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"Harry e Fierobecco" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • A cavallo di una nuova scopa e di un tempo che scivola liberamente via

Ancora una volta mi tocca iniziare a “battere a macchina” e a mettere giù le prime righe di questo mio testo partendo da un ricordo. Dovete perdonarmi ma non posso fare altrimenti. “Harry Potter” ha fatto così tanto parte della mia giovinezza che ogni qualvolta mi soffermo a pensare all’universo potteriano ecco che un momento andato, un frammento, un dettaglio, un particolare riemerge in me. Ebbene a proposito de “Il prigioniero di Azkaban” ricordo, piuttosto nettamente, la voce di un mio vecchio amico. Una voce vibrante che giungeva alle mie spalle di buon mattino. Avevo appena raggiunto il mio posto a sedere, mi ero scrollato di dosso la cartella quando udii quella voce che mi spronava a leggere più velocemente di quanto stessi facendo il terzo libro della saga. Dovevo essere, all’incirca, alla quinta elementare.

Emilio, te lo assicuro, Harry nel Prigioniero di Azkaban non ha più la Nimbus 2000” – Asseriva, quel dì, il mio caro amico.

Grazie tante per lo spoiler gratuito!” – Avrei senz’altro bofonchiato oggigiorno. Ma a quei tempi non badavamo molto a queste “quisquiglie”, alle anticipazioni svelate con totale trasporto e innocenza, ce le rivelavamo e basta. Sentendo la parola “spoiler”, in quel periodo, probabilmente avrei risposto: “Cos’è? Una malattia?”.

Ma non perdiamoci in chiacchiere, come stavo sostenendo poc’anzi, udendo quell’affermazione proferita dal mio compagno di scuola rimasi alquanto sorpreso. “Davvero?” – Domandai – “Niente più Nimbus?”.

Dovete sapere che a quei tempi io e la mia combriccola di amici eravamo un “tantinello” fissati con il Quidditch. Per questa ragione, scoprire che Harry non avrebbe più cavalcato la sua Nimbus ci aveva spiazzato.

Il mio amico, però, volle subito tranquillizzarmi. “Harry ne riceve una ancora più bella e più veloce, la Firebolt! Devi leggere più in fretta, Emilio, arrivare a dove sono arrivato già io”. Il mio amico, dunque, mi esortava ad accelerare la lettura.

I compiti per casa erano troppi però, in quei giorni. Faticai tanto ad arrivare al fatidico capitolo in cui Harry riceve da un “misterioso” donatore quel manico di scopa fiammeggiante e nuovo di zecca. Un regalo che, nel testo letterario, entusiasmerà Harry e Ron ma che desterà una certa preoccupazione in Hermione, che denuncerà il tutto alla professoressa McGranitt, litigando, e di brutto, con i suoi due migliori amici.

In quelle mattinate scolastiche rammento che il mio amico raggiungeva spesso il mio banco, domandandomi se fossi arrivato alla parte della “Firebolt”. Ed io, puntualmente, dovevo accampare una scusa. Non riuscivo proprio a leggere in quei pomeriggi. La matematica e la geografia mi rubavano troppo tempo e troppa memoria. Il sabato, però, tutto cambiava: riuscivo finalmente a riaprire “Il prigioniero di Azkaban” e a leggere avidamente. Arrivai in tal modo alla famigerata parte della Firebolt. Quanto era bello per noi bambini immaginare le fattezze di una scopa magica, in grado di librarsi in aria e sfrecciare come una scheggia, guizzando come una saetta. Per dei bambini come noi, allora, il manico da scopa del mondo di “Harry Potter” corrispondeva ad un mezzo di trasporto velocissimo, a un bolide, alla “motocicletta” più bella che si potesse desiderare, poi, in età adulta.

L’età adulta, già! Quando leggevo “Il prigioniero di Azkaban” non ero che un bambino e quando vidi il film, per la prima volta, avevo appena varcato la soglia delle scuole medie. In quegli anni, un po’ come tutti, non vedevo l’ora di crescere. Diventare subito grande. Il tempo scorreva lentamente. I giorni di scuola si avvicendavano con monotonia, con una certa ripetitività: compiti in classe, compiti a casa, interrogazioni alla lavagna e pomeriggi in cui cercavamo, con gli amici di sempre, di ritagliarci momenti di svago in cui poter giocare alla Playstation o, se la giornata lo permetteva, tirare quattro calci ad un pallone in uno dei cortili della zona. In quegli anni non ce ne accorgevamo, eppure il tempo, che sembrava fluire lento, avanzava invece a grandi passi.

In “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban” proprio il “tempo”, così fugace, vago, impalpabile, permea l’opera, l’avventura del trio di protagonisti nella sua interezza. Il tempo, già, il nemico di ogni bambino e di ogni adulto. Esso non ci dà pace, fin dalla nascita. Il più delle volte ci obbliga a starcene sul “chi va là?”, inducendoci a provare la sgradevole sensazione d’essere sempre un passo indietro, perennemente in ritardo rispetto ad un impegno preso, un obiettivo stabilito, un traguardo prefissato. Il Bianconiglio di “Alice nel Paese delle Meraviglie” avrebbe qualcosa da aggiungere a tal riguardo. 

Hermione Granger, in particolare, come tutti noi alla sua età, cercava di districarsi tra mille impegni. Ed il tempo non le bastava mai. Quelli della mia stessa generazione possono capire ciò che sto cercando di dire. Le giornate erano troppo corte, ci sfuggivano dalle mani troppo in fretta: la mattina a scuola, poi a studiare, e l’indomani ricominciava il tram tram quotidiano.

Vi faccio una confidenza: io ed un mio vecchio amico, durante gli anni delle elementari, avevamo l’abitudine di vederci ogni giovedì pomeriggio a casa mia per giocare ai videogiochi. Quanto ci divertivamo. Che fossero giochi di Star Wars, del Signore degli anelli, di Resident Evil, poco importava, ciò che contava era giocare. In alcune occasioni, tuttavia, l’appuntamento naufragava miseramente. Le incombenze per il giorno dopo erano troppe e di conseguenza la giornata scivolava tristemente via tra un problema di geometria e un esercizio di analisi logica. I momenti di distensione a cui speravamo di andare incontro diventavano una sola, ineffabile ora di gioco, in cui cercare di divertirci quanto più potevamo nei panni di due cavalieri Jedi che scorrazzano nei vari livelli e per tutta la galassia lontana lontana annientando droidi a più non posso.

Non eravamo padroni del tempo da bambini così come non lo siamo ora da grandi. Era difficile dedicare lo spazio opportuno al divertimento, specialmente se si aveva l’abitudine di mettere il dovere sempre prima del piacere, come i genitori erano soliti ripetere.

Anche Hermione soleva mettere il dovere davanti al piacere. Anzi, al suo terzo anno alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, la strega più brillante della sua età di piaceri e di divertimenti non ne voleva proprio sapere. Voleva seguire quanti più corsi di studio poteva. Pertanto, aiutata dalla professoressa McGranitt, Hermione trovò il modo di controllare il tempo, di eluderne la ferrea inflessibilità, il suo incessante progredire; scovò il modo di andare avanti e indietro, balzando da un’aula ad un’altra col favore dei secondi, ma che dico, dei minuti mandati a ritroso. Nessuno se ne accorgeva: Hermione spuntava all’improvviso.

Beh nessuno a parte Ron, si intende. Quasi inconsciamente Ron, che in aula sedeva sempre accanto ad Harry, era l’unico ad avvertire l’assenza di Hermione. Ne sentiva involontariamente la mancanza. Chissà come mai!

Non appena udiva la voce squillante della fanciulla, Ron drizzava le antenne e le chiedeva: “Da dove spunti fuori?”.

Che vuoi dire, Ronald, sono sempre stata qui!” – Tuonava Hermione, senza dare adito ad alcuna contraddizione.

Questo accadeva tutti i giorni, con un susseguirsi ritmato come l’oscillare di un pendolo. Hermione compariva di punto in bianco.

Quando è arrivata? Tu l’hai vista arrivare?” – Domandava Ron ad Harry, il quale alla presenza o meno di Hermione non faceva poi tanto caso.

Al collo, Hermione portava una lucente collana. Un oggetto magico in grado di custodire l’essenza stessa del tempo, di riavvolgere le lancette dell’orologio, di capovolgere nuovamente la clessidra e infondere nuova sabbia in essa, giusto la quantità che bastava per guadagnare ben più di qualche attimo, utile per raggiungere la classe in cui si sarebbe svolta la lezione successiva.

Pensate se anche noi, da ragazzini, avessimo avuto fra le mani una GiraTempo. Quante cose avremmo potuto fare? O per meglio dire, quanti disastri avremmo potuto combinare! Non eravamo di certo diligenti e accorti come lo era Hermione. Avremmo sicuramente sfruttato quel congegno per guadagnare ore in più di svago e non certo ore in più di studio come era solita fare la strega più brillante della sua età. Sarebbe stato bello e pericoloso possedere fra le mani un gingillo del genere. Peccato che nel mondo reale la GiraTempo non sia mai esistita.

Ma in fondo era giusto così, il tempo non può essere fermato né dominato da noi esseri umani. Deve scorrere liberamente, com’è sempre stato.

  • Saggezza egizia

All’alba di ogni nuova avventura, come di consueto, Harry alloggia al numero 4 di Privet Drive. Una sera, il ragazzo non ne può proprio più di tollerare i soprusi dei Dursley. Dopo una furibonda lite in cui il giovane trasforma la sorella dello zio Vernon, Marge, in una specie di mongolfiera vivente che galleggia, alla deriva, in quell’oceano di stelle che solitamente chiamiamo cielo notturno, Harry raccoglie le sue cose e se la svigna per le vie cittadine.

E’ scesa la sera, ed Harry si sente osservato. Qualcosa, o qualcuno, lo sta spiando al di là di un cespuglio, oltre il ciglio della strada. Harry non ha modo di intravedere nulla. Pochi istanti dopo, infatti, il giovane si imbatte nel Nottetempo, un autobus a tre piani per maghi che lo conduce alla locanda Il Paiolo Magico. Qui Harry riabbraccia i suoi due migliori amici, Ron Weasley ed Hermione Granger. Ancor prima di scorgerli, Harry li sente battibeccare, come sono soliti fare di frequente, e sulle sue labbra si accende subito un candido sorriso. D’altronde si sa, Ron ed Hermione non fanno altro che bisticciare.

Stavolta Ron accusa Hermione di non saper badare al suo nuovo animale da compagnia, un gatto che la ragazza ha battezzato con il nome Grattastinchi. Il gatto di Hermione è molto interessato all’animale domestico di Ron, il topo Crosta. Beh, nulla di sorprendente. Da che mondo e mondo i gatti hanno sempre tentato di predare i topi e Grattastinchi non vuole essere da meno.

Di fatto, il felino non fa che dare la caccia al roditore. Desidera afferrarlo con le sue unghie retrattili? Divorarlo, forse? Ron ne è convinto e non fa che rinfacciarlo ad Hermione.

I tre amici, riunitisi, cominciano a dialogare, a raccontare tutto ciò che non avevano avuto modo di dirsi durante l’estate. Ron parla ad Harry della sua vacanza in Egitto, e gli mostra una fotografia che ritrae tutta la sua famiglia.

Approfittando dell’argomento, Hermione - che si è tanto affezionata a Grattastinchi - fa notare a Ron che gli antichi egizi veneravano i gatti. Ed era vero. I gatti, nella cultura egiziana, erano considerati animali sacri, con tratti divini. Il gatto era sacro al Sole e a Osiride, mentre la gatta alla Luna e a Iside. Gli egiziani avevano addomesticato i gatti e li tenevano nelle loro dimore come animali da compagnia. Verso di essi nutrivano una forma di rispetto e di devozione assoluta. Gli antichi egizi notavano come i gatti, in casa, avessero un atteggiamento mansueto e al contempo protettivo nei riguardi della famiglia che li aveva accolti. Proprio per queste loro caratteristiche, gli egiziani cominciarono a considerare la dea Bastet come una divinità protettrice, una monarca venerabile, una buona madre, la quale veniva spesso raffigurata insieme a dei cuccioli di gatto. Bastet possedeva un corpo da donna e un volto felino, rassomigliante ad una leonessa o ancor di più proprio ad una gatta.  Un amuleto di Bastet, attorniata da un nugolo di gattini, era frequentemente indossato dalle donne egiziane che desideravano una gravidanza. I cuccioli raffigurati nell’amuleto corrispondevano ai figli che la donna sperava di generare. Inoltre, i gatti venivano particolarmente apprezzati dagli egiziani poiché cacciavano i disgustosi roditori, come i topi e i ratti, portatori di pestilenze e di malattie gravi.

Grattastinchi, nel racconto di J.K. Rowling, sembra possedere una saggezza arcana, istintiva, quasi divina, la stessa saggezza che gli antichi egizi attribuivano a tutti i gatti. L’animale di Hermione pare infatti consapevole che dietro l’aspetto da topo comune di Crosta si nasconda qualcos’altro.

Grattastinchi non dà la caccia a Crosta semplicemente perché è un topo, una preda che fa gola ad un predatore come lui. Grattastinchi tenta in ogni modo di acciuffare Crosta, di ferirlo, perché sa che esso non è ciò che appare, non è un comunissimo ratto bensì un Animagus, un essere umano trasformatosi in animale. Grattastinchi sembra anche consapevole che quell’essere umano che si nasconde assumendo la forma di topo è un essere viscido, crudele, meschino e pericoloso e tenta di farlo notare anche agli altri. Hermione ha quindi ragione nel far presente a Ron che gli antichi egizi erano soliti venerare i gatti proprio perché il suo stesso gatto possiede quell’aura di misticismo, di intelligenza sopraffina, di intuito, che il popolo egizio attribuiva a questi animali, fieri e superbi. Grattastinchi vede e fiuta ciò che sfugge ai sensi degli esseri umani, perfino dei maghi.

  • Spettri dell’Anello, Spettri della Paura

Durante la permanenza del trio presso Il Paiolo Magico Harry viene a sapere che un certo Sirius Black è fuggito dalla prigione di Azkaban e che quest’ultimo, servo di Lord Voldemort, potrebbe essere sulle sue tracce. Poco dopo, Harry, Ron ed Hermione salgono sul treno diretto ad Hogwarts. Durante il tragitto, l’Espresso subirà una sosta non prevista e un viaggiatore inaspettato salirà a perlustrare i vagoni.

Tempo addietro, quando scrissi un lungo articolo dedicato al “Signore degli anelli”, descrissi i Nazgul, gli Spettri dell’Anello, usando le seguenti parole: vi erano una volta nove re degli uomini. Ad essi Annatar, il menzognere, elargì nove anelli del potere. Offuscati dal desiderio di averli, gli uomini li presero e lentamente vennero consumati dall’Unico. La corruzione patita dissipò le loro volontà, la tentazione subita logorò ciò che restava delle loro anime, la forza promanata da Sauron li genuflesse, corrodendo i loro aspetti umani. Nulla restò di questi se non contorni scheletrici ed incorporei, margini scarnificati, quasi astratti. I grandi re degli uomini caddero, smarrirono la libertà, perdettero le loro sembianze.

I Nazgul provengono dal regno delle ombre, calcano ancora il terreno dei viventi pur essendo morti, ma non calpestano il suolo dell’aldilà malgrado siano trapassati, come se fossero prigionieri di una stasi perpetua. I Nazgul sono spettri senza faccia, privi di alcuna fisicità, fantasmi lugubri, parvenze offuscate, essenze stigie. Il loro corpo è impalpabile ma il mantello che indossano come un solo indumento dà forma intuibile alle loro invisibili fattezze. Dove un Nazgul poggia le proprie mani, rivestite da guanti argentei, lascia l’impronta della deformazione. Al passo di uno Spettro, la terra si ritira, rigurgitando vermi e strani insetti. Gli Spettri emettono suoni striduli, penetranti come urla di tormento, si muovono in sella a cavalcature nere, dagli occhi rossi, e sono armati con spade affilate e pugnali Morgul avvelenati. Se si osasse guardare nello spazio libero del cappuccio che poggia sulle loro teste si vedrebbe l’abisso, le tenebre di un vuoto senza esito. Tuttavia, essi possiedono quello che resta della loro corporalità sebbene sfugga alla vista umana. Quando Frodo, uno dei protagonisti del racconto di Tolkien, li incontrerà e metterà l’Anello, riuscirà a scorgere i volti ossuti, scarni, macilenti di tali morti. 

I Dissennatori somigliano, in parte, agli Spettri dell’Anello. Essi potrebbero essere descritti come spettri della paura, spiriti dalla forma oscura che si nutrono di terrore, di tristezza, voraci di dolore, ghiotti di traumi. Quando un Dissennatore avanza lascia intorno a sé un alone di vuoto, una sensazione di gelo, di freddezza assoluta, come se la stessa presenza della creatura estirpasse dal luogo ogni parvenza di vitalità, ogni barlume di colore. I Dissennatori hanno un volto occultato da un manto nero come la pece, la loro bocca si schiude come una voragine che cede nel nulla, verso una fauce di vuoto abissale che inghiotte ogni anelito di speranza. Essi succhiano via il soffio della felicità, ogni umana emozione dal corpo della loro preda. Se i Nazgul vivono per servire il loro padrone e rispondono costantemente al richiamo dell’Unico Anello, vagando come anime dannate, impronte sfocate che si esprimono con voci spezzate, stanche, come se la loro forza vitale fosse stata strappata via ed essi si trascinassero a fatica, simili ad anime spente, i Dissennatori, al contrario, non servono alcun padrone, errano, certamente rispettando gli ordini del Ministero della Magia, eppure si comportano come l’istinto suggerisce loro, attratti dal timore, eccitati dalla possibilità di nutrirsi della sofferenza altrui. Essi sono portatori di un’atmosfera algida, di un inverno eterno, in cui non può nascere e crescere alcuna nuova forma di esistenza se intendiamo la vita come un insieme di emozioni, sentimenti, sensazioni vivide.

Harry, Ron ed Hermione si imbatteranno in un Dissennatore durante il loro viaggio verso il castello: è lui il misterioso viandante salito sull’Espresso per Hogwarts. Questi, fiutando la ferita che pulsa, sopita, nei ricordi di Harry, attaccherà il ragazzo, sfamandosi di quell’urlo straziante che riecheggia nelle memorie addormentate di Harry: il grido di sua madre, che chiama a sé il suo unico figlio poco prima di morire. Il Dissennatore si abbevera da quella fonte di tormento, aspirando l’angoscia dal viso ma ancor di più dal cuore di Harry. Sarà un mago, il professor Lupin, a respingere l’assalto del Dissennatore tramite l’Incanto Patronus.

  • Fierobecco e Pegaso

Il terzo anno di Harry inizia, dunque, con un’esperienza traumatica. Il maghetto, ormai un ragazzo, entra in contatto con una paura atavica, difficilmente descrivibile, potente, incarnata dal Dissennatore e da tutto ciò che esso fa scaturire.

Cominciati i corsi di studio, Harry ha modo di frequentare un’interessantissima lezione di Cura delle Creature Magiche del professor Hagrid. Il guardiacaccia di Hogwarts ha modo di presentare ai suoi studenti un magnifico animale: un ippogrifo, chiamato Fierobecco. L’ippogrifo è una creatura altera e orgogliosa, ma altresì docile e accomodante se le viene riservato un atteggiamento rispettoso e gentile. Hagrid spiegherà ad Harry cosa dovrà fare per interagire con un animale tanto elegante e speciale: procedere lentamente verso di lui e inchinarsi con riverenza. Se l’ippogrifo risponderà all’inchino, allora Harry avrà instaurato con la bestia alata un’interazione amichevole e fiduciosa.

Con un comprensibile timore, Harry farà quanto indicato da Hagrid e camminerà verso Fierobecco, prostrandosi dignitosamente al suo cospetto. L’ippogrifo risponderà al saluto del giovanotto.

Incoraggiato e letteralmente spinto da Hagrid, Harry, senza alcun preavviso, monterà in sella a Fierobecco e lo cavalcherà. L’ippogrifo spiegherà le sue grandi ali e librerà oltre il suolo. La creatura porterà Harry a compiere un giro emozionante per tutta Hogwarts.

E’ un momento meraviglioso, il primo, forse, in cui Harry si sente veramente libero e spensierato, leggero come una piuma, felice di sentire il vento accarezzargli il viso. Mentre Fierobecco vola a tutta velocità, planando vicino al Lago Nero che delimita i confini del castello, accarezzando lo specchio d’acqua con la sua zampa, Harry sorride come mai aveva fatto prima di allora.

Nel precedente articolo su “La camera dei segreti”, verso la parte finale, paragonai Harry a Perseo, l’eroe della mitologia greca che affrontò la gorgone Medusa, un essere in grado di pietrificare chiunque ricambiasse il suo sguardo. Harry, durante la sua seconda avventura, stava sfidando il Basilisco, che era anch’esso in grado di uccidere con lo sguardo o di pietrificare chiunque avesse guardato i suoi occhi, sia pure in un riflesso.

Perseo era solito cavalcare un cavallo alato, Pegaso. Lo stesso cavallo alato prestò i propri servigi anche ad un altro eroe della mitologia, Bellerofonte, quando questi dovette combattere e uccidere la Chimera, un mostro dall’aspetto terrificante, una sorta di miscellanea tra vari animali. Secondo Esiodo, la Chimera era infatti un miscuglio di fiere diverse: essa aveva il corpo di leone, la testa di capra ed una coda di serpente. Secondo Omero, invece, la Chimera aveva la testa di leone, il petto di capra e la coda di drago, ed era persino in grado di espellere vampe di fuoco dalla bocca.

Durante quel frangente de “Il prigioniero di Azkaban”, quando Harry giace in sella a Fierobecco, il personaggio cardine del racconto di J.K. Rowling non sta di certo affrontando un mostro mitologico, al contrario sta “semplicemente” volando, sciolto e disinvolto, come non lo era mai stato. Eppure, in quegli attimi, Harry somiglia al protagonista di un mito. Come i due eroi greci, il mago vola su di una creatura alata, quell’ippogrifo che in virtù della sua apertura alare così vasta ricorda Pegaso, la cavalcatura fedele a Perseo e a Bellerofonte: due eroi che erano soliti sfrecciare in sella ad un cavallo alato tra cielo e mare, oltre le stelle, fino alle costellazioni.

In groppa a Fierobecco, Harry si lascia andare ad un urlo liberatorio, allargando le braccia, distendendole, come se volesse catturare con le sue mani quell’aria astratta e impalpabile come il tempo che scappa via. 

  • …Se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera

L’impronta giallista di J. K. Rowling, preponderante nei primi due libri della saga, verrà mantenuta anche nel terzo romanzo di Harry Potter. Anche al suo terzo anno scolastico, il mago, insieme ai suoi due amici Ron ed Hermione, dovrà compiere un’indagine e risolvere un mistero: dove si nasconde Sirius Black e quali sono le sue reali intenzioni?

Nel progredire del film, Harry verrà a sapere che il topo Crosta altri non è che Peter Minus, il vero traditore, colui che consegnò i Potter a Lord Voldemort. Harry scoprirà altresì che Sirius, il migliore amico di James Potter, era sempre stato innocente e che fu incastrato da un tragico equivoco. Sirius è legalmente il padrino di Harry: per il ragazzo, quel prigioniero fuggito da Azkaban è l’unica, vera famiglia che gli rimane.

Durante lo svolgersi delle vicende, Harry, Ron ed Hermione scopriranno anche che il professor Lupin, amico di lunga data di Sirius e dei genitori di Harry, è in realtà un lupo mannaro.

Un’antica poesia eternata nel classico lungometraggio della Universal “L’uomo lupo” recita quanto segue: “Anche l'uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l'aconito, e la luna piena splende la sera”.

Il professor Lupin era un uomo dal cuore puro, un’anima buona condannata a divenire una creatura dannata e maledetta allo scoccare di ogni plenilunio. Come la stessa Hermione avrà modo di precisare nel bel mezzo di una lezione di Difesa contro le Arti Oscure, la differenza tra un Animagus ed un licantropo è netta: un Animagus è un essere umano che sceglie volontariamente di diventare un animale e mantiene il controllo sul proprio agire, un lupo mannaro, invece, non ha scelta ed inoltre non ha alcun controllo sul proprio comportamento: attaccherebbe il suo migliore amico se lo trovasse una volta trasformatosi.

L’opera del 1941 “L’uomo lupo” rivisitò il mito del lupo mannaro: il personaggio cardine di questo racconto visivo, Larry Talbot, viene morso da un licantropo mentre cerca di salvare una donna dall’assalto del mostro. Larry non ha più alcuna possibilità di salvezza: al sopraggiungere del successivo plenilunio, questi si trasforma in un lupo bipede.

Nei racconti tradizionali un uomo affetto da licantropia è costretto, durante le notti di luna piena, a tramutarsi in un famelico lupo e rimanere tale sino allo spuntare delle prime luci dell’alba. Secondo la tradizione, durante la trasformazione, l’essenza umana svanisce, il malcapitato non ha più il controllo su di sé, il corpo si deforma, assumendo un aspetto raccapricciante. Emerge tutta la sua ferocia. Al risveglio, l’essere affetto da una tale alterazione morfologica non ricorda nulla di ciò che è avvenuto; vi è quindi un’astrusa linea di demarcazione che separa l’uomo dall’animale. Entrambi coesistono in un corpo divergente, e nessuno dei due ha il predominio sull’altro.

Qualcosa di simile accadrà anche durante l’avventura di Harry. Lupin si trasformerà, in una notte di luna piena, in licantropo e attaccherà il suo migliore amico, Sirius, prima della venuta dei Dissennatori.

La trasformazione di Lupin in lupo mannaro nel film di Alfonso Cuarón avviene improvvisamente. Hermione si accorge per prima che lassù, nella volta celeste, la luna brilla nella sua pienezza. Lupin la osserva, restandone inorridito: essa è la sua paura più grande. Il film lo aveva mostrato, qualche sequenza prima, durante una lezione che lo stesso professore stava tenendo in aula con un molliccio, un essere in grado di assumere l’aspetto delle nostre paure più recondite. Dinanzi alla sagoma di Lupin, il molliccio era divenuto un disco opalino, sfiorato da un soffice lembo di nuvola grigia. La luna piena era la paura più grande di Lupin, un terrore che doveva affrontare ogni mese.

Quella notte, la luna si stagliava dinanzi al suo sguardo: la camera di Cuarón indugia sull’occhio di Lupin che muta immediatamente la propria iride. Lupin entra istantaneamente in uno stato di trans, non si rende più conto di ciò che accade attorno a lui. Il suo corpo inizia a degenerarsi, il suo volto si allunga, le sue braccia divengono zampe munite di artigli. Una trasformazione dolorosa ma rapida e per questo diversa da quella mostrata in un classico del cinema horror: “Un lupo mannaro americano a Londra”. In quest’ultimo film, il povero David, aggredito un mese prima da un licantropo, si trasforma improvvisamente, mentre si trova da solo in casa.

David urla di dolore, poiché per gran parte del tempo resta cosciente. Egli osserva, terrorizzato, la sua mano diventare una zampa lunga e mostruosa, con unghie affilate. Osserva poi il proprio corpo irrigidirsi, venire ricoperto da una folta peluria, trasformarsi per assumere un’andatura da quadrupede. Il povero David è consapevole e vigile e non può far altro che subire l’atroce supplizio della mutazione. D’un tratto, egli perderà coscienza, divenendo un licantropo a tutti gli effetti.

Un lupo mannaro americano a Londra” mostra lentamente la fase della trasformazione, soffermandosi su ogni minuzia, rimandando agli spettatori un senso di angoscia, di intollerabile sofferenza fisica. In “Harry Potter e il prigioniero di Azkaban”, l’intento di Cuarón non è certamente quello di trasmettere il senso di dolore a cui va incontro Lupin. La trasformazione, seppur dolorosa, avviene repentinamente. Lupin, divenendo un licantropo, fa, suo malgrado, precipitare gli eventi: permette a Peter Minus di darsela a gambe, ferisce gravemente Sirius e favorisce la venuta delle “guardie di Azkaban”. La trasformazione di Lupin è un espediente narrativo usato dalla Rowling per capovolgere la vicenda, per complicarla, per impedire ad Harry e Sirius di provare l’innocenza di quest’ultimo; un evento sfortunato, inatteso e impossibile da impedire.

  • L’elemento tempo

Per tutto il film, il “tempo” inteso come elemento astratto eppur percettibile pare assumere una valenza propria, sembra comparire di tanto in tanto e scandire il succedersi degli eventi.

Subentrato al timone per questo terzo adattamento cinematografico, il regista messicano - come fatto già da Columbus nei due film precedenti - mostra l’avanzare dei mesi ad Hogwarts, l’alternarsi delle stagioni, ma lo fa in un modo diverso.

Columbus mostrava la venuta dell’autunno e dell’inverno attraverso le ricorrenze festive. Le zucche di Halloween che volteggiavano nella Sala Grande esprimevano l’arrivo della suddetta festività, e dunque la fine del mese d’ottobre.

Hagrid che trascinava un grosso albero in un terreno imbiancato al cospetto di un castello ricoperto di neve suggeriva agli spettatori l’avvento dell’inverno più fitto. La Sala Comune di Grifondoro, piena di regali e la Sala Grande con l’albero addobbato testimoniavano all’unisono il sopraggiungere del Natale.

Cuarón non si sofferma sulle festività, non crea quella incantevole atmosfera che Columbus rendeva tanto marcata e splendida, eppure il regista messicano nel suo “Il prigioniero di Azkaban” riesce comunque a bisbigliare agli spettatori l’avvicendarsi dei periodi, il cambio delle stagioni. Cuarón lo fa attraverso il Platano Picchiatore. Le foglie ingiallite che scendono giù dai rami mentre l’arbusto assesta i suoi colpi aggressivi raccontano che l’inverno è alle porte. Poi, di seguito, la naturale fioritura a cui andrà incontro lo stesso Platano indicherà che l’inverno è agli sgoccioli e sta per arrivare una nuova stagione, quella in cui la natura tutta si risveglia: la primavera.

Il tempo passa sotto i nostri occhi, l’anno scolastico fiorisce e incede senza che ce ne rendiamo conto. Il tempo permea tutto il racconto visivo: la torre dell’orologio che si erge nel cortile di Hogwarts con i suoi ingranaggi, il suo ticchettare, e con quel suo ampio e tondeggiante pendolo che cala giù e oscilla ora a destra ora a sinistra, simboleggia il trascorrere inesorabile del tempo, ritmando i secondi, cadenzando gli istanti.

Nella parte finale della storia, Harry ed Hermione compiranno un autentico viaggio all’indietro nel tempo, attraverso il congegno portato al collo dalla fanciulla. Grazie a questo viaggio, i due si renderanno conto d’essere stati loro stessi i responsabili di molte delle azioni già vissute.

Nel tempo concepito dalla Rowling tutto è già successo, nulla può essere cambiato o alterato. Harry e Hermione salveranno Fierobecco e, in particolar modo, lo stesso Harry avrà modo di scoprire d’essere lui stesso l’artefice della salvezza di Sirius, respingendo i Dissennatori con il suo Patronus, che assumerà la forma di un cervo, l’animale in cui era solito trasformarsi suo padre, “Ramoso”.  Harry ed Hermione capiranno, dunque, di non aver mutato il corso degli eventi ma d’essere stati comunque loro stessi i fautori di tutto. Un paradosso temporale che porta i protagonisti a prendere una maggiore consapevolezza circa il destino, che essi “scrivono” e delineano con le loro stesse azioni. Quando Harry si rende conto che non è il suo defunto padre a tornare dal regno dei morti e a salvarlo ma è egli stesso a salvarsi avviene nel cuore del protagonista un cambio di prospettiva, una rinascita, la presa di coscienza che è la sua stessa forza, il suo coraggio a dileguare le tenebre. Scacciando i Dissennatori, Harry allontana l’inverno personificato da essi, giungendo ad una primavera personale fatta di rivelazione, di maturità, di accettazione, l’avanzata del tempo e della crescita.

  • Ad Hogwarts piace cambiare

Il regista messicano imprime il suo stile e la sua personalissima visione al mondo di “Harry Potter” in questo terzo capitolo, in cui si inizieranno a scorgere dei sottili quanto vistosi cambiamenti. Per prima cosa, Cuarón interverrà sulla scenografia, modificando parte dell’assetto di Hogwarts. La zona su cui sorge il Platano Picchiatore sarà diversa da quella intravista nel film precedente, e perfino la zona in cui è ubicata la casa di Hagrid viene cambiata; la dimora del guardiacaccia sorge ora alle pendici di una lunga discesa.

Questi cambiamenti creano un problema di continuità con i due capitoli precedenti, ma contribuiscono a plasmare uno stile scenico diversificato e accattivante.

Al contempo, un cambiamento significativo che avviene a partire da questa terza trasposizione riguarda il personaggio di Albus Silente. La morte improvvisa di Richard Harris, il primo e indimenticabile volto del Preside di Hogwarts, costrinse la produzione ad effettuare un nuovo casting e a scritturare per quel ruolo Michael Gambon, che nella sua prima apparizione manterrà la leggerezza e la stravaganza del Silente letterario, ma che a partire dal lungometraggio immediatamente successivo muterà totalmente tono e approccio interpretativo, risultando sovente un Silente lontano dalla sua controparte cartacea: aggressivo, rabbioso, impaziente, a tratti perfino feroce. Richard Harris nei primi due film della saga aveva catturato completamente l’essenza del personaggio.

Harris era un interprete di altissimo profilo e aveva colto la calma, la quiete, l’aspetto più flemmatico e ironico del Preside di Hogwarts. Il modo di comunicare del Silente di Richard Harris, pacato, e il modo di guardare gli altri, al di là di quei suoi occhiali a mezza luna, usufruendo di uno sguardo buono, rassicurante, saggio, di chi la sa lunga, erano tratti distintivi del Silente letterario che Harris riuscì a fare suoi e ad incarnare sullo schermo. Se solo il suo stato di salute gli avesse concesso la possibilità di poter continuare a interpretare quella parte, Harris sarebbe stato certamente in grado di palesare l’altro volto di Albus Silente: quello più tormentato, nonché il suo lato più vigoroso in combattimento. 

La fotografia adoperata da Cuarón ne “Il prigioniero di Azkaban” è leggermente più plumbea, in linea con una storia che vira su un principio di maturità, di crescita, contornata da vicissitudini più drammatiche e creature più sinistre come i già citati Dissennatori che presidiano i confini di Hogwarts come tetri fantasmi con neri cappucci e mantelli. Nonostante ciò, la fotografia appare abbastanza luminosa, ancora coerente con quella usata precedentemente da Columbus. Dal quarto lungometraggio la fotografia si farà sempre più oscura, svuotata dalla sua tavolozza di colori, tanto da risultare fin troppo difforme, buia e pesante per i miei gusti.

"Sirius Black" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Il culmine

Il film di Alfonso Cuarón costituisce quello che, a mio giudizio, è l’apice della saga cinematografica di “Harry Potter”. Sebbene i romanzi manterranno per tutti e sette i tomi lo stesso livello qualitativo e la trama andrà sempre più a contestualizzarsi, il terzo film cinematografico rappresenta il momento apicale, il culmine di una “trilogia” di trasposizioni eccellenti firmate Columbus e Cuarón. A partire dalla quarta pellicola, comunque validissima, accadrà qualcosa. I film di Harry Potter risentiranno sempre più della difficoltà di trasporre su di un “nastro di celluloide” romanzi più densi e complessi e, allo stesso tempo, lo stile registico si farà più freddo, meno magico, meno sorprendente, più schematico e distaccato.

Nelle pellicole successive cominceranno a venire omesse parti fondamentali della storia di Harry Potter a favore di momenti meno incisivi. Sebbene l’epopea cinematografica si manterrà sempre su buoni livelli, dal “Calice di Fuoco” la saga vivrà di alti e bassi, lasciando spesso la sensazione che si potesse fare di più, che si potessero trasporre meglio molte delle parti più appassionanti dei libri. Ma di questo ne parleremo in seguito.

Il prigioniero di Azkaban” costituisce il culmine di una saga iniziale, uno spartiacque tra il profumo festoso e magico dei due film di Columbus e una nuova atmosfera più seriosa e compassata, direi cupa, che coincide con il principio della maturazione dei protagonisti.

  • A cavallo di una scopa e di una libertà invisibile

Il film di Cuarón si conclude prendendosi una libertà autoriale. Nella sequenza finale, Harry riceve in dono da Sirius una nuova scopa: la Firebolt. Invero, nel libro Harry la riceveva molto prima, in quel capitolo che citavo all’inizio di questo mio elaborato e che il mio vecchio amico di infanzia voleva che leggessi al più presto.

Una scelta personale di Cuarón, che decide di far calare il sipario sul lungometraggio mostrando Harry che sfreccia sulla sua nuova scopa con la lestezza di un fulmine. Harry riassapora quel senso di libertà che aveva avvertito quando si trovava in sella a Fierobecco.

Il mago vola in alto, sempre più in alto, supera la sommità del castello, urla di gioia, avvolto da quel senso di leggerezza, di libertà che sfugge al nostro sguardo ma che noi tutti cerchiamo senza mai trovarlo.

In quel volo e in quell’urlo che rilascia mille emozioni terminano i ricordi della mia infanzia legati ad Harry Potter, quelli intensi e abbaglianti come un Flipendo scagliato da un Harry minuto, agghindato con le vesti della casa di Grifondoro.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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  • Libri nascosti e focaccine

Erano stravaganti, particolari, bizzarre, decisamente originali e le adoravo proprio per questo. Avevano piccoli dettagli sparsi qua e là, sottili rimandi al canovaccio o a parte della storia, per il resto erano illustrazioni uniche, interpretazioni personalissime ed eccentriche. A cosa mi sto riferendo? Ma alle copertine dei libri di Harry Potter, naturalmente.

