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"Joker" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Arthur, l’uomo nello specchio

Cosa mostra uno specchio? Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ciascun specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come scrigni, un’anima. In tali racconti, i vampiri non possono essere rispecchiati da una qualunque superficie riflettente. Essi, infatti, sono deceduti, non possiedono più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare i loro aspetti, di non riprodurre i loro profili. I vampiri non esistono davvero, hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

La pellicola “Joker” comincia proprio con un uomo che contempla se stesso dinanzi ad una levigata superficie riflettente. Arthur Fleck siede a un tavolo da trucco e guarda dritto davanti a sé. Mira la propria faccia, pallida e triste. Prova, allora, a mutare l’espressione del suo volto accorato, spingendo le proprie labbra verso l’alto, sino alle gote, ma è tutto vano. Non appena cede allo sforzo, la bocca ritorna alla posizione naturale, e dagli occhi scendono giù gocce di liquido trasparente. Per tutta la vita, Arthur non ha vissuto un solo momento di appagamento. Costui arrivò, persino, a interrogarsi circa la propria reale esistenza. Questo dubbio non poteva avere un fondato riscontro, poiché lo specchio seguitava a mostrare la sua forma. Arthur non era un defunto che errava senza scopo, lo specchio, in tal caso, non lo avrebbe riflesso. L’immagine che vedeva nello specchio doveva garantirgli la sua tangibile esistenza ma non gli bastava.

Quella stessa superficie palesava i suoi dolori, li rendeva nitidi, esteriorizzava in modo cristallino i supplizi che egli tollerava giorno dopo giorno e che gli scavavano sempre di più il viso. Arthur cercò, allora, di coprirli con il trucco. Intrise la pelle nel candido cerone, attorno agli occhi disegnò delle lacrime azzurre e cosparse, infine, le labbra di rosso. Arthur si truccò da clown per celare lo strazio, per indossare una maschera comica che potesse occultare la mestizia dell’animo. Lo specchio continuò a rifletterlo, ma della sua fisionomia avvilita non era rimasto che un impercettibile accenno, sepolto sotto l’abbondante uso del cosmetico. Adesso, la faccia gioiosa di un pagliaccio e non più di un uomo disperato veniva plagiata dal freddo materiale sorretto da quel tavolino. A quel punto, Arthur smise d’osservarsi, si rimise in piedi ed entrò in scena.

Arthur è un cittadino qualunque di Gotham City. Giorno dopo giorno, egli si trascina via, lungo strade affollate, schiavo delle proprie turbolenti angosce. Alienato, fortemente disturbato, questi percorre giornalmente una lunga scalinata per tornare nella propria dimora, una sudicia casa situata nei bassifondi della città. Per una sorta di bizzarra e cruda ironia, Arthur soffre di un particolare disturbo mentale che lo porta a scoppiare a ridere in maniera fragorosa ogni qual volta avverte uno stato emotivo di forte tensione. Le sue risate appaiono come una sorta d’incontrollabile riflesso condizionato. Arthur ride freneticamente, senza mai volerlo, tenta di soffocare il proprio insano riso senza poterci mai riuscire. Le risate lo torturano, si stampano sulla sua faccia nei momenti meno opportuni e scompaiono solamente dopo un tempo lungo ed un’attesa estenuante.

  • La salita scenica dalla morte alla vita

Sin dalla più tenera età, Arthur sogna di diventare un comico e di spargere gioia e felicità in tutto il mondo. I suoi sogni, però, sono destinati a scontrarsi con una dura e repressiva realtà. Da che ha memoria, Arthur ha vissuto nella povertà, vittima di una società opprimente che schiaccia i deboli sino a ridurli allo stremo. Arthur, abitualmente, si reca ad incontrare una psichiatra, presso i servizi sociali. La dottoressa, di per sé, non lo ascolta minimamente, sembrando del tutto incapace di comprendere i tormenti che affliggono questo delicato paziente. Arthur ne è consapevole ma riesce comunque a trarre conforto da questi incontri grazie alla possibilità di poter avere accesso a delle medicine, che tengono a bada i suoi disturbi. Tuttavia, quando il governo di Gotham deciderà di tagliare i fondi ai servizi sociali, Arthur si ritroverà completamente solo, privo dell’accesso ai medicinali che frenavano i suoi primordiali impulsi. Il disagio mentale, dunque, si acuirà in lui.

Per settimane, Arthur subisce le aggressioni dei teppisti per strada, patisce le angherie dei colleghi. La rabbia dell’uomo, il livore verso una società assenteista che volta le spalle al cittadino più bisognoso, che calpesta il povero divorandolo mentre giace, inerme, a terra, fagocitandolo in una morsa, si esacerbano nel suo cuore, che continua a battere sebbene non produca più alcun sentimento. A lungo andare, Arthur diviene un essere freddo, distaccato, pericoloso. Egli abbraccia pienamente la “morte” per intraprendere una nuova vita, la sua prima vita. Arthur, che non si era mai sentito vivo, accetta definitivamente l’inesistenza della sua parte umana e rinasce con una nuova veste. Joker vede la luce dal buio di una società sordida. L’omicidio, la perpetuazione della morte, divengono le fonti con cui Arthur attua la propria rivalsa. Da vittima, egli sceglie di assurgere ai ranghi del truce, dell’assassino che perpetra un delitto per un intangibile senso di vendetta.

Ed è proprio un agire vendicativo quello di cui Arthur si farà dispensatore. Una vendetta che troverà sfogo nei riguardi dei ricchi, dei potenti, di coloro che hanno genuflesso gli altri, i più deboli. Joker diventa, così, un simbolo della lotta di classe, un emblema per il ceto meno agiato. Sul finire delle tragiche vicende, il personaggio cardine dell’opera conquista la fama, l’attenzione che tanto aveva agognato, ma in un modo del tutto differente da come, in principio, si era auspicato. Non sarà con il riso, sarà con l’attuazione dell’orrore che egli diverrà popolare. Arthur, infine, non porterà gioia nel mondo ma anarchia, terrore. Dinanzi ad una città in fiamme, preda di un gregge famelico, di una mandria imbizzarrita, Arthur non proverà disgusto, bensì riderà. Per la prima volta davvero. Egli non avrà più bisogno di sospingere le proprie labbra con le dita, sino alla parte più alta delle guance. Gli basterà sporcarsi la bocca di sangue e ghignare sadicamente. Il riso, per lui, sarà, finalmente, una reazione naturale.

Nel crescendo del film, la lenta ed estenuante trasformazione di Arthur in Joker viene inscenata come se fosse una prolungata ascensione piuttosto che una caduta nel vortice della follia. La metamorfosi del protagonista viene celebrata come un trionfo. Quella di Arthur è stata, infatti, una lunga salita verso una vetta su cui nessun altro avrebbe potuto mai spingersi. Con fatica, rantolando, subendo le offese, le denigrazioni, gli insulti, le prepotenze del prossimo, Arthur salirà sempre più in alto. Una volta raggiunta la cima di questa piramide eretta dall’insoddisfazione, Arthur vedrà finalmente se stesso, il proprio vero riflesso nello specchio, ed otterrà la sua ambita libertà. Trasformandosi in Joker, Arthur guadagnerà il culmine della “scalinata”, una scalinata del tutto simile a quella che egli percorreva quotidianamente, la stessa scalinata su cui danzerà, una volta indossate le vesti e assunti i colori del clown, principe del crimine, sulla propria pelle.

In quanto reietto, abbandonato, maltrattato, Arthur inizia la sua storia dal basso, dai ghetti, dalle periferie desuete e dismesse. Lasciandosi andare alla propria follia, accogliendola come l’unica possibilità di esistenza per poter affrontare un mondo oscuro e minaccioso, Arthur giungerà alla sommità del picco, e da lassù vedrà tutta la realtà da una nuova prospettiva; un punto di vista aberrante, in cui la mostruosità combacia con l’ordinaria normalità. Il vortice che trascina Arthur verso la pazzia, invece che farlo precipitare, lo conduce sino all’acme. Pertanto, egli diviene “speciale” una volta mutato in un pazzo omicida, un animatore di folle che fa della violenza la propria arma di seduzione. E’ questa la schiacciante parabola di “Joker”. L’inquietante messaggio che il film rilascia in merito al personaggio ispirato ai fumetti DC Comics viene incarnato dalla metamorfosi di quest’uomo indigente, di questo disagiato trascinato sino allo sfinimento, che rinnova se stesso in qualcosa d’inaspettato, d’orrido, di abominevole.  

  • Gotham City, una metropoli finta

Joker” è un film confezionato a regola d’arte, un grandissimo esempio di cinema. Una produzione coraggiosa, provocatoria, che fa breccia in maniera dirompente, fragorosa, roboante. “Joker” è il frutto di una lavorazione ardita, temeraria, da cui si origina una ventata d’aria fresca in un genere cinematografico divenuto saturo e consueto. Vanta un’interpretazione straordinaria, impressionante, decisamente coinvolgente, una regia notevole, una fotografia estremamente suggestiva: tanti elementi che elevano il lungometraggio su molte altre produzioni contemporanee. Senza alcun dubbio, Joaquin Phoenix convoglia in sé l’essenza dell’intero film. La sua stupefacente, sbalorditiva, dolorosa, conturbante e commuovente resa scenica di Arthur costituisce il nucleo dell’intero lavoro. “Joker” è un film che colpisce, che si appiccica addosso e non si stacca più.

L’ultima fatica del regista Todd Phillips e della Warner Bros è da considerarsi un risultato notevole, eccellente, un prodotto che si regge totalmente sulle spalle infossate, gracili, del suo attore principale. Un’interpretazione magistrale, una regia che omaggia i cult del passato, una colonna sonora da brivido, una scenografia bellissima, una fotografia favolosa, più fredda nella prima parte, quella introduttiva e analitica, più calda nella parte restante, in cui il Joker calcherà il suolo di Gotham col suo incedere rovinoso e letale, sono tutti questi che ho appena elencato i punti di forza di quest’opera, imponente nella sua realizzazione.

"Joker, ritratto in bianco e nero" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Joker” è una pellicola imperdibile, ciononostante non è esente da qualche carenza, da qualche limite, da qualche difetto sparso. Il film si concentra quasi esclusivamente sull’approccio introspettivo. Tale approfondimento psicologico, pur essendo lungo, attento, minuzioso, valevole cede, in alcune scelte, alla banalità, cominciando dal modo in cui i personaggi secondari, coloro che spingeranno Arthur verso l’orlo della pazzia, vengono delineati sullo schermo.

Tutti i personaggi di contorno con cui Arthur interagisce sono monodimensionali, e hanno un solo e comun denominatore: sono tutti cattivi. Quasi tutti i caratteri che Arthur incontra sul proprio cammino lo trattano male, lo aggrediscono. Costoro gli negano aiuto, gli evitano garbo e gentilezza. Ognuno di essi mostra il carattere di un egoista, di un insensibile, di un crudele e di un irrispettoso. Che siano avventori incontrati tra le vie di Gotham, partner di lavoro, oppure presunti amici, essi sono vere e proprie figure malvagie, che non esitano a picchiare, ad insultare, a svilire. Ognuno, a modo suo, finisce per arrecare dolore al protagonista, alimentando in lui la diffidenza e l’avversione verso il prossimo. Non c’è bontà, non c’è affetto, non c’è neppure amore nei cuori dei cittadini di Gotham. Quasi nessuna delle personalità mostrate nel film risulta essere diversificata.

Il cineasta Todd Phillips presenta al suo pubblico un mondo ben preciso, tremendo, caliginoso, cupo, fosco, in cui non vi è alcuna speranza. Un mondo sciatto, una metropoli sozza, colma di reietti, di criminali, di parvenu corrotti, di persone comuni prive di alcuna sensibilità, di politici che perseguono soltanto i propri interessi, di ricchi egoisti, in altre parole: un mondo ricreato ad hoc, finto, estremamente stereotipato.

  • Un padre “mortificato”

In questo scenario così uniformato, così appianato, in cui vengono soltanto rimarcate le differenze tra i poveri ed i ricchi, viene banalizzata la figura di Thomas Wayne, ridotta anch’essa ad un mero stereotipo. Il padre di Bruce è una figura, sovente, citata nella prima parte del lungometraggio, una sagoma incerta che verrà via via presentata e rivelata. Anch’egli viene mostrato come un uomo freddo, egocentrico, aspramente indifferente verso i problemi dei più deboli, praticamente l’esatto opposto di come il personaggio è stato storicamente tratteggiato tra le pagine dei fumetti. Thomas Wayne, il papà del futuro paladino di Gotham, è sempre stato descritto come un uomo di buon cuore. La virtù identificativa dei genitori di Bruce, Thomas e Martha Wayne, è sempre corrisposta all’incondizionata bontà. Ambedue sono sempre stati rappresentati come persone visceralmente buone, attente, prodighe, gentili, perennemente disposte a sfruttare il loro potere, la loro ricchezza, le proprie influenze per supportare i più sfortunati, i bisognosi d’aiuto. Nei fumetti, Thomas e Martha non vengono mai disegnati e caratterizzati come i tradizionali “ricchi” che pensano solo ai propri interessi, i miliardari che covano menefreghismo e senso di superiorità nei riguardi dei meno abbienti.

In “Joker”, Thomas Wayne subisce un netto appiattimento, perdendo tutte le caratteristiche che lo rendevano tanto speciale nella mitologia di Batman e, in particolar modo, nel cuore e nei ricordi di Bruce Wayne. Thomas viene, conseguentemente, livellato, adattato al luogo comune del magnate indifferente, superficiale, dell’uomo disinteressato alle difficoltà della povera gente. Sebbene voglia candidarsi a sindaco per risolvere i gravi problemi che affliggono Gotham, Thomas, nel film, non viene mai inquadrato sotto una luce positiva, al contrario la sua persona giace in bilico tra la superbia e l’arroganza. Ma egli, come già detto, non è il solo ad andare incontro a questo simile fato. Sono tutti i comprimari del personaggio principale a subire tale processo di abbattimento. Per giustificare i cambiamenti di Arthur, per generare il processo di “empatizzazione” tra lo spettatore ed il Joker, il regista ha scelto di rendere gli altri simili ad esseri imperturbabili, spietati, cinici, isolati, creature fatte di pietra, sacrificando l’oggettività, il realismo, e minando, così, il taglio veritiero di una storia che mira proprio ad essere più attinente al “vero” possibile. Del resto, il regista sceglie di raccontare la storia con gli occhi di Arthur, limitando intenzionalmente la parzialità del tutto. Gotham non è quindi facilmente capibile se non per impressioni indeterminate.

  • Le follia di Arthur, da “Taxi Driver” a “Joker

Todd Phillips confeziona un’opera citazionista, un lungometraggio intenso, potente, maestoso, valevole, tremendamente emozionante. Un’opera destinata a divenire una pietra miliare del genere. “Joker” nasce con l’intento di narrare le origini di un antagonista, mostrando, da un punto d’osservazione piuttosto ravvicinato, l’animo, lo spirito, l’interiorità di un uomo malato e tutto il susseguirsi degli eventi che lo hanno portato sul baratro della pazzia. Questa analisi viene condotta con grandi intenti ma, talvolta, finisce per arenarsi nella prevedibilità. La pellicola è permeata da alcuni cliché, è strutturata con schemi già visti ed utilizzati (“Taxi Driver” e “Re per una notte”), da motivi ripetuti, e apporta poco di straordinariamente originale al contenuto se non alla forma.

L’approfondimento psicologico che l’opera esegue sul personaggio di Joker evoca il dramma, lo spasimo, il martirio di una creatura angustiata. Emotivamente, il film genera un senso di commozione, di pietà, d’intenerimento nei confronti del povero Arthur fino a quando, naturalmente, egli non eccede, “tradendo” le proprie vestigia umane per evolversi in un mostro. Le cause che spingono Arthur a cedere alla liberatoria follia omicida vengono scandagliate meticolosamente. I traumi infantili, il senso di abbandono, la solitudine, le speranze disilluse, i tradimenti e gli scherni perpetrati dalle figure di riferimento, la madre e il comico Murray, idolo di Arthur, sono questi appena riportati i fattori scatenanti che piegano le resistenze del povero derelitto. Queste sorgenti che provocano un acuto dolore al protagonista permettono allo spettatore di ben comprendere la desolazione che dilania la mente ed il cuore di Arthur, risultando efficaci ma anche leggermente scontate. Non vi sono risvolti inattesi, eventi inaspettati o circostanze sorprendenti a generare Joker. Sono tutti tormenti prevedibili, traumi pronosticabili, violenze intuibili semplicemente immaginando a priori cosa potesse aver condotto Joker a diventare ciò che tutti conosciamo. Tutto viene trattato con profondità, con attenzione, con rispetto, ma, ad un’occhiata più arguta, si nota come questo tutto sia un qualcosa di sensibilmente significativo ma ugualmente risaputo. Nella sua origine, esposta in una maniera così plateale, il Joker di Phillips perde l’alone del mistero. Pur ricercando un’accurata originalità, il copione plasma un malvagio non prettamente diversificato dagli altri, un ennesimo pazzo divenuto tale perché ingannato dalla madre, abusato nell’infanzia, respinto sul lavoro, obliato dagli altri. In Arthur non si percepisce l’unicità, l’esclusività che ha il Joker fumettistico. 

 “Joker” vuol narrare la gestazione e il parto di un essere perfido, della nemesi di un grande eroe. Ma riesce a mostrare realmente il Joker?

Cos’è che rende Arthur il Joker? Cos’è che differenza questo protagonista da, ad esempio, Travis Bickle, il personaggio principale di “Taxi Driver”, opera basilare a cui “Joker” si ispira nettamente nello stile e nell’esecuzione?

L’evoluzione che investe i due personaggi, Arthur e Travis, è molto simile, tanto da essere sovrapponibile. Entrambi, emarginati, si trascinano, notte dopo notte, fra le periferie cittadine. Via via che osservano la realtà sotto una nuova lente, comprendono gli orrori, le depravazioni di una metropoli malata, repleta di cittadini perversi ed incurabili. Entrambi vengono lasciati soli, condannati ad avere come unica compagnia la loro voce interiore che li tormenta, li agita, li esaspera. L’uno e l’altro hanno facilmente accesso ad un’arma che diverrà il mezzo con cui veicolare il loro odio, il modo con cui incanalare la propria ira. Dunque, facendo le dovute proporzioni, cosa differenzia davvero Arthur da Travis? Perché chiamiamo Arthur “Joker”? Perché ce lo suggerisce semplicemente il titolo? Perché Arthur decide d’appellarsi in tal modo o perché s’impasticcia il viso come un burlone?

Qual è il confine che separa Arthur da Travis? Dov’è la differenza tra i due se non in un semplice espediente simbolico dato dal trucco scenico?

  • Arthur Fleck è il Joker! E perché lo sarebbe?

Cosa possiede Arthur del Joker? Poco, in realtà. Egli è una versione alternativa, realistica, il prodotto di una società deforme, la personificazione di un dramma intimo, di una sofferenza immane che sfocia nell’apatia. Il Joker di Phoenix è un’incarnazione diversificata, adattata alla realtà ordinaria, ma proprio per tale ragione dobbiamo domandarci: cosa rende Arthur il Joker?

Arthur non è il Joker, è un uomo qualunque. Ed è questa la “morale” più spaventosa del film in sé. Tutti noi potremmo essere Joker! Joker è una ferita lacerante che non può essere rimarginata, un trauma insuperabile che libera i mostri interiori. Anche l’uomo comune, il meno adatto, può diventare Joker se va incontro ad una serie di eventi devastanti. Il tutto può consumarsi in una sola, nefasta giornata. E’ una grigia giornata a rompere ogni freno inibitore e a scatenare gli anarchici desideri di libertà.

Persino il Joker dei fumetti viene presentato come un uomo qualunque. Ma, se vi soffermate un attimino a pensare, anche gli stessi supereroi, in genere, sono uomini qualunque: persone ordinarie a cui accade qualcosa di straordinario. Un incidente in laboratorio, un imprevisto, un evento inconsueto trasformano una esistenza normale in un qualcosa di profondamente nuovo. Anche il Joker era un essere come tanti altri. Ma il film “Joker” dimentica una parte fondamentale dell’evoluzione di questo villan: l’incidente. Il tuffo nel vascone contenente le sostanze chimiche è l’elemento di svolta, l’accadimento che segna la vera nascita del Joker. La storia del famoso antagonista non deve essere vincolata a questo episodio, naturalmente. Tuttavia, il Joker non sceglie di truccarsi, il trucco gli viene imposto. Ed è proprio nella deturpazione estetica che il Joker vede la propria nascita. Il suo viso imbrattato, alterato, insudiciato in maniera irreversibile rappresenta la fine, un qualcosa da cui non si può più tornare indietro.

Joker, una volta emerso dalla pozza chimica, scruta il suo riflesso ed impazzisce. In quell’attimo, la vita gli appare come un gigantesco ed assurdo scherzo. L’uomo, disperato, si ritrova con il viso avvolto da una miscela di colori: la pelle è chiazzata di bianco, le labbra di rosso, i capelli di verde. E’ tutto così assurdo e grottesco che il Joker comincia a ridere. Nel proprio riflesso, Joker vede il macabro riso maligno di un destino crudele e beffardo. Per lui, non resta che ridere, che accettare l’ironia della situazione.

Il trucco da clown non è un’opzione vagliata e decisa, non è una pittura da battaglia né un simbolo da competizione, ma è una tragedia che ha mandato in cocci la sua ragionevolezza. Joker avverte la follia dentro di sé, ma è la bruttezza estetica a farlo inorridire, poiché da quella non vi è più scampo. Lo stesso Joker di Heath Ledger, sebbene non avesse davvero il volto tempestato di colori, nutriva un’ossessione per le proprie cicatrici. Esse gli avevano eternato la faccia, l’avevano fermata in un sorriso agghiacciante. Egli pativa una fissazione per le sue cicatrici e, di volta in volta, inventava una storia diversa su come aveva subito tali ferite. Il Joker nasce Joker dal dolore interno, dalla pazzia intima, ma anche e soprattutto dall’orrore esterno mirato sul proprio corpo. Nella sua estetica deturpata, il Joker vede il proprio squilibrio interiore, per molto tempo domato, represso, sopito, fuoriuscire improvvisamente in tutta la sua irruenza. Nel suo volto, bloccato in un ghigno innaturale e costante, Joker ammira l’insania che aveva all’interno e che adesso è trasbordata fuori, attaccandosi con quei colori sgargianti alla sua epidermide.

Al Joker di Phoenix manca questo evento, ciò che rende Joker pienamente Joker: l’aver subito una bizzarra disgrazia fisica. Il Joker di Phoenix non ha il volto stretto in una risata perpetua, sceglie volontariamente di mascherare il proprio viso. Egli non è costretto a diventare Joker, sceglie di esserlo. Ma è la semplice la scelta a renderlo tale?

Il Joker del fumetto subisce questa bislacca sciagura proprio perché la storia di questo criminale vuol suggerirci che non è soltanto un uomo normale a poter diventare Joker. Invero, è un uomo normale a cui succede qualcosa di tremendamente anormale a poter diventare Joker. Un episodio che trasforma un volto comune in una maschera comica partorisce Joker.

