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"Bruce Banner ed Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Quella di Stan Lee era una faccia inconfondibile. Aveva due occhi vispi, “svegli”, portati a notare ogni dettaglio, capelli argentei e qualche ruga marcata a contornargli il viso. Sotto quei suoi baffi folti, si stagliava, sino alle guance, un sorriso beato, espressione di una felicità soave, alimentata dall’amore per la creatività che animava il suo cuore.

Che sagoma che era la sua! Una silhouette esile, slanciata, che suggeriva una certa agilità, o per meglio intendere, una leggiadria. Possedeva un’allegrezza contagiosa, quella peculiare letizia che riesce ad annientare la gravità, e conferire ad un corpo scioltezza nei movimenti, tenuità. Lo spirito di Stan era quasi etereo, lieve, leggero quanto una piuma sollevata dal vento. Egli pareva librarsi da terra, e volteggiare nel cielo, spensierato e compiaciuto delle sue creazioni, tanto amate dai lettori, i suoi fedeli “credenti”. Come un celebre personaggio di “Mary Poppins” che se ne stava sereno e gaio nella sua dimora a prendere il thè, sospeso in aria, tanto felice da invitare tutti coloro che andavano a trovarlo a scrollarsi di dosso ogni affanno e tornare a sorridere di cuore, così Stan, con i suoi lavori, dava l’idea di voler invitare i suoi devoti ammiratori a spiccare il volo, sospinti dalla fantasia più accattivante.

Stan era un moderno Alfred Hitchcock. Non fraintendete le mie parole, di sicuro non era certo un maestro della regia come il grande cineasta britannico, ma con quest’ultimo condivideva la “passione per i cameo”. Stan compariva d’improvviso in tutte le opere filmiche dell’universo Marvel, con una veste sempre differente. Voleva donare ai propri “figli” di carta, i supereroi trasposti sullo schermo, la vicinanza e l’affetto di un padre che, camaleonticamente, indossa divise multiformi per “nascondersi” e restare accanto ai suoi “eredi”, come una sorta di “Mrs. Doubtfire” dai prominenti mustacchi. Stan appariva d’un tratto, e quella sua espressività gioviale, di volta in volta, veniva adattata alle esigenze più disparate dagli sceneggiatori. Era questa la sua firma, il suo marchio indelebile.

"Stan Lee" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Stan ci ha lasciato da pochi giorni, dopo aver vissuto una vita intensa, splendida, nel corso della quale è riuscito a conquistare l’immortalità artistica. La sua fantasia era infinita come un universo profondo profondo. Tanti sono stati i personaggi concepiti dalla mente di questo straordinario creatore. Dallo “sposalizio” con altrettanti artisti, Lee ha “partorito” supereroi iconici, tutti connotati da sfumature psicologiche distinte ed intricanti. Era un uomo così giulivo, allegro, dall’animo festante, eppure, nei suoi “racconti”, non volle mai ridurre la storia di un protettore a una mera e sollazzevole avventura priva della benché minima riflessione. Egli diede spessore, dramma ad ogni suo personaggio, trattando i problemi quotidiani e infondendo lustro e vivezza ai dilemmi che ogni grande eroe si trova costretto ad affrontare. Ironia e profondità di idee sono state amalgamate alla perfezione nelle opere di Stan Lee, creando un affresco dai caratteri reali, esposto in bella mostra nel museo del fantastico.

Una delle creature immaginarie più importanti create da Stan combatté con le ardue difficoltà di un’esistenza “maledetta”. Nel 1962, Stan Lee e Jack Kirby crearono Bruce Banner e il suo alter-ego, l’incredibile Hulk. Influenzati dal classico della letteratura “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde”, i due leggendari artisti del fumetto generarono un personaggio afflitto da una “schizofrenia” sovrannaturale, un dualismo estremo manifestato mediante una mutazione fisica. Nelle prime narrazioni grafiche, Bruce si trasformava in Hulk solamente di notte, similmente allo spietato Mr. Hyde, che terrorizzava una Londra vittoriana addormentata ed impotente al cospetto di una furia cieca tarchiata e sadica.

Le scorie del romanzo gotico scritto da Robert Louis Stevenson in Hulk sono evidenti. Bruce ricalca l’immagine dello scienziato assetato che, per abbeverarsi alla sorgente della conoscenza, incorre in un grave incidente che cambierà per sempre la sua vita. Hulk, come Hyde, rappresenta la parte remota, incontrollata, violenta, occulta e repressa del ricercatore. Tuttavia, il gigante del fumetto prende le distanze dalla distolta controparte letteraria di cui Stevenson ha narrato il vissuto, poiché Hulk non mostra alcuna cattiveria né l’intenzione di compiere azioni malvagie. Hulk è una risposta emotiva, la personificazione di una collera indocile, battagliera, di certo vendicativa ma mai torbida e crudele. Hulk non possiede la freddezza calcolata, ragionata, omicida del Signor Hyde, esso è una manifestazione emotiva, la perentoria insorgenza di un sentimento, l’imponente rivelazione di un desiderio di libertà. Bruce Banner e Hulk sono un doppio ma, al contempo, un’entità unica.

Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera” – Poesia di Curt Siodmak.

Nei primi bozzetti, Hulk aveva la pelle grigia, una sfumatura d’epidermide “opaca”, un color “ferrigno” che formava un miscuglio di luce e oscurità, come se il personaggio dovesse incarnare il bene e il male, entrambi confluenti in una personalità incontrollata, in un tormentato conflitto. Il colore cinereo del “primo” Hulk doveva dare l’impressione di una nuvola plumbea che evocasse l’idea di un fato irresoluto, altalenante tra chiarore e tenebre. Proprio il cinema in bianco e nero, col lungometraggio della Universal “L’uomo lupo”, raccontò la storia di un uomo dannato, raggiunto dal morso di un licantropo e costretto a tramutarsi a sua volta. L’opera del 1941 rivisitò il mito del lupo mannaro. Un uomo affetto da licantropia è condannato, durante le notti di luna piena, a tramutarsi in un famelico lupo e rimanere tale sino al sorgere delle prime luci dell’alba. Secondo la tradizione, durante la trasformazione, l’essenza umana svanisce, il malcapitato non ha più il controllo sul proprio agire, il corpo si deforma, assumendo un aspetto raccapricciante. Emerge tutta la sua ferocia. Al risveglio, l’essere affetto da una tale alterazione morfologica non ricorda nulla di ciò che è avvenuto; vi è quindi un’astrusa linea di demarcazione che separa l’uomo dall’animale. Entrambi coesistono in un corpo divergente, e nessuno dei due ha il controllo sull’altro.

Anche nella concezione della dualità tra Bruce e Hulk si scelse di seguire questa prassi consolidata. Lo scienziato, infatti, quando diviene il colosso, perde ogni padronanza delle proprie azioni e, soprattutto, non rammenta nulla se non sensazioni dissolte, immagini sfocate e nebbiose rimembranze. Similmente al lupo mannaro, che appare quando le luci argentate della luna piena scintillano nel cielo, Hulk, nei primi numeri, compariva soltanto a notte fonda, come se il buio dovesse garantire il proliferare di quella entità misteriosa. Bruce cadeva preda di un “sonno agitato” e, col favore dell’oscurità, Hulk si destava dal torpore, vivendo ad occhi aperti un sogno di rabbia, di potere, di fuga da ogni restrizione.

Per motivi tipografici, Stan Lee fu costretto a modificare il colore del personaggio, che da grigio assunse il suo iconico color verde. Il verde è un colore evocativo e, solitamente, viene utilizzato per indicare uno stato d’animo, un’emozione, un sentimento. Chi è perennemente in bolletta afferma d’essere “al verde”, al contrario, chi è sospinto da un’animosa fiducia è verde di speranza. Ancora, chi è furente è verde di rabbia, chi è geloso verde d’invidia. Sono pochi, però, i personaggi di fantasia ad avere la pelle chiazzata con un verde smeraldo. Ne “Il mago di Oz”, la perfida strega dell’Ovest viene descritta avente la cute color dell’erba. Il derma della megera esprime la sua invidia, come se tale colorazione sia una reazione alla malignità rimasta per troppo tempo eclissata tra i meandri oscuri della sua anima.

In Hulk, invece, il verde è un’allegoria visiva dell’ira, nonché un effetto conseguenziale dell’esposizione ai raggi gamma patita da Bruce. Il Golia verde è un’essenza dormiente, che se ne sta silente nell’animo dello scienziato, in attesa di svegliarsi con un impeto irrefrenabile. Banner convive costantemente con il terrore di perdere il controllo di sé. Per sfuggire ai militari che gli danno la caccia, guidati dall’implacabile Tenente Ross, cosciente della doppia identità di Banner, Bruce è costretto a vivere come un esule, nascondendosi nelle zone più recondite del pianeta.

Sovente, una rabbia eccessiva e subitanea innesca la trasformazione. Tuttavia, anche uno stress elevato, un dolore acuto e un forte stato di paura possono provocare l’avvento di Hulk. Il primo segno percepibile della trasmutazione è testimoniato dagli occhi dello scienziato, i quali si “accendono”, assumendo la gradazione del verde. Segue un lancinante dolore interno che costringe Bruce a contorcersi, in preda ad atroci spasmi. In maniera progressiva, il fisico dello scienziato diventa incredibilmente imponente e maestoso. In pochi istanti, l’enorme essere prende consistenza e comincia a dar sfogo alla propria frustrazione, distruggendo e abbattendo tutti coloro che gli hanno mosso violenza. La possanza di Hulk sdrucisce i vestiti indossati, che lo limitano nei movimenti coprendosi solamente di brandelli di stoffa rimasti. Le sue sono grida di liberazione, gesti compiuti con veemenza, comportamenti che non conoscono né accettano giurisdizione. Nulla può contenere o “ingabbiare” l’energia del Golia verde, che cresce esponenzialmente alla sua rabbia. Hulk è dotato di una forza erculea, pressoché infinita.

Nel suo strapparsi di dosso ogni abito, Hulk regredisce ad uno stato d’esistenza primordiale, in cui non vi sono più regole, usi e costumi a reprimere i desideri di evasione di un essere che anela ad una placida armonia e ad una libertà senza confini. E’ il paradosso di Hulk: esso è un essere dalla furibonda natura, ciononostante ricerca, invero, solamente la pace per se stesso e per la sua amata sposa, Betty, l’unica che riesca a quietare il suo rancore da “titano”. Hulk è stanco d’essere cacciato come una preda, ed è altresì sfinito dal vivere come un anacoreta. Esso, come Bruce, agogna una vita serena che non potrà mai ottenere, ed è proprio questo ciò che più gli provoca rabbia.

Ma Bruce ed Hulk sono due “organismi” differenti? Sono forse accomunati dalla medesima sfera inconscia? Ogni qual volta Bruce è messo alle strette, o sta per soccombere, l’ansia e la sofferenza attivano la metamorfosi. Hulk è un riflesso involontario, un istintivo “contraccolpo” forgiato da una voglia di salvezza e di rivalsa. Se Bruce viene colpito a morte, Hulk giunge, automaticamente, in suo soccorso.

"Hulk" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Perché non è solamente la rabbia ad animare il gigante. Perché ugualmente il dolore, emanato da una ferita mortale, può innescare l’avvento dell’eroe dalla corporatura ciclopica. Nella conversione da Bruce ad Hulk, l’uomo trova la propria salvezza, il Golia la propria vendetta. La reazione istintiva che avvia il “cambiamento” può essere paragonata ad uno spontaneo atto di sopravvivenza. Hulk non rappresenterebbe, quindi, la seconda personalità di una dualità schizofrenica, quanto una risposta istintiva al pericolo, alla morte, che permette ad “entrambi” di sopravvivere. Hulk è a tutti gli effetti Bruce Banner, l’incarnazione della sua natura più intima pronta ad esplodere. Esso non è un mostro che alberga nell’anima, deciso a prendere  possesso di un corpo come un demone, bensì è lo stesso Bruce, privato però della sua lucida coscienza. Ecco perché non è soltanto la furia a dare inizio al processo di mutazione ma anche il dolore, il patimento che congiunge l’uomo alla bestia, entrambi desiderosi di difendersi e di non soffrire più.

Parrebbe dunque non esistere una vera dualità tra Bruce ed Hulk.  Dello stesso avviso era il regista Ang Lee, quando diresse la sua personalissima, articolata, sensibile, profondamente umana e bella trasposizione del supereroe nell’omonimo film del 2003. Nella storia rielaborata per la prima pellicola sull’eroe Marvel, Hulk è una parte ignota dell’animo di Bruce, creata dal padre, durante alcuni esperimenti. Nel lontano 1966, David Banner lavorava ad un progetto del governo degli Stati Uniti volto a rafforzare le reazioni biologiche umane.

David sintetizza un composto chimico e decide di sperimentarlo su di sé, modificando il proprio corredo genetico. Poco dopo questi eventi sua moglie rimane incinta e mette al mondo un grazioso bambino di nome Bruce. David si rende ben presto conto che il figlioletto manifesta episodi di trasmissione genetica. Specialmente quando il piccolo è irritato e piange, le sue esili gambette assumono una tonalità di verde. Orripilato da quanto ha commesso, condannando il proprio figlio ad una esistenza scellerata, David cerca un modo per salvarlo. Un giorno, però, immaginando le conseguenze a cui andrà incontro il bimbo crescendo, David impazzisce e tenta di ucciderlo come atto “misericordioso”, guidato da una lucida follia. La madre di Bruce, disperata, si frappone fra il marito ed il piccino, e viene trafitta, inavvertitamente, da David. Bruce verrà così dato in affidamento e perderà le tracce del suo vero padre per i successivi trent’anni.  Il tema della “trasformazione” nel film comincia ad essere trattato proprio nei riguardi della figura del genitore che, da uomo di scienza, cambierà in un clandestino braccato dalla legge, insano e cattivo.

L'Hulk degli Avengers

 

Nel lungometraggio, Hulk è, pertanto, “un’eredità”, che se ne restava sepolta nell’intimità di Bruce, finché un giorno, i raggi gamma, la portarono alla luce. Tale rivisitazione sembrerebbe spiegare perché Hulk si esprima con un vocabolario scarno, elementare, e abbia un’intelligenza infantile. Esso non è che una reminiscenza, un ricordo della fanciullezza di Bruce, poiché è in quel periodo che esso si è sviluppato nell’interiorità del protagonista. Hulk conserva, pertanto, la mente di un bambino, il vocabolario di un infante, e parla di se stesso in terza persona perché è, in parte, una manifestazione della puerizia angosciata dell’uomo, oramai divenuto adulto. Il dramma vissuto in passato e la disperazione di un trascorso che riecheggia come un incubo, rendono Hulk virulento, iracondo, tremendamente arcigno.

Il Golia Verde e Betty nel film "L'incredibile Hulk"

 

Betty Ross, la donna amata sia dall’uomo che dalla bestia, è la sola a rasserenare l’animo crucciato ed angariato dell’incredibile Hulk. Nel vedere i capelli della donna, nell’incrociare i suoi occhi buoni e tanto comprensivi, e nel lasciarsi accarezzare dalla sua mano affettuosa e delicata, Hulk ritrova la pace, quieta il suo spirito agitato e decide di concedersi qualche istante di riposo, di sedersi accanto a lei, e contemplare la bellezza del suo volto roseo e disteso.