Lo pensavo fin da bambino, fin dal momento in cui le vidi per la prima volta. La copertina de “La pietra filosofale” era bellissima. Strana e bellissima. In quella raffigurazione, Harry portava un curioso cappello sul capo, a forma di testa di topo. Dinanzi a lui, vi era una grossa scacchiera con alcune pedine pronte a muoversi autonomamente. Harry teneva una mano vicino al viso, al mento per la precisione. Era come se stesse meditando: era stato catturato in una posa riflessiva, probabilmente stava ponderando se assestare effettivamente la mossa che aveva pensato oppure osarne un’altra. Le quattro pedine disposte sulla scacchiera sembravano muoversi da sole, il “re” barbuto pareva, ai miei occhi di bimbo, prossimo ad avanzare in una direzione scelta a caso, la torre, invece, pronta a collassare su sé stessa, forse stanca dal troppo attendere d’essere chiamata in gioco.

Era una copertina bislacca quella. Possedeva alcuni elementi riguardanti le vicende del libro, la sfida agli scacchi, ad esempio, che avrebbe visto Ron protagonista, e poi c’era il profilo di un grosso topo steso accanto ad Harry. Un ratto di bell’aspetto, che, forse, voleva richiamare con le sue fattezze il topo che lo stesso Ron era solito portarsi appresso. Qualche dettaglio della narrazione, appunto, però era tutto così incerto, confuso, per non dire grottesco in quella rappresentazione.

In realtà, vi era una spiegazione logica: l’illustratrice delle prime, storiche copertine di Harry Potter sapeva ben poco della trama del libro. Le avevano fornito giusto qualche minuzia, qualche appunto, senza dirle di più. Le avevano riferito qualcosa del genere: la storia parla di un maghetto con gli occhiali (all’inizio non le dissero neppure che Harry portava le lenti), gli studenti apprendisti stregoni possono portare con loro alla scuola di magia un animale domestico, e ad un certo punto, nella parte finale di tutta la vicenda, c’è una singolare partita a scacchi. L’illustratrice, con queste inezie che aveva a disposizione, si mise ad elaborare una raffigurazione che poi sarebbe divenuta la celebre e meravigliosa prima copertina de “La pietra filosofale”. Io ne andavo matto. Era così improbabile eppure riusciva a catturare l’alone di magia, di mistero, del libro. Quella copertina attirava, carpiva chiunque la guardasse. Quel cappello un po’ matto che Harry recava sulla fronte e sui capelli era il tratto distintivo dell’artista, la sua firma: lei adora i cappelli così ne aggiunse uno alla testa del maghetto.

Quando ero piccolino amavo anche il disegno de “La camera dei segreti”. In quella illustrazione Harry se ne stava disteso, o per meglio dire aggrappato alla copertina rigida, dai colori vivaci, e certamente ben rilegata di un grosso tomo. Il libro era aperto, le pagine sembravano svolazzare, come mosse dal vento. Harry era appeso al volume, come se volasse verso un altro mondo, verso una notte di plenilunio.

Come ricordo bene quella copertina! Il libro su cui Harry se ne stava in groppa doveva essere, per forza di cose, il diario di Tom Riddle, che Harry avrebbe rinvenuto durante il suo secondo anno ad Hogwarts. Un diario pericoloso, sinistro, sfingeo, in grado, in parte, di “sequestrare” il protagonista, di “catturarlo” fra le sue bianche pagine e trascinarlo verso un regno di ombre, di eventi trascorsi e solo in parte obliati.

Mi capitava di riguardare la copertina de “La camera dei segreti” ogni qualvolta ero a casa e prendevo il mio libro tra le mani e lo leggevo. Ma non solo, mi capitava di rimirare quella copertina anche a scuola. Alcuni miei compagni di classe alle elementari erano soliti portarlo con loro. Non riuscivano a lasciarlo a casa, a separarsene. Quella lettura era troppo bella e coinvolgente per essere messa da parte, sia pure temporaneamente, durante le ore di studio. Ricordo, in particolare, un mio compagno di classe, seduto al primo banco, intento a leggere voracemente. Rammento, sorridendo, che durante la prima ora lo vidi uscire dallo zainetto il libro di matematica, aprirlo e metterlo diritto sul banco. Successivamente tirò fuori il libro de “La camera dei segreti” e lo nascose tra i fogli del testo scolastico. Capii in quell’istante che il mio compagno di classe si era fatto furbo, aveva escogitato un piano ben preciso per poter leggere indisturbato, pur essendo seduto, per sua sfortuna, in “prima fila”. La maestra, al di là della cattedra, ignara di tutto, aveva difronte a sé uno scolaro modello, pienamente coinvolto nell’atto di apprendere nozioni di matematica, mentre, in effetti, egli viaggiava con la fantasia con uno dei racconti avventurosi di Harry Potter.

Risi come un matto per tutto il tempo. Il mio compagno di scuola riuscì a leggere un intero capitolo, senza farsi beccare. O forse la maestra, pur intuendo qualcosa, volle chiudere un occhio: dopotutto una lettura non poteva che far bene.

C’era un altro compagno di classe che, al contrario, non si curava minimamente di elaborare trovate ingegnose per nascondere la propria lettura segreta. Rammento che, ad un certo punto, uscì semplicemente il suo “Harry Potter e la camera dei segreti”, lo mise sul banco e lesse senza preoccuparsi di ciò che accadeva attorno a lui. Se lo chiamavi, neppure rispondeva. Dovevi avvicinarti a lui, toccargli un braccio, smuoverlo per riportarlo alla realtà, tanto era preso dalla lettura. Harry Potter faceva questo effetto: ci ammaliava, ci ipnotizzava, ci trasportava, col suo incanto, in un universo meraviglioso in cui trovare ristoro, almeno per qualche minuto, dagli impegni scolastici.

Rammento un altro episodio che mi fa sempre sorridere. Stavolta, il ricordo riguarda una compagna. Lei era più diligente rispetto agli altri che ho già menzionato e che rimembro sempre con simpatia. Lei non leggeva di nascosto durante le lezioni, anzi tutt’altro. Quando la maestra parlava stava sempre attenta. Aspettava che arrivasse la ricreazione. Appena suonava la campanella e avevamo quindici, venti minuti di svago lei tirava fuori dalla cartella la sua merenda e puntualmente il suo libro. Quale libro? Sempre il medesimo: quello in cui Harry se ne stava avvinghiato al dorso di un grosso volume scarlatto.

La mia compagna di scuola mangiucchiava e scorreva le righe con lo sguardo. Faceva la sua focaccina a pezzetti che portava alla bocca mentre leggeva senza sosta, senza mai staccare gli occhi dalle scritte inchiostrate.

Se “La camera dei segreti” fosse stato il diario di Tom Riddle, se avesse avuto lo stesso potere celato al suo interno, molti di noi avrebbero potuto dire d’essere stati rapiti dal suo contenuto. La camera dei segreti era un libro, a suo modo, magico per davvero, perché riusciva a suscitare in molti di noi il desiderio di leggere, a qualunque ora, in qualunque posto.

  • Non è granché, ma è casa!

Il film de “La camera dei segreti” alza il sipario mostrando il nostro Harry indaffarato a sfogliare un libro. Come erano soliti fare i miei compagni di scuola, anche Harry, al principio della sua seconda peripezia, è tutto assorto davanti a delle carte piene di contenuti.

In realtà, Harry, in quei frangenti, non sta leggendo, sta semplicemente guardando delle foto che si muovono, come animate. Vede i suoi genitori che lo tengono in braccio, vede i suoi migliori amici, Ron ed Hermione, salutarlo, gli stessi che però non si fanno vivi con lui da tanto, troppo tempo.

Harry è immerso in una “lettura” fatta di scatti e sensazioni, una lettura intima, scevra di parole ma pregna di figure. Osservando quelle immagini, il protagonista tenta di fuggire via con la mente, di scappare mediante l’ausilio dei ricordi. Ripensa a Ron, ripensa ad Hermione, al periodo scolastico che hanno vissuto insieme, pieno zeppo di avvenimenti. Harry si sente solo, prigioniero in una dimora che non gli appartiene, che non è e non sarà mai realmente casa sua. D’un tratto, Harry riceve la visita di un elfo domestico, Dobby, che appare dal nulla e lo supplica di non tornare a Hogwarts perché vi sono all’opera forze pericolose che tramano nell’ombra e che potrebbero costargli la vita. L'irrequieto Dobby ammette di aver intercettato tutte le lettere che Ron ed Hermione scrivevano ad Harry durante le vacanze estive, per scoraggiarlo dal tornare ad Hogwarts. Il protagonista non vuol sentire ragioni: Hogwarts è la sua vera casa non Privet Drive, e nulla potrà impedirgli di fare ritorno laggiù.

In quelle ultime settimane estive Harry vive come una sorta di recluso in camera sua. Lo zio ha persino messo delle sbarre alle finestre per impedirgli di uscire. Una notte, il protagonista intravede una macchia color turchese balenare, sospesa per aria, fuori, in corrispondenza della sua stanza. Harry si mette in piedi, fa per capire di cosa si tratti e scorge un’autovettura che rumoreggia, librando al cospetto del davanzale. Fra i sedili di questo insolito mezzo di trasporto spuntano Ron e i suoi fratelli, Fred e George; questi sono giunti a bordo della loro Ford Anglia, un’auto tinteggiata di ciano che può volare. Gli amici del maghetto fanno quanto devono per liberarlo e lo conducono alla Tana.

Una volta atterrati sulla proprietà, Ron precisa subito all’amico che “Non è granché, ma è casa”. Ron è consapevole di non possedere una reggia, ma essa è comunque una dimora comoda e accogliente, costruita dai suoi genitori con tanti sacrifici e qualche espediente magico.

Nel libro, quando mostra ad Harry la sua camera, Ron stringe le spalle e timidamente sussurra “E’ un po’ piccola”, aspettando il parere del suo migliore amico, in visita per la prima occasione. Harry lo sorprenderà subito, dicendo: “Io la trovo magnifica”. E con quella affermazione Harry non mentiva di certo. Lui considerava tanto la Tana quanto la stessa cameretta di Ron splendide. Sentendo quel complimento franco e schietto uscire dalla bocca di Harry, Ron non può fare altro che lasciarsi andare ad un dolce sorriso, sollevato, almeno in parte, di aver fatto una bella impressione. La timidezza che Ron mostra in questa scena rimarca, in parte, lo stesso disagio che molti ragazzi di quella età sperimentano quando invitano a casa propria il loro migliore amico, sperando che tutto ciò che questi vedrà possa piacergli.

Ron proviene da una famiglia umile. I Weasley, nelle intenzioni della Rowling, incarnano la classe proletaria, che fa dell’affetto e della generosità la loro più grande risorsa, il loro patrimonio più cospicuo. Harry dispone in banca di una cifra considerevole lasciatagli in eredità dai genitori, eppure non ha una casa tutta per sé, una famiglia che lo ami. Ron, dal canto suo, è povero, tutto ciò che indossa è già appartenuto ai suoi fratelli, ciò nondimeno possiede la ricchezza di una famiglia numerosa, che lui stesso sceglie di condividere con Harry, per Ron oramai un fratello acquisito.

Il regista Chris Columbus, nelle scene ambientate nella Tana, fa effluire quel senso di accoglienza, di cordialità, di affetto familiare, che soltanto i Weasley sanno elargire tanto ad Harry quanto a noi spettatori che assistiamo alle vicende come ospiti muti ma presenti, entrati in punta di piedi in quel rifugio che tutti chiamano la Tana.

Harry troverà nei Weasley la famiglia che ha sempre desiderato e che il destino gli aveva negato.

  • Lavatrici incantate e polvere volante

Perfino nell’omonimo videogioco “Harry Potter e la camera dei segreti”, la “Tana” assume un ruolo preponderante e a suo modo tremendamente coinvolgente. Anche in questo caso, le memorie personali del sottoscritto tornano ad essere fondamentali.

Ricordo che alle elementari, un mattino, tutto d’un tratto, sentii muoversi qualcosa nel mio sottobanco. Qualcuno aveva appoggiato un involto senza che io me ne accorgessi. Abbassai il capo e vidi un CD con dei riferimenti in copertina che erano tutto un programma: c’era Harry ritratto con la sua divisa da Grifondoro, con in mano la bacchetta, nell’atto di lanciare un incantesimo. Poco al di sotto della sua effige, si leggeva il logo EA Games e la scritta Playstation. Rialzai lo sguardo mentre un mio caro amico mi parlava, dicendomi: “Emi, eccoti il gioco de La camera dei segreti”.

Sorrisi tutto contento e tirai fuori dalla cartella il mio “Tekken 3”. Lo scambio fu presto fatto. In quegli anni, come ebbi modo di scrivere nell’articolo dedicato a “La pietra filosofale”, tra amici scambiarsi i giochi era una consuetudine ancor più diffusa dello scambio dei fumetti.

Il mio amico aggiunse: “E’ davvero divertente questo gioco di Harry Potter, io per adesso sono arrivato alla prima lavatrice…”. Rimasi perplesso per qualche istante. Lavatrice? Cosa voleva dire con lavatrice? Avevo sentito male? Non feci in tempo ad approfondire il discorso che la maestra alzò la voce per zittirci e per invitarci a prestare attenzione a quanto stava dicendo. Così, misi il videogame nello zaino e non ci pensai più. Soltanto il giorno dopo capii il senso di quella asserzione: “lavatrice”.

Il gioco de “La camera dei segreti” comincia poco dopo la fuga di Harry dal numero 4 di Privet Drive. Il maghetto, unico personaggio giocabile, si trova nella tenuta dei Weasley, proprio davanti alla loro abitazione. Ron lo riceve in cortile e gli suggerisce di far presto, poiché devono affrontare un fastidiosissimo fantasma che non fa che battere continuamente sui tubi in soffitta, facendo infuriare la signora Weasley. Harry, spronato dall’amico, deve rammentare come utilizzare il suo incantesimo preferito… il Flipendo.

Premuto il tasto opportuno, Harry porta la bacchetta sopra il suo capo: essa emette un bagliore che diventa sempre più intenso. Una volta rilasciato il tasto prescelto, l’incantesimo si abbatte su due casse, smuovendole. Harry e Ron le utilizzano per salirci sopra e raggiungere il tetto della “Tana”, dove avranno modo di sconfiggere lo spiritello dispettoso. Pochi attimi dopo, Harry si ritrova a vagare per la proprietà dei Weasley, in particolare per tutto il loro (vasto) giardino.

Il signor Weasley lo mette in guardia dai pericoli in esso celati: ci sono gnomi da scacciare e oggetti comuni che sono caduti vittime di un incantesimo e che stanno facendo le bizze. Ebbene, tra questi oggetti comuni ci sono anche delle lavatrici che ballonzolano di qua e di là, rigurgitando vestiti sporchi e… pericolosi. Ricordo ancora come mi misi a ridere quando mi imbattei nella “prima lavatrice”, ripensando alla frase del mio amico. Quell’elettrodomestico saltellava, sembrava indemoniato, vomitava capi d’abbigliamento come improbabili proiettili. Il giocatore, sfruttando il Flipendo di Harry, doveva domare le lavatrici e con un tempestivo Wingardium Leviosa riposizionarle in una apposita pedana.

L’ambientazione del secondo gioco di Harry Potter restituisce, come accaduto col primo, le stesse atmosfere magiche, gioiose, dei primi due film di Chris Columbus. Le disavventure tragicomiche che Harry vive nel gioco durante la sua permanenza alla Tana riconsegnano quel senso di divertimento, quel calore familiare che si avverte rileggendo i passi del libro o rivedendo le scene del film.

Pensate a quando la Rowling descrive nei suoi testi i momenti in cui Harry gioca con Ron e Ginny a Quidditch in giardino, oppure quando aiuta i Weasley a scovare gli gnomi che si celano fra i cespugli; gnomi dalla scorza coriacea, con una grossa testa calva e bitorzoluta. La stessa spensieratezza, lo stesso divertimento si avvertiva, da bambini, quando si giocava ad “Harry Potter e La camera dei segreti”: un videogame in grado di far rivivere l’atmosfera incantevole, frenetica del libro e della sua trasposizione cinematografica. Basti pensare alla fuga dal treno mentre si è al volante della Ford Anglia, alla lotta contro il Platano Picchiatore, alla parte in cui Harry è costretto ad addentrarsi nella Foresta Proibita, affrontando orde di ragni nel buio della notte. Ma ancor più suggestivi sono i momenti in cui Harry procede da solo fra i meandri del castello, percorrendo lunghi ed ampi corridori, ed ode la voce del Basilisco risuonare da angoli invedibili e ignoti.

La voce del mostro riecheggia attorno al personaggio del gioco, terrorizzandolo improvvisamente, come un’eco indistinta, che proviene da un luogo sconosciuto. Harry, nel videogame, avverte il sibilare del Basilisco, esattamente come accade nel lungometraggio, restandone esterrefatto perché colto di sorpresa. Quella sensazione di paura che il videogame riusciva ad emanare, soprattutto nei momenti in cui Harry si trova tutto solo, e il castello si tramuta in un ambiente minaccioso poiché fra quelle mura si nasconde un essere che parla con una voce che incute timore, paragonabile al sibilo di un serpente, aumentava la suspense e per un giocatore molto giovane come il sottoscritto era decisamente da togliere il fiato.

Ma andiamo con ordine, sto affrettando troppo le cose. Parlerò del Basilisco a tempo debito.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo laggiù, in quella dimora tanto cara e confortevole. Dimentichiamo le sequenze del gioco e ripercorriamo quelle della pellicola cinematografica.

Or dunque, alla buon’ora, dopo aver consumato una deliziosa colazione, Harry e i Weasley si preparano per recarsi a Diagon Alley con un mezzo del tutto peculiare: la polvere volante.

Harry abbandonerà la Tana mediante l’utilizzo di questa suddetta polvere e raggiungerà Diagon Alley… O per meglio dire Notturn Alley. Venuto fuori da quel “quartiere” poco raccomandabile, Harry riabbraccia Ron ed Hermione. Lì incontrerà anche Draco Malfoy e suo padre, Lucius.

I Malfoy, nobile famiglia del mondo magico, fiera d’aver mantenuto puro il proprio sangue evitando rapporti con i mezzosangue o i nati babbani, incarnano, nel racconto della Rowling, la famiglia aristocratica, tronfia e orgogliosa della propria nobiltà, nonché profondamente razzista, dedita a credere nella superiorità di una razza a discapito di un’altra.

Nel libro “La pietra filosofale”, l’incontro tra Harry Potter e Draco Malfoy, in particolar modo, costituisce per il personaggio cardine dell’opera la presa di coscienza di una verità incontrovertibile: anche nel mondo magico esiste l’intolleranza, la discriminazione, il razzismo. Ciò rende queste due realtà, quella magica e quella babbana, simili nei loro aspetti più torbidi.

  • Alberi che schiaffeggiano

Il secondo anno scolastico di Harry inizia con una inaspettata quanto imprevedibile disavventura. Alla stazione di King's Cross, Harry e il suo migliore amico vanno incontro ad un imprevisto e vengono lasciati clamorosamente indietro, senza capire cosa stia accadendo: non appena i due cercano di valicare la barriera che li avrebbe condotti al binario 9 ¾ il muro si chiude ed entrambi si scontrano rovinosamente su di esso. Tagliati fuori da quell'ingresso, Harry e Ron decidono di montare in sella alla Ford Anglia, e volare via, sfrecciando su nel cielo.

Harry e Ron non avranno bisogno delle rotaie dell'Espresso per Hogwarts e neppure di strade convenzionali per raggiungere la loro scuola. Utilizzeranno un'auto molto speciale, scomparendo improvvisamente alla vista di chi li osserva senza dover raggiungere le 88 miglia orarie come una DeLorean volante, ma grazie ad un turbo invisibile, un meccanismo sapientemente inventato dal signor Arthur Weasley. 

A seguito di un incontro piuttosto ravvicinato e terrificante con la locomotiva che conduce gli studenti verso la scuola, Ron ed Harry raggiungono il castello a tarda sera, investendo contro un imponente albero. Quest'ultimo non la prenderà affatto bene. Il già citato albero non è, infatti, una “pianta” qualunque. Si tratta, invero, di un Platano Picchiatore, un arbusto che possiede una coscienza e può agitare i propri rami come se fossero fruste. Il Platano assesterà tutta una serie di colpi all’indirizzo della automobile, tanto da ridurla un colabrodo.

Nel film “Il Signore degli anelli – Le due torri” vi è una scena in cui lo hobbit Merry, dopo aver avvertito un forte strepitio risuonare dal bosco, ricorda all’amico Pipino una bislacca diceria udita tempo prima. Nell’antica selva, sita ai confini della terra di Buck, c’era qualcosa nell’acqua – rammentò lo hobbit – qualcosa d’insolito, di magico, per cui gli alberi che in quei luoghi si “abbeveravano” si allungavano a dismisura e prendevano vita.

Vita?” - Domandò a quel punto Pipino, piuttosto sorpreso.

Curioso quanto viene detto in questo scambio di battute dai piccoli hobbit. Cosa voleva intendere Merry quando affermò, stupefatto, che gli alberi “prendevano vita”?

Non sono forse sempre vivi gli alberi?

Se asportassimo un frammento di corteccia da un albero, vedremmo il colore e la consistenza della linfa che scorre in esso come sangue nelle vene. Tale linfa rappresenta la sua vitalità e ci permette di capire il suo effettivo stato di salute.

Gli alberi sono vivi anche se non lo danno mai a vedere. Essi giacciono pacifici, ancorati al suolo come figli silenti della terra. Merry era conscio della vigoria che anima lo spirito astratto e laconico degli alberi, pertanto con quella sua osservazione voleva intendere altro. Gli alberi dei boschi di Buck “prendevano vita” perché cominciavano a sussurrare, a parlare, persino a muoversi. Divenivano, pertanto, esseri straordinari, dotati di movimento, di parola, d’intelligenza: diventavano “vivi” a tutti gli effetti, o perlomeno “vivi”, così come noi esseri umani siamo soliti, nel quotidiano, intendere un essere vivente: una creatura che agisce, pensa, si esprime. Quando un qualcosa si muove è vivo. E’ questo un concetto semplice, elementare, piuttosto sottinteso. Ma se qualcosa non si muove e rimane rigido, irto, statico, può essere ritenuto ugualmente vivo? Certamente, se lo è. Eppure, gli alberi, nella loro sosta eterna, nella loro incapacità di opporsi, di insorgere, di spostarsi, non sempre vengono ricordati come vivi da chi, verso di loro, muove violenza.

Un albero è imponente e, al contempo, impotente. Se osassimo incidere ancor più in profondità, tagliare i suoi rami, profanare l’integrità del suo tronco, esso soffrirebbe ma nessun grido di dolore echeggerebbe dalla sua florida costituzione. L’albero, qualunque esso sia, a qualsivoglia specie appartenga, non ha voce, non ha moto, non ha reazione. Esso è immobile come una scultura, eppur vivo come un essere umano. Soffre un mutismo sebbene riesca a comunicare con l’eloquente apparenza del proprio verde. Gli alberi possiedono sembianze umane solo dinanzi agli occhi di chi riesce a scorgerle e a rispettare la loro sensibilità e la loro senziente coscienza. La massa legnosa del “corpo” di un albero è una scorza resistente, un’epidermide rigida ma anche tenera, fragile, vulnerabile, feribile. Le escrescenze erbose del torso di legno sono pelurie che rivestono la struttura portante. Nelle fronde sono celati i polmoni della creatura, e giù, oltre il sottobosco, le radici si dipartono simili a arti multiformi e a piedi alquanto pronunciati. I rami, protratti sino al cielo, sono braccia lunghe con grandi mani e mille dita verdi. Gli alberi sono “persone” tacite e d’aspetto differente, non hanno lingua, cadenza, accento, non intrattengono alcun discorso, non avanzano, non lasciano il proprio posto, la propria casa, permangono fermi, silenziosi come una natura che osserva e che accoglie. 

Il Platano Picchiatore che sorge nei pressi di Hogwarts è un albero che possiede il dono del movimento. Non può staccare le proprie radici dalla terra, non può avanzare, camminare come un Ent, un Pastore degli Alberi, ma può comunque dimenare le proprie “braccia”, rotearle con forza ed energia. Facendo vibrare i suoi tralci, scuotendo il suo fusto, esso palesa il suo status di essere vivente e sveglio, vigile e consapevole.

Gli alberi che noi tutti conosciamo non vantano la facoltà di potersi muovere, essi sono inerti e danno l’ingenua impressione d’essere inanimati, non vivi. Il Platano Picchiatore è un arbusto che difende sé stesso, attacca chiunque si avvicini a lui, intimorito e spietato al contempo nei confronti di ogni visitatore: esso sembra incarnare, in parte, l’istinto protettivo che ogni albero non può manifestare, la potenza di una natura che, sovente, nel mondo reale, se ne resta ferma e indifesa, subendo le angherie e le prepotenze dell’essere umano, che abbatte e sradica, taglia e brucia. Il Platano Picchiatore non incassa, non tollera, non sopporta, per questo agisce istintivamente, assalendo ogni cosa che potrebbe interferire con la sua integrità. I Platani rappresentano una natura che “schiaffeggia” ben prima d’essere oltraggiata dall’essere umano.

Nel terzo libro della saga di Harry Potter si scoprirà che questo esemplare di Platano Picchiatore fu piantato vicino al castello perché esso, nel ventre, nasconde un passaggio segreto in cui era solito recarsi il lupo mannaro Remus Lupin, durante le notti di luna piena. L’albero avrebbe impedito ai più di avvicinarsi e quindi di entrare in contatto con il licantropo.

La Ford Anglia sfuggirà alle grinfie del Platano malconcia e turbata, e volgerà autonomamente verso la Foresta Proibita. Ron ed Harry riusciranno a salvarsi per un pelo e guadagneranno il suolo della scuola stanchi e affamati, rincontrando così Hermione. 

  • Grifondoro o Serpeverde? 

 “La camera dei segreti” mantiene, come accadeva ne “La pietra filosofale”, un’impronta giallista. Quello che Harry, Ron ed Hermione devono affrontare durante il loro secondo anno scolastico è infatti un giallo da manuale: vittime ignare, corpi pietrificati, un mostro che alberga nelle viscere dell’edificio e un misterioso “erede di Serpeverde” sono tutti elementi che rendono “La camera dei segreti” una sorta di “noir investigativo” a colori. Chi è l’erede di Salazar Serpeverde? Qual è il mostro che si cela fra le mura di Hogwarts? Chi ha aperto cinquant’anni prima la camera dei segreti e soprattutto dove si nasconde l’accesso alla suddetta camera? Tutte domande che devono ottenere risposta a seguito di una lunga e spossante indagine compiuta dal trio.

Molti sospetti si insinuano nella mente degli studenti, sempre più spaventati dalla presenza di questo mostro e dagli inspiegabili incidenti che accadono ad Hogwarts. Harry, che ode più volte una voce sinistra e diabolica scaturire dalla solida roccia del castello e che dimostra di saper parlare inconsciamente il Serpentese, la lingua dei serpenti, viene considerato il principale indiziato, l'erede di Serpeverde, colui che aprirà la camera dei segreti assoggettando al proprio comando la creatura che vive al suo interno, il cui scopo è quello di epurare la scuola dalla presenza di coloro che non hanno puro il proprio sangue. Perfino Harry comincia a dubitare di sé stesso. Chi è egli in realtà? Chi sono i suoi antenati? Se davvero discendesse dalla famiglia di Salazar Serpeverde? 

Harry viene sempre più isolato, reo d'essere il principale sospettato. In quei giorni, tanto concitati, il maghetto si chiede se sia un degno Grifondoro. Rimuginando, egli rammenta che il Cappello Parlante, durante la Cerimonia di Smistamento, era profondamente incerto, indeciso verso quale Casa indirizzarlo. Serpeverde, stando a ciò che asseriva il Cappello, avrebbe aiutato Harry e lo avrebbe condotto sulla via della grandezza. Il protagonista implorò quel giudice magico, gli chiese di non essere assegnato ai Serpeverde, la Casa dei più celebri maghi oscuri. Il Cappello, allora, acconsentì alla supplica e scelse per lui la Casa di Grifondoro.

E se si fosse sbagliato? Se avesse accontentato Harry per un mero capriccio?

Ciò che attanaglia il protagonista ne “La camera dei segreti” è un dubbio esistenziale, un tormento riguardante il proprio essere, il proprio destino, il proprio modo di vivere e di comportarsi. Harry ancora non sa che sono proprio le nostre scelte a formare il nostro carattere, a far di noi ciò che siamo. Lo aiuterà a capirlo il professor Silente, agli ultimi scampoli della pellicola.

Harry è un autentico Grifondoro poiché ha deciso di esserlo, dimostrando di meritare quella Casa. 

Harry capirà dunque che noi, noi tutti siamo chi scegliamo e cerchiamo di essere. Sempre! 

"Harry Potter" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Stella più amata e fiochi fari

Dopo che anche Hermione cadrà vittima della pietrificazione, Harry e Ron, per cercare ulteriori delucidazioni, dovranno inoltrarsi nella Foresta Proibita, seguendo il percorso che compiono i ragni, i quali inspiegabilmente stanno abbandonando in massa Hogwarts, marciando verso la boscaglia. I due raggiungono, così, l’antro in cui vive Aragog, un gigantesco ragno dotato di parola.

Un tempo Aragog viveva nel castello, ricevendo le cure e le attenzioni di Hagrid che nutriva verso di lui, così come verso molte altre creature inconsuete e potenzialmente predatorie, un affetto sincero. Quando il ragno alloggiava, segretamente, ad Hogwarts, proprio in quel periodo, la camera dei segreti fu aperta, liberando la creatura che riposava, sopita, fra i suoi angoli imperscrutabili. Aragog, una volta rinvenuto, fu scambiato per il tristo essere che aveva ucciso una povera studentessa, Mirtilla Malcontenta, e Hagrid fu di rimando sospettato d’essere complice delle malefatte del mostro e pertanto espulso dalla scuola. Aragog riuscì a scappare, e trovò un luogo nella Foresta Proibita in cui nidificare, crescendo a dismisura e allevando una nutrita progenie. Sebbene Aragog, inizialmente, si mostri pacato e preciso nel rispondere alle incalzanti domande di Harry, tutto d’un tratto cambierà atteggiamento, quando i due studenti cercheranno di abbandonare il suo covile.

I miei figli e le mie figlie non toccano Hagrid per mio ordine, ma non posso negare loro carne fresca quando questa gironzola così volentieri in mezzo a noi. Addio, amici di Hagrid…”.

Circondati da una nutrita schiera di famelici tessitori a otto zampe, Harry e Ron dovranno sperare in un aiuto esterno e, per certi versi, tanto inaspettato quanto miracoloso.

L’aspetto di Aragog è simile a quello di Shelob, erede di Ungoliant, creatura terribile temuta da orchi e uomini che viveva in spelonche buie e maleodoranti, vicino al dominio di Sauron. Shelob era un essere malvagio che aveva assunto le sembianze di un enorme ragno nauseabondo. Esso si nutriva di carne e tesseva ragnatele fitte, spesse e appiccicose dentro le quali finivano le sue prede. Frodo Baggins e Samvise Gamgee incontreranno Shelob durante il loro estenuante peregrinaggio verso la terra di Mordor. 

Un po’ come accadrà a Frodo e Sam nel passo de “Le due torri” del romanzo di J.R.R. Tolkien “Il Signore degli Anelli”, anche ad Harry e Ron spetterà il compito di avventurarsi nei territori di un ragno gigantesco, sfidandone le intenzioni e le insidie.

I due maghetti per difendersi, differentemente da Frodo e Sam, non potranno contare sulla Luce di Earendil, una fiala donata al Portatore dell’Anello da Lady Galadriel. Questa boccetta di cristallo conteneva dell’acqua cristallina raccolta dalla fontana della Dama di Lothlórien in cui vi era custodito il fulgido bagliore della Stella di Earendil, la più amata dagli elfi fra tutte le stelle dell’arazzo celeste. La luce di Earendil sprigionava un raggio accecante come lo scintillio di un astro luminosissimo che Frodo e Sam useranno per confondere e perforare i tanti occhi del gigantesco aracnide.

Harry e Ron, dal canto loro, potranno affidarsi ai fiochi bagliori di due punti di luce che giungeranno improvvisamente in loro soccorso: i fari della Ford Anglia, la quale, come animata da un afflato tutto suo, dileguerà le tenebre, li farà salire a bordo e scivolerà via a tutta velocità, abbattendo i discendenti di Aragog, e conducendo Harry e Ron in salvo, al sicuro, oltre i limiti della foresta.

A quel punto, Harry e Ron capiranno che non è Aragog l’animale che fuoriesce dalla camera dei segreti, bensì qualcos’altro e che Hagrid non ha mai avuto alcuna colpa. Il giallo da risolvere è ancora intricato: dove è ubicata la camera? E, soprattutto, qual è il mostro che in essa ha stabilito il proprio covo?

  • Gorgone serpentiforme

La camera dei segreti” è il mio romanzo preferito della saga di Harry Potter. Ad essere sincero, è anche il mio film preferito di tutta la serie. Sì, lo so, forse questa mia confidenza sorprenderà alcuni di voi. Sento quasi sempre dire ai più che il film che preferiscono maggiormente è “Il prigioniero di Azkaban”, o che il libro che più prediligono è “Il principe mezzosangue”. Io, al contrario, preferisco sia a livello letterario che cinematografico “La camera dei segreti”. L’ho sempre considerata una storia perfettamente bilanciata, appassionante, ancora graziata da un tocco fanciullesco che vira, però, verso un crescendo più maturo, con una forte componente orrifica rappresentata dalla voce del Basilisco. 

Poiché è questa la belva che alberga laggiù, nelle fondamenta del castello e che striscia fra i cunicoli di Hogwarts: un Basilisco, una creatura raccapricciante temuta dai ragni sin dai tempi remoti.

Il Basilisco è una bestia che secondo gli scritti di Plinio il Vecchio assomiglierebbe ad un serpente di minute dimensioni, eppure mortale; i suoi denti rilasciano un veleno fatale e il suo sguardo può uccidere o pietrificare in un solo istante le sue vittime.

Il Basilisco fedele a Salazar Serpeverde e ai suoi eredi è una fiera di ragguardevole grandezza. Esso, come le gorgoni della mitologia greca, pietrifica chiunque ricambi il suo sguardo attraverso un riflesso o una fonte indiretta.

Le gorgoni nella mitologia erano tre sorelle: stando alla tradizione greca Steno ed Euriale avevano una natura immortale, sebbene Virgilio insinuasse che anch’esse potevano essere uccise; Medusa, la terza sorella, custode dell’Oltretomba, al contrario, era senza alcun dubbio soggetta alla morte ed era la più crudele delle tre. Medusa aveva ali d’oro e mani di bronzo e il suo viso era cinto da una chioma di capelli semoventi e terrificanti, poiché avevano le fattezze di serpenti sibilanti, che si intrecciavano frequentemente fra loro.

La sinistra capacità del Basilisco de “La camera dei segreti” di pietrificare coloro che guardano indirettamente i suoi occhi ricorda proprio il potere della gorgone Medusa.

Harry, quando affronterà il Basilisco, si troverà a combattere come un moderno Perseo, mantenendo inizialmente lo sguardo basso, tenendo gli occhi ben chiusi per non rischiare di morire. Nel mito greco, Perseo avanzò verso la gorgone utilizzando come supporto uno specchio, che rivolse verso Medusa. Harry, da principio, non ha una superficie riflettente con sé, e neppure un’arma, può contare solamente sul proprio coraggio. Ma in soccorso del giovane mago accorrerà Fanny, la fenice che risponde agli ordini di Silente, che strapperà gli occhi al Basilisco con i guizzi del proprio becco appuntito.

Harry riceverà inoltre l’aiuto di un “vecchio cappello”, dal cui tessuto si materializzerà la spada di Godric Grifondoro. Questa potente e magica lama, come Excalibur che poteva essere sguainata solamente da un puro di cuore come Artù, può essere impugnata esclusivamente da coloro che sono nobili di spirito: solo da un vero Grifondoro. Harry l’afferrerà, la brandirà con destrezza e trafiggerà il Basilisco, uccidendolo. Poco dopo, usando una zanna avvelenata del serpente, Harry distruggerà il diario di Tom Riddle, il libro maledetto che serbava ancora, fra le sue pagine intonse, un frammento dell’anima di Lord Voldemort, l’unico erede di Serpeverde.

Dopo che Harry avrà annientato il Basilisco salirà in superficie e insieme a Ron raggiungerà lo studio del Preside. Lì, Silente avrà modo di impartirgli la più importante lezione dell’anno: mostrando la spada di Grifondoro, che Harry maneggiò nella camera con la stessa prontezza di uno schermidore, Silente farà presente al protagonista che sono le nostre scelte a delineare la nostra persona. Harry è un Grifondoro perché ha scelto di esserlo e tramite le sue azioni ha dimostrato la generosità e la purezza di cuore che dovrebbe contraddistinguere ogni membro di quella Casa.  

La generosità, già! Harry ne era colmo. La vita gli aveva tolto tanto, ciò nonostante in lui vi era un altruismo e una bontà senza limiti. Con un atto di autentica generosità (e furbizia) Harry riuscirà a liberare dalla sua condizione di schiavitù Dobby, l’elfo domestico che, a fin di bene, gli aveva arrecato tanti affanni al principio di questo suo secondo viaggio.

  • Un abbraccio ed un bacio

Sul finale, nella Sala Grande, Harry intravede Hermione, appena ridestatasi dal suo lungo e immobile sonno. Hermione corre verso di lui, sorridente e contenta, avvolgendogli tranquillamente le braccia attorno al collo. La ragazza, subito dopo, vorrebbe fare lo stesso anche con Ron, e Ron vorrebbe farlo a sua volta. I due mimano il movimento, il gesto dell’abbraccio, eppure esitano, arrestandosi di colpo. Ambedue non sanno che fare, imbarazzati, poi si danno semplicemente la mano e si scambiano un cenno di sorriso.