Il “giullare” interpretato da Phoenix salta totalmente questo processo di iniziazione. Egli sceglie di diventare Joker truccandosi semplicemente, ma è come se non lo diventasse mai realmente. Questo perché l’ironia sadica del Joker, la sua verve originale, il suo senso dell’umorismo crudele, cruento ma pur sempre artistico, non emergono in lui. Tutte queste distintive caratteristiche che differenziano tale villan dal comune sociopatico, dal semplice “matto”, dal consueto criminale efferato, in quest’ultimo adattamento non vengono affatto evidenziate se non per impercettibili richiami. Il Joker di Phoenix è uno squilibrato, un maniaco, uno psicopatico con una maschera di trucco, così come possono esserlo tanti altri disseminati per il mondo. Mirando l’azione finale del Joker di questo lungometraggio si vede soltanto violenza, torbida, oscura, vendicativa, ma pura e semplice violenza, nient’altro. Ed il Joker è anche di più!

  • L’ironia del clown: “Niente battute?! Sharpy, ma ha letto la mia cartella clinica?

Il Joker di Phoenix è diverso, in svariati aspetti. Questo lo dimostra anche la scelta che il personaggio compie nel selezionare le proprie vittime, i propri omicidi calcolati. Egli uccide chi gli ha mosso ingiuria, chi lo ha offeso, chi è stato scortese con lui. Fredda il proprio idolo, reo di volerlo prendere per i fondelli e risparmia il suo vecchio collega affetto da nanismo, poiché l’unico a non averlo mai deriso. Scelte che poco hanno a che vedere con la glaciale indifferenza del Joker.

Con quanto sto scrivendo non sto, di certo, affermando che il Joker del film del 2019 non sia un vero Joker. Nei fumetti, il personaggio possiede notevoli incarnazioni e non esiste una versione univoca e totale, or dunque l’interpretazione di Phoenix va intesa come un qualcosa di nuovo, d’apprezzare in qualunque caso. Detto questo, la vena scherzosa, beffarda, tagliente resta un elemento che è faticoso non riuscire a trovare in Joker. Quella di Phoenix è certamente una versione degna, riuscitissima, potente, che verrà amata, venerata dai fan e dai cinefili sparsi per tutto il globo terrestre. E’, a mio dire, semplicemente una versione troppo generica, troppo poco fumettistica, talmente realistica da far svanire i caratteri del fumetto da cui il Joker è tratto per divenire un personaggio non più da carta stampata ma solo e soltanto da cinema. Pertanto, un cattivo adattabile a tanti altri film, a tante altre trame, un personaggio che non vanta l’unicità del Joker cartaceo. L’opera finisce, di conseguenza, per creare un cattivo sinistro, lunatico, complesso ed articolato, ma non il Joker nella sua veste classica, conosciuta, iconica.

Il riso misto al terrore, l’ironia miscelata alla paura, la lucidità alla follia, il macabro all’idilliaco: è questo che rende Joker se stesso. Senza la sua inimitabile ironia, il Joker perde la sua caratteristica di base. Sacrificando la burla, l’insana comicità, si perde il Joker. Vi è tanto dolore, tanta rabbia, tanta ira nelle parole proferite dal Joker di Phoenix, ma non vi è nessuna vena macabra nella sua parola, soltanto bile, sdegno, furore. Questo è, in parte, giustificabile tenendo presente che questo film si limita solamente a narrare un inizio, ma non basta. Guardando questo film si vede l’agire di un disagiato, un reietto, di un abbandonato, un disilluso con problemi psichici che trova nella brutalità un modo per potersi sentire vivo. Se questo Arthur non avesse il volto truccato da Joker, perché dovremmo riconoscerlo, indicarlo come tale?

Nella pellicola di Todd Phillips si avverte la paura di far ridere, di usufruire della goliardia del Joker, come se essa fosse una caratteristica che ne mina la serietà, il terrore che il Joker dovrebbe alimentare. “Joker”, fotogramma dopo fotogramma, crea e modella con grande perizia la genesi di un qualunque disagiato, di un qualunque sofferente, sacrificando le restanti caratteristiche di una personalità che è estremamente precisa, iconica ed unica sin dall’esordio. Non vi è ironia, giocosità, spirito nel Joker di Phoenix proprio perché il suo personaggio si attiene con tutte le sue forze ad un taglio realistico. Ma così facendo, la fantasia, l’inventiva, l’originalità del fumetto vengono neutralizzati.

Todd Phillips, pur con tutti gli innegabili meriti della sua eccellente opera, non ha avuto l’audacia che ebbe Tim Burton quando, con il supporto di Jack Nicholson, portò in scena la follia artistica, senza freni, ironica, raccapricciante, funebre eppure ugualmente in grado di strappare un sorriso, del Joker. E’ molto più facile portare in scena la violenza, la perfidia di un personaggio che ricerca solo la vendetta, piuttosto che mostrare un antagonista che, nell’ironia, nel surrealismo ha la propria caratteristica imprescindibile. Anche in un contesto concreto, veritiero, pragmatico, realistico come quello della recente opera filmica sarebbe stato certamente possibile mostrare, sul finale, un Joker sarcastico, irridente, sardonico, caustico nel consumare le proprie atrocità sempre col sorriso sulle labbra. Un Joker che, dal dolore sopportato, avrebbe fatto fuoriuscire il proprio dirompente, insano e fatale buonumore.

Il Joker di Todd Phillips rinuncia alla comicità perché è cosciente di una grande verità: con l’ironia non si anima realmente la folla, la si ravviva, maggiormente, con la cruda violenza.

"Arthur Fleck, il Joker umano" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Considerazioni finali

 “Joker” non è la storia del Joker. E’ la storia di un uomo abbandonato, di un qualunque di noi esseri umani. La sostanza del Joker, la parola del Joker, la sua immagine, non sono che una metafora, un pretesto per immortalare, su di un nastro di celluloide, la tragedia di un ragazzo che voleva diffondere gioia e serenità ma finirà per elargire morte, nichilismo, sovversivismo.

L’opera filmica partorisce un Joker umano, un’allegoria più che un vero carattere. “Joker”, più che un film sul personaggio in sé, è, infatti, da considerarsi un thriller psicologico che usufruisce dell’appellativo “Joker” per estendere la propria analisi all’uomo normale, al negletto, al cane di paglia stanco d’essere vessato. Una volta intuita questa verità, si può affermare, in conclusione, che “Joker” sia un film non rivoluzionario ma ottimamente realizzato, compassato, greve, angoscioso, un tripudio di buonissimo cinema e meriterà gli Oscar che, con ogni probabilità, porterà a casa. Da fan sfegatato della DC Comics ne sarò felicissimo.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Ridere è un’aberrazione! Ci fu chi lo credette davvero. Costui sosteneva che il riso fosse un soffio demoniaco, alitato dal diavolo a discapito del comune zolfo. Il riso, seguitava ad affermare tal figuro, è un vento diabolico che deforma il viso degli uomini, rendendoli simili alle scimmie. Eppure, chi contraddì queste bislacche affermazioni rispose che le scimmie non ridono e che il riso è proprio dell’uomo. La burla, lo scherzo, la giocondità, l’ironia sono sinonimi dell’intelligenza, sintomi dell’acume umano. Perché, dunque, denigrare il ghigno, la beffa, la risata? Perché esso, il riso, annienta la paura!

E questo non sarebbe un pregio? Beh, per colui che proferì quelle credenze iniziali tutt’altro. Tutto si consumò centinaia e centinaia di anni or sono, in un’antica abbazia benedettina. Ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco, Jorge da Burgos era un bibliotecario cieco. I suoi occhi dalla sclera slavata erano vuoti, spenti, e somigliavano a frammenti vitrei su cui nessun riflesso poteva esser scorto. Il volto di quel monaco era seminascosto da un cappuccio scuro, i suoi denti erano gialli e per la maggior parte mancanti. Egli era austero, freddissimo, malvagio. Ripugnava la giocosità, l’allegria come fossero un male da estirpare. Nessuno, secondo il suo volere, avrebbe dovuto scoprire cosa fosse il riso indotto, l’arte di far ridere spontaneamente con sagacia e abilità. Nessuno avrebbe dovuto rinvenire e sfogliare il Secondo Libro della Poetica di Aristotele. Questo volume giaceva, celato, proprio nell’immensa biblioteca di quel monastero. Fra quelle pagine, avvelenate dallo stesso religioso, il filosofo greco esaminava la Commedia, considerandola come uno strumento di verità, di riflessione.

Invero, non sono pervenute a noi tracce di questo secondo manoscritto di Aristotele. La Poetica del filosofo è, infatti, giunta incompleta, ed essa tratta la Tragedia e l’Epica. Supponendo la tangibile esistenza di questo secondo manoscritto, Eco stese la propria storia. In un passo del romanzo, frate Guglielmo varca la soglia della biblioteca, un dedalo di scale e cunicoli, e trova il libro in questione. Comincia, allora, a leggerlo con molta cautela. In quella breve e rapida lettura, Guglielmo scopre il presunto parere di Aristotele in merito alla Commedia. Essa, al pari della Satira e del Mimo, suscitando il piacere del ridicolo, perviene alla purificazione di tale passione. Come la Tragedia anche la Commedia adempie, dunque, alla catarsi.

Fantasticando sulla possibilità che il Secondo Libro della Poetica riportasse quando è stato ripetuto ad alta voce da Guglielmo, potremmo certamente affermare che, stando al pensiero di Aristotele, mediante l’ilarità, la letizia, l’uomo può giungere a comprendere, a capire il vero, il bello, la vita stessa, magari. Non è, quindi, soltanto con la seriosità, col dramma, con le peripezie proprie della Tragedia che è possibile guadagnare la catarsi. Anche la Commedia, la Grande Commedia aristofanea, permette di ottenere una epurazione. Una purificazione differente, unica, generata dall’idillio gioioso che genuflette l’uggia di una mente crucciata.

Nel secolo in cui Umberto Eco volle ambientare il proprio romanzo, ridere era un’attività proibita, poiché essa abbatteva il timore, e senza il timore non vi era fede. Il tomo occultato con rabbia, con livore, con follia dal bibliotecario, si tramuterà in uno strumento di morte, un artificio contaminato dal monaco. Chi avesse letto le parole di Aristotele sarebbe morto, come se fosse stato redarguito e punito da una fantomatica giustizia divina contraria alla perpetuazione del riso. Jorge da Burgos considerava il potere intriso nell’inchiostro di quel libro estremamente pericoloso poiché, un giorno, quelle parole sarebbero echeggiate, l’ironia sarebbe divenuta una fonte d’espressione consueta che avrebbe portato a ridere di tutto, anche di Dio. Il libro, quel Libro, secondo quanto temuto dall’anziano frate, avrebbe ucciso il credo antico. Una frase, quest’ultima, che risuona simile anche nei versi intonati da un’altra figura religiosa, in un’opera del tutto diversa. Claude Frollo, l’arcidiacono della cattedrale parigina di Notre-Dame, nel musical popolare ispirato al capolavoro letterario di Victor Hugo, esterna la propria paura sull’inevitabile forza del libro, declamando: “La stampa imprimerà la morte sulla pietra, la Bibbia sulla chiesa e l’Uomo sopra Dio”. La scrittura, al di là della Commedia stessa, dà la possibilità all’uomo di ragionare, di riflettere, di studiare, di elevare la propria cultura e non renderla più soggetta al timore reverenziale, alla paura che, nell’antichità, rendeva vana la stessa religione, abbracciata per pavidità e non per vera fede.

Il riso, come già accennato, spezza le catene, rompe il giogo della schiavitù. Quando si ride, quando si è felici, anche per flebili istanti, per pochi attimi d’oblio, di dimenticanza, non si è più prigionieri della mestizia, dell’angoscia, dell’afflizione che è, anch’essa, propria dell’essere umano. Saper ridere è un’abilità che custodisce in sé una virtù, quella di rendere la vita lieta e piacevole. Far ridere, invece, ancor di più, è un talento prezioso che permette di donare felicità e spensieratezza agli altri. Cosa c’è di più generoso che voler far sorridere qualcun altro?

Chi scrive una commedia, chi riesce ad interpretarla, è un dispensatore di gaiezza, di voglia di vivere, in altre parole: un servo di Aristofane. Con la Commedia, noi tutti riusciamo ad allontanare temporaneamente gli affanni, sorvoliamo, per pochi ma rinvigorenti attimi, i problemi che ci assillano, che rimbombano fra le pieghe della nostra coscienza. Senza commedia saremmo perduti, senza il riso saremmo gelidi automi. Aristotele lo sapeva, lo aveva dedotto, pur classificando la Commedia fra i generi inferiori.  La Commedia attua una mìmesis, un’imitazione. E chi emula, quali personalità mima la Commedia stando ad Aristotele? Le persone che valgono meno. Oggi, diremmo i reietti, i non realizzati, gli esclusi, i dimenticati, i disgraziati, i poveri della società. In definitiva: le caricature interpretate da Stanlio e Ollio.

Derelitti, rifiutati, discriminati, in quanti altri modi potevano essere descritti i personaggi di Stan Laurel e Oliver Hardy? Erano i negletti, i respinti da ogni comunità, gli pseudo altruisti, gli ingenui, i sentimentali, i buoni costretti a fronteggiare gli arroganti e i maligni. Stanlio e Ollio erano soli, sempre soli, ma avevano, perlomeno, una grande fortuna: la loro amicizia.

In “Stan e Ollie”, film biografico del 2018 dedicato alla più celebre coppia comica della storia della settima arte, vi è un suggestivo momento, quello in cui Stan Laurel siede al bar di un hotel. Egli se ne resta silente, immerso tra i suoi pensieri. Viene poi raggiunto da sua moglie che lo mira, assorto nei ricordi. Stan tiene in mano un bicchiere di vetro, lo scruta con malinconia. Assorbe l’odore dell’intruglio alcolico, ne coglie il profumo che effluisce ma non lo beve. Stan rammenta il passato e confessa alla moglie l’essenza basica di ogni disavventura di Stanlio Ollio. “Guardi i nostri film e vedi soltanto noi due…” – Mormora il signor Laurel. “Nessuno ci conosce in quelle storie, siamo soltanto noi. L’uno ha solamente l’altro.”  Quanto era vero!

Gironzolavano per le strade, in città, si spostavano di appartamento in appartamento, vagavano tra i viottoli delle montagne. Si recavano in campagna, poi al Congresso dei Figli del Deserto, tra le periferie del vecchio West come fanciullini innocenti, finivano nei boschi, nei cui meandri rimbombava la voce baritonale di un bandito chiamato Diavolo. Erravano continuamente ed erano sempre insieme. Il più delle volte non avevano spiccioli nelle loro tasche scucite, ma potevano contare l’uno sull’altro. Erano miseri nelle vesti ma nobili negli animi. Erano indigenti, ciononostante potevano vantare la ricchezza più grande: una vera amicizia!

In ogni loro traversia, Stanlio e Ollio viaggiavano molto, si spostavano da un luogo ad un altro, cercavano i lavori più disparati per tentare di sbarcare il lunario. Bramavano l’aiuto dei più ricchi, loro che erano tanto poveri. Il copione dell’ultimo film che avrebbero dovuto girare li vedeva collaborare con Robin Hood, nella vecchia foresta di Sherwood. Questa pellicola ideata dal duo ma mai portata a termine viene spesso citata nel lungometraggio del 2018. Per Stan e Oliver il film su Robin Hood rappresentava l’ultima spiaggia, la restante possibilità di poter tornare sulla breccia attraverso il cinema. Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Per tale ragione, il famoso fuorilegge avrebbe aiutato ben volentieri i nostri amici, perennemente squattrinati. Nelle loro opere filmiche, erano pochi i comprimari disposti ad aiutare Stanlio e Ollio, i quali precipitavano sempre e comunque in qualche sorta di guaio. Stanlio e Ollio venivano, così, derisi dai prepotenti, offesi dagli arroganti, maltrattati dalle mogli, denigrati dagli adulti, loro che restavano eterni bambini. Continuavano a non avere nessuno, eppure andavano avanti. Insieme riuscivano a darsi forza. Stan lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Del resto, fu lui a plasmare la coppia nelle sue più impercettibili sfaccettature.

Seduto fra quei tavoli, Stan ricorda la verità: Stanlio non può esistere senza Ollio. In quei giorni, la salute di Oliver era peggiorata e la coppia comica si trovava ad un passo dal congedo. Non avrebbero più riso insieme, non avrebbero più fatto ridere. Con le loro vicissitudini, Stan e Oliver riuscivano sempre a strappare spontanei e coinvolgenti sorrisi. Dopotutto, Stanlio e Ollio incarnavano le “persone che valevano di meno”, ma anche le persone che, nel cuore, nel profondo, valevano di più.

E dunque Stan se ne stava solo al bar, prima d’essere raggiunto dalla propria consorte. Il signor Laurel rimembrava quello che fu, ciò che ancora sarebbe potuto essere. Il canto del cigno era ormai imminente. Dinanzi alla fine, non restava che celebrare il principio, la gloria di una vita trascorsa. Stan non avrebbe mai potuto continuare a lavorare senza Oliver, pertanto anch’egli era prossimo al ritiro. Tuttavia, Oliver lo sorprenderà di nuovo, l’indomani, come solo i veri comici sanno fare, ed invoglierà l’amico a continuare. Lo spettacolo dovrà proseguire.

Il film “Stanlio e Ollio” racconta l’ultimo step di questi ineguagliabili maestri della commedia americana. L’opera tenta di mostrare quello che il pubblico disconosce, inscenando l’ultimo atto della rappresentazione teatrale di questa lunga vita vissuta in coppia. La pellicola trasporta sul palcoscenico ciò che è avvenuto dietro le quinte, oltre la scenografia, al di là dell’occhio della camera. “Stanlio e Ollio” indaga il rapporto intimo tra i due attori, volge l’attenzione verso gli ultimi scampoli del lavoro di Laurel e Hardy e lo fa non mostrando nessuna scena dei loro film più famosi, eccetto una: il ballo registrato per “I fanciulli del West”. Questo per un motivo facilmente intuibile. Tutti noi abbiamo imparato perfettamente a conoscere Stan e Ollie sul grande schermo. Sui loro film non è necessario aggiungere altro che non sia stato già detto. Dunque, tale biopic, volendo perseguire intenti innovativi, sceglie sin da subito di concentrarsi su altro, evidenziando nuovi aspetti, quelli riguardanti ciò che Stanlio e Ollio hanno fatto oltre il regno della cinematografia.

Il teatro, i camerini, le stanze d’albergo divengono i luoghi prescelti in cui si sviluppa quest’ultima storia, quest’ultimo lungometraggio. La quotidianità di Stanlio e Ollio si intreccia alla recita, l’esistenza alla finzione. Sul palcoscenico, i due appaiono giovani, lievi e bravi come un tempo ma non appena il drappo rosso del sipario cala, riemergono le difficoltà, le problematiche di una vita colma di delusioni. La pellicola crea uno splendido equilibrio tra “il vero”, rappresentato dai momenti vissuti lontano dalla scena, e “l’immaginario”, il modo in cui il pubblico vede Stanlio e Ollio sul palco o sullo schermo di un cinematografo. Questi due mondi, sovente, si uniscono.

Di stazione in stazione, Stanlio e Ollio si spostano da una metropoli all’altra, tra momenti di quiete a attimi esilaranti in cui la loro routine fa il verso a quella dei loro personaggi impressi sui nastri di celluloide. A tal proposito, la scena in cui Stan si fa sfuggire dalle mani un ingombrante baule che precipita giù da una lunga scalinata, richiama, magicamente, le sequenze di uno dei loro massimi capolavori: “La scala musicale”. Con Stanlio e Ollio si comprende questa verità: la vita è un teatro ed il giorno non è che un singolo atto.

Stanlio e Ollio” racconta la fine ma parte dall’inizio, o per meglio dire dal “mezzo”. Il sipario si alza all’interno di un camerino. Siamo negli anni d’oro, nel mezzo della loro prolifica carriera. Entrambi discutono del più e del meno, dinanzi a due specchi. I loro copricapi, le loro bombette, sono appoggiate su di un appendi cappelli. I due dialogano, Ollio confida all’amico di aver perduto molti soldi col suo ultimo divorzio, Stanlio, dal canto suo, confessa d’essere intenzionato a mandare al diavolo il produttore Hal Roach per una sola ed emblematica ragione: i film di Stanlio e Ollio incassano milioni su milioni, eppure né Laurel né Hardy beccano un singolo quattrino. In quel tempo, le stelle di Stanlio e Ollio sono tra le più sfavillanti del firmamento hollywoodiano.

Di lì a poco, i due raggiungono il set e iniziano a danzare. Passano sedici anni da quel giorno. Entrambi sono visivamente invecchiati. Ollio è più largo e ben più corposo di prima, Stanlio più spossato. Il cinema, lentamente, si è dimenticando di loro. Per racimolare qualche soldo, ambedue sono costretti ad intraprendere una lunga e stressante tournée. Le platee a teatro, però, sono semivuote. Dopo qualche settimana buia, tutto comincia a cambiare ancora. Il loro talento resta trasbordante, immune al sopravanzare dell’età.

Di teatro in teatro, Stanlio e Ollio tornano a far ridere, ed il passaparola diviene inevitabile. Le persone sparse per l’Europa li accolgono festanti, le sale si riempiono. La gestualità, la pantomima, le cadute rovinose a terra, i canti, i balli costituiscono ancora il cuore del loro repertorio; un repertorio immortale, mai volgare, mai banale, insuperabile. Stanlio e Ollio avevano creato una comicità destinata a non conoscere la resa, e se il cinema li aveva ripudiati, il teatro era il luogo in cui potevano ancora donarsi agli altri.

L’esibizione per un artista è tutto. Lo era per Stanlio, lo era per Ollio. Il biopic, diretto da Jon S. Baird e con protagonisti gli straordinari Steve Coogan e John C. Reilly, analizza questo senso dell’esibizione. Stanlio e Ollio agognavano esibirsi ancora ed ancora, non potevano cedere, arrendersi al tramonto di un’era. Desideravano ardentemente andare avanti, far ridere la gente, interpretare un nuovo film. Eppure, come accaduto ai loro personaggi, accadde a loro stessi nella vita vera: i più forti, i più ricchi, li avevano ignorati e lasciati soli.

Ridere è una cosa seria, tutt’altro che un’aberrazione! Stanlio e Ollio lo sapevano, Stan, in modo particolare. Era sempre serio dietro la sua macchina da scrivere, quando concepiva e imprimeva su carta gli sketch. Ridere e far ridere è una cosa maledettamente seria e difficile. E a Stanlio e ad Ollio non fu mai impedito di regalare la loro ironia, davvero. Nulla poté impedirglielo né l’età né gli studi cinematografici. Il film lo sussurra continuamente, volgendo l’attenzione al teatro, il luogo in cui tanti fortunati riuscirono ad ammirare le performance di Laurel e Hardy. In quelle sale, era possibile ammirare i due comici senza il velo della telecamera, senza il filtro di un occhio meccanico, in modo unico. Ed è proprio un punto di vista nuovo, originale, esclusivo quello che la pellicola ci propone. Essa indugia lì dove nessuno si era soffermato, portando in scena anche il loro complesso rapporto d’amicizia.

Stanlio e Ollio, molto legati e affezionati l’uno all’altro, avevano caratteri e interessi differenti. Fuori dal set, entrambi si frequentavano di rado. Stan era dedito al lavoro, alla cura maniacale del dettaglio. Oliver, al contrario, era amante del divertimento, dello spasso. Le malelingue ipotizzarono addirittura che i due riuscivano ad essere veri amici solamente dinanzi ad una cinepresa.