Betty è la moglie di Bruce, l’eterno amore della sua vita. Hulk la riconosce sempre e, ogniqualvolta ne scorge la presenza, in lui riaffiorano sentimenti forti ed inalterati. Ancor più della voglia di sopravvivere, ancor più della rabbia e del dolore, è l’amore ciò che accomuna Bruce e Hulk.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mr. Freeze e Nora" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Libera e personale composizione sul personaggio di Mr. Freeze, uno dei massimi antagonisti di Batman)

  • Chiamatemi Victor!

Durante una fredda serata invernale, un uomo, di cui vorrei narrare il vissuto, se ne stava immobile nella foresta, tra le fronde degli alberi che avevano perduto il lor colore verde. In quello strano luogo, regnava un tacito buio, non vi era alcun suono della natura a ravvivare il silenzio, nessun raggio di luce a rischiarare l’oscurità. La fauna aveva trovato riparo dal vento pungente tra le piccole tane, sui rami, persino tra le fessure scavate nei tronchi; la flora, invece, ne aveva assorbito i nefasti effetti. Le chiome degli alberi avevano lasciato cadere le foglie ingiallite, avvizzite nel procedere dell’autunno e ora avvolte da una coltre di neve. Tutto era divenuto silente, il bosco appariva esanime ma pur sempre vivo. Chiuso in se stesso, smarrito tra i sentieri dell’intima coscienza e rinchiuso in un guscio di metallo che lo isolava dall’esterno, costui osò lasciarsi andare a dei pensieri esuli, liberi, fuggenti. Furono tante le riflessioni che gli sovvennero di lì a breve. Aveva spesso la mente in tempesta, un turbinio dentro un fortunale. In lui si sovrapponevano in sequenza decine e decine di rimembranze che assumevano le forme di minuscoli fiocchi di neve venuti giù dal cielo con copiosa insistenza. Quella sera si era soffermato a ragionare sullo scorrere delle stagioni, su quanto l’inverno potesse destare l’essenza segreta della vita, ma soprattutto…sul proprio passato.

Tanto tempo fa, un dì lontano lontano, viveva un uomo, ad oggi, dimenticato. Aveva il volto candido come la coltre bianca, i capelli corvini, arruffati in un folto ciuffo a mo’ di cespuglio, e gli occhi cerulei, vispi e agitati come un mare in tempesta. Sulle gote e attorno al mento non si intravedeva   neppure un accenno di peluria. Sul naso portava un paio di ingombranti occhiali con spesse lenti. Era imponente, così alto da esser costretto a restare curvo e col capo chino verso chi, dal basso, gli rivolgeva parola. L’uomo di cui desidero narrare il passato era un uomo di scienza, e si chiamava Victor. Non diede mai un certo valore al suo nome, per lui era poco più che un sostantivo.

C’è un che di magico attorno ad un nome. I nomi sono un insieme di lettere atte ad identificare una persona, un oggetto, un’entità. Cosa sarebbe il mondo senza i nomi? Probabilmente, un luogo privo d’identità chiare e ben distinte. I nomi rendono cristallina, come acqua di sorgente, l’idea di un qualcosa, e permettono di discernere ciò che evochiamo con la mente e desideriamo custodire nel cuore. Ciononostante, i nomi indicano ma non danno una conoscenza assoluta. Essi rendono riconoscibile una “categoria”, una corrispondenza, ma non determinano l’entità né raccontano più di quanto dovrebbero. William Shakespeare era solito ricordarlo: una rosa, chiamata in un modo differente, perderebbe forse il suo profumo? Rinuncerebbe ai suoi petali delicati? Non avrebbe più alcuna spina lungo il suo gambo? Una rosa rimarrebbe tale anche se le venisse affibbiata una nuova denominazione. Dunque, qual è la vera importanza di un nome? Talvolta, esso non è che un appellativo, altre volte, invece, possiede la grandezza di serbare una storia, se non addirittura di anticipare la vocazione di una vita.

Victor non si era mai soffermato a pensare al proprio nome e a quanto esso riuscisse a celare più di quanto potesse far intendere. Sin da bambino, egli era un assiduo lettore. Trascorreva le giornate rinchiuso nella biblioteca di famiglia a leggere quanti più libri poteva. Victor aveva un appetito insaziabile e, anno dopo anno, ingurgitava nozioni di scienza, chimica, anatomia e medicina. Anche la letteratura di fantascienza gli scaldava il cuore, soprattutto quella relativa ai racconti in cui taluni personaggi di fantasia riuscivano ad ingannare la morte con il prodigio della loro mente. Il protagonista di un vecchio romanzo inglese, scritto da Mary Shelley, condivideva con Victor lo stesso nome. Non se ne accorse per numerosi lustri, ma Victor Fries aveva in comune molto di più della semplice appartenenza nominale con Victor Frankenstein, personaggio cardine dell’omonimo capolavoro letterario. Quel nome che li accomunava, quel “Victor”, presagiva l’esiziale aspirazione di una scoperta funesta che entrambi ebbero relativa alla vita e alla morte, seppur con le dovute diversità.

Al dottor Frankenstein interessava soltanto la vita umana: la sua distruzione e la sua creazione.”

La manipolazione della nascita, la resurrezione, la creazione di un’esistenza originaria, inusitata, erano i fondamenti che ossessionavano l’insana ricerca di questo arcaico scienziato. Frankenstein agognava di creare una vita diversa, difforme. Scovò così nella mostruosità la nuova normalità. Victor Fries, invece, si interrogava sulla longevità dell’esistenza e sull’inevitabile dipartita di un essere vivente, e non riusciva a capacitarsene. Aveva appreso quante più competenze di medicina poté, eppure, faticava a comprendere come l’uomo riuscisse ad accettare la morte. Fu proprio in quegli anni che egli si appassionò, con sempre maggiore trasporto, alla stasi criogenica. Fries condusse i suoi primi esperimenti su alcune bestiole malate, tentando di arrestare la loro sofferenza, di evitare ciò che per loro era oramai inevitabile. Il freddo, per lui, divenne il mezzo per tentare di arginare la triste mietitrice, di combatterla e, un giorno, sconfiggerla definitivamente. Erano, però, ricerche insolite, sinistre, per un ragazzo. Quando Victor fu scoperto, venne allontanato dai suoi famigliari, intimoriti da una genialità così difficile da addomesticare. Fu spedito in collegio, e poi proseguì i suoi studi di criogenia in solitudine.

Victor Frankenstein voleva plasmare una “sostanza” distorta, partorire una creatura inconsueta, rivoluzionaria, finì, invece, per concepire un mostro violento, subnormale, primitivo: la regressione della sua ricerca. Al contrario, Victor Fries voleva far sì che la vita non smettesse di protrarsi, e che il filo teso di un’esistenza mortale continuasse ad essere filato da Cloto e Lachesi, e che non potesse essere più reciso, neppure dalla vecchia dall’inquieto nome, Atropo.

  • Caldi ricordi

Diversi anni dopo, Fries trovò lavoro presso la GothCorp come biologo molecolare esperto in criogenia. Un mezzodì di fine ottobre, Victor stava passeggiando tra i quartieri affollati di Gotham Plaza. Svoltò verso la strada che dava sul mare, desideroso di raggiungere la baita più vicina. Di lì a poco, notò una donna seduta da sola su una panchina e rivolta verso il tramonto. Aveva lunghi capelli biondo platino che le destavano un viso rosato, accentuato da due guance purpuree, occhi blu come un cielo senza nuvole e profondi come un pozzo colmo di segreti e un lungo vestito azzurro lievemente mosso dal vento. Intorno al collo, portava un ciondolo d’argento con un ricamo circolare simile a un batuffolo di neve. Quando la vide, Victor si sentì toccato da una brezza leggera, carezzevole, mite come un soffio delicato sulla pelle. Non poté mai dimenticare il primo incontro con Nora, la sua futura sposa, il momento più caldo del suo remoto trascorso. Era bella come una fioritura di marzo, tanto raggiante da somigliare ad una stella del mattino, così delicata come un bucaneve sbocciato a fine inverno. Victor le si avvicinò con timore d’esser ignorato, ma lei gli rivolse attenzione con un sorriso timido e gioviale. Molti mesi dopo, la prese in moglie e vissero insieme felici.

Arrivò poi la malattia, infausta e terribile come un’improvvisa tormenta. Era accaduto tutto così rapidamente, Nora si stava spegnendo, giorno dopo giorno. Si accingeva a morire, afflitta da un male interno che la stava divorando. Victor non riusciva a darsi pace. Non gli interessava più dormire, neppure mangiare. Tutte le sue energie erano impiegate a trovare una cura, ma il tempo, inclemente, non avrebbe concesso alcuna possibilità.

Avete mai visto un fiore? Una cosa così bella, così piena di vita, appassire poco a poco e marcire.  Nora aveva una dolcezza incomparabile, era talmente graziosa d’esser divenuta, agli occhi del marito, un fiore raro, unico, splendido, deciduo, che nasce una sola volta e che muore troppo in fretta. Nora si era tramutata in un fiore di cactus, il fiore più bello di tutti, che sboccia una volta l’anno e scompare ventiquattro ore dopo. Ella stava svanendo, la meraviglia della sua vitalità si stava affievolendo, la sua pelle rossastra stava diventando cerea, il tocco della sua mano stava sperdendo ogni forza, era esangue e la sua espressività mortifera. Una sera, vedendolo stremato dalla fatica, Nora gli sussurrò con voce fioca che dovevano arrendersi, e godersi insieme quel poco che potevano ancora. Ma Victor non poteva accettare un tale destino, non poteva perderla, né ora né mai! Decise così di utilizzare le sue conoscenze per conservarla criogenicamente, fin quando non avesse trovato una terapia adeguata. Raccolse il fucile congelante, il fiore all’occhiello del proprio lavoro, una sua invenzione che riusciva a solidificare e raggelare istantaneamente ogni cosa colpita dal suo raggio. Quando guardò per l’ultima volta Nora muoversi, pianse, pigiò il pulsante e la colpì.

Custodì poi il corpo congelato in una teca, che avrebbe contemplato giorno e notte, in attesa di risvegliarla per essere guarita. Nora restò per sempre il ricordo più fervido che Victor mantenne nelle proprie gelide memorie. Quella bara di ghiaccio contenente il corpo e l’anima del suo amore fu l’ultima cosa che egli vide prima dell’incidente. Nel suo laboratorio, una notte fredda, un fascio di luce lo avvolse, e un’onda criogena lo avviluppò. Cadde in una pozza d’acqua ghiacciata, ricoperto da sostanze chimiche che gli penetrarono nei tessuti, mutandogli il metabolismo. Quando emerse, aveva perduto i capelli, l’epidermide era livida, ed appariva gelido come la morte. Avvertì prima un torpore, poi un formicolio, e infine una fitta lancinante. Il freddo che generava il suo respiro riuscì ad attenuare la sofferenza fisica, mai quella dell’anima.

Analogamente alla propria adorata consorte, Victor patì il freddo, e rimase prigioniero di uno scrigno di ghiaccio. Perduta la sua sposa, sospesa tra uno speranzoso risveglio e il sempiterno dormire, egli abbracciò un imperituro inverno. Victor emanava frigidità al sol tocco, ogni cosa che la sua mano lambiva veniva investita da un gelo artico e moriva. Persino lui fu sul punto di soccombere. Non poteva sfuggire al freddo, non poteva scampare alla sua presa. Costruì, dunque, una tuta ermetica che gli permettesse di mantenere il proprio corpo al di sotto dello 0, con un elmo in vetro che lo mantenesse separato dall'ambiente esterno. Celò i suoi occhi dietro un paio di occhiali neri come pece da cui scintillavano due luci rosse come rubini incastonati su di un volto imperscrutabile. Quel giorno Victor morì, non restò che nulla del suo credo, se non la volontà inalterabile di salvare la propria sposa. Mr. Freeze aveva visto la luce. Ero nato!

  • Cuore di ghiaccio

Il “freddo” svela solo una parte dei suoi molteplici misteri, quella più superficiale, come se fosse una montagna di ghiaccio sorta nell’oceano e che procede alla deriva, trasportata dalle correnti. In molti, coloro che intravedono solo l’apparenza di un “iceberg”, credono che esser “freddi” significhi esser vacui, privi di affetti, malvagi. Io non lo sono… Non lo sono mai stato! Vivere in un progressivo e inalterato inverno vuol dire esser consci del dolore. Il gelo concilia la riflessione, l’inverno la vicinanza.

L’autunno traghetta la natura come un nocchiero, sino alle sponde di un ciclo caduco. Il terreno, cosparso di foglie rattrappite, è il preludio all’avvento del gelo, della stagione più temprante di tutte. D’inverno non nasce la vita, i fiori non fioriscono, i semi non germogliano, le colture scarseggiano. L’ultima stagione dell’anno porta con sé il fardello d’esser mesta, algida, stanca. L’inverno è un sentimento languido ed accorato, non ha la rifulgenza della primavera, la sfavillante letizia dell’estate, la fioca malinconia dell’autunno - ne sono consapevole. Ciononostante, esso è rinvigorente. E’ il suo incanto, la sua immutata magia. Osservare un paesaggio innevato, restando nel tepore della propria casa, vicino ad un caminetto acceso, con la persona più cara, è quanto di più significativo si possa provare. Il freddo ha il potere di conferire intimità agli istanti, arrestare il progredire del tempo, di rendere una cosa bella perpetuamente tale, di cristallizzare una scena, d’arrestare lo svolgersi di un momento fintanto da renderlo indelebile. E’ pur vero che l’inverno non è primavera, non possiede, tra le proprie corde vocali, il canto soave di una madre natura che attua la fioritura attraverso una nenia di rinascita, il pianto di un’esistenza appena nata. Il freddo non genera la vita, ma riesce a conservare, a proteggere, a mantenere intatta la spiritualità di uno corpo fiacco, piegato dalla malattia. Il freddo è quanto di più lontano e, al contempo, più vicino alla vita e alla sopravvivenza ci possa essere.

Niente resiste al freddo più acuto, eppure, io vivo insieme ad esso, in un abbraccio indivisibile, in una coesistenza all’unisono. Chiamatemi Mr. Freeze, quello che Victor era, io non lo sono più. Imprigionato in questa armatura di ghiaccio, ho ottenuto l’immortalità, ciò che ho inseguito nei miei studi. Non ho mai compreso perché l’uomo accettasse, in maniera così rassegnata, il proprio corso, e perché la morte avesse, infine, sempre ragione sull’esito dei mortali. Come può un uomo che ha perduto l’amore, continuare a vagare in solitudine su questa Terra, in quel dedalo infido e ingannatore che è il mondo esterno? Come si può genuflettere il capo ad un fato tanto crudele? Perché tutti continuano a piangere i propri morti senza impiegare ogni sforzo per annientare la morte? Io non potrei mai assecondare l’addio della mia diletta. Il mio freddo immobilizza, dona l’eterna giovinezza, allontana la vecchiaia, interrompe ogni decadimento, anestetizza il dolore corporale ed infonde una durevole presenza. Nulla germoglia al freddo ma tutto può essere alleviato con esso. Una vita umana fluisce troppo in fretta. L’istante andato, l’attimo smarrito, il momento perduto, tutti loro svaniscono via come neve disciolta al sole, e possono essere conservati da intangibili ricordi. In fondo, cos’è un ricordo se non un refolo freddo, che fissa un periodo e lo immortala nel sovvenire della mente. Nora è ancora, e sempre sarà, il mio ricordo più caro, il solo che riesca a riscaldare e a scandire i battiti del mio cuore di ghiaccio. Il freddo, come una rievocazione, può eternare il passato più lieto. Ma io non voglio che la mia Nora, la mia sola primavera, resti un elusivo riecheggiamento.