Ben… Bentornata, Hermione” - Borbotta, impacciato, Ron.

Una scena che ricordo come se fosse ieri quando la vidi per la prima volta al cinema. Indugiai con i miei occhi di bambino sui volti di Ron ed Hermione, su quel loro abbraccio mancato. Capii, come molti altri, che tra Ron ed Hermione era già sbocciato qualcosa. Lo stesso regista, Columbus, lo aveva intuito, e volle eternarlo nel suo lungometraggio attraverso questa singolare scena. Questo momento, infatti, è una licenza del cineasta, non vi è dunque nel libro un momento in cui Ron ed Hermione esitano nel volersi abbracciare.

Eppure, questo gesto non compiuto cattura splendidamente il carattere e lo stato d’animo dei due personaggi, dei due amici destinati ad innamorarsi e a vivere un futuro insieme.

Ron ed Hermione, che battibeccano di continuo senza mai smettere di trascorrere il tempo insieme, di cercarsi e ricercarsi, sono già adesso innamorati l’uno dell’altra, soltanto che non lo sanno. Sono ancora troppo giovani per capirlo. Ciò nondimeno, in quella loro esitazione vi è contenuto tutto il senso del loro sentimento: si vogliono bene ma non lo danno a vedere, si vorrebbero stringere ma temono che l’altro non voglia, e pertanto non sanno come agire. Quindi rimangono titubanti, optando per una stretta di mano sbrigativa.

Hermione è così sciolta con Harry e lo abbraccia come nulla fosse perché lo considera inconsciamente un fratello, con cui poter condividere tutto. Non fa lo stesso con Ron perché verso di lui prova un altro sentimento, un sentimento che rende sia lei che Ron per nulla disinvolti, anzi insicuri, spaventati da ciò che vorrebbero fare.

E se in quell’abbraccio combinassi qualcosa di stupido?, Se le pestassi i piedi?, Se lei non volesse in realtà il mio abbraccio?” Sembra domandarsi Ron.

E se mi avvicinassi troppo? Bisticciamo sempre, forse non vuole che lo abbracci…” Pare chiedersi Hermione.

Dunque entrambi desistono, fanno finta di nulla. E ugualmente continueranno a fare per anni. Anche nel terzo film, se ci pensate. Quando Hermione, spaventata dall’avanzata di Fierobecco verso Harry, spontaneamente toccherà la mano di Ron per cercarne la vicinanza; lui ne resterà colpito, entrambi si guarderanno confusi, e poi si allontaneranno fingendo che non sia mai successo.

"Hermione Granger" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

L’amore tra Ron ed Hermione è destinato a crescere e quell’abbraccio che nel secondo anno scolastico non riusciranno a concedersi verrà solamente rimandato. I due, nell’ottavo film della saga, divenuti adulti, cederanno ai loro impulsi, ai desideri dettati dal loro cuore: si stringeranno con totale trasporto e si scambieranno un bacio appassionato proprio laggiù, fra i grovigli di quella stessa camera dei segreti. Che ironia, durante la loro seconda avventura, quando quella camera era così importante nello svolgersi delle vicende, i due faticavano a dimostrare l’affetto che nutrivano l’uno per l’altra. Anni dopo, in quello stesso luogo, si lasceranno trasportare dall’amore: da un abbraccio mancato ad un bacio tanto desiderato.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Continua con la Terza Parte...

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“Di tutte le cose che hanno portato felicità ad Elvis durante il periodo in cui l’ho conosciuto niente regge il confronto con la nascita di sua figlia, Lisa Marie. Ha prodotto in lui un cambiamento che nient’altro poteva eguagliare. L’intero stato d’animo di Graceland è cambiato come il sole che riempie una stanza quando lei è entrata nella sua vita.”

Nancy Rooks, dal libro “Inside Graceland: Elvis' Maid Remembers”

In questi ultimi giorni ho pianto, non lo nascondo. Spero possiate perdonare e capire questa mia confidenza, espressa in modo esplicito proprio perché sincera. Quando ho letto che Lisa Marie se n’era andata ho versato le stesse lacrime che avrei versato se avessi perso una persona cara, che frequentavo abitualmente. Ma era soltanto un’illusione, ne sono consapevole. Non conoscevo realmente Lisa Marie. Come avrei potuto?

Sapevo di lei ciò che potevo percepire guardandola con curiosità, da lontano, attraverso qualche scatto che la ritraeva da bambina, sorridente, con la sua chioma bionda, in braccio al papà. Sapevo di lei ciò che potevo carpire ascoltando il suono della sua voce quando, da adulta, incideva i propri brani in sala di registrazione. E dunque possedevo di Lisa Marie non più che impressioni e sensazioni.

Prima di tutto, Lisa Marie era ai miei occhi la figlia di Elvis Presley. L’unica figlia del mio cantante preferito.

Elvis accompagna la mia esistenza da che ho memoria. I suoi acuti, le sue note, la sua musica ci sono sempre stati. Su di lui ho letto tanto e in maniera approfondita, mosso da un insaziabile appetito, da una fame mai del tutto appagata di conoscenze.

Molto è stato scritto sulla sua vita breve ma intensissima: una vita in grado di incarnare il sogno americano nella sua forza più vigorosa e prorompente, brutale e mortale. Elvis è asceso ed è caduto, suscitando durante la sua incredibile parabola artistica lo sgomento, l’ammirazione, l’invidia, la pietà, il rimorso e l’idolatria della gente.

L’esistenza travagliata di questo talento rivoluzionario, di questa voce che abbatteva ogni barriera, che ha ingannato la morte conquistando l’immortalità, è stata raccontata, scandagliata e indagata molteplici volte, da diversi e accreditati biografi. Tutti costoro – ogni qualvolta si trovavano impegnati a rinarrare e a mettere a fuoco gli aspetti della sua persona - concordavano su una verità: Elvis amava sua figlia. Ma che dico, venerava sua figlia.

Il più celebre cantante di ogni tempo, l’unico, vero re del rock nutriva nei riguardi della sua bambina una forma di adorazione. La considerava una principessa, la riempiva di regali, di attenzioni, di affetti, ritenendola la cosa più preziosa che avesse mai avuto.

Elvis battezzò col nome della figlia il suo Jet privato. Il “Lisa Marie” era infatti un aereo di linea, un quadrimotore di medie dimensioni con cui il re era solito spostarsi da una meta ad un’altra.

Ho sempre pensato che dare il nome di una persona amata ad un mezzo di trasporto – sia esso un velivolo o una nave - a cui si affida la propria incolumità quando si viaggia fra la volta celeste o tra le onde del mare sia la più alta forma di riconoscenza e devozione, la più sincera confessione d’amore.

Lisa Marie era la creatura femminile più amata da Elvis, e proprio per questo egli fu lieto e fiero di leggere sulla fiancata del suo aereo personale il nome della sua sola erede.

In una delle ultime scene del film “Elvis” del 2022, il re, stanco e fiaccato, disilluso e afflitto, siede in una delle sue automobili. La lussuosa macchina ha appena raggiunto l’aeroporto, e lì ad attendere Elvis vi è Priscilla, la sua ex moglie, pronta a ricongiungersi alla piccola Lisa Marie.

La bambina è sulla vettura, in compagnia del padre, e gioca con un peluche. Elvis la stringe a sé, la bacia sulle guance e le sussurra: “Papà ti vuole bene”. La lascia poi andare via, osservandola dal finestrino, mentre la saluta con un gesto della mano.

Si tratta di una delle ultime apparizioni di Elvis nel film, il momento che precede l’ineluttabile declino a cui il suo corpo ed il suo spirito andranno incontro. Durante gli ultimi scampoli della pellicola il regista Baz Luhrmann decide di mostrare un Elvis accorato, senza più sogni né speranze, ma un Elvis ancora in sé, che brilla di una fioca lucidità, prossima ad estinguersi; in tale frangente Elvis esprime l’affetto di un padre nei confronti della figlia, e in seguito l’amore di un marito nei riguardi della consorte che ha perso, colpevolizzandosi giorno per giorno per tale errore. Prima che tutto finisca, prima che Sua Maestà crolli, la pellicola concede un ultimo accenno a quella umanità, a quel sentimento di attaccamento e devozione che egli provava per la sua famiglia. Due anni dopo quel fugace saluto in aeroporto Elvis morirà. Il suo cuore cesserà di battere troppo presto, distrutto da maledetti eccessi. Quando il padre spirò, Lisa Marie aveva soltanto 9 anni.

In “Bubba Ho-Tep - Il re è qui” - improbabile, surreale, grottesco ma al contempo divertentissimo e arguto lungometraggio del 2002 – Elvis è scampato alla morte. Egli ha infatti architettato una messa in scena per sfuggire a quella carriera troppo ingombrante, a quella esistenza gravosa e soffocante. Eppure, nonostante ciò, non ha trovato la felicità.

Sfuggito alle luci abbaglianti dei riflettori, il re incappa in un brutto quanto inaspettato incidente che pone fine alle sue aspirazioni di libertà.

Elvis viene pertanto confinato in un casa di riposo, scordato da tutti. Nessuno vuole credergli quando egli afferma di essere l’unico e solo re. La sua famiglia non sa che è ancora vivo, la sua Lisa Marie, a cui pensa spesso e che sogna avvertendo la sua mancanza, lo crede morto e sepolto fra i giardini di Graceland. Elvis è solo, tutto solo, e si trascina tristemente anno dopo anno, rimanendo disteso su di un letto minuscolo in una camera cupa e avvilente.

Ma non è finita qui: in questo ospizio in cui giace, a malincuore, il più originale e innovativo tra i solisti della storia della musica, accadono troppe cose strane ed inquietanti: un demone si aggira fra quei corridoi, divorando l’anima dei poveri anziani, abbandonati dai familiari che non si prendono più cura di loro. Elvis è il solo insieme ad un altro vecchietto della struttura – un adorabile uomo di colore fermamente convinto di essere John Fitzgerald Kennedy - ad accorgersi di quello che sta accadendo.

Il re decide così di fare quanto è in suo potere per fermare il mostro: si rimette faticosamente in piedi, indossa il suo celebre vestito bianco con tanto di mantello che gli conferisce l’aria di un supereroe malconcio ma stoico, e fa quanto deve per fronteggiare il temuto antagonista, in una notte in cui il cielo pullula di stelle luminose. Il re si prepara allo scontro senza portare vere e proprie armi con sé o oggetti che possono rivelarsi utili ad eccezione di un portafortuna, una sorta di amuleto protettivo. E che sarà mai questo amuleto?

Ebbene, una foto di sua figlia.

Tenendola fra le dita, Elvis pronuncia queste parole: “Se solo potessi parlarle ancora. Dirle che l’amo.

Fra i pochi oggetti che gli erano rimasti Elvis sceglie un’immagine, un ritratto che eterna la cosa a cui tiene di più al mondo, la sua bambina.

In questa bislacca storia, Lisa Marie era il rimpianto più grande di Elvis. Il re, ostaggio di una finta identità in un ricovero per malandati, non poté più riottenere quello che aveva perduto, riabbracciare la sua unica erede, che nel frattempo era cresciuta, diventata una donna, senza averlo accanto. Il re non riuscì a vederla cambiare, maturare.

Si era perso tutto questo, Elvis. E il senso di colpa lo dilaniava. Lisa Marie, però, lo avrebbe protetto in quello strampalato scontro con il demone, in quella singolar tenzone inverosimile, tragicomica, ma dal significato tutt’altro che banale.

“Bubba Ho-Tep” è una commedia assurda, bizzarra, oserei definirla perfino kafkiana, un’opera che, sotto quella patina di stravaganza, lascia emergere un’amara riflessione sulla terza età, sulla solitudine dell’anziano, sull’abbandono, sui rimpianti e le occasioni mancate e sprecate. L’amuleto selezionato da Elvis, l’istantanea della figlia, esalta ancora una volta questo tratto della personalità del genio di Memphis: l’affetto di un papà che avrebbe fatto di tutto per quella creatura che aveva messo al mondo e che considerava la sua unica ancora di salvezza.

Lisa Marie è sempre stata questo per me: la testimonianza vivente di un amore profondissimo, quello di un padre per la sua fanciulla.

Ma Lisa Marie non è stata soltanto “la figlia di…”. E’ stata certamente la portatrice di un cognome regale, l’erede al trono di una fortuna eterna.

Da adulta, il suo viso somigliava in maniera impressionante a quello del padre. Erano due gocce d’acqua. L’espressività dei loro volti coincideva straordinariamente, lo sguardo elusivo eppur penetrante e malinconico era pressoché il medesimo. Lisa Marie aveva i lineamenti del papà scomparso, portava sulla sua pelle la bellezza, il fascino e il dolore di un monarca che aveva abdicato prima del previsto e disfatto il suo reame.

Ma, oltre tutto questo, Lisa Marie era una persona a sé, una creatura indipendente e meravigliosa, con i suoi pregi e le sue fragilità.

Lisa Marie è stata un’artista, una cantautrice dalla splendida tonalità vocale, una donna energica e irrefrenabile, inquieta come una tempesta di mare e senza limiti come un oceano sconfinato; una madre che ha vissuto, gioito, amato, smarrito e sofferto terribilmente. Una figura storica, che non potrà essere obliata.

Possa Lisa Marie rivedere il figlio a cui aveva detto addio troppo presto, baciarlo, tenerlo stretto e non lasciarlo più.

Possa la “principessa” avere pace accanto al proprio Sire.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Harry, Ron ed Hermione" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Luci abbaglianti

Vediamo un po’… Da dove comincio? Gran bella domanda!

La prima frase di un nuovo elaborato è sempre la più difficile da partorire. Tante idee frullano nella testa dell’autore, che deve tentare in ogni modo di dare un ordine a quell’intersecarsi di pensieri ed emozioni. Vorrei cominciare da una premessa. Sì, credo sia il caso.

Vorrei premettere al lettore - che sta per avventurarsi in questa lettura - che il presente articolo che sta prendendo forma giusto adesso - e che vedrà dunque già “nato” dinanzi ai suoi occhi - sarà un pezzo repleto di confidenze personali, di rievocazioni risalenti all’infanzia dell’autore. Alla mia infanzia!

Dopotutto, non potrebbe essere altrimenti.

La saga di “Harry Potter” - per tutti coloro che hanno amato questo universo narrativo e immaginifico e soprattutto per tutti coloro che lo hanno scoperto durante la giovinezza – costituisce un qualcosa di strettamente legato alla sfera emotiva, privata, candida, fanciullesca per l’appunto di ognuno di noi. Per parlare di “Harry Potter” occorre adoperare un tocco confidenziale, schietto, che rimesta nel passato e riporta in superficie parte delle nostre sensazioni remote, lontane, elusive, eppur vivide; parlare di “Harry Potter” significa parlare dei nostri ricordi.

Beh, come il titolo, in parte, suggerisce, desidererei cominciare da questi suddetti e molteplici ricordi. Cari e dolci ricordi da far riaffiorare. Ricordi serbati nel cuore, custoditi come doni preziosi in uno scrigno di memorie.

Ebbene, ricordo le luci. Luci abbaglianti provenienti dai fari delle auto in coda. Rammento il fastidio che quelle luci intense arrecavano ai miei occhi. Ovunque mi girassi, non facevo che vedere fari di macchine che puntavano in avanti, che balenavano fra gli incroci e le traverse. Io ero seduto nella mia auto, tutto assorto a guardare fuori dal finestrino.

Rammento le ansie di mio padre, i suoi borbottii. Era irrequieto e brontolava costantemente. “Arriveremo tardi!”, diceva. “C’è troppa fila, arriveremo quando il film sarà già cominciato”.

Mio padre era più in apprensione di me. Ci teneva a portare mia madre, mia sorella e il sottoscritto in tempo per l’inizio dello spettacolo. A lui, in verità, del film non importava poi molto. Mio padre non ha mai amato i film fantastici. Ad essere onesti, mio padre non è mai andato matto per i film in genere. A lui piaceva e piace tuttora il teatro: è quello il suo grande amore. Le pellicole cinematografiche lo annoiano. Vai a capire il perché. Mia sorella, una volta, giurò di averlo visto addormentarsi all’auditorium, proprio accanto a lei: l’aveva accompagnata a vedere “Space Jam” quando mia sorella era ancora una bambina. Il basket, evidentemente, non faceva per lui. Papà crollò in un sonno beato, perdendosi deliberatamente le imprese di Michael Jordan, intento a salvare il destino dei Looney Tunes a suon di schiacciate a canestro.

Perdonate questo mio dilungarmi, ma torniamo a quanto stavo dicendo qualche rigo più su. Già, a papà i film proprio non piacevano. Eppure, quel giorno era preoccupato di far tardi. Sarebbe rimasto oltremodo deluso se io e il resto della mia famiglia non avessimo guardato “Harry Potter e la pietra filosofale” sin dalle prime battute.

Strano questo traffico! Non staranno andando mica tutti quanti lì?”, si chiedeva papà. In effetti, molti stavano tentando di guadagnare proprio la sala cinematografica più vicina. Il fenomeno “Harry Potter” era scoppiato in città, così come per tutto il Paese, ma che dico in tutto il mondo. Tutti volevano vedere la prima trasposizione tratta dal racconto di J.K. Rowling, autrice britannica che stava mietendo un successo dietro l’altro.

Dovete sapere che ero un giovincello allora, avevo circa 8 anni. Me ne stavo rannicchiato sul sedile posteriore a guardare il lento scorrere della vita cittadina con impazienza. Dico con impazienza perché mio padre mi stava trasmettendo il suo stesso stato d’animo. “E se arrivassimo davvero in ritardo?”, mi chiedevo, con un pizzico di terrore. Io, a differenza di mio padre, amavo il cinema. Già da allora. Ero felice quando la mia famiglia decideva di portarmi al cinema a vedere un nuovo film, appena uscito. E se non andavo in sala, non cambiava nulla, a casa guardavo film ogni qualvolta ne avevo la possibilità. Le videocassette erano le mie confidenti, le mie migliori amiche. Che fossero storie fantastiche, avventurose, comiche, i film erano un rifugio, un mondo affascinante in cui agognavo, sovente, rintanarmi.

  • Il bambino sopravvissuto

Di “Harry Potter” conoscevo pochissimo. Non avevo ancora letto il primo libro. Sapevo solamente che il film avrebbe raccontato la storia di un piccolo mago che va ad una certa scuola di magia e stregoneria e che si trova ad affrontare uno stregone cattivo. Sì, a quel tempo usavo erroneamente la parola “stregone”.

Non possedevo in merito alcuna nozione in più. Sul piccolo schermo, però, non si parlava d’altro. “E’ uscito il primo film di Harry Potter!!”, urlavano a gran voce nei vari programmi televisivi. Or dunque, papà mi portò a vedere questo famigerato film di Harry Potter, poiché era un’esperienza che voleva che vivessi. Pertanto, grazie a lui, si formarono i primi ricordi nella mia mente: la calca per le strade, le automobili che procedevano lentamente lungo il tracciato, l’approdo tanto anelato al cinema. Ricordo perfino il posto a sedere. Mi trovavo sulla destra del “salone”, un po’ in fondo, a una giusta distanza dallo schermo. La sala era strapiena. Non la vidi mai più come allora. Le luci soffuse illuminavano fiocamente la platea. C’era un gran chiasso. Le persone parlavano fra loro, c’era già chi masticava rumorosamente i popcorn presi all’ingresso, giusto al piano superiore del cinematografo, se posso concedermi l’uso di questo termine dal sapore squisitamente retrò. Poi, d’un tratto, le luci si chiusero e si diede il tanto atteso avvio alla proiezione.

Rimasi incantato. Un tizio grande e grosso, barbuto, con i capelli lunghi e arruffati, volteggiava su una motocicletta, planando sull’asfalto con un batuffolo tra le braccia. Ad attenderlo vi era un tipo anziano, con una incolta barba bianca che gli scendeva sulla pancia, e una donna, anch’essa avanti negli anni, che fino a pochi istanti prima aveva le sembianze di un gatto. Che meraviglia pensai.

Di quel frangente rammento il suono, il frastuono della musica. Soprattutto nella scena in cui la cinepresa inquadra il volto del piccolo Harry addormentato e si avvicina sempre più alla cicatrice che porta sulla fronte. Ricordo come se fosse ieri che la musica, tutto d’un tratto, si fece ancora più alta, così potente da irrompere in me: l’avvertii quasi fin dentro il petto rimbombare, come se riuscisse a scandire i battiti del mio cuore. La storia di Harry Potter era cominciata dinanzi al mio sguardo. Le magiche melodie di John Williams, la voce sommessa e delicata di Silente, il roboante accelerare del bolide di Hagrid mi avevano stregato. Erano bastati pochi secondi, piccoli fotogrammi.

Quel preambolo iniziale, in cui il regista Chris Columbus mostrava il professor Silente, la professoressa McGranitt e Rubeus Hagrid, che precipitava su nastri di bitume in sella ad una motocicletta sprovvista di sidecar, mi aveva completamente rapito. Rammento il fragore che c’era attorno a me: tutto il vociare della gente, delle famiglie, che chiacchieravano tra loro, sorridendo e scherzando. Improvvisamente, quello schiamazzo non si udì più. La sala era buia, permeata da un improvviso silenzio di tomba. Le luci si erano spente di colpo, come se lo stesso Silente le avesse acciuffate con il tocco della sua mano e la lestezza del suo Deluminatore.

Avete presente la scena iniziale di “Harry Potter e la pietra filosofale”, giusto? I riverberi dei lampioni del quartiere che vengono ghermiti, carpiti e serbati dal professor Silente per generare il buio in strada, per sfruttare il favore delle tenebre. Ai miei occhi di bambino sembrò quasi che lo stesso Silente avesse catturato anche le fioche illuminazioni della sala in cui mi trovavo io stesso e in cui l’oscurità era divenuta preponderante. Noi spettatori eravamo divenuti preda di quello stesso silenzio, di quello stesso fosco, e osservavamo ciò che stava accadendo quella strana notte. Eravamo tutti vittime di un sortilegio: ci stavamo tutti innamorando del mondo di “Harry Potter”. 

Il piccolo Harry era stato lasciato dinanzi alla porta della sua nuova abitazione: deposto al numero 4 di Privet Drive. Era cominciata così la sua storia, la storia di un orfanello con un marchio sulla fronte. Comparve il titolo della pellicola al centro dello schermo. Il cuore mi batté all’impazzata. Ero troppo emozionato, tutto sembrava così incredibilmente magico e… Vero.

La magia di quelle scene iniziali, però, si dissolse e nelle sequenze immediatamente successive, Harry, divenuto un ragazzino di quasi undici anni, si svegliava di buon mattino e dava il via alla sua giornata come una persona apparentemente normale. Si fa per dire, ovviamente. I ragazzini “normali”, per fortuna, non dormono nel sottoscala, in una “cameretta” minuscola, impolverata, ricoperta di ragnatele. Harry viveva come un ospite sgradito nella casa dei suoi zii. Quel mattino, Harry stava preparando la colazione per suo cugino Dudley, restandosene poi in disparte, mentre quest’ultimo apriva una quantità eccessiva di regali. Non sapeva nulla del suo passato, se non qualche bugia sapientemente ideata dai suoi zii circa il fato a cui andarono incontro i suoi genitori, scomparsi prematuramente. Harry non conosceva niente di sé stesso. Non sapeva d’essere speciale, d’essere il bambino che era sopravvissuto.

  • Solo Harry!

Harry si presentava come un bimbetto qualunque, un figlio adottato e non desiderato, una persona sola al mondo, senza amici, che non pensava neanche lontanamente di poter essere unico. Harry era Harry. Semplicemente Harry!

Aveva i capelli corti e portava degli occhiali tondi sul viso. Un ragazzino come tanti altri all’apparenza. Come gli stessi spettatori (o lettori) Harry era una persona ignara, inconsapevole, prossima ad essere catapultata in un mondo di magia, di stregoneria, di meraviglie.

Qualche giorno prima del suo undicesimo compleanno, Harry riceve una misteriosa lettera che però non riesce a leggere: il perfido cuginetto Dudley gliela soffia da sotto il naso e la consegna lestamente ai genitori i quali, notando il timbro che contraddistingue l’epistola, restano basiti e decisamente allarmati. Giorno dopo giorno, le lettere vengono recapitate con sempre maggiore insistenza da dei gufi che, una volta portata a termine la loro consegna, fanno quanto devono per appollaiarsi in ogni dove, osservando curiosi e bubolando al numero 4 di Privet Drive.

Lo zio Vernon non ne vuol sapere: Harry non aprirà mai una di quelle lettere. Una domenica, la casa dei Dursley viene invasa da una mole impressionante di epistole, che irrompono nell’abitazione da ogni minima fessura, dalle finestre semischiuse, perfino dal caminetto. I Dursley si trovano, loro malgrado, inondati da quella carta francobollata e per sfuggire a quella posta sempre più invasiva decidono di trasferirsi temporaneamente in una avvilente catapecchia, situata in un isolotto, nel bel mezzo del mare. Nonostante questo cambio di residenza, il giorno del suo compleanno, Harry riceve la visita di Hagrid, che butta giù la porta e penetra in quell’angusto alloggio con il suo incedere rovinoso e inarrestabile. Il mezzogigante, finalmente, dona ad Harry la sua lettera, mediante la quale il giovanotto scopre di essere un mago e di essere stato ammesso alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Inoltre, Harry viene a sapere che persino i suoi genitori erano stati dei maghi e che, dieci anni prima, erano stati uccisi dal più terribile mago oscuro di tutti i tempi, Lord Voldemort, e non periti in un incidente d'auto come gli era sempre stato fatto credere dagli zii. Ancora leggermente frastornato dalla quantità di notizie apprese, il protagonista lascia, col sorriso sulle labbra e un certo stupore nel viso, i Dursley e parte con Hagrid per un interessante viaggio iniziatico.

Durante il loro dialogare, nei giorni a venire, Harry viene a sapere dal suo corpulento e imponente nuovo amico che la singolare cicatrice che porta sulla fronte è la testimonianza del fatto che lui fu l'unico, la notte in cui spirarono i suoi genitori, a sfuggire alla furia di Voldemort. Hagrid accompagna, dunque, Harry a Diagon Alley - un quartiere frequentato dai maghi nascosto nel centro di Londra - per procurargli l'occorrente per la scuola.

Tutte le meraviglie che da questo momento in poi Harry mira con i suoi occhi sbigottiti sono le stesse che noi spettatori vediamo con lui, per la prima volta. Lo stupore che il ragazzino mostra nel vedere Hagrid aprire un passaggio segreto celato al di là di un muro, l’incanto che sperimenta nell’intravedere i negozi dove comprare i libri di magia, dove ottenere la sua bacchetta personale, sono le stesse emozioni che avvertono le persone comuni, gli spettatori e i lettori che, insieme al protagonista, si rapportano con sempre crescente stupore a questo mondo magico. Harry è modellato dalla Rowling per essere gli occhi e il cuore di ogni lettore (e di conseguenza di ogni spettatore). Con gli occhi di Harry noi tutti immaginiamo e ammiriamo le bellezze e i prodigi della magia, e con il suo stesso cuore ci lasciamo avvolgere e conquistare da essa.

  • Il primo giorno

Non appena mette piede a Diagon Alley, Harry suscita subito l'ammirazione degli altri maghi quando questi sentono pronunciare il suo nome, tra cui Quirinus Raptor, che sarà il suo prossimo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure. Il professore si guarderà bene dallo stringere la mano al timido Harry, preferendo biascicare qualche parola di circostanza tramite i suoi balbettamenti. Poco dopo, Harry segue Hagrid fino alla stazione londinese di King's Cross per prendere il treno in partenza al binario 9 ¾, imbattendosi per la prima volta in Ron, membro della famiglia Weasley.

Harry non sa cosa fare: è impacciato allo stesso modo di come lo eravamo tutti noi durante il nostro primo giorno di scuola. Lo ricordate?

Noi avevamo uno zainetto sulle spalle, Harry, dal canto suo, portava invece tutto l’occorrente in un grosso carrello su cui campeggiava una gabbia con all’interno un gufo dal candido piumaggio, libri, pergamene, piume ed inchiostro. Ciò nondimeno, noi tutti eravamo così simili ad Harry. Anche noi avanzavamo un po’ incerti, verso quell’edificio denominato istituto scolastico. Salutati i nostri genitori, ci lasciavamo andare ai pensieri, ai dubbi, alle piccole ansie, e la vocina nella nostra testa ci portava a chiederci: Dov’è l’ingresso? Dove sarà la mia aula? In che posto finirò? Chi avrò accanto? Troverò un amico?

Tante domande che si succedevano tra loro, tanti quesiti che presto avrebbero avuto risposta. Così, nel nostro primo giorno di scuola, camminavamo a tentoni, esitanti, pronti a chiedere consiglio a qualcuno. Harry provava il medesimo stato d’animo.

Mi scusi...”, dirà alla madre di Ron, la signora Weasley. “Può dirmi come…”.

Molly Weasley, con la dolcezza di una mamma, comprenderà al volo l’insicurezza del ragazzo. “Cosa… Come raggiungere il binario? Non preoccuparti, caro, anche Ron sta andando ad Hogwarts per la prima volta”. Ron era un fanciullo dai folti capelli rossi, pieno di lentiggini sulle gote (perlomeno nel libro), e se ne stava irto a pochi passi da Harry, sorridendo con una smorfia tutta sua e annuendo con il viso, perché era vero ciò che sua madre stava dicendo giusto in quell’istante: anche per lui si trattava del primo giorno di scuola, l’alba della sua grande avventura. Quel dì perfino Ron era un tantinello nervoso, e lo dava a vedere. Eccome!

Harry tentennava, non sapeva come procedere. Rispetto a noi comuni “babbani”, che dovevamo semplicemente trovare l’ingresso della scuola e poi l’ubicazione della nostra aula, Harry doveva fare qualcosa di più arduo: prendere una bella rincorsa e oltrepassare una barriera, portarsi al di là di una parete, di un muro bello spesso che lo avrebbe condotto magicamente al binario 9 ¾, lì dove il treno attendeva, emettendo vapore dal fumaiolo della locomotiva, prossima alla partenza. Harry guardò qualche studente prima di lui, cercò di capire come si faceva, poi trasse un respiro profondo, scattò in avanti e oltrepassò la "cortina" fatta di muratura di mattoni: il primo passo verso la sua crescita, verso l’albeggiare del suo percorso scolastico Harry lo aveva compiuto. Attraversando la barriera, il protagonista si era catapultato in una nuova fase della sua gioventù, dove avrebbe imparato tanto, stretto nuove amicizie, vissuto giornate scolastiche indimenticabili, un po’ come sarebbe capitato anche a noi una volta varcata la soglia della nostra scuola.

Or dunque, Harry monta sul treno e trova posto in uno scompartimento vuoto. Lì verrà presto raggiunto dallo stesso ragazzino che aveva intravisto alla stazione, Ron.

  • Amicizia elementare

L'amicizia tra Ron ed Harry nasce con naturalezza e spontaneità, con quel candore che soltanto quando si è bambini si può avere.

Ron “bussa” titubante alla cabina di Harry, durante il loro scorrazzare in treno. È intimidito, direi quasi spaventato. Harry è lì da solo, tutto solo in un ampio scompartimento, e fissa il finestrino, ammirando il paesaggio che si dipana davanti ai suoi occhi entusiastici e ai suoi occhiali danneggiati. Ron lo “disturba" delicatamente: "Ti dispiace? Il treno è tutto occupato…", afferma, forse aspettandosi un secco rifiuto da parte di Harry.

Il protagonista, invece, reagisce benevolmente e invita Ron ad accomodarsi. Questi sorride, sollevato, e si presenta. Di lì a poco passa una venditrice di cibarie. Harry ne approfitta e compra gran parte dei dolci del carrello.

Harry e Ron incominciano a fare amicizia così, condividendo le leccornie, sgranocchiando i dolciumi come due mangioni insaziabili. Un paio di confidenze qua e là, qualche battuta ben assestata e l'amicizia tra Ron ed Harry sboccia e si ramifica proprio durante quel viaggio sui binari ferroviari.

Quante volte ci è capitato da bambini di fare amicizia tanto rapidamente? Fra i banchi di scuola delle elementari magari, quando eravamo piccini, le nostre solide amicizie nascevano in questo modo: qualche parola detta con simpatia, un giusto apprezzamento, una merendina scambiata, e si diveniva compagni di giochi per gli anni a venire. La nascita dell'amicizia tra Ron ed Harry è così reale, così profonda perché è sincera, disinteressata, assolutamente autentica. Essa fiorisce nella condivisione del cibo, attraverso un’abbuffata bella e buona, e una lunga serie di risate generate da una sintonia istintiva ed inaspettata che sembra accomunarli “magicamente”.

Sin dal loro primo incontro, nel romanzo, Ron ha modo di aprirsi parecchio con Harry, rivelando una certa sfiducia nei propri mezzi e nelle proprie capacità. Ron confiderà al suo futuro migliore amico di avere cinque fratelli maggiori, che hanno già avuto modo di raggiungere diversi importanti traguardi prima di lui.

In quegli attimi così sinceri e profondi, Ron afferma che se anche riuscisse a bissare i loro successi non farebbe altro che replicarli. Attraverso queste confessioni, Ron esprime un disagio che già a quella giovane età sembra tormentarlo: il peso di non essere all’altezza. Nonostante questa insicurezza, Ron è un ragazzino solare ed estremamente simpatico, con l’ironia sempre a portata di mano e ciò contribuirà a forgiare il suo rapporto di amicizia con Harry.

Mentre Harry e Ron passano il tempo a parlottare, ridere e mangiucchiare, irrompe nel loro scompartimento una ragazzina dai capelli scompigliati, tale Hermione Granger, che sta cercando un rospo chiamato Oscar, sfuggito nel frattempo alle grinfie di Neville, un coetaneo. Hermione coglie l’occasione per presentarsi ad Harry e Ron: in particolare fra il ragazzino con le lentiggini e la ragazzina dalla chioma spettinata la prima impressione non sarà di certo la migliore. Hermione sembra infastidita dal modo di ingurgitare dolciumi da parte di Ron, e questi, da parte sua, pare turbato dall'aria saccente della stessa Hermione. I due ancora non sanno quanto, col tempo, diverranno importanti l’uno per l’altra, dapprima come amici e in seguito come qualcosa di molto molto di più.

Tra Harry Ron ed Hermione si formerà un'amicizia profondissima e indissolubile.

Ricordo io stesso come, a quell'età, servisse così poco per stringere amicizia, per conoscersi e avvicinarsi anche con le ragazze. Bastava condividere qualcosa, un banalissimo gioco o disquisire su un film. Rammento, ad esempio, quando un giorno in classe capitai seduto accanto ad una ragazzina dai capelli biondi. Questa ragazzina si sedette accanto a me non certo perché anch'essa, come Hermione, era alla ricerca di un rospo sfuggito a chicchessia, ma si sedette accanto a me semplicemente perché le andava di scambiare qualche parola, per diventare mia amica.

Era così bella ai miei occhi. Aveva un sorriso fantastico, che le creava delle fossette sulle guance. Ricordo ancora oggi quanto fu facile e bello chiacchierare con lei quel giorno e tutti i giorni a venire. Il suono della sua voce era tanto piacevole. Cominciammo a parlare proprio di un film: “Jurassic Park”. Disquisivamo di una scena in particolare, quella in cui il tirannosauro forzava la sua gabbia di contenimento e scappava via. Lei era convinta che ciò avvenisse nel secondo capitolo, io, invece insistevo nel dire che accadeva nel primo. In realtà, avevamo ragione entrambi. Io facevo riferimento alla scena di “Jurassic Park”, in cui il tirannosauro veniva fuori dal recinto non più elettrificato, lei al contrario si riferiva alla scena in cui lo stesso tirannosauro fuggiva dalla stiva della nave e raggiungeva la città; e quello naturalmente avveniva ne “Il mondo perduto”, la seconda pellicola. Io e Roberta, così si chiamava la ragazzina con cui mi trattenni a parlare quel giorno e per tutti i giorni che seguirono e di cui conservo ancora ricordi così teneri e soavi, quando iniziammo a parlottare non avevamo dolcetti da sgranocchiare, non stavamo viaggiando su di un treno verso una scuola di magia e stregoneria, ma ci trovavamo casualmente seduti l'uno accanto all'altra, tra i banchi, mentre le sequenze di un film di fantascienza, per nulla banale, ci avevano dato l’occasione di conoscerci meglio. E fu ugualmente magico. L'amicizia tra Ron, Harry ed Hermione nasce, in parte, più o meno così: con un incontro casuale, con uno scambio di pareri, di confidenze, esattamente come avveniva nella realtà a chiunque di noi. Sto semplificando un po’ troppo le cose?

Beh, sì, lo ammetto, in questo caso sto banalizzando un po’ troppo. In effetti, l’amicizia di Harry e Ron con Hermione sboccia attraverso la condivisione di un’esperienza straordinaria.

Hermione desiderava fare conoscenza con quei due ancor prima, ma il suo carattere da saputella e l’impulsività di Ron avevano messo i bastoni fra le ruote ad un’amicizia che sarebbe sorta molto presto e sarebbe divenuta solida come una quercia.

Il legame con Hermione germoglierà dopo una disavventura rischiosissima, quando Ron ed Harry la salveranno da un troll di montagna penetrato inspiegabilmente nella scuola. I due maghetti combatteranno il gigantesco essere e riusciranno, con un Wingardium Leviosa e una fortuna sfacciata, ad abbatterlo, a farlo crollare al suolo e a trarre in sicurezza Hermione. Servì un accadimento straordinario per avvicinarli definitivamente. La stessa Rowling lo precisa. Ella scrive: “Ma da quel momento, Hermione Granger divenne loro amica. È impossibile condividere certe avventure senza finire col fare amicizia, e mettere ko un mostro di montagna alto quattro metri è fra quelle”.

