libertà e canta tale volere in un modo che verrà, ad esempio, ripreso ne “Il gobbo di Notre-Dame”, quando Quasimodo canterà l’ardente desiderio di essere liberato dalla prigionia della cattedrale per uscire fuori. Le canzoni de “La Sirenetta” servirono altresì per tracciare l’amore che le creature del mare riservano al loro mondo nella celebre “In fondo al mar”, splendida melodia che traccia le meraviglie nella vita sul fondo del mare e le differenze rispetto ai pericoli del “mondo esterno.” “La Sirenetta” ebbe il grande merito di aver ripristinato le parti musicali come elementi essenziali e peculiari dei migliori classici Disney. Grazie alle proprie musiche il film vinse due premi Oscar, per la migliore colonna sonora e la migliore canzone, un qualcosa che si ripeterà più volte per le successive opere della Disney, che per le parti musicali impiegherà sempre sforzi massimi per garantire una resa sempre di altissimo livello.

Ne deriva un’immediata demarcazione adoperata nella storia della Sirenetta, ovvero quella tra il mondo degli abissi e quello al di sopra della superficie, ovvero quello degli umani. Se gli umani nutrono una curiosità prettamente scientifica verso ciò che è ignoto ed eseguono una ricerca per conoscere ciò che si cela tra gli abissi dell’oceano, Ariel, un essere per noi così unico e raro, così bello e incantato, desidera conoscere ciò che si trova al di là della superficie. Dal punto di vista degli spettatori è curiosa l’empatia che si sviluppa nei confronti della protagonista, una creatura “fantastica” che mira a voler diventare “normale”. Ariel, infatti, si innamora del principe Eric, un uomo che mira per la prima volta su di un’imbarcazione alla deriva e che salva da morte certa, portandolo fino alla riva e rincuorando il suo spirito dimesso cantando per lui. Eric non può vederla perché ha perso i sensi e conserva i suoi canti nel suo cuore e nella sua mente.

Se gli umani volessero nel profondo conoscere una realtà così magicamente possibile come quella in cui vive Ariel, ella, dal canto suo, desidera ardentemente diventare un’umana, abbracciare il nostro mondo e camminare con le sue gambe sulla superficie terrestre. Ne consegue una flebile interpretazione su come la conoscenza colpisca il sentimento ancor prima della razionalità, spingendo questi alle volte spiriti appartenenti a mondi opposti a volersi incontrare. L’avvicinamento tra Eric e Ariel è l’incontro tra due razze diversificate eppure così accomunate dal medesimo sentimentalismo che ci rende pressoché unici.

E’ curioso notare come l’incontro tra Ariel e Eric rimandi ai classici miti delle sirene cui facevo cenno inizialmente: Ariel emerge dalle acque verso una nave prossima ad affondare ma non è una creatura malvagia, pronta a uccidere i naufraghi. Ariel è una dama del mare d’impareggiabile bellezza e d’inconfondibile sensibilità emotiva. Il suo canto non è un’irresistibile manifestazione atta a stregare le sue prede, è invece un dolce conforto che ella riserva all’amato. Una diversità che cambia i classici approcci delle sirene dei miti rendendoli profondamente simili a quelli voluti da Andersen.

La sirenetta, pur di poter incontrare nuovamente l’uomo, stringe un patto con Ursula, la diabolica strega del mare, rappresentata nel film come una gigantesca piovra dal viso e dal tronco umano, che le dona le gambe privandola però della sua incantevole voce. Ariel dovrà farsi amare dal principe e dovrà riuscire a farsi dare un vero bacio poco prima che tramonti il sole al terzo giorno. In caso contrario sarà condannata a tramutarsi in un essere consumato, e unirsi ai tanti altri mutati in simili sembianze e ingannati dalla strega. Ursula è una piovra viscida dai tentacoli subdoli e pericolosi che sembrano rappresentare metaforicamente le brame di potere cui mira la strega del mare. Un essere in grado di catturare e assoggettare tutto ciò che lo circonda con l’oscurità delle proprie armi tentacolari. La strega del mare è un essere neutrale nell’opera di Andersen ma nell'adattamento cinematografico è l’antagonista principale della storia, dal riso sardonico e dalla fisicità corpulenta, uno dei cattivi più sinistri, e inquietanti mai realizzati dalla Disney.