"Mr. Freeze" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Intrappolato in questa mia tuta criogenica, non posso sentire il vento sfiorarmi il viso, non riesco a toccare la mano di chi amo. Il freddo è stata l’unica salvezza per la mia amata, ma è stata altresì la mia più grande condanna. Sono scese le tenebre. Questo bosco e quella luna, alta nel firmamento e sottile come un filato d’argento, non hanno più nulla da suggerirmi coi loro lamenti laconici. E’ il momento di tornare dentro, nel mio rifugio più tetro. Mi inginocchio dinanzi alla teca di vetro in cui dorme Nora. Quando la guardo riposare nella sua cripta come una principessa di ghiaccio, le poche lacrime che riesco a versare raggiungono a stento le gote e si dissolvono nell’aria. E’ questa la nostra caverna, il luogo dove tormenti e paure restano fuori, lontano; qui, all’interno, rimane solo la leggiadria di un sogno. Troverò il modo di curarti, amore mio. Te lo giuro!

Lei è sempre giovane e bella, sogna, librandosi in un volo senza fine, e non ha alcun affanno sul viso. Tengo in mano un carillon, con una ballerina che danza, con indosso un abito azzurro, raggiunta da una nevicata incessante. E’ lei! E’ Nora come sarà un giorno, dolce e nuovamente forte quando tornerà a vivere. Attivo il meccanismo della scatola musicale, mentre fuori comincia a fioccare la neve, la calda carezza del nostro algente inverno; le domando se vuole ascoltare la nostra canzone. Mi risponde di sì.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • Una sirena che “nuota” nel bosco

Nel buio, si ode una nenia accorata. L’eco della natura silente si riempie di una ninnananna sepolcrale, effusa con voce appena intonata che dà serenità ma anche una flebile e desolante mestizia. Una piccola bambina giace distesa, piange, è spaventata e perde sangue. Tutto ridiventa buio, e della giovane non vi è più traccia.

Tanto tempo fa, esisteva una foresta verdeggiante e piena di salute. L’aria che vi si respirava in quegli spazi di boscaglia era pura ed incontaminata. Il vento che a tratti soffiava aveva un tocco carezzevole. Gli alberi erano secolari. I grossi fusti custodivano scrigni di vita, e le robuste radici affondavano sicure nel terreno, protraendosi fin dove l’occhio non vedeva ma la mente immaginava. Dai tronchi, si dipanavano dozzine e dozzine di rami, tanto alti da lambire quasi le nuvole del cielo. Quei giganti della natura recavano nel tronco delle piccole fessure, nascoste tra le fronde, dentro le quali vivevano delle fatine. Tali creature avevano un corpo spoglio, ossuto, pallido, e dalle loro schiene spuntavano minuscole ali fatte con i petali dei fiori. Non erano graziose come quelle dei racconti popolari, anzi parevano essere piccoli “insetti” fugaci e rapidi. Qualcuno, vedendole, avrebbe potuto definirle sgradevoli, persino grottesche. Esse però sfuggivano all’attenzione dei curiosi.

Si è soliti descrivere le fate come essenze soavi e delicate. I mostri, invece, sono sovente ritratti come orribili alla vista poiché sono soliti personificare la perfidia e la deformità. Invero, ciò che appare mostruoso può rivelarsi buono e a volte tristo. Quello che sembra “normale” ed umano, al contempo, può essere candido o malvagio. Le fatine erano “diverse”, non certo splendide alla vista ma erano buone. Nessuno le vedeva mai, esse volteggiavano di ramo in ramo attendendo, ormai da tanto tempo, il ritorno di una principessa scomparsa.

  • La vita è dolore, altezza. Chi dice il contrario lo fa per convenienza”.

Questa frase la disse il garzone di una fattoria, divenuto un pirata dal nero costume, in una storia fantastica di parecchi anni addietro. La vita è spesso cadenzata dalla sofferenza, dalla rinuncia. Se esistesse un luogo immacolato ed immateriale, dove l’angoscia non troverebbe terreno fertile per germogliare, chi mai vorrebbe abbandonarlo? Molti anni or sono, nel regno sotterraneo, dove il dolore e la cattiveria non esistevano, viveva una principessa figlia di un giusto Re. La ragazza era spinta da una curiosità insaziabile e sognava il mondo degli umani. Voleva vedere il cielo azzurro, sentire il tocco delicato della brezza estiva, lo sfavillio del sole. Un giorno, fuggì di soppiatto, ma appena fuori, i raggi accesi del sole la accecarono, cancellando così la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse, ed il suo corpo patì il freddo e la malattia. Dopo qualche anno, spirò in solitudine, in quel bosco dimenticato dal tempo. Nonostante tutto, il Re era certo che l'anima della principessa avrebbe, un giorno, fatto ritorno, magari incarnata in un altro corpo da bambina. Il padre l’avrebbe aspettata, fino al suo ultimo respiro, fino a che il mondo non avesse smesso di girare. Molti anni dopo, un gruppo di rivoltosi spagnoli, trova nascondiglio proprio in quel bosco colmo di segreti.

La principessa del racconto di Del Toro, come una sirenetta innamorata, si era invaghita di un mondo lontano, sconosciuto e tanto diverso da quello al quale apparteneva. Anch’ella, attratta dal regno degli uomini, emerse dal reame sotterraneo, allo stesso modo di come fece la principessa che viveva tra le onde, la quale venne su dalle profondità del mare. Ambedue, nel calcare il suolo dei mortali, patirono un dolore acuto, un malessere lacerante che le condurrà ad una morte disperata. Se la sirenetta si era dissolta in spuma del mare prima di trovare salvezza come anima immortale, la giovinetta aveva, invece, smarrito se stessa ed il proprio spirito, che vagò a lungo senza un corpo, prima di rinascere come Ofelia.

  • Strega cieca

Ofelia è una ragazzina dolce, innocente, orfana di padre, che vive con la madre Carmen, la quale ha convolato a seconde nozze con lo spietato capitano Vidal, efferato servitore del regime dittatoriale proclamato da Francisco Franco. L'avamposto militare deputato a stanare e annientare gli oppositori è posto sotto il comando di Vidal, che ha chiamato a sé la moglie, incinta, perché vuole che partorisca presso di lui. Carmen, nell’intraprendere il suo disagevole viaggio, porta con sé Ofelia.

La veridicità storica fa da scorcio allo svolgersi sovrannaturale degli eventi, creando un affresco in cui la cruda realità e la speranzosa immaginazione si fondono, dando così vivezza ad un’opera composita, eterogenea, oscillante tra fede ed incertezza. Questa realtà si mescola alla fantasia sferzante vissuta ad occhi aperti dalla protagonista che, oppressa da un patrigno amorale e violento, afflitta da una grande pena arrecatale dallo stato di salute della madre, prossima a morire, troverà rifugio nel mondo fiabesco che ha sede laggiù, nei pressi di quella foresta incantata.

Le fate, una volta avvistata Ofelia, la riconoscono come la regnante perduta. Decidono così di attendere il calar delle tenebre per farle visita e svegliarla. Nottetempo, le stesse la conducono verso un antico labirinto, al centro del quale sorge una scalinata di pietra che conduce ad una stanza segreta. Alle “pendici” di quella gradinata, la piccola s’imbatte in Pan, un fauno che le rivela le sue nobili origini. Pan vuol portare Ofelia con sé, dalla sua regale famiglia, lontana dal mondo triste nel quale è rimasta confinata. Tuttavia, per poter accedere al sottosuolo, ella dovrà prima superare tre prove dure ed insidiose.

"Ofelia e Pan" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Abbandonata a se stessa, Ofelia trova nel fauno e nella governante Mercedes la sua sola protezione. L’esistenza della piccola procede, però, nella solitudine, nell’incomprensione, nel dolore di una vita amara. I lamenti laconici della bimba sembrano disperdersi nel vento, come le strofe di una “filastrocca” cantata a bassa voce. La colonna sonora della pellicola cattura e manifesta il dramma di questa piccina, rifugiatasi nell’abbraccio del suo fauno.  Il grido di dolore di Ofelia è sommesso, non si manifesta con un urlo disperato ma con una melodia emessa dal cuore e strozzata dalle corde vocali stanche e provate dal troppo soffrire. Il canto che esprime il sentimento di Ofelia è un acuto lieve, appena accennato, mesto.

Dopo aver recuperato una chiave dal ventre di un rospo gigante, Ofelia deve rinvenire un prezioso pugnale nella tana dell’Uomo Pallido, una terrificante creatura dalla pelle chiazzata, flaccida, rugosa e cadente, sprovvisto di occhi e divoratore di bambini. Il mostro giace immobile, senza dar adito di possedere alcuna movenza, al culmine di una lunga tavola imbandita con gustose prelibatezze. Il suo aspetto agghiacciante rimanda al Tenome della cultura giapponese. Ofelia recupera in fretta il pugnale, ma è troppo affamata per fuggire senza dare un assaggio a tutte quelle delizie. Subito dopo aver mandato giù dell’uva, l’Uomo Pallido si risveglia, afferra da un vassoio d’argento degli occhi, e li innesta in due fessure scavate nel palmo delle sue orripilanti mani, portando poi le stesse, schiuse, all’altezza del viso, per vedere chi va là.

Come Hansel e Gretel, i due fratellini che, spinti dalla fame, si avventurarono nella casa di marzapane della strega cattiva, anche Ofelia, vinta dal desiderio di nutrirsi, rischiò di cadere preda di una creatura raccapricciante. La strega della fiaba dei fratelli Grimm era tremendamente miope, l’uomo Pallido, invece, ha gli occhi staccati dalle orbite, ed è lento e compassato. E’ come se entrambi testimoniassero un male cieco, atavico, che aggredisce i bambini pieni di vitalità per ingurgitare la loro giovinezza.

  • La piccola fiammiferaia

Ad Ofelia non resta che superare l’ultima prova, la più ardua. Rimasta sola, al freddo, in una notte tumultuosa, piena di fuochi, esplosioni e scoppiettii, la piccola non ha più alcun riparo in quel mondo nel quale ha tanto patito. Ofelia è una piccola fiammiferaia, eppure, nel cuore di quel dedalo, ella non ha alcun fiammifero da accendere per riscaldare il proprio corpo infreddolito.

La piccola fiammiferaia, al contrario di Ofelia, era rimasta fuori tutta la notte dell’ultimo dell’anno. Il freddo la stava uccidendo, ma non osava rientrare a casa, perché sapeva che il patrigno le avrebbe fatto molto male. Nel tentativo di scaldarsi, la piccola cominciò a sfregare la capocchia di un fiammifero, e poi un altro ed un altro ancora. Per ogni legnetto acceso, la giovinetta vedeva un’immagine splendida e beata che le riscaldava il cuore, prossimo a scandire i restanti battiti. L’ultimo fiammifero che aveva tra le dita gelide di morte, una volta acceso, le fece vedere la sua amata nonna, discesa dai pascoli di nuvole per prenderla in braccio e portarla su in cielo. La povera e casta protagonista della fiaba anderseniana, cessando di esistere, raggiunge la felicità in un giardino di delizie.

Ofelia ha il corpo freddo e le mani ghiacciate, giace ferita, adagiata a terra come la piccola fiammiferaia quando venne ritrovata il mattino dopo, alle prime luci del nuovo anno. Il sangue innocente di Ofelia bagna il suolo sacro, aprendo la via verso l’ultraterreno, verso i Campi Elisi siffatti di estasi. L’anima della protagonista conquista col proprio sacrificio il regno del sottosuolo, dove si ricongiunge, finalmente, alla madre e al padre. Rimasta con gli occhi sbarrati, tra la peritura veglia ed il sonno eterno, Ofelia scorge se stessa, placida e felice, e muore. L’anima liliale vola via e con essa il corpo intemerato.

Il sangue sgorga come lascito d’addio, ma dal suo scorrere copioso non nascerà un narciso. Nell’albero cavo, sito nei pressi della foresta magica, sboccerà un fiore bianco e delicato come un giglio, ultima prova del passaggio di Ofelia sul piano terrestre.

Le scarpette rosse

 

Vermiglio, ricamato con petali di rose, è il vestito che Ofelia indossa nel suo reame rifulgente d’oro, e rosse sono le scarpe che calza ai piedi. Tutti l’applaudono, tutti la accolgono festanti al suo arrivo. Nessuno, in quell’elisio aureo, domanda ad Ofelia delle sue scarpette rosse, nessun altro le chiede di danzare.

L'Ofelia di Millais

 

  • Paradiso “amletico”

Mercedes le si avvicina quando è ormai troppo tardi, ed intona per lei un canto funebre, quella ninnananna malinconica che accompagna la dolce protagonista nel suo ultimo viaggio. Nel trapasso, Ofelia sfugge al dolore corporale, e ascende ad un paradiso fiabesco e ammaliante.

L’Ofelia di William Shakespeare aveva ceduto alla follia, oppressa da un amore mai corrisposto per Amleto. Ella morirà, dondolata dalle onde, scomparendo tra le acque di un lago. Anche la piccola Ofelia morrà in un lago, creatosi dal suo stesso sangue, non fatto d’acqua cristallina, senza mai aver ceduto alla pazzia, ma discernendo sino alla fine il mondo reale, crudele e infingardo, dal mondo fantastico, angelico e puro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il Flash di John Wesley Shipp col suo iconico costume - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Qualche giorno fa, sui social network, campeggiava uno scatto fotografico raffigurante un supereroe giunto dal passato. La sua immagine era concreta al senso della vista eppure, in primo acchito, inspiegabile razionalmente. Come poteva essere riapparso così improvvisamente, con l’istantaneità di un lampo, quell’eroe del vecchio millennio?

Flash, e con tale appellativo faccio riferimento all’originale, è tornato! John Wesley Shipp è stato “catturato” in un fotogramma digitale con indosso il suo “autentico” costume d’epoca. La tuta rossa è nuova di zecca, rammendata come quella di un tempo, pronta per essere riutilizzata. Su quel set televisivo in cui prende forma l’episodio crossover che coinvolge i tre show principali del canale “The CW”, ovvero “The Flash", “Arrow” e “Supergirl”, sta avvenendo un viaggio nel tempo, fluttuante tra passato e presente. Lo storico interprete del personaggio DC Comics è riapparso per prestare i propri servigi al ruolo che lo ha reso celebre, e per salvare il mondo con l’indimenticato stile degli anni ’90 al suo seguito.

John Wesley Shipp è un “eroe” di stampo classico. Sì, ne sono ampiamente consapevole. Anzitutto egli è un attore e come tale riveste un ruolo, ma i suddetti panni, quelli del supereroe, gli calzano a pennello, come un abito di taglio sartoriale cucito su misura. Ciononostante, la sua carriera cominciò con parti del tutto diverse, per le quali dovette vestire variegati costumi di scena. Dal 1980 al 1984 fa sue le vesti del dottor Kelly Nelson in “Sentieri”, e tra il 1986 e il 1987 porta a casa due Emmy Award consecutivi per “Così gira il mondo” e “Santa Barbara”.