Io riuscii a legare con la mia compagna di classe - che rammento ancora oggi così graziosa e dolce - fortunatamente senza affrontare un troll sceso dalle montagne e imbucatosi nel bagno delle ragazze. Non fraintendetemi, mi sarebbe piaciuto fare l’eroe davanti a lei, salvarla da un pericolo così periglioso. Ma che un troll irrompesse nella nostra scuola, ai tempi in cui io andavo alle elementari, era chiedere un po’ troppo.

  • Specchio, servo delle mie brame

Ma chi era Hermione Granger?

Per quanto concerne Harry ho scritto un bel po’ di cose, su Ron ho fornito una descrizione semplice ma credo esaustiva per il momento, ma su Hermione dovrei aggiungere qualcosina. Allora, Hermione era una studentessa modello, vogliosa di imparare, di studiare, di migliorarsi sempre di più. Era brillante, intelligente, spiccatamente intuitiva e amava i libri; li portava sempre con sé, tenendoli fra le mani, abbracciandoli come se fossero i suoi tesori più cari. Hermione era una perfetta Corvonero, starete senz’altro pensando. E non avete tutti i torti. Ma il Cappello Parlante, durante la cerimonia di smistamento, preferirà premiare l’ardore del suo spirito e la lealtà del suo carattere, tanto impavido quanto indomabile, indirizzandola verso la stessa Casa di cui faranno parte Ron ed Harry.

Harry, Ron ed Hermione, tutti e tre smistati dunque nella Casa di Grifondoro, trascorrono le settimane frequentando le lezioni, studiando, imparando a volare in sella alla propria scopa e soprattutto rischiando qualcosa di ben peggiore della morte: l’espulsione. Girovagando per il castello, una sera, i tre finiscono nella “zona proibita”, scoprendo l’esistenza di una stanza segreta. Al di là di essa, un cane a tre teste sorveglia, ferocemente, una botola. Cosa si nasconderà sotto di essa?, si domanderà Hermione. Ron, invece, non se lo chiederà affatto, almeno non inizialmente, troppo preso a ripensare a quelle tre teste ringhianti, a quelle tre bocche fameliche, a quelle tre fauci bavose. Un mistero avvolge le fondamenta di Hogwarts, e i tre maghetti sono più che mai decisi a risolverlo.

Durante il progredire dei mesi, Harry, avventurandosi fra i corridoi di Hogwarts in cerca di informazioni, “inciampa” in un oggetto molto, molto speciale: uno specchio. Harry si avvicinerà ad esso, intrigato, e lo scruterà attentamente.

Che cos’è uno specchio?

Che domanda, tutti sappiamo cos’è. Sarebbe meglio chiedersi, allora, che cosa mostra, di solito, uno specchio?

Ciò che ha dinanzi a sé, risponderebbe qualcuno.

In effetti, esso riflette in genere ciò che vede, l’apparenza, la pura esteriorità. Ogni specchio possiede l’abilità di replicare un gesto, di ricambiare uno sguardo, di duplicare semplicemente una sagoma. E lo fa con distacco, con gelida austerità. Lo specchio copia un’immagine, riproduce un corpo, ma abitualmente non coglie l’intimità, il carattere, la personalità di chi si pone al suo cospetto. Esso si limita a “bissare”, a sdoppiare le epidermiche sembianze. Talvolta, chi osserva attentamente la propria figura davanti ad un vetro fatica a riconoscerla come vorrebbe. Una ruga di troppo o un affanno marcato sulla pelle possono mutare il riflesso, sino a renderlo diverso, inaspettato.

Scrutando uno specchio, una persona nota se stessa, prigioniera di quei contorni. In alcuni romanzi di fantasia, gli specchi sono soliti riflettere soltanto gli esseri umani che sono ancora in vita, o per meglio dire, i corpi che custodiscono, come forzieri, un’anima. Nel romanzo “Dracula” di Bram Stoker il vampiro protagonista non può essere rispecchiato da una qualunque superficie riflettente. Esso, infatti, è deceduto, non possiede più alcun barlume di umanità e, per tale ragione, lo specchio decide di non rimandare il suo aspetto, di non riprodurre il suo profilo. I vampiri non esistono propriamente sul suolo terrestre, nel regno dei mortali, poiché hanno perduto il dono della vita e permangono sulla Terra malgrado la loro natura. Di conseguenza, lo specchio, come se fosse un oggetto investito dal peso della ragione, sceglie volutamente di non ricreare la loro parvenza.

Lo Specchio delle Brame che il giovane Harry Potter contempla ad Hogwarts ha un che di unico: quella levigata superficie riflettente mostra i desideri più profondi di una persona. Chiunque osi specchiarsi in esso vedrà ciò che più brama: una persona cara scomparsa che riappare improvvisamente, l’amore della propria vita mai conquistato che si mostra al nostro fianco come se ci appartenesse davvero. Un incanto incredibile, un’illusione seducente, una menzogna che può condurre al dolore.

Lo Specchio delle Brame non riflette semplicemente la fisionomia di una persona, riflette il suo sogno. Esso si addentra nell’interiorità del soggetto che gli si pone dinanzi, andando oltre la pelle, scavando fin dentro l’anima. Harry vedrà in quel vetro, racchiuso in una cornice decorata, i suoi genitori che giacciono accanto a lui, che lo accarezzano, lo guardano amorevolmente. Il desiderio più profondo dell’animo di Harry si trova lì, intrappolato all’interno di una lastra adornata da un legno pregiato e finemente intarsiato con scritte che, se lette al contrario, recitano: "Non rifletto il volto ma il cuore”.

Travolto da quell’immagine ammaliante, Harry torna più volte a rimirare lo specchio. Il Professor Silente, però, avrà modo di metterlo in guardia dai pericoli di quel vetro brulicante di miraggi.

Harry non può ammirarlo in eterno, poiché significherebbe per lui rifugiarsi in una visione onirica e dimenticare di vivere la realtà.

Lo Specchio delle Brame può condurre alla follia, poiché riflette anche e specialmente i desideri irrealizzabili, rendendoli tormenti, trasformando i sogni in incubi.  

  •  L’alternarsi delle stagioni

Il film di Chris Columbus è una meravigliosa trasposizione, una traduzione impeccabile e rispettosa del materiale originale. Columbus crea un’atmosfera magica, a tratti fiabesca, che genera un costante senso di stupore. Il regista ha, innanzitutto, il merito di scandire lo scorrere del tempo, l’alternarsi delle stagioni. Il primo anno scolastico di Harry, Ron ed Hermione si consuma sotto i nostri occhi, sequenza dopo sequenza. L’arrivo della festività di Halloween, le cui decorazioni animano la Sala Grande, la venuta della mattina di Natale in cui Harry e Ron scartano i regali accanto al camino che scoppietta - indossando calorosissimi maglioni sgargianti cuciti a mano dalla signora Weasley che ama adornarli con la lettera iniziale del nome della persona a cui il maglione è destinato - sono tutte scene che permettono a noi spettatori di avvertire il passare dei mesi ad Hogwarts. Columbus condensa, con la stessa abilità della Rowling, l’arco temporale di un intenso anno scolastico.

La cura con cui Columbus si impegna nel delineare gli aspetti più affascinanti e stupefacenti del mondo magico rende “La pietra filosofale” uno dei film più riusciti della saga di Harry Potter. La fotografia, così fulgida e colorata, la presenza dei fantasmi, il Quidditch con i suoi allenamenti e le sue sfide in campo, sono tutte digressioni a cui il cineasta dedica un’attenzione elevata per plasmare un clima suggestivo, evocativo, memorabile.

  • Un giallo intrigante

I primi romanzi di Harry Potter possiedono uno stile giallista. Columbus è bravo a riportare in scena questa caratteristica de “La pietra filosofale”. Il mistero che avvolge questo “oggetto”, questa pietra filosofale “sepolta” nei meandri quasi inesplorati della scuola di magia e stregoneria, l’indagine che il trio compie per capire cosa si nasconda sotto le zampe di Fuffi, il cane a tre teste, e per smascherare chi è realmente colui che vuole rubare la pietra, vengono sapientemente trasposti dal regista e costituiscono il nucleo dello svolgersi delle vicende. Harry, Ron ed Hermione sono persuasi che Severus Piton, l’intransigente e imperturbabile professore di Pozioni, voglia rubare la pietra filosofale e offrirla a Voldemort per rigenerarsi con l’elisir che essa contiene. Per impedire che ciò avvenga i tre decidono di calarsi lungo la botola.

Il trio di amici deve superare diverse prove prima di giungere alla pietra: oltre a dover eludere la guardia di Fuffi, i maghetti dovranno cercare di non lasciarsi soffocare dalle radici ramificate del Tranello del Diavolo; sfuggire a uno sciame di chiavi volanti e vincere una partita a scacchi a misura d'uomo.

  • Prove avventurose

Le sfide che Harry, Ron ed Hermione sono obbligati a dover sostenere, ricordano, sia pure in maniera remota, le prove che Indiana Jones affronta verso la fine della sua terza avventura: “L’ultima crociata”. Nella parte finale del lungometraggio, l’archeologo deve superare tre prove letali: il Respiro di Dio, il Nome di Dio, e il Sentiero di Dio. Con ingegno, fortuna e tanto ardore, Indiana riuscirà a superare tutti e tre i test e a raggiungere il Santo Graal, il mitico Calice da cui bevve Gesù di Nazareth durante l’Ultima Cena; Calice che viene sorvegliato da un crociato rimasto eternamente ad attendere la venuta di un degno successore.

Ne “La pietra filosofale” le sfide vengono superate con l’intelligenza, l’abilità e il coraggio di tutti e tre i protagonisti. Per prima cosa, Harry, Ron ed Hermione dovranno aggirare l’attenzione di Fuffi.

Fuffi, ne “La pietra filosofale”, sembra rivestire un ruolo simile a quello che Cerbero, il cane a tre teste della mitologia greca, rivestiva nell’Ade. Esso era posto a guardia dal Signore degli Inferi, pronto ad azzannare e scacciare chiunque avesse osato oltrepassare la porta "dell’Inferno" senza il consenso di Ade. Cerbero, un tempo, fu assoggettato da una musica melodiosa: Orfeo, suonando la sua lira, riuscì a placare la furia del gigantesco cane, addormentandolo. Anche Fuffi si lascia ammaliare dalla musica dell’arpa, dormendo come un ghiro ogni qualvolta ascolta una melodia inebriante. Harry, Ron ed Hermione approfitteranno (almeno per un po’) della musica per vincere la sua vigilanza.

Allo stesso tempo, i tre useranno il mantello dell’invisibilità per sottrarsi alla vista dell’animale. Anche nella mitologia greca vi è qualcosa di simile: Ade era solito portare sul capo un elmo che era in grado di renderlo invisibile. Il dio lo usò in un’occasione particolare: quando dovette introdursi nella stanza di Crono e rubare le sue armi senza essere visto. Il mantello dell’invisibilità, come l’elmo di Ade, protegge chi lo indossa e cela Harry alla vista di chi potrebbe fargli del male.

Superato lo “scoglio” incarnato dal cane a tre teste, il trio precipita tra i fitti e serpeggianti rami del Tranello del Diavolo, una pianta ramificata che può avviluppare e soffocare chiunque cada tra le sue braccia e venga colto dal panico. Il Tranello del Diavolo verrà sconfitto da Hermione.

La prova successiva, la scacchiera, vedrà invece Ron al centro della scena, il quale sarà costretto a disputare una delle partite più difficili della sua vita.

Ron dovrà sacrificare sé stesso, in sella al cavallo, e proteggere le “pedine” di Harry ed Hermione per fare scacco matto e permettere al suo migliore amico di proseguire lungo il tragitto. Harry raggiungerà la minaccia finale ma, differentemente da Indiana Jones, non si troverà davanti un mite guerriero, piegato dagli anni, a guardia di un bene tanto prezioso da non poter essere mai toccato: il maghetto si imbatterà nel professor Raptor, un uomo malvagio e con un doppio volto.

Raptor cela infatti, dietro il suo turbante, il viso di Voldemort, che vive come un parassita aggrappato disperatamente alla vita. Nella mitologia romana si fa cenno ad una divinità con una doppia faccia: Giano Bifronte. Questo dio possedeva due volti identici, uno che guardava al passato ed un altro al futuro. L'antagonista de "La pietra filosofale" ha anch'egli due facce, tuttavia ben diverse fra loro: quella del professor Raptor - che appartiene ad un passato ormai perduto, poiché egli ha smesso di essere un normale essere umano una volta divenuto servo e custode del signore oscuro - e quella di Voldemort rivolta verso un futuro che egli mira con bramosia, con il desiderio di tornare ad avere una seconda esistenza, a possedere un corpo tutto suo attraverso l'assunzione dell'elisir contenuto nella pietra di Nicolas Flamel. 

Quel “Graal” cercato e protetto dal protagonista, vale a dire la pietra filosofale, è occultato nello Specchio delle Brame ed Harry, accorgendosene appena, riuscirà a prenderlo, poiché sarà l’unico a non voler utilizzare l’oggetto per scopi personali. In uno scontro finale, Harry sconfiggerà Raptor, bruciandolo con il tocco della sua mano: l’amore che la madre di Harry nutriva per lui lo rende intoccabile da Voldemort, il quale una volta sfiorato dal giovane mago finisce per ardere, disfarsi in polvere e scomparire.

  • Un incantesimo che inizia con la lettera “f”

Quando finii di guardare il primo “Harry Potter” al cinema, rammento l'emozione che provai nel finale. La sala gremita che applaudiva, il sorriso di mia madre quando Grifondoro vinse la Coppa delle Case. Ripensai al film ogni secondo, quando lasciai la sala e raggiunsi con i miei l’automobile. Ricominciai a rivangare le scene che più mi avevano toccato, ripensai all'inizio, alla cicatrice del piccolo Harry. Hogwarts mi mancò immediatamente.

Mi ero sentito a casa laggiù, fra le ampie stanze di quel castello, nella Sala Comune di Grifondoro. Volli tornare immediatamente laggiù. E potei farlo: papà, qualche giorno dopo, mi regalò il primo libro della saga, “La pietra filosofale”. Da allora, non mancò mai di regalarmi tutti i restanti libri che via via, anno dopo anno, uscirono nelle librerie. Rileggendo quelle pagine tornai in quel mondo magico che mi fece battere il cuore, da principio in pellicola e che subito dopo mi conquistava anche di più sotto forma di parole, immaginazioni e fantasticherie. Grazie ai libri di Harry Potter mi innamorai della lettura. Capitò a tanti altri. Ricordo che in classe, molti dei miei compagni, dei miei amici di allora, portavano con loro i libri di Harry Potter. Li tenevano nelle cartelle, pronti per essere tirati fuori durante la ricreazione, per essere letti appena possibile. Io non li portavo mai con me, ci ero troppo affezionato. Temevo che il sobbalzare dello zaino sulla mia schiena avrebbe potuto rovinarli.

Dopo un po', film e i libri non mi bastarono più. Hogwarts continuava a mancarmi con maggiore insistenza. Avrei voluto "viverla" nuovamente, in un modo alternativo. Dunque incappai nel videogioco, il primo videogioco di Harry Potter. Fu un compagno di scuola a prestarmelo. A quel tempo ci scambiavamo i videogiochi per la Playstation come se fossero figurine dei calciatori. “Ti presto il mio Harry Potter per il tuo Bugs Bunny e Taz – In viaggio nel tempo”. Ripensare a questa frase, oggi, mi fa tanto sorridere.

Raccolsi fra le mani il primo videogame della saga. Me ne innamorai così tanto che, poco tempo dopo, corsi a comprarlo per averlo tutto per me e restituirlo al mio amico, una volta completato per la prima volta.

Quanto era bello quel gioco. Apriva i battenti laggiù, proprio laggiù: all’interno del castello di Hogwarts. Harry, che era naturalmente il personaggio giocabile, avanzava verso una grande scalinata ai cui piedi vi si stagliava una bislacca figura, dal cui viso pendeva un groviglio bianco che rassomigliava ad una barba canuta. Era Silente.

Il preside mi dava il benvenuto alla scuola di magia e stregoneria di “AUGUARTS”, così il doppiatore rinominava per l’occasione la scuola di Harry Potter. Harry era libero di perlustrare il castello, o per lo meno le porte che permettevano d’essere varcate: quelle scevre da un grosso lucchetto argentato.

Cominciai, così, nei panni di Harry si intende, a camminare fra gli immensi corridoi della scuola. Il personaggio di Harry era minuto come un ragazzino che cammina all’interno di un maniero gigantesco, dove tutto è smisuratamente grande: le porte, le finestre, i quadri, gli scalini; tutto in quel videogame pareva di dimensioni così sproporzionate da far sentire il personaggio e lo stesso videogiocatore piccolo piccolo, immerso in un ambiente magico e inverosimile.

Il rumore dei passi del protagonista, mentre calpestava il tappeto che calava lungo le scale, oppure mentre calpestava semplicemente il pavimento, echeggiava ovunque. Il castello era colmo di enigmi, dietro alcune librerie si celavano passaggi segreti e, disseminati qua e là, vi erano caramelle di tutti i gusti più uno, da raccogliere in gran quantità, e nascoste nei luoghi più impensabili figurine di streghe e maghi famosi che Harry avrebbe dovuto collezionare per riempire il proprio album.

L'atmosfera del gioco era straordinariamente coinvolgente. Il silenzio, alle volte, permeava il castello, il quale, agli occhi di un giovanissimo videogiocatore, dava l’impressione d’essere sconfinato, immenso. Talvolta, si udivano suoni di armature fisse al muro che amavano animarsi e colpire ritmicamente l’aria con le loro armi affilate. Harry doveva fare attenzione ovunque andasse.

Mentre il protagonista procedeva lungo i corridoi poteva intravedere impronte sbiadite che fluttuavano per fatti propri, sì, insomma, i fantasmi delle quattro Case che consumavano il loro tempo librandosi da un antro ad un altro. Harry doveva correre alle lezioni dove avrebbe potuto imparare ad usare gli incantesimi, a volare in sella alla sua Nimbus 2000. Durante il progredire del gioco, Harry, poteva, altresì inoltrarsi nei sotterranei, cupi e labirintici, spingersi nei giardini, perfino esplorare la Foresta Proibita, a notte fonda. E, in quella che certamente era la parte più difficile del gioco, poteva girovagare per Diagon Alley, in particolar modo sferragliare all’interno delle gallerie cavernose della Gringott e tentare, con notevole sforzo, di arraffare quante più monete poteva per ottenere tre premi inaspettati e non rivelati. L’atmosfera del gioco, così “stregata”, l’ambientazione così travolgente, contribuì a cementificare in me i ricordi di quel periodo della mia infanzia. Ricordi luminosi, splendidi, di un universo che riusciva a generare magia attraverso una pellicola, una pagina di un libro, il livello di un videogioco.

Harry era solito lanciare un incantesimo in questo videogame con la sua bacchetta ricavata dalla piuma di una fenice: il Flipendo. I ricordi che possiedo dei primi film di Harry Potter sono fulgidi e splendenti come quell’incantesimo, un bagliore luminoso che irradia ancora oggi il mio cuore. Harry Potter è per me infanzia, amicizia, amore, ricordo, magia... Una magia raggiante come un Flipendo. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori... E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: Buon Natale e sparivo...

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d'incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d'un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita."

Da "Sogno di Natale" di Luigi Pirandello.

Come un'illusione, un miraggio, una visione onirica, un sogno per dirla alla buona; il Natale è un'ebbrezza più che una festa, un pensiero raggiante e confortante, ed il mese di dicembre è un periodo intriso di un'astratta e caduca magia incassata tra la fine e il principio, il crepuscolo e l'alba di un anno che muore con le sue aspettative disattese e che sorge con le sue speranze sempre nuove.

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  • Il mio nome è Nessuno

Chi sei tu?” – Domandò a gran voce il gigante con un solo occhio. Un silenzio tombale era calato di colpo, e tutto attorno alla colossale creatura tacque.

Ho chiesto come ti chiami?” - Incalzò nuovamente il gigante, con tono cupo.

Io?” – Domandò Ulisse con fare retorico. E poi aggiunse “Io… Mi chiamo Nessuno!”, mal celando quello che sembrava proprio essere l’accenno di un sorriso.

Nessuno…” - Ripeté Polifemo, apparendo soddisfatto.

Bene! Mangerò per ultimo Nessuno!” -  Bofonchiò prima di appisolarsi.

Il disegno di Ulisse poteva dirsi appena cominciato e si sarebbe svolto nel migliore dei modi. La notte era scesa fitta, e nella caverna di Polifemo regnava un buio inquietante. Ulisse non restò con le mani in mano, l’uscita della spelonca era sbarrata da un enorme masso che doveva essere rimosso in qualche modo. Così, escogitò, insieme ai suoi compagni, un modo per trarre in inganno il ciclope. Durante le ore della notte, Ulisse appuntì un lungo e grosso bastone ricavato da un ulivo, che affondò nell'unico occhio del titanico essere. Questi si destò dal dolore, e tra grida e lamenti cominciò a chiedere aiuto. Accorsero nei pressi della caverna altri giganti, domandando cosa stesse accadendo lì dentro. Polifemo urlava di dolore: “Nessuno sta cercando di uccidermi!! Aiutatemi!!”. Gli altri giganti non credettero ai loro orecchi. Quella frase era priva di significato. Così ignorarono il lamento di Polifemo, ritenendolo completamente inebriato dal vino.

Nel frattempo, Ulisse, quel signor Nessuno, si era nascosto fra le pecore che Polifemo pasceva durante il giorno, pronto ad attuare la parte restante del suo piano. Aggrappatosi al vello del ventre delle capre, fu spinto verso l’uscita dallo stesso ciclope che, accecato, si limitava a tastare con le mani il manto soffice delle sue bestie. Una volta fuori, libero, Ulisse non poté più trattenersi e volle prendersi gioco del maestoso mostro: “Non è stato Nessuno ad imbrogliarti… E’ stato Ulisse, re di Itaca”. Di colpo, all’orecchio di Polifemo quel Nessuno assunse le sembianze di un individuo reale, i contorni di un significato, perfino un’identità. Quel Nessuno era divenuto un qualcuno che proprio professandosi, apparentemente, come un “niente” aveva aggirato la forza bruta di un essere titanico.

Mi ha sempre fatto ridere di gusto questa parte dell’Odissea, la parte in cui Ulisse riesce a scappare dall’antro del mostro contando, come era solito fare, sulla propria furbizia e utilizzando per sé stesso un appellativo alquanto singolare: “Nessuno”. Con quella parola, Ulisse nascose il suo vero nome, preferendo mostrarsi, dinanzi al ciclope, come un uomo qualunque, un perfetto sconosciuto, un viandante come un altro. Ulisse, in quei frangenti, decise di privarsi del suo celebre appellativo, ponendosi alla stregua di un senza nome, o per meglio dire di un uomo con un nome evanescente, vacuo, indistinguibile, come suggerisce per l’appunto la definizione di “Nessuno”.

Essere “Nessuno”, in genere, non è cosa di cui vantarsi. Quando si dice “Non sono nessuno” non si fa altro che sminuire sé stessi, ci si svilisce, tanto da paragonarsi al nulla, al fallimento più completo. Ciò nonostante, Ulisse sapeva che dietro la parola “Nessuno” può comunque nascondersi una personalità arguta, coraggiosa e intraprendente. Egli stesso, dopotutto, dimostrò che dietro l’apparente definizione di “Nessuno” vi era un corpo più che vivo ed una mente brillante, che riuscì ad ingannare un tristo essere grande e grosso come una montagna.

Oltre ad Ulisse, ci sono stati altri personaggi che pur definendosi “Nessuno” riuscirono a diventare “qualcuno”. Essi partirono proprio dalla loro condizione di “nullità”, dal loro essere poco più che degli indigenti, squattrinati, soli e sconosciuti ai più, per raggiungere un traguardo fatto di sacrifici, di dolore, di sangue e sconfitte.

  • Un usignolo con l’ala spezzata

Terry Malloy, il personaggio cardine del capolavoro “Fronte del porto” interpretato da Marlon Brando, era un “nessuno”. Un “niente” come ebbe modo di definirsi in un’occasione. La sua storia comincia al calar della sera, in una zona di periferia abietta e sudicia.

Un nome scuote il buio: “Joey!” urla un personaggio appena apparso dinanzi allo schermo. Terry si materializza di colpo. E’ lui che grida quel nome, è lui che invoca il nome di “Joey”. Terry è un uomo di media statura, eppure sembra imponente. Ha gli occhi penetranti e gonfi, il volto dai tratti angelici eppur marcato da qualche colpo incassato di troppo. Terry si rivolge a qualcuno, ad una finestra che sta aprendo i suoi battenti. “Joey!” esclama Terry.

Terry! Cosa vuoi?”.

Ho qui uno dei tuoi colombi. Te lo porto su in terrazzo”. 

Joey acconsente, incurante di ciò che lo aspetta. Quando questi raggiunge il tetto dell’edificio, invece di Terry, si imbatte negli scagnozzi di Friendly, un boss della malavita locale che estende il proprio dominio su tutto il porto della cittadina. Gli uomini di Friendly assalgono Joey in un raptus vendicativo e lo gettano giù in strada, uccidendolo.

Terry, che assistite alla scena standosene in strada, ne resta inorridito. Credeva che i malavitosi volessero solamente parlare con Joey, intimidirlo, spaventarlo così da farlo desistere dai suoi propositi: testimoniare dinanzi ad un giudice per quanto concerne le attività criminali di Friendly. Terry non pensava che sarebbero arrivati a tanto, che lo avrebbero ucciso. Ne è sconvolto. “Non credo che avrebbe cantato…” dice Terry, sconsolato. “Sì, invece.” gli risponde uno dei delinquenti della zona - “Come un usignolo che non vola” - conclude, sorridendo vigliaccamente.

Terry non sa che fare. Così fugge via, percorrendo le strade buie e polverose della periferia, intrise di paura e di omertà.

Terry è uno scaricatore di porto. Un uomo che, nonostante la giovane età, ne ha viste di cose. Cose brutte, troppo brutte per essere raccontate. Un tempo, Terry faceva il pugile e lo faceva bene. Eccome!  Sembrava una promessa del pugilato. Una sconfitta inaspettata, però, stroncò la sua carriera sul nascere. Da allora, Terry vive come un signor nessuno, vagabondando tra i quartieri della periferia, svolgendo qualche lavoretto per il boss di zona e tirando a campare scaricando la merce che arriva con le navi in porto. Terry è di indole buona, non ha un impiego fisso, ha studiato poco, è di cultura medio bassa, non ha denaro con sé, ciò nonostante possiede una profonda umanità, un grande rispetto del prossimo, una coscienza, che inizia a tormentarlo subito dopo il tragico accadimento dell’amico Joey.

All’alba del giorno seguente, Terry si reca sul tetto del palazzo e comincia a prendersi cura dei colombi di Joey che abitano sulla cima dell’edificio, chiusi all’interno di voliere sia pure spaziose. Quegli uccelli, che con le loro ali potrebbero volare e raggiungere le vette più alte, ma che restano imprigionati in quel singolo luogo, chiusi in gabbia, sono una rappresentazione della condizione in cui vive il protagonista. Anch’egli potrebbe infatti spiccare il volo, volare via da quella periferia malsana, ma non riesce a farlo. Egli è in trappola, prigioniero di una realtà criminale che gli tarpa le ali e lo costringe a restare con i piedi ben piantati al suolo.

  • Un guanto ed un’altalena

Nei giorni a seguire Terry incontra Edie, la sorella di Joey, da poco rientrata in città. Edie studia in collegio per diventare insegnante. E’ sempre stato il suo sogno quello di educare i più piccoli. Terry la ammira per questo, per il suo essere una studiosa. Glielo dice esplicitamente: “Tu sei una persona colta, a me piacciono le persone colte”.

I due camminano l’uno accanto all’altra all’interno di un parco avvolto da un sottile velo di nebbia. Lei tiene sempre lo sguardo verso il sentiero, lui, invece, ha gli occhi puntati sulla fanciulla. Edie è la stessa che Terry ha sempre rammentato, eppure è al contempo diversa. Ella possiede ancora lo sguardo dolce e innocente di quando era bambina e andava a scuola con Terry, che la guardava a volte perdendosi in lei: Edie era infatti il primo amore della vita di Terry, un amore sbocciato ai tempi delle elementari e mai più scomparso.

Mentre passeggiano vicini Edie fa cadere inavvertitamente un guanto, che Terry raccoglie, senza restituirglielo. Edie ne è inizialmente turbata, non sa come replicare. Terry accarezza sensualmente il guanto, lo pulisce dal terriccio e, di colpo, se lo infila in una mano, suscitando spaesamento nell'animo della ragazza. “Cosa vuol fare con il mio guanto?”, sembra chiedersi Edie, silenziosamente tra sé. “Me lo restituirà mai?”.

Il gesto di Terry, quel ghermire il guanto di Edie da terra con la stessa prontezza di un falco, quel suo sfiorarlo e indossarlo, è un atto che si insinua tra il devoto e lo spavaldo, che evidenzia il suo desiderio di avvicinarsi a Edie, di accarezzarla nell’esatto modo in cui egli tocca e domina quell'indumento.

Terry siede su un’altalena, si dondola lentamente come un fanciullo spensierato, mentre lei rimane all'in piedi, rigida, a pochi passi da quella giostra. Poi, Terry si mette in bocca una gomma. Inizia così a masticarla rumorosamente, con le labbra schiuse platealmente, tutto ciò per accentuare la sua aria da smargiasso, o per meglio dire da bulletto di periferia. Edie, però, vuol far intendere di non essere facile da sottomettere: pertanto prende coraggio e gli sfila rapida il guanto dalla mano, palesando la sua forza femminile, e quindi si allontana. Terry la ferma col suono della sua voce, la richiama. Edie si volta indietro e i due si scrutano distanti, rievocando a parole i tempi della scuola. Terry si rimette sugli attenti e fa per riavvicinarsi a lei, che lo accoglie: tra i due comincia a stabilirsi un’affinità intima e profonda. L’altalena su cui l’uomo, poco prima, giaceva e oscillava, avanti e indietro, debolmente, richiamava quell’elemento fanciullesco, il cenno di una giovinezza andata e mai obliata che riecheggia ancora, adesso che Edie si trova dinanzi a Terry.

Terry non ha mai smesso di pensare a Edie. La ricordava fin da quando era bambino e la vedeva andare in classe: teneva i capelli stretti in una fitta treccia che le scendeva lungo la schiena; una treccia così spessa che per Terry rassomigliava ad una grossa corda. Edie aveva l’apparecchio ai denti, gli occhiali tondi sul visino: era un piccolo “disastro”, sostiene ironicamente Terry. In realtà, quel “disastro” aveva rubato il cuore di Terry, fin da allora, quando non era che un ragazzino e ancora non sapeva neppure cosa fosse l’amore. Adesso Edie era lì davanti a lui, era diventata una donna. Negli attimi immediatamente successivi, Edie seguita a mantenere lo sguardo basso, elude gli occhi del suo interlocutore, eppure comincia ad aprirsi con lui, a sentirsi più vicina, specialmente nel momento in cui Terry le domanda se si ricorda chi egli sia.

Ti ho riconosciuto non appena ti ho visto.” – Sussurra Edie con un po’ di timidezza.

E’ per via del naso, vero?” – Risponde ironicamente Terry, indicandosi proprio quella parte della faccia e sorridendo maliziosamente. Il naso di Terry, in effetti, è leggermente vistoso ma in fondo quale pugile non dà importanza al proprio naso? Dopotutto, è la zona del viso più soggetta a ricevere colpi, e ad uscire malconcia sotto il peso di quei pugni che la vita riserva di continuo.

Col passare dei giorni, Terry si avvicina sempre più ad Edie e tra i due sboccia una storia d’amore. Attorno a loro, però, la criminalità seguita a dilagare. Terry, dilaniato dai sensi di colpa, confessa a Edie di essere indirettamente responsabile della morte del suo adorato fratello. La ragazza, inizialmente, ne resta turbata ma poi, col trascorrere dei giorni, comprendere l’innocenza del fidanzato, il suo candore. Anch’egli è una vittima, un recluso di una periferia malsana, che non offre alcuno sbocco, alcuna via d’uscita, alcuna possibilità di salvezza. Spronato dall’amore di Edie, Terry comprende di doversi liberare, di dover spezzare la gabbia che lo fa prigioniero. Come i colombi che egli cura giornalmente, dando loro acqua e cibo, così lo stesso Terry deve avere il coraggio di trovare uno spiraglio e spiccare il volo, riprendere ad utilizzare quelle ali che, per troppo tempo, ha tenuto chiuse e inferme. Adesso, sempre più persuaso dalla sua coscienza, Terry decide di testimoniare dinanzi al giudice circa le attività criminali del boss Friendly. Il capo malavitoso, venuto a conoscenza delle intenzioni di Terry, decide di ucciderlo e affida questo compito allo stesso fratello di Terry, Charley.

  • E’ questione di classe…

I due fratelli hanno così modo di confrontarsi durante una notte buia e agitata. Terry esprime tutta l’amarezza della sua esistenza, marchiata irrimediabilmente da un episodio, un errore che lo ha segnato per sempre. Tempo prima, proprio sotto richiesta di Charley che doveva far vincere a Friendly una grossa somma di denaro alle scommesse, Terry perse malamente un incontro molto importante che avrebbe potuto di certo vincere. Da allora, la sua carriera di pugile ha subito una irrimediabile battuta d’arresto, portandolo di fatto al fallimento.

Ma non è questo. È questione di classe! Potevo diventare un campione. Potevo diventare qualcuno, invece di niente, come sono adesso.” Dice amaramente Terry.

E’ proprio in questo frangente, in questa occasione, in questo simbolico e straordinario dialogo che Terry si definisce, per la prima volta, un “niente”, un “nessuno”. La periferia lo aveva reso proprio un “nessuno”, lo aveva costretto a smarrire l’opportunità che la vita gli aveva presentato dinanzi. Terry sarebbe potuto diventare qualcuno, un nome roboante impresso nello sport, ma fu costretto a fallire, a rinunciare, a perdere ciò che si era guadagnato per il volere di un criminale, di un forte che schiaccia i deboli, arricchendosi sulle loro spalle piegate e genuflesse al lavoro e agli stenti. Ora, però, Terry vuole giustizia, vuole dimostrare come anche un “niente” possa abbattere un “qualcuno”.

Charley non vuole lasciarglielo fare. Friendly gli ha ordinato di assassinarlo, di eliminare il suo stesso fratello. Ma Charley non ha il cuore di uccidere Terry, eppure gli punta contro la pistola per intimidirlo. A quel punto, Terry reagisce dolcemente: “Oh Charley…” sussurra debolmente e con la mano sposta delicatamente la pistola fino a farla cadere via. Con quel suo fare delicato, Terry manifesta tutta la tristezza e lo strazio derivanti dalla consapevolezza di un'esistenza smarrita. In quel suo “Oh Charley...” Terry esprime l’assurdità e la vergogna di una vita dannata, quella del fratello, costretto, per vivere, a minacciare il sangue del proprio sangue. Terry non ha paura, poiché sa che Charley non gli farà mai realmente del male e che quel suo gesto non è stato altro che una mossa disperata. Purtroppo però Charley pagherà con la vita la sua pietà: il boss lo ucciderà l’indomani.

Terry avrà modo di testimoniare in tribunale, ma quando rientrerà al porto tutti i suoi colleghi ed amici, che vivono da anni nel terrore di Friendly, smetteranno di rivolgergli parola. Terry si presenta comunque durante il reclutamento al molo per scaricare la merce di una nave, ma quando resta l'unico escluso, affronta apertamente Friendly. Ne segue una feroce rissa, che vede Terry soccombere solo dopo l'arrivo degli scagnozzi di Friendly. Gli altri scaricatori, che assistono allo scontro, escono finalmente dal loro stato di sottomissione, sostenendo Terry e rifiutandosi di lavorare, a meno che lo stesso Terry non venga reintegrato, e finiscono con lo spingere in acqua Friendly. In quella lotta finale, in quel combattimento in cui Terry affronta e sottomette Friendly, prima d’essere aggredito e fatto a pezzi dagli scagnozzi del boss, vi è tutta la rinascita, la rivalsa di un pugile, di un lottatore che ha sempre combattuto per sopravvivere alle avversità della vita. Il ring di Terry sorgeva nei pressi di un porto, ed era delimitato da banchine. Prima che la campana suoni, Terry si rimette in piedi e, nonostante sia vistosamente ferito e abbia il volto una maschera di sangue, cammina fieramente davanti ai suoi colleghi scaricatori. Avanza lentamente, ma il suo incedere è inarrestabile; arriva fino a varcare la soglia dove inizia il turno di lavoro. Tutti lo seguono, spronati dal coraggio e dall’ardore di Terry, un uomo semplice, un “nessuno” che ha trovato la forza di opporsi ad un criminale, restituendo la libertà e la dignità ad un intero popolo.  

  • Un altro pugile

Il giovane Rocky Balboa era un signor nessuno, e aveva molto in comune con Terry Malloy. Entrambi erano venuti al mondo in una zona marginale della città, nella povertà assoluta. Entrambi non avevano avuto modo di istruirsi, di frequentare assiduamente la scuola, di formarsi. Ciò nonostante, ambedue avevano un cuore grande e dei saldi principi. Rocky, come Terry, faceva il pugile e aveva un gran potenziale. Era costretto, però, a combattere match di poco conto, contro avversari di basso livello, in luoghi sozzi e su ring malfamati.

Per tirare a campare, Rocky fa l’esattore per conto di Tony Gasco, un gangster della zona. Anche Rocky, come Terry quindi, ha a che fare, suo malgrado, con la malavita. Rocky abita in un monolocale cupo e poco accogliente, e l’unica compagnia di cui dispone è quella incarnata dalle sue tartarughine.