Ariel incontra così Eric restando perennemente muta, non potendo comunicare con lui se non con i gesti e i suoi sguardi. Tra i due comincia a sbocciare un forte sentimento.

Ursula cova odio nei confronti della bella Ariel, e trasformandosi in umana, usufruisce della voce della Sirenetta per ingannare Eric, cancellandogli la memoria fino a convincerlo che la donna ad avergli salvato la vita sia stata lei. Eric sembrerebbe prossimo a innamorarsi della strega, condannando la povera Ariel a trasformarsi nuovamente in sirena.  Alla fine Ariel riuscirà a sconfiggere Ursula, e suo padre, mosso a compassione e colpito dall’amore provato dalla figlia, decide di trasformarla in umana. Eric, ricambiando l’amore di Ariel, la sposa a bordo della sua nave poco prima di partire verso l’orizzonte.

“La Sirenetta” fu un capolavoro animato che trattò splendidamente il tema del diverso e l’incontro tra due mondi attraverso un amore corrisposto e dal valore ineluttabile. Non solo il ritmo è cadenzato argutamente, e i personaggi sono caratterizzati a dovere, ma è lo sforzo nel ricreare un’animazione innovativa e dal dettaglio curatissimo che fece de “La Sirenetta” un classico di raffinata pregevolezza. Il tratto artistico con cui venne “dipinto” il mondo sottomarino fu una resa scenica di assoluta magnificenza che “immerse” gli spettatori tra i fondali di una realtà che avrebbero dovuto scoprire con tanta indiscrezione, nell’esatto modo in cui Ariel scopre lentamente il mondo che tanto desidera. Venne adoperato uno sforzo mastodontico per l’animazione, con l’elaborazione di oltre un milione di bolle ben visibili ogni qualvolta i personaggi parlano sott’acqua, ma è la luce la quintessenza della finezza e della ricercatezza nel ricreare la minuziosità del dettaglio scenico: come fosse un quadro di Caravaggio, non c’è dato vedere da che punto con precisione arriva il fascio di luce, lieve ma comunque abbastanza luminoso da rendere le profondità del mare ben visibili. I personaggi nuotano nei fondali, dove il buio dovrebbe essere preponderante, ma la luce seguita sempre a irrompere dall’alto, da più parti che possiamo soltanto immaginare. E nelle profondità sono i colori degli oggetti, della flora e della fauna marina a ravvivare l’ambientazione, come se le stesse creature del mare donassero vivezza e colore alle tavolozze artistiche del film. Nell’oscurità degli abissi gli esseri viventi sono i colori luminescenti capaci di esprimere la vitalità dell’esistenza in fondo al mar.

“La Sirenetta” della Disney, sebbene non conservi la drammaticità e l’impressione tragica del corso e del finale dell’opera letteraria, mantiene una decisa tensione emotiva e analizza con garbo e gentilezza un amore impossibile che diventa attraverso un percorso di rinunce, sofferenze e rischi, splendidamente possibile.

L’adattamento cinematografico della Walt Disney, oltre a poter essere naturalmente paragonabile a “La Sirenetta” di Hans Christian Andersen, poiché derivante dalla fiaba dello scrittore danese, può fungere da ultimo tassello del puzzle, e adempiere ad un completamento.

Personalmente immagino Ariel, viva e in salute, volgere il proprio sguardo sulla superficie dell’acqua rischiarata dal sorgere del sole mattutino, e in quei riflessi tra le onde, proprio in quell’istante, quando la brezza soffiando dolcemente le sposta i rossi capelli, ella riesce a rimirare il volto della Sirenetta di Andersen. Un viso che si delinea nei riflessi di un mare che trasfigura se stesso come fosse un portale su un’esistenza parallela. Entrambe nelle mie fantasie incontrano i rispettivi sguardi, e la Sirenetta, prossima a tramutarsi in spuma del mare può, per un solo e meraviglioso istante vedere “se stessa” felice e contenta, essendo riuscita a trovare l’amore che tanto aveva desiderato.