Per tutti gli anni ’90 e il primo decennio degli anni Duemila, Shipp “adatta” a sé le “divise” più disparate: è un pugile in “Sisters”, un sergente maggiore di artiglieria in “Jag”, e ancora un Colonnello, persino un allenatore di football. Shipp è un attore che si alterna costantemente tra piccolo schermo e teatro. Proprio per quest’ultimo, calca il palcoscenico numerose volte, in particolare per le opere “The Killing of Michael” di Erik Jendresen, “Malloy”, sino ad approdare a Broadway, nel pluripremiato “Dancing at Lughnasa” del drammaturgo irlandese Brian Friel.

Il 1990 è l’anno del suo debutto cinematografico, nel seguito del cult “La storia infinita”, dove interpreta il papà del protagonista Bastian (Jonathan Brandis). Tuttavia, la sua è una carriera che nel mondo della settima arte non decollerà mai. Tale ruolo, quello del padre inteso come guida, visto come figura protettrice, dagli occhi di un figlio, e reinterpretato metaforicamente come porto sicuro in cui poter attraccare, dopo essere scampato alle acque tempestose del mare aperto, e sentirsi stretti in un abbraccio, sarà una “tenuta” che l’attore statunitense non si toglierà mai di dosso. Di fatto, dal 1998 al 2002, si “agghinda” ancora per essere il padre del personaggio principale nel teen-drama di culto “Dawson’s creek”.

Potete leggere il nostro articolo "Dal passato piovono folgori e saette - Flash, la serie classica" cliccando qui.

 

I registi e i produttori ne sono consapevoli, Shipp ha la caratura del mentore, del maestro, ma, ancor di più, possiede la levatura dell’eroe. Tante sono state le maschere portate da questo interprete, ma una su tutte, quella rossa come il sangue, resta la più amata.

Sul set de “La storia infinita 2”, egli divide la scena con il compianto interprete Jonathan Brandis. I due attori lavorarono insieme anche in “Flash”, nella puntata “Child's Play”. Proprio per l’omonima serie televisiva della CBS, John fu Barry Allen, un poliziotto della scientifica che, dopo essere stato colpito da un fulmine, diventa il supereroe mascherato Flash, alla sua prima incarnazione televisiva.

"Flash" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Influenzato dal Batman di Tim Burton e Michael Keaton, Shipp interpreta un Flash grintoso, maturo, tenebroso, alimentato inizialmente da un desiderio di vendetta ma anche animato da un senso assoluto di giustizia. E’ un eroe rabbioso, il suo, nei riguardi dei biechi delinquenti della città di Central City, scattante, a tratti furioso, ma incredibilmente umano e prodigo. Quello di John resta un “corridore” solitario, che compie le sue sgroppate di notte, in una metropoli buia, che pullula di delinquenza, in cui il tempo oscilla tra il presente ed il trascorso. Poche sono le luci che illuminano il cammino e la corsa di questo vigilante, se non i murales variopinti che sovrastano le alte mura cittadine. Egli è un personaggio per lo più solo, coadiuvato solamente da una compagna, la dottoressa Christina Mcgee (Amanda Pays), un’amica destinata ad essere la sua futura sposa.

John Wesley Shipp e Amanda Pays sul set di "Flash"

 

Il Flash di Shipp, pur differenziandosi per diversi aspetti dalla controparte cartacea, è una trasposizione reale, oscura, forte e giustiziera. Shipp calzò, con egual abilità, il camice bianco del più sciolto Barry e il costume scarlatto della sua collerica seconda identità, offrendoci un’interpretazione apprezzabile, sincera, ed ispiratrice. John Wesley Shipp divenne un eroe tradizionale, dallo stile “antico”. Il suo fu un Flash adulto, un combattente audace, un velocista inarrestabile, imponente, massiccio, dal mento spiovente, ironico ma arrabbiato, emotivo, generoso e dal sangue freddo quando la situazione era solita richiederlo.

"Flash" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Il Flash di una volta, per scelta stilistica degli sceneggiatori, era avvolto da un’immateriale aura di misticismo. Nel corso della serie, il suo “apparire” e “svanire” con rapidità fece alimentare le voci circa la sua reale esistenza. L’eroe di Shipp agiva nell’ombra, in bilico tra visibilità e invisibilità. Per gli onesti era un semidio protettore, un “Ermes” disceso dall’Olimpo; invece, taluni banditi erano soliti descriverlo come un demone appena percettibile, altri come un fantasma rosso, alcuni addirittura come un diavolo vendicatore. La patina di mistero che ammantava il supereroe gli permetteva di terrorizzare anzitempo i suoi avversari, sin dal momento in cui intravedevano quella scia rossa portatrice di giustizia. Il “Santero”, lo “stregone” di un quartiere dei profughi latino-americani di Central City presente in un episodio, descrisse il vigilatore come l’umanizzazione di Shango, la divinità del culto yoruba associata al tuono, che castiga i mentitori ed i malfattori. Invero, come terrà a precisare lo stesso Barry, Flash è un uomo mortale, con dei poteri speciali messi al servizio del bene comune. Nel ritratto del valoroso combattente compiuto da John Wesley Shipp, verità e suggestione combaciano perfettamente.

La sua “calzamaglia”, fatta di un rosso acceso tendente al bordeaux, quasi amaranto, il suo fulmine dorato, che scorreva su una luna piena, targato sul petto come simbolo del suo potere, la saetta che gli ornava le braccia e proseguiva sulla cintura, dando l’impressione della scarica di una folgore in perpetuo divenire, è un qualcosa di iconico, evocativo, onnipresente. John, per impatto visivo, fu, ai suoi tempi, ma anche in questa modernità, un Flash perfetto.

"Barry Allen" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

John Wesley Shipp riprese ad approcciarsi all’universo del prode corridore nel 2010, prestando la voce al professor Zoom in “Batman: the Brave and the Bold”. Nel 2014, venne chiamato dai produttori della nuova serie dedicata al “piè veloce” degli albi a fumetto e dei romanzi grafici, per interpretare Henry Allen, il padre di Flash. Shipp tornò così ad abbigliarsi come un padre amorevole, affettuoso, innocente. Due anni dopo, lo stesso interprete fu scelto per essere la vera incarnazione di Jay Garrick, il primo Flash della storia dei fumetti. Da pochi giorni, John ricopre, di nuovo, il ruolo del suo Barry Allen.

In successione, nella mitologia di Flash, John Wesley Shipp è stato per la CBS il primo velocista apparso sul piccolo schermo, nonché Polluce, un clone del protagonista con i suoi stessi poteri, per la Warner Bros Animation la voce sinistra e malvagia della nemesi del supereroe, e per la CW il padre di Barry. In seguito, ha interpretato Jay Garrick, il primo “scattista” dotato di una velocità sovrumana, nato dalla fantasia di Gardner Fox ed Harry Lampert, e adesso, nuovamente, Barry Allen, rimanifestatosi quasi trent’anni dopo la sua ultima apparizione. Pochi sono stati gli attori che, come lui, hanno legato il loro nome ad un brand, un modello, un emblema di abnegazione, bontà e coraggio.

In quelle fotografie, con addosso una nuova versione del suo splendido costume, Shipp ha dato l’impressione d’aver arrestato il fluire del tempo, dimostrando ancora una volta di essere la più espressiva personificazione di Flash.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Doctor Strange" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Sguardo e carezza

Si è soliti affermare che gli occhi siano lo specchio dell’anima. Talvolta, sono azzurri come cielo schiarito, incastonati in un volto che “nuvole” non ha. Altre volte, invece, brillano di un ceruleo profondo, simile al colore del mare. Alcuni li hanno marroni, somiglianti a scorze di castagne, altri verdi, scintillanti di speranza, ed altri ancora dalle tonalità tenui come nocciole. Mirando un viso, è possibile scorgere gli occhi di una persona sormontati da due tratti ondulati di rilievo cutaneo, avvolti da ciglia folte e protetti dalle palpebre. Contraccambiando uno sguardo corrisposto si ha la capacità di comunicare senza proferire alcuna parola. Gli occhi nascondono i segreti di ognuno di noi, e il loro osservare interessato riesce ad esternare, senza volerlo, i sentimenti non ancora confessati. Uno sguardo può dire molto: un rimprovero, esplicato con un “cipiglio”, un accordo, riferito con un “occhiolino”, o un dolce innamoramento, espresso dal mantenimento di un’occhiata schiva, timida, riservata che, di colpo, si fa insistente, affascinata, quasi contemplativa. Un’anima sensibile, curiosa ed attratta, volgendo i propri occhi all’indirizzo di un interlocutore, può comprendere le emozioni, così come le bellezze interiori di chi ha dinanzi.

Se gli occhi sono davvero il riflesso della nostra intimità, le mani, al contrario, sono un bozzolo di simboli, spesso incerti e indecifrabili. Il palmo non è che una tela d’epidermide tratteggiata con linee sinusoidali, che scendono e salgono sino a sfiorare la radice delle dita. C’è chi è fermamente convinto che le mani possano essere “lette”, e che quelle linee confuse, che, non di rado, si intrecciano tra loro, rappresentino la fonte e la lunghezza della vita, la ricchezza, l’amore, persino la salute che si avrà durante l’esistenza. Le mani sono un nido di verità e suggestioni, ed offrono rivelazioni solo a chi è in grado di tradurre il loro “parlato” silente.

Le rughe che tempestano i dorsi, avvizzendo la pelle col passare delle stagioni, testimoniano il tempo che scorre via. Ma le mani sono soprattutto una proiezione delle nostre volontà. Attraverso esse, possiamo sfiorare una gota, lambire una ciocca di capelli, accarezzare chi amiamo, persino creare ciò che la mente immagina.

Con le sue mani, un atleta tocca la volta celeste al raggiungimento della vittoria, un interprete conferisce solennità al proprio gesto, un artista rende visibile quello che suppone ed uno scrittore trascrive un pensiero, sussurrato con le labbra e poi l’immortala sul foglio con l’inchiostro. Chi ama tiene per mano la propria metà, stabilendo con essa un legame sancito con la sola forza indelebile di un tocco. E ancora, un artigiano modella la grezza argilla infondendo in essa una foggia precisa, mentre un falegname plasma il legno, e con esso crea altra vita, solo apparentemente inanimata. E’ proprio vero, le mani possono generare vita, altresì salvarla.

Potete leggere "I simbolismi di Titanic" cliccando qui.

 

  • Tocco simbolico

Rose: Questa donna le piaceva. L'ha usata diverse volte.

Jack: Be', aveva delle mani bellissime, vede?

Rose: Secondo me, ha avuto una storia d'amore con lei.

Jack: No, no, solo con le sue mani.

In “Titanic”, il cineasta James Cameron dedica un’attenzione simbolica alle mani, reinterpretate come tangibili allegorie dell’amore spirituale e carnale. Per Cameron le mani sono astratte eppur concrete al senso della vista, in quanto “concetti” figurativi e paradigmatici ricolmi di sentimento umano. Sul ponte della nave, durante uno dei loro primissimi incontri, Rose ammira i disegni realizzati dal giovane. Parte di essi raffigurano le splendide mani di una prostituta parigina. Le attenzioni “impressioniste” dell’artista erano state rapite da quelle mani che tanto raccontavano ai suoi occhi. Nell’espressività silenziosa di una ruga, nella storia celata dietro una lieve ferita appena visibile, Jack indaga l’ignota personalità di una donna misteriosa e schiva.

Lo squattrinato passeggero della terza classe del Titanic ha eternato quelle mani sui propri fogli in chiaroscuro, con l’ausilio di un carboncino. L’importanza del “toccarsi”, del carezzare, continua a ripetersi durante lo scorrere della pellicola. Quando Jack attende Rose al culmine basso della scalinata, ella indossa due guanti bianchi di finissimo raso.  L’uomo la saluta, imprimendo sulla mano destra della giovane un bacio fugace che a stento rasenta la stoffa che le copre anche parte delle braccia. Poco dopo, lo stesso si commiata temporaneamente dalla donna, dandole un nuovo bacio sulla mano, e lasciando cadere, di soppiatto, un biglietto. I guanti sono indumenti che nascondono, e vengono indossati da Rose per un uso formale, forzatamente impostole dalla casata borghese alla quale appartiene. Al calar della sera, la protagonista del lungometraggio osserva una bambina che impara dalla madre come stare correttamente seduta a tavola. “L’occhio meccanico” di Cameron indugia sulla mano della piccola che compie un movimento non naturale, preimpostato, per ben sistemare un tovagliolo di seta sulle gambe. Quel gesto “aristocratico” evocato da quella mano porta Rose a meditare ulteriormente sulla sua vita, oramai tristemente indirizzata da una classe nobiliare, tediosa ed opprimente, in cui ogni giorno è del tutto simile al precedente, caratterizzato da un immutabile chiacchiericcio, da un invariabile cenno, e da un identico susseguirsi degli eventi.

Potete leggere "Titanic - Negli abissi del tempo" cliccando qui.

 

Rose fugge via, abbandonandosi alle braccia dell’amato sulla prua del Titanic. Le mani dei due protagonisti, durante il loro primo bacio, si cercano e si ricercano con carezze scandite sino a congiungersi in un abbraccio avvolgente, simbolo di un amore spirituale. Dentro un’auto, la mano di Rose, adagiata sul vetro appannato dal calore passionale, diventa, nel kolossal di Cameron, testimonianza simbolica di un amore divenuto carnale.  Ancora, sul finale, le mani dei due innamorati che tornano a sfiorarsi sulla cima della scalinata, in un mondo che giace sospeso tra il sonno e la veglia, si tramutano in metafora visiva di un amore sbocciato nell’oceano, proseguito sulla Terra e che ha raggiunto le vette del paradiso celeste.

Tra Rose e Jack vige un’eterna carezza che attraversa tre stadi diversi dell’esistenza: il mare, la terraferma, il cielo.

  • Magia e scienza contenute nel palmo di una mano

Nel 1963, dalla fantasia di Stan Lee e Steve Ditko, nacque Dottor Strange, uno dei più potenti supereroi dell’universo Marvel. Prima di diventare un difensore del pianeta, dotato di poteri eccezionali, Strange era un neurochirurgo di fama mondiale.

Egli era in grado di operare senza concedere alcuna imperfezione. Dal temperamento flemmatico e dall’agire freddo come il ghiaccio, Strange usava le mani come un prolungamento della propria smisurata conoscenza neurochirurgica. Non conosceva la paura, l’ansia, il tremore dei propri arti, egli riusciva sempre ad avere il totale controllo, a mantenere l’ordine, ad avere sempre il polso della situazione.

Proprio al polso, Strange porta, ogni giorno, un orologio sempre differente. Nella sua casa, tiene infatti un cassetto pieno di preziosi orologi col loro bel cinturino, ben ordinati l’uno accanto all’altro. Strange è un uomo incredibilmente metodico, organizzato, morbosamente preciso. Un calcolatore freddo ed emotivamente distaccato. Egli prova l’illusione di dominare il tempo e di genuflettere la sorte al proprio volere. Non esiste il caso per il Dottor Strange, tanto meno il destino, esiste la vita così come scientificamente la conosciamo, comandata e supervisionata dalla sola ragione. In una notte sfortunata, questo credo, saldo e inalterabile, si frantumerà improvvisamente. Stephen è vittima di un gravissimo incidente automobilistico, nel quale si spezza tutte le ossa della mano. I suoi arti restano danneggiati irreparabilmente. L’ultimo degli orologi indossati finisce per infrangersi al suolo, segnando drammaticamente l’ora in cui la vita di Strange cambiò per sempre. Non aveva fatto altro che ingannarsi fino a quel momento: la fatalità aveva, d’un tratto, dissolto il suo razionale controllo dell’esistenza.