La vita di Stanlio e Ollio, come ogni vita che merita d’essere vissuta, è stata un continuo oscillare dal dramma alla commedia, dal vero al fantastico. L’ultimo periodo, in particolare, vide incrinarsi il loro rapporto. Il biopic analizza anche quest’ultima questione. Ciò che Ollio fece sedici anni prima, quando era al verde, vale a dire girare un film in coppia con un altro attore mentre Stanlio cercava di strappare un contatto ben più cospicuo con un'altra casa di produzione, gravava come una lesione, una lacerazione che avrebbe potuto strappare e separare definitivamente il duo.

Per settimane, Stanlio e Ollio si esibirono a ritmi frenetici, inseguendo la chimerica illusione di poter ricominciare, di non arrendersi al progredire del fato. Essi volevano guardare al futuro, ma il dolore del passato non si era ancora attenuato, la ferita non si era ricucita. Una sera, si riaprì del tutto. Stanlio e Ollio litigarono pesantemente, rievocando quel triste momento. Nella scena più cruda dell’opera, i due si offendono pesantemente, arrivando ad affermare ciò che alcuni giornali erano soliti dire di loro: che non erano degli autentici amici. In quel triste momento, quando Stanlio e Ollio discutono animosamente, a pochi passi, qualcuno scoppia anche a ridere. Costoro avevano scambiato il tutto per una gag, uno dei tanti siparietti. Il destino di molti comici: essere sempre ritenuti giullari di corte, non avere la possibilità di poter soffrire, non essere considerati come uomini comuni, che sanno quando ridere e quando, invece, poter piangere perché ben conoscono il dolore. Ma Laurel e Hardy non rimarranno lontani a lungo, torneranno insieme, per gli ultimi spettacoli. Le cattiverie che erano state sibilate dalle loro bocche avvelenate, dai loro animi frustrati e inappagati, non corrispondevano alla verità. Né l'uno né l'altro potevano credere in quelle affermazioni espresse oralmente e, pertanto, portate via dal vento con rapidità. Stan e Oliver erano davvero degli amici inseparabili e lo sarebbero stati sino all'epilogo, dalla finzione alla tangibilità.

Tra un cambio di scena e l’altro, Ollio si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto, respira affannosamente, cerca disperatamente di recuperare le energie. Stanlio lo sostiene, aiutandolo a rimettersi in piedi. Gli affanni, le stanchezze, le tristi avvisaglie della vecchiaia che deturpano i loro visi spariscono non appena tornano dinanzi al pubblico. La realtà, quella del dietro le quinte, che abbiamo assaporato noi spettatori di questo meraviglioso film biografico si disperde, e torna la finzione, la commedia, quella del palcoscenico, che vede Stan e Ollie festanti, giocherelloni, come se nulla li turbasse mai realmente. E’ questa la magia di un comico manifestata in un sol battito: accantonare la sofferenza per mascherarla con il riso che diffonde altro riso.

Al cospetto di una platea stracolma, Stanlio e Ollio balleranno un’ultima volta. “Ci siamo divertiti, non è vero, Stan?” – Borbotta Ollio.

Certo che sì!” – Replica Stanlio.

L’essenza della commedia viene qui espressa in un semplice scambio di battute: divertirsi e far divertire, sconfiggere, anche per degli ineffabili secondi, lo scoramento dell’animo.

Il film si chiuderà come era cominciato: con un passo di danza. Ollio, grande e grosso, apparirà, sotto i riflettori, leggiadro come una piuma mossa dal vento. Stanlio, così minuto, sembrerà, invece, più grande ad ogni giravolta, come se lui stesso fosse carico di una gioia incontenibile, pronta per essere esternata. In quell’attimo, le luci si spegneranno, lo spettacolo giungerà veramente a conclusione.

Finì quella sera, tra le risate, le gioie, i caldi applausi, i rintocchi strepitanti, i sorrisi. Quel riso che i due comici avevano donato al mondo perdurava sui volti di tutti. Attraverso la commedia in bianco e nero, Stanlio e Ollio avevano scoperto la verità, il miglior modo in cui poter vivere. Essi avevano compreso, carpito, fatto proprio il potere insito nella vera Commedia. Un potere che avvicina ed unisce.

Non vi è cosa più dolce che vedere il volto di chi amiamo mutare, le guance contrarsi, le labbra aprirsi nel generare un sorriso schietto, sincero. Poter ridere è un dono, far ridere un’arte. Non vi è nulla di diabolico in tutto questo. Il riso è proprio un regalo di Dio. Esso avvicina e non divide. Ed infatti, Stanlio e Ollio, sul finale, riusciranno a far avvicinare anche le loro mogli, spesso aspre, discordi e litigiose. Le donne, felici, si terranno per mano, contemplando l’eterea magia di uno spettacolo comico.

Far ridere è il potere più bello, il potere più desiderato, il potere più temuto. Col riso si dà felicità, si può persino fare innamorare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Ryo e Kaori" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Passi spediti, fiato corto. Una ragazza rantola nel buio, spaventata, per scampare a una banda di malfattori. Esausta, la giovane si spinge fino alla stazione di Shinjuku. Lì, si sofferma dinanzi ad un’imponente lavagna che campeggia, tacita, tra il mormorio della folla. Indecisa sino all’ultimo, la giovane sceglie di chiedere aiuto, scrivendo sulla lavagna tre lettere dell’alfabeto: XYZ.

Ryo Saeba e Kaori Makimura raggiungono la stazione, imbattendosi nella loro nuova cliente, Ai Shindo, modella ed ex studentessa di medicina. Quest’ultima riferisce ai suoi prossimi protettori d’essere perseguitata da un gruppo di loschi figuri, alla ricerca di una misteriosa "chiave" collegata al Moebius, una tecnologia avveniristica a cui il padre di Ai stava lavorando prima d’essere assassinato. Ryo, come da consuetudine, ispeziona la fanciulla con il proprio piglio molesto e ne resta irrimediabilmente attratto. Da lì in poi, l’investigatore cercherà in tutti i modi di conquistarla, bersagliandola di continuo e venendo, prontamente, fermato dalla lesta e vigile Kaori, sempre più delusa, sempre più… gelosa.

Nel frattempo, Kaori viene avvicinata da Shinhi Mikumi, un suo caro amico d’infanzia che vuole intrecciare con lei una relazione romantica. Davanti a questo possibile scenario, Ryo non batte ciglio, per l’incredulità della stessa Ai Shindo, convinta che Ryo provi per Kaori una mal celata attrazione. Una sera, Ryo conduce Ai in un elegante ristorante in cui, a pochi tavoli di distanza, la stessa Kaori sta cenando con il suo spasimante. Ai inizia a scandagliare il suo interlocutore, Ryo, con lo sguardo. Questi è divenuto laconico come non lo era mai stato. Dov’era finita la sua travolgente simpatia? La sua incontenibile voglia di flirtare? Ryo cenava in silenzio con la sua cliente, ma ad ogni insinuazione di lei rispondeva con simpatia. Ai Shindo ne era convita: Ryo provava per Kaori ben più di un semplice interesse amicale. Ma come ha fatto la curiosa ragazza a intuire questa verità?

"Ryo Saeba" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ryo ha sempre fatto di tutto per nasconderlo e, fino ad allora, ci era riuscito in pieno. Con ogni probabilità, la protetta di Ryo scorse qualcosa negli occhi del suo guardiano quando questi rivolse la propria attenzione all’indirizzo di Kaori. Un lampo e, forse, un bagliore d’affetto non adombrato scintillarono nelle sue pupille. Quella sera, seduto al tavolo, Ryo apparve, agli occhi di Ai, nudo, svestito da quella sua giacca azzurra e da quella sua maglietta rossa. Sotto quella sua fisicità statuaria, sotto quella sua espressività bonaria, divenuta, di colpo, fredda, seriosa, severa, inattaccabile, Ryo venne, suo malgrado, smascherato da una “ragazza qualunque” che possedeva la giusta arguzia per vedere oltre le sembianze. Tutto, forse, scaturì dagli occhi dello stesso Ryo. Furono essi a tradirlo? Chi può affermarlo! Ciò che è certo è che l’intera pellicola pone una profonda attenzione al senso della vista umana.

Il lungometraggio “City Hunter: Private Eyes” segna il ritorno del personaggio più celebre e amato partorito dalla fertile matita del maestro giapponese Tsukasa Hojo. Durante tutto lo scorrere dell’opera d’animazione, “gli occhi” assumono un valore altamente simbolico, come già il titolo della pellicola ha voluto suggerire.  Anzitutto, la professione della giovane Ai Shindo, la cliente e nuova protetta di Ryo Saeba, evoca, sin da subito, quanto la vista, intesa come “apparenza” ed “esteriorità”, adempi ad un ruolo preponderante all’interno del film di Kenji Kodama. Ai Shindo è, a tal proposito, una modella. Lei viene fotografata, immortalata giorno dopo giorno, così che la sua bellezza possa essere apprezzata da tutti coloro che desiderano lanciarle sguardi fugaci o occhiate vispe, indiscrete e curiose. Ryo stesso, volutamente, ha sempre dimostrato d’essere superficiale quando si tratta di belle donne, badando soltanto alle apparenze, a ciò che la meraviglia di un corpo femminile può generare in lui, una volta raggiunto dalla sua vista acuta e penetrante come quella di un rapace.

"Kaori Makimura" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

La vista, però, è uno strumento ingannevole, che non sempre riesce a mostrare ciò che vi è oltre l’epidermide. Falcon, a tal proposito, è un personaggio che patisce una lieve forma di cecità ma che riesce a vedere più di quanto la vista comune sia in grado di scorgere. Falcon possiede la delicatezza, la sensibilità, la gentilezza, caratteristiche tipiche degli spiriti di buon cuore, coloro i quali vedono cose che sfuggono a tanti altri. Ryo, a detta dei più, non sembra affatto rientrare nella suddetta categoria di persone. Egli non si dimostra affatto sensibile, tanto meno garbato. Ryo ha il savoir-faire di un corteggiatore incallito, di un seduttore imbranato, dell’amante impertinente, destinato solamente a raccogliere risultati infruttuosi in amore. Kaori lo sa e non fa che chiedersi tutte le volte: “cos’ha che non va?”. Ma Ryo è davvero un epidermico zotico, che bada soltanto all’effimera bellezza, alla vacuità esteriore? Per come si atteggia e per come si esprime sembrerebbe proprio di sì, ma i suoi occhi, non sempre, concordano con ciò che egli fa. “Private Eyes” sussurra questa verità durante tutto il film, sino alla rivelazione finale.

Le labbra possono celare la verità, gli occhi più di rado. Essi tradiscono, a volte senza volerlo. Gli occhi, sovente, esternano sentimenti seppelliti nell’intimità, palesano un interesse, un’attenzione. Gli occhi scrutano e osservano, contemplano ed indagano, e quando vengono guardati, a loro volta, possono rivelare quanto vi è nascosto nel profondo di un carattere, di una personalità. Gli occhi sono la parte più esposta della fisicità di un corpo. Non giacciono occultati da alcuno strato di pelle, essi appaiono così come sono, grandi come lacrime di pioggia. Gli occhi possono essere cerulei come un cielo limpido, oppure agitati come un mare in tempesta, freddi come correnti oceaniche, calorosi come raggi che dardeggiano. In virtù della loro essenza, così pura ed evidente, gli occhi vengono considerati lo specchio dell’anima, poiché rivelano quanto, invece, non fa la lingua.   

"Maki, Mick, Falcon, Miki e Saeko" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters.

Dalla bocca possono scaturire parole saggiamente ponderate prima d’esser pronunciate, frasi misurate, soppesate per negare un’evidenza, per obiettare ad una realtà. Le parole mentono, gli sguardi no, al contrario, rivelano. Ryo usa, spesso, le sue parole per negare il sentimento che prova per Kaori, con le sue labbra non fa altro che sminuire la femminilità della sua amata per innervosirla, allontanarla da sé, così che non possa legarsi totalmente a lui. Le sue parole mentono, i suoi occhi quasi mai.

Ryo, infatti, alle volte si fa sfuggire qualche sguardo sincero. E’ una rarità, ma capita anche a lui. Quando fissa Kaori, negli attimi in cui è ben cosciente che lei non può ricambiare il suo sguardo intenso e prolungato, Ryo smette di vederla come una semplice compagna di lavoro, una coinquilina per cui nutrire null’altro che un tenero sentimento di amicizia. In questi attimi, Ryo mira Kaori con lo sguardo di un uomo innamorato che mai, però, può rivelare il proprio amore.

Ryo ne è consapevole: confessare l’amore alla donna più importante della sua vita significherebbe coinvolgerla completamente, trascinarla in maniera irreversibile nel suo mondo fatto di pericoli e di insidie, costellato da sacrifici e da privazioni. Ryo non avrebbe mai potuto farlo, e per tale ragione è solito “mutare” costantemente i suoi occhi, dosando opportunamente i suoi sguardi. Gli occhi di Ryo non possono davvero mentire, eppure riescono ad occultare. Per allontanare ulteriormente Kaori, ogni qual volta poteva essere il momento opportuno per dichiararsi, Ryo usufruisce delle sue parole. Anche lui sa questa inequivocabile verità: le parole possono ingannare molto più di quanto la vista può percepire.

Giorno dopo giorno, peripezie dopo peripezie, Ryo salva centinaia di belle donne, mostrando tutta la propria impareggiabile audacia e, al contempo, agisce come un perfetto idiota. Corteggia, o per meglio dire importuna qualunque donna gli si pari davanti, con pessimi risultati. Ryo pare avere occhi per ogni donna, tranne per colei che gli rimane sempre accanto. Kaori, in cuor suo, ne soffre. Tutte vengono ammirate dal bel vigilante di Shinjuku, tranne lei. La bocca di Ryo e i suoi sguardi sono sempre riusciti ad inscenare la più dura delle menzogne: negare un vero amore.

Gli occhi di Ryo sono sempre stati molto particolari. Solitamente, essi assumevano forme bizzarre e del tutto esagerate. Diventavano enormi, strabuzzati, fuoriuscivano letteralmente dalle orbite, cambiavano persino contorni, divenendo due grossi cuori rosa ogniqualvolta intravedevano la sagoma di una bella e slanciata figura femminile. Gli occhi di Kaori, invece, erano spesso incerti, esprimevano lo sguardo introverso ma deciso di una donna forte eppur timida, sicura sebbene fosse indecisa. Anche gli occhi di Kaori sapevano mutare “aspetto”. Diventavano rossi, accesi di rabbia, infuocati come una vampa ardente tutte le volte che Ryo si trovava ad un passo dallo scocciare ed infastidire una giovane ragazza. A quel punto, Kaori era solita lanciare all’uomo un’occhiata assatanata che preludeva ad una furia punitiva dal sapore vendicativo.

Tutte le volte, Ryo incassava di buon grado l’ira violenta della sua fedele compagna. In cuor suo era consapevole d’essere nel torto, sapeva di dover essere castigato. In fondo, nei suoi occhi, da cui sgorgavano copiose lacrime di dolore, vi era l’impercettibile segno della felicità. Ancora una volta, Kaori lo aveva scambiato per un inguaribile mascalzone, ancora una volta lo aveva ritenuto un incorreggibile maniaco, ancora una volta non aveva notato la vera luce negli occhi, il vero sguardo, con il quale lui era solito osservarla realmente.

In “City Hunter: Private Eyes” vi è un momento in cui Ryo sta per cedere, e i suoi occhi sono sul punto di raggirarlo. Kaori indossa un abito nuziale e se ne sta dinanzi a lui, agghindata come una splendida sposa. Lieta, la donna, ingenuamente, domanda all’uomo come la trova. Al che Ryo, dopo qualche attimo di smarrimento, borbotta: “Per me sei sempre la stessa!”. Una risposta che, neanche a dirlo, manderà su tutte le furie la povera collega. In questi attimi, Ryo manca, nuovamente, di sensibilità, di tatto. Così sembra… ad una prima occhiata. Se solo Kaori sapesse quanta verità vi è in quelle parole pronunciate in modo sibillino.

Nella sua lunga investigazione, Ryo scoprirà che il Moebius è un sistema operativo che contiene il segreto per la creazione di armamenti di ultima generazione atti ad essere comandati con il pensiero. Nella pericolosa faccenda vi è coinvolto lo stesso Shinhi, che vuole appropriarsi del Moebius. Il sistema si attiva soltanto con lo sguardo di Ai, ecco perché la fanciulla è bramata dai criminali. Il padre, prima di perire, volle fare in modo che questa rivoluzionaria quanto letale macchina che fu costretto a realizzare funzionasse soltanto con gli occhi della sua bambina. Nelle intenzioni del padre, gli occhi innocenti e buoni di una futura dottoressa quale sarebbe diventata sua figlia, non avrebbero mai attivato davvero quella diabolica creazione. Fu questa l’ultima, disperata mossa attuata dal costruttore del Moebius: affidare ai dolci occhi della figlia il destino dell’umanità.

Ryo, scoprendo tutto, verrà coinvolto in un’ardua battaglia per fermare i propositi di un’oscura organizzazione paramilitare, che è pronta a padroneggiare il Moebius per scatenare una guerra lungo tutto il globo.

City Hunter: Private Eyes” non si limita ad analizzare il modo in cui i personaggi si “osservano” tra loro, ma espande il concetto di “sguardo” e di “osservazione” a tutti i propri spettatori. Sono trascorsi molti anni dall’ultima apparizione del giustiziere di Shinjuku, e voi, cari spettatori, come continuate a vederlo? E’ questo l’interrogativo che, sommessamente, il lungometraggio vuole rivolgere a tutti i fan di City Hunter. “Private Eyes” è un film pensato per gli storici appassionati di “City Hunter”, sta a loro giudicare il ritorno, l’ammodernamento di questo intramontabile manipolo di eroi.

City Hunter: Private Eyes” è un lungometraggio ben fatto, che non può deludere ogni vero fan. I riferimenti estrapolati direttamente dal manga, come la presenza del Professore, o l’uso che lo stesso fa dell’appellativo “Baby face” nei riguardi di Ryo, faranno sorridere ogni appassionato. L’opera filmica vanta, inoltre, una colonna sonora ricca di tutte le tracce più famose della serie originale.

Le sequenze comiche, le scene d’azione, i combattimenti avvincenti condotti da Falcon e Ryo, i sentimenti e le emozioni provati dai personaggi, perfettamente amalgamati tra loro, rendono “Private Eyes” una pellicola riuscitissima. Anche il cameo delle tre sorelle, Occhi di Gatto, risulta essere suggestivo seppur nella sua brevità. “Private Eyes” riprende lo stile dell’anime, trasportando il tutto in un’epoca più moderna. L’atmosfera originale non viene mai smarrita, amalgamandosi perfettamente all’ambientazione odierna. Guardando “City Hunter” è possibile accorgersi di come esso non sia invecchiato affatto, e perduri a mostrarsi sgargiante, originale, coinvolgente come un tempo. Per noi, i suoi fan, City Hunter è sempre lo stesso!

"Ryo e Kaori" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Private Eyes” è un lungo e nostalgico omaggio al passato, un tributo che, come nello stile di Tsukasa Hojo, non conduce ad un vero rinnovamento e non volge verso alcun finale definitivo ma che, come in ogni altra opera del mangaka, lascia il futuro incerto, aperto, come se nulla, mai, cambiasse e finisse del tutto.

La storia d’amore tra Ryo e Kaori, anche in quest’ultima avventura, sarà destinata ad arenarsi ancor prima di sbocciare, a celarsi dietro una parola non detta e uno sguardo spezzato. Ryo e Kaori saranno sempre destinati a non rivelare mai davvero i loro sentimenti, nascondendosi dietro un’imperturbabile maschera, fatta di litigi ed incomprensioni.

Sul volgere del finale, prima che le note di “Get Wild” risuonino come un’eco ben distinta, Ryo spazzerà ogni dubbio e proferirà silenziosamente la sua verità: per lui, Kaori, vestita da sposa, era davvero sempre la stessa, ovvero una donna bellissima. Kaori per Ryo è sempre se stessa, eternamente splendida come una gemma prossima a fiorire. Sarà questa una confessione sentita, schietta. Le parole candide di Ryo combaceranno, finalmente, con i suoi occhi cristallini.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Haley Keller" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Un ultimo respiro profondo, poi giù in acqua. Haley chiude gli occhi, protrae il suo corpo in avanti e si tuffa. Nuota rapidamente, con tutte le sue forze, dà bracciate veloci che solcano l’azzurro chiaro della piscina. Di tutta fretta raggiunge il bordo. La prima vasca è finita ma ne manca ancora una. La parete, sfiorata dai suoi arti, la sospinge per l’ultimo sforzo. Haley sguazza, lesta, sino al traguardo ma il suo “passo” incalzante non basta. Per qualche centesimo di secondo, la gara di nuoto viene vinta da un’avversaria, e ad Haley non resta che incassare l’ennesimo smacco. Fuoriesce, allora, dall’acqua, l’elemento in cui riesce ad essere a suo agio, agile e leggera, e riguadagna il suolo, la “terraferma”, l’elemento in cui riemergono le sue frustrazioni, i suoi affanni, le sue amarezze.

Haley sa come incamerare le sconfitte. Ella è caduta molte volte ma ha sempre trovato il modo di rialzarsi, di riemergere dal fondo, di ricominciare ed accettare un’altra sfida. Ma le delusioni, adesso, cominciano ad essere troppe. I suoi genitori si sono separati da tempo, Haley non può più frequentare suo padre, vede la sorella di rado e non riesce a imporsi come vorrebbe nella vita di tutti i giorni. Come poter trovare le energie residue per andare avanti, riprovare e tornare a solcare l’acqua?

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Haley pratica il nuoto sin da bambina, ma a lei questo sport non è mai piaciuto. Il padre insistette tanto affinché si esercitasse. Egli vedeva in lei un talento naturale, una sorta di predisposizione innata. La ragazza cominciò, allora, a cimentarsi nelle competizioni agonistiche, più per soddisfare le aspettative del genitore che per altro. Ad onor di cronaca, Haley è davvero una grande nuotatrice, deve solo perseverare nei suoi allenamenti, ed ha un’attitudine a non scoraggiarsi, a non arrendersi mai. Il suo rapporto con l’acqua è tutt’altro che idilliaco. Per lei, essa ha sempre rappresentato una dimensione con cui doversi confrontare, uno spazio in cui dover primeggiare, sopravvivere, lottare per avere la meglio sugli altri, un regno dove testare le proprie abilità, mettere alla prova il proprio coraggio, una realtà da fronteggiare per oltrepassare i propri limiti. 

Il padre è solito sussurrarle all’orecchio che lei è una “superpredatrice”, nobile ed elegante come un’aquila, agile come un felino, tacita come un rettile acquatico. Haley, però, non si è mai sentita tale, e non ha mai pensato a se stessa come ad una “divoratrice”, una cacciatrice che potesse ingurgitare e spazzare via i propri avversari. Lei sa soltanto di essere una “tosta”, una “perdente” che non conosce resa.