Poco prima di scomparire tra il movimento delle onde, la Sirenetta può avvertire il conforto che la “se stessa” di una realtà, poi non così distante, è riuscita a scorgere e vivere nell’amorevolezza terrena. Ariel può così anch’ella mirare la Sirenetta disfarsi in bolle, e comprendere quanto il dono che è riuscita a cogliere sia prezioso.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Anni addietro lessi una meravigliosa poesia di Charles Baudelaire intitolata “L’albatros”. L’albatros è un candido uccello marino dalla grande apertura alare, maestoso e ed elegante quando solca in volo la superficie del mare. Il componimento di Baudelaire tratta di marinai che catturano uno splendido esemplare di albatros, e quando viene deposto sulle tavole dell’imbarcazione improvvisamente perde tutta la sua maestosità divenendo addirittura impacciato e goffo. Le agili ali che gli permettevano di volare divengono sulla terra dei pesi insopportabili da poter reggere. L’albatros, precedentemente ammirato nel suo volo, viene adesso deriso dai marinai per la sua difficoltà a muoversi a bordo del bastimento. Il poeta paragona la figura dell’Albatros a se stesso, vittima di ingiurie da parte dei popolani. La prima volta che lessi i versi di quella lirica mi venne naturale accostare l’albatros di Baudelaire, come in una specie d’assonanza, alla figura cinematografica di Dumbo. Come l’albatros, signore del cielo, appare frastornato così anche il minuto elefantino sulla terraferma si muove con difficoltà. Le grandi ali dell’albatros come le grosse orecchie di Dumbo impediscono un movimento coordinato, perché entrambi questi due esseri sono destinati a librarsi alti nel cielo. Per Dumbo, però, la vera particolarità è da riscontrarsi nel fatto che esso, pur essendo un animale terrestre, riesca a trovare il suo “mondo prediletto” su nel cielo.

A notte inoltrata, in un cielo stellato, uno stormo di cicogne volteggia su di un grosso tendone da circo. Planando in prossimità delle gabbie in cui riposano gli animali, le cicogne lasciano cadere dolcemente dei cuccioli tra le braccia accoglienti dei neogenitori. Un’elefantessa dall’ampia cuffia rosa e con un drappo azzurrastro che le copre la schiena, da tutti chiamata “signora Jumbo”, attende con impazienza che una cicogna giunga proprio sulla sua caustica dimora; ma sarà questa un’attesa destinata a non trovare il compimento desiderato. L’indomani il circo chiuderà i battenti in quella località e si sta già provvedendo a caricare gli animali sui vagoni del treno alla volta della nuova destinazione. Ed ecco una cicogna in evidente ritardo fermarsi qualche istante su di una nuvola e poggiare su di essa un cucciolotto avvolto in una calda coperta. La cicogna legge con attenzione la mappa che ha con sé per capire dove si trovi con precisione la signora Jumbo, a cui deve recapitare una “consegna” alquanto importante. Nel frattempo il peso del nuovo nato crea non pochi problemi alla cicogna la quale deve più volte riacciuffarlo in extremis prima che esso precipiti definitivamente giù dalla nuvola. Ogni qualvolta rivedo questa scena, e mi succede ancora oggi, mi sembra di vedere con una certa qualità d’immagini, suoni, gesti e schiamazzi di un qualsivoglia pubblico intento a urlare alla cicogna di voltarsi il più in fretta possibile per afferrare il “pargoletto” prima che vada giù. La cicogna si fa nuovamente carico di questo dono speciale e si getta all’inseguimento del treno oramai in movimento. Raggiunto il vagone in cui si trova la signora Jumbo, la cicogna le offre il panno in cui è ancora avvolto l’elefantino che la mamma chiamerà Dumbo. Il piccolo ha due bellissimi occhioni azzurri e con essi comincia a scrutare il mondo circostante, a osservare ciò che gli sta accanto. Dapprima sorride a sua madre, poi alle altre elefantesse lì presenti a cui accenna una seconda espressione gioviale. Uno starnuto improvviso di Dumbo fa sì che le sue orecchie si liberino e si mostrino in tutta la loro effettiva e ingombrante rarità. Questa stravagante peculiarità del suo aspetto non viene affatto gradita dalle altre elefantesse che iniziano a deriderlo per la bislaccheria di tali orecchie a sventola. La madre, infastidita dal borbottare sommesso delle altre elefantesse, raccoglie con la sua proboscide Dumbo e lo allontana così dagli sguardi indiscreti e maliziosi delle presenti. Dopodiché comincia a cullarlo con quell’amore sincero e incondizionato che solo una madre sa dare.