Stephen ha perduto quanto di più importante aveva: egli non potrà più operare. Il suo sogno è svanito. Le mani per Strange erano un’estensione del proprio talento, nonché una prosecuzione necessaria per dare atto alla sua vocazione interiore: salvare i pazienti. Dopo diversi mesi dal tragico accadimento, Strange raggiunge Kamar-Taj, dove diventa discepolo dell'Antico, un maestro che lo inizia al mondo della magia e delle dimensioni alternative.

Avviene qui l’incontro-scontro ed il successivo idilliaco connubio tra due mondi opposti, il passato, oramai perduto di Strange, e il futuro imminente, entrambi incarnati rispettivamente nella scienza e nella magia. Strange era un uomo accorto, oculato, rigido, cinico, fatto di ghiaccio. La sua razionalità si accoppiava perfettamente con la fede nella scienza. In seguito, il bisogno di ricominciare una nuova vita porta quest’uomo di scienza ad abbracciare una seconda “religione”, la magia, e con essa l’accettazione del fantastico e di ciò che scientificamente parrebbe impossibile. In Dottor Strange convivono, in un unico sposalizio, ragione e fantasia, sapere scientifico e conoscenza del potere magico. Stephen diventa così uno stregone, custode dei santuari, e scopre i segreti della manipolazione del tempo per mezzo dell'Occhio di Agamotto. Il tempo che Strange poteva semplicemente computare, adesso, può essere compreso, padroneggiato per un fine superiore e, soprattutto, rispettato da lui stesso. Una volta ultimato il proprio addestramento, Stephen assume l’identità di Stregone, indossando un costume che comprende la Cappa della Levitazione, la quale consente all’eroe di volare, e il suddetto Occhio di Agamotto, incassato in un amuleto che Strange regge vicino al petto.

Quello adempiuto da Stephen è stato un viaggio di resurrezione, un pellegrinaggio necessario per scoprire, con tale rinascita, una nuova parte di sé. Una mutazione caratteriale che gli permetterà di aprirsi ad una maggiore e più sincera emotività. Stephen peccava di megalomania ed egocentrismo. L’incidente ha su di lui un effetto catartico, trasformando la sua alterità in puro e disinteressato altruismo. Stephen si libera dai suoi “artifici meccanici” e abbraccia un universo in cui il tempo non è più calcolabile con gli ingranaggi, e per tale ragione va difeso e tutelato.

"Doctor Strange" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Strange ricomincia, quindi, a utilizzare le sue mani per emettere sfere di energia, ipnotizzare, creare portali dimensionali, generare poteri telecinetici e attuare il teletrasporto. Da una tragedia che poteva mettere fine alle sue motivazioni vitali, Strange è riuscito a risorgere nelle vesti di un invincibile supereroe. Non potrà più salvare vite sui letti d’ospedale, ma potrà salvare comunque gli innocenti nei panni di un vigilante mascherato con il solo tocco della mano!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Woody e Buzz" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

(Rilettura personale della fiaba di Andersen con parallelismi con l’opera cinematografica “Toy Story”)

Oh com’è allegra! I miei genitori non credevano nei giocattoli.” - Entrando nella cameretta del piccolo Oscar, il Dottor Egon Spengler aveva concesso ai suoi interlocutori una confessione, pronunciata sottovoce, come fosse un bisbiglio. Forse, in quel suo confidarsi, il più arguto degli “acchiappafantasmi” voleva palesare un certo rammarico. Egon, nella sua infanzia, ebbe soltanto un giocattolo, un misirizzi, e per pochissimo tempo. Un altro bambino, appartenente anche lui al mondo della settima arte, ne ebbe, invece, tanti, e tutti giocattoli molto speciali, non comuni pupi inanimati, burattini inermi o fantocci perennemente dormienti. Andy, il protagonista umano della saga di “Toy Story”, senza saperlo, aveva in casa sua giocattoli senzienti, che prendevano vita non appena sfuggivano allo sguardo curioso degli esseri umani. Vi erano tra questi un verde tirannosauro, una buona e graziosa pastorella, persino uno a forma di patata, smontabile, su cui potevano essere applicati diversi componenti somatici. Ma i preferiti di Andy erano Woody e Buzz Lightyear: il primo era un modello vintage con le fattezze di uno sceriffo cowboy, il secondo, al contrario, era nuovo di zecca, e raffigurava un eroe dello spazio.

La prima opera d’animazione dello studio Pixar, “Toy Story”, trae spunto da una delle più celebri fiabe partorite dal genio di Hans Christian Andersen. Ne “Il tenace soldatino di stagno”, lo scrittore danese immagina un luogo in cui, allo scoccare della mezzanotte, i giocattoli si destano dal loro torpore, assumendo volontà motoria e provando sentimento. “Toy Story” si differenzia dalla fiaba in particolare perché nel lungometraggio i giocattoli agiscono liberamente, non appena rimangono soli, mentre nella storia di Andersen gli stessi prendono vita soltanto di notte. Ancora, nella pellicola, i giocattoli sono liberi di muoversi a loro piacimento, mentre i personaggi principali della “favola” anderseniana desiderano mantenere il più allungo possibile la loro posizione originaria, rinunciando a parlare e comunicando solamente con la profondità emotiva di uno sguardo corrisposto.

  • Essere un giocattolo

I giocattoli nascono dai materiali più disparati. Quelli antichi si ottenevano da legni pregiati, i più moderni sono fatti di materiale sintetico, alcuni sono snodabili, possono quindi eseguire bizzarri movimenti per lo spontaneo divertimento di un infante, altri ancora, i più graziosi e raffinati, sono realizzati in resina e assumono le forme di statuine da contemplare, statiche o magari animate da un preposto meccanismo. I giocattoli possiedono il dono di far divertire i bimbi ma anche stimolare la loro fantasia. Giacciono quieti nel luogo in cui vengono riposti e col tempo dimenticati dai loro piccoli amici che crescono. Essi sono “indifesi”, incapaci di muoversi, eppure sono generati da un amore per il divenire. I giocattoli vengono al mondo ma non hanno esperienza, personalità, siamo noi stessi, infatti, a infondere in essi ciò che hanno bisogno, con le imprese che, sospinti dalla nostra fantasia, facciamo compiere loro nei nostri innumerevoli viaggi fantastici e senza freno.

Supporre che i giocattoli siano veri e consapevoli del loro essere è una fantasticheria affascinante. Il “balocco”, in tal caso, fingerebbe d’esser esanime, attenderebbe di rimanere solo per potersi muovere liberamente, non visto da occhi indiscreti, e quindi andarsene via, abbandonare tutto, ciononostante rimane lì, fianco a fianco a noi, ricambiando il nostro affetto. Ma i giocattoli possono avere una coscienza? In “Toy story”, Buzz è inizialmente convinto d’essere davvero “un ranger” dello spazio. Una crisi d’identità che verrà risanata dalla presa di coscienza che essere un “banale” giocattolo ha comunque i suoi vantaggi, uno fra tutti, quello di mirare l’espressione sorridente di un bimbo che gioca felice. I “trastulli” nascono dall’ingegno dell’uomo che infonde in essi bellezza, grazia, sentimento, ma soprattutto una delicata missione da compiere per tutto l’arco della loro esistenza.

Nella saga di “Toy Story” è proprio questo impegno ad assumere un grande valore. La più grande paura di un “giocattolo cosciente” è quella d’essere trascurato, obliato, non più utilizzato per il suo compito ludico ed educativo. Se ciò accadesse, la motivazione della sua intera esistenza verrebbe a mancare. Come teneva a ricordare Hugo nel film “Hugo Cabret”, ognuno di noi nasce con una vocazione, una passione da dover alimentare, e chi non può fare quello per cui è nato soffre, tanto da sentirsi “rotto”. Hugo era solito riparare gli oggetti malmessi col suo papà, forse anche i giocattoli. In egual maniera anche le persone devono essere “riparate”. In “Hugo Cabret”, infatti, George Méliès doveva tornare a rapportarsi con la propria arte filmica, lui, regista, che aveva da troppo tempo “smesso di funzionare”. In egual modo, i giocattoli, per come vengono descritti in “Toy Story”, non possono né vogliono sottrarsi al loro scopo: essere scelti per far giocare i bambini.

Woody è un giocattolo “antico”, prezioso, che non ha subito il dolore del “distacco”, ed è molto legato al suo caro “proprietario”, Andy.  Ma i “custodi” dei giocattoli vanno e vengono, come il ciclo della vita vuol suggerirci, ciò che è importante per la famiglia di pezza di cui Woody si prende cura è il restare sempre uniti. Quella raccontata dalle pellicole della Pixar è una storia di amicizia, di crescita ma soprattutto di amore famigliare. Proprio l’amore risulta essere il più grande sentimento provato dall’uomo ma anche, nella fiaba di Andersen, da una delle sue creature più care, appunto il tenace soldatino. Egli era fatto di stagno, ma dal suo cuore sgorgava un amore infinito. Nel suo essere un giocattolo sulla terra, il soldatino doveva rispettare un inalterabile dovere, espresso dalla sua posa statuaria e inflessibile, ma quando non lo sarà più, potrà finalmente essere libero di volare via con la sua amata.

"Il tenace Soldatino di stagno e la Ballerina" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Il soldatino e la ballerina, storia di un grande amore

D’un tratto, la casa si era “zittita”. Erano andati tutti a dormire, nel corridoio e nelle varie stanze dell’abitazione non si udiva più alcun vocio. Era da poco scesa la notte, fuori faceva tanto freddo e pioveva a dirotto. Gocce d’acqua corpose come piccole palline trasparenti s’infrangevano sui vetri delle finestre, generando un gradevole tintinnio. I bambini riposavano nei loro lettini, la mamma sognava beata sotto le coperte ed il papà era il solo a rianimare il silenzio della sera col suo russare abitudinario. Mentre tutta la famigliola dormiva, nella stanza dei giochi altri erano prossimi a svegliarsi. Era quello un luogo tanto colorato e solare. La grande camera ospitava bellissimi giocattoli dalle variegate fattezze. Peluche morbidi e caldi e dal viso perpetuamente sorridente, ben accostati l’uno all’altro, attendevano pazienti chi mai dovesse entrare in quel luogo spensierato. Mensole e scaffali erano occupati da marionette e pupazzi di stoffa. Lì, in un angolo, un cavalluccio bianco di legno aveva la sella ancora calda, mentre continuava il suo ritmato dondolio, segno che i bambini avevano smesso di giocarci da poco. Su di un tavolino, a pochi passi dalla finestra si notava un’elegante confezione regalo semiaperta, con il suo bel nastrino azzurro appena sciolto. All’interno di quell’involto vi era una scatola con venticinque minuscoli scomparti occupati da altrettanti piccoli soldatini di stagno. Il bambino che viveva tra quelle mura li aveva ricevuti proprio in quel giorno, come dono per il suo compleanno.

Allo scoccare della mezzanotte, tutti i balocchi presenti in quella camera, come per magia, prendono vita. I peluche aprono gli occhi, sbadigliano a bocca spalancata e si alzano sulle gambe. Velivoli di latta volteggiano su nel soffitto, disegnando virate improvvise e vorticose discese verso il pavimento; alcuni burattini, invece, si liberano dei loro fili e raggiungono con disinvoltura la finestra più vicina, così da poter ammirare il temporale, mentre altri parlano tra loro, ridono e simulano la guerra da un fronte all’altro.

Sul tavolino, il coperchio della scatola si muoveva sempre più, come se qualcuno lì dentro spingesse per cercare di venire fuori. Sebbene quella scatola, come si è detto, fosse aperta per metà, i soldatini non riuscivano ancora a venir fuori. Preferivano mantenere le loro posizioni e liberarsi di quella “gabbia” tutti insieme. Nell’angolo più interno, dove la confezione permaneva ancora chiusa, era tutto buio. Il soldatino rimasto in fondo non vedeva nulla ma riusciva comunque a percepire gli sforzi delle gambe dei suoi fratelli per sollevare il coperchio della scatola, una sorta di “tetto” a malapena dischiuso. In segno d’aiuto rivolse anche i suoi arti inferiori all’indirizzo dell’ostacolo ma si accorse subito di far fatica. Poco importava, ormai il lavoro era bello che fatto, i soldatini si erano liberati ed erano quindi pronti ad ergersi su due gambe e a venir fuori, in fila indiana, da quei loro spazi angusti. Tutti i soldatini si consideravano fratelli perché erano nati dallo stesso cucchiaio di stagno. L’ultimo soldatino, una volta fuori, si accorse d’esser diverso dagli altri. Gli mancava una gamba, come fosse formato a metà. Purtroppo lo stagno utilizzato non era bastato per completare anche lui, che rappresentava l’ultimo dei venticinque.

Originale illustrazione del Soldatino e della Ballerina

 

Con un po’ di fatica, il soldatino, tenace e coraggioso, balzò fuori e, reggendo con una mano il suo fucile, si mise sugli attenti. Il soldatino aveva sentito d’esser di stagno per la prima volta proprio dal bambino. Il piccino aveva letto la scritta sulla scatola e aveva urlato di felicità: - “Soldatini di stagno!”-, battendo poi le mani allegramente. Non sapeva di preciso cosa fosse lo stagno, il soldatino. Stagno è una parola che può avere vari significati” - pensò tra sé. In uno stagno, talvolta, nuotano beati dei cuccioli di cigno nobile, prima di raggiungere, in volo, le acque cristalline di un lago. Come accadde al brutto anatroccolo, il soldatino indugiò sulla possibilità di poter, un giorno, sbocciare anch’esso come un regale e audace soldato, non più visto con diffidenza a causa della propria diversità. Ma il soldatino, in cuor suo, sapeva che lo stagno da cui proveniva non era certo quel genere di luogo in cui una creatura può svilupparsi e divenire bellissima. Lo stagno da cui era stato generato era, invero, un elemento chimico.

Al di là della sua menomazione, esso era fiero d’essere un soldatino, la sua elegante divisa rossa gli piaceva molto ed anche il grande cappello che sormontava il suo capo gli donava un rinfrancante conforto. Si mise a saltellare per muoversi in avanti, sempre su una gamba sola, seguendo la lunga fila formata dai suoi fratelli, ma lui era più lento di loro e doveva metterci più impegno a non smarrire mai la sua posizione retta e fiera. Stanco, si fermò sul bordo del tavolo, altero e diritto come un valoroso eroe. Fu in quel momento che il suo sguardo cadde sul castello che sorgeva da terra, cinto da un drappo lilla che somigliava ad un sipario schiuso. Quel castello era splendente, bianco come marmo, con tante torri che svettavano alte, sovrastando tutti i giocattoli che si muovevano allegramente giù in basso. Il maniero era fatto di carta e aveva delle finestrelle colorate dalle quali si potevano scorgere gli interni. Con impegno e scaltrezza il soldatino scese giù e fece per osservare la raffinata fortezza. Vide un laghetto circondato da alberi sul quale si specchiavano cigni neri di cera e, proprio lì davanti, intravide la sagoma di una ballerina che compiva una piroetta. Il ponte levatoio era abbassato così il soldatino ne approfittò per farsi strada e varcare i confini del castello. Raggiunse il lago e nell’acqua scrutò il riflesso della ballerina, con le braccia protratte verso il cielo. Fece per avvicinarsi ancora, e riuscì a vederla nella sua interezza. Indossava un vestito bianco, lindo e luminoso come l’acqua limpida di un lago, avvolto da un nastro azzurro drappeggiato sulle spalle, con al centro un lustrino sfavillante. Fu la prima cosa che il soldatino notò di lei. Paragonò quel lustrino al nastro che avvolgeva la confezione regalo dalla quale era uscito. Credette subito che qualcosa li accomunasse. Prosegui allora a guardarla, fantasticando all’idea di poter stare con lei sulla sommità di un incantevole carillon, stringendola a sé con le sue braccia, ballando un lento. La ballerina aveva fluenti ricci biondi, che le scendevano lungo le gote purpuree; il suo viso pareva essere avvolto da filamenti d’oro, la sua pelle era color rosa tenue, così come le scarpette che calzava ai piedi, le quali parevano fatte di cristallo. L’artista, che aveva dipinto il suo volto, le aveva disegnato labbra pronunciate e rosse come una rosa, occhi castani e un nasino a stento accennato. L’incarnato dell’epidermide del viso creava una miscellanea con il porpora delle guance e il bianco terso di alcuni tratti del contesto, che davano l’impressione che la ballerina fosse stata modellata con la porcellana.