Una volta raggiunto lo spogliatoio, a seguito dell’ultima gara di nuoto disputata, Haley viene a sapere che un uragano di categoria 5 è in rotta di collisione con la Florida. La ragazza, preoccupata per le sorti del padre, decide di raggiungere la sua abitazione a Coral Lake. Col trascorrere delle ore, la tempesta infuria sempre più, e la pioggia scende copiosa come un torrente inarrestabile. Haley ignora le avvertenze della polizia, e arriva sino a destinazione. Entra e si porta in prossimità del seminterrato della dimora. E’ lì che scorge il padre ferito e privo di sensi, e lo rinviene. Poco dopo, Haley si accorge di non essere sola: dall’oscurità emergono due grandi alligatori, intrufolatisi in casa attraverso un canale di scolo, a seguito della violenta perturbazione abbattutasi in quel luogo.

Haley trascina il corpo del genitore in una zona sicura, salvo poi rendersi conto d’essere rimasta prigioniera. L’acqua che precipita incessante sta invadendo l’abitazione e gli alligatori hanno, oramai, imposto il proprio dominio su di essa, attendendo con predatoria pazienza. Ad Haley non spetta che sostenere, in acqua, la sfida più ardua per la propria sopravvivenza.

Il lungometraggio “Crawl – Intrappolati”, prodotto da Sam Raimi, si svolge interamente in una casa in cui i protagonisti devono far fronte alle proprie paure e ad alcune indomabili “forze oscure” che tenteranno di annientarli. Questa premessa narrativa di base risulta essere simile a quella di uno degli horror più famosi diretti proprio da Raimi: “Evil Dead”, ovvero “La casa”. “Crawl” è un thriller estivo valevole, dal ritmo febbrile e colmo di attimi di tensione.

Sin dall’inizio, l’opera filmica effettua un rovesciamento delle parti per quanto concerne i tipici rapporti gerarchici tra i personaggi di una pellicola a carattere avventuroso e di genere “survival”. In “Crawl” è la figlia a prendersi cura del padre e non il contrario, esaltando costantemente la forza e l’audacia femminile incarnati dalla protagonista. Haley è una ragazza coraggiosa, che avverte ma domina il terrore, una “bambina” rimasta schiacciata dalle speranze del proprio papà, e, pertanto, cresciuta troppo in fretta. Ella è ancora profondamente legata alla figura del genitore, colui che non ha mai voluto deludere. Dave, il padre di Haley, ha riposto un peso e una responsabilità fin troppo esagerati sulle spalle della figlia, aumentando, senza volerlo, le sue ansie e le sue insicurezze. Ciononostante, la voglia di non arrecare insoddisfazione nel cuore del papà ha portato Haley ad accrescere la propria determinazione nel non cedere al dolore, un fattore caratteriale, quest’ultimo, che permetterà ad Haley di restare in vita. La drammatica esperienza che Haley e Dave vivranno insieme, intrappolati a Coral Lake, permetterà loro di riavvicinarsi e ricominciare da dove si erano separati con una maggiore comprensione delle rispettive volontà. 

I coccodrilli sono creature straordinarie. Essi possono vivere sia sulla terraferma che in mare, dominando, così, due elementi del creato: la terra e l’acqua. Quando giacciono sommersi, i coccodrilli sono quasi invisibili ad occhio nudo, poiché sfruttano l’acqua torbida per mimetizzarsi. Essi emergono all’improvviso, con le fauci schiuse, afferrando qualunque cosa ci sia in superficie. Tali creature celano in sé l’istinto, la forza e l’adattamento di milioni di anni. I coccodrilli sono, infatti, esseri antichissimi, comparvero nel Cretaceo superiore, e tutt’oggi popolano il nostro mondo come dei veri e propri dinosauri perdurati, fossili viventi che hanno evitato l’estinzione patita dalle altre specie di animali che, milioni di anni or sono, regnavano incontrastati sul globo terrestre. Animali misteriosi, affascinanti, elusivi ed inquietanti, i coccodrilli si esprimono attraverso ruggiti feroci ma anche tramite sibili lievi, versi del tutto indecifrabili e indescrivibili. Essi hanno la parvenza d’esser freddi ed austeri, cruenti e impietosi, versano lacrime che noi umani giudichiamo non altro che false espressioni di tristezza, pianti di puro disinteresse. Questi rettili giganteschi e possenti, dotati di una scorza spessa come una corazza, testimoniano il raggiungimento di uno stadio dell’evoluzione perfetta. Essi incarnano il passato, la preistoria, e permangono, da allora, inalterati nell’aspetto e nel comportamento. Il coccodrillo ha un morso devastante, il più potente del regno animale. Tali bestie feroci, stando al ruolo che adempiono nella pellicola, vengono descritte come macchine perfette portatrici di morte.

Gli alligatori del film, che irrompono nella casa della protagonista, che invadono il suo spazio vitale, nuotando, trasportati dalla corrente che ha allagato l’intero edificio, rappresentano la ferocia di un mondo primordiale, l’efferatezza di un’era arcaica, la brutalità di un mondo selvaggio e, soprattutto, la famelica violenza della preistoria che sconfina, riversandosi nella modernità che viene, a sua volta, personificata dalla dimora di Haley. L’abitazione, flagellata dai marosi ed espugnata dagli alligatori, evoca la bellezza del presente deturpata dalla forza di un passato affamato, pronto a fagocitare con veemenza l’attuale, l’odierno. Nella situazione di emergenza, nella catastrofe, Haley riscopre la solitudine, l’amarezza di una società ridotta allo stato primitivo dalla violenza delle inondazioni, una società, per l’appunto, in cui l’uomo deve lottare con gli animali feroci per la propria sopravvivenza e incolumità.

Crawl – Intrappolati” è un viaggio a ritroso nel tempo, una discesa vertiginosa nell’avvenuto, dove l’antichità evocata da questi particolari dinosauri, i coccodrilli, che procedono, tuttora, con il loro maestoso ed inquietante incedere a nuotare tra le acque, si scontra con la nostra epoca rappresentante il progresso; un progresso che la furia punitiva della Natura può presto trasformare in regresso. 

"Crawl - Intrappolati" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella sua tragica disavventura, Haley vivrà, con l'acqua, il confronto più disagevole della sua esistenza e riuscirà a prevalere. Sarà la resistenza, il desiderio di non cedere, a portarla in salvo. La volontà di non demordere, di non capitolare, di non rassegnarsi sono le caratteristiche più lodevoli di questa giovane donna che, una volta domato il passato, convoglierà in sé l’impavidità di guardare al futuro.

Voto: 7/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Casper e Kat" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

C’era una volta un buffo esserino che viveva in un maestoso castello. L’antico maniero era stato edificato su di una rocciosa prominenza, e volgeva verso una sterminata distesa azzurra. Poco distante, su di un isolotto prospicente, svettava un grande faro che, quando il sole moriva ad ovest e la luna splendeva alta nel cielo, regalava ai naviganti la sua intensa luce. In quelle notti, se qualcuno avesse rivolto il proprio sguardo alla sommità del faro, con ogni probabilità, avrebbe potuto mirare una creaturina dall’epidermide nivea, seduta su di esso, tutta assorta a rimirare l’orizzonte. Nessuno, però, osò mai tanto e tale entità non venne mai scorta.

Nei pressi dell’imponete castello di Whipstaff, vigeva un costante silenzio. Erano pochi coloro che avevano l’audacia di avvicinarsi. Da oltre un secolo, le voci nella cittadina si erano sparse ed erano state tramandate. Whipstaff veniva considerato un posto maledetto, alla stregua di un edificio infestato.  Ed era vero!

Laggiù, in quella reggia abbandonata, dimorava una creatura dell’aldilà, chiamata Casper. Costui non ricordava affatto chi fosse. I ricordi erano svaniti già da molto tempo e, forse, non sarebbero mai più tornati.

Casper aveva un aspetto decisamente particolare. La sua testa era canuta e liscia, così tonda da somigliare ad una lucciola dal fulgido raggio. Le gote erano paffute, ed i suoi occhi, vivaci e buoni, apparivano sormontati da sopracciglia nere, irte come setole, però tanto sottili che parevano essere state tratteggiate con dei tocchi di matita. La pelle era bianca, evanescente come neve prossima a sciogliersi, ed il suo corpicino era pienotto, allungato e alquanto trasparente, tant’è che chiunque, osservandolo, avrebbe potuto vedere oltre lui. Sì, proprio così, attraversarlo con lo sguardo.

Di giorno in giorno, Casper svolazzava solo soletto da un angolo all’altro della sua casa. Non aveva molti amici, beh, ad essere del tutto sinceri, non ne aveva neppure uno. Nel mondo, sono poche le persone che desiderano essere amiche di un fantasma, e Casper lo sapeva. Ogniqualvolta si presentava al cospetto di un essere umano, questi urlava terrorizzato, per poi fuggire via a gambe levate. Casper non voleva spaventare nessuno, ma non aveva neppure il tempo di spiegarsi. Così, anno dopo anno, se ne restava in solitudine.

Molti anni prima, nella dimora dell’introverso fantasmino, si erano insediati i suoi zii, tre pestiferi ectoplasmi dai nomi alquanto stravaganti: Molla, Puzza e Ciccia. Il primo era uno spilungone stiracchiato, la cui corporatura era paragonabile a quella di uno stecco. Il secondo era tarchiato e goffo, e veniva chiamato in quel modo per via del suo alito fetido, ammorbante come quello di un mostro antichissimo dalle molteplici teste, pronte a ricrescere non appena mozzate. Il terzo, come l’appellativo soleva anticipare, era ampio, voluminoso, insomma, un debordante ciccione.

Molla, Puzza e Ciccia costituivano un lugubre trio d’inseparabili amici. Erano dei veri mattacchioni, inarrestabili, buzzurri e irriverenti. Casper li aveva accolti nella sua dimora per avere compagnia, sperando, in cuor suo, di ricevere qualche affettuosa premura. Purtroppo, però, gli zii erano soliti trattare male il povero padrone di casa, finendo per isolarlo ancor più dal mondo esterno nei successivi, interminabili, decenni.

Molti anni dopo, la perfida Carrigan Crittenden eredita, dal defunto padre, il castello di Whipstaff. Il padre di Carrigan, consapevole del carattere insensibile e avaro della figlia, scelse di devolvere gran parte delle proprie ricchezze a numerose associazioni per la salvaguardia delle specie di animali a rischio estinzione. Proprio alla figlia, come gesto punitivo, volle lasciare il castello stregato. Nel testamento, dopo aver sancito le laute somme di denaro destinate alla protezione della vespa della Patagonia, del puma, dei babbuini, delle lucertole e dei serpenti, ironicamente, venne scritto il nome di Carrigan, quale ultima ereditiera di Whipstaff. Carrigan fu nominata subito dopo i rettili striscianti e non a caso. Ella, del resto, era velenosa come una serpe subdola e ripugnante.

Carrigan si convince che Whipstaff nasconde un tesoro inestimabile e, una notte, decide d’avventurarsi nell’inespugnabile fortezza, accompagnata dal fido Dibs, scoprendo che essa è effettivamente “occupata”. La presenza di Casper e del Trio Spettrale non fa desistere Carrigan dai suoi propositi. L’arcigna signora contatta un esorcista, in seguito un vero e proprio acchiappafantasmi e, infine, una banda di demolitori nel disperato tentativo di sfrattare gli occupanti. I vari tentativi falliranno malamente, e tutti scapperanno di gran carriera!

Casper, tutte le volte, non fa che rimanere solo, disperandosi.

Io vorrei solo avere un amico” – mormora il fantasmino, malinconicamente.

Quella stessa sera, l’ectoplasma dovrà, però, ricredersi. Facendo zapping in tv, Casper vede un servizio dedicato al dottor James Harvey, sedicente medium in grado di parlare con i fantasmi e di comprendere ciò che li tormenta. Tutti gli spiriti, secondo Harvey, sono creature sofferenti, intrappolate sulla Terra per delle faccende rimaste insolute. Harvey si dice convinto di poter dialogare con un’anima non ancora trapassata, aiutandola a superare le questioni irrisolte e a passare oltre. Incuriosito dal servizio televisivo, Casper volge la propria attenzione al piccolo schermo, notando, a quel punto, la bellissima Kathleen, figlia del dottor Harvey. Casper, vedendola, cede ad un’espressione intenerita, come invaghito istantaneamente della fanciulla dai lunghi capelli corvini. Casper, allora, capirà: non è più l’amicizia che vuole, bensì l’amore.

Così, il fantasmino, sfruttando le proprie abilità, fa in modo che Carrigan intercetti lo stesso programma televisivo e contatti il dottor Harvey per offrirgli l’incarico di raggiungere il castello di Whipstaff e disinfestarlo. Il piano ben congeniato dal mite fantasma per incontrare Kat, la ragazza di cui si è innamorato, si compie.

Kat, come lo stesso Casper, si sente sola. Il bizzarro lavoro del genitore la obbliga a gironzolare da una città all’altra. La ragazza, pertanto, fatica a stringere amicizia con i suoi coetanei. Anch’ella, durante il tragitto verso l’abitazione, afferma di voler trovare un amico, mostrando, in tal modo, di nutrire il medesimo desiderio del fantasma.  Due esseri infelici e soli, separati da piani dell’esistenza profondamente diversi, sono prossimi ad incontrarsi.

Kat ha perduto la propria mamma. Da allora, il padre ha impiegato ogni sforzo nel vano tentativo di ritrovare l’anima della sua sposa. Harvey è, infatti, persuaso che lo spirito della moglie stia ancora vagando sulla Terra. Nella stessa notte in cui Kat giunge al castello, Casper si manifesta dinanzi alla giovane, scatenando la sua prevedibile reazione. L’indomani, però, la fanciulla e lo spirito hanno modo di scambiare qualche parola e, col passare del tempo, di diventare amici.

Sin da subito, Casper cerca d’instaurare un rapporto sincero e confidenziale con la dolce Kat, affrontando tutti i limiti dovuti alla sua particolare situazione. Il fantasma allunga la propria mano nell’ingenuo tentativo di toccare quella della fanciulla, ma l’essenza di Casper è sfumata; egli è incorporeo, pertanto non può accarezzare la ragazza, può a stento sfiorarla, passarci attraverso, provare la fugace illusione di sentirla poco a poco.

Casper non possiede epidermide alcuna, egli è una sostanza astratta, fluttuante, limpida come acqua che svela, cristallinamente, ciò che in lei si cela, non è altro che una sensazione, un formicolio perenne che avvolge un corpo perpetuamente addormentato. Casper non è e non potrà mai essere un amico come un altro, tanto meno un possibile “fidanzato” per Kat. Eppure, egli prova per lei un amore impossibile da attenuare: l’amore vero, illusorio, vano, che viene percepito, nutrito, coltivato sempre di più, sebbene vi sia la consapevolezza che non potrà mai essere pienamente vissuto. Casper prova nei riguardi di Kat un amore platonico, un sentimento che non può essere dimostrato neppure tramite un’impercettibile carezza. Casper non può trasmettere il calore del suo cuore, poiché egli è freddo, gelido come un inverno inoltrato.

Pur apparendo allegro, simpatico, sorridente, Casper cova i dolori di un adolescente che non diventerà mai adulto. I sogni, le aspettative, le ambizioni ed i timori che il piccolo Casper sente per tutti i secondi in cui il suo sguardo viene ricambiato dagli occhioni della bella Kat, coincidono con gli stessi desideri, le medesime paure e insicurezze di qualunque altro ragazzo. Sebbene il fantasma vaghi sul piano dei mortali da cento anni, egli è rimasto eternamente ancorato all’età che aveva quando morì. Casper ragiona e pensa come un dodicenne. Egli soffre l’isolamento, l’emarginazione, patisce l’apprensione di non piacere al prossimo; timori, questi ultimi, avvertiti e, a stento, tollerati da altrettanti fanciulli della medesima fascia di età. I ragazzi e le ragazze che lentamente si affacciano al mondo, crescendo, attraversano la fase in cui temono di non essere accettati, di venire allontanati, di non essere ricambiati da coloro di cui s’innamorano, arrivano ad avere il terrore d’essere persino derisi per qualche “imperfezione” fisica o per qualche “difetto” palesatosi sul volto.

Casper è destinato a non superare mai queste problematiche, poiché non potrà crescere come un qualunque mortale. Il suo aspetto non cambierà mai con la maturazione, le sue insicurezze non svaniranno con l’età adulta. Egli è prigioniero di una stasi perpetua, una triste condizione che soltanto la presenza di Kat può alleviare. Casper non vuole più trovare un amico, da quando ha visto Kat ha scoperto l’amore, un sentimento che, dopo oltre un secolo, avverte per la prima volta. Contemplando e deducendo il desiderio di amare di questo fantasma, è possibile recepire la morale più profonda della storia di “Casper”: la voglia di vivere di un’anima defunta.

Il magico e bellissimo lungometraggio di Brad Silberling, inscenando l’incontro tra Casper e Kat e mostrando la progressione della loro storia, sino alla scoperta delle origini del fantasma, evoca tematiche sentimentali, sensibili e commuoventi, senza mai far sì che esse coprano il divertimento, o che affievoliscano la vena fantastica e beneaugurante di una storia rivolta a tutta la famiglia. La pellicola “Casper” è un’opera frizzante, piacevole, allegra ma molto più profonda di quanto si possa intuire da bambini. La bellezza di Kat e la dolcezza che ella trasmette ad ogni suo sguardo rubano il cuore di Casper, facendogli provare qualcosa che aveva smesso di sentire: la propria umanità.

Kat, interpretata splendidamente da Christina Ricci, meravigliosa e straordinaria attrice sin dalla più tenera età, iconica in qualunque ruolo abbia interpretato in carriera, è il personaggio che avvicina Casper a riscoprire la sua umanità obliata, il suo avvenuto andato smarrito. E’ grazie a lei e all’amore che è riuscita a svegliare nel cuore del fantasma che Casper riscopre chi fu molti anni or sono.  La capacità di amare, di affezionarsi, la brama di voler tenere con sé la donna amata sono tutte caratteristiche che rendono il fantasma del tutto simile ad un essere umano dal cuore che batte.

La storia di questo minuto fantasmino è una storia d’amore, di un amore reale, tangibile, ma impossibile da compiersi. Eppure, Casper non vuole arrendersi. Egli non accetta facilmente di non poter accompagnare Kat alla festa di Halloween che la stessa ragazza ha organizzato al castello. Casper sa di non essere come gli altri ragazzi, di non potersi riflettere allo specchio, di non poter apparire in pubblico senza scatenare un’isteria di massa e di non poter toccare la giovane e danzare con lei. Tutto questo, però, non lo fa demordere. Casper tenta, allora, di stupire Kat, invitandola a volare con lui. Volteggiando su nel cielo, a sera inoltrata, lo spiritello conduce Kat sulla sommità del grande faro, meta in cui Casper si reca tutte le notti.

Lassù, Kat domanda all’amico qual era il suo aspetto nella vita trascorsa. Casper ammette di non ricordarlo più. Le sue reminiscenze sono state obliate dalla morte, dileguate dall’inesorabile scorrere del tempo. La sua mente, svuotata da ogni memoria, somiglia allo stesso mare buio che Casper ammira ogni notte da quell’altura. Non vi è nessuna luce a dissipare l’oscurità di Casper, nessun riverbero ad illuminare il suo passato che permane nel buio.

Intristita ed intenerita, Kat decide d’essere lei stessa “il faro” di Casper, di portare un albore nella sua vita per schiarire il suo passato. Quando rientrano a casa, Kat, distesa sul letto, chiede allo spirito se, a suo dire, vi sia la possibilità che Amelia, la mamma della ragazza, abbia potuto dimenticarla. Casper, rincuorandola, risponde di no, poiché è impossibile dimenticare una figlia che è stata tanto amata. Casper, librando sul corpo addormentato di Kat, sente finalmente di avere vicino a sé una persona che gli possa voler bene. Il fantasma avvicina il proprio volto innocente alle orecchie della fanciulla, sussurrandole: “Posso tenerti con me?”. Una richiesta accennata appena, mormorata sommessamente, che attesta il bisogno di Casper di tenere con sé la giovane per sentirsi vivo. Casper, essendo un fantasma, non può afferrare le cose e stringerle a sé per un tempo duraturo. Inconsciamente, egli teme che Kat, a cui si è legato in maniera incondizionata, possa sfuggirgli via, allontanarsi per non tornare più. Casper non può lambirla, non può neppure abbracciarla e, per questo, domanda, quasi implorandola, se possa tenerla con sé, sebbene sappia di non poterla mai avere davvero. Casper non può reggere nulla con le sue quattro dita, sono soltanto le sue parole, le sue domande a poter convincere Kat a restare lì, nel suo letto, vicino a lui. “Posso tenerti con me?” significa non altro che “Posso amarti?”.  Posso amarti sebbene non possa stare con te?

Casper, poco dopo, prova a dare all’amica un bacio, accostando le sue labbra sulla guancia di Kat, ma ella avverte immediatamente il freddo della sua presenza, scambiandolo per fresca brezza proveniente dalla finestra. Casper sa di non poterla neppure baciare, così scende giù, smette di volare, chiude gli occhi e si addormenta.

Ma perché Casper non ricorda nulla della sua precedente esistenza? Probabilmente, perché quando si muore le esperienze, gli amori vengono eclissati dall’ineluttabilità della morte?

Questo era ciò che pensava il poeta Rainer Maria Rilke, la sua drammatica riflessione sulla fine. Le anime, quando si staccano dal corpo, si disperdono e, così facendo, non rammentano più chi erano né chi hanno amato. Se fosse vero, Euridice avrebbe istantaneamente dimenticato il suo Orfeo quando questi, fallendo il tentativo di riportarla alla vita, sarebbe svanito sotto i suoi occhi. E, in egual modo, Alcesti avrebbe vagato nell’Ade dimenticando il suo amore più grande, Admeto, colui per il quale spirò. Quindi, Casper non rievoca il proprio vissuto perché, come espresso dal Rilke, gli spiriti andati troncano i loro rapporti con l’avvenuto? In parte è così.

Ma Casper seguita ad essere legato alla vita stessa, come testimoniato dal suo essere un fantasma. Or dunque, perché non serba memoria? Semplicemente perché, intorno a lui, non vi è più niente che possa aiutarlo a rimembrare il proprio essere. Ebbene, spesso, sono gli effetti, al pari degli affetti, a farci ricordare chi siamo, le cose che ci hanno circondato giorno dopo giorno. Per Casper sarà così!

Il giorno seguente, Kat rinviene tutti i giocattoli del fanciullo che fu, scoprendo che Casper era figlio di un famoso inventore. Rivedendo le giostrine, i trenini a vapore conservati nella soffitta e rimessi a nuovo dalla ragazza, Casper inizia a ricordare. Tali oggetti, quei giochi a cui egli ha riversato affetto e con cui ha provato gioia e felicità, conservano le memorie, i sentimenti, le emozioni di una giovinezza andata ma mai scomparsa del tutto. Casper, rimirando i balocchi che la mamma ed il papà gli avevano donato, riavverte le stesse sensazioni di quando era vivo e, di conseguenza, finalmente, rammenta. Non avendo più persone amate intorno a lui, a Casper erano rimasti solamente i beni materiali, i trastulli che ha adorato in vita, a dargli conforto. Sono essi a scuotere i suoi pensieri e a custodire il suo passato.