“Dumbo” venne proiettato nei cinema di tutto il mondo nell’ultimo trimestre del 1941. Durava poco più di un’ora. Il che fece esitare inizialmente molti distributori che manifestarono a Disney l’intenzione di distribuirlo come un “B-movie” o, in alternativa, come un cortometraggio. Disney rifiutò categoricamente di denigrare in qualche modo la sua opera, privandola dell’etichetta di vero e proprio “film”, pretendendo che “Dumbo” venisse universalmente riconosciuto come un’opera di breve durata ma dall’egual valenza di un film di canonica durata. “Dumbo” rappresentava il quarto classico della Disney, successivo a “Bianca neve e i sette nani”, “Pinocchio” e “Fantasia”.

Dumbo” inizia con un’attenzione accorta e sensibile al concetto classicista di “famiglia”, che apparentemente può sembrare più banale e meno profonda di quanto sia in realtà. Facendo leva sulla favola popolare degli infanti portati dalla cicogna, il film rilascia il primo messaggio: il dono della nascita. Un dono inestimabile sia per il nascituro che viene al mondo sia per i genitori che ricevono tale “pegno d’amore” in una notte senza alcun preavviso ma che magari attendevano da tempo. La nascita viene quindi rappresentata come un avvenimento condizionato ad un determinato momento della vita, in cui gli stessi genitori si sentono pronti ad accogliere e allevare un figlio. La nascita perpetrata attraverso il gesto simbolico di una cicogna che porta i cuccioli è atto a tracciare un legame sottinteso ma intrinseco tra figli e genitori, volto a rivelare un affetto che sboccia in maniera istantanea. Gli animali disegnati dalle magiche matite degli artisti della Disney divengono genitori nel momento in cui scelgono di crescere la prole che il cielo gli ha donato, rimarcando come tale rapporto sia ugualmente paragonabile al legame di sangue: genitore è chi mette al mondo un figlio ma lo è di più chi, di quel figlio, se ne prende cura. Gli animali divenuti genitori nel film sono il più delle volte singole madri.  La stessa signora Jumbo aspetta il proprio cucciolo, ma esso sembra tardare ad arrivare, rendendo ancor più unica la sua nascita, come un parto speciale e per questo difficilmente prevedibile. Dumbo non possiede un padre, come se si volesse sottintendere che anche le madri rimaste sole possano crescere con affidabili riscontri i propri figli, districandosi comunque tra il lavoro (qui rappresentato dal circo) e il ruolo affettivo ed educativo di “mamme”. Come accadrà pochi anni dopo al piccolo Bambi, anche Dumbo verrà sottratto all’affetto della madre. Ma se il piccolo cerbiatto dovette sostenere il fardello di un trauma improvviso che portò con sé l’efferatezza di un’innocenza spezzata da un evento tragico, e difficile da comprendere in tenera età come la morte della madre, Dumbo viene soltanto costretto a rimanere lontano dalla genitrice, assumendo un’aria triste e sconsolata ma non per questo perdendo la sua vena sognante e speranzosa che lo porterà a non smettere mai di cercarla fin quando non la ritroverà. Una volta che il circo viene aperto al pubblico, Dumbo viene schernito da un nugolo di ragazzini. Uno in particolare, somigliante in maniera piuttosto evidente al noto Lucignolo di “Pinocchio”, si dimostra aggressivo nei confronti del piccolo elefante, strattonandolo con forza. Furibonda la madre di Dumbo si scaglia prima sul manipolo di vessatori e poi sul personale del circo, che la rinchiude in una gabbia come “elefante impazzito”. Dumbo resta così triste e solitario. Nascostosi sotto un cumulo di paglia, viene avvicinato da Timoteo, un topo con cui stringerà la prima amicizia della sua vita.  Timoteo ricorda, negli atteggiamenti e nel suo ruolo di mentore nei confronti del protagonista, il grillo parlante di “Pinocchio”. Proprio Timoteo infatti concede velati rimandi a questa sua natura di “voce interiore” quando di notte sussurra all’orecchio del direttore circense le esibizioni future da dover portare in scena. Il direttore crede infatti che le idee nascano dai propri sogni, come se la notte gli portasse consiglio, quando in verità sono soltanto le parole del topolino apprese inconsciamente.