"Fantasia 2000" - Concerto per pianoforte n. 2 in Fa maggiore di Dmitrij Šostakovič – Il Soldatino corteggia la ballerina

 

Il soldatino la mirò ancora, e ravvisò due ciocche, gialle come spighe di grano, raccolte in boccoli voluminosi, che le ornavano i lati della fronte. Sentì il desiderio di toccarle con la sua piccola mano di stagno, così da scostarle delicatamente e spingerle sin dietro le orecchie della fanciulla, come in una protratta carezza. La dolce danzatrice, in quell’attimo, aveva smesso di ballare, di fare giravolte, di dondolare le mani e di ondeggiare armoniosamente le sue braccia, simulando le ali stanche di un cigno morente al suo ultimo volo sullo specchio lacustre. Si era messa su una gamba sola, porgendo l’altra così in alto da sfuggire alla vista del soldatino. Notando che la ballerina si manteneva su una gamba sola, rigida ma al contempo tanto aggraziata, il soldatino si sentì battere forte il cuore. Credette che entrambi avessero la medesima menomazione e che, insieme, potessero colmarla. Quando si avvicinò ancor di più, il soldatino la guardò negli occhi e, colmo di sentimento umano, si innamorò perdutamente di lei. La ballerina si accorse d’essere ammirata, così alzò lo sguardo sognante da terra e ricambiò l’attenzione. Il soldatino raccolse uno dei fiori sbocciati in riva al lago, e l’offrì alla fanciulla, sorridendole. Ella si mosse solo per un istante, colpita da quel gesto e da quell’inaspettato corteggiamento, e tanto bastò per far notare al soldatino l’altra gamba della ballerina. Egli fu colto da infinita tristezza, convinto che la ballerina, essendo “completa”, non avrebbe mai acconsentito a sposarlo. Ella, invece, allungò la mano, accettò il fiore e lo tenne con sé. L’indomani, tutti i giocattoli erano tornati ai loro posti, fingendo di dormire. Tutti i fratelli del soldatino rientrarono nei loro appositi scomparti, ma egli non volle far ritorno. Rimase dentro il castello, immobile, stremato ma colmo di gioia, in piedi sulla sua unica gamba a guardare senza sosta la ballerina, anche lei innamorata, anche lei ferma, immobile, soffermatasi nella stessa posizione dalla sera precedente.

Scultura in bronzo di Eiler Madsen a Odense

 

Quanto avrebbe voluto il soldatino sostare per sempre in quel castello! Purtroppo, un troll cattivo, incarnatosi nel corpo tenebroso di un pupazzetto a molla, era geloso dell’amore nato tra il soldatino e la ballerina e volle vendicarsi di lui. Lo spinse via, facendolo precipitare giù dalla finestra. La danzatrice, forzatamente allontanata dal suo amore, vorrebbe piangere ma, ricordando il portamento del suo compagno, sceglie di struggersi nella sua intimità, e rimane ferma. Il soldatino, dal canto suo, vorrebbe chiamare aiuto, ma sceglie di tacere con dignità. Viene poi rinvenuto in un cespuglio da due bambini, e messo su una barchetta di carta sospinta verso il mare; nelle acque salate, dopo aver superato indenne una fogna infestata da famelici ratti, viene mangiato da un pesce che ne fa un sol boccone.  Il soldatino, spaventato e attonito, non cede allo sconforto e decide di restare coraggiosamente sempre ritto nella sua posizione. Nel “plumbeo” della pancia dell’animale, riprende a pensare alla sua dama, e la paura di non rivederla più gli fa tremare la gamba, eppur essa non concede movimento alcuno. La fortuna sembra sorridergli, il pesce viene, infatti, pescato e portato proprio nella cucina della casa da cui il soldatino proviene; recuperato dal cuoco, rientra nella stanza dei giochi. Rimessosi in piedi, il soldatino torna nel castello dalla sua amata ballerina.

Vennero nuovamente le tenebre e tutti i giocattoli ripresero ad animarsi. Il soldatino accennò un sorriso alla sua innamorata ed ella contraccambiò, poi egli portò la mano alla bocca, si sfiorò le labbra, e rivolse la stessa all’indirizzo di lei, dandole un bacio da lontano. Una folata di vento, generata dal soffio del troll cattivo che viveva nell’oscurità, fece volare via il soldatino che finì questa volta dentro una fornace accesa. Ebbe la possibilità di urlare ma desistette, non gli sembrava il caso poiché era ancora in uniforme. Poteva altresì fuggire, ma non voleva lasciare il suo posizionamento impavido, e soprattutto non voleva, neppure per un istante, far sì che i suoi occhi smettessero di guardare la sua amata. Persino lì dentro, avvolto tra le fiamme, il soldatino riusciva a contemplarla. Ella si voltò verso di lui, restando sempre dritta su una gamba sola. Quella strenua resistenza commosse il soldatino, che cominciò a piangere lacrime di stagno. Una fata buona soffiò verso la danzatrice e anche lei fini dentro la fornace, accanto al suo amato. Entrambi furono felici, si tennero per mano, e bruciarono.

Il soldatino trionfa sul troll cattivo e sposa la ballerina

 

Quando pulirono la fornace, le persone rinvennero un cuore di cenere, un lustrino bruciacchiato e anche una rosa, quella che il soldatino aveva donato alla ballerina e che lei aveva tenuto sempre con sé, rimasta miracolosamente intatta: era ciò che restava del loro amore sulla Terra. Quando fecero per togliere via le ceneri a forma di cuore, esse si librarono in aria, come polvere, fuori dalla finestra. Raggiunsero il cielo quella stessa notte, ma non erano più pulviscoli anneriti. Erano le anime del soldatino e della ballerina, formatesi dai granuli di cenere. Lui aveva gettato via il suo fucile, aveva cessato di stare sugli attenti, e la stava abbracciando. Lei aveva avvolto le sue braccia intorno al collo del suo sposo, ed era lieta e leggiadra come il vento. Danzavano tra gli astri, accompagnati da una musica celestiale che solo loro riuscivano ad ascoltare, finalmente liberi di muoversi e di amarsi nell’infinità immortale dello spazio sconfinato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Pinocchio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Era un piccolo insetto della famiglia dei Lampiridi, un po’ in là con gli anni, ed emanava tanta lucentezza. Ray, questo era il suo nome, si era mostrato per la prima ed unica volta in un’opera della Disney di stampo recente, “La principessa e il ranocchio”. Si trattava di un animaletto curioso e dalla verve sognante, non amava affatto il giorno, e attendeva impaziente il calar della sera. Spesso, volgeva gli occhi verso la volta celeste a rimirare una stella in particolare, e non, come fanno tutti, l’insieme dei corpi celesti che ammantano il cielo. Ray si era innamorato di quella stella, tanto da considerarla una lucciola remota, volata troppo in alto, smarritasi nell’infinità dell’universo e rimasta lì, a rinfrancare la vista di chi indirizza il proprio sguardo alla volta della sua essenza lucente. Ray chiamava quella stella Evangeline, ed essa emanava una luce ancor più raggiante di quella che veniva emessa dal corpo da coleottero di questo bizzarro innamorato. Quando Ray lascerà questa Terra, il suo spirito raggiungerà il cielo e diverrà un astro, posto a pochi “attimi” dalla sua stella più amata. Come accadeva a molti degli eroi della mitologia greca, tramutati in costellazioni eternate da Zeus, Ray riuscirà a realizzare il suo desiderio più grande, vivere una vita immortale fianco a fianco a quell’amore che aveva animato il suo cuore, facendolo risplendere di un’aurora sfavillante. Lassù nell’infinito, dove Perseo e Andromeda continuano ad amarsi sotto forma di costellazioni, qualcosa di misterioso e imperscrutabile aveva concesso ad una morente lucciola la realizzazione di un desiderio. Ma chi era stato magnanimo fino a tal punto?

Una scena de "La principessa e il ranocchio".

 

E’ sempre nel cielo che noi uomini releghiamo i nostri sogni inconfessati. Talvolta, aspettiamo d’intravedere la caduta vertiginosa e rapida di una stella, così da esprimere fugacemente un desiderio appena sussurrato ma ardentemente voluto. Crediamo, forse ingenuamente, che quella stella che precipita giù, porti con sé un pensiero pronunciato a bassa voce, e che prima di disperdersi, con l’ultimo dei suoi sforzi, essa scelga di esaudirlo. Su, nel firmamento custodiamo astrattamente le nostre speranze, come se le stelle non fossero altro che banali corpi celesti, pur sempre vivi e palpitanti. Ma anche qualcosa di più, entità divine e magiche che guardano dall’alto e aiutano chi si nutre di speranze, giù in basso.

Un giorno lontano lontano, un anziano falegname, tanto buono, implorò una stella di fargli dono di un figlio. No, tale stella non era Evangeline. Eppure, anch’essa era impregnata di una scintillante magia, pronta ad accontentare il volere di un uomo umile e generoso. Nelle prime sequenze di “Pinocchio”, uno dei grandi capolavori dell’animazione firmato Walt Disney, lungometraggio ispirato all’altrettanto capolavoro di Carlo Collodi, il Grillo Parlante tiene immediatamente a precisare come le stelle possano render possibile qualunque desiderio. Inizialmente, noi spettatori potremmo dubitare di tale affermazione, del resto lo stesso Grillo ammette, senza remore, d’aver peccato di fiducia anch’esso, in principio. Diffidare del fantastico è insito nell’indole umana. Ma la storia che il medesimo, coscienzioso animaletto andrà a rinarrare ci permetterà di credere.

Tanto tempo fa, una sera in cui le stelle brillavano come diamanti incastonati in un “soffitto” privo di nuvole, un intagliatore di legno se ne stava nella sua casetta a lavorare. Ancora due tocchi e l’ultima delle sue creazioni si poteva finalmente dir finita. Geppetto era sul punto d’ultimare un grazioso burattino, ricavato da un ciocco di legno pregiato. Con la punta del pennello, l’artista si accingeva a dipingere i restanti tratti del viso del burattino: dapprima le sopracciglia brune, le guance purpuree ed infine la bocca, tratteggiata ad arte per far risaltare l’espressione di un dolce sorriso. Geppetto era un artigiano d’impareggiabile bravura, un “Efesto” povero che svolge la sua attività in casa, adibita anche a bottega, piuttosto che nelle viscere di un vulcano attivo destinato a fucina e a dimora. Tutto intorno alla casa di Geppetto era “vivo”, anche ciò che apparentemente non lo era affatto. L’interno di quell’abitazione trasudava di meraviglie. Vi erano sulle mensole fantastici giocattoli, su altri scaffali, invece, carillon e scatole musicali, tanto piccole da poter essere tenute nel palmo di una mano. Dozzine di orologi arricchivano, infine, un’intera parete, ed ognuno di essi era diverso, singolare, lavorato a mano. Ad ogni scoccare dell’ora gli ingranaggi, così accuratamente progettati, facevano scattare i meccanismi, per cui le statuine poste in sommità cominciavano a simulare ritmicamente un movimento, un fischiettio, un cenno. Erano tutti oggetti costruiti dalla sapiente abilità dell’artigiano, “inanimati” seppure in movimento, nel loro progredire meccanico, senza vita ciononostante erano stati generati da un atto creativo, da un gesto d’amore per il proprio lavoro e la propria arte. Geppetto, nei suoi orologi, animava il tempo, infondeva in esso la vita e l’arte. Erano quelle le realizzazioni di una vita, mai vendute né forse mai apprezzate da alcuno. Il Geppetto della Disney non sembra soltanto isolato, come quello venuto fuori dalla penna del Collodi, pare altresì un lavoratore la cui arte risulta essere incompresa. I giocattoli che riposano inermi, aspettano, come se fossero stati “partoriti” e destinati ad un bambino mai giunto, un erede che Geppetto non ha mai avuto ma che ha tanto agognato. Nel film di Walt Disney, Geppetto è già padre nell’animo, deve solo diventarlo realmente.

Il falegname era tanto solo, forse aveva perduto sua moglie molto tempo prima e, conseguentemente, non aveva avuto figli. Le sue uniche compagnie senzienti e vive erano una “pesciolina” rossa, Cleo, e un gattino dal manto scuro, Figaro. Non potendo più generare una vita con la sua sposa, e non avendo neppure la possibilità di adottare un infante, Geppetto trascorreva i suoi anni a creare, come poteva, la vita, usufruendo dei materiali più disparati. Attorniato da tanti oggetti nati dalla sua mente e plasmati dalle sue mani, Geppetto viveva immerso in un mondo in cui vita vera e vita fittizia coesistevano, dando l’illusione d’essere simili. Tutto pareva esser vivo nella sua casetta, poiché tutto si muoveva ed aveva una forza espressiva ammirabile, iniettata dalla sua bontà creativa.

Il burattino, chiamato dall’artigiano Pinocchio, era divenuto per Geppetto il preferito. Come se lui fosse un puparo e quella la sua adorata marionetta, egli la muoveva con i fili, così da farla danzare allegramente per tutto l’ampio stanzone. Il vecchio falegname era arrivato a considerare quell’ometto di legno come un figlio. Purtroppo, però, quel bimbo intagliato e scolpito non era reale, e poteva muoversi solamente per volontà altrui. Così, quella notte, Geppetto pregò una stella radiosa di tramutare il suo Pinocchio in un bambino vero.

Fu in quel momento che la stella si “staccò” dalla cupola celeste e discese giù, tramutandosi in una splendida fata dai capelli d’oro. La Fata Turchina aveva avuto pietà, oppure aveva scorto qualcosa nell’ultima fatica dello squattrinato falegname. Quel legno da cui era sorto Pinocchio aveva un che di fatato. Geppetto era riuscito a catturare col desiderio la linfa vitale della natura. Bastava soltanto il tocco di bacchetta di una “maga” per alitare quel soffio di vita di cui Pinocchio aveva bisogno. Dalle nuvole venne giù una “madre” bellissima, dipinta con tale magnificenza dagli artisti della Walt Disney da non averne eguali.

La fata azzurra è avvolta da una fulgida luce, ha le labbra rosse come mele appena raccolte, gli occhi cerulei come il cielo terso dal quale proviene, le ali argentee e cristalline come drappo di velluto trasparente e indossa un vestito azzurro, ricco di merletti pregiati e tempestato di pietre preziose. Nelle pellicole d’animazione, poche sono le donne, come tale figura di fata, concepite e ritratte con tale vivezza e splendore da poter essere considerate “vere”, reali, tangibili, concrete allo sguardo, tanto autentiche da confondere il già citato senso della vista e dare l’impressione di poter essere addirittura sfiorate dal tocco di una mano, protesa verso lo schermo nel vano tentativo di lambire un tratto della pelle.