Come Terry che trova conforto e un accenno di amicizia nei colombi che vivono sul terrazzo, anche Rocky trova compagnia nelle sue due tartarughe che chiama ironicamente Tarta e Ruga. I colombi di Terry vivono rinchiusi in gabbie, le tartarughe di Rocky riposano e nuotano in una piccola vasca d’acqua. I colombi di Terry potrebbero volare via, percorrere grosse distanze con le loro ali, librarsi in cielo e poi planare liberamente. Le tartarughe di Rocky invece potrebbero spaziare in un ambito più grande, ma Rocky non può permettersi altro che una esigua vaschetta. E’ come se entrambi questi spazi in cui albergano gli animali tanto cari ai protagonisti rappresentino gli stessi luoghi in cui vivono Terry e Rocky, le periferie della città, che gli schiacciano, li tengono assoggettati, non permettendogli di andare via e di fare qualcos’altro della loro vita.

  • Una pista di pattinaggio: se cadevi ti acchiappavo!

Rocky conduce la sua esistenza alla giornata, non ha un progetto per il futuro né un lavoro stabile. Egli è innamorato di Adriana, una donna che lavora presso un negozio di animali. Adriana veste in modo piuttosto sciatto e tende a coprirsi il volto con grandi occhiali di color argento. Rocky va a trovarla spesso al suo negozio, con il pretesto di acquistare il solito mangime per le sue tartarughe, quando in realtà non desidera altro che vederla e parlarci. Ogni qual volta la incontra, Rocky tenta in ogni modo di intavolare un discorso, ma Adriana, segnata da una profonda timidezza, non fa che fingere di fare altro, immersa com’è nei suoi pensieri, nella sua attività, e replica ogni tanto con qualche flebile parola e solo un accenno di sorriso.

Rocky non ha occhi che per lei, sebbene Adriana non faccia altro che nascondere il proprio aspetto, celare la sua bellezza dietro abiti grigi e spenti, e tenendo il proprio volto abbassato, come se non volesse che Rocky riuscisse a scrutarla. Adriana, per certi versi, si comporta esattamente come Edie, la prima volta in cui parla con Terry. Anche Adriana, come Edie, è schiva, evita lo sguardo del suo spasimante, come se ne fosse intimidita o, ingiustificatamente, spaventata. Rocky, esattamente come Terry, ama una sola donna e non ha mai distolto l’attenzione da lei. Se Terry non aveva mai smesso di pensare ad Edie fin da bambino, Rocky non fa altro che pensare ad Adriana giorno dopo giorno.

Agli occhi di Rocky Adriana è infatti la donna più bella e più importante del mondo, sebbene lei stessa faccia di tutto per non farsi mai notare da lui. Ma Rocky vede il bello anche nelle persone che fanno di tutto per nasconderlo, forse perché desiderose di farsi scoprire soltanto da chi è davvero meritevole di apprezzarle così come sono. Rocky, non appena avrà modo di frequentare Adriana e di uscirci insieme, l’aiuterà a superare la sua timidezza e a renderla così più sicura di sé con la sua sola presenza, durante il loro fidanzamento. Adriana diviene da subito la persona più importante per Rocky, il centro del suo mondo, l’amore che da lì in poi lo accompagnerà in ogni istante della sua vita, la figura che “richiama” costantemente il pugile a rialzarsi dal tappeto, a resistere e a sopravvivere ad ogni combattimento. Come Edie, che spronò Terry a ribellarsi alle angherie di Friendly, così Adriana sprona Rocky a resistere, a superare ogni avversità, a vivere semplicemente e appieno la sua vita.

Durante il loro primo appuntamento, Rocky porta Adriana a pattinare su una pista di ghiaccio, per l’occasione, messa a loro intera disposizione. I due hanno così modo di parlare liberamente e di conoscersi meglio. Rocky non sa pattinare ma si adopera per stare al passo con Adriana; mentre lei scivola lentamente sul ghiaccio, Rocky le resta accanto, correndo goffamente con i suoi scarponi e sorreggendola tutte le volte che Adriana rischia di capitombolare. In questi momenti, i due parlano di sé stessi, si confidano, rivelano parte del loro carattere. Rocky ricorda ciò che era solito dirgli suo padre: “Tu non sei nato con molto cervello, allora fai un mestiere in cui devi usare il corpo”. Adriana replica dolcemente: “Mia madre diceva sempre il contrario: tu non hai un gran corpo, fai un lavoro in cui devi usare il cervello”. E’ qui che Rocky ha modo di raccontare ad Adriana il perché ha scelto d’essere un pugile. Perché non ha mai saputo fare altro. Era bravo a fare a botte, a difendersi, quindi ha sempre pensato di poter diventare un discreto boxeur. Qualche frangente dopo, Rocky indugia su un particolare del proprio volto: il naso.

Guarda questa faccia… 64 incontri, guarda il naso. Lo vedi il naso? Questo naso non si è mai rotto. 64 incontri, me lo hanno pestato, me lo hanno preso a morsi, stritolato, martellato, sì insomma… Quelli miravano sempre al naso. Mai rotto! Mai rotto! Guarda che nasino, non si è mai rotto”. Anche Terry, durante il suo “primo appuntamento” con Edie, parlò del suo naso. Chiese alla donna se ricordava quel suo naso tozzo ed Edie rise tutta raggiante. Entrambi i personaggi cercano di corteggiare la propria amata ironizzando su una parte del proprio viso, il naso, quella parte del volto continuamente esposta ai colpi che la vita ha sempre in serbo.

  • Non sono soltanto un bullo di periferia

La vita di Rocky cambia improvvisamente quando il campione del mondo Apollo Creed lo sceglie casualmente come sfidante per il titolo dei pesi massimi. E’ per Rocky un’opportunità senza precedenti, un gioco del destino che può mutare per sempre la sua esistenza e strapparlo finalmente alla povertà del ghetto. Rocky si allena duramente ma non lo fa per vincere.

La sera prima dell’incontro, in un momento di paura e di sconforto, Rocky lo rivela. Si lascia andare all’abbraccio di Adriana e, disteso accanto a lei nel letto, confida alla sua innamorata che tutto ciò che Rocky vuol fare è dimostrare di non essere un “nessuno”. Rocky non vuole vincere, sente di non avere alcuna possibilità contro un pugile del calibro di Apollo. Rocky desidera semplice resistere. Nessuno è mai riuscito a resistere contro Apollo. Se Rocky ci riuscisse, se riuscisse a restare in piedi prima che suoni l’ultimo gong, dimostrerebbe a sé stesso di non essere soltanto un bullo di periferia.

Rocky salirà sul ring e in un incontro drammatico riuscirà a restare in piedi fino alla fine, a non capitolare sotto i pugni incessanti di Apollo.

Durante il progredire del match, la lotta tra Rocky e il campione del mondo si farà sempre più drammatica. Apollo tempesterà di pugni Rocky, che seguiterà a caricare a testa bassa, con il viso tumefatto, senza mai arretrare, senza mai cedere, senza mai arrendersi. Poco prima dell’ultima ripresa, Apollo assesta un colpo devastante a Rocky, che crolla al tappeto, col fiato corto e il corpo quasi stroncato. Rocky rantolerà nel buio, muovendosi disperatamente, alla ricerca delle corde più vicine.

Ha gli occhi gonfi, quasi del tutto chiusi, non vede nulla. Avanza, strisciando, a tentoni, mentre Apollo, rimasto in piedi, stremato anch’egli, alza le braccia al cielo, in segno di vittoria: un trionfo soffertissimo, che lo attende a pochi passi. Ma Rocky ha raggiunto le corde, mentre il suo allenatore, Mickey, all’angolo, gli urla di starsene a terra, di non alzarsi, non riuscendo più a tollerare la vista del suo prediletto così martoriato e sofferente. Rocky non ne vuol sapere, afferra con i guantoni le corde, si appoggia ad esse, si solleva, si rialza. Apollo non crede a ciò che sta accadendo sotto il suo sguardo sfocato dalla stanchezza. Rocky è devastato, eppure gli urla di tornare a combattere, di raggiungerlo, di continuare a colpirlo, tanto lui non andrà mai giù. Adriana assiste alla scena tra il pubblico, è arrivata da poco. Fino ad allora non aveva avuto la forza di guardare, era rimasta chiusa in camerino. Non poteva sopportare di vedere Rocky colpito ripetutamente e ridotto in quel modo. Adesso, Adriana è lì, vede Rocky innalzarsi nonostante le gambe lo sorreggano a fatica. Adriana si commuove, toccata nel profondo dalla tempra, dall’audacia dell’uomo che ama, che vuole dare un significato alla sua intera esistenza restando in posizione eretta, non cedendo, per nessuna ragione.

Gli occhi pieni di lacrime di Adriana rassomigliano agli occhi tristi eppure fieri di Edie, quando anch’ella mirò il proprio compagno, Terry, venire colpito, urlare dal dolore, ciò nonostante non darsi mai domo né sconfitto.

"Il volto del pugile, il trionfo della sconfitta" - Sylvester Stallone - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per Terry era la ribellione, per Rocky la resistenza: entrambi i lottatori provenienti da un ambiente povero, dovevano lottare contro un nemico, un avversario più grande di loro. Due “nessuno”, che potevano contare solamente sulla forza delle loro braccia e sul coraggio del loro cuore. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Veronica Lake, la strega Irene" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Angel era perplesso. Decisamente perplesso. Il suo volto pareva più pallido del solito, il che per un vampiro è tutto dire.

Non poteva credere alle sue orecchie. Cordelia l'aveva ingannato bene bene. Perfino Wesley, il fido aiutante del succhiasangue, era quantomeno titubante. 

"Mi stai dicendo che si tratta di una disputa da divorzio?" - chiese Angel, stupefatto. 

"Più o meno… Già!" – balbettò, imbarazzata, Cordelia. 

"Noi non ci occupiamo di queste cose!" - tuonò Angel, con tono categorico. 

E aveva ragione da vendere. La Angel investigazioni, la ditta investigativa fondata dal vampiro e dalla stessa Cordelia, si occupava di aiutare gli indifesi, di prestare soccorso ai deboli, di proteggere coloro che venivano minacciati dalle forze del male. Il lavoro che Cordelia aveva portato alla loro attenzione non aveva nulla e che fare con i loro compiti. Ma Cordelia non riuscì a resistere, quel cliente era disposto a pagarli profumatamente per perorare la sua causa. E poi, come ebbe a dire la stessa Cordelia, quel caso poteva avere un non so che di soprannaturale. Stando a quanto affermava il marito che intentava la causa di divorzio, infatti, sua moglie era una vera strega!

Angel guardò Cordelia con un'espressione che era un misto tra l'arrabbiatura e la compiaciuta ironia. "Dubito fortemente che si tratti di una VERA strega!" - concluse Wesley. 

Angel, Cordelia e Wesley nel diciottesimo episodio della prima stagione di "Angel": "La forza dell'odio".

Eppure, il vampiro e i suoi collaboratori potevano concedersi il beneficio del dubbio. Del resto, tutti e tre dovevano sapere che, qualche volta, capitò davvero ad un essere umano di sposare una strega. Intendo un’autentica strega, dotata di poteri magici, non una donna tanto rabbiosa e perfida da essere paragonata ad una arpia.

Come stavo dicendo, capitò ad alcuni uomini di prendere per moglie una strega a tutti gli effetti. Una strega buona, per loro fortuna.

Ad esempio successe, intorno agli anni Sessanta, ad un certo Darrin. Come dite? Chi era questo Darrin?

Un uomo come tanti altri, un onesto lavoratore, un americano modello. Si innamorò di una certa Samantha, una donna bella, intrigante, e piena di segreti. Già, proprio così: Samantha era una strega coi controfiocchi. Le bastava muovere rapidamente le labbra e il naso, come in una sorta di smorfia, per fare accadere qualcosa di insolito.

Ogni qual volta avesse voluto, Samantha avrebbe potuto spolverare casa da cima a fondo senza sforzarsi minimamente, in un battito di ciglia, mettiamola così... O per meglio dire in un battito di labbra e con un colpetto di naso. Avrebbe potuto cucinare in pochi secondi i piatti più succulenti, con un buffetto della sua espressività: il sogno di ogni casalinga.

Ma Samantha voleva ricorre alla magia solamente quando era proprio necessario, un po' perché le piaceva vivere come una donna qualunque, un po' per non fare preoccupare troppo il povero Darrin, che non si abituerà mai alle stravaganze della moglie e a tutte le stramberie dei parenti di lei e di tutto il loro mondo magico. Ma Samantha non lo faceva solamente per quello, per dare sollievo a Darrin: lo faceva prima di tutto per lei. Voleva dimostrare a sé stessa d'essere una donna forte, intraprendente, instancabile, che riusciva ad essere una buona moglie, una fantastica mamma, una gran lavoratrice senza l'ausilio di alcuna trovata magica. Samantha incarnava il desiderio di affermazione, di forza d’animo, di coraggio di tutte le donne degli anni Sessanta: donne capaci di farsi strada con il proprio impegno, la propria abilità, il proprio talento.

Ancor prima di Darrin e Samantha, ci fu un'altra coppia che si formò nonostante le differenze: lui era un uomo mortale, lei, beh, una strega con addosso trecento anni di età, o giù di lì. Portati alla grande, si intende.

La strega in questione si chiamava Irene e aveva il volto di Veronica Lake nell’opera cinematografica “Ho sposato una strega” del 1942. Questa pellicola in bianco e nero è un fantasy garbato e delizioso, spiritoso e gradevole, pregno di una comicità fanciullesca e delicatissima. La “cattiveria” della streghetta Irene, dedita a compiere scherzi e diavolerie semi-innocenti nei confronti della sua vittima prediletta, l’uomo di cui finirà per innamorarsi, catturano l’essenza gioiosa e lo stile fiabesco della storia immortalata dal cineasta René Clair.

Irene – la strega protagonista del racconto visivo – è una fattucchiera molto particolare. Già! Ma come potrei descrivere Irene? Da cosa potrei partire? Ma certo, anzitutto dovrei dire che è bellissima. Lo giuro, quando fu eternata su quel nastro di pellicola, lo era per davvero. Era più bella di quanto le parole possano riuscire a renderle giustizia.

Veronica Lake vi aspetta anche qui.

Aveva un volto da ragazzina, innocente seppur scaltra, due occhi grandi e profondi - che ricordavano le acque limpide di un laghetto delimitato da rosee sponde – che spuntavano al di sotto di due sopracciglia sottilissime, curve come un arco teso. Ma il particolare che più balzava all’attenzione del suo aspetto erano i suoi capelli: una folta chioma dorata le cingeva completamente il volto, scendendo giù lungo le spalle. I riccioli che aveva e che si intersecavano fra loro somigliavano a vortici cascanti, onde increspate di giallo che si sollevano prima di distendersi sulla battigia. Parte dei capelli le precipitava sulla fronte e le copriva metà del viso. Uno dei suoi occhi restava così celato allo sguardo dell’interlocutore e ciò le conferiva un’aria misteriosa, sinistra, ed elusiva. Il suo ovale, occultato a metà da un drappo color dell’oro, avrebbe potuto irretire anche il più accorto tra i viandanti, persino il più resistente ai sortilegi di questa strega tanto amabile e gentile… All’apparenza.

Irene, dunque, aveva un occhio celato da una parte dei suoi capelli d'oro. Sapete che anche un'altra strega, in un racconto visivo molto diverso, aveva un occhio coperto?

Questa strega, però, non manteneva il suo occhio adombrato da un ciuffo di capelli bensì lo teneva nascosto da una benda e per un motivo molto serio: chiunque avesse guardato dritto in quell'occhio avrebbe visto il futuro, precisamente il momento della propria morte. Nel film "Big Fish – Le storie di una vita incredibile", la “strega” in questione viveva in una casa diroccata, ricoperta di rami e fogliame, ed era molto avanti negli anni, tanto vecchia e rugosa da fare spavento, e occultava il suo occhio maligno perché nel suo bulbo oculare vi era l'immagine della fine. 

La storia di una vita incredibile, tra streghe, lupi mannari e giganti, vi attende qui.

Irene era una strega molto diversa dalla presunta fattucchiera di “Big Fish”: era giovane, nonostante l'età, eternamente giovane. Era graziosa e minuta come una fata. E soprattutto, se qualcuno avesse guardato nei suoi occhi non avrebbe visto la spaventosa sequenza della propria fine, ma avrebbe visto due cerchi azzurri, profondi come due pozzi colmi d’acqua cristallina e scintillanti come due stelle che brillano di una luce che non si estingue mai. Irene era brava a preparare pozioni col suo calderone, a rimestare le brodaglie con il suo grosso mestolo, ed era ancor di più abilissima a svolazzare in sella alla sua scopa. Ma qual era la storia di Irene? Sì, insomma, quale fu il suo vissuto?

Beh, tutto cominciò nel XVII secolo. Erano anni difficili quelli. Anni di caccia alle streghe. Specialmente nella cittadina di Salem. Le fanciulle che vivevano vicino ai boschi, all’interno di spelonche cupe e fatiscenti, da cui echeggiavano miagolii di gatti neri, potevano essere facilmente scambiate per truci megere. Irene non viveva in un antro angusto e tenebroso, non aveva con sé un gatto dal manto scuro, al contrario viveva col suo papà: uno stregone tozzo e dispettoso, dedito a combinare guai per tutta Salem. Padre e figlia, strega e stregone, verranno scoperti dagli abitanti del villaggio e condannati, come la tradizione del periodo soleva impartire, al rogo. I due verranno arsi vivi, non prima di aver lanciato una perigliosissima maledizione: sarebbero tornati, un domani, e si sarebbero vendicati sugli eredi di coloro che avevano sancito la loro fine terrena.

Passarono i secoli. Le anime di Irene e del papà rimasero prigioniere alle radici di un grosso albero. Nella prima metà del Novecento, un giorno come un altro, durante un temporale, un fulmine colpisce la vecchia quercia liberando l’anima della strega e del suo genitore. I due mediteranno subito vendetta. Irene, in particolare, è decisa più che mai a vendicarsi contro i suoi carcerieri, o per meglio dire contro un discendente dei suoi aguzzini: Wallace Wolley, un nobiluomo.

La strega vuole assoggettarlo, più precisamente vuole: “Renderlo il suo schiavo e farlo tanto soffrire”. Ma per fare ciò avrà bisogno di un corpo.

Lo dirà lei stessa allo spirito del papà: “Sarebbe bello avere delle labbra... labbra per sussurrare bugie... labbra per baciare l'uomo e farlo soffrire. Padre, perché non posso avere labbra, occhi e capelli?”.

Le streghe… Valle a capire… Per loro gli occhi, le labbra, il naso e i capelli sono così fondamentali: a Samantha Stephens le labbra e il naso servivano per attuare i suoi incantesimi, alla strega di “Big Fish” il suo occhio era necessario per spaventare il prossimo e mostrarne la dipartita, per Irene i capelli erano opportuni per aumentare il proprio fascino, l’ingrediente segreto del suo filtro d’amore.

Irene desidera infatti fare innamorare Wallace di lei. Lo spirito della streghetta, pertanto, si reincarna in una bella fanciulla, dalla folta chioma dorata. Irene è furibonda: non può dimenticare il torto subito. La vendetta, tuttavia, troverà un ostacolo insormontabile anche per la più determinata delle streghe. Non ci sarà intruglio, contro-incantesimo, scudo magico che terrà: Irene finirà per innamorarsi perdutamente di Wallace e verrà ricambiata a sua volta.

Dapprima, Irene si introduce nella vita di Wallace come un vortice tumultuoso, una tempesta che scuote il placido protagonista e la quiete della sua dimora. Wallace tenta in ogni modo di calmare l’indole pestifera di Irene, senza mai riuscirci. In Wallace traspare la dignità di un uomo d’alto rango, di un borghese raffinato, che si trova costretto a fare i conti con una donna umile e tutta pepe, che semina il disordine (e porta con sé il divertimento) nella sua smisurata villetta, forse, fino ad allora, rimasta un’abitazione troppo seria e noiosa. Wallace se ne accorgerà pian pianino: Irene, con le sue arti magiche, sta portando nella sua vita una ventata di aria fresca, nuova, imprevedibile, una sferzata di energia. Scrutandola a più non posso, Wallace si rende conto di quanto Irene sia speciale.

Al contempo, la strega, che desidera soggiogare completamente la sua povera “vittima”, prepara una pozione d’amore che, per errore, berrà lei stessa. Così, tutto l’odio e l’ira che serbava nei confronti della casata a cui Wallace appartiene vengono meno e in lei sboccia un affetto sincero e inarrestabile.

L’amore, lentamente, cambia completamente il carattere della strega, che da essere pestifero e indisponente sceglierà di divenire una donna buona, gentile e tanto, tanto devota.

L’amore che nasce tra Irene e Wallace è quello inaspettato e decisamente non convenzionale, un tipo di amore che vede coinvolte due anime separate dal tempo e incontratesi inaspettatamente. Due anime che si sceglieranno fra tante, nonostante gli attriti iniziali. Non vi è distanza, differenza, che possa dividerle: strega e uomo si ameranno senza esitazione.

Neppure Wallace, inizialmente, sa spiegarsi cosa gli accade quando passa tutta la notte a guardare Irene, fino alle prime luci dell’alba. Imbambolato… O per meglio dire “incantato” da quella strega, Wallace l’ammirerà inebriato, arrivando perfino a citare Dante e Beatrice.

Oh sì, ci sono state migliaia e migliaia di persone come noi, che vivevano lontano, mai sospettando di essere destinate l’una all’altra. E quando si incontrarono, i loro cuori si compresero senza esitazione. Prendiamo, per dirne una, il fatto di Dante e Beatrice: lui la vide una volta sola, ma in quell’attimo il mondo si inondò per lui di una luce abbagliante.”

Che anche Beatrice fosse una fattucchiera sotto mentite spoglie? Dopotutto, Dante, osservandola, cedette al “maleficio”, si innamorò di lei e proprio a lei dedicò le sue rime più belle. Per Wallace, guardare Irene significò mirare il bagliore di una luce tanto intensa da irradiarlo fino al cuore. E Irene, suo malgrado, cedette a sua volta a quello strano sentimento che mai aveva provato prima; lei, una strega tanto diabolica e vendicativa, si era fatta soggiogare da un sortilegio troppo potente per essere sconfitto.

L'amore dopotutto è più forte di qualunque incantesimo. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Rick ed Evelyn - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Ricordi cocenti

Se risalgo il fiume dei ricordi, alla fonte ci trovo sempre un'immagine simbolica: il moto circolare del globo terrestre sul quale si forma centralmente una scritta a caratteri cubitali: “Universal”. D’un tratto, la scritta svanisce, come se fosse composta da minuscoli granelli di sabbia del deserto mossi dal vento freddo della notte, e quella figura di terra azzurrastra si dissolve per venire sostituita dal ritratto di un sole cocente e tanto, tanto accecante. Man mano che la camera arretra, lentamente, comincia a stagliarsi la punta aguzza di una piramide, e in seguito la cima di una colossale costruzione egizia somigliante alla Sfinge. E’ l’inizio di uno dei film di maggior successo di fine Novecento. Ogni qualvolta mi sovvengono i primi ricordi cinematografici a me più cari, riscopro sempre la scena d’apertura de “La mummia”.

“La mummia” fu un’opera che, come una seducente cleptomane, era riuscita a “rubare” il cuore di un giovane spasimante come il sottoscritto. Un cinefilo alle prime armi, stregato dal blu intenso di una spada laser, incantato dalla discesa vorticosa di un Batplano inquadrato da un giovane Tim Burton e ben presto invaghito della terra d’Egitto. L'intro del lungometraggio che eternava quel sole abbagliante che dardeggiava all'orizzonte, che baciava con i suoi caldi raggi la sommità della piramide, mi aveva sedotto dal primo momento. Quando vidi quel preambolo per la prima volta rimasi stupìto, mi sentii trasportato, proiettato di colpo in un'epoca remota, sperduta, misteriosa, nell'Egitto dei faraoni.

La locandina de "La mummia" aveva un non so che di "fatiscente", decadente come una statua egizia dissepolta fra le dune del deserto, rinvenuta dai resti del passato, segnata dallo scorrere dei millenni, eppure bellissima, poiché manteneva in sé il fascino dell'andato, del trascorso, pervenuto fino ad oggi. Quella locandina che catturava Rick ed Evelyn, i protagonisti dell'avventura, posti a sinistra dello scatto promozionale con, alle spalle, le sabbie del deserto pronte a sbriciolarsi su di loro e a destare la creatura del film, rappresentava, già in quel momento ai miei occhi, un'immagine accattivante, un'illustrazione pregna di un gusto retrò, che mi invogliò alla completa visione di quell’action-movie dal carattere spiccatamente avventuroso.

Come se fosse un libro ben rilegato e di pregevole fattura, "La mummia" mi aveva conquistato in un solo istante, non appena ebbi modo di vedere la sua "copertina" e la "pagina" del primo capitolo: la locandina e il piano sequenza iniziale. E’ pur vero, però, che un buon “libro” non si giudica mai dalla copertina, bisogna sfogliarle tutte quelle pagine che esso contiene, leggerle con la dovuta attenzione, carpire ogni contenuto delle parole scritte su quei fogli di carta; sì, insomma, perdonate il mio dilungarmi in questa metafora, ma era evidente che per riuscire ad innamorarmi completamente de “La mummia” avrei dovuto vederlo fino in fondo.

“La mummia”, tuttavia, aveva dalla sua il vantaggio di contare su un'introduzione ammaliante, una sorta, come già detto, di copertina intrigante, come se il lungometraggio fosse paragonabile ad un libro d’oro massiccio su cui vi è scavato ed inciso, ad incastro, l’intaglio di una serratura per una chiave a stella, necessaria, quest'ultima, per aprire quel suddetto libro e leggerne i geroglifici in esso contenuti. Il film de “La mummia” lo immaginavo proprio così, con l’allegoria del libro di Amun-Ra pronto per essere aperto e per mostrare, tra le sue tavole colme di effigi arcane, l’inizio del film: un film fulgido e rilucente d'oro.

L’intro della pellicola vanta la capacità di catapultare lo spettatore, istantaneamente, nell’antico Egitto, nel centro cittadino di una Tebe fantasticamente digitalizzata. Le imponenti statue egizie, su tutte quella di Anubi, mirabile nella parte finale della carrellata, si ergono sui cittadini, che procedono come impronte minute, ombre sfocate in scorci fascinosi e giganteschi. In quelle imponenti scenografie, nelle sue ambientazioni spettacolari che trasudano amore per la storia, sebbene di storia “fittizia” si tratti, in quel gusto antiquato, dolce è proprio lì che ritrovo la prima qualità che ammiro del film.

“La mummia” riesce, sin dai primi istanti, a plasmare uno stile scenico originale, frizzante, che soverchia i confini della camera ed emana un senso estetico attrattivo e straordinariamente coinvolgente. Gli interni del palazzo del Faraone, illuminati da una sfilza di fiaccole che brillano di una luce infuocata, la balconata da cui scruta la città il sacerdote Imhotep a notte fonda, quando un cielo bluastro domina, come un arazzo colmo di stelle lucenti, l'apice degli edifici egizi, trasmettono un senso di stupore, di meraviglia, specialmente grazie all'uso del colore dorato, tanto preponderante in queste scene da sembrare dipinto sulla “tela” della cinepresa.

  •  Delitto shakespeariano

D'un tratto, fra quei corridoi del palazzo "regale" avanza, con incedere sensuale Anck – Su - Namun, compagna del Faraone Seti I, immortalata senza veste, quasi completamente nuda. Quel “quasi” merita una descrizione un po’ più accurata: il corpo della giovane donna, nonostante la nudità, appare “coperto” perché “rivestito” con dei tatuaggi inchiostrati sulla stessa epidermide della fanciulla con tratteggi artistici e ipnotici. Anck – Su - Namun cammina fiera, col capo alto, verso Imhotep, che l'attende in una sala, al di là di un velo che somiglia ad un sipario trasparente. I due si incontrano e si scambiano un bacio, rivelando d'essere amanti. D'un tratto, Seti irrompe nella camera dove Anck - Su - Namun e il sacerdote Imhotep si erano dati appuntamento. Colti sul fatto, i due amanti portano a termine il loro scopo: l'assassinio del Faraone. Le guardie di Seti, gli Oras, intervengono quando è ormai troppo tardi e Imhotep si è dato alla fuga, non prima di aver osservato Anck - Su - Namun togliersi la vita: il corpo della donna non sarà più, contro la sua volontà, il tempio del Faraone.

"La mummia" del 1999 fu prodotto dalla Universal come remake dell’omonimo film del 1932 con Boris Karloff, uno dei capisaldi del cinema fanta-horror della prima metà del Novecento. Inizialmente, il riadattamento del 1999 doveva essere attinente al classico degli anni '30, ma durante la lavorazione il cineasta Stephen Sommers decise di modificare il carattere della sua opera, mutandone notevolmente lo stile ed il contenuto. Il lungometraggio del 1999 abbracciò, dunque, i canoni tipici dei film d’azione, con una spolverata d'avventura, senza, però, rinunciare ad una connotazione orrifica e ad una marcata impronta romantica.

In primo luogo, “La mummia” funge da viaggio esplorativo alla ricerca dell'arcano. Questo pellegrinaggio esotico comincia su una piccola nave da trasporto che solca le acque del Nilo e che pone i protagonisti al centro di un ritmo sfrenato ma diluito con intenzione. Nel maggio del ’99, quando “La mummia” sbarcò al cinema e raccolse un successo straordinario al botteghino, si presentò infatti come un mix perfetto, capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa: “La mummia” per struttura, ritmo, divertimento e verve, è il capolavoro di un genere. Già, ma quale genere?

“La mummia”, anzitutto, è un film d’amore. Potrebbe sembrarvi strana questa mia affermazione, eppure, l’amore domina ogni singola scelta di Imhotep, Anck - Su – Namun, Rick ed Evelyn, quattro personaggi posti su due fronti irrimediabilmente opposti: il male ed il bene.  Anck - Su – Namun è la promessa sposa di Seti I, ma in segreto ella è innamorata di Imhotep. L’amore proibito tra la donna e il sacerdote porta i due sfortunati amanti a compiere un gesto scellerato: l’assassinio dell’Astro del Mattino e della Sera. Tale sequenza, che vede la donna e il sacerdote ferire il Faraone più volte con delle armi affilate, si consuma nel buio: i tre restano celati alla vista dello spettatore, che può vedere solamente le loro sagome muoversi oltre un telo divisorio.

Come accade solitamente nelle opere shakespeariane, a detta dello stesso Brendan Fraser (interprete di Rick O'Connell), la morte del Faraone, uno dei momenti più intensi e drammatici del film, avviene fuori campo, quasi nel "dietro le quinte", lontano dall’occhio indiscreto del pubblico che può soltanto mirare i movimenti violenti delle ombre dei corpi nell’atto di commettere l’assassinio.

Una ripresa suggestiva che riesce a mantenere un ritmo teso nonostante la visione dello spettatore sia propriamente distaccata. Una volta catturato, Imhotep, dopo il suicidio della donna amata, viene punito con l’Hom-Dai, la peggiore di tutte le antiche maledizioni egizie, condannato ad essere mummificato vivo e seppellito ad Hamunaptra, la città dei morti. Il destino di Imhotep è maledetto: la sua anima sarà costretta a giacere come non-morta, alle porte degli inferi, per tutta l’eternità.

Il prezzo per poter compiere un castigo tanto crudele però è la possibilità che l’anima di Imhotep possa essere riportata in vita, poiché mai trapassata nell’aldilà. Se ciò dovesse verificarsi, Imhotep tornerà sulla Terra scatenando nuovamente sull’Egitto le dieci piaghe perpetrate da Mosè, e macchierà il suolo dei mortali come un morbo che cammina, una pestilenza per l’umanità, un empio mangiatore di carne con la forza dei secoli, il potere delle sabbie e la gloria dell’invincibilità.

L’amore impossibilitato ad affievolirsi tra Imhotep e Anck-Su-Namun porta questi due personaggi a subire una dannazione che va a perdersi nell’infinità del tempo.

Tremila anni dopo, l’avventuriero Rick O’Connell (Brendan Fraser nella sua massima ascesa) è a capo di una piccola spedizione con la bibliotecaria Evelyn Carnahan (una bellissima Rachel Weisz) e il fratello di lei Jonathan (un esilarante John Hannah) per ritrovare la necropoli perduta di Hamunaptra. Ciò che li attenderà nell’antica città dei morti è quanto di più terrificante potranno aspettarsi: dal risveglio di Imhotep comincerà una corsa contro il tempo in un’avventura mozzafiato.

  •  L'avventuriero e la bibliotecaria

Tra Rick ed Evelyn sboccia, sin dal loro primo incontro, un legame forte, dissipato da continui bisticci atti a nascondere un affetto crescente. Rick ed Evelyn sono una coppia piuttosto particolare: egli è sfrontato, aitante, apparentemente irrispettoso e diretto; Evelyn è invece arguta, brillante, timida, introversa, distratta, con il capo sempre chino su quei libri che legge con tale trasporto da sembrare, alle volte, avulsa dalla realtà circostante. Ella in quelle letture, probabilmente, lascia libera di prender piede la propria immaginazione, fantasticando di vivere lei stessa una di quelle avventure che suo padre, un grande esploratore, visse quando incontrò la madre di Evelyn, egiziana e anch’essa avventuriera. Evelyn è, altresì, tanto coraggiosa, un coraggio che colpisce sin da subito O’Connell, il cui sguardo viene catturato, con la stessa rapidità della pronuncia di un bisbiglio, dalla bellezza della donna quando ella indossa per la prima volta un lungo vestito nero, con cui si avvia a vivere la più grande avventura della sua vita. Evelyn si è liberata di quei suoi occhiali, ha sciolto i suoi lunghi capelli neri e mostrato per la prima volta e con totale naturalezza la sua splendida femminilità. Lei gli sorride, nascondendo lievemente il viso dietro uno strato di velo evanescente, una visione capace di rapire tanto il personaggio dell'opera quanto l’autore del testo, intento a scrivere questi passi di recensione.

E il forte O’Connell decide di corteggiare questa donna, goffa e aggraziata al contempo, con imbarazzo, mostrandosi anch'egli per la prima volta impacciato in vita sua. Bizzarro da credere, ma un uomo in grado di affrontare un conflitto a fuoco come capitano della legione straniera balbetta quando consegna un intero set di attrezzi adusi agli scavi archeologici, presi “in prestito” dai suoi confratelli americani, e li dona a una donna che ne sarebbe rimasta colpita in egual modo se le avessero offerto un mazzo di rose rosse. Evelyn per O’Connell diviene una luce che illumina, come un sistema di specchi antichi, la sala tetra che era dapprima la sua vita di lotta e sopravvivenza.

“La mummia” è un film in cui l’amore e le sue due diverse forme di romanticismo hanno un posto preminente nello svolgersi degli eventi. Basti rammentare che l’agire di Imhotep, dopo più di tremila anni, è ancora devoto alla volontà di riportare in vita la defunta amante. Il vero pregio del film è però quello di riuscire, con ragguardevole abilità, a districarsi tra numerosi generi, senza necessariamente porsi sotto una formale etichetta descrittiva.

  •  Acqua o oro?

Rick, Evelyn e Jonathan costituiscono il nucleo centrale degli eventi. “La mummia” ha il merito di valorizzare i propri protagonisti rendendoli amabili e adorabili; il pubblico impara ben presto a conoscere le rispettive sfumature caratteriali dei personaggi principali e a simpatizzare con le loro gesta.

Dal Cairo alla mitologica città decaduta di Hamunaptra procede il viaggio dei nostri protagonisti, e con essi noi spettatori ci troviamo pronti ad affrontare il caldo afoso del deserto, in sella a un gruppo di cammelli. Su quei quadrupedi ha il via una fuga all’alba, quando il sorgere del sole mostrerà la via ai protagonisti e, come un incantesimo o un magico effetto ottico, l'astro lucente riuscirà a tracciare la sagoma della città, visibile in lontananza. E’ una corsa liberatoria che avviene sotto un cielo infuocato, e che vede Evelyn procedere a braccetto con Rick per poi sorprenderlo, accelerare con paura ma con quella spensierata voglia di trasporto che dall'infanzia agognava. Dopotutto, l’intero film non è che una corsa a perdifiato, una fuga rocambolesca tra sequenze monumentali, replete di effetti speciali, piaghe violente e spettacolari che piombano sulla terra d’Egitto come un castigo divino, e disperati tentativi d’assalto a bordo di un aereo dell’aeronautica di Sua Maestà per scampare a impressionanti mura siffatte di tempeste di sabbia.

Ogni singolo fotogramma della pellicola lascia traspirare una cura verso un modo di fare cinema in grado di coniugare gli aspetti stilistici della cinematografia degli anni ’30 con la spettacolarizzazione dell’azione tipica dei film del nuovo millennio. “La mummia” è un film moderno calato in una realtà dal gusto antico. In aggiunta a ciò, “La mummia” si ispira ai canoni avventurosi del cinema di Indiana Jones, sebbene da esso tragga soltanto il ritmo incalzante, il periodo storico e l’affetto immutato per un particolare tipo di archeologia, quella in cui i reperti da rinvenire sono misteriosi e impossibili anche solo da immaginare.

“La mummia” possiede, inoltre, il merito di non incespicare su tempi morti, essendo strutturato con una perfetta cadenza tra azione adrenalinica e narrazione. Il film, in particolar modo, lascia emergere un eroe pragmatico nel proprio agire. Rick O’Connell, indossando una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina a coppia posta ai fianchi della schiena con due pistole, un paio di calzoni color marrone chiaro e stivali ai piedi, conquista un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones.

Rick dà valore alla vita. Un valore tanto grande che solo i puri di cuore sanno elargire. Sebbene sembri uno spericolato avventuriero che non si cura della fine a cui potrebbe andare incontro, egli dà un peso assoluto all'esistenza, soprattutto se essa riguarda una persona a lui cara come Evelyn. Rick non antepone la ricerca dell'oro alla vita, l'avidità all'amore: un tratto del suo carattere che appare evidente quando egli afferma, con rispetto e una nota d'ammirazione, che gli uomini del deserto danno valore all’acqua non certo all’oro. O’Connell non è, in fondo, un cacciatore di tesori, ne resta quasi indifferente quando si fa strada tra cumuli d’oro per ritrovare la sua Evelyn, tenuta prigioniera dal mostro. O’Connell è un eroe riluttante ma concreto, che antepone la salvezza della donna amata alla fortuna e alla gloria eterna.