Intravedendo una slitta, Casper ricorda il giorno della sua morte. La slitta gli era stata donata dal padre. Il bambino ci giocò tutto il giorno, fino a dopo il tramonto. Casper prese freddo, si ammalò e suo padre divenne triste. Casper, però, non andò via, rimase vincolato al papà e non volle lasciarlo solo. Casper rimase sulla Terra, a casa, e, dopo qualche tempo, fu visto dal genitore.

L’inventore non riusciva a darsi pace, amava più di ogni altra cosa al mondo suo figlio e non poteva accettare che la morte lo avesse strappato dalle sue braccia così presto. Sopravvivere ad un figlio è un evento innaturale, traumatico, che i genitori non riescono a superare mai del tutto, convivendo con un tale dolore giorno dopo giorno, anno dopo anno.

E’ a questo punto della storia che il lungometraggio “Casper” tratta il tema della morte. Gli esseri umani non possono far nulla per impedire il sopraggiungere della morte. Essa esiste proprio per dare importanza alla vita, ad ogni singolo giorno, ad ogni flebile gesto. Ma come poter accettare la morte quando essa si presenta così presto, portando via un essere innocente come un bambino?

Il padre di Casper, uomo di scienza, non poteva tollerarlo. Gli altri uomini avevano accolto l’inevitabile, lui no. Riuscì, allora, a scoprire come aggirare il volere della fatalità. Questa invenzione, che il film presenterà nella parte finale, rappresenta il tentativo di un padre di sconfiggere un fato avverso e dare nuova occasione ad un fanciullo giovane, la cui vita doveva essere lunga e serena. Il Lazzaro è il prodotto finale di una ricerca senza tregua, la testimonianza di un amore paterno immenso che non si piegò mai al volere del fato.

Il padre del tenero fantasma creò una macchina in grado di riportare in vita i morti. Prima di poterla utilizzare, però, fu dichiarato legalmente pazzo e, presumibilmente, venne portato via dal castello. Casper, allora, finì per rimanere solo e dimenticò.

Nelle viscere del castello giace il laboratorio del celebre inventore. Casper raggiunge le profondità della costruzione con Kat e ivi rinviene il Lazzaro, il macchinario in grado di riportare alla luce un fantasma. Il nome dell’invenzione, Lazzaro, richiama, naturalmente, il nome del personaggio biblico riportato alla vita dal figlio di Dio.

Un volume che reca la copertina di “Frankenstein” occulta l’ingranaggio che dà il via al meccanismo del Lazzaro. Il titolo del romanzo più famoso di Mary Shelley non è una scelta casuale. Il padre di Casper, come il dottor Frankenstein, personaggio cardine del romanzo gotico, ambiva a esplorare le parti più tetre della ricerca scientifica inerenti la morte e la possibile resurrezione di un cadavere. Frankenstein divenne un mostro, il vero mostro della narrazione, quando scelse di plasmare una nuova forma di vita, innaturale, aberrante e terribile. Il padre di Casper, differentemente dal personaggio di Victor Frankensten, non anelava a creare una vita mai partorita prima, bensì voleva riportare alla luce una vita scomparsa, rimanifestatasi come un’ombra bianca e gentile. Il papà di Casper, però, non ebbe l’opportunità di sperimentare la sua creazione.

Casper sceglie di provarla, varca la porta del Lazzaro e prova a ridiventare umano. Il desiderio del fantasma è dettato dall’amore, e non dalla semplice volontà di tornare a vivere. Casper non spera di ridiventare umano per se stesso, ma per Kat. Egli sa che potrà essere amato dalla ragazza soltanto se tornerà vivo, solo così potrà accompagnarla al ballo e vivere con lei l’amore che tanto sta bramando.

La situazione, tuttavia, precipita quando Carrigan fa irruzione nel castello e tenta di appropriarsi del tesoro di Whipstaff (in verità, il tesoro non è altro che una palla da baseball a cui Casper era affezionatissimo da bambino). In quei momenti concitati, Casper e Kat riusciranno, molto astutamente, a respingere e scacciare la donna, salvo poi accorgersi che Harvey, il padre di Kat, è divenuto un fantasma a seguito di un grave incidente. Nell’atto finale della storia, Casper dimostra quanto l’amore per Kat sia prevalente in lui. Egli sceglie di rinunciare alla sua seconda occasione e di salvare, con il Lazzaro, l’anima di Harvey. Ogni azione compiuta dal fantasma è sempre stata indirizzata per il bene degli altri e mai per il proprio tornaconto. Casper divenne un fantasma per restare vicino al papà, afflitto dalla sua scomparsa, volle tornare umano per amore di Kat e, infine, decise di cedere il suo posto, di salvare un’altra vita per la felicità di qualcun altro. L’altruismo, la bontà, la generosità di questo personaggio travalicano qualunque confine. 

Casper si rifugia, triste, nella sua cameretta e lì riceve la visita di una entità vestita di rosso. Questa ha le fattezze della madre di Kat. La donna, subito dopo la morte, è ascesa al Paradiso, guadagnando le ali di un angelo. Commossa dall’amore dimostrato da Casper, la donna dona al giovane la possibilità di poter riacquistare il proprio aspetto da umano per una sera soltanto. A questo punto, l’opera filmica mette in scena la fiaba di Cenerentola, mutando, ovviamente, alcuni aspetti del racconto. Casper si reca al ballo, con le sembianze che aveva da vivo. Vede Kat in fondo alla sala e, potendo finalmente prenderla per mano, la invita a ballare.

Nel frattempo, Harvey ha l’occasione di rivedere la sua adorata sposa. Ella lo saluta dolcemente, esortandolo a vivere il futuro che ancora lo attende. Harvey comprende la verità che aveva deciso di ignorare: la propria moglie si trova, adesso, in un posto migliore. Il padre di Kat deve fare ciò che anche il padre di Casper, a suo modo, dovette fare: smetterla di voltarsi indietro, e accettare l’amarezza della caducità umana. Amelia svanirà, salendo su, nella volta celeste, ed Harvey sarà finalmente in pace con i suoi ricordi.

Nell’attimo in cui le lancette dell’orologio segnano le dieci, Casper svela la sua vera identità e, subito dopo, bacia Kat. Questa volta, la ragazza non avverte il freddo, bensì il caldo di un grande amore. In quell’istante, però, Casper svanisce, tornando ad essere un fantasma. Casper ha ottenuto una piccola, grande felicità: poter vivere, per qualche rapido ma intenso istante, l’amore che tanto voleva, l’amore che lo ha fatto e continuerà a farlo sentire più presente, più vivo che mai.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Gabe e Rosemary" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Permettetemi di farvi una confidenza: a volte, decido di pormi domande un po’ troppo difficili. Capita anche a voi? Si tratta di quei particolari interrogativi a cui non si riesce mai a dare una risposta che possa soddisfarli del tutto. Or dunque, una volta che questi personali “quesiti” si materializzano nella mia mente, fatico a dileguarli senza prima spremermi a sufficienza le meningi. Quest’oggi, la domanda che è sorta d’improvviso recita così: che cos’è l’amore? Bel guaio, mi sono detto quando è comparsa, e adesso che faccio? L’amore è un “reame” misterioso e chiedersi cosa sia davvero è una domanda decisamente ostica! Chi sono io per dire cos’è l’amore? Hanno discusso su questo alcune tra le più grandi menti dell’antichità senza arrivare a comprenderne la natura, a scoprirne l’origine, e adesso io dovrei munirmi sfrontatamente dell’arroganza necessaria per risolvere il tutto? No, meglio sorvolare.

Però, riflettendoci, ognuno di noi ha il diritto di dire la sua sull’amore. Del resto, tutti, o quasi, siamo stati innamorati almeno una volta nella vita, e questo dovrebbe darci la possibilità d’essere alquanto ferrati sull’argomento. Fermi, so cosa state per dire, l’esperienza diretta non garantisce il sapere assoluto. Noi esseri umani saggiamo l’amore mediante il vissuto, ciononostante non riusciamo a carpire del tutto la forza in esso contenuta e la magia che da esso scaturisce. Ebbene, con una gran dose di umiltà, accetto questa personalissima sfida, voglio ragionarci davvero su. Allora, cos’è l’amore?

"Cupido" - Quadro di William-Adolphe Bouguereau

L’amore è qualcosa che c’è sebbene non sia visibile alla vista, qualcosa che, da principio, avvertiamo, come una gradevole sensazione, similmente ad un lieve formicolio alle mani che desta i nostri sensi. L’amore irrompe in noi quieto e latente, simile ad un’idea venuta dal nulla o ad una curiosità mossa dall’interno, per poi mutare d’intensità, avviluppandoci in una morsa e divenendo una percezione che stimola ed acuisce. Nel corso della nostra vita viviamo e sperimentiamo l’amore con varie intensità, senza mai capire realmente cosa sia, da dove provenga, come riesca ad insinuarsi in noi. Indaghiamo la sua essenza con la ragione ma l’amore sfugge a qualsivoglia forma di ragionamento, poiché si nutre di sentimento, d’emozione. Sovente, investighiamo la sua alba attraverso i ricordi, rammentando la prima volta in cui il “demone” dell’Eros ha fatto breccia in noi. Dunque come nasce l’amore?

"Il simposio" - Quadro di Anselm Feuerbach

Se lo chiesero illustri personalità del passato. Ci fu persino una volta in cui codeste personalità decisero di riunirsi a cena per conversare sull’argomento. L’evento venne narrato da Platone nel “Simposio”. Tra gli otto commensali presenti, Fedro fu il primo a prendere la parola e a tentare di enunciare l’origine del più coinvolgente dei sentimenti provati dall’essere umano. L’amore, secondo Fedro, veniva personificato dal dio Eros, la divinità più antica dell’universo. Come riportato nella “Teogonia” di Esiodo, al principio del Cosmo, vi era il Caos, Gea, la Madre Terra e, per l’appunto, Amore, il quale esisteva ancor prima della nascita delle prime divinità dell’Olimpo. L’amore può essere dunque inteso come una forza planetaria, che travalica i confini del tempo e dello spazio e che accompagna la successione delle varie ere del nostro mondo sin dalla sua genesi. Senza amore non nasce né si coltiva la vita in ogni sua forma. Eros, il dio che incarnava la sostanza stessa dell’amore, rappresentava l’inscindibile legame tra chi è innamorato e chi è amato. Per Fedro, l’estasi del sentimento poteva essere provata solamente da chi era innamorato, poiché soltanto chi prova l’amore è effettivamente venuto a contatto con il potere di Eros.

 “Maestro, voi siete mai stato innamorato?” – domandava, turbato, Adso in una sequenza de’ “Il nome della rosa”, omonima trasposizione cinematografica dell’acclamato romanzo di Umberto Eco.

Innamorato?  Parecchie volte…” – Confessò, schiettamente, Guglielmo Da Baskerville, l’arguto mentore del giovane francescano – e seguitò ad elencare i nomi di tutti i suoi amori più grandi: Aristotele, Ovidio, Virgilio, Tommaso D’Aquino. Volutamente, Guglielmo stava confondendo l’amore cui Adso faceva riferimento con l’ammirazione, il trasporto emotivo provocato dal sapere, dalla seduzione della conoscenza, con la passione sentimentale che sfocia nella brama, nel desiderio, nell’affetto. O forse era proprio Adso che, in quel frangente, confondeva l’amore con la lussuria?  Invero, Adso si era innamorato perdutamente di una fanciulla che pativa la miseria, e voleva a qualsiasi costo liberarla dalla povertà, dal sacrificio, dalla privazione. Udendo tale confidenza, Guglielmo dedusse la purezza del sentimento del suo discepolo, e si mise a disquisire sulla bellezza della donna, l’essere che, a parer suo, ha in sé il potere di ghermire l’anima di un uomo. La donna è un’essenza ineffabile, splendida, incredibilmente seduttiva. Le donne, per frate Guglielmo, sono le custodi degli affetti, e attraverso esse l’amore germoglia sulla Terra. Ma l’amore reca affanni o beatitudini alle persone? Chi può dirlo. Può darsi che senza amore vivremmo più tranquilli. La vita dell’uomo, scevra dall’amore, sarebbe quieta, calma, stagnante… terribilmente noiosa.

Quando la cecità s’impadronì di Andrea Camilleri, relegandolo nell’oscurità, lo scrittore siciliano ammise di riuscire a vedere ancora meglio di prima, poiché da quel momento aveva cominciato a vedere con la mente e non più con gli occhi. Tuttavia, Camilleri confessò che soltanto una cosa gli mancava rispetto a un tempo, quando poteva ancora contare sul senso della vista: la bellezza femminile. Essa può essere ricordata, immaginata, menzionata ma ciò che l’immaginazione, la fantasia, la reminiscenza possono riuscire comunque a richiamare non potrà superare l’impatto estetico, il fascino immediato di una donna scorta e successivamente ammirata. Spesso, nel lampo in cui si contempla un volto attraverso la vista, sgorga la prima infatuazione. Ma l’infatuazione durevole ed inscalfibile non può limitarsi alla mera estetica. Frequentemente è il carattere, l’indole, la personalità, l’anima esternata mediante la parola, l’azione, il gesto a conquistare ben più di un’ingannevole apparenza.

Illustrazione per la fiaba "Il bambino cattivo" di Hans Christian Andersen

L’amore è una creatura invisibile che alberga nella nostra intimità. Se ne resta dormiente, sopita, in silenzio per poi risvegliarsi di colpo, quando i nostri occhi vengono catturati da una figura che ci attrae, quando le nostre orecchie vengono raggiunte da una voce soave e ammaliante, quando la nostra mente è rapita dalla manifestazione sensibile ed arguta di un concetto.

Ma l’amore fa soffrire o rende felici? Una domanda, quest’ultima, destinata a generare molteplici risposte, tutte dettate da una scontata soggettività. L’amore non corrisposto è il più spiacevole da tollerare, il più amaro da assaporare, il più indigesto da mandar giù. In una sua fiaba, Hans Christian Andersen descrisse l’amore come un’entità “maligna” e crudele che libra, leggera come l’aria, tra i mortali, infettandoli con l’incurabile dolore dell’amore. Ne “Il bambino cattivo”, un vecchio e buon poeta accoglie nella sua dimora un bel piccino, dai biondi capelli, rimasto tutto nudo a prender freddo sotto il temporale. Il piccoletto viene descritto con gli occhi vispi e luminosi come stelle rilucenti in cielo, chiome arricciate a contornargli il viso e guance rosee. Teneva in mano un piccolo arco ed una faretra grondante di frecce dorate. Il bambino cattivo errava giorno dopo giorno, mescolandosi tra i giovinetti che, ignari del “pericolo”, gli davano le spalle. Lui, piuttosto abilmente, scoccava i suoi dardi colpendo i bimbetti con precisione ed essi cadevano vittime delle sue arti infide. Tutti si erano imbattuti in lui, la mamma e il papà del vecchio poeta, persino la nonna che mai dimenticò gli effetti della freccia di Eros, ehm, intendo dire del bambino cattivo.  Per Andersen, il ragazzetto a cui il vecchio poeta prestò soccorso era proprio un bimbetto crudele, poiché spesso si divertiva a colpirlo di soppiatto, a farlo innamorare senza mai venire ricambiato. Cosa c’è di più doloroso che amare senza essere amati? L’amore, si sa, non è perfetto né, tanto meno, giusto. Esso rende lieti e spesso altrettanto infelici. E’ un “malessere” che arricchisce lo spirito, dona ad esso speranza, illusione se preferite, e a volte, se va bene, la gioia più grande: venire amati da chi amiamo.

E voi? Ricordate la prima volta che il dardo invisibile di Cupido vi ha raggiunto alla schiena? Sono pronto a scommettere di sì! Tutto ha inizio quando si è ancora bambini, in quel periodo in cui non si deduce né si intuisce ma si percepisce candidamente.

Io rammento quell’interminabile istante con una tale nitidezza. Fu qualche anno addietro, quando ero, naturalmente, un bambino. Rimembro i biondi capelli di una ragazzina, il fiocco rosa che le ornava gli stessi, quasi all’altezza della fronte, il suo sorriso espansivo e caloroso, impreziosito da un argenteo apparecchio che non scalfiva minimamente la sua dolcezza, anzi, tutt’altro, la rendeva ancora più particolare e bella. Ricordo ancora lo zainetto che portava, l’incedere veloce con cui percorreva il cortile della scuola, e ovviamente, anche il suo nome. Di quella mattina, serbo, cristallinamente, tra le mie memorie il battito del cuore che avvertii, e che continuava a rimbombarmi nelle orecchie simile a colpi di cannone appena esplosi. Non posso dirlo senza suscitare ilarità ma in quel momento fui convinto di aver contratto una strana malattia, un aspro ma gradevole spasimo. L’amore, dopotutto, è un malanimo, un dolore che non possiede nome, per cui non esiste, fortunatamente, alcun rimedio.

Com’è che recita un detto antico come il mondo? Ah sì, il primo amore non si scorda mai. Ebbene, spesso il primo amore lo proviamo quando siamo bambini, quando ancora fatichiamo a capire cosa siano le farfalle nello stomaco. Per capire cos’è l’amore, forse, bisogna pensare alla tarda infanzia, al giorno in cui quel sentimento si è manifestato perentoriamente, d’un tratto, non andando più via. E’ capitato a molti d’innamorarsi da bambini, capitò anche a Gabe, il protagonista di “Innamorarsi a Manhattan”.

Tale pellicola, datata 2005, diretta da Mark Levin, con protagonisti Josh Hutcherson e Charlotte Ray Rosenberg (qui accreditata come Charlie Ray) è una commedia romanticamente sagace, intelligente, ed ha in sé una particolarità pressoché unica: l’avere due protagonisti decisamente giovani, di appena 11 anni, che vivono il primo, tenero amore della loro vita. La premessa è del tutto peculiare: raccontare un sentimento così genuino e spontaneo, ma anche complesso e ardito, come l’amore attraverso lo sguardo di un bambino senza cadere nel frivolo, rendendo il tutto divertente, a tratti persino triste e malinconico. Tutto ciò non è un compito semplice ma il lungometraggio ci riesce splendidamente, confezionando un’opera divenuta, col passare degli anni, un vero e proprio piccolo cult.

Gabe è un ragazzino di 11 anni che trascorre le giornate giocando ai videogiochi e girovagando, tutto solo, tra i quartieri di Manhattan col suo monopattino. Egli vive con i suoi genitori nell’Upper West Side, ma la situazione famigliare che si staglia attorno a lui è tutt’altro che idilliaca. Sebbene sua madre e suo padre continuino a vivere insieme, entrambi hanno deciso di separarsi e, già da qualche settimana, d’intraprendere vite indipendenti. All’inizio della storia, Gabe rievoca la giovinezza dei suoi genitori, raccontando come essi si siano conosciuti ed innamorati durante un campeggio estivo. Questa giovinezza, poi non tanto lontana, non viene più ricordata dalla mamma dal papà del fanciullo, troppo indaffarati a spazzare via i cocci della loro relazione piuttosto che a cercare di ricomporli.

L’amore è destinato a non durare, afferma Gabe con una certa amarezza. Lui lo sa bene, è stato innamorato per qualche settimana, un supplizio decisamente spossante. La dolorosa interruzione della sua breve storia d’amore lo ha portato a capire che questo particolarissimo sentimento si fomenta in noi come un fuoco di breve durata, che arde e si estingue sin troppo rapidamente. Gabe ne è davvero convinto, anche se non riesce a capacitarsi del perché, fatto sta che l’amore non perdura.

“Ma perché l’amore deve finire?” – chiederà Gabe a sua madre, in una sequenza del film. Gran parte delle cose più belle nella vita tendono a concludersi bruscamente e a non lasciare altro che un mucchio di ricordi. Forse è proprio la fine di un rapporto a celebrare l’incanto e la meraviglia dell’inizio. I genitori di Gabe rammentano la letizia del passato, eppure l’ombra del presente impedisce loro di riavvicinarsi e di riattaccare i cocci della loro relazione. Osservando, impotente, il naufragio del matrimonio dei suoi genitori, Gabe deduce che l’amore è un gioco crudele in cui esistono molti più sconfitti che vincitori.

Dopo aver fatto questa breve introduzione sul trascorso di sua madre e di suo padre, Gabe inizia a narrare la sua “dolorosa” esperienza, confessando d’essersi recentemente innamorato e di aver sofferto ciò che, nel linguaggio abitudinario, potremmo definire con l’espressione “le pene dell’inferno”. Tutto ebbe inizio qualche settimana prima, quando Gabe scelse di iscriversi ad un corso di Karate. Lì s’imbatté in Rosemary Telesco. Non era la prima volta che Gabe vedeva Rosemary, i due, infatti, si conoscevano sin dall’asilo, ed avevano l’abitudine di salutarsi e di scambiare qualche parola. Gabe continuò ad avere Rosemary come compagna di classe durante tutta la sua crescita. Dalle elementari in poi, lei era sempre rimasta lì ma lui, semplicemente, non riusciva a vederla.

A Karate, Gabe finisce per essere il partner di Rosemary e, da quel momento, i due si avvicinano. Chiacchierando per strada, Gabe, parecchio meno abile di Rosemary nella lotta, propone alla ragazza di allenarsi insieme, e lei accetta molto volentieri. Prima di tornare a casa, Rosemary si ferma presso un negozio di abiti da sposa per provare un vestito da damigella, e Gabe acconsente ad accompagnarla.  

In quell’attimo, ha inizio l’amore. La punta acuminata della freccia di Eros, o del bambino cattivo se preferiamo attenerci al “verbo” di Andersen, tange Gabe nell’istante in cui Rosemary appare dinanzi a lui con indosso un vestito rosa. Una serie di specchi riflette e moltiplica la sua immagine agli occhi del ragazzo, rimasto impassibile e al tempo stesso intontito. Rosemary gira su se stessa e guarda, contenta, il suo bell’abito ricamato. Ella sembra così volteggiare, libera e lieve, come una danzatrice su di un bianco piedistallo che la eleva su tutto, facendola apparire tanto bella, dolce e aggraziata. Il cuore di Gabe batte all’impazzata, ed i suoi occhi non si discostano un solo istante da lei. L’amore è appena sbocciato. Eros ha “posseduto” l’anima di Gabe, il quale è adesso colui che prova l’amore, ed ha in sé gli effetti inebrianti del dio più arcaico di tutti. Fedro avrebbe, molto probabilmente, descritto così ciò che il personaggio principale stava avvertendo per la prima volta.

Da allora, Gabe comincia a relazionarsi in maniera profondamente diversa con Rosemary: non è più sciolto come un tempo, diviene impacciato, timido, perdutamente innamorato. La situazione di crisi famigliare che il protagonista vive nella propria casa si contrappone al clima sereno che egli avverte quando varca la soglia della dimora di Rosemary. In quel luogo, Gabe scopre che la ragazza appartiene all’alta società newyorkese, essendo i genitori dei famosi produttori televisivi, oltre ad essere felicemente sposati. Inizialmente, Gabe non si preoccupa affatto del diverso ceto sociale che intercorre tra lui e Rosemary, e a ragion veduta: tante storie d’amore raccontano di un povero che è riuscito a far innamorare di sé una principessa.

Ma lo stupore e la meraviglia nell’accostarsi al mondo ovattato di Rosemary si perderanno nel momento in cui Gabe scoprirà che Rosemary, quanto prima, dovrà partire per il campeggio e successivamente lasciare Manhattan per iscriversi ad una scuola privata. Gabe dispone solamente di due settimane da poter trascorrere con la ragazza di cui si è invaghito. Un tempo maledettamente esiguo ma che, a undici anni di età, può comunque significare tantissimo.