Timoteo, il solo ad avere compassione del piccolo, sprona più volte Dumbo ad assumere maggior fiducia in se stesso.  L’amicizia tra i due animali è strutturata in modo da insegnare cosa sia realmente l’accettarsi a vicenda. Timoteo è un topo, l’animale di cui gli elefanti hanno timore, secondo le credenze popolari. In realtà, il topo, essendo piccolo e veloce, destabilizza gli elefanti che lo vedono aggirarsi di soppiatto nelle loro vicinanze; nient’altro. Lo stesso Timoteo terrorizza le elefantesse che mostravano totale indifferenza nei confronti del piccolo Dumbo. Eppure, il piccino non ha alcuna paura del topo. Come se da bambini, restando al di fuori dei pregiudizi, in quell’innocenza infantile, non si comprendesse davvero ciò che in età adulta potrà diventare odio e timore razziale. Il topolino rappresenta la specie “avversa” a quella degli elefanti, ma l’amicizia con il piccolo Dumbo certifica come spesso l’incomunicabilità e la diversità possano essere superate dalla semplice conoscenza.

Dumbo è timido e innocente, ancora incapace di reagire ai soprusi. Egli viene emarginato dai suoi simili prima ancora che sbeffeggiato dagli uomini poiché diverso nell’aspetto, e per questo non accettato. Le sue grandi orecchie sono la metafora visiva della sua diversità. Dumbo sembra non curarsene, o per meglio dire, sembra non accorgersi minimamente della sua particolarità esteriore, non riuscendo così a comprendere propriamente perché venga isolato da tutti. Le sue grandi orecchie minano persino la sua andatura e lo fanno spesso inciampare, questo perché Dumbo non è nato per restare con le zampe sempre ben piantate al suolo.

Timoteo conduce il piccolino a trovare la mamma, rinchiusa in una cella cupa e soffocante. Dumbo è talmente piccolo da non saper parlare, per questo il legame con la madre viene solamente espresso con gli occhi colmi di lacrime e le carezze delle loro proboscidi. Se da una parte Dumbo non può parlare alla madre, essa dall’altra non può neppure vederlo, poiché la gabbia è chiusa quasi fino al tetto, lasciando soltanto una piccola finestrella, dove potersi affacciare. Dumbo non può raggiungere tale altura così la madre protende la sua proboscide, iniziando a cullarlo dolcemente da destra a sinistra e viceversa. Ciò che non viene espresso a parole o con gli sguardi viene semplicemente mostrato dal tatto affettivo. Una scena dal pathos viscerale, che genera una commozione istantanea. I nostri occhi vengono inumiditi come in un riflesso condizionato, tanto profondo è il linguaggio emotivo della scena da arrivare dritto al cuore, scandendo ogni singolo battito.