  •  Vita o morte

L’apparato scenografico della defunta Hamunaptra, i passaggi angusti delle costruzioni egizie, i tesori splendenti della camera segreta di Seti I sono solo alcune delle ambientazioni che rendono il film fascinoso e dallo spazio circoscritto, limitato, e per questo ancor più valorizzato. Sebbene il film mostri molti altri luoghi tra l’inizio e la parte centrale dell'opera, Hamunaptra è il fulcro in cui si consumano le vicende: essa diviene una sorta di palcoscenico a tutto tondo, un luogo unico in cui si muovono i personaggi tra giganteschi pannelli scenografici che alternano statue delle divinità Anubi e Horus, interni di piramidi formati da cunicoli stretti, soffocanti, claustrofobici. Gli spettatori che guardano "La mummia" restano seduti su di una platea immaginaria, ammirando antri antichi in cui dei coraggiosi e improvvisati eroi lottano per non lasciarci la pelle.

Il film “La mummia” nell’incarnazione del mostro, dell'antagonista, indaga il senso lato della vita, dell'esistenza umana, e dell'amore che oltrepassa le barriere del tempo. Imhotep risorge come un empio essere, fatto di ossa, piccoli strati di carne e bende. Non ha occhi per vedere, non ha lingua per parlare. E' un essere intrappolato a metà tra il silente e cieco mondo dei defunti e il rumoroso e vivido mondo dei viventi. Questa creatura, per rinascere, deve strappare la vita altrui, uccidere e nutrirsi per poter rivivere lei stessa.

La rigenerazione della mummia avviene attraverso la macabra uccisione degli uomini: dalla morte degli innocenti, Imhotep ritrova la propria vigoria. La morte che chiama la vita.

Imhotep per farsi strada nel mondo moderno è costretto a fare del male, perfino per tornare ad amare egli deve uccidere. Il rituale per restituire l’anima ad Anck - Su - Namun prevede, infatti, la scelta di una vittima sacrificale: la morte di Evelyn per la resurrezione dell'antica amata del sacerdote. Durante lo scorrere del film, morte e vita si intrecciano in una sorta di indagine orrifica. Per Imhotep, la vita altrui non ha valore, poiché la morte non è che l'inizio, il passaggio da un piano esistenziale ad un altro.

Se la vita resta intesa come un bene prezioso per O'Connell, la morte, per l'antagonista, funge da punto focale di una successiva traversata. Nella sua condizione di essere maledetto, Imhotep non può fare altro che perpetrare la morte per avere la flebile illusione di poter vivere, di poter amare, in questa sua seconda venuta sul regno dei mortali. Una delle frasi più evocative pronunciante nel film certifica questa condizione, che vede appunto la creatura recitare un arcano adagio secondo cui la dipartita non sarebbe altro che il principio.

L'amore provato dal mostro è un amore in grado di abbattere l'eternità, di perdurare oltre lo scorrere ed il consumarsi dei secoli. Tuttavia, il desiderio d'amore della creatura è destinato a non realizzarsi poiché basato sull'attuazione del male, sulla dannazione. L'amore vero, in grado di oltrepassare le barriere del tempo e di resistere ad ogni soprannaturale difficoltà, sarà quello di Rick ed Evelyn: un sentimento crsitallino, autentico, basato sull'aiuto e il sostegno reciproco, la ricerca costante dell'uno e dell'altra, entrambi mossi unicamente dal bene che sentono vicendevolmente.

  •  Tema d'amore

“La mummia” vanta una colonna sonora stupenda, composta da Jerry Goldsmith, il cui montaggio sonoro venne candidato all’Oscar. Il tema che accompagna i passi d’amore di Rick e Evelyn lega totalmente le loro espressioni, i loro sguardi da innamorati e il loro agire alla stessa musica, rendendo quest’ultima immediatamente associabile ai due.

La traccia preferita dal sottoscritto arriva sul finale del film, dove il tema musicale oscilla dalla calma iniziale all’aumento improvviso (la scena del bacio), fino quasi a completarsi in un “frastuono”, quel “battito ripetuto” di suoni che accompagna l’inquadratura conclusiva al volgere della sera, e che sancisce la fine dei fotogrammi della pellicola; ma la musica, dopo pochi secondi, riprende ad allietare il triste addio dei titoli di coda, tornando alla “lentezza” e al romanticismo di partenza, riproponendo la classica melodia che è poi la ripetizione fondamentale del passo più famoso del brano. La colonna sonora de “La mummia” è tra le più belle mai realizzate per il cinema. Non vi è neppure una singola scena priva di un qualsivoglia accompagnamento musicale degno di nota. Ogni singola sequenza possiede una composizione perfettamente amalgamata alla stessa. La musica, alle volte, risulta talmente potente da venire in mente ancor prima della scena, e con essa, renderla completamente impressa nei ricordi.

  •  Tramonto rosso

La parte terminante del film è strutturata con un continuo crescendo, il cui momento apicale si concretizza nella fuga dei protagonisti per scampare alla distruzione completa di Hamunaptra. Con la caduta dei resti di quella città cala il sipario su quel teatro fantastico, e l’avventura scenica giunge a conclusione. Il pubblico dovrà così abbandonare i propri posti immaginari nella sala sita a pochi passi dalal città dei morti e godersi la visione di commiato dei protagonisti, che avanzano verso l’orizzonte immenso, raggiunti dai raggi di un tramonto rosso. Quel sole caldo e luminoso, con cui il film cominciava il suo scorrere su pellicola, adesso è prossimo a calare ad ovest. Il crepuscolo mostra il sole morire in lontananza, negli istanti in cui Rick ed Evelyn si scambiano un intenso bacio, prossimi a salire in sella ai loro cammelli, e avviarsi tra gli ultimi bagliori di un tramonto che si può ammirare solo nella suggestiva cornice di Hamunaptra.

Questa è l’ultima pagina del libro d'oro, e ogni qualvolta mi trovo a "rileggere" quelle battute finali provo una certa malinconia. E’ triste congedarsi da una simile “lettura”, ma quando il buio dello schermo diviene totale, una certa voglia di riavvolgere nuovamente il nastro e tornare al capitolo iniziale seguito sempre a provarla. Probabilmente gli stessi autori furono consapevoli di questo possibile effetto e vollero attenuare il distacco finale, e infatti, quando il tutto va in dissolvenza si formano dei titoli di coda alquanto peculiari: su degli sfondi che richiamano di nuovo l’arte egizia si formano scritte in geroglifici mutevoli, che cambiano per assumere i contorni tipici dei titoli di coda tradizionali. Quella è davvero l’ultima pagina del libro di Amun-Ra, un atto finale che sembra comunicare agli spettatori l'idea che il film non sia davvero arrivato a conclusione ma che voglia ancora riservare qualche altra, ultima sorpresa.

Rick ed Evelyn - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Con la nenia di coda viene sancito l’addio, l’atto finale di un lavoro, un cult assoluto nel suo genere. Già, qualunque genere esso sia!

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Attenzione pericolo SPOILER!!!!

Quando ebbi modo di guardare il capolavoro di Werner Herzog “Nosferatu, il principe della notte” – remake a sua volta del classico immortale “Nosferatu il vampiro” di Friedrich Wilhelm Murnau – colsi una frase, pronunciata dal protagonista dell’opera, che mi restò particolarmente impressa nella mente.

La scena è la seguente: Jonathan Harker è appena giunto nei pressi del castello del Conte Dracula, a notte inoltrata. La porta principale dell’antica reggia si apre dinanzi a lui e dai meandri bui affiora una figura esile, quasi scheletrica avvolta in un nobile mantello. Il volto era pallido di morte, le orecchie appuntite come quelle di un pipistrello, gli occhi apparivano come due orbite incassate in fori contornati di nero, le mani erano ossute, oblunghe con unghie appuntite, mentre dalle labbra semichiuse fuoriuscivano due canini ravvicinati e vistosamente aguzzi.

Il Conte Dracula?” – Chiese con fare retorico il giovane Harker, vedendosi davanti quella spettrale presenza che altri non poteva essere che il padrone del maniero.

Jonathan Harker…” – Rispose con un filo di voce il Conte. “Lei era atteso, sia il benvenuto nel mio castello. Si accomodi, la notte è fredda e dev’essere stanco e affamato”.

Dracula, nonostante la sua parvenza sinistra e inquietante, si mostrò cortese come si conviene ad ogni nobiluomo e accolse con gentilezza il proprio ospite all’interno della sua austera ma decadente dimora.

Durante la cena offerta dal Conte, un lauto banchetto che Harker consuma avidamente, Dracula siede a pochi passi da lui. Lo scruta con i suoi occhi penetranti come spade, lo osserva impassibile con la sua espressione glaciale e spaventosa. D’un tratto, fuori dalle mura, nei boschi lontani, si ode un ululato.

Ascolti…” – Sussurra Dracula con la sua voce smorzata, espressione di un essere stanco e affaticato, che si trascina tristemente da secoli e secoli, sperimentando giorno dopo giorno sempre le medesime, futili cose.

Ascolti…” – Ripete il Conte. “Le creature della notte fanno la loro musica”.

Harker, stranito, interrompe il pasto ma non comprende ciò che il padrone di casa vuole comunicargli, tutt’altro ne resta interdetto, confuso e intimorito. Dopotutto, perché il verso di un lupo, di un predatore che intona il proprio canto alla luna, dovrebbe attirare la sua attenzione, turbarlo, scuotere qualcosa in lui?

Nosferatu se ne accorge amaramente: “Oh giovanotto, lei è come la gente del villaggio che non riesce mai ad entrare nello spirito di un cacciatore”.

Dracula "preda" Lucy in una scena di "Nosferatu, il principe della notte"

È questo, proprio questo il dialogo che più mi colpì, la frase che il Conte pronuncia per ammonire Harker, reo di essere un ragazzo immaturo, “cieco”, privo di “empatia”, impossibilitato ad immedesimarsi nei confronti di una creatura che deve cacciare per vivere. Dracula, in fondo, era costretto a “cacciare” per nutrirsi. Al volgere del crepuscolo, predava proprio l’incauta gente del villaggio che, a suo dire, non riusciva a comprendere, a tollerare, e a perdonare la sua natura animalesca, la sua dannazione eterna. Nosferatu succhiava loro il sangue per perdurare, per seguitare a restare l’inestinto che era: un mostro condannato a vagare sulla Terra per tutte le ere che il mondo avrebbe riservato. Col trascorrere del tempo, i villici della Transilvania capirono la natura demoniaca del Conte, e la notte restavano fra le mura domestiche, lì dove Dracula non poteva raggiungerli. Rimasto senza prede, il cacciatore si vide costretto a spostare il proprio “terreno di caccia”: così entrò in contatto con Jonathan Harker, nella speranza di acquistare una nuova dimora, in un luogo diverso, situato al di là del mare, lì dove nessuno lo conosceva, lì dove avrebbe potuto tornare a vigilare con predatoria pazienza durante le ore notturne.

La frase di Nosferatu, riguardante lo spirito di un cacciatore, mi tornò alla mente quando pensai ad un altro lungometraggio, un classico della fantascienza e del genere action.

Nel 1987 uscì nei cinema di tutto il mondo “Predator”. Il film racconta la vicenda di un gruppo di militari, capeggiati dal berretto verde Dutch Schaefer (interpretato da Arnold Schwarzenegger), che si trova costretto a combattere per la propria sopravvivenza contro una creatura ignota.

Tale creatura è un’entità extraterrestre, un alieno sceso sulla Terra per andare a caccia di esseri umani. I vari personaggi dell’opera, militi forti ed orgogliosi, rozzi e fieri delle loro potentissime attrezzature, verranno ad uno ad uno predati e eliminati dall’alieno, che li osserva dall’alto, mimetizzandosi con l’ambiente circostante, anzi divenendo tutt’uno con esso, come una macchia trasparente ed invisibile che non può essere individuata. I soldati perderanno progressivamente le loro granitiche certezze, la loro arroganza e la loro alterigia, quando si renderanno conto di avere a che fare con un contendente superiore alle loro capacità tattiche. Le armi, a cui i personaggi davano un peso ed un riguardo maniacale, si riveleranno inutili contro la tecnologia di cui è fornito il Predator, che avrà modo di annichilire la presunta potenza dell’essere umano.

Via via che la pellicola scorre sotto gli occhi dello spettatore, ci si rende conto che il Predator è una creatura astuta e intelligente, che caccia solamente prede armate, e che quindi reputa stimolanti per testare la propria abilità.

La storia di “Predator” si svolge in una fitta giungla dell’America Centrale. Questa ambientazione che vede per l’appunto la vegetazione, le piante, gli alberi della giungla divenire parte integrante dello svolgersi delle vicende e teatro del combattimento tra “predatori”, fa sì che in “Predator” la lotta per la sopravvivenza tra uomo e alieno, tra essere umano e “mostro”, assuma sempre più un contorno primitivo, ancestrale. Nell’atto finale, infatti, lo scontro tra Dutch e l’alieno si svolge con armi “antiche”, lance, archi e frecce, trappole escogitate dal protagonista, il quale si è altresì ricoperto di fango per nascondere il proprio corpo alla vista del Predator. Dutch si è quindi “unito” alla terra, si è rivestito di essa, divenendo tutt’uno con quella natura primordiale che lo sprona a combattere, a sopravvivere con la forza del proprio spirito e il guizzo del proprio ingegno.

Ripensando alla frase di Nosferatu, potremmo tentare di comprendere l’essenza che alberga all’interno di un cacciatore apparentemente feroce e spietato come il Predator. Questa creatura extraterrestre, per come è stata concepita, non caccia per vivere ma caccia per puro divertimento. Egli concentra i propri sforzi per affrontare l’avversario che reputa più potente, mette in gioco la sua stessa vita per sfidare il nemico più forte. Il Predator vive per testare sé stesso, per misurare le proprie capacità, per migliorare e acuire il proprio istinto predatorio. In ogni combattimento, il Predator trae un’esperienza, studia il comportamento difensivo e offensivo della razza che affronta, impara dai propri errori. Questo personaggio, questa specie aliena fittizia, che fa della caccia lo scopo della propria esistenza, parrebbe non attribuire alcun rispetto alla vita, sia essa la propria o quella delle sue “prede”. Invero, questa creatura onora la sua vita e quella del suo oppositore in un modo contorto: attraverso la lotta, il trionfo o la sconfitta.

Il Predator, difatti, è un cacciatore che caccia, come già sottolineato, per diletto e non per bisogno, caccia per sperimentare su di sé una particolare adrenalina. Nelle sue lotte all’ultimo sangue, il Predator sembra sperimentare sensazioni inebrianti date proprio dal rischio di soccombere e dalla possibilità di prevalere: il Predator si sente più vivo proprio quando è a pochi passi dalla morte, quando può uccidere la sua preda o essere ucciso a sua volta da essa. Uno stato d’animo che potrebbe essere comparato a ciò che provano i matador nell’arena, quando si trovano al cospetto del toro che carica a testa bassa. Un concetto astratto, sospeso tra vita e morte che Ernest Hemingway sviluppò nel suo libro “Morte nel pomeriggio”. 

"Predator" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Predator, proprio per questo, ha un codice comportamentale: egli non attacca mai una vittima indifesa, un essere innocente. Già nel primo lungometraggio, ad esempio, mostra pietà nei confronti di una donna inerme. Altresì, il Predator appare spietato se il suo rivale è armato. Lo spirito di questo cacciatore è quello di un predatore che non va a caccia di prede, bensì solo ed esclusivamente di altri predatori: un che di paradossale che rende questo personaggio unico e diabolicamente affascinante.

Predator” fu un successo commerciale e critico, divenendo col passare degli anni un film di culto che diede vita ad un imponente franchising. L’opera filmica ebbe una serie di sequel: un discreto secondo capitolo (“Predator 2”), un accettabile terzo episodio (“Predators”) ed un orripilante atto quarto (“The Predator”). Oltre ai seguiti diretti, i predator furono protagonisti di due film spin-off: un gradevole “Alien vs Predator” e un obbrobrioso “Alien vs Predator 2”.

Nell’anno corrente, a circa 35 anni dal Predator originale, è uscito il quinto capitolo della saga: “Prey”. Diretto dal regista Dan Trachtenberg, con Amber Midthunder nei panni del personaggio cardine, “Prey” può essere definito come il film che i fan di Predator stavano aspettando da tanto, troppo tempo.

La pellicola di Trachtenberg funge da prequel della saga, e ambienta le proprie vicissitudini nel 1700. La scelta di raccontare una storia in un’epoca passata, con protagonista Naru, una ragazza facente parte di una tribù indiana, riporta il franchising alle origini, dando al racconto visivo quel carattere atavico, “primitivo”, tipico del primo, intramontabile classico. “Prey” è infatti il sequel migliore della saga, perché ne riscopre il suo più profondo significato e lo riporta in scena: il confronto tra l’essere umano (una giovane donna in questo caso) e l’alieno, tra predatore e predatore, in un ambiente in cui la natura fa da silente spettatrice e giudice imparziale degli accadimenti.

Come già detto, “Prey” racconta parte del vissuto di Naru, una nativa americana che desidera affermarsi come cacciatrice della sua tribù. Naru è una giovane testarda ed intraprendente, molto brava a seguire le tracce, e possiede un istinto naturale per fiutare le prede nonché i pericoli che si celano nei boschi e nelle vaste praterie. Nessuno, però, sembra prenderla sul serio né considerarla meritevole di poter ascendere al rango di cacciatore. Nessuno ha fiducia in lei, neppure sua madre né tantomeno suo fratello. Naru è dunque una donna che deve farsi strada nella sua realtà sociale, superare con la sola forza di volontà i pregiudizi, gli scetticismi dei suoi simili.

La tribù in cui Naru è cresciuta dà una grande importanza alla caccia. Quest’ultima è un’attività necessaria per il sostentamento e la sopravvivenza di ogni membro della comunità. Gli indiani cacciano per vivere, al contrario del Predator atterrato sulla Terra a loro insaputa, il quale vive per cacciare. È proprio Naru ad accorgersi per prima del suo misterioso arrivo: seguendo le tracce di un leone, la ragazza si rende conto che qualcos’altro si cela nel verde delle pianure, o lassù sui rami degli alberi della foresta. Qualcosa di ancor più temibile e che sta predando gli animali più efferati.

Il predator di “Prey” esplora il pianeta Terra e la sua fauna, studiando le prede e i predatori del nostro ecosistema. Esso inizia cacciando proprio gli animali: in una sequenza, l’alieno osserva con i suoi stessi occhi una testimonianza di come funziona la catena alimentare sulla Terra: egli vede una formica che viene addentata da un roditore, il quale a sua volta viene mangiato da un serpente. Scrutando l’avvenimento, il Predator comprende che è il serpente l’animale più dominante in quel frangente, il predatore superiore del momento, così lo affronta e lo uccide in un istante, ottenendo la sua pelle. L’alieno continua a comportarsi così nelle ore successive: vede un grosso canide rincorrere una lepre, pertanto intuisce che è il primo il predatore, dunque lo sfida, dilaniandolo e prendendo la sua testa.

Un mattino, nei pressi di un ruscello, Naru vede un orso cibarsi di un cervo. La ragazza viene fiutata dall’orso, che l’attacca furiosamente. Naru fugge via ma viene comunque raggiunta dal gigantesco predatore onnivoro: d’un tratto qualcosa si materializza. L’acqua del fiume bagna il corpo dell’alieno che appare cristallino eppur trasparente. Il Predator assale l’orso, lo affronta a mani nude e, pur restando ferito, lo uccide, sollevando la carcassa dell’animale sopra il suo capo. Il sangue che sgorga dal manto dell’orso inzuppa il Predator, rendendolo parzialmente visibile allo sguardo attonito di Naru. Sembra che la “natura” stessa, l’acqua del ruscello che scorre limpida, e il sangue dell’animale, linfa vitale degli esseri viventi, stia lì a dare contorno e consistenza all’alieno senza faccia, giunto dal remoto. È la natura a rivelare parte dell’aspetto del Predator, come se volesse avvisare Naru, un’indiana che vive a stretto contatto con quella natura silenziosa che avvolge ogni cosa, della presenza di questa minaccia sconosciuta.

Quando il Predator scopre l’essere umano, imbattendosi nella tribù di Naru, l’alieno deduce che sulla Terra il predatore in cima alla piramide è l’uomo, conseguentemente sceglie di predarlo in scontri sempre più duri ed estenuanti. L’extraterrestre decima parte della tribù di Naru e uccide senza pietà gli uomini bianchi che si erano avventurati fino ai territori controllati dai nativi.

Prey” si svolge con un ritmo serrato, avvincente come un thriller di alto livello. “Prey” è un lungometraggio coinvolgente e suggestivo, privo di punti morti. L’opera segue l’ascesa e il battesimo del fuoco di una donna che afferma sé stessa, di una cacciatrice che si oppone con impavidità ad un cacciatore ben più forte e pericoloso di lei.

"Il Predator di Prey" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Predator agisce nell’ombra, occulta sé stesso con un apparecchiatura che lo rende invisibile. Naru fa lo stesso: ella escogita un modo per “scomparire”, per rendersi invedibile agli occhi del suo sfidante. Ingerisce così dei fiori che gelano il sangue del proprio corpo, facendole sparire ogni traccia di calore. Faccia a faccia con il Predator, Naru lo affronta con astuzia e coraggio, sconfiggendolo e reclamando il suo “scalpo”.

Tornata al campo, presso i tepee della sua gente, Naru porta con sé la testa del Predator, il trofeo che testimonia la sua forza, il suo ardore, la prova di sopravvivenza più ardua che ha voluto lei stessa sostenere e superare per ottenere il proprio posto nel gruppo.

Qual era lo spirito di questa cacciatrice? Potremmo provare a comprenderlo? Lo spirito che guidava Naru era lo spirito di una donna indomabile, che cacciava per conquistare ciò che altri le volevano negare. Lo spirito di Naru è quello di un’eroina moderna, di una instancabile lottatrice che combatte per realizzare i suoi sogni e appagare i propri desideri.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Un dolore sordo, indistinto, echeggiava da quei luoghi. Una ferita sanguinava ancora, non si era mai cicatrizzata. A Hiroshima, l'aria era tuttora impregnata di morte. Tra i vicoli, lungo le strade, fra le bancarelle dei mercatini rionali la vita delle persone scorreva lenta e scialba, con una funerea normalità, tacita e rassegnata. La città giaceva, a distanza di parecchi lustri dal bombardamento, in uno status di shock, trascinandosi a stento, recando in sé il trauma vissuto, senza la benché minima possibilità di guarigione. Le stagioni si susseguivano ma il terrore e lo strazio di quel fatidico giorno seguitavano a permeare l'aria circostante. Persino in un bel dì sgombro di nubi, con il sole all'orizzonte, i volti degli abitanti esprimevano una sofferenza atavica e una paura sempre presente.

Naoto sapeva bene quello che avrebbe trovato a Hiroshima. Anch'egli, come tutti i giapponesi, serbava nel cuore un dispiacere recondito, un'angoscia remota. Non aveva combattuto in guerra, lui, non l'aveva neppure vista con i suoi occhi, eppure ne custodiva l'orrore. A Naoto, come a tutti i suoi fratelli, fu tramandato il racconto dei tragici eventi di Hiroshima e Nagasaki, la devastazione che avvenne in quella porzione di terra, la gelida presa della morte che piombò dalle stelle velate in un giorno di caligine, spazzando via persone innocenti, anime inconsapevoli. Il dramma di un attacco così sconvolgente - perpetrato agli ultimi scampoli del Secondo conflitto mondiale ad opera degli Stati Uniti d'America - segnò per sempre tutti coloro che assistettero all'immane tragedia, che sopravvissero, così come chi si affacciò al mondo successivamente, e a cui fu narrato quanto di terrificante accadde in quegli ultimi atti di guerra.

Erano trascorsi alcuni anni dall'attacco, Naoto camminava per le vie di Hiroshima e notava quanto per la popolazione fosse ancora difficile provare a dimenticare, voltare pagina, ricominciare. Ci sono eventi che lasciano un segno indelebile, lacerazioni che non possono mai rimarginarsi. Naoto vedeva tutto questo dinanzi a sé: uomini intimoriti, donne terrorizzate, bimbi disillusi e già messi a confronto con l'asperità della vita. Attorno a lui, miseria e desolazione. La bomba era caduta il 6 agosto del 1945 e ancora emanava le sue radiazioni. No, non più quelle che facevano ammalare, che si celavano nell'ombra, occultate da un velo etereo, quelle che uccidevano lentamente, giorno dopo giorno, successive al nefasto "boom"; erano radiazioni di altro tipo, effetti collaterali di una guerra scellerata. Su Hiroshima si propagavano "radiazioni" che contenevano al loro interno indigenza, malessere interiore, disoccupazione. Era questo ciò che la guerra aveva perpetrato. Non soltanto morte e sgomento ma gravi patologie e sofferenza; la guerra aveva lasciato dietro di sé una civiltà sottomessa al dolore, alla sconfitta, ad una sorta di assuefazione, un insieme di cittadini abituati al tormento, costretti a convivere con un eterno tetro ricordo...

Potete leggere l'intero articolo di Emilio Giordano "RICORDI E RADIAZIONI - Hiroshima mon amour (1959)" cliccando qui.

Redazione: CineHunters

"Il vagabondo ed il suo monello" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

I saggi, di solito, sono proprio bravi con le parole. Ci avete mai fatto caso? Hanno sempre un proverbio simpatico dalla loro, un adagio didascalico, un aforisma dotto e avvincente pronto per essere snocciolato quando si presenta l’occasione. Altrimenti, che saggi sarebbero?

Peccato che nessuno dia mai realmente ascolto al loro parlato. Sì, certo, i più odono quanto gli viene detto, magari lo comprendono anche; è solo che dopo un po’ lo dimenticano e tendono a non applicare mai quei concetti nella vita di tutti i giorni. Prendiamo, ad esempio, ciò che disse un vecchio sapiente in una particolare circostanza; questi ebbe a dire qualcosa del genere: “È pericoloso uscire dalla porta di casa. Ci si mette in strada, e se non si dirigono bene i piedi, non si sa dove si può finire spazzati via dal soffio del vento”. Una frase interessantissima.

In effetti, il mondo che ci si schiude lì fuori, oltre le finestre delle nostre case, è un luogo vasto, pieno di sorprese, di meraviglie e perché no, anche di pericoli. Bisogna stare attenti quando ci si mette in strada, se non si conosce dove si sta andando. Chissà in cosa potremmo mai imbatterci. È molto più prudente starsene tra le mura domestiche, al calduccio, fidatevi di me.

Charlot sarebbe stato d’accordo con quest’ultima frase. In fondo, cosa c’è di meglio che passare la giornata all’interno della propria dimora? Dormire fino a tardi, in un confortevole letto, avvolti nelle lenzuola; trascorrere i pomeriggi sprofondati in poltrona, mentre la cuccuma soffia e fischietta su per la cucina. Nulla di più pacato e rilassante. Charlot lo sapeva bene e se avesse potuto scegliere state pur certi che non avrebbe lasciato il proprio alloggio alla buonora, così volentieri com’era solito fare giorno dopo giorno. Beh, a voler essere del tutto franchi, Charlot non aveva una vera casa tutta per sé. Non aveva una cucina spaziosa, un salotto accogliente, e nemmeno una cuccuma. Quindi, per forza di cose, era costretto a vagabondare di qua e di là, alla costante ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Pertanto non poteva minimamente dare ascolto alle parole di quel vecchio erudito già citato, anzi tutt’altro: Charlot era obbligato a mettersi in strada, a errare lungo sentieri sempre nuovi e per questo mai esplorati. Egli metteva sempre in conto la possibilità di imbattersi in qualcosa di minaccioso o, chi lo sa, in qualcosa che avrebbe potuto cambiargli la vita. In senso buono, si intende. E potete scommetterci che qualcosa di grosso stava per accadere.

Tutto ebbe inizio in un giorno come un altro. Il vagabondo percorreva una stradina di periferia, mantenendosi ben saldo sul marciapiede. Il suo passo era leggero, lesto come quello di una lepre che saltella qua e là per la radura. Charlot indossava i suoi soliti indumenti. Dico “soliti” perché quei vestiti erano gli unici abiti di cui disponeva. Or dunque: portava sul capo una bombetta malridotta, con un vistoso foro al centro, una giacca tutta impolverata, un gilet sdrucito, e un paio di calzoni di almeno due taglie più grandi. Ai piedi calzava scarpe nere, appariscenti e anch’esse molto larghe. In mano reggeva un bastone sottilissimo, con un manico a mo’ di punto interrogativo, e tra le labbra, poco al di sotto di quei baffetti a spazzola, stringeva una sigaretta. Una rarità, per uno squattrinato come lui. Chissà dove l’aveva recuperata.

Quel mattino, Charlot se ne andava ramengo per le strade di una periferia sudicia e maledettamente abbandonata. Dalle finestre dei palazzi circostanti piombavano mucchi di immondizia, che venivano scagliati senza badare troppo se lì nel vicolo ci fosse qualcuno. Qualcosa di simile colpì in pieno il povero Charlot. Egli, mantenendo sempre in testa la sua bombetta, non si scompose affatto, ci era abituato dopo tutto. Per i più, era quasi invisibile. Vagava quotidianamente come un fantasma, quasi fosse trasparente; mai nessuno posava lo sguardo su di lui. Si diede in fretta una ripulita e continuò a fumare, come se nulla lo avesse mai raggiunto. Di colpo, però, qualcosa attrasse la sua attenzione. Proprio lì vicino, a pochi passi da lui, echeggiava il pianto di un bebè. Charlot fece per avvicinarsi e scorse un pargoletto racchiuso in una candida coperta. Rimase sorpreso, per così dire. Un bimbo…  E cosa ci faceva in quel luogo tutto solo? Che domande! I bambini non se ne vanno in giro da soli.

Ma è ovvio, qualcuno lo avrà lasciato lì, in quel posto tanto cupo. Ma come potevano averlo abbandonato solo soletto, accanto ad un bidone della spazzatura? Un momento, non è che riversando dall’alto tutta quella sporcizia, gli inquilini del palazzo dirimpetto abbiano per sbaglio lanciato anche quel batuffolo? Charlot sembrò chiederselo: alzò gli occhi al cielo, osservando le finestre di quell’edificio da cui erano piovuti tutti quegli scarti domestici. Niente, nessuno si era affacciato, nessuno reclamava il piccolino.

Che stupido che sono”, pensò. Come si può lanciare per sbaglio un bambino? Ma allora come ci era finito fra quei rifiuti? Tutte queste domande, con ogni probabilità, affollavano la mente di Charlot. Ma non era il momento di porsi troppi interrogativi. D’un tratto, Charlot realizzò. Aveva ancora la sigaretta in bocca. “Gettala via, sciocco”, sembrò ripetersi fra sé. E così fece, la raccolse tra le dita e la lanciò più lontano che poteva. Indugiò un istante, poi prese il bimbo con sé e s’incamminò. Tu guarda cosa può succedere in un giorno qualunque. Aveva proprio ragione quel vecchio saggio: è pericoloso uscire dalla porta, ci si mette in strada e se non si sta attenti guarda dove si può finire. Charlot, guidato dalla brezza del mattino, si era spinto all’interno di un vicolo tetro e sordido, e proprio in quel luogo così inospitale aveva trovato un tesoro prezioso, un figlio inatteso per un padre totalmente impreparato.

Ma come ci era arrivato quel piccino in quel losco quartiere? Cos’era accaduto? Dov’erano finiti i suoi genitori?

Invero, il bambino aveva un solo genitore: sua madre. C’è da dire che la mamma del piccolo era stata sedotta e abbandonata da un artista piuttosto famoso, un pittore, per così dire. Durante la gravidanza, la donna visse per un certo periodo in un istituto di carità, dove partorì il proprio figlioletto. Una volta messo al mondo il bambino, la donna fu dimessa dall’istituto e si trovò senza una fissa dimora e per giunta senza un impiego.

Comincia il tal modo “Il monello”, una delle opere più intense e straordinarie del cinema di Charlie Chaplin. Una delle prime didascalie che la pellicola ci pone davanti riguarda proprio il triste destino a cui va incontro la madre del tenero “monello”. La frase che compare sullo schermo è la seguente: “La donna, il cui peccato è essere madre”. In un’epoca storica come quella in cui è ambientato il film, una ragazza che aveva messo al mondo una nuova vita al di fuori del matrimonio, e che adesso viveva sola, con un bambino da crescere, si era macchiata di un “peccato”, di un’onta impossibile da mondare.

In quei primissimi frangenti, la madre del piccino cammina per le vie, non sa dove andare né cosa fare. Non sa che futuro può assicurare al figlio, così compie un gesto estremo e straziante: sceglie di lasciarlo. Notando una macchina di lusso, parcheggiata dinanzi ad una villetta, la donna si avvicina, apre la portiera della vettura e depone il bimbo sul sedile posteriore. Fugge via, e in preda alla disperazione finisce per trovare ristoro su di una panchina. Passato il primo momento di disagio la donna viene assalita dai sensi di colpa e torna sui suoi passi, ma ormai è troppo tardi: l’auto è sfrecciata via, lontano, e del suo piccolo lei non avrà più notizia. Invero, la macchina è stata rubata da una coppia di malviventi, e sta per raggiungere uno dei quartieri più poveri e malfamati della città. Una volta arrivati alla meta, i due criminali si accorgono del pargoletto e fanno quanto devono per disfarsene, abbandonandolo vicino al bidone dell’immondizia, dove, di lì a poco, verrà notato da Charlot.

Cercando tra le coperte nel quale il bimbo è avvolto, Charlot scopre un biglietto scritto dalla madre, che recita così: “Vi prego, amate questo orfanello e prendetevene cura”. Commosso, Charlot conserverà il biglietto nelle sue tasche malconce e, subito dopo, indugerà sul visino piangente del piccino. Non riuscirà a resistergli: Charlot accennerà un sorriso e in quel preciso istante s’innamorerà perdutamente del piccolo, proprio come un padre che scruta per la prima volta il viso del suo bambino appena venuto al mondo. La madre del piccino avrebbe disiderato per lui una ricca famiglia; il monello troverà invece la ricchezza di un’infanzia felice fra le braccia di un indigente che, solo apparentemente, non aveva nulla da offrirgli.

Potete leggere di più su Superman cliccando qui.

Esistono tante splendide storie che hanno inizio con un bimbo che, inconsapevolmente, deve dire addio ai suoi genitori ancor prima di conoscerli. Basti pensare al celebre fumetto di “Superman”, e alla sua trasposizione cinematografica risalente al 1978, in cui il protagonista, il piccolo Kal-El, viene posto all’interno di una minuta astronave argentea, in procinto di partire per lo spazio sconfinato. Il pianeta Krypton, luogo in cui Kal-El è venuto alla luce, è infatti prossimo alla distruzione e i genitori del piccino, consapevoli di questa fatalità ineluttabile, decidono di salvare la propria creatura, a costo di lasciarla andar via. Così, il padre di Kal-El, Jor-El, che nell’adattamento cinematografico a cura di Richard Donner possiede il volto di Marlon Brando, uno dei più bravi attori della storia del cinema, imposta la rotta della nave spaziale che custodirà il suo bambino, all’indirizzo di un nuovo corpo celeste, preferendo come meta il pianeta Terra.

Mentre attorno a loro, il suolo trema e un grido di dolore si eleva fino al cielo e al sole rosso di Krypton, i genitori di Kal-El se ne stanno immobili, abbracciati, osservando, mesti eppur sereni, il decollo dell’astronave che conduce il frutto del loro amore verso la salvezza. Di lì a poco, il pianeta Krypton esploderà e della stirpe a cui Kal-El apparteneva non resterà che un sommesso ricordo sperduto nelle profondità del freddo spazio siderale. Una volta approdato sulla Terra, il piccolo verrà trovato dai coniugi Kent che, per tutta la loro esistenza, avevano pregato Dio nella speranza di avere un bambino. La venuta di Kal-El, che sarà ribattezzato Clark Kent dalla sua famiglia adottiva, ha tutta l’aria di una risposta alle loro preghiere. Quella di Superman è la storia di un figlio abbandonato che è riuscito a scampare alla morte grazie al sacrificio e alla rinuncia dei suoi genitori biologici.

Perfino nei racconti biblici si fa menzione alla storia di un bambino abbandonato. Basti pensare al destino di Mosè. La madre Jocabel depose il proprio erede all’interno di una cesta, e spinse la stessa oltre le rive del Nilo. In quel gesto disperato compiuto da una madre che deve dire addio alla creatura portata in grembo, Jocabel affida la propria preghiera a Dio, implorandolo di vegliare sul futuro di Mosè. Jocabel fu costretta a salutare, forse per sempre, il piccolo, in quanto il faraone aveva dato ordine di uccidere tutti i nuovi nati maschi del popolo ebreo. Le acque del Nilo si prenderanno cura di Mosè, trasportandolo fra le braccia di un’altra madre che tanto desiderava un figlio. Mosè verrà raccolto dalla principessa d’Egitto Bithia, e sarà allevato quale principe delle due terre.

Mosè apre le acque del Mar Rosso. Potete leggere di più su "Il principe d'Egitto" cliccando qui.

Ne “Il monello” di Charlie Chaplin accade qualcosa di simile: un genitore si priva dell’affetto e della vicinanza del proprio bambino sperando di elargirgli un avvenire più prospero e sereno. Nell’opera chapliniana, quello compiuto dalla madre è un disperato, riluttante e certamente controverso atto d’amore.