Le giornate, per Gabe e Rosemary, passano velocemente, tra splendidi ed interminabili passeggiate al Central Park, e lunghe e faticosissime “traversate” da una parte all’altra di Manhattan, in sella ad un monopattino. Giorno dopo giorno, Gabe vive la più tersa felicità, quella che Luciano De Crescenzo descrisse come la “vera felicità”, la felicità assoluta, derivante dall’attesa. Ogni sera, Gabe pensa al giorno successivo, quando rivedrà Rosemary a Karate, quando potrà incontrarla per strada o passeggiare con lei fianco a fianco. E’ proprio questa la felicità più grande, la consapevolezza di rivedere la donna amata il giorno successivo, il pensiero, l’attesa dell’incontro che genera il piacere - avrebbe detto il De Crescenzo. Gabe, come ogni altro innamorato, prova euforia per tutto il tempo che va dalla prospettiva all’incontro effettivo. E’ forse questo l’amore? Un senso di felicità che domina lo spirito, che intrattiene la mente, che scatena l’emozione e rende l’attesa trepidante intollerabile. Chi può saperlo davvero!

Gabe, però, non è sempre pienamente felice. Alla gioia nel vedere Rosemary si mescola la malinconia, l’amarezza nel constatare che presto dovrà dirle addio. Le inquietudini, quindi, si moltiplicano in lui. Egli immagina, persino, un futuro non troppo remoto in cui Rosemary sarà “costretta” a sposare un altro uomo. Gabe giungerà appena in tempo in chiesa per gridare a squarciagola il nome del suo grande amore, così da impedirle di convolare a nozze con chi non può in alcun modo amarla come farebbe lui. Ma Rosemary riuscirà a sentirlo prima di pronunciare il fatidico “sì”?  In questo incubo vissuto ad occhi aperti, la donna non fa in tempo a voltarsi, a mostrare il proprio volto adulto, che subito Gabe torna alla realtà, cercando di concentrarsi sul presente, su ciò che ancora può vivere con Rosemary.

Quella del matrimonio immaginato è una scena divertentissima che fa il verso al celebre finale de’ “Il laureato”. Gabe mima le gesta del protagonista di quel film, che insegue disperatamente la sua amata prima che ella si leghi per sempre ad un altro. “Innamorarsi a Manhattan” è un film colto, bellissimo, ricco di intelligenti citazioni e scritto con garbo e attenzione nel caratterizzare i personaggi. Sono proprio i caratteri dei due innamorati a rendere i protagonisti tanto nitidi e sinceri da sembrare reali.

Nei suoi monologhi instancabili, Gabe affida tutte le proprie confidenze agli spettatori, sensibili custodi delle sue ansie, delle sue angosce, dei suoi patimenti. Per tutta la durata del lungometraggio, Gabe “trascrive” oralmente i suoi pensieri, le sue idee, le sue aspettative nonché le sue inquietudini ed oppressioni. I soliloqui da confidente del personaggio cardine della pellicola si tramutano nella voce di un narratore intimo, che legge il proprio diario da bambino ad alta voce. Gabe parla in maniera elegante, raffinata, si interroga su come poter conquistare Rosemary, come poter giungere all’anima di quella damigella. Parole inusuali, articolate e complesse per un bambino si susseguono una dietro l’altra ma sta proprio in questa unicità la pregevolezza del film. Gabe, scoprendo l’amore, ha smesso d’essere un bambino come gli altri, imparando in maniera repentina la ruvidità della maturazione. Gabe apprende istantaneamente, come per magia, un linguaggio preciso e distinto, accuratamente previsto dalla sceneggiatura per aumentare l’alone di comicità. Ascoltare i monologhi acuti, brillanti, intensi di Gabe ispira ilarità, dolcezza, nel vedere questo bambino che riesce ad esprimersi e a ragionare con la mente ed il cuore di un uomo adulto. E’ questo l’incanto che una bella dama può creare nel corpo e nella mente di un innamorato.

Sofisticata ironia, tanta tenerezza, dolcezza e persino una forte commozione sono tutti gli elementi che scaturiscono dal racconto e dal vissuto di Gabe il quale, tra situazioni tragicomiche, timori e preoccupazioni esterna, usufruendo delle sue intime riflessioni palesate vocalmente, facendo impallidire persino Woody Allen, tutte le gioie ed i dolori del primo amore. Gabe, infatti, non prova per Rosemary una semplice “cotta”, o un interesse romantico volto a disperdersi entro poche ore, ma un vero amore, un amore che lacera, ferisce, tortura, rende gelosi, instabili, ingenui e inguaribilmente “stupidi”.

Inizialmente, Gabe e Rosemary dialogano sulla crescita e la maturità, tema portante dell’opera stessa. Rosemary riporta una verità scientifica: le donne maturano prima degli uomini. Gabe non le crede, anzi è in fondo convinto che tutto, soprattutto la maturità, sia relativo. Chi avrà ragione tra i due?

I giorni passano e i due ragazzini sono sempre più legati. Scorrazzando insieme per tutta la città, stretti in una presa ed in sella ad un monopattino, Gabe e Rosemary divengono i ritratti giovanili e moderni di Gregory Peck e Audrey Hepburn, interpreti dei due innamorati di “Vacanze romane”, quando vagano per le strade di Roma a bordo di una leggiadra vespa. I quartieri, le vie, le strade, la natura verdeggiante e tutte le bellezze paesaggistiche di Manhattan fanno da cornice a questa delicata storia d’amore, mirando, silenziosi, l’amore e l’impacciato corteggiamento di un fanciullo nei riguardi della sua bella.

A Gabe restano soltanto pochi giorni per dichiarare a Rosemary il suo amore.  Così, una sera, trova il coraggio di prenderla per mano, e stringerla forte. Ella ricambia a sua volta la presa, e i due, poco dopo, si scambiano un breve ma intenso bacio. E’ questa la sostanza dell’amore, qui teneramente tratteggiata con l’innocenza dell’adolescenza. Tenersi per mano, un bacio lesto ma indelebile sono i modi con cui l’amore si manifesta nella sua forma iniziale, la più pura, la più sincera, la più bella.

Il giorno seguente quel primo ed unico bacio, Gabe ha un crollo nervoso. Torturato dalla paura di non essere stato bravo e paventando la possibilità che Rosemary non lo ricambi, il bambino cede alla crisi isterica, tra l’ironia e la tenerezza di chi sta seguendo la sua avvincente parabola. Oppresso dalle proprie titubanze, Gabe arriva, così, a cedere alla gelosia, a litigare con Rosemary e a scoppiare in lacrime nella sua cameretta invocando, disperatamente, il nome della ragazza. Comicità e profonda riflessione su questo straziante “dolore” patito dal piccolo si mescolano creando un affresco sensibile sul “dramma” dell’amore.

E’ in quella triste sera che Gabe comincia a covare l’idea che l’amore non conduce mai ad un esito positivo. Gabe, però, non si vuole dare per vinto, torna presto in sé e, pentendosi dei suoi sbagli, corre da Rosemary, incontrandola al matrimonio della zia. Rosemary indossa lo stesso vestito che aveva provato quel giorno quando la loro storia ebbe inizio, quel mattino in cui Gabe s’innamorò di lei. Guardandola dritto negli occhi, Gabe ha finalmente il coraggio di rivelarle tutto il suo amore. Rosemary, però, sebbene sia tanto affezionata al ragazzo, gli confida di non essere pronta per l’amore. Egli la implora di pensarci, ricordandole ciò che lei stessa aveva detto: le femmine maturano prima dei maschi. Eppure, Rosemary non si sente abbastanza grande per amare a sua volta. Gabe aveva ragione, anche se, in cuor suo, avrebbe preferito sbagliarsi, la maturità è davvero relativa. Lui era riuscito a crescere prima di lei, ad accettare il “tormento” dell’amore, Rosemary ancora no. Per loro sarà, dunque, un addio. Gabe e Rosemary si concedono un ballo nella sala, salutandosi, tristi, per l’ultima volta. “Innamorarsi a Manhattan” si conclude con una nota grigia, triste, lacrimevole. L’amore è finito, e Gabe lo sapeva. Gli amori, quelli più grandi, sono sempre destinati a finire.

Eppure, rientrando a casa, il ragazzo rivede i suoi genitori, giovani e sorridenti come un tempo. I due, osservando le peripezie del loro giovane figlio, hanno riassaporato il brio della loro giovinezza, riavvicinandosi e ricomponendo i resti, ancora ben saldi, della loro unità coniugale. Gabe torna a sorridere, sentendosi nuovamente sereno. Egli, pur ferito, torna a vedere il bicchiere mezzo pieno. Gabe, infatti, sa che la vita gli riserverà ancora tante sorprese e nuovi amori, ma nessuno di essi sarà mai il suo primo amore. Quello resterà sempre Rosemary. Di lei custodirà ricordi incancellabili, ciò che, sovente, resta di un vero amore.

"Rosemary e Gabe" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ma cos’è allora l’amore? E’ una malattia causata da un bambino crudele? Una manifestazione del dio più vecchio del nostro mondo? Oppure una forza che vive in noi, fuoriuscendo sin da quando siamo piccoli e ancora non del tutto coscienti? E’ molto semplice, in realtà. L’amore è sensazione, sentimento contrapposto e contraddittorio, esso è gioia e tristezza, innocenza e spontaneità, goffaggine e coraggio, è tutto ciò che ha sperimentato il giovane Gabe. L’amore si insinua in noi sin da bambini ed è lì che andrebbe analizzato, nella sua forma sentimentale più autentica ed inviolata.

L’amore fa star male e bene al contempo, esso è una rara forma di dolore, un dolore che non vanta definizione, che permane nel corpo e nell’anima e da cui non si può guarire. I dolori rammentano la debolezza di un corpo, rendono chiara la sua umanità, feribile la sua anima, ci rendono consapevoli di una verità assoluta: il non poter resistere soli, ma il voler appartenere a chi amiamo. Dolori come l’amore ci ricordano che siamo ancora vivi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Woody, Buzz, Bo Peep e Forky" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

“Il soldatino è tornato!” – recitavano alcuni pupazzi festanti. “E’ lassù, lassù, vicino al castello di carta” – borbottava lo schiaccianoci, accanto alla tabacchiera. Una scimmietta dibatteva le zampe felicemente, il peluche di un cagnolino saltellava gioioso. I gessetti bianchi si levarono da terra e, su di una lavagnetta, tratteggiarono con precisione la sagoma di un grande cheppì, il rosso copricapo a cilindro indossato fieramente dal soldatino. Tutti i giocattoli volevano incontrare l’ometto con la baionetta in mano, colui che era stato inghiottito da un pesce d’acqua salata.

Il soldatino – beh – ne aveva passate tante, e tra i balocchi si era diffusa la voce, l’eco della sua grande avventura. Giusto il giorno prima, a bordo di una barchetta di carta, il soldatino aveva solcato le acque di un torbido fiume. Non volle farlo di sua volontà, accadde tutto per un incidente.

Il padroncino dei giocattoli aveva raccolto il soldatino tra le mani e lo aveva poggiato sul davanzale della finestra semiaperta. Non si sa perché lo fece, forse qualche diavoletto aveva oscurato i suoi pensieri. Per qualche strana ragione la finestra si spalancò ed il soldatino precipitò giù. Da qui, cominciò la sua incredibile traversia. Il soldatino rischiò d’essere sbranato da un cagnaccio famelico, fu rapito da due turpi monelli, finì persino su di una imbarcazione di fortuna. Con essa, il coraggioso militarino avanzò verso una meta imprecisata. Provava molta paura il soldatino, ma non voleva darlo a vedere. Nel suo cuore di stagno, egli aveva impresso il volto di una graziosa fanciulla. Ad ella pensò costantemente mentre il torrente lo conduceva lontano. Dondolato dal rigagnolo, il giocattolo viaggiò a vele spiegate fino a che il corso d’acqua si fece più denso. Il ruscello, generatosi dall’incedere incessante della pioggia, era prossimo a raggiungere il mare, fuoriuscendo da una ripida altura. Il soldatino, allora, s’irrigidì e si preparò ad affrontare quella audace caduta. La “cascata”, dunque, lo trasse verso sé, rigurgitandolo negli abissi. Il soldatino riuscì a sopravvivere e, in mare, si poggiò sul fondale. A quel punto, una creatura dagli occhi strabuzzati venne attratta dalla bella divisa rossa e azzurra, la quale rifulgeva luminosa nella semioscurità del fondo sabbioso. Quest’essere si fece sempre più vicino e divorò il soldatino in un sol boccone.

I personaggi della fiaba così come appaiono nel cortometraggio della Truemax

Com’è triste ed ingiusta la vita” -  pensò il nostro sventurato eroe, mentre se ne stava disteso nella pancia del grosso animale. Il tenace milite, rimasto solo, indugiò sui propri pensieri. Egli, allora, ascoltò la sua voce interiore, la coscienza, la parte più intima e profonda della propria anima. Con essa, egli seguitò a rimembrare, a scorgere il viso della sua amata. Il soldatino udì persino la voce della ragazza riecheggiare nella sua fantasia: “Addio, mio soldatino, non ci rivedremo più”. Udendo questa triste frase, il soldatino si addormentò, credendo che quello sarebbe stato il suo ultimo sonno.

"Il soldatino di stagno e la ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più sulla fiaba di Andersen cliccate qui.

L’indomani, il soldatino giaceva diritto su di un tavolo, impassibile. Dopo alcune ore, esso parve muoversi per un istante. Il soldatino si era svegliato e, quando i suoi occhi tornarono vigili, si accorse d’essere tornato a casa. Su, in alto, gli aereoplanini, per celebrare il suo rientro, compivano i loro giri, tra audaci volteggi e favolose acrobazie. Guardate voi com’è bizzarra la vita: il pesce era stato pescato da alcuni marinai e venduto al mercato. Fu, poco dopo, acquistato dal cuoco che prestava i propri servigi nella stessa dimora da cui il soldatino proveniva. Quest’ultimo era così felice!

Dinanzi a sé, egli tornò a rimirare la propria amata, la ballerina di carta dal viso di porcellana. Avrebbe continuato a contemplarla dal giorno alla notte se non fosse stato allontanato dal suo padroncino. Questi, senza un perché, lo prese in mano e lo gettò nella fornace. “Che disdetta” – disse il soldatino – “Questa volta, mia amata, morirò davvero”. Nella fornace egli si sciolse, ammirando ancora e sempre la sua adorata che, sospinta dal soffio del vento, lo raggiunse e con lui bruciò.

Il soldatino e la ballerina, perdutamente invaghiti l’uno dell’altra, non poterono vivere sulla Terra il loro amore. Che rammarico! Se solo fossero riusciti a fuggire, a dileguarsi, a scappare dal rio diavoletto e dalla cattiveria del bambino…

Il soldatino in "Fantasia 2000"

“Il soldatino di stagno”, al pari de’ “La sirenetta” e de’ “La piccola fiammiferaia”, costituisce il massimo capolavoro letterario/fiabesco di Hans Christian Andersen. In questo racconto, il pensiero, la filosofia ed il sentimento dello scrittore danese affiorano con eloquente vivezza. L’amore non vissuto nella vita terrena, la sofferenza tollerata dalla postura statica e decisa, l’amore mai pronunciato ma esternato tramite lo sguardo corrisposto, il sacrificio, la morte, la successiva immortalità sono solo alcune delle tematiche universali evocate dal racconto di Andersen. La premessa di base della storia, vale a dire il concetto fondamentale dei giocattoli “vivi”, semoventi, in grado di provare emozioni, è stata fonte d’ispirazione per “Toy Story”, uno dei franchising cinematografici di maggior successo della Pixar. Woody, Buzz Lightyear, Mr. Potato, Rex e tutti gli altri giocattoli che dimorano nella cameretta del giovane Andy sono senzienti e quando smettono di essere osservati da occhi indiscreti riprendono a muoversi, a parlare, a ridere, a giocare e ad amare.

Woody, col suo viso fortemente espressivo, con i suoi occhi buoni, con la sua voce calorosa e garbata è il giocattolo più celebre di questo particolarissimo nucleo familiare. Egli è la guida, nonché il punto di riferimento della grande famiglia di pezza creata da Andy. Woody incarna uno sceriffo, un tutore della legge e dell’ordine, un “soldatino” che se ne sta perennemente sugli attenti, ad osservare e proteggere i propri amici. Un soldatino che, per l’appunto, s’innamorerà, a sua volta, di una “ballerina”, Bo Peep, la bambola di una pastorella.  Woody e Bo Peep rappresentano una possibile rivisitazione della storia d’amore tra il soldatino e la sua danzatrice; un rifacimento più lieto, meno travagliato e profondo della fiaba di Andersen ma ugualmente intenso e sentimentale. Come i due sfortunati amanti della fiaba anderseniana, lo sceriffo e la pastorella s’innamoreranno, ma verranno separati da un destino ingiusto.

Toy Story 4” inizia con un lungo ed emozionante flashback. E’ sera e fuori piove a dirotto. Woody balza sulla finestra e, scortato e sorretto dai suoi amici, si getta, senza remora alcuna, verso il cortile per soccorrere RC, la macchina giocattolo dimenticata da Andy. Tale scenario notturno richiama l’atmosfera della fiaba dello scrittore scandinavo. Fu proprio in un giorno di pioggia che il vento ghermì il soldatino, trascinandolo via nella fanghiglia. Un fato alquanto simile rischia di ripetersi per quanto concerne il povero RC, caduto preda dell’acqua piovana e della conseguente melma. Per fortuna, Woody riesce ad afferrare il suo amico giusto in tempo, e a condurlo in salvo. Proprio quando ormai il pericolo della separazione pareva essere stato scongiurato, Woody vede Bo Peep, inerte, venir presa e posta in una scatola, pronta per essere venduta ad un’altra famiglia. Woody non può far nulla per tenerla con sé, poiché essere ceduti è il fato a cui vanno incontro molti trastulli. Woody, il buon “soldato”, assiste così, impotente, all’addio della sua “ballerina”.

Molti anni dopo, l’uomo con la stella di latta sul petto ed i suoi amici appartengono a Bonnie, una timida bambina che li tratta con affetto e con riguardo. Bonnie gioca quotidianamente con i suoi giocattoli e, come ogni altro bambino, ha i suoi preferiti. Se Buzz e Jessie continuano ad essere usati dalla piccola in maniera costante, Woody, invece, finisce spesso per venire dimenticato nell’armadio. Ciò, però, non muta l’affezione che lo sceriffo nutre nei confronti della sua padroncina.

Il giorno in cui Bonnie comincia a frequentare l’asilo, spaventata e intimidita da questa nuova esperienza, Woody decide di accompagnarla in gran segreto, celandosi nel suo zainetto. Bonnie è molto introversa e decisamente insicura, per tale ragione fatica a relazionarsi con i suoi coetanei. Per aiutarla a sentirsi meglio, Woody le porge, senza che lei se ne accorga, dei pastelli colorati ed altri oggetti cavati dal cestello dall’immondizia. Con essi, Bonnie crea “Forky”, un balocco nato da una forchetta di plastica. Bonnie riversa su Forky tutto il suo amore e le sue sicurezze.

Durante il ritorno a casa, Woody, con estrema meraviglia, scopre che anche Forky ha acquisito una grande vivacità. Forky, però, non comprende lo scopo per cui è stato plasmato da Bonnie: essere un giocattolo. Per tutta la notte, questi cerca di sfuggire alla dolce “presa” della sua padroncina per tornare nella spazzatura, venendo sempre agguantato da Woody. Per tutta la notte, il cowboy resta prudente ed accorto per far sì che Forky non abbandoni la sua Bonnie.

Perché ti importa così tanto?” – domanda Buzz al suo vecchio amico.

Perché è l’unica cosa che posso fare…” – confessa Woody.

Lo sceriffo non è più il giocattolo preferito del suo bambino. Bonnie non è Andy, non ama ricreare gli scenari del vecchio west, quei luoghi polverosi ed aridi in cui Bo Peep finiva sempre per interpretare la classica damigella in pericolo e il cowboy il valoroso eroe che l’avrebbe tratta in salvo. Woody sente di non essere più importante come un tempo, non ha mai smesso di pensare al suo amico più caro, Andy, e, non potendo espletare i suoi compiti da giocattolo, cerca almeno di farsi trovare pronto, d’essere utile nel preservare a qualunque costo l’animo puro ed innocente della sua padroncina. Dopotutto, Andy, poco prima di congedarsi dai suoi giocattoli, aveva confidato a Bonnie una verità immutata: Woody, qualunque cosa accadrà, non volterà mai le spalle ad alcuno. Lo sceriffo, come un soldatino fedele al suo credo, seguita, infatti, a non dare le spalle alla sua adorata famiglia e alla sua premurosa bimbetta, vegliando su di lei dal sorgere del sole sino al tramonto inoltrato.

Woody vuol continuare a mostrare la propria lealtà, non vuol diventare un giocattolo dimenticato, smarrito, così sceglie di vigilare senza sosta su Forky, un giocattolo privo di un’identità ancora ben definita. La novità più grande introdotta dal quarto film di “Toy Story” riguarda proprio questo bislacco e capriccioso gingillo. Forky non è un trastullo come gli altri, non è nato in fabbrica, non è stato realizzato in serie, non possiede gadget e altrettante peculiarità adatte al gioco per l’infanzia. Forky è stato assemblato dalla fantasia di una frugoletta, è stato creato per essere molto più di ciò che dà a vedere; eppure lui non può rendersene conto semplicemente perché, generato da resti e avanzi, non ha una concezione specifica su cosa sia e cosa debba fare.

Spetterà proprio a Woody il compito di spiegare qual è il “dovere” di un giocattolo: far divertire il proprio fantolino. Forky è un abbozzo, un’accozzaglia, non è un vero oggetto ludico ma poco importa. Un giocattolo può essere tale anche se non lo è davvero, poiché spetta all’immaginazione e al cuore di un bambino infondere in esso le qualità principali che fanno di lui un “ninnolo”. Forky, tuttavia, sarà duro d’orecchi e, inizialmente, non ascolterà i consigli di Woody. Quando la famiglia di Bonnie partirà per un viaggio, Forky ne approfitterà per scappare ma Woody non si darà per vinto e si lancerà al suo inseguimento. Una volta ritrovatolo, Woody insegnerà a Forky che l’amore incondizionato di un bambino è quanto di più bello possa ricevere un giocattolo. Forky, allora, si convincerà a tornare da Bonnie, non riuscendo più a immaginare la sua vita senza la vicinanza della sua creatrice. Ma un giocattolo può vivere senza l’affetto di un infante? Qual è lo scopo esistenziale di un balocco? I giocattoli servono per dilettare i piccini, se restassero soli, riuscirebbero a vivere felici senza patire la loro mancanza? I giocattoli possono vivere… liberi?