La fata dona la vita al burattino e gli promette che se si dimostrerà obbediente, coraggioso e disinteressato, la magia si compirà del tutto, fino a farlo diventare un bambino vero per sempre. Inizia così l’avventura di Pinocchio, il quale, spalleggiato dal fedele Grillo Parlante, andrà ad esplorare il mondo esterno e conoscerà i pericoli della società e le tentazioni del male.

Pinocchio scopre il mondo un po’ alla volta, con ingenuità, con una certa innocenza ma soprattutto attraverso la menzogna, arma furbescamente usata dall’uomo sin dalla più tenera età per ottenere ciò che vuole. Ma Pinocchio scoprirà a sue spese che le bugie, se non accorciano le gambe, riescono comunque a mostrarsi con la crescita spropositata del naso. Giungerà poi sino al paese dei balocchi, e lì rischierà di trasformarsi in un asinello, metafora estetica dell’ignoranza, come accadrà al suo amico Lucignolo, in una delle scene più marcatamente inquietanti mai girate dagli studi Disney.

Nella suddetta scena, Lucignolo regge con bramosia un calice traboccante di birra, fuma con impazienza un sigaro, denigra superficialmente il sapere scolastico, ed è platealmente incline al gioco d’azzardo. Walt Disney, mutando il corpo dell’ingenuo amico di Pinocchio, ammonisce i suoi piccoli spettatori sui vizi che creano dipendenza, anche a costo di spaventarli. Lucignolo, quando nota il suo progressivo cambiamento, disperato, chiede aiuto a Pinocchio, lo prega di far arrivare in fretta e furia il suo Grillo, e, come ultima delle sue parole pronunciate da umano, invoca la sua mamma, prima di trasformarsi in un ciuchino impazzito e senza più salvezza. Pinocchio comincia così a trasformarsi, ma sarà l’arrivo provvidenziale della sua stella amica, il Grillo, a salvarlo.

Pinocchio si pente e intraprende un viaggio a ritroso di espiazione, alla ricerca del padre. Grazie alla figura del Grillo Parlante, non soltanto coscienza ma anche spalla del protagonista, Pinocchio si ravvedrà giusto in tempo, prima di soffrire e di dannarsi, in una rilettura didascalica operata dall’opera filmica che suggerisce come il percorso di crescita adempiuto da Pinocchio sia stato necessario per permettergli di ben distinguere il bene dal male.

Come i marinai, orientati dal sestante durante la navigazione, Pinocchio sarà guidato dalla sua stella più cara, la sua diretta consigliera, incarnatasi nuovamente nel suo amico, il quale lo accompagnerà sino in mare aperto, dove il burattino verrà inghiottito dalla balena e si ricongiungerà al padre. La balena raffigurata dagli artisti Disney è gigantesca, buia come il nero di seppia, non bianca come il capodoglio bramato da un tale capitano, uno dei tanti protagonisti della letteratura americana, con denti aguzzi e sguardo predatorio. Pinocchio, rimasto ancora con le orecchie e la coda da somaro, segno di come il suo peccato continui a perseguitarlo, escogiterà un modo per salvare se stesso e la sua famiglia.

Il suo gesto eroico e coraggioso gli farà ottenere la salvezza: la Fatina, infatti, avrà misericordia del piccolo burattino, oramai moribondo e stremato dalla fatica, e soffierà in lui nuova vita, questa volta rendendolo un bambino in carne ed ossa. Il Grillo, come premio per il suo operato, riceverà dalla fata un distintivo d’oro, che avrà proprio la forma di una stella.

Sul finale, il “Pinocchio” della Disney celebra l’importanza del nucleo famigliare e la gioia del ritrovamento tra padre e figlio. Mentre scende nuovamente l’oscurità, ed una stella torna a irradiare con la sua luce il buio della notte, Pinocchio, il Grillo, Geppetto, Figaro e Cleo ballano felici e contenti. Questa volta, Pinocchio, nel compiere i suoi passi di danza, non è più mosso da alcun filo ma unicamente dal suo volere e dalla sua pura coscienza. Tutto merito di quella meravigliosa stella!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Monsters e Co" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mia sorella non lo ricordava affatto. Lo aveva del tutto rimosso, il che è naturale, era trascorso molto tempo. Ella ascoltava quanto stava raccontando nostra madre e sorrideva. Era un sorriso altamente espressivo il suo, faceva intendere una candida innocenza, quasi fosse un preludio ad un risolino timido e decisamente incerto. Dopotutto, il racconto la divertiva, sebbene seguitasse a rimanere perplessa, dato che nessuno dei suoi ricordi richiamava in lei quanto la mamma stava affermando.  “Davvero?” – domandava sorpresa mia sorella. “Certo!” - rispondeva celermente mia madre, sorpresa da quella mancanza di memoria inaspettata.  Quanto stava riportando alla luce mia madre era un ricordo lontano. Forse sarebbe meglio definirla una paura remota, tanto elusiva da essere stata, d’un tratto, accantonata. “Come fai a non ricordare il mostro di cui avevi paura da piccolina?”. “Mostro” potrebbe sembrare una definizione esagerata, ciò nonostante corretta agli occhi innocenti di un bambino; nel caso di mia sorella la “mostruosa creatura” che, ogni notte, giungeva a terrorizzarla nei sogni era un animale alquanto minaccioso. Si trattava, per la precisione, di un grosso coccodrillo. Mi domando se anche tale rettile, come un suo più famoso simile che appartiene alla letteratura, avesse inghiottito una sveglia, peraltro mai digerita, utile a manifestare sia il proprio avvicinamento che lo scandire, col quel suo sinistro ticchettio, del tempo che scorre inesorabile. Come per un corsaro grande e grosso, anche per una piccola bambina un coccodrillo “immaginato” costituiva la più spaventosa delle paure. Non nuotava in acque salate e neppure in laghi torbidi quel particolare coccodrillo, stava invece sempre sulla terraferma e fuoriusciva dall’armadio solamente di notte. Eppure, mia sorella non ricordava più nulla del suo mostro. Crescendo, un po’ come accade sull’Isola che non c’è, si finisce per dimenticare.

Quando vedemmo per la prima volta “Monsters e Co”, ironicamente, io e mia sorella “realizzammo” che finalmente avevamo conosciuto quel “suo” mostro obliato. Uno degli antagonisti del film, Randall, possiede infatti le sembianze di un grosso lucertolone, famelico, infido e camaleontico. Non era propriamente un coccodrillo, ma poco ci mancava. Randall, per come viene mostrato nel film, è solito emergere dai guardaroba, camminando sui muri, trascinandosi persino sui tetti, assumendo il colore preminente della stanza così da mimetizzarsi e apparire d’improvviso. Esso è, dunque, portatore di uno shock istantaneo, spiazzante, poiché da una quiete apparente il bimbo vittima di uno “scherzo” così crudele prova un terrore improvviso. Randall sfrutta la paura del buio, rendendosi addirittura invisibile, perché ciò che sfugge al senso della vista paralizza ogni vigile attenzione.

L’opera d’animazione “Monsters e Co” ruota tutta attorno ad una delle fasi iniziatiche dell’esistenza vissute da ogni essere umano: la paura riguardante un mostro che attende a notte fonda per sbucare da sotto il letto o, per la maggior parte delle volte, da dentro un armadio. Proprio quell’armadio nel lungometraggio Disney/Pixar non è un semplice spazio, ma si tramuta in un portale che unisce due mondi, quello degli umani e quello dei mostri. Come fosse lo specchio di Alice, l’armadio è una finestra, talvolta blindata, altre aperta su due realtà diverse ma accomunate da una medesima emozione: la paura rivolta verso ciò che si disconosce.

Sia il mostro che il bambino hanno infatti rispettivamente paura l’uno dell’altro; il primo perché avverte sgomento nell’essere sorpreso da bavose e ringhiose creature, il secondo perché crede ingenuamente che gli esseri umani siano portatori di incurabili malattie infettive. Tuttavia, nella città di Mostropoli, spaventare gli infanti umani è essenziale, perché le loro urla generano l’energia necessaria per il sostentamento della società. Con i dovuti rischi del mestiere James Sulley e Mike Wazowski lavorano assiduamente alla centrale elettrica denominata “Monsters & Co”, nella quale, per mezzo di alcune porte speciali, i mostri possono raggiungere il mondo degli umani.

James è uno dei migliori “spaventatori” in circolazione. Imponente, e dal ruggito feroce, Sulley è ad un passo dal conquistare il record di spaventi, coadiuvato dal suo “ciclopico” migliore amico, Mike, basso, tozzo, tondo e con un grande occhio. Entrambi costituiscono un’inseparabile coppia di amici. Esteriormente, Sullivan e Wazowski sono ben differenti, uno lo si nota alla prima occhiata, l’altro dopo aver posto una più accurata attenzione. Il primo è grande e grosso, un po’ come Oliver Hardy, il secondo è invece tarchiato ma minuto, un po’ come Stan Laurel. La pelle di Mike è di un verde acceso, il pelo di Sulley vanta diverse sfumature tra l’azzurro e il verde chiaro, passando poi per chiazze color viola. Persino caratterialmente, i due mostri sono ben diversificati, uno è risolutivo e burbero, come Walter Matthau, l’altro è premuroso e angelico, come Jack Lemmon. Figure, queste ultime, utilizzate come metro di paragone, cristallizzate nell’Olimpo del cinema, ma che ben si sposano ai due protagonisti di questo film d’animazione. Se volessi osare ancor di più, potrei anche affermare che Wazowski somigli persino ad Orson Welles, perlomeno per il suo modo di “lavorare” così scrupoloso: basti pensare alla spassosa commedia teatrale rappresentata a fine film dal buffo “mostriciattolo” verde, scritta, diretta, prodotta e interpretata proprio da Mike Wazowski, una lavorazione alla Orson Welles, cineasta che curava ogni aspetto del proprio rappresentato e filmato, per l’appunto.

Diversi tanto nell’aspetto quanto nel temperamento, Sulley e Wazowski, da principio artefici dello spavento, diverranno artisti della risata. Quando una dolce bambina, Boo, verrà “trasportata” a Mostropoli, per Sulley e Mike comincerà una divertente ed entusiasmante avventura mediante la quale, noi spettatori capiremo come nelle differenziazioni sociali si possano scovare quei pregi che impreziosiscono le esperienze della nostra vita.

Noi tutti, nella nostra infanzia, abbiamo avuto paura di qualcosa. Non lo avevamo mai visto realmente il nostro mostro, ma eravamo fortemente convinti si nascondesse nell’ombra, pronto a balzare fuori non appena i nostri genitori avessero spento la luce. Il mostro sostava nella nostra mente, faceva breccia nei nostri sogni smorzandoli, deturpandoli, mutandoli in violenti incubi. Magari ad occhi aperti non riuscivamo a scrutarlo, ma i suoi passi risuonavano nelle nostre orecchie come tamburi, e i riflessi della sua essenza, intravisti durante il sonno, continuavano a stazionare negli angoli della nostra stanzetta. Ma di cosa avevamo realmente paura? Di restare soli? Del buio stesso? In verità, di tutto quello che albergava laggiù, oltre la nostra comprensione, celato alla nostra vista. I mostri che ci terrorizzano da bambini non sono altro che incarnazioni di paure incorporee che assumono le forme più disparate, come “mollicci” di Harry Potter neri e sudici. I bambini non temono alcun mostro, in verità, temono ciò che non hanno ancora potuto comprendere, il mistero. “Monsters e Co” ci offre, a mio giudizio, un’interpretazione particolare: imparando a comprendere l’inconsueto, potremmo smettere di averne repulsione.

Difatti, nulla è mostruoso e null’altro è “tossico”, nell’innocenza di Boo e nell’affettuosa mostruosità di Mike e Sulley: si rapportano due esistenze tanto diverse capaci, proprio per tale ragione, di arricchirsi vicendevolmente sul piano emotivo e sentimentale. La paura verrà pertanto annientata dalla conoscenza, dall’approccio tra due piani dell’esistenza fantastica, finalmente vicini e consapevoli delle rispettive nature. “L’angoscia”, strumento di sviluppo per Mostropoli, verrà omessa a favore dell’allegria, portata dai mostri nelle loro nuove vesti di giocolieri e mimi, in un’interazione con i bambini che genera gioia, un mezzo di sostentamento molto più proficuo della paura, poiché essa è emozione sincera, spontanea e spensierata.

Da piccoli, siamo tutti dei Capitan Uncino alle prese con l’avversione più feroce da sconfiggere, un coccodrillo. Lo stesso Randall, ironia della sorte, verrà scambiato per un alligatore in una delle sequenze esilaranti della pellicola. Entrato, involontariamente, in una casa sita a pochi metri da una palude, Randall verrà creduto un rettile famelico e scacciato via a colpi di pala da una madre alquanto protettiva.

La paura verrà sconfitta in quel momento, e con essa anche il coccodrillo che fugge via senza produrre verso alcuno.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Cyrano de Bergerac" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Solitario, nella notte, passeggiava col suo classico portamento fiero. Era un uomo di buon costume, elegante, vestito a modo, educato, distinto nei modi e garbato nei toni, così dava l’impressione d’essere, eppure quella scarpinata virtuosa faceva presagire un carattere indomito, forse attaccabrighe.  L’uomo in questione “calzava” sul capo un vistoso cappello adornato con piume d’uccello, dal quale si scorgevano fluenti capelli corvini che scendevano giù sino a lambire le larghe spalle. Celato dalle tese del cappello riverso su di un lato, permaneva per qualche attimo il suo volto, ornato coi baffi folti e il pizzetto incolto. Una mano sostava su di un fianco, l’altra era occupata a regger l’impugnatura di una spada da moschettiere, raccolta in un fodero stretto alla cinta di questo misterioso “cavaliere”.

Cyrano - 8 gennaio 1898

 

Da lontano, qualcuno, in maniera imprudente, vedendolo per la prima volta avanzare con passo altero, avrebbe anche potuto farsi l’idea di osservare la sagoma di un uomo tracotante. Mai prima impressione si sarebbe rivelata più errata. L’uomo suddetto era un guascone spadaccino, conosciuto col nome di Cyrano de Bergerac (Gerard Depardieu offrì una straordinaria interpretazione del Cyrano nell’omonimo film francese del 1990). L’andatura di Cyrano era altezzosa come il procedere di un nobile cervo, perché in quell’incedere tronfio egli faceva emergere lo sprezzante ardore del suo carattere audace e indomabile.  Il suo spirito non si sarebbe mai piegato ad alcun sopruso e, pertanto, egli lo manteneva all’insù, come a voler rimarcare costantemente il suo credo e il suo temperamento nell’innalzarsi oltre ogni mediocrità e sopra qualunque compromesso. Cyrano era solito volgere lo sguardo al cielo, a rimirare le stelle. Il chiarore promanato dalla luna infondeva lucentezza al suo animo, sino a folgorarlo con fulgida ispirazione. Era per tale motivo che, quando faceva sera, i versi poetici, i giochi di parole e le frasi forbite e argute del Cyrano fuoriuscivano in gran quantità dalla sua bocca, spinti dalla mano di una musa cristallina come la luce che scintilla nel cielo, rotonda e ammaliante, carica di sentimento e vigoria proprio come una luna piena al suo ultimo ciclo.