Nella storia delle letteratura, vi sono invece esempi in cui i bimbi vengono abbandonati perché disprezzati o odiati. Basti pensare alla storia di Quasimodo, il protagonista del capolavoro letterario di Victor Hugo “Notre-Dame de Paris”, ripudiato dai suoi genitori a causa della propria deformità, a volte paragonata all’incarnazione del demonio. Quasimodo verrà adottato da Frollo, l’arcidiacono della cattedrale, e fra le mura della chiesa crescerà, isolato dal mondo esterno. Quasimodo manterrà per gran parte della sua vita una devozione inflessibile nei riguardi del suo salvatore, Frollo, e per egli nutrirà un senso di soggezione e di costante dipendenza. Quasimodo sente d’essere vivo solamente per merito del suo benefattore, che non ebbe paura di lui e che lo crebbe, pur con austera severità e evidente distacco. Questo dettaglio del carattere di Quasimodo, questa sua riverenza nei riguardi di Frollo, viene rimarcata persino nell’opera musicale di Riccardo Cocciante, “Notre- Dame de Paris”, attraverso il brano chiamato per l’appunto “Il trovatello”, le cui prime strofe esordiscono così: “Se fui bambino anch’io fu perché fosti tu la vita per me, fu perché fosti tu quello che mi adottò e che non mi chiamò mai mostro”.

Quasimodo e Frollo durante l'esecuzione de "Il trovatello", Notre Dame de Paris

Nel racconto di Hugo, tuttavia, ci troviamo dinanzi ad un esempio diverso se confrontato al “racconto” de “Il monello”. Nel primo caso, la presa in cura del trovatello avviene per dovere cristiano, non per spontaneità paterna e soprattutto per convenienza. Frollo crede fermamente che Quasimodo un giorno potrà tornargli utile, e nei suoi riguardi non nutrirà né mostrerà mai alcuna vena affettiva. Ne “Il monello”, invece, il genitore che rinviene il trovatello nutre immediatamente nei suoi riguardi un affetto autentico e profondissimo e si fa carico di quella vita nonostante la propria situazione di indigenza.

Charlot porta il figlioletto adottivo nella sua dimora: un ambiente sistemato con mezzi di fortuna, in cui vi è un giaciglio a ridosso di una parete e un tavolo al centro della stanza. In quello spazio tanto esiguo eppur comodo, Charlot si dà da fare per provvedere a tutte le necessità del bimbetto: allestisce un'amaca a mo’ di culla, rimaneggia una vecchia caffettiera trasformandola in biberon, e ricava da una logora sedia, privandola del fondo, un vasino per i bisogni del suo piccolo ospite.

Passano gli anni, e il figlioletto di Charlot cresce e diventa un bambino vivace ed esuberante, un monello a tutti gli effetti. La situazione attorno al vagabondo non è cambiata poi molto: la società continua a respingerlo, a trattarlo come un reietto e non gli offre mai un’occupazione stabile. Non che Charlot la cerchi con tutte le sue forze, in realtà si accontenta delle piccole cose senza pretendere altro; egli continua a vivere alla giornata, circondato dalla ristrettezza, ma ha con lui un bene inestimabile, che lo fa sentire l’uomo più ricco e fortunato del mondo: il proprio bambino. Questi accompagna il padre tutti i giorni in giro per le strade, aiutandolo nella sua attività di vetraio ambulante. In questo caso, il monello è un vero e proprio “complice” e, vi assicuro, ne combina sì di malefatte. Raccatta le pietre, le scaglia contro le vetrate e poi fugge via. Di lì a poco passa, “per caso” ovviamente, Charlot con i suoi vetri di ricambio trasportati sulla schiena ricurva, e viene incalzato dai proprietari degli appartamenti a cui qualche “misterioso manigoldo” ha ridotto in frantumi le vetrate. Charlot ha così modo di lavorare e di rimediare qualche soldo.

Queste piccole “truffe” portate a termine da Charlot e dal suo figlioletto, a mio modo di vedere, fungeranno, in parte, da ispirazione per le astute “malefatte” di un altro papà e della sua figlioccia. Nella commedia degli anni ’90 “La tenera canaglia”, infatti, la piccola “Trucioli”, rimasta orfana e “adottata” dal senzatetto Bill - che Trucioli considera suo padre – mette in scena un astuto stratagemma per racimolare quanto meno un pasto caldo.  Tutte le sere, infatti, si aggira con il padre adottivo in un parcheggio e non appena una delle auto presenti sta per uscire in retromarcia i due inscenano un siparietto in cui fingono che Bill sia stato investito, così da intenerire l’ignaro guidatore e farsi pagare una cena. L’analogia tra l’operato di Charlot e quello della piccola Trucioli è alquanto evidente: in entrambi i casi, si tratta di un “piccolo” imbroglio portato a termine per tirare avanti, sopravvivere ancora un altro giorno.

Jim Belushi e Alisan Porter in una scena de "La tenera canaglia".

Ben presto, però, il sodalizio tra Charlot e il figlio cambierà, precipitando di colpo. L’autorità dell’infanzia volgerà il proprio sguardo intransigente verso l’alloggio di Charlot e scoprirà che l’infante che tiene con lui non è il suo vero figlio, onde per cui non esiterà a portarglielo via. Il monello a quell’improvviso distacco comincerà a piangere e a singhiozzare. Le lacrime, copiose e grandi come gocce di rugiada, righeranno le sue gote, ed egli, in preda alla disperazione, volgerà le mani all’indirizzo del padre, rimasto, nel frattempo, in strada, a ribellarsi agli agenti per quanto accaduto.

Seguiranno tante fughe rocambolesche, che si concluderanno nel modo più amaro: il monello verrà portato via e infine Charlot resterà solo. Seguiterà a cercare il suo bambino per ore ed ore ma non riuscirà a trovarlo.

Distrutto, si accascerà, e poggiando il capo sull’uscio di casa, si addormenterà. Ecco che in sogno rivedrà il suo monello che lo desterà dal torpore e lo inviterà a camminare con lui nel quartiere in cui hanno vissuto. Esso si è tramutato in un angolo di paradiso, in cui uomini e donne, con ali bianche, danzano assieme. Charlot non riesce a capire. Ciò che si schiude davanti a sé è pura fantasia, un’illusione, un miraggio onirico, null’altro che un sogno. Ma un sogno così vero, popolato da angeli. Quella che Charlot ha davanti è una ricostruzione della realtà, una ricostruzione immaginaria del mondo che lo ha sempre circondato, che adesso prende l’aspetto di una verità giusta ed appagante, in cui può di nuovo stare con il suo figlioletto, senza che nessuno lo distolga, senza che nessuno glielo porti via. Il monello dona a Charlot delle ali lucenti, ed ecco che attorno al vagabondo arriva il diavolo pronto a spargere zizzania, diffidenza, gelosia, odio fra gli angeli.  Anche in quel mondo, così lindo e puro, Charlot, infine, non ha trovato il giusto ordine, non ha trovato il proprio posto per essere felice. Proverà a volare con le sue ali, come Icaro verso il Sole, ma un agente, piombato lì per caso, in quell’angolo di paradiso, vede Charlot volteggiare ed estrae così la sua pistola, freddandolo. Charlot non poteva fuggire, salire fino al cielo, carezzare le nuvole, contemplare l’astro lucente. Doveva restare giù, sul gelido suolo. L’angelo poliziotto – tutore di un mondo ingiusto - lo tempesta di proiettili, senza esitare. Il vagabondo cade al suolo e muore. Il monello nota il suo corpo senza vita, gli corre incontro e piange, abbracciandolo. Ma non era che un sogno tramutato in incubo.

Charlot si ridesta, e vede a pochi passi sempre un tutore della legge, che questa volta lo riporta alla vita. Questi esorta Charlot a seguirlo e lo conduce nei pressi di un’abitazione lussuosa. In quella casa abita una donna: è lei, proprio lei, la madre del monello. Non aveva mai dimenticato la sua creatura. Il tormento per ciò che aveva fatto non le aveva mai dato pace. Al contempo, la fortuna le aveva sorriso. Era diventata un’attrice ricca e famosa. Ma si sentiva incompleta, inappagata. Per tutti quegli anni non aveva fatto altro che cercare la creatura che aveva dato alla luce e proprio in quei giorni, all’insaputa di Charlot, lei l’aveva trovata. Aveva conosciuto il monello, gli aveva fatto dono di un orsacchiotto e poi, facendo irruzione nella dimora di Charlot, aveva recuperato quel biglietto che lei stessa aveva scritto molto tempo prima. La donna aveva capito tutto: quel ragazzino, così vivace e quasi instancabile, era il sangue del suo sangue e quel padre che se ne prendeva cura era colui che lo aveva sottratto al freddo e alla fame.

Charlot indugia sulla soglia. D’improvviso vede il monello oltrepassarla e corrergli incontro. La donna incoraggia Charlot ad entrare in casa. Il vagabondo non se lo fa ripetere, e fa sì che l’ingresso lo inghiottisca.

Una famiglia era nata quel giorno; fra un sorriso e una lacrima si erano riuniti.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Mulan e il suo riflesso" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non si udiva nulla quella sera, nient’altro che il lieve soffio del vento. La brezza era debole e riusciva a malapena a far muovere gli stendardi issati sulle torri. La terra era stata inghiottita da una fitta tenebra e su tutto l’orizzonte era calato un velo d’ombra.

Il soldato poneva attenzione, ma non sentiva né vedeva alcunché. Questi camminava irto sui suoi stivali, reggendo in mano una lancia dalla punta argentea. La volta celeste era sgombra di nubi. La luna piena campeggiava sul tetto del mondo, rischiarando a fatica l’oscurità della notte con il suo tenue bagliore.  D’un tratto, qualcosa ruppe il silenzio.

Un’aquila, sbucata dal nulla, planò in picchiata sulla testa del soldato, ghermendogli l’elmo con i suoi poderosi artigli. Lo stridulo dell’animale echeggiò lungo tutta la Grande Muraglia. L’uomo sollevò il capo, vide il rapace librarsi sulla porzione di cielo sopra di lui, quindi poggiarsi sull’estremità dell’asta di una bandiera. L’aquila emise ancora il suo verso roco e dal buio affiorò un gancio nero che colpì la roccia. Il soldato si avvicinò al limite della costruzione e scorse una miriade di artigli salire dal fondo, laggiù oltre i contorni della fortezza e agganciarsi ad essa. L’invasione era appena cominciata.

L’armata degli Unni scalava rapidamente le maestose mura, guadagnandone la vetta e penetrando oltre i confini. Il soldato fu circondato. Dinanzi a lui si stagliò un’immensa figura incappucciata. Era avvolta in un mantello tra il nero e il grigio antracite, aveva occhi gialli, denti possenti e affilati. Costui non era uno straniero qualunque ma Shan-Yu, il comandante dell’esercito Unno. Il soldato cinese, in un ultimo, disperato tentativo di dare l’allarme, appiccò il fuoco alla torre di guardia. Le altre torri scorsero il segnale e risposero facendo altrettanto. In pochi istanti le fiamme si propagarono di torre in torre e il messaggio fu colto dai più: la Cina era appena stata attaccata.

I fuochi che ardono sulle torri di guardia al principio di "Mulan". Potete leggere di più su "Il signore degli anelli - Il ritorno del re" cliccando qui.

Comincia in tal modo “Mulan”, in una notte serena, tacita, scossa improvvisamente dal volo di un’aquila che piomba dall’alto, all’improvviso, senza alcuna avvisaglia. L’animale sembra presagire l’avvento di una minaccia imprevista, fino ad allora sfuggita allo sguardo attento delle vedette poste a guardia della Grande Muraglia. L’esercito Unno, protetto dalle tenebre, viene avvistato quando è ormai troppo tardi. Ai soldati cinesi lì presenti non resta che dare l’allarme. Il fuoco arde così da una torre all’altra torre e poi all’altra ancora, trasmettendo un messaggio chiaro come il bagliore da esso prodotto.

La scena iniziale di “Mulan”, in cui i soldati usano il fuoco per segnalare l’inizio dell’invasione, ricorda una sequenza de “Il signore degli anelli – Il ritorno del re”. In quest’ultima opera, la città di Minas Tirith - cuore pulsante del regno di Gondor - è prossima ad essere assediata dall’esercito di Sauron. I fuochi della città vengono pertanto accesi, non senza qualche piccola difficoltà.

Le fiamme si sprigionano da una pira sita in un’alta torre contornata da pietre candide come il marmo. Il fuoco viene immediatamente notato in lontananza. Sulle montagne, una seconda pira viene quindi data alle fiamme per segnalare la richiesta di soccorso della città bianca. Di colle in colle, i roghi che ardono parlano da soli e recano in sé un’accorata richiesta d’aiuto. I fuochi di Minas Tirith giungono sino ai confini del reame di Rohan, alleato del regno di Gondor. Scorgendo quella macchia rossa che brilla intensamente fra le costole dei colli, la gente di Rohan, senza indugio, decide di rispondere alla chiamata di Minas Tirith.

Ne “Il Signore degli anelli – Il ritorno del re” il fuoco assume i contorni di una metafora: la metafora di una speranza che divampa, che si propaga di terra in terra, portando con sé l’auspicio di unità fra i popoli. I fuochi di Minas Tirith bruciano per segnalare il sopraggiungere di un nemico comune, l’avanzata di un avversario inarrestabile ma altresì ardono per infondere coraggio negli animi dei timorosi, per rammentare un’antica alleanza e per ribadire che solo attraverso la vicinanza e la fratellanza tra la gente libera della Terra di Mezzo il male - che è divisivo per sua natura - può essere sconfitto.

Così come mostrato ne “Il ritorno del re”, anche in “Mulan” le fiamme che iniziano ad ardere su di una torre si diffondono da un punto all’altro per raggiungere sempre più persone con il loro messaggio. Il fuoco è un elemento primordiale, dalla forza spesso distruttiva, che si nutre di ciò che consuma, tuttavia in “Mulan” esso diventa un veicolo di speranza. Le fiamme delle torri della muraglia sfavillano per avvertire e per offrire una possibilità di salvezza. Il fuoco in “Mulan” non consuma ma sprigiona una voglia di “vita”, di “libertà”, di “resistenza”, spronando il popolo cinese a unirsi e a prepararsi alla battaglia.

La notizia dell’invasione giunge fino al palazzo dell’Imperatore. Questi sottoscrive avvisi di arruolamento per tutte le province dell’Impero. Ogni famiglia dovrà offrire un rappresentante maschile che dovrà unirsi all’esercito regolare e alle sue riserve. L’Imperatore è fermamente convinto che un solo chicco di riso può squilibrare la bilancia, e che un solo uomo può segnare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Un solo uomo, già!

Un solo uomo può capovolgere le sorti di un confitto. E se fosse una donna a cambiare il destino di un popolo? Nessuno si era mai posto una domanda simile fino ad allora.

Eppure, quando l’Imperatore ha finito di pronunciare il suo discorso, di affermare che un singolo uomo può segnare la differenza tra il trionfo e la dipartita, l’immagine sulla pellicola inizia a sbiadire sino a scomparire del tutto, per far posto ad una nuova “icona” rappresentata da dei chicchi di riso all’interno di una ciotola, dove le due canoniche bacchette, guidate da una mano femminile rimestano i granelli, per poi isolarne uno soltanto. Già, una mano femminile! Proprio così, una donna.

È lei che “pizzica” quel chicco, che lo separa dagli altri e lo allontana. Ed è sempre lei che raccoglie una porzione adeguata di riso e se la porta alla bocca. Le parole dell’Imperatore sembrano riecheggiare ancora in questa sequenza, con un'unica differenza: il chicco di riso in grado di squilibrare la bilancia non ha “l’aspetto” di un uomo, ma di una ragazza assorta nei suoi pensieri e nel suo parlato.

Silenziosa… E schiva” – ella dice. “Aggraziata, cortese…” – continua a sostenere, mentre gusta il suo riso. “Delicata…” – borbotta con la bocca piena. “Raffinata, ponderata, puntuale!” – finalmente conclude.

Mulan, è questo il nome della ragazza che assaggia il riso, vive in un piccolo villaggio della Cina. Ella è l'unica figlia della famiglia Fa. In quelle prime ore del mattino Mulan è intenta a studiare, se così si può dire. Alcuni concetti che continua a ripetere a voce alta le sfuggono dalla mente e non riesce a farli suoi.

Silenziosa, schiva, aggraziata… Cosa veniva dopo aggraziata?” - Mulan sembra domandarselo tra sé. Quelle virtù che le donne devono conoscere e possedere Mulan fatica a memorizzarle, forse perché non fanno parte del suo “mondo”. Mulan è, infatti, diversa da tutte le altre ragazze del villaggio. È speciale, sebbene nessuno se ne sia mai accorto. Neppure lei stessa.

Mulan è terribilmente in ritardo. Quando se ne accorge sfreccia per le vie cittadine, correndo all’impazzata verso la mamma e la nonna che la stanno aspettando impazientemente. Le due si danno da fare per rendere Mulan ancora più bella di come appare quotidianamente. Le danno una bella strigliata, le sistemano l’acconciatura, la truccano con del cerone bianco a valanga sul viso e del rosso a rimpolpare le labbra.

Quel mattino, Mulan ha una prova molto importante da superare. Deve portare onore alla sua famiglia nell’unico modo in cui una fanciulla può farlo nella società patriarcale cinese di quegli anni: ovvero diventando la sposa di un uomo di buona famiglia. Per fare ciò, Mulan deve essere messa sotto esame da una corpulenta “paraninfa”, che dovrà giudicare le qualità da futura moglie della ragazza. Inutile dire che la giovane, durante la seduta d’esame, provocherà un disastro dietro l’altro e farà rientro a casa con una cocente delusione. 

Mulan si sente inadatta, diversa, come se ancora non avesse trovato il proprio posto nell’ordine delle cose, come se ancora non sapesse chi è in realtà e a cosa aspiri. La fanciulla avanza lungo il giardino della sua dimora, e osserva il proprio volto riflesso in uno specchio d’acqua. Ella non riconosce sé stessa. È ancora truccata in viso, ma non è certamente per quello che non riesce a identificarsi. È qualcosa di più recondito, intimo, ancestrale che si cela oltre lo strato di epidermide. Mulan guarda il suo riflesso, confuso e incerto, e non riesce a renderlo nitido. Comincia così ad intonare un canto. Attraverso quella melodia, Mulan si chiede chi è l’ombra che riflette la sua figura, un’ombra che non corrisponde ai suoi desideri.

Già, un’ombra. Mulan osserva quella proiezione di sé e non riesce a schiarirla, a farla sua. Ma cos’è in realtà un’ombra?

L’ombra è parte di noi, è un prolungamento della nostra fisicità, della nostra corporalità. Essa non ha colore, ha soltanto la nostra forma. Non ha occhi, non possiede dettagli, non mostra lineamenti o segni sul proprio viso. L’ombra è una macchia nera, attaccata a noi, che ci segue di pari passo. È un “riflesso” che ci scruta e ci accompagna, ma è altresì un’immagine di noi oscura, priva di particolari, di caratteri che rendono il nostro aspetto dissimile ed unico. Talvolta, l’ombra può essere così diversa dal noi da staccarsi, da allontanarsi. Lo scrittore Hans Christian Andersen immaginò un qualcosa di eguale.

L'uomo colto e l'ombra, Illustrazione di Vilhelm Pedersen. Potete leggere di più su Hans Christian Andersen e le sue opere cliccando qui e poi qui. Ora che ci penso potete cliccare anche qui, poi qui ed infine qui.

Nella sua fiaba “L’ombra” - uno dei suoi scritti più oscuri e inquietanti - Andersen raccontò la storia di un uomo colto, proveniente da luoghi molto freddi, che giunse, un bel giorno, in un paese caldo, dove il sole picchiava con prepotenza e la gente, sotto i suoi raggi, diventava bruna come il mogano o nera quasi come la pece.

Quest’uomo era costantemente “braccato” da un’ombra smilza come lui, che diventava sempre più allungata, ferma, immobile contro una parete ogni qual volta una fonte luminosa illuminava la figura di quest’individuo profondamente erudito.

Una sera, questo straniero si sedette su di una piccola seggiola nella veranda; alle sue spalle brillava la tenue luce di una candela. Essa lo illuminò, proiettando la sua ombra innanzi a lui. All’inizio, egli non ci fece caso, la ignorò, assorto com’era nelle sue letture. L’ombra dell’uomo si era posata sulla parete della casa di fronte, e imitava le azioni del suo “padrone”. L’uomo sfogliava le pagine del libro che aveva in mano e l’ombra faceva lo stesso. Essa giaceva lì davanti, tra i fiori del terrazzo. Dopo un po’, l’uomo alzò lo sguardo e vide la sua ombra. Quest’ultima gli ricambiò attenzione, mimando lo stesso gesto.  Per un po’ si guardarono. Poi, l’uomo rivolse la vista al grazioso palazzo che aveva dinanzi: sembrava una casa accogliente, piena di belle cose.

Credo che la mia ombra sia l'unica persona vivente che si vede laggiù!” - disse l'uomo colto. “Guarda come sta seduta con garbo tra i fiori, la porta è socchiusa; adesso l'ombra dovrebbe essere tanto accorta da entrare, guardarsi intorno, e poi tornare a raccontarmi quello che ha visto. Eh già, dovresti farmi questo piacere!” – proseguì a borbottare con ingenua speranza. Attese, come se davvero si aspettasse che la sua ombra potesse muoversi da sola e addentrarsi in quella bella dimora. L’ombra restò ferma a guardarlo e a fargli il verso. I minuti passarono e l’uomo decise di rientrare nel suo alloggio. Così, volse le spalle al terrazzo. Proprio in quell’attimo l’ombra si mosse, come animata da un afflato tutto suo.

L’ombra entrò di sua iniziativa in quella casa, e lì stette. L’uomo non lo sapeva ancora, ma la sua ombra era diventata viva, cosciente. Laggiù, lontana dallo sguardo dell’uomo, iniziò il suo viaggio in solitaria, la sua lenta peregrinazione verso la propria affermazione, il proprio riconoscimento.

Quell’ombra era tetra, furba e malvagia. Se l’uomo l’avesse osservata attentamente si sarebbe accorto che quell’ombra non era una proiezione di sé, bensì la proiezione di una parte di sé: la più ambiziosa, diabolica, superba del suo animo.

Venne il giorno successivo. L’uomo colto non badò a null’altro che ai suoi studi, durante le ore diurne.  La sera, egli uscì sul terrazzo e si accorse di non vedere più la sua ombra. Capì che era fuggita, e ne restò colpito. Dov’era andata? Che fine aveva fatto? Sarebbe mai tornata? Tante domande affollarono la mente dell’uomo ma nessuna ottenne risposta.

Passarono molti anni e un bel giorno bussò alla porta dell’uomo dotto una persona tanto magra da far spavento, alta quanto lui.

Non mi riconosci?” – domandò il misterioso visitatore.

Riconoscervi? Oh cielo, ci siamo già incontrati?” – rispose, sconvolto, lo studioso.

Sono la tua ombra” – sibilò la silhouette.

Il colto interlocutore spalancò la bocca. Ciò che aveva innanzi a sé non somigliava minimamente ad un’ombra. Si trattava invece di una sorta di essere vivente dotato di voce, volto, e tanto d’incarnato; un esile corpo maschile, direi striminzito ma in salute. L’ombra aveva un’andatura elegante, era ben vestita e portava attorno al collo una vistosa collana d’oro e anelli alle dita.

Dove sei stato in tutti questi anni?” – chiese l’erudito.

L’ombra prese posto in salotto e si compiacque nel narrare le sue traversie. Aveva girato il mondo, conosciuto le sue meraviglie, i suoi segreti. Aveva osservato il bello ed il brutto del creato, e aveva appreso il male. Lo aveva fatto suo, e lo aveva seminato in ogni luogo in cui si era recata. Quando finì di parlare, l’ombra imboccò la porta e sparì nuovamente.

Passarono degli anni. L’ombra si ripresentò e chiese all’uomo colto, divenuto nel frattempo stanco e malaticcio, di accompagnarla in uno dei suoi lunghi viaggi. Questi non poté rifiutare, mosso com’era da un’insana curiosità di trascorre del tempo con quella che fu la sua “metà”.

Nei loro lunghi spostamenti l’uomo era solito camminare alle spalle dell’ombra, talvolta gli veniva concesso di restarle accanto ma raramente. Ovunque andassero, l’ombra parlava per prima, zittiva il suo compagno di viaggio, si presentava agli altri col piglio di chi comanda. Nessuno poneva gli occhi sull’uomo, come se questi stazionasse nell’oscurità e si limitasse a seguire il suo padrone, senza possedere il benché minimo spirito di iniziativa.

L’uomo diveniva sempre più stanco, provato da un’esistenza lunga e spossante. Passarono gli anni. Lentamente, l’uomo colto e buono si trasformò nell’ombra e l’ombra superba e cattiva divenne a tutti gli effetti il padrone. Quando fu troppo tardi per capire ciò che era avvenuto, l’uomo fu raggiunto dal tradimento e dalla morte e l’ombra si prese tutta la sua vita.

Potrebbe succedere davvero che un’ombra sostituisca il suo padrone? Potrebbe accadere che un essere umano lasci che il suo riflesso prenda il sopravvento sulla sua volontà o divenga indipendente?  

In un altro racconto fantastico, un’ombra tentò di recidere il legame col suo padrone. Quanto affermo capitò a un ragazzo che sapeva volare e non voleva saperne in alcun modo di crescere. Come si chiamava? Vediamo… Ah, sì, un certo Peter Pan.

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La sua ombra era solita allontanarsi da lui, volare via perché non intendeva restargli accanto. Peter la inseguiva costantemente, per riunirsi a lei, per diventare un tutt’uno con il suo riflesso. Un giorno, Peter, per recuperare la sua ombra, lasciò il suo territorio, l’Isola che non c’è, e volò fino al nostro mondo. L’ombra si era annidata nella camera di una giovane fanciulla, Wendy. Peter inseguì la sua metà fin laggiù e vide la sua ombra che ondeggiava sulla parete, a pochi passi dal letto di Wendy. Il ragazzo che sapeva volare si lanciò contro il muro, afferrò la sua metà e tentò di legarla a sé con ago e filo. Spaventata dal frastuono, Wendy si svegliò e domandò chi fosse quell’intruso. Peter si presentò e spiegò con garbo la sua strana disavventura. L’ombra gli era sfuggita dalle mani nuovamente, quel “riflesso” proprio non ne voleva sapere di unirsi a lui. A volte capita. L’ombra di una persona può non corrispondere affatto al suo padrone: essa può assumere una forma singolare, tanto diversa da non essere riconosciuta dal legittimo proprietario.

L’ombra di Mulan aveva un qualcosa di simile all’ombra descritta da Andersen e a quella inseguita e bramata da Peter Pan. Vedete, l’ombra della ragazza non era un’ombra “viva”, senziente e quindi in grado di scappare via, di sfuggire allo sguardo di Mulan come accadde all’uomo dotto o al giovane capo dei bimbi sperduti.

L’ombra di Mulan non osava incamminarsi per la sua strada, staccarsi da lei. Eppure, anche quell’ombra non apparteneva del tutto alla donna che la proiettava. Pareva un’entità a sé stante, lontana, irriconoscibile. Mulan osservava la sua ombra e non la discerneva, come se la figura che il suo corpo proiettasse non corrispondesse ai suoi voleri, alle sue aspettative.

L’ombra di Mulan, come tutte le ombre, la segue e la osserva. Lei ricambia il suo sguardo spento e cerca di indagarla. Quell’ombra che Mulan vede e che non riesce ad afferrare, a far sua all’inizio del film, è l’ombra di una sposa ubbidiente, di una figlia devota, che deve essere accondiscendente, taciturna, ponderata, raffinata, puntuale, tutte quelle cose che Mulan cerca di approfondire al principio della sua storia e che proprio non coincidono con la sua vera personalità.

Mulan non vuole essere una semplice sposa, una donna senza sogni o speranze. Una creatura femminile che vive con il solo scopo di servire il marito, badare alla casa o alla crescita dei figli. Mulan vuole di più, e cerca ancora di capire qual è la strada che vorrà intraprendere. L’ombra che Mulan mira quando fa ritorno a casa è un prolungamento che non riconosce, perché è il riflesso dei desideri di chi le sta accanto, la sua famiglia, i suoi conoscenti; auspici che lei stessa non può e non potrà mai soddisfare perché non corrispondono ai suoi autentici sogni. Mulan non lascerà mai che la sua ombra – l’insieme delle richieste della società patriarcale che la circonda – fagociti sé stessa, che si sostituisca a lei come accaduto all’uomo erudito della fiaba di Andersen. Allo stesso tempo, come Peter Pan che insegue la sua ombra per divenire un tutt’uno con lei, anche Mulan vuole che la sua ombra assuma i contorni del suo vero “Io”, si unisca a ciò che sente nel suo ego, nella sua intimità.

Tutto questo, oltre che per l’ombra, vale anche per il riflesso chiaro ed evidente che la fanciulla vede allo specchio. Mulan contempla più volte sé stessa sulla fredda superficie riflettente. La sua faccia, nella sequenza del film in cui canta il brano “Riflesso”, è ancora impreziosita da un trucco candido. Così, Mulan cerca di toglierlo e il suo volto rimane per un istante diviso a metà: da un lato la sua pelle nuda, ciò che lei è, dall’altro la cute dipinta di bianco, il trucco da sposa, ciò che lei dovrebbe essere.

Così Mulan seguita a cantare cercando di interrogare sé stessa, di scoprire chi è davvero. Dopo aver rimosso completamente il trucco dal volto, Mulan scioglie i suoi capelli. La chioma bruna le scende lungo la schiena. Quei folti capelli che Mulan libera non appena rimuove il trucco saranno i caratteri del suo aspetto che per primi cambieranno non appena avrà compiuto la sua scelta finale. Infatti, quando Mulan deciderà di indossare l’armatura del padre e di partire per il campo di battaglia, la giovane taglierà i capelli con la sua spada, rimuovendo quella parte di sé che accarezzava con la mano quando intonava il suo canto, cercando di capire chi fosse e cosa volesse.

Triste e sconfortata, Mulan siede vicino al padre. Entrambi si trovano immersi nel verde del loro giardino. Accanto ai due, un albero meraviglioso mostra dei rosei fiori appena sbocciati. Il padre se ne compiace. Egli cerca di distrarre la figlia da tutte le preoccupazioni che l’attanagliano. Quindi, attira la sua attenzione. “Che bellissima fioritura che abbiamo quest’anno” -  egli dice. E poi nota che c’è un fiore non ancora fiorito. “Ma guarda… quello è in ritardo. Scommetto che quando sboccerà diventerà il fiore più bello di tutti”. Dicendo ciò, il papà raccoglie un pettine a fermaglio e lo avvicina ai capelli della figlia. Mulan sorride rincuorata. Non sa ancora che è proprio lei quel fiore di cui il papà parla, colei che ancora non è sbocciata, ma quando lo farà i suoi petali saranno i più floridi e i più soavi.

Dopo qualche minuto, al villaggio arrivano i messaggeri dell’Imperatore che ordinano ad ogni famiglia di inviare un rappresentate maschile in veste di combattente. La famiglia Fa non ha eredi maschi, dunque il padre di Mulan, un uomo valoroso ma vecchio e per giunta ferito, accetta di partire di nuovo per la guerra. Mulan è disperata: sa benissimo che il suo anziano padre non potrà sostenere il peso di una battaglia. Pertanto, la giovane tenta di convincerlo a rifiutare la chiamata ma il padre non può farlo, ne va di mezzo l’onore della famiglia. Durante la cena a casa Fa, Mulan implora il genitore di disertare ma questi si infuria: “Io so qual è il mio posto” – egli sbotta – “È ora che impari qual è il tuo”.

Già, ma qual era il posto che Mulan avrebbe dovuto conoscere e rispettare? Quello della donna tacita e accondiscendente? Fortunatamente, Mulan avrà la forza di fare ciò che reputerà giusto e troverà da sola, attraverso le sue gesta, la propria dimensione.

Di donne che non hanno rispettato il proprio “posto” o, perlomeno, “il posto” che la società del tempo impartiva loro, ce ne sono state tante. Alcune di esse sono passate alla storia e sono divenute fulgidi esempi di coraggio e abnegazione, donne pronte a dare la propria vita per ribellarsi a qualcosa che ritenevano ingiusto. Pensate ad Antigone, la donna protagonista della tragedia greca di Sofocle che non accettò di starsene al suo posto, e che fronteggiò i suoi oppositori con il valore delle sue parole e con il peso delle sue azioni.

Parte del vissuto di Antigone e della sua lotta vengono già accennati negli ultimi passi dell’opera di Eschilo “I sette contro Tebe”.  La tragedia di Sofocle – che pone per l’appunto Antigone come assoluta catalizzatrice delle vicende – narra ciò che avvenne dopo la conclusione del dramma eschileo. Il mito di Antigone, che desidera seppellire il fratello Polinice sebbene quest’ultimo sia perito combattendo fra i ranghi dei nemici di Tebe non meritando, quindi, gli onori funebri, affonda le radici nelle leggende della stirpe di Edipo.

Antigone segue la voce del suo cuore, i sussurri della sua coscienza. Ella conosce la legge della sua città e il volere del suo nuovo Re, Creonte, ciò nonostante ad essi si ribella. Antigone non può accettare che il corpo senza vita del fratello Polinice venga abbandonato, pertanto si erge contro un dettame che reputa disonorevole ed errato.

Per Sofocle, Antigone è una creatura femminile segnata dal dolore; una donna che ha veduto la sua giovinezza sfiorire in un attimo, divenendo vecchia alle soglie della fanciullezza, quando l’evento tragico si abbatté sulla sua famiglia e in particolare sul padre Edipo. Dalla sofferenza, Antigone trae la forza necessaria per compiere la sua battaglia personale. Lo spirito di Antigone è dominato da una nobile passione che trascende il comune sentimento umano. Antigone agisce di sua volontà, viola le leggi della sua città e copre di terra il corpo privo di sepoltura del fratello, e lo fa con un coraggio senza eguali, conscia che così facendo andrà incontro alla sua stessa morte. Ciò che Antigone vuole far rispettare è una legge non scritta, secondo la quale i defunti, tutti, devono essere seppelliti con rispetto, comprensione e umanità. Creonte, al contrario, intende far rispettare la legge dello Stato, ignorando con superbia la legge morale. Antigone non intende piegarsi, restare al posto che il sovrano le ordina; ella lotta per quello che reputa corretto, rifiuta ogni compromesso, si isola e si irrigidisce in un radicale scontro col mondo e l’intera società che la circonda. Antigone sfida l’ordine costituito, il costume della sua epoca e lo fa per proteggere l’onore del fratello caduto e da lei ancora amato.

Come Antigone, Mulan, la protagonista dell’opera disneyana, sfida la legge del suo tempo per proteggere il proprio padre, costretto a prendere parte a una guerra da cui non sarebbe mai più tornato. Mulan, con la medesima sfrontatezza e audacia del personaggio cardine della tragedia sofoclea, ragiona con la sua testa, ignora una legge sbagliata, capovolgendola, mettendola in discussione, e lo fa mutando il suo aspetto, mascherando sé stessa, senza però perdere la femminilità di cui è portatrice. Al pari di Antigone, Mulan è una donna che riscrive il proprio posto con fermezza e animosità, mettendo in pericolo la propria vita per un fine superiore.     

Dopo la cena con i suoi genitori, bruscamente interrotta dalla rabbia momentanea del padre, Mulan va via e si lascia andare ai pensieri. Durante la notte viene giù una pioggia intensa; la fanciulla, osservando ancora il proprio riflesso nell’acqua cristallina, prende la sua decisione. Chiedendo perdono ai suoi antenati, Mulan ruba l’armatura del padre e raccoglie fra le sue mani la spada. La lama estratta dal fodero brilla sul viso della protagonista, mostrando l’immagine del suo volto deciso. Con quella spada, Mulan taglia parte dei suoi capelli, segno della sua femminilità, del suo sacrificio, della rinuncia che sta compiendo per proteggere i suoi cari. Prima di rinfoderarla, Mulan mantiene per qualche istante la spada al centro del suo viso: l’argento della lama lo divide a metà, esattamente come era accaduto quando Mulan aveva ripulito il suo ovale dal trucco. Ancora una volta nel lungometraggio si presenta il tema della dualità, la divisione tra i doveri che Mulan dovrebbe compiere e le azioni che in realtà vuole attuare. Inguainando la spada, Mulan completa la sua scelta. Ella trasforma sé stessa, mascherandosi da soldato e quindi da uomo per intraprendere un viaggio alla scoperta del proprio “Io”.

La nonna si sveglia di soprassalto, come se avesse avvertito la fuga della nipote. L’anziana prega gli antenati di vegliare su Mulan. Essi rispondono all’appello e si manifestano, in gran segreto, come spiriti evanescenti. Da una nube grigia e fumosa emerge Mushu, un draghetto dalla pelle rossastra. Egli affiora con le braccia tese verso l’orizzonte, al grido di “Sono vivo”. Beh, in effetti, in quella posa Mushu ricorda il personaggio del mostro di Frankenstein, appena ridestatosi da un sonno eterno.

Al draghetto viene chiesto di risvegliare il più potente dei draghi protettori della famiglia Fa, così che questi possa accorrere in aiuto di Mulan. Purtroppo (o per fortuna) Mushu combina un disastro e non riesce a richiamare alla vita il dragone. “Che fare adesso?” - pensa il draghetto. Idea! Sarà lui ad accompagnare Mulan, a sostenerla nel suo inganno, così da poter riscattare sé stesso agli occhi degli altri antenati, che lo considerano nulla più che un suonatore di gong.

Mushu raggiunge Mulan, arrivata nei pressi dell’accampamento militare. La fanciulla e il draghetto fanno subito amicizia. Entrambi hanno molto in comune: sono ambedue avventurieri impreparati, incerti, impacciati e, perché no, anche inattesi. Ma perché inattesi?