Le influenze di “Fantasia” sono riscontrabili anche in “Dumbo” e spesso la musica accompagna i movimenti del cucciolo, cadenzando il ritmo musicale con il semplice gesto o lo spostamento dell’elefantino. La musica e l’immagine divengono una cosa sola nella celebre sequenza degli elefanti rosa. Dumbo si abbevera da una tinozza insieme a Timoteo senza rendersi conto che in quel barilotto è stata accidentalmente versata un’intera bottiglia di champagne. I due, ubriachi e confusi, iniziano a vedere dappertutto elefanti rosa che ballano, suonano e intonano versi inquietanti. Una scena lunga e intensa in cui i colori luminosi del sogno vengono “divorati” dalle musiche angoscianti dell’incubo, come se Ipno, il dio greco del sonno, subisse i canti nefasti del fratello Thanatos. Il coro accompagna la danza in un incubo ad occhi aperti che induce Dumbo a non curarsi di ciò che sta avvenendo realmente intorno a lui. La mattina seguente Dumbo e Timoteo si svegliano sulla cima di un albero. Timoteo deduce che sono arrivati fin lì grazie a Dumbo e che l’elefante ha imparato a volare. Dumbo non ci crede e così Timoteo, supportato da un gruppo di corvi canterini, dona all’amico una magica piuma che permette a chi la possiede di poter realmente volare. Tenendola stretta sulla sua proboscide e guardandola intensamente, Dumbo comincia a librarsi in aria, sospinto dalle sue grandi orecchie. Tornato in scena al circo, Dumbo si esibisce nuovamente nel suo numero da “pagliaccio”, ma questa volta, lanciatosi dal limite massimo di un palazzo in fiamme, non precipiterà giù, ma volerà, gettando nello stupore un’intera platea gremita di spettatori. Timoteo, rimasto nascosto nel cappello indossato da Dumbo, gli toglie via la piuma magica, in verità soltanto uno strumento per far prendere a Dumbo la giusta fiducia in se stesso, e, infatti, egli prosegue comunque a volare. Dumbo diviene una star di prima grandezza, trionfando su chi si prendeva gioco di lui. Timoteo diviene il suo impresario, mentre Dumbo si ricongiunge alla madre in un vagone privato del treno a lui completamente dedicato.

Dumbo trasforma quello che per molti era un difetto in un pregio. Le orecchie scomode che spesso lo facevano cadere maldestramente divengono le sue ali, permettendogli di volare in alto con sicurezza e abilità. Come l’albatros della poesia così Dumbo dimostra di non appartenere propriamente alla terraferma, ma di poter raggiungere le vette più alte dei sogni e delle speranze. “Dumbo” insegna la condivisione della diversità estetica, dell’unicità di ogni singolo talento custodito e coltivato in noi. “Dumbo” è un film carico di sentimento e traboccante di coinvolgente pathos, un film che commuove dal primo all’ultimo istante. Nessun altro personaggio della Disney riesce a conservare in sé una dolcezza e una tenerezza paragonabile a quella dell’elefantino. Dumbo è emotività viva e senziente, comunicativa e profonda. Egli si rivolge al pubblico senza proferire parola alcuna, bensì parla con gli sguardi e con il singolo gesto della sua proboscide, con i movimenti talvolta roteanti delle sue orecchie e con l’immensità animosa dei suoi occhi. Dumbo si rivolge al cuore di chi segue il suo cammino, non temendo di piangere dinanzi a chi impara lentamente a conoscerlo. Un elefantino talmente amabile che ogni qualvolta piange, soffrendo l’allontanamento dall’amore materno, non fa che indurre i propri spettatori a sussurrare: “non pianger così, non pianger più”. Se poi a queste parole si abbina il valore della melodia e della colonna sonora premiata con l’oscar, “Dumbo” travalica i confini della pellicola, riuscendo a creare un legame con i suoi spettatori fatto di canti e lacrime vere. Egli resta in silenzio, lasciando noi tutti a meditare magari alla nostra di madre o alla figura che maggiormente ricordiamo come la più importante della nostra infanzia, intonando le parole del testo: “Bimbo mio, non temer, la tua mamma è con te; fa' brillar gli occhioni blu, non pianger più, non pianger più, bimbo mio”.

“Dumbo indugia sulla commozione ma non desidera soffermarsi completamente su essa, vuole invece allontanar tale pianto, poiché solo dopo averlo provato possiamo comprendere come farlo andar via. Il turbamento e la commozione generano infine la spensieratezza e l’ilarità in un viaggio contradditorio del sentimento umano. E nel finale, infatti, quando lo ritroviamo con la sua mamma, possiamo finalmente spogliarci di quella sorta di catarsi che il film ci ha indotto a sperimentare, rimanendo qualche istante fermi con il sorriso stampato in volto, a intonar un’ultima volta “non pianger più”. Perché davvero non vogliamo che Dumbo pianga più. Mai più!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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