Woody, nel corso di questa avventura, ammette che se non si fosse occupato costantemente di Forky, la sua “vocina” interiore lo avrebbe tormentato. Buzz, ironicamente, scambia questa presunta “voce” per le consuete registrazioni vocali che alcuni giocattoli hanno tra i loro sintetizzatori vocali. Lo Space Ranger, allora, chiederà, di volta in volta, consiglio al suo “io interiore”, pigiando i pulsanti incastonati nella sua tuta spaziale per udirne i suggerimenti. Invero, la voce a cui Woody fa riferimento, corrisponde a qualcosa di più profondo e di più personale. Woody sta attraversando un periodo di forte crisi in questa quarta avventura. Egli patisce il peso della dimenticanza e teme di finire obliato. Woody si è sempre considerato un giocattolo fedele, non si è mai chiesto cosa avrebbe fatto se non fosse più stato “adottato” da una famiglia e da un bambino. Cosa gli avrebbe suggerito la sua voce interiore se ciò fosse accaduto realmente? Si sarebbe sentito in colpa se avesse iniziato una vita indipendente, da giocattolo libero?

A proposito di "voci", quella di Fabrizio non la scorderemo mai...
Qui potete trovare il nostro omaggio a Fabrizio Frizzi. Dipinto di Erminia A. Giordano

Tale, intima “voce” che alberga nell’animo dei giocattoli è molto più importante di quanto si possa intuire. Essa rappresenta la “coscienza”, il pensiero, la morale di ogni giocattolo che corrisponde alla medesima coscienza umana. Tuttavia, i giocattoli hanno realmente una voce caratteristica che può attrarre ancor di più l’attenzione dei piccini. Woody ha un sintetizzatore vocale nuovo di zecca, Gabby Gabby, una bambola che lo sceriffo incontrerà in un negozio di antiquariato, ha il riproduttore vocale a cordicella danneggiato e crede fermamente che per tale menomazione nessun bambino voglia giocare con lei. Se Gabby Gabby potesse riacquisire il suono della sua cordicella potrebbe riottenere una famiglia con cui vivere. Woody, anche in questo caso, darà ascolto alla sua voce e farà quanto dovrà per aiutare Gabby Gabby. Ogni desiderio, ogni gesto altruistico, parte sempre dall’interno: è ciò che il quarto capitolo di “Toy Story” vuol ricordarci. Tutti noi dovremmo fare come fanno i giocattoli e dare più spesso ascolto al nostro “io”, alla nostra sfera emotiva. L’altruismo, la generosità, nascono sempre dalla saggezza proveniente dall’interno.

Durante la sua disavventura nel mondo esterno, Woody raggiungerà un parco giochi e, fingendosi privo di vita, verrà raccolto da un bambino che, nell’altra mano, regge a sé l’aggraziata bambola che raffigura una pastorella. Restando silenti, inanimati, impassibili, Woody e Bo Peep, il soldatino e la ballerina, rincrociano i propri sguardi.  Sarà proprio Bo Peep a prendere per mano Woody, a guidarlo sino ai cespugli più vicini per sottrarsi alla vista dell’uomo. Woody riabbraccia la sua cara amica, riscoprendola sotto una luce molto diversa. Bo Peep adesso vive sola con le sue pecorelle, nel grande Luna Park. Ella è divenuta una damigella forte, indipendente, ardimentosa ed intrepida. Grazie all’aiuto di Bo Peep, e al pronto intervento di Buzz, Woody riuscirà a riportare Forky da Bonnie, a salvare Gabby Gabby, offrendole il proprio sintetizzatore vocale, e a riunirsi con tutti i suoi amici per un arrivederci.

Toy Story 4” è una pellicola emozionante, bellissima, colma di spunti commoventi, di sequenze catartiche e attimi profondamente sensibili e intelligenti. Il quarto episodio della serie è completamente incentrato sulla figura del cowboy gentile, unico e vero mattatore della vicenda. A lui è dedicata quest’ultima tappa, quest’ultima evoluzione. Woody ha trascorso tutta la propria vita a prendersi cura dei suoi amici. Egli è rimasto tenacemente sugli attenti, custodendo coloro a cui voleva bene, proteggendo i suoi compagni e i suoi padroni da ogni pericolo, da ogni avversità, da ogni cattiveria. Adesso, però, è giunto il momento che lo sceriffo rompa le righe, smetta di restare sugli attenti e viva il futuro di cui più ha bisogno.

Andy è ormai cresciuto, Bonnie starà bene, e, cosa più importante, la famiglia di giocattoli di Woody è pronta a vivere al sicuro senza più la sua leadership. “Toy Story 4” racconta il congedo di un valoroso soldatino, il ritiro di uno sceriffo senza macchia, di un eroe coraggioso che ha sempre messo il bisogno degli altri al di sopra del proprio.

Buzz, il più sincero dei suoi amici, è il primo a capire il profondo desiderio di Woody. Sarà proprio lo Space Ranger a convincere il cowboy a compiere questo passo finale.

Bonnie starà bene” – sussurra Buzz allo sceriffo.  La bimba non avrà più bisogno del suo sacrificio.

"Buzz Lightyear" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Buzz porge la mano al suo grande amico e i due si salutano un’ultima volta. Questa magica storia di amicizia cominciò molti anni prima, quando un piccoletto ricevette in regalo un nuovo pupazzo: un astronauta dal sorriso fanfarone, dal colore acceso e dalla tuta fosforescente. Questi arrivò in cameretta in punta di piedi ma, senza volerlo, aveva già scavalcato le gerarchie, superando colui che fino ad allora era il giocattolo più rappresentativo. Woody non avrebbe dovuto prendersela più del dovuto, dopotutto quale marmocchio non avrebbe donato tutte le sue attenzioni ad un Buzz Lightyear? Buzz sapeva volare, sì insomma cadere con stile, sparare un potentissimo raggio laser, Woody, dal canto suo, doveva ancora liberarsi del serpente che si intrufolava di soppiatto nel suo stivale.

Eppure, il cowboy non poté accettarlo facilmente e provò, nei confronti di questo “dannato” ranger dello spazio, una grandissima gelosia. Ripensare al giorno in cui Buzz irruppe nella vita di Woody mutandola decisamente, adesso che tutto volge al termine, crea un sapore agrodolce. Da avversari e perfette controparti, i due divennero amici inseparabili. Ciò che una volta sembrava così importante, essere il giocattolo prediletto, divenne, sin dalla prima peripezia, una questione di blanda importanza. Quello che contava davvero per Woody e per Buzz era restare insieme, mantenere unita la famiglia dei giocattoli. Ma ora questa missione è finita, ultimata con successo. Woody cederà il suo cappello, donerà la sua stella a Jessie e abdicherà in favore di Buzz, colui che d’ora in poi dovrà vigilare sui giocattoli che portano, sotto i loro piedi, il nome di una tenera piccola.

"Arrivederci, sceriffo" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Woody aveva perduto la sua Bo Peep molto tempo prima, adesso non la smarrirà mai più. Ancora una volta, lo sceriffo ha dato ascolto alla sua coscienza e alla voce del suo amico spaziale. Woody non ha più la cordicella sulla sua schiena, non potrà più udire i suoi tipici detti registrati ed impressi su di un nastro di memoria, ciononostante la voce del suo io rimbomba ancora forte e chiara, suggerendogli che il momento per dire addio è giunto e che, finalmente, può vivere la propria vita liberamente con colei che ama. Woody si volterà e abbraccerà la sua Bo Peep. Darà le spalle ai suoi “fratelli” soltanto per un istante. Egli non li dimenticherà, così come non li abbandonerà mai davvero, serbando i ricordi dei loro volti per sempre nel suo cuore.

Lo sceriffo non starà più sugli attenti. Woody trascorrerà il proprio avvenire con Bo Peep. Il soldatino, infine, riuscirà nel suo sogno: prendere in moglie la sua ballerina.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Cos’è che fa di un mostro… un mostro? I canini affilati?  Gli occhi iniettati di sangue? L’abitudine, piuttosto molesta, di ululare nelle notti di luna piena o di riposare, tutto bendato, racchiuso in un sarcofago? Un momento! Ma è una questione di aspetto o di comportamento? Come potremmo delinearlo, definirlo? Cosa diavolo è un mostro?

Calma, niente panico, regola numero uno: riordinare le idee. Dunque, “il mostro” è un essere schivo, elusivo, misterioso, una creatura che si manifesta improvvisamente nel buio e che, altrettanto rapidamente, scompare col favore delle tenebre, un po’ come un incubo che svanisce allo spuntare dell’alba. Che definizione blanda, generica, aleatoria, quest’ultima! Invero, il mostro è colui che è diverso da noi. Esso corrisponde allo sconosciuto, allo straniero, all’uomo-nero. Proprio in virtù della sua diversità estetica, ogni mostro viene minacciato, intimorito, scacciato, specie se è grande, grosso, peloso, se ha tante zampe e proviene da luoghi remoti come lo “spazio” sconfinato.

Chissà quante malattie avrà portato con sé, scendendo dalla volta celeste!” – borbotterà qualcuno, vedendo il mostro in lontananza. “Con quelle unghie affilate ci tagliuzzerà ben bene quando ne avrà l’occasione, vedrete. Quegli artigli non gli serviranno di certo ad arrampicarsi sugli alberi per ghermire le verdi foglie…” - commenterà, scioccamente, qualcun altro. “Che si ritirassero nei mulini di legno ancora non arsi dalle fiamme questi dannati mostriciattoli!” urlerà, sprezzante, un terzo.

I mostri sono differenti da noi esseri umani, vanno allontanati con le torce accese ed i forconi ben branditi. Almeno, così credono gli stolti. Non importa se un mostro avrà mai la possibilità di spiccicare qualche parola per spiegarsi, esso non possiede la nostra stessa natura, non appartiene alla nostra medesima razza, è malvagio e purulento, non occorre che si arrovelli a provare il contrario, poiché quei suoi denti aguzzi sono fatti per uccidere e quelle sue mani grandi non sono altro che artigli pronti a colpire una volta soltanto.

Proviamo però a supporre, anche per un solo istante, che i mostri non siano poi così perfidi. Daremmo mai loro un’occasione per dimostrarlo? E’ possibile che dietro quell’epidermide pallida, che sotto quei bulloni d’acciaio e quella peluria così fitta, alberghi un’anima sensibile? Sebbene siano, all’apparenza, così diversi, i mostri hanno in comune con noi molto più di quanto si creda. Anch’essi avvertono il dolore, anch’essi si emozionano, anch’essi possono affezionarsi.

  • Una bella per una bestia

Ebbene, anche i mostri s’innamorano, benché brutti, cattivi, cruenti e feroci. Non volete crederci? Dovreste!

Vedete, spesso è proprio la bruttezza, sì, insomma, quella loro parvenza sgradevole, a far scoccare la scintilla di un desiderio: il desiderio di amare. I mostri sono profondamente incompresi. Essi non hanno scelta, nascono, per l’appunto, mostruosi, decisamente sgraziati, malconci e fin troppo difformi per passare inosservati. Purtroppo, l’aspetto limita fortemente la libertà di un mostro, questo perché la disarmonia e la natura atipica preluderanno sempre alla sua pura integrità. A Parigi, nei pressi di un’antica cattedrale, un giovane campanaro deforme veniva appellato dalla folla come un “diavolo”, sebbene il suo cuore celasse l’identità di un angelo dannato.

I mostri vengono considerati orridi, spaventosi, terrificanti al sol guardarli. Coloro che li intravedono, oramai sempre più di rado, scappano a gambe levate. Il mostro di turno non ha neppure il tempo di presentarsi: quando sbuca da qualche cespuglio, il viandante fugge come il vento. I mostri non socializzano con gli altri e, da secoli, se ne stanno appartati, soli, profondamente soli. Sozzi e invenusti, essi devono rimboccarsi le maniche se vogliono conquistare l’amore.

Non solo Frankenstein! La mummia di Boris Karloff vi attende qui

Eppure, Frankenstein non era poi così cattivo! Vagava impaurito, con le vesti un po’ bruciacchiate. Era appena scampato ad un incendio, e non aveva dove andare. Gli uomini gli avrebbero dato la caccia se solo lo avessero rivisto. Al mostro spettava il compito di nascondersi, non più quello di spaventare. Standosene in disparte, Frankenstein, che doveva il suo nome al folle genitore che gli diede la vita, cominciò a soffrire, struggendosi nell’oscurità e prendendo sempre più coscienza della sua identità, della sua sofferenza, della sua solitudine. La Creatura voleva qualcosa, o per meglio dire qualcuno che potesse alleviare il vuoto, l’abisso, di un’esistenza vacua. Col trascorrere delle giornate, Frankenstein capì: agognava una compagna, una donna della sua stessa “specie”, una sposa da poter amare.

L’amore, nella pellicola “La moglie di Frankenstein”, nasce da un desiderio di riconoscimento, di accettazione, da un bisogno naturale provato da un essere innaturale. Frankenstein era brutto, un mostro dall’origine insana, ma non era crudele, non voleva essere efferato: esso non veniva, semplicemente, capito. D’altronde, persino lui stesso faticava a capire chi fosse, cosa fosse. Frankenstein, allora, si abbandonò al desiderio, all’emozione, al sentimento per cercare di attenuare il proprio dolore. Plasmò così una damigella, una donna che potesse amarlo. Per lui fu uno “zing” immediato! Una figura femminile si levò in piedi, ed emerse da un cupo laboratorio, avviluppata dalla nebbia. Essa era glaciale, ma splendida nella sua imperturbabile fisionomia.

La “bella” aveva i capelli prevalentemente neri, tuttavia alcune ciocche della sua chioma, rimaste bianchissime, avevano assunto la forma di saette scintillanti. Frankenstein se ne innamorò, ma il suo non fu che il mero e fallimentare tentativo di vivere una vita normale. A lui la normalità era stata preclusa sin dalla nascita, sin dalla creazione. La sposa del mostro, anch’essa partorita in maniera infausta ed anormale, non riusciva a ricambiare i sentimenti dell’essere. L’amore, in fondo, non può essere creato dal nulla né sintetizzato con l’arte della scienza e la gloria della conoscenza. Questa fu un’altra condanna che molti mostri patirono. Essi, infatti, impararono ad amare ma non sempre riuscirono ad essere amati. Frankenstein non poteva vivere realmente il suo amore e, disperato per la sua infelicità, si lasciò morire.

"Il mostro della laguna" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters. Esplorate la laguna nera cliccando qui.

Un altro mostro s’innamorò a sua volta. Esso affiorò dalle acque lacustri, in una laguna nera, di rado solcata da qualche imbarcazione. Un mattino, esso vide una donna danzare sulla superficie limpida del “lago” con indosso una candida veste. Allungò l’arto per provare ad afferrarla, ma lo ritirò di scatto, per timore di ferirla. Il mostro della laguna aveva sempre vissuto patento la solitudine più assoluta e, quando mirò quella creatura muoversi, sinuosa come una sirena, tra i fluttui, cadde nel desiderio. Fece quanto poté per averla, arrivò persino a rapirla. Ma l’animale dal tratto umanoide, venuto dall’acqua, non poteva custodire per sempre la fanciulla nelle grotte. Sconfortato, si accasciò al suolo, ferito, e si abbandonò inerme in un sepolcro acquatico. Il mostro di quella laguna non era di certo cattivo, lo ammise persino la bella Marilyn Monroe nel momento in cui scoprì questa storia, adattata sul grande schermo in bianco e nero. La creatura anfibia non era ria, era una vittima, scontenta, triste e sola, ipotizzò Marilyn, la donna dai capelli d’oro.

E’ proprio la solitudine ad affliggere i mostri. Nessuno vuole incontrarli, nessuno desidera conoscerli. Essi si celano nelle ombre, convinti che se dovessero essere scoperti, verrebbero minacciati ed uccisi. Giacciono, dunque, isolati, senza gioie e senza amori.

  • Lo zing

Tanti mostri vissero l’amore e molti di loro lo perdettero in seguito. Anche il Conte Dracula provò l’amore, il più grande amore, quello autentico, ovvero lo “zing”. No, non sto facendo riferimento al classico Dracula, colui a cui tutti pensate quando il suo nome viene fortemente pronunciato. Dimenticate, giusto il tempo che vi occorrerà per ultimare questa lettura, quanto scrisse Bram Stoker nel suo capolavoro letterario. Non indugiate a rievocare la freddezza e l’atrocità del Conte tradizionale. Immaginatelo, questa volta, come una figura alta ed esile, avvolta in un nero mantello. Tale Dracula non è come i suoi simili, ha una testa ingombrante, una simpatia incontenibile ed una voce ancor più inconfondibile. Dracula, così come appare in “Hotel Transylvania”, è un mostro incompreso, misantropico, terrorizzato all’idea di dover incontrare l’essere umano, il “diverso” che gli arrecò tanto dolore. Ebbene, siete riusciti a rivederlo? Lo avete rievocato nella vostra mente?

Molti anni or sono, questo Conte perse la propria moglie adorata, assassinata dagli esseri umani. Fu in quella triste notte che Dracula capì che i mostri non potevano in alcun modo coesistere con gli uomini, poiché questi ultimi sanno essere violenti e pericolosi. Dracula ne è convinto: i mostri esistono, ma non sono quelli a cui siamo soliti affibbiare tale denominazione. I veri mostri sono coloro che non tollerano, coloro che attaccano, coloro che offendono e feriscono con le armi ben sguainate. Qualcuno, un tempo, cantò che il vero mostro è colui che è “brutto all’interno” e non colui che è “brutto a veder”. I mostri saranno anche raccapriccianti, ma non sempre i loro connotati corrispondono ai loro caratteri.

Quando Dracula perdette la propria consorte, decise che mai più nessun uomo avrebbe ferito la sua famiglia. Eresse, allora, un imponente edificio, un rifugio sicuro per tutti i mostri che, tra quelle mura, avrebbero potuto restare al sicuro. Si, in poche parole, un hotel di superlusso per tipi eccentrici!

Rifugiatosi nello sfarzoso palazzo di pietra, Dracula allevò, per un secolo, sua figlia Mavis. Per i successivi cento anni, egli seguitò a provare l’amore, in una forma nuova, diversa rispetto a quello che provarono Frankenstein ed il mostro della laguna nera, menzionati in precedenza. Dracula amò incondizionatamente durante tutta la sua esistenza e, quando venne privato del conforto di una moglie, l’amore che aveva sempre riscaldato il suo cuore mutò, divenendo amore paterno. Quest’ultimo è un tipo di amore votato alla protezione assoluta, all’affetto smisurato, al riguardo e all’educazione, all’accompagnamento verso la crescita e la maturazione. Dracula guidò Mavis dalla giovinezza alla maggiore età. Così, le stagioni si alternarono e all’hotel, anno dopo anno, giunsero, da ogni parte del mondo, i mostri più stravaganti. Dracula formò persino una combriccola di bizzarri amici, legandosi a licantropi, mummie, creature nate in laboratorio ed esseri gelatinosi e appiccicaticci. 

Gli anni per Dracula e Mavis passarono così, nella tranquillità e, forse anche un po’, nella noia della routine. A 118 anni, Mavis divenne grandicella, ma Dracula continuò a vederla come una bimba e a nutrire per lei una paura smisurata. Il mondo esterno era un luogo pericoloso, Mavis non avrebbe mai dovuto lasciare la sua principesca dimora. Un giorno come un altro, Johnny, un mortale, sbucò dal nulla, irrompendo nell’albergo e turbandone la quiete. Dracula si rapportò al giovane in maniera alquanto diffidente, del resto, Johnny era un essere umano, c’era poco di cui fidarsi! Ciononostante, conoscendosi sempre più, Dracula e Johnny scopriranno di non essere poi così diversi. Questi stringerà, dunque, una tenera amicizia con Mavis che, ben presto, si trasformerà in amore.

"Re Tritone ed Ariel" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters. Per saperne di più cliccate qui.

A quel punto, Dracula dovrà armarsi di coraggio e, da buon genitore, accettare l’inevitabile. Dopotutto, egli non fu certo il primo padre a dover salutare la propria “piccina”. Ne “La sirenetta” della Disney, Re Tritone, alla fine, dovette cedere le armi, deporre il proprio tridente e lasciare andare la sua bambina. Ariel si era innamorata, ed era decisa più che mai a convolare a nozze con Eric, un principe venuto dalla terraferma. In egual modo avrebbe dovuto agire anche Dracula.

Facendo un bel respiro profondo, il Conte salutò sua figlia, ed accettò di vederla andar via con un ragazzo… normale e non certo mostruoso.

In “Hotel Transylvania” viene messa in scena una rara forma di amore: il sacrificio, la rinuncia di un papà a tenere la propria figlia con sé, una scelta, quest’ultima, che condurrà Dracula alla ritrovata serenità nel vedere Mavis, finalmente, sorridente e giuliva.

"Dracula e Denisovich" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tra Mavis e Johnny, tra una vampira ed un ragazzo, tra una creatura mostruosa ed un mortale, scoccherà, dunque, il colpo di fulmine e, dalla loro unione, nascerà un bambino dai folti capelli scarlatti, Dennis, che verrà ribattezzato da nonno “Drac”: Denisovich.

L’amore, in “Hotel Transylvania”, è uno zing, un tintinnio, un lampo improvviso che squarcia il cielo e illumina lo sguardo, un incanto istantaneo che si avverte come un placido suono. I mostri non ne sono assolutamente indifferenti e, una volta provata tale magia, finiscono per restare innamorati e fedeli per tutto il resto della loro (lunghissima) vita. Dracula visse l’amore per una donna, lo zing assoluto, ed esso non lo abbandonò mai davvero. In seguito, un'altra forma di “zing” si impadronì di lui: l’amore paterno. Questo Dracula fu un mostro che non smise mai di amare, dapprima amò la sua sposa, poi amò la sua piccola e, infine, amò nuovamente, quando conobbe il suo minuto nipotino. E poi, quando il vecchio ma eternamente giovane Conte deciderà di concedersi una vacanza, scoprirà che un nuovo zing sarà pronto a destarsi in lui…

Cos’è che accomuna gli uomini e i mostri se non la medesima capacità di provare e vivere l’amore? Cos’è, realmente, un mostro? E’ forse quella che segue la risposta più pertinente alla domanda iniziale. I mostri, quelli reali, sono soltanto coloro che non riescono a provare tale, meraviglioso sentimento.

L’amore può raggiungere l’immortalità. Dracula lo sa bene: si può amare una donna per sempre continuando a ricordarla nel proprio cuore, e rimirandola, sovente, in un grande dipinto.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Il comandante Ramius" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

In una base submarina situata nel profondo nord dell’Unione Sovietica, molte navi avevano già lasciato gli ormeggi. L’alba non era ancora giunta, e le acque quiete lambivano le superfici ferrose delle chiatte da rimorchio. L’algido vento dell’imbrunire persisteva ancora, sebbene il sorgere di un nuovo dì fosse imminente. La brezza carezzava, con i suoi aliti frigidi, i volti dei mattinieri. Due uomini, racchiusi in una divisa nera, osservavano il malinconico paesaggio invernale dalla “plancia esterna” di un sottomarino nucleare della classe Typhoon, denominato Ottobre Rosso.

Fa freddo questa mattina, capitano” – disse confidenzialmente l’ufficiale. “Freddo!” – mormorò, annuendo, Ramius, il comandante dell’Ottobre Rosso. Questi, uomo d’origine lituana dalla barba bianca e leggermente incolta, se ne stava, tutto assorto tra i suoi pensieri, a scrutare l’orizzonte con aria saggia e un atteggiamento riflessivo. Il clima era pungente, ed i monti che si stagliavano all’orizzonte, sulla terraferma, oltre i fluttui salati, erano del tutto innevati. Il comandante seguitava a guardare i movimenti delle onde, ad ascoltare il laconico parlato di quel mare che, per anni, fu la sua unica residenza. D’un tratto, le navi rumoreggiarono più volte, ed il segnale fu colto dagli ufficiali. “E’ il momento, comandante”. Consapevole del significato di quei richiami, questi concordò: “E’ tempo!”. Il “sommergibile”, poco dopo, iniziò la manovra d’immersione, scomparendo nell’oscurità degli abissi.