Per i più, Cyrano era un eroe romantico da ossequiare con riverenza. Ancor più che del suo atteggiamento apparentemente protervo, una cosa del suo aspetto non poteva mai passare inosservata. Com’è che si dice nel parlare comune quando vogliamo sottolineare che una determinata persona ha, tra le sue molteplici qualità, giudizio e intuito? Ah sì, diciamo che quella persona “ha naso”. E’ per tale ragione che credo fermamente che molti, tra coloro che conoscevano Cyrano, avranno detto, almeno una volta nella vita, che egli non poteva che vantare un’invidiabile perspicacia, mentre altrettanti suoi contemporanei avrebbero poi proseguito dicendo che egli aveva persino “giudizio”. Riesco io stesso a immaginare cosa si domandassero coloro i quali posavano uno sguardo, per nulla indiscreto, sul volto del nobile cavaliere: “avrà un gran fiuto per gli affari?” - E ancora, taluni si saranno chiesti - “dovrà pur avere un olfatto sviluppatissimo, tanto da riuscire ad avvertire un gradevole effluvio a grande distanza!”- . Ebbene sì, Cyrano aveva un naso alquanto proteso. Non era soltanto ingentemente “appuntito” come il terminale di una spada, o corposo come un tubero informe. Il suo naso era, invero, pronunciato, d’effetto, così come lo erano le sue straordinarie rime, e prorompente come il suo spirito straripante di vitalità. Leggendaria era la sua abilità come schermidore, mitizzata la sua dialettica con la quale si faceva beffe dei prepotenti e degli usurpatori del suo onore, ma, suo malgrado, ancor più famosa era la mole del suo naso.

  • Cyrano, il classico

All’apparenza, del suo stato peculiare Cyrano non se ne curava, ma quando giaceva in solitudine, a stento tollerava. Quella sua sporgenza nasale era oggetto di scherno ma anche occasione per ottenere rivalsa sui violenti, veicolo per vendicare gli insulti dei cruenti. Senza dar mai ai suoi nemici compiacimento, Cyrano, in gran segreto, sopportava un patimento. Deturpato da quel suo naso a piede che sempre d’un quarto d’ora, ovunque, lo precede, il guascone, a suo pronunciato, era consapevole di poter amare senza mai esser ricambiato. E infatti Cyrano amava, amava tanto profondamente da sentirsi impaurito, come se il suo animo si fosse incamminato nei meandri di un idillio, smarrito. Cyrano adorava, ma era inevitabile, la più bella, la più fine, colta e brillante, la più dolce e, a suo detto, la più signora, oh quante virtù, neanche fosse il vaso di Pandora. Colei che corrispondeva a una descrizione tanto dolce e carina era Rossana, sua cugina.  Ma lo spadaccino si guardava bene dal cadere in illusione, quale possibilità poteva mai avere? Con quella sua protuberanza non poteva nutrire alcuna speranza. Un sognatore per volontà lui era, ma altresì un anacoreta non per scelta, in un’esistenza coraggiosa ma assai modesta. Eppure, egli, in un modo o nell’altro, voleva esternare all’amata i suoi sentimenti, come fulgide parole per troppo tempo celate e, finalmente, non più inconfessate. Una sera speciale, Cyrano si era nascosto all’ombra di un cespuglio, fingendosi qualcun altro, e faceva echeggiare le sue parole, tracimate dal cuore, alla volta della balconata dove stava ad ascoltare la sua adorata.

Le sue rime si levavano dal basso e salivano verso l’alto come volessero prender d’assalto. Proprio nell’invisibilità Cyrano conquista la fanciulla, facendosi strada tra le tenebre, potendo contare solamente sui biondi capelli della ragazza, fiaccole accese in lontananza. Nascosto nel suo mantello, Cyrano diviene un’ombra che declama, Rossana l’eco di un’aurora che acclama.

Dietro un verso ed un parlato si occulta un amore mal celato. In fondo cos’è un bacio se non un apostrofo rosa messo tra un “t’amo”? Oh, quanto avrebbe voluto Cyrano dar consistenza a quell’apostrofo tanto mistificato, dando fine al suo proferire sulle labbra di Rossana, l’innamorata da lui venerata. In un corteggiamento sempiterno, il prode dà forma ad un’essenza intangibile. Quando Rossana scoprirà chi era il vero mandante delle lettere d’amore, l’artefice dei suoi sogni, si ravvedrà, nell’attimo in cui Cyrano morrà.

"CD" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

  • Roxanne, il moderno

In una particolarissima rilettura del “Cyrano” di Edmond Rostand, il prode spadaccino, oltre ad essere un raffinato poeta, un malinconico e inguaribile sognatore, un romantico funambolo della parola, è anche un vigile del fuoco. In “Roxanne”, lungometraggio cinematografico del 1987, Cyrano de Bergerac (Steve Martin) vive nella modernità del nostro tempo e si fa chiamare semplicemente CD. In città, tutti conoscono CD e lo stimano per la sua schietta spavalderia. CD vanta anch’egli, come da tradizione, un naso spropositato e sebbene finga di non dargli alcun peso, soffre della sua malformazione fisica. Egli indossa metaforicamente una “maschera”, fingendo d’essere una persona ironica e sicura di sé, mascherando così la sua mestizia interiore. Un bel giorno, in città giungerà la bellissima Roxanne (Daryl Hannah), la donna di cui CD si innamorerà perdutamente.

La pellicola segue la vicenda dell’opera teatrale originale ma dona al suo personaggio principale la gioia di un lieto fine. CD non porta alla cintola una spada. D’altronde, non è più uno spadaccino. Egli non risolve le sue dispute sfidando i prepotenti e infilzandoli al termine di una singolar tenzone. Non può più spingersi e infliggere il suo micidiale tocco sino al “fin della licenza…”, nelle sue nuove vesti trionfa sui truci con il solo potere della parola.

CD è un personaggio la cui arte oratoria costituisce un’arma tagliente che ferisce più di una spada affilatissima. Ma è il suo spirito malinconico ad essere maggiormente evidenziato in questa commedia impregnata di un magico quanto dolce lirismo. Egli vive nella rassegnazione, poiché crede che l’estro delle parole scritte e la delicatezza dei versi declamati non possano in alcun modo occultare i difetti esteriori. In altre parole, CD porta sempre con sé la paura che la sua purezza d’animo e la sua profondità intima non potranno mai superare, agli occhi dell’amata, la bizzarria del suo naso oblungo.  Con immenso stupore, invece, Roxanne ammetterà di ricambiare i sentimenti di CD, il quale realizzerà così il suo desiderio più grande: riuscire a farsi amare anche per il suo aspetto, per il suo vero essere.

Un destino non agguantato dall’originale Cyrano, caduto poco prima d’assaporare la tersa felicità in un agguato. Egli voleva vivere fortemente l’amore che il suo cuore da poeta agognava ardentemente. Sotto un raggio d’argento, quando Cyrano mirava un cavaliere passeggiare a braccetto con l’amata, egli, in egual maniera, desiderava camminare con la sua Rossana nel tondo della luna, non più con passo curato bensì sciolto, come quello di un innamorato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Modern family" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Tutti possono raccontare una storia realmente accaduta, pochi possono impreziosirla. Arricchire un accadimento con una facezia può sembrare un mero fronzolo. Invero romanzare il reale, infondendo in esso una forte connotazione fantastica, rende più affascinante il narrato.  Ne era consapevole un vecchio e saggio Istari. Molti anni or sono, Gandalf si trovava nella casa dell’Hobbit Bilbo Baggins, alla vigilia della partenza per Erebor, la montagna solitaria. Lo stregone si era appena accomodato vicino al camino col fuoco che scoppiettava, quando iniziò a raccontare al padrone di casa una storiella divertente, opportunamente “abbellita”. Stando alle parole del barbuto mago, il pro-pro-pro-pro-zio di Bilbo, Ruggitoro Tuc, aveva inventato, involontariamente, il gioco del golf. Avvenne che durante la battaglia di prati verdi, mulinò la sua mazza con tale forza da staccare la testa al re dei Goblin, la quale volò per 100 iarde, per poi rotolare nella tana di un ignaro coniglio. Bilbo non credette granché a quanto rivelato dal suo amico, ed insinuò che lo stregone dal cappello a punta stava, un tantino, inventando. Del resto tutte le migliori storie necessitano di un’infiorettatura, altrimenti assumerebbero l’aspetto di banali testimonianze, comuni aneddoti privi di alcuna inventiva autoriale.

Edward Bloom in “Big fish – Le storie di una vita incredibile” rievocava il proprio vissuto senza mai separarlo dal fantastico. La sua esistenza si intrecciava alla leggenda, la realtà al mito. I suoi occhi giovani guardavano un mondo veritiero ma lo miravano come se esso fosse un’irrealtà siffatta d’incanto. Così se il suo datore di lavoro pareva aggressivo come un lupo famelico, egli lo trasformava, nei suoi racconti, in un licantropo bavoso. Ogni storia dovrebbe essere farcita dalle parole di un fine narratore, abile nel mescolare tanto il vero quanto il figurato e il fantastico.

Alcuni, però, non apprezzano tali “ornamenti” narrativi, e gli stessi prediligono il “pratico” a discapito del “fantasioso”. E’ ciò che maggiormente demarca i sognatori dai realisti. L’eccentrico Cameron Tucker, uno dei protagonisti della serie televisiva “Modern family”, è solito raccontare bizzarre ed emozionanti storie che non sempre vengono credute dagli altri membri della sua grande famiglia. L’ultimo fattarello riguarda una piccola, grande impresa compiuta da “Cam” in gioventù: egli, a suo dire, riuscì una volta a lanciare una zucca da una sponda all'altra di un campo da football. La veridicità dell’accaduto divide la famiglia. Una parte di essa, animata da una vena speranzosa, vuol credere all’accaduto, un'altra, con un rassegnato cinismo, si rifiuta di farlo. Così Phil, Gloria e Cameron, i sognatori, decidono di replicare il fatidico lancio della zucca, sotto gli sguardi scettici di Jay, Claire e Mitchell, i realisti.

Il primo tentativo fallisce miseramente, ma la famiglia, nella sua totalità, non si arrende. I “visionari” insistono una seconda e anche una terza volta, coadiuvati, nel frattempo, anche dai “pragmatici”, i quali, coinvolti dall’estro e dall’entusiasmo dei primi, hanno scelto di credere in ciò che sembrerebbe solo apparentemente impossibile. “Sognatori” e “realisti” sono allegorie descrittive rese così vivide nell’episodio “Il lancio della zucca” da poter essere considerate un paradigma di base nella descrizione dei singoli personaggi di “Modern family”.

Nella situation comedy, sognatori e realisti siedono sul divano, talvolta insieme, talvolta soli, e rivolgono le loro attenzioni a coloro che osservano, silenziosi, il loro vissuto quotidiano. Gli spettatori divengono così i depositari delle confessioni intime e segrete dei protagonisti. I telespettatori hanno costantemente la sensazione di far parte del linguaggio espresso in questa apparente realtà, potendo carpire i sentimenti e persino gli accenni di sensazioni di ogni singolo personaggio.

“Modern family” è girato con la tecnica del falso documentario, e la camera che inquadra l’agire ignaro dei personaggi si tramuta in un occhio indiscreto, a tratti persino “impiccione”, che scruta sfrontatamente il gesto, il cenno, la movenza, nonché la benché minima espressione facciale di ognuno di loro. La camera, di rado, si mantiene ferma, cede al movimento, allo zoom improvviso, come fosse uno sguardo interessato che tenta di scrutare con l’accostarsi, travalicando i confini meta-televisivi.  Talvolta, i personaggi stessi si rivolgono alla camera, lanciando verso di essa un’occhiata partecipativa, che ricerca il coinvolgimento dello spettatore, come anche a richiederne il “parere”.

Un cast d’eccezione, forse il migliore mai scelto per una sitcom, valorizza una sceneggiatura impeccabile e sempre divertentissima, sino ad esaltare una regia e un montaggio curati in ogni particolare. “Modern family” è uno spaccato schietto ed adorabile della vita di ogni giorno di una famiglia occidentale allargata e in costante evoluzione. Alla vita quotidiana, con le sue difficoltà affrontate sempre con una verve esilarante, ma anche le sue periture gioie accolte con soddisfazione, viene riconosciuto un valore straordinario.

“Modern family” celebra l’importanza del nucleo famigliare. Ma cos’è la famiglia nel nostro XXI secolo? Di fronte ad una società che rischia di essere sempre più massificata, avvolta da tante evasioni negative, la famiglia possiede ed emana energie capaci di rendere l’uomo cosciente della sua dignità e d’inserirlo pienamente nel tessuto sociale. La famiglia deve servire da esempio per i più ampi rapporti comunitari all’insegna del rispetto, del dialogo e dell’amore.  Avere una famiglia, sia essa costituita da sognatori o realisti, significa possedere un bene inestimabile. L’eterno Peter Pan Phil, marito amorevole e padre affettuoso, è sposato con Claire, donna apprensiva e protettiva nei riguardi dei suoi figli, Haley, Alex e Luke. La bellissima, procace e generosa Gloria Delgado, mamma di Manny, è la seconda consorte di Jay Pritchett, patriarca della famiglia, padre di Mitchell e Claire, e uomo burbero, brontolone ma di buon cuore. Cameron, teatrale e sensibilissimo, è sposato col sarcastico Mitchell ed è padre di Lily, bambina vietnamita adottata dalla coppia nel primissimo episodio della serie. I sognatori, Phil, Gloria e Cam, hanno trovato le rispettive metà nei realisti.

Non è un caso, come tiene a precisare lo stesso Cameron: talvolta, nella vita di tutti i giorni, i sognatori s’intrattengono con i sognatori e i realisti incontrano i realisti, ma più spesso di quanto si creda accade esattamente il contrario. Sognatori e realisti tendono, infatti, a completarsi. Senza i realisti, i sognatori volerebbero troppo vicino al sole e le loro ali di cera rischierebbero di sciogliersi, facendoli precipitare rovinosamente al suolo. Così come gli stessi realisti, senza i sognatori, non riuscirebbero mai ad alzarsi da terra, rinunciando, sin dal principio, ad un’illusione scintillante che potrebbe tramutarsi in un obiettivo tangibile e, conseguentemente, di facile realizzazione.

Il racconto di quel particolare aneddoto richiamato da Gandalf ha portato Bilbo a prendere la decisione di unirsi alla compagnia di nani ed intraprendere così la più grande avventura della sua vita centenaria. Ancora, le tante rievocazioni rinarrate da Edward Bloom hanno permesso al figlio di ben comprendere col cuore il vissuto del padre, sempre in bilico tra veridicità e suggestione. E’ questo il vero potere della parola, del racconto autentico mescolato all’immaginato.

“Modern family” somiglia ad un grosso, denso libro, le cui pagine sono raccontate a dei lettori-ascoltatori attraverso una rapida confidenza sussurrata. Esso è un racconto che giace aperto con le pagine su di una vita vissuta nell’amore e nell’affetto famigliare, in cui la spensieratezza sognante e la prudente veglia si intersecano nelle emozioni e nel vissuto dei Dunphy, dei Pritchett e dei Tucker. Poco importa se la storia della zucca è del tutto vera o no, il miscuglio tra realtà e fantasia ha portato una famiglia ad avvicinarsi ulteriormente e a trascorrere in felicità un pomeriggio di fine ottobre, inseguendo la sua “chimera”.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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