Comincia così “Caccia a Ottobre Rosso”, con una sequenza ambientata in un pallido mattino in cui domina una malinconia penombra.  L’Ottobre Rosso, intravisto in superficie nelle prime immagini del lungometraggio, è un sottomarino avveniristico e estremamente particolare, munito di un dispositivo di propulsione magnetoidrodinamica di nuova concezione, che permette di muoversi in acqua senza ricorrere a eliche o altro, e quindi in assoluta assenza di suoni o rumori. L’unità navale viene fatta partire con il preciso intento di verificare l’effettiva efficienza dell’innovativo mezzo propulsivo. L’intero equipaggio crede di dover portare a compimento tale missione ma, in realtà, tutta questa operazione farà da preludio ad un vero e proprio atto di diserzione da parte del comandante e di alcuni ufficiali suoi fedeli. Ramius si appresta, infatti, a condurre l’Ottobre Rosso verso le acque americane, volgendo le spalle alla Russia Sovietica.

Sin dal primo momento, Ramius si mostra come un uomo schivo, riservato, che fa del silenzio il principale ed eloquente atto comunicativo del proprio essere. Ramius è “tacito”, non parla più del dovuto, non emette alcun rumore di troppo come il sottomarino che egli comanda, inespressivo nel suo terrificante “passo” leggero. L’Ottobre Rosso è un sottomarino fantasma, non lascia alcuna traccia della propria presenza, non fa trapelare alcun frastuono. Esso è un mezzo navale impercettibile, invisibile, e sembra incarnare l’anima del suo “capitano”, un essere occulto, imperscrutabile. Ramius cela le sua angosce dietro la scorza di un uomo freddo e scaltro, nasconde i propri rimpianti dietro i suoi gesti cheti, le sue movenze felpate come l’Ottobre Rosso stesso, il quale non fa mai palesare alcuna avvisaglia del proprio sopraggiungere.

Ramius mira le gelide acque oceaniche dalla sommità dell’Ottobre Rosso, cosciente che le vedrà per un’ultima volta, per un’ultima missione. Egli ha trascorso gran parte della propria vita a bordo, in mare, smarrendo i propri affetti più cari sulla terra. Egli, pertanto, nutre un rapporto conflittuale con la grande distesa acquatica e con la sua stessa “madrepatria”, rea di averlo condannato ad una vita di stenti e sacrifici, costringendolo a combattere una guerra immaginaria tra gli oceani, senza battaglia, senza monumenti, con sole vittime.

Alle volte, il mare può essere inclemente. Esso separa, allontana, strappa via e divide le persone che, tra le correnti, smarriscono i propri corpi. Un’antica leggenda italiana, risalente al XV secolo, racconta la tragica storia d’amore di un pescatore ed una bella dama. La fanciulla venne rapita e uccisa da alcune sirene mentre l’uomo si trovava a largo, intento a compiere una battuta di pesca. Quando il marinaio fece ritorno sulle sponde con la sua imbarcazione di legno scoprì d’essere rimasto solo. Lontano, tra le onde, egli perdette il proprio amore. Disperato, il pescatore si irrigidì, la sua pelle si fece aspra come una pietra calcarea. Da allora, egli restò a terra, tra gli scogli, volgendo i suoi occhi rocciosi verso le acque salmastre, luogo in cui riposa in eterno lo spirito della sua innamorata. Il mito di Cristalda e Pizzomunno, appartenente alla cultura popolare pugliese, evoca il disperato addio di un uomo di mare alla sua adorata, rimasta ad attenderlo senza speranza sulla costa. Se Pizzomunno fosse rimasto sulla baita, se avesse saputo che le sirene, una volta affiorate dal fondo, avrebbero approfittato della sua lontananza, sarebbe riuscito a scongiurare la tragedia. Il dolore ed il senso di colpa ingiustificato tormentarono Pizzomunno, tanto da renderlo aspro ed inscalfibile. Anche il comandante Ramius sopportò il supplizio dell’addio quando, rimasto negli oceani sterminati, venne a sapere della caduta della sua amata sposa.

Ramius, similmente a Pizzomunno, dedicò gran parte della propria vita al mare ed in quei luoghi remoti rinunciò, suo malgrado, alla vita matrimoniale. Il comandante del sottomarino sovietico, come Ulisse, vagò per decenni e decenni tra i marosi. “L’ho resa vedova il giorno delle nozze.” bisbiglia Ramius durante una delle sue affermazioni più significative. “Mia moglie è morta mentre ero in mare, lo sa?” – seguita poi a sussurrare, affranto. La moglie di Ramius era, infatti, deceduta mentre l’uomo si trovava sott’acqua, lontano. Egli perdette la propria sposa in un attimo, non poté stringerla, restarle accanto, non poté averla mai davvero.

Ramius cercò disperatamente di tornare a casa, di raggiungere la propria sposa, ma ci riuscì di rado. No, non vi era alcuna forza sovrannaturale a osteggiare il suo ritorno, come invece accadde per Odisseo, costantemente fronteggiato da Poseidone. Per Ramius fu la guerra fredda, un conflitto strategico e instancabile, a trascinarlo giorno dopo giorno tra le correnti oceaniche, privandolo di una casa e di una stabile dimora. Ramius errò come un marinaio fedele. Nessuna sirena accecò i suoi desideri, nessuna maga Circe rubò mai il suo cuore. Ramius non raggiunse in tempo la sua Itaca, poiché la sua Penelope morì prima di concludere realmente la propria tela. La morte della moglie ha sul comandante dell’Ottobre Rosso un effetto devastante. Il gesto da traditore che perpetrerà si concilia, dunque, con un dramma personale e una convinzione, oramai, divenuta immutabile. Ramius sente d’essere stato a sua volta tradito e abbandonato dal proprio governo che ha usufruito delle sue abilità senza concedergli tregua alcuna.

"Ulisse e Penelope" - Quadro di Francesco Primaticcio

Il mare è un regno smisurato, un reame senza confini in cui non vi si può avere alcuna appartenenza. I ricordi, gli amori, gli affetti permangono sulle rive, cullati dal lento mormorio della risacca. Nei fondali sabbiosi, oscuri, in quei luoghi in cui l’Ottobre Rosso si muove col suo incedere silenzioso, Ramius riflette ancora ed ancora, preparando il suo piano di diserzione, il suo commiato colmo di ribellione verso l’Unione Sovietica. Ramius vuole riottenere la libertà con l’asilo politico per sé e per i propri ufficiali. Confessa che gli manca la letizia di quando era giovane e spensierato, quando si recava in mare per puro diletto, per pescare, e non per celarsi nel buio degli alvei oceanici per rischiose missioni segrete. L’insubordinazione di Ramius occulta il grido di libertà di un uomo che, perdendo l’amore della sua esistenza, si rende conto di aver forse sprecato i giorni più belli della propria vita, prestando servizio per una guerra infausta e senza onore. Ramius fa, dunque, rotta verso le coste degli Stati Uniti d’America.

Gli spostamenti dell’Ottobre Rosso vengono costantemente tenuti sotto controllo dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti, il quale teme che l’unità possa sferrare un attacco contro lo Stato. Prima di salpare, il comandante aveva comunicato all’Ammiraglio Juri Padorin, tramite lettera, la sua intenzione di disertare, e adesso l’intera flotta del Nord è alla ricerca del sottomarino con l’ordine di localizzarlo e affondarlo. Un’azione simbolica, quella adempiuta dal comandante, che, palesando le proprie intenzioni, decreta l’inizio della partita a scacchi che lo vede contrapposto alla Russia e alla stessa America. Su tale scacchiera, cullata dalle correnti, Ramius ed il suo Ottobre Rosso avanzano come pedoni, pronti a dare lo Scacco Matto. L’Unione Sovietica non vuole per nulla al mondo svelare i propri segreti tecnologici al nemico di sempre, mentre la commissione di sicurezza americana sostiene che Ramius sia impazzito e Mosca stia solo tentando di scongiurare che il comandante lanci i suoi missili alla volta della nazione. Ramius si trova così a dover far fronte agli attacchi sovietici e a quelli degli Stati Uniti. Il comandante dimostrerà la sua impareggiabile abilità tattica, sventando tutte la manovre offensive avversarie, riuscendo, infine, a condurre l’Ottobre Rosso presso la foce di un fiume, al riparo dei satelliti spia sovietici.

Caccia a Ottobre Rosso” è un avvincente thriller fantapolitico, che trae la sua forza dallo strumento narrativo rappresentato dalla suspense e dalla sapiente caratterizzazione dei singoli personaggi. Svettano, su tutti, il sempre ottimo Sam Neill nei panni del nobile e leale capitano Borodin e il convincente Alec Baldwin, interprete di Jack Ryan, unico personaggio ad intuire le intenzioni del protagonista. Il comandante, figura estremamente complessa e intrigante, magistralmente interpretato da un intramontabile Sean Connery, costituisce il cuore dell’opera filmica. Il suo desiderio di fuga, di evasione, di pace viene esternato dal dolore dei suoi ricordi repleti di rammarico, e dalla grande fuga del sottomarino da lui comandato. Ramius è un navigatore che vuole attraccare e raggiungere la terraferma una volta per tutte.

L’Ulisse lituano non riabbraccerà più la sua Penelope, ma avrà ancora una vita da vivere nel ricordo di un amore intramontabile. Ramius anela, inoltre, a lasciare il mare, a lambire definitivamente il suolo, a baciare le spiagge al termine di una lunga traversata come fece Cristoforo Colombo quando raggiunse l’America, scambiandola, erroneamente, per le Indie. Non è un caso che il protagonista del film, proprio sul finale, citi il grande capitano delle tre caravelle. Ramius, onorando Colombo, dirà: “E il mare concederà a ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni”. Le prossime speranze di Ramius si protrarranno in America, il nuovo continente scoperto proprio da un marinaio.

Autore: Emilio Giordano      

Redazione: CineHunters 

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"L'usignolo" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I nomi possiedono un’astratta magia, ne sono fortemente persuaso. Potremmo mai concepire la nostra esistenza quotidiana senza i nomi? Certo che no! Non molto tempo fa, scrissi in tutt’altro contesto quanto segue: “I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.”

Qualche giorno addietro, interrogandomi nuovamente sull’importanza di un nome, mi tornò alla mente un aforisma proferito da J.R.R. Tolkien. Il Professore affermò: “Per me viene sempre prima un nome e poi una storia.” - ben sapendo che un nome non necessariamente indica una mera identificazione, ma, più spesso di quel che si creda, suggerisce una qualità, un talento, un dono.

Lo scrittore britannico era un cultore della linguistica inglese e, quando ideava un “epiteto” per uno dei suoi personaggi di fantasia, ponderava attentamente prima di sancirlo. Ogni nome doveva contenere una caratteristica distintiva della personalità supposta per il personaggio. Nei suoi scritti, Tolkien partorì lingue e idiomi fittizi, basandosi sul linguaggio antico, sulle origini e sulle progressioni della linguistica stessa. Qualunque nome pensato e vagliato dal Professore, sebbene ad una lettura immediata lasciasse filtrare poco di chiaro ed evidente, occultava una verità, una peculiarità. Quando Tolkien creò Lúthien, la più bella degli elfi Sindar, volle imprimere, tra le consonanti e le vocali della sua denominazione, la purezza intangibile di un sentimento. Il nome “Lúthien” fu tratto dall’antico termine inglese “Lufien”, che soleva significare “amore”. Secondo il desiderio dello scrittore, la dama Lúthien doveva essere la personificazione immaginifica dell’amore. Ella era, per Tolkien, l’incarnazione della propria sposa, Edith Bratt, la donna che egli amò per tutta la vita. Influenzato dal profondo amore che lo legava ad Edith, Tolkien compose la storia di Beren e Lúthien. Come ogni scrittore innamorato, Tolkien volle trasfigurare la sua adorata nel suo universo figurato. Edith divenne Lúthien, ed in essa Tolkien infuse l’immortalità e l’etereità con la sua penna. Lúthien era un elfo femmina di straordinaria bellezza, e la sua voce era melliflua e armoniosa. Dalle sue labbra rosate echeggiava un canto melodioso e soave, e dai suoi sussurri gocciolavano note lievi e carezzevoli.

Beren e Lúthien in un'illustrazione di Alan Lee

Beren ravvisò la dolce voce di Lúthien nella boscaglia, e scorse il suo incedere sul prato. Il cavaliere si innamorò a prima vista della nobile fanciulla. I suoi occhi vennero ghermiti dalla bellezza della ragazza, e il suo udito si smarrì in un sentiero di note e di suoni. Le intonazioni leggere di Lúthien tintinnavano nel verde, ed i suoi acuti picchiettavano come timbri forti, ridestando gli alberi addormentati dal lungo sonno invernale. Beren avvicinò Lúthien a sé e i due poterono conoscersi. Egli chiamò la damigella “Tinúviel”, l’usignolo. Tale soprannome esprimeva le qualità canore della giovane, la levità e la purezza del suo timbro vocale, dolce e aggraziato come il canto di un piccolo volatile variopinto.

La storia di un personaggio, la vivezza della sua personalità delineata su di un foglio di carta, ha inizio da un appellativo. Tutto ha inizio con un nome. La vita stessa di un infante comincia con la pronuncia di quel “sostantivo”. I genitori di un bambino appena nato, dopo aver udito il pianto che scandisce il suo primo respiro, scelgono di “battezzarlo” con la flebile pronuncia di un nome.

I nomi tratteggiano un’entità, i soprannomi delineano una caratteristica. Beren soprannominò la sua sposa Tinúviel, poiché essa era leggiadra e la sua tonalità vocale era gradevole come il trillo eufonico di un uccello.

Molto tempo fa, una donna svedese divenne nota per la sua voce incantevole, tant’è che la gente volle denominarla “usignolo”.  Lo scrittore danese Hans Christian Andersen partì proprio da questo soprannome per scrivere una delle sue fiabe più sentimentali. Andersen, sovente, carpiva elementi dal reale, infondendo in essi magia, e altrettanti personaggi delle sue fiabe furono ispirati da veri incontri.

Nella capitale danese, un bel giorno, Andersen s’imbatté in una ballerina molto bella e aggraziata. Era mattina inoltrata, e Hans Christian si era introdotto di soppiatto nel grande teatro della città. La platea era ancora vuota, ma sul palcoscenico era possibile scorgere una frenetica attività di preparazione. Una compagnia teatrale era tutta presa a provare senza sosta la buona riuscita di un balletto. La sera, infatti, sarebbero andati in scena, ma qualche passo di danza non era ancora stato perfezionato. Fu in quel momento che Andersen vide la ballerina danzare sul soppalco con un bianco vestito. Le scarpette consunte la tradirono ed ella cadde a terra rovinosamente. Un uomo emerse da dietro le quinte e la rimproverò aspramente. Andersen si sentì tremare. Non poteva sopportare che la donna di cui si era invaghito venisse maltrattata in quel modo. Corse via a lavorare. Nella bottega di un calzolaio, realizzò per lei due scarpette su misura. Le scarpette erano nuove, non certo rosse, ma candide e comodissime. Il giorno seguente, Andersen donò il frutto del suo lavoro alla fanciulla, che lo ringraziò calorosamente. L’abbraccio della donna motivò lo scrittore nel profondo, il quale si ritirò nel suo studio e compose una fiaba per lei: “La sirenetta”. Andersen tentò di conquistare il cuore della ragazza con la scrittura ma la sua fiaba non sortì l’effetto sperato. La donna lesse la storia e se ne innamorò, tuttavia non provò l’egual sentimento per l’autore che l’aveva concepita. Il cuore della donna apparteneva ad un altro uomo, colui che quel dì, dove tutto ebbe inizio, l’aveva redarguita così aspramente. Andersen se ne andò via in silenzio. Si voltò un’ultima volta e vide la ballerina montare su una carrozza, scortata da un soldato inglese, racchiuso in una divisa rossa e blu, a cui mancava una gamba.

Jenny Lind in un dipinto di Eduard Magnus

Tutto ciò, però, non accadde mai davvero. Gli eventi sin qui narrati appartengono ad una fiaba cinematografica. La storia di un Andersen innamorato di una giovane ballerina è tratta da un’opera filmica del 1952: “Il favoloso Andersen”, pellicola alquanto romanzata sulla vita dello scrittore originario di Odense. Eppure, non tutto fu inventato. Andersen incontrò realmente una donna nella sua vita e ad ella dedicò una delle sue fiabe più ricche di sentimento.

Andersen conobbe Jenny Lind nel 1843. Dapprima, la intravide con i suoi occhi timidi, peritosi, ma vispi, sempre in procinto di mutare la realtà osservata in realtà immaginata. Volle studiarla col suo sguardo curioso, pur sapendo che l’apparenza rivela sempre solo una parte della persona, quella più esposta, l’estetica ingannevole. Di rado, attraverso il senso della vista, è possibile scandagliare l’animo umano, l’intimità, l’essenza nascosta sotto lo strato della nuda pelle. Andersen, sensibile e attento a cogliere il più impercettibile dei particolari, capì che la mera osservazione non sarebbe bastata. Si soffermò allora ad ascoltare il suo parlato e, in seguito, il suo canto. Jenny era una cantante d’opera. Si esibì al cospetto del più grande scrittore di fiabe di ogni tempo, ed il suo cinguettio conquistò il suo cuore. Non fu l’immagine, l’aspetto, la fattezza ad attrarre il poeta danese, bensì l’anima, lo spirito, la sostanza divina nascosta sotto l’umana sembianza. Cantando, Jenny mise a nudo la sua essenza e di essa Hans Christian si innamorò. Jenny aveva la voce di un usignolo, e Andersen la trasformò, con il tocco di una bacchetta magica, in quella creatura. Col cuore colmo di amore, Hans Christian stese la bozza della sua nuova fiaba. Fu una donna a spronare la sua creatività, fu una voce a stimolare le sue parole, ma fu soprattutto un nome a far germogliare il seme della sua storia. L’usignolo svedese divenne un vero usignolo che abitava nei boschetti lussureggianti della Cina.

Illustrazione di Vilhelm Pedersen per la fiaba di Andersen

C’era una volta, nell’estremo oriente, un’antica reggia splendente, cinta da giardini verdeggianti. Tra gli alberi, di ramo in ramo, viveva un usignolo che cantava dalla notte al giorno. Il suo vocalizzo allietava le fatiche di un pescatore che, ad ogni crepuscolo, si recava con la sua imbarcazione in mare. I fiori ondulavano ritmicamente anche negli attimi in cui la brezza smetteva di soffiare. Essi danzavano, spronati dal canto dell’usignolo. I cespugli ripieni e le foglie verdissime traevano lucentezza dal piacevole canto del piccolo volatile, che promanava sulla natura circostante il miracolo di un’eterna giovinezza.  L’usignolo volgeva, di solito, i suoi versi canori alla luna, spettatrice attenta e ascoltatrice silenziosa. Ad ogni nota, l’astro della sera rifulgeva di un riverbero lattescente.

A corte, nessuno parlava d’altro se non del “trillo” dell’usignolo. L’imperatore ordinò ai suoi servi di condurre l’usignolo a palazzo, così che anch’egli potesse godere da vicino della melodia emessa dal suo minuscolo becco. L’usignolo, molto gentilmente, acconsentì d’essere scortato e così nella grande sala del trono fece effluire il suo canto ed esso commosse l’animo del sovrano.

L’imperatore decise, allora, d’imprigionare l’usignolo in una gabbia, così da averlo sempre vicino a sé. Un giorno, però, un cortigiano portò all’imperatore un regalo inviatogli dal Giappone. Si trattava di un usignolo meccanico, tempestato di pietre preziose, rubini e diamanti. L’usignolo artificiale funzionava mediante degli ingranaggi interni che riproducevano un languido tintinnio che l’imperatore finì per preferire all’emissione di voce del vero usignolo. Così, il volatile venne liberato e a corte rimase soltanto il meccanico pennuto. Qualche tempo dopo, l'artificio si ruppe per il suo eccessivo utilizzo e l’imperatore cadde nello sconforto.

Ritratti fotografici di Jenny Lind e Hans Christian Andersen

Ammalatosi gravemente, il sovrano venne trascinato nelle sue stanze dove, a notte fonda, vide comparire dinanzi a sé la scarnificata figura della Morte. La mietitrice confessò al ricco che la sua ora era ormai giunta e che la malattia lo avrebbe strappato alla vita prima che il sole fosse sorto di nuovo. Come ultimo desiderio, l’imperatore implorò l’usignolo di tornare da lui così che il suo canto potesse accompagnarlo nell’ultimo viaggio verso l’aldilà. Sul davanzale della finestra rimasta aperta, si poggiò l’usignolo, giunto in soccorso dell’imperatore. Esso non provava offesa né livore nei riguardi del regnante. Perdonò i peccati dell’uomo come uno spirito angelico disceso dal cielo. L’usignolo, dunque, cantò con il suo mirabile cinguettio e la Morte si dissolse nell’ombra, scomparendo, dopo aver provato per la prima volta una vera, tangibile emozione. Gli affanni e i dolori dell’imperatore vennero domati ed estirpati dal suo corpo fiacco. L’indomani, quando l’imperatore aprirà gli occhi scoprirà d’essere guarito. L’usignolo scomparve nel bosco e l’imperatore non conoscerà mai il suo nome, ne rammenterà solamente il soave suono.

L’amore che Hans Christian nutrì per Jenny Lind viene perpetuamente espresso nei passi più intensi della sua fiaba. Il canto “dell’usignolo svedese” possedeva un che di magico, era in grado di curare un’anima triste e affranta. Quando udiva la voce da soprano di Jenny, Andersen si sentiva bene, guariva temporaneamente dalle sue angosce. Il canto dell’usignolo accarezzava il suo viso stanco, lambiva il suo naso adunco e pronunciato, abbracciava il suo corpo mingherlino e dinoccolato. Agli occhi di Andersen, nulla poteva sostituire la perfezione naturale di Jenny, neppure un artefatto meccanico di mirabile manifattura.

Andersen, timoroso e tremendamente introverso, riuscì a trovare il coraggio per confessare il proprio sentimento a Jenny ma lei lo respinse garbatamente. In una lettera, il soprano riportò l’impossibilità di ricambiare l’amore dello scrittore che ella considerava solamente un amico fraterno. Andersen ne soffrì. Non potendo avere la sua amata, si accontentò, allora, di renderla parte della nutrita schiera dei suoi personaggi fiabeschi. Jenny divenne piccola come un anatroccolo, esigua come un delicato usignolo dalle piume vivaci che Andersen poteva reggere sul palmo della mano e guardare con immutata ammirazione. L’usignolo della sua fiaba non aveva un nome ma soltanto un appellativo. Sarà così che la sua amata verrà ricordata e conosciuta in tutto il mondo. Tutto partì da un nome e proseguì per un amore: fu così per Tolkien, così avvenne per Andersen.

Come accaduto nell’opera filmica, quando Andersen mirò la ballerina allontanarsi, Hans Christian vide Jenny andar via da Copenaghen, ma ad accompagnarla non vi era più alcun soldatino.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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