Beh, perché entrambi non sono ciò che tutti si aspettano. Mulan non è un grande guerriero né un valoroso combattente maschile. Ella è infatti una donna, che sa ben poco di battaglie e duelli. Mushu è un drago, ma non di quel tipo che potremmo attenderci di vedere. Egli non è imponente, maestoso, non ha una grossa apertura alare, non vola su nel cielo, al contrario è piccino e, di primo acchito, potrebbe facilmente essere scambiato per una banale lucertola. Mushu e Mulan devono dimostrare di che pasta sono fatti: la donna dovrà dare a vedere d’essere un guerriero capace, forte e coraggioso, Mushu dovrà invece dimostrare d’essere un guardiano affidabile.

Appena giunta al campo d’addestramento, Mulan conosce il capitano Li Shang, che la colpisce al primo sguardo. Mulan, naturalmente, non può darlo a vedere. Ella d’ora in avanti dovrà far finta d’essere un uomo e comportarsi come tale. Quello stesso giorno, la giovane fa la conoscenza di Yao, Chien-Po e Ling, i quali, dopo qualche incomprensione iniziale, diverranno suoi amici.

I giorni scorrono via e l’addestramento si fa sempre più duro e impegnativo. Tutti i combattenti devono imparare la dura arte della guerra, migliorarsi quotidianamente. Il capitano Shang farà di loro dei veri uomini, col sudore, l’impegno, e la sofferenza. Mulan sarà la recluta più abile e tenace, prevalendo in tutte le prove. Al ritmo di “Farò di te un uomo”, l’unica donna della guarnigione trionferà su tutti gli altri.

L’avventura di Mulan sarà lunga ed estenuante. Ella combatterà in battaglia, alle pendici di un monte ricoperto di neve. In quel luogo, si troverà faccia a faccia con Shan Yu. La giovane riuscirà a respingere con un astuto stratagemma la carica dell’armata Unna, ma le ferite che riporterà la obbligheranno ad ammettere la verità: ella è una donna, non un uomo. Una volta che la menzogna è stata svelata, Mulan viene abbandonata a sé stessa, ma non si darà per vinta. Giungerà sino alla città Imperiale, per salvare il suo sovrano. Gli Unni si sono infatti nascosti all’interno di un dragone di scena, che sfilava nel centro cittadino. Il dragone, come il cavallo di Troia ideato da Ulisse, era penetrato nella città per distruggerla dall’interno, per sorprendere i suoi abitanti intenti a festeggiare, noncuranti del pericolo nascosto proprio sotto il loro naso.

Mulan riuscirà a fermare Shan Yu e a salvare l’Imperatore. Quando quest’ultimo vedrà Mulan partire via, sussurrerà a Li Shang che “Il fiore che sboccia nelle avversità è il più raro e il più bello di tutti”. L’immagine sbiadirà nuovamente, e la scena si sposterà su un luogo diverso: la dimora di Mulan. Il padre della ragazza attende, seduto in giardino, speranzoso, il ritorno della figlia. Quel fiore che non era ancora sbocciato e che egli aveva visto insieme a Mulan poco tempo prima è finalmente fiorito. Esso cade giù dal ramo, poggiandosi sulla gamba dell’anziano genitore. Il padre lo ammira, lo sfiora con le dita. In quell’istante, Mulan riappare sulla soglia di casa. È lei, è Mulan il fiore sbocciato nell’avversità. Ella è divenuta, come il padre aveva immaginato, il fiore più bello e più prezioso.

"L'ombra di Mulan e la sua fioritura" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quando Mulan e il papà si congiungono in un abbraccio, i loro corpi vengono riflessi nello stagno d’acqua che si trova nella casa della famiglia Fa. Se Mulan avesse voltato lo sguardo avrebbe visto il suo riflesso e avrebbe finalmente riconosciuto la sua immagine, perfino la sua ombra. Mulan è divenuta tutt’uno con sé stessa, la donna che ha sempre voluto essere agli occhi dei suoi genitori e di sé stessa. Una donna intrepida, risoluta, che sa cosa è giusto fare.

Mulan ancora non ne è a conoscenza, ma di lì a poco Li Shang varcherà la soglia della sua casa e i due potranno vedersi di nuovo, questa volta senza trucchi o inganni. Nel frattempo, Mushu ha fatto ritorno fra gli antenati: anche lui, d’ora in avanti, potrà rimirare il suo riflesso e vedersi per come ha sempre desiderato: un guardiano riconosciuto e amato da tutti.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Veronica Lake" - Ritratto di Erminia A. Giordano per CineHunters

John Sullivan aveva tutto quello che un uomo potesse desiderare: una salute di ferro, un buon lavoro, una bella casa, una moltitudine di amici e - cosa non trascurabile per un giovane nel pieno della maturità come lui – una moglie tanto devota, nonché scrupolosa nell’attingere frequentemente al suo cospicuo conto in banca. Per non parlare di tutte le sue ammiratrici: una schiera di donne pronte a cadere ai suoi piedi.

Eh sì, John era proprio irresistibile. Aveva dalla sua il fascino del rinomato artista. Egli era, infatti, un regista di successo, un principe della commedia. Ogni anno, le sale cinematografiche che proiettavano i suoi film comici brulicavano di gente. Gli spettatori si accalcavano gli uni sugli altri, agitando il loro biglietto d’ingresso come se fosse un vessillo da sventolare con fierezza in faccia al nemico, bramosi d’accaparrarsi uno dei posti migliori del cinematografo. La folla pullulava in platea e rideva all’unisono, come un’unica voce. I film di Sullivan mettevano allegria. Facevano ridere, sì, eccome se lo facevano.

Tutti amavano le pellicole di John Sullivan. Beh, quasi tutti. A John Sullivan non piacevano. Sì, insomma, qua e là c’era qualche bella trovata, qualche simpatico siparietto; in qualcuna delle sue opere si poteva persino scorgere un messaggio carino di fondo, un barlume di morale ma nulla di più. Almeno, era ciò che John Sullivan sosteneva.

Come dicevo, John aveva ottenuto tutto ciò che un uomo poteva chiedere alla vita: matrimonio, fama, successo, denaro. E, come spesso succede, pur avendo tutto questo era infelice. Diciamo anche insoddisfatto. John Sullivan sentiva d’essere, invero, un regista mediocre, un artista senza guizzi, privo di alcuna vena creativa, un mestierante che si limitava alla sola messinscena comica. La commedia, già! Una forma d’arte, in genere, poco apprezzata dalla critica.

Due fantagenitori”: nell’undicesimo episodio della terza stagione intitolato “Ciak, si gira”, Trixie Tang dice la sua sulla "commedia".

Sapete, una fanciulla piuttosto altezzosa ed egocentrica disse un tempo che “La commedia è la più bassa forma d’intrattenimento dopo l’animazione”. E dovreste sapere con che tono lo disse; con il tono superbo e oltraggioso di chi disprezza il costrutto comico, il tentativo di far ridere, mettendolo alla stregua di un lavoretto da quattro soldi.

Eh già, come dargli torto. Dopotutto, chi non sa fare una commedia? Chi non sa scrivere un testo comico? Chi non sa girare un lungometraggio divertente? John Sullivan si faceva queste domande e si dava la seguente risposta: tutti! Tutti lo sanno fare. Non vi è nessun talento nel far ridere. E non è neanche bello, gratificante, o istruttivo strappare un ghigno alla gente. Solamente gli stupidi, gli inetti, i superficiali, coloro che non desiderano affrontare i problemi della vita vera, possono dedicarsi alla commedia. I grandi artisti, e nel caso di John Sullivan i grandi registi, si occupano del dramma, plasmano attraverso il linguaggio cinematografico il mondo circostante nelle sue forme più cupe e realistiche per elargire un messaggio sociale. La commedia è soltanto per registi mediocri, che badano più al portafoglio che alle recensioni.

John ne era ben conscio ed era arcistufo. Basta commedie leggere nel suo repertorio. Al diavolo i guadagni, che vadano in malora le risate e le sale gremite! Era arrivato il momento di farsi valere. John voleva dimostrare a tutti d’essere un cineasta di gran levatura. Così, scese a patti con i suoi collaboratori: gireremo un film di denuncia e lo chiameremo “Fratello, dove sei?”.

Ma sei impazzito?” – Montarono in collera i suoi consiglieri.

Nessuno vorrà vederlo!” –Trillarono preoccupati i produttori.

John parve irremovibile, ancorato com’era alle sue solide posizioni. “Fratello, dove sei?” tratterà della povertà, sarà un film sugli ultimi destinato agli ultimi.

John, ma che diavolo ne sai tu della povertà? Vivi nel benessere, nell’agiatezza”. Si sentì rimproverare, in cuor suo. “Ebbene, diverrò povero. Mi infiltrerò tra gli umili, lascerò le banconote qui a casa, mi coprirò di vestiti lerci e consunti e andrò a vivere di quartiere in quartiere. Avrò il freddo asfalto come letto, e il cielo coperto di stelle come tetto”. E intanto meditava ed elaborava il suo piano.

Joel McCrea nei panni di John Sullivan in una scena de "I dimenticati", 1941

John Sullivan, colui che detestava la commedia, smarrì la sua identità. Divenne un vagabondo, e iniziò a ramingare di qua e di là. La barba cresceva sulle sue guance e sul suo mento, del resto non aveva più un rasoio con sé né un confortevole bagno con tanto di specchiera in cui potersi riflettere e radersi più facilmente. Tirava a campare di quel che trovava, ma la sua troupe lo seguiva, in lontananza, tallonandolo passo per passo. Gli amici temevano potesse cacciarsi nei guai da un momento ad un altro. John li ignorava. Non voleva aiuti di nessun genere. Voleva considerarsi un povero, sentirsi un povero, vivere come un povero.

Di buon mattino, entrò in un locale. Era affamato ma aveva pochi spiccioli con sé. Dunque, una ragazza si fece avanti e gli offrì una fumante colazione, fatta di uova e prosciutto. Costei aveva un aspetto che non poteva passare inosservato: anzitutto, occorre precisare che era bellissima. Ve lo assicuro, non si tratta di un’esagerazione. Era più bella di quanto le parole possano riuscire a renderle giustizia. Aveva un volto da ragazzina, innocente seppur scaltra, due occhi grandi e profondi - che ricordavano le acque limpide di un piccolo lago circolare delimitato da rosee sponde – che spuntavano al di sotto di due sopracciglia sottilissime, curve come un arco teso. Ma il particolare che più balzava all’attenzione del suo aspetto erano i suoi capelli: una folta chioma dorata le cingeva completamente il volto, scendendo giù e adagiandosi sulle spalle. I ricci che aveva e che si intrecciavano fra loro somigliavano a vortici cascanti, onde increspate di giallo che si sollevano prima di infrangersi sulla battigia. Parte dei capelli le precipitava sulla fronte e le copriva metà del viso. Uno dei suoi occhi restava così celato allo sguardo dell’interlocutore e ciò le conferiva un’aria misteriosa, sinistra, ed elusiva. La sua faccia, occultata a metà da un drappo color dell’oro, avrebbe potuto irretire anche il più accorto tra i viandanti, persino il più resistente ai sortilegi di quella strega tanto amabile e gentile.

"Veronica Lake" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

John ne rimase subito affascinato. Non poteva trarsi fuori dall’incantesimo che ormai era scattato. Quella fanciulla - Veronica forse si chiamava - voleva diventare un’attrice. Le aveva provate tutte fino ad allora. Provini su provini, ma niente. Hollywood non era quello che si aspettava. Non era una città di sogni e di speranze, ma un luogo tetro e angusto, superficiale e dispersivo. Veronica si era oramai disillusa. Chi avrebbe potuto dirglielo che, accanto a sé, quel mattino, aveva uno dei registi più prolifici degli ultimi anni! John, dal canto suo, non voleva dir nulla. Nessuno avrebbe dovuto scoprire la verità. Così finse d’essere uno sbandato, uno squattrinato senza fissa dimora, capitato lì per caso.

I due fecero amicizia, e parlarono e parlarono. Quindi, John, sotto mentite spoglie ricordiamolo, chiese a Veronica se avesse mai sentito parlare di John Sullivan. – “Ma certo!” - rispose la ragazza. Adorava i suoi film. La facevano tanto ridere. Per esprimere tutta l’ammirazione che aveva nei riguardi di Sullivan, Veronica si mise persino a descrivere una scena dei suddetti film, una delle più spassose. Le bastò richiamarla alla mente, descriverla a parole, e subito scoppiò a ridere. La metteva così di buon umore quella pellicola. Veronica era tutta sola prima di incontrare John. Era triste, delusa, disamorata. Eppure, quando parlò con lui di uno dei lungometraggi di Sullivan, il sorriso tornò sulle sue labbra, a rischiarirle le gote. Per un attimo aveva dimenticato l’ira che covava nei confronti di Hollywood, la sfiducia che albergava nel suo cuore. Era tornata a sogghignare, era divenuta felice, per un istante soltanto. Il potere della commedia!

John non se ne rese conto. Anzi, sbuffò. Si sentiva umiliato. Possibile che tutti riconoscessero soltanto le sequenze più allegre delle sue pellicole e mai nessuno notasse qualche nota più seria celata tra i vari montaggi, qualche accenno più recondito nascosto fra le battute dei personaggi? Niente, era proprio irritato. Nessuno lo prendeva sul serio, nemmeno quella ragazza di cui si era invaghito immediatamente e che non sapeva ancora chi fosse in realtà.

Dopo qualche giorno trascorso insieme, John rivelò a Veronica la verità sul suo conto. La ragazza non riusciva a crederci. Aveva avuto uno dei più celebri cineasti del suo tempo accanto a sé, per tutte quelle ore, e non lo sapeva. Quale occasione! Sfruttando quell’amicizia nata per caso poteva finalmente entrare nel mondo del cinema. Ma questo è un pensiero che solo i più taccagni e i più opportunisti avrebbero potuto fare. Veronica non apparteneva a quella specie. Era unica. La sua amicizia con John era autentica, e l’affetto che via via provava con sempre maggior convinzione verso di lui lo era altrettanto. Non disiderava minimamente approfittarne, tutt’altro. Era inflessibile sui suoi voleri iniziali: aveva chiuso con quel mondo difficile e con i set cinematografici. Ma non voleva andar via. Non più. Voleva restare accanto a John, aiutarlo nel suo scopo. Se era la povertà che John cercava, Veronica sarebbe rimasta al suo fianco per tutto il loro viaggio.

Rivestitisi di stracci, di giacche sdrucite e di pantaloni logori, con fori grossi come monete attraverso cui il vento gelido, nella notte, amava farsi strada sui loro corpi, John e Veronica vagarono da un capo all’altro delle città. Agghindati in tal modo, i due del tutto inconsapevolmente fecero proprie le vesti delle immortali maschere comiche del recente passato, anch’esse gravate dalle condizioni misere della società e condannate a errare senza una fissa dimora, come mostrato dalle interminabili peregrinazioni di Charlot, o di Laurel e Hardy.

Salendo di soppiatto sui treni, sprovvisti di biglietto, dormendo su vagoni merci, avendo un cumulo di paglia come lenzuola e guanciali, i due vagheranno, conoscendo sempre più le rinunce, i sacrifici, gli stenti dell’indigenza. Un bel giorno, John ammise di aver visto abbastanza, di aver fatto suo il dramma che voleva comunicare agli spettatori. Veronica era stremata, desiderava tanto tornare nella casa di John, lì dove, un mattino, avevano passato qualche ora di gioia e serenità nuotando nella piscina.

Accadde però qualcosa di imprevisto. Una sera, John, rimasto temporaneamente da solo, viene colpito e derubato da un barbone senza scrupoli, che sgraffigna tutto ciò che John in gran segreto portava con sé, nelle tasche del suo cappotto sozzo, documenti compresi. Poco dopo, il ladro viene travolto da un treno, che dilania il suo corpo rendendolo irriconoscibile. Il barbone, però, aveva con sé le scarpe ed i documenti del celebre regista, e così, di colpo, tutti credono che John Sullivan sia morto tragicamente, saggiando quella vita di dolore che tanti temono. Mentre viene dato per deceduto, John vaga senza meta, stordito e affranto. Fermato dalla polizia che setaccia le strade, viene scambiato per un manigoldo e quindi arrestato e processato. Condannato a sei anni di lavori forzati, John non riesce in alcun modo a dimostrare la propria innocenza e, ancor di più, la propria vera identità. Trasferito in un campo di lavoro, il regista sperimenta, questa volta con ancor più durezza e tormento, i veri patimenti dei miseri e dei dimenticati.

In quei campi, John viene abbandonato a sé stesso. Le sue mani che avevano toccato solamente il tenue materiale di una cinepresa, adesso lambiscono il freddo e ruvido tocco di un piccone. Con esso, John inizia a frantumare le pietre, la sua schiena si curva per lo sforzo continuato, i suoi piedi tremano nel pantano fangoso in cui è costretto a sgobbare. Con lui, dozzine di altri prigionieri scampati al ricordo degli uomini, si dannano come anime sole inseguendo una bandiera senza simboli né stemmi, prede di un antinferno in cui il tempo si è fermato. John è distrutto. Un compagno cerca di rincuorarlo: “Coraggio, stasera forse ci portano al cinema”, gli riferisce. Che ironia, una volta John il cinema lo faceva per davvero. Che conforto poteva trarne, ora, da una banale pellicola, lui che penava sotto il sole cocente a mezzogiorno, mentre il sudore gli grondava giù dalla fronte?

Quella sera però, John si unì agli altri prigionieri e insieme a loro raggiunse il custode che, come piccolo dono, li portava ogni tanto a vedere un film nella parrocchia più vicina, dove il prete era solito montare un proiettore. John era avvilito, nulla gli importava più. Era certo che non avrebbe più rivisto Veronica, che lei lo avesse dimenticato e che non lo stesse più cercando né tantomeno aspettando. Tenne il capo abbassato, chiuse gli occhi.

D’improvviso, sentì qualcosa che non udiva da tanto tempo, da quando aveva messo piede nell’acquitrino dei campi di lavoro. Sentì ridere. Risate fragorose, colme di gioia, di felicità. Alzò la testa e vide accanto a sé i suoi compagni, bianchi o neri che fossero, ridere a crepapelle. Ma erano proprio loro? Non li aveva mai visti sorridere. Avevano sempre sguardi spenti, facce deturpate dai supplizi. Quasi non li riconosceva. Avevano le bocche spalancate, i denti in bella vista. Ridevano spontaneamente. John guardò lo schermo e vide la cosa per lui più comune del mondo: un film. Un semplice cortometraggio animato di Topolino. Tante erano le disavventure comiche che i personaggi disneyani vivevano in quella pellicola che strappavano risate continue agli spettatori. L’animazione e la commedia si erano mescolate insieme, in quel caso, con l’intento di far ridere. Chissà cosa avrebbe pensato vedendo quella scena la ragazza che ho nominato all’inizio di queste mie pagine, colei che disse che “La commedia è la più bassa forma d’intrattenimento dopo l’animazione”. In quel cortometraggio firmato Walt Disney, arte animata e arte comica si univano, fino a generare un susseguirsi di trovate brillanti che trasmettevano pura e semplice gaiezza.

John scoppiò a ridere, arrivando quasi a commuoversi e finalmente ebbe la rivelazione. Lo capì sulla sua stessa pelle, osservando i volti dei suoi fratelli prigionieri. Essi non avevano più aspettative, speranze, attese per il futuro. Vivevano giornate costellate di tormenti. Avevano un solo rifugio: quello che definivano “cinema”, il proiettore di quella chiesa. Potevano recarsi raramente laggiù, quando il custode della prigione dispensava loro un esiguo dono. E loro bramavano e adoravano quel regalo, come se fosse la cosa più preziosa sulla faccia della Terra. Era l’unico momento in cui potevano riposare, distrarsi, scordare per qualche istante l’asprezza della loro vita, il senso di colpa che li torturava, la fatica che li lavorava ai fianchi. Era la risata, l’ultima arma che avevano. La sola cosa che li spronava a sopravvivere.

John capì quel giorno l’importanza del suo lavoro, il valore della filmografia su cui aveva posto la sua firma. Per molti, infatti, la commedia arguta, raffinata, intelligente e schietta è un porto sicuro a cui arrivarci dopo aver solcato il mare plumbeo e burrascoso. John se ne avvede proprio quella sera.

Nei giorni a seguire, con un po’ di fortuna, Sullivan riuscirà finalmente a dimostrare la propria identità e a tornare nel mondo dei privilegiati. Non smetterà di rammentare la lezione appresa. Divorziato dalla consorte che pretendeva da lui null’altro che il vile denaro, John riabbraccia la sua amata Veronica e, ricercandone lo sguardo, le comunica le sue intenzioni: realizzare una nuova commedia che possa trasmettere gioia in tutto il mondo.

Perché vedete, far ridere in maniera intelligente non è affatto facile.  È un talento che pochi possiedono realmente, e costoro sono tra gli artisti più veri di cui si possa fare menzione. John Sullivan era uno di questi.

Veronica lo sapeva bene. Mantenendo il suo occhio adombrato da una ciocca di capelli, scrutò il sorriso del suo amato e ammise di amarlo.

Ma che ci trovava Veronica in lui, in realtà? Beh, è scontato: la faceva ridere!

Molti anni dopo, in un tempo e in un luogo ben diversi dalla storia fin qui raccontata, una giovane donna s’innamorò di un uomo per così dire “bizzarro”. Questa fanciulla era solita indossare un vestito succinto e scarlatto, il cui tessuto brillava in maniera incessante ogniqualvolta veniva raggiunto dalla luce dei riflettori. Jessica, era questo il suo nome, vantava una chioma rossa, che le scendeva giù per le spalle, nascondendole parte del viso, rendendo il suo sguardo impenetrabile nella sua interezza. Quel suo volto e quella sua pettinatura, così evocativa e così enigmatica, ricordavano l’aspetto di Veronica. E non era un caso.

Jessica era stata volutamente concepita così e disegnata in tal modo da rassomigliare, in parte, proprio a Veronica Lake, la protagonista del racconto appena narrato. Proprio così, ho detto “disegnata”. E non ho usato quel verbo in senso metaforico, l’ho fatto di proposito; vedete, Jessica era un cartone animato, vivo e cosciente.

Jessica era solita esibirsi come cantante nel locale Inchiostro e Tempera. Il suo numero, per forza di cose, era il più atteso della serata. Non appena scoccava l’ora, tutte le luci della sala si spegnevano di colpo. Beh, quasi tutte: un riflettore puntava al centro del palco, balenando come un raggio di luna piena. Jessica emergeva nell’oscurità, da un sipario calato. La sua gamba scoperta trafiggeva il varco del sipario, e la sua voce echeggiava dal dietro le quinte. Poi, d'improvviso, appariva la sua silhouette. Jessica cantava, avanzando verso i tavolini della sala. Stuzzicava i presenti, stringendo le loro guance tra il pollice e l’indice; sottraeva loro fazzoletti di stoffa, cravatte, oggetti di ogni tipo con cui si dilettava a prendere in giro quel pubblico ammaliato. Una scena molto simile a quella che la stessa Veronica Lake portò a termine in una sua pellicola. Nel film “Il fuorilegge”, Veronica si esibisce in un locale con uno spettacolo di musica e magia. Ella emerge da un colonna di pietra, facendo sì che il suo braccio s’intraveda ancor prima di tutto il suo corpo. Intonando un brano, Veronica si fa strada fra i tavoli e punzecchia i clienti. Sgraffigna loro orologi, sigari, fiori all’occhiello appuntati sullo smoking: tutte cose che sostituisce magicamente con il tocco della sua mano. Ma chi erano costoro, in realtà? Veronica e Jessica erano entrambe due creature in grado di incantare per mezzo della loro bellezza e della loro voce.

Primo piano di Veronica Lake e Jessica Rabbit - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come dicevo, i creatori di Jessica l’avevano tratteggiata con l’intento di creare una donna d’ineguagliabile fascino. E avevano fatto centro. Bastava guardarla, anche fugacemente. Jessica era irresistibile: aveva le labbra carnose, delineate da un rossetto acceso, occhi intriganti e semisocchiusi, contornati da un trucco lillà. Il suo vitino da vespa veniva smussato da fianchi larghi e tondi, il tutto sovrastato da un seno prosperoso. Non vi era cartone più bello, e perfino tra le donne fatte di carne e ed ossa montava l’invidia e la gelosia nei riguardi della ben nota Jessica Rabbit.

In pochi, però, conoscevano il vero carattere di Jessica. Tutti si fermavano a ciò che l’apparenza suggeriva loro: Jessica era una donna sensuale e provocante, dall’espressione misteriosa e ancor più conturbante. Doveva essere, per forza di cose, una “femmina” pericolosa.  In fondo, lo credevano tutti. Jessica era “condannata” ad essere giudicata per come sembrava: una femme fatale che la sapeva lunga e che stava sicuramente tramando qualcosa.

Jessica viveva insieme al marito, un personaggio alquanto buffo: Roger Rabbit, un coniglio. Molti non riuscivano a spiegarsi come una donna dotata di una bellezza tanto sfolgorante come Jessica potesse essere la moglie dell’ingenuo e goffo Roger, e pertanto traevano strane e perfide conclusioni. Tra i più, infatti, serpeggiavano le male lingue: c’era chi sosteneva che Jessica stesse con Roger solamente per convenienza e che non avrebbe esitato a cacciarlo nei guai e a tradirlo alla prima occasione.

Nulla di più falso, Jessica era profondamente innamorata di Roger. Chissà cosa ci trovava in lui, me lo sono sempre chiesto. Ma che vado blaterando? Eddie Valiant, l’investigatore protagonista di questa storia, ebbe il coraggio di chiederglielo.

Ma che ci trovi in quel tizio?” - domandò Eddie.

Jessica non esitò un solo istante: “Mi fa ridere!” - rispose, come se per lei fosse la cosa più ovvia.

"Jessica Rabbit" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ebbene una donna tanto bella da togliere il fiato si era invaghita di un dettaglio caratteriale, di un modo di essere. Roger era simpatico, tremendamente simpatico. Faceva ridere Jessica di continuo. Dopotutto era il suo scopo, quello di far ridere la gente. Roger era un cartone, e amava dispensare sorrisi. Jessica non era per nulla superficiale, non era solamente una bellezza senza cervello: al contrario, era una creatura straordinaria, sensibile, in grado d’invaghirsi di una personalità allegra e scherzosa. Vedete, Jessica non dava importanza all’aspetto di Roger – che di sicuro non era un adone - non badava alla voce stridula e squillante del suo maritino, a lei interessava solamente sorridere insieme a lui. Perché riuscire a ridere è il segreto per vivere bene.

L’intera storia di Roger Rabbit – così come il viaggio di John Sullivan mostrato nell’opera filmica intitolata “I dimenticati” - sottolinea l’importanza di ridere e di far ridere, il valore della risata, e in entrambe le opere vi è presente una donna splendida, dallo sguardo remoto ed evasivo. La pellicola “Sullivan’s Travels” – ribattezzata in Italia appunto come “I dimenticati” – si conclude con una didascalia cristallina, una morale sublime: “È molto importante far ridere la gente. C’è chi non ha nient’altro, sapete? Non è molto, ma è meglio che niente in questo pazzo mondo”. 

Una messaggio ripetuto, a suo modo, anche nel film del 1984 “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Ridere, per l’appunto, non è molto secondo Roger, è tutto. Lo riferisce lui stesso: “Una risata può essere una cosa molto potente. Vedi, a volte nella vita è l'unica arma che ti rimane”.

Lo stesso Eddie Valiant, l’indagatore e compagno d’avventura di Roger, aveva smesso di ridere e da molto tempo. Si era chiuso in sé stesso, diffidando del prossimo, e tentando di annegare in fiumi densi che sgorgavano da sorgenti inebrianti. Fu Roger a strapparlo da quella tetra realtà, a riportarlo nel mondo dei “vivi”, sottraendolo a quello dei dimenticati.

"Jessica Rabbit" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

I disegnatori di Jessica conoscevano questa verità, sapevano quanto potere fosse contenuto all’interno di una singola risata. Per questo, forse, scelsero di disegnarla in quel modo, di conferire al suo aspetto quel particolare taglio di capelli così netto ed emblematico. Jessica doveva ricordare, in viso, Veronica, colei che accompagnò John Sullivan nel suo viaggio e che lo spronò a ricordare la virtù delle sue commedie. 

John Sullivan e Roger non sono poi tanto diversi: entrambi cercarono il proprio destino sul volto della loro innamorata; un volto velato da un ciuffo di capelli. A John e Roger bastò spostare con le dita quella ciocca, a metà tra il dorato e il bordò, per scrutare negli occhi della loro amata un futuro colmo di felicità.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Charlot" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La redazione era in fermento. Tutti i giornalisti erano stati convocati, e con una certa urgenza. “Presto, muovetevi!” - Esortava il fotoreporter Jimmy Olsen. “Il capo vi sta aspettando, ed è rabbioso come sempre…” – Suppongo avrebbe concluso.

In fondo, nell’ampio ufficio, accanto alla finestra rimasta semiaperta, il direttore Perry White masticava nervosamente il suo sigaro. Teneva le braccia distese dietro la schiena, le mani congiunte, movendosi in maniera concitata davanti alla propria scrivania, sulla quale era stato riversato maldestramente un cumulo di fogli di carta. Perry si arrestò d’un tratto e fulminò con lo sguardo i reporter. Il loro giornale era in ritardo. In enorme ritardo.

I principali quotidiani di Metropolis avevano già sbattuto il personaggio del momento in prima pagina, l’uomo che, la sera prima, era stato visto volare con le braccia tese verso il cielo. Questa misteriosa figura affiorò dalla strada - spiccando il volo dall’asfalto grigio - e si diresse sino alla sommità di un edificio. Lungo il tragitto, l’uomo salvò la giornalista Lois Lane tenendola fra le braccia, per poi fermare con una singola e decisa presa di mano un elicottero che, perso il controllo, stava per precipitare nel vuoto.

Ne parlavano tutti i giornali, e il Daily Planet non era da meno.

Vola!” - Titolò il Post.

Guarda mamma, senza fili!” – osò il News.

Il Times esordì: “Bomba blu in picchiata su Metropolis”.

L’uomo dal mantello color del cielo sbalordisce la città.” – Tuonò infine il Planet.

Era l’avvenimento del secolo, la storia che ogni direttore di giornale sognava di raccontare. Perry lo sapeva, e per questo era su tutte le furie. Il Planet, come già detto, era in ritardo sulla tabella di marcia poiché si era semplicemente limitato a riportare la notizia di questo sorprendente avvistamento e non aveva fatto altro. Nulla di più. Nessuna aggiunta a quell’informazione, nessun dettaglio carpito da quella stupefacente figura che sorvolò i grattacieli del centro urbano. Perry non poteva tollerarlo. Le cose sarebbero dovute cambiare quel mattino stesso, e anche con gran premura.

White ammonì i suoi dipendenti. “Scovate l’uomo che sa volare!”. Voleva sapere chi fosse, conoscere il suo nome, ghermire la più impercettibile delle minuzie. “Chi era?”, “Dove abitava?”, “Da dove era venuto?”, “Cosa significa quella S che porta sul petto?”. I giornalisti dovevano cercare e sondare, pattugliare le strade, interrogare i testimoni che avevano assistito a quel salvataggio tanto sbalorditivo. Mentre White motivava i suoi cronisti, in un angolo sperduto della stanza Lois Lane leggeva un biglietto fattole recapitare in forma anonima.

Clark Kent e Lois Lane in una scena di "Superman". Potete leggere di più sul film cliccando qui.

Stasera alle 20:00 a casa sua. Speranzosamente, un amico”. Lois sorrise. L’uomo che sapeva volare si era messo in contatto, concedendole un appuntamento. Sul lato opposto della sala, ritto dinanzi alla porta, il timido Clark Kent, dietro i suoi occhialoni, indagava l’espressione di Lois, guardandola candidamente per poi distogliere l’attenzione.

Quella sera l’uomo dalla grande “S” sul petto planò sul balcone di casa Lane, guadagnando il terreno con i suoi stivali rossi. Esitò per qualche secondo sul cornicione, standosene diritto su esso. Costui era alto, con un ricciolo bruno che gli scendeva sulla fronte. Racchiuso in un costume azzurro, sormontato da un mantello rosso, il misterioso visitatore scese giù dal davanzale, avanzò verso la padrona di casa e si sedette a pochi passi da lei. L’intervista poteva dunque cominciare. Lois aprì il suo taccuino, e fece seguire un meticoloso e quasi sfacciato interrogatorio volto ad estorcere con le buone le tante verità custodite dal viandante figlio della volta celeste.

Superman aveva scelto lei, proprio lei, la celebre penna di Lois Lane per esporsi al mondo, per svelare a tutti i lettori giusto qualcuno dei suoi molteplici segreti.

Quando la conversazione stava per concludersi Superman porse la mano a Lois, invitandola a volare con lui. La giornalista non se lo fece ripetere due volte. Emozionata e, forse, un pizzico spaventata, la cronista mosse il braccio verso il suo accompagnatore, lasciando che l’eroe la sollevasse come fosse una piuma sospinta da un refolo. Stretta tra le braccia dell’uomo che le aveva salvato la vita, la donna librò oltre l’uscio, salì in alto, così in alto che le parve di poter toccare le stelle. Lambì le nuvole, le trafisse con il suo corpo, accorgendosi della tenue consistenza di cui erano fatte. I due continuarono a volare per molto tempo, mirando da lassù la città viva e palpitante nel pieno della notte, con tutte le sue luci che brillavano nel buio. Lois seguirà il suo eroe per l’aere, volgendo lo sguardo, di tanto in tanto, verso di lui e scrutandolo con soavità ma anche con la sua proverbiale curiosità di giornalista, mentre egli non smetterà di tenerla sempre per mano. (Un'altra coppia di innamorati volò, insieme, da una stella ad un'altra. Vi stanno aspettando qui.)

In quegli attimi, tra una planata sul mare e una salita verso il pallido chiarore della luna tondeggiante, Lois cominciò a chiedersi se Superman potesse leggerle il pensiero. Chi poteva dirlo? Forse avrebbe potuto, ma Lois non ne era certa. Dopotutto, quel superuomo che aveva accanto riusciva a prevalere sulla forza di gravità, a soffiare folate gelide dai suoi polmoni, a sollevare un’auto senza versare neppure una goccia di sudore. Perché, dunque, se era in grado di fare tutto questo non avrebbe potuto leggerle anche la mente?

Puoi leggermi il pensiero?” – Si domandava Lois in cuor suo. Fra tutti i suoi poteri, le sue straordinarie facoltà - il volo, la forza erculea, la velocità, la vista che dissolveva ogni ombra e schiariva l’oscurità - Superman era in grado di sfogliare l’io interiore di una donna innamorata? No, invero non poteva. La mente resta un luogo intimo, personale, segreto, inaccessibile. Neppure l’Uomo d’Acciaio può addentrarsi in una simile dimensione.

Lois, in quei frangenti, meditava. Le emozioni che scaturivano dal suo cuore si erano mescolate alle idee del suo cervello. Riusciva a pensare solamente all’amore, a quanto si era innamorata di Superman. Le sarebbe piaciuto che l’eroe dalla grande “S” fosse capace di perscrutare oltre la fronte. Così facendo, si sarebbe accorto immediatamente di quanto forte e vivo fosse il sentimento della donna. Non sarebbero servite confessioni, bisbigli, mormorii pronunciati con mal celato imbarazzo, con il rossore sulle guance. Sarebbe bastata una rapida lettura...

Già! Se solo la persona da noi amata potesse leggere nella nostra mente! Capirebbe tutto in un lampo. Avvertirebbe la forza del nostro sentimento, la sua purezza, che a volte le parole non riescono a descrivere appieno. Quanto vorremmo che ciò avvenisse per davvero!

Anche un altro personaggio, in una storia diversa da quella fino ad ora narrata, avrebbe tanto desiderato che la sua amata potesse farsi strada nella sua psiche. Sono certo che lo avrebbe voluto.

Questo personaggio era un vagabondo che visse all’inizio del Novecento. Quando la donna che amava gli sfiorò il bracciò e lo guardò negli occhi, egli mostrò i denti, sghignazzando tra il timido e l’impacciato. Chi lo sa, forse fu proprio allora, in quel momento, che egli si chiese realmente se ella potesse leggere nella sua mente. In tal caso sarebbe stato più facile, per lui, trasmetterle tutto ciò che provava laggiù, in fondo al petto.

Il vagabondo non era solito parlare. Le parole non facevano per lui. Egli preferiva comunicare con l’arte dei gesti e dei silenzi, con le occhiate e le movenze. La sua voce era difficile d’ascoltare e veniva soffocata dal suono della musica, il contrappunto di grazia e delicatezza che scandiva ogni suo passo, ogni suo cenno.

Charlot, così si chiamava questo vagabondo, nell’attimo in cui s’imbatté nuovamente nella sua adorata restò immobile a guardarle il volto. Ella lo scrutava curiosa, sgomenta, del resto era la prima volta che lo vedeva, anche se si conoscevano da tempo. Come dite? Vi state chiedendo com’è possibile che quella era la prima volta che lei lo vedeva se già si conoscevano? Perdonatemi, avete proprio ragione. È meglio fare un passo indietro, e riannodare alcuni fili pendenti del discorso.

Tutto ha principio in un giorno di festa.

In una piazza cittadina si sta svolgendo una cerimonia di inaugurazione. Un nuovo monumento, per la precisione un’imponente statua di marmo sta per essere svelata a tutti i convenuti. La scultura appare coperta da un ampio drappo di velluto. Una volta rimosso, la statua si mostra ai presenti in tutta la sua solennità. Si tratta di una raffigurazione scultorea della dea Giustizia. Tutti i presenti applaudono festanti, incantati dalla bellezza di quell’opera d’arte. Di colpo si interrompono, cessano nel loro battito chiassoso. Essi si accorgono che un individuo con addosso degli abiti consunti dorme rannicchiato ai piedi della statua, abbracciando il suo bastone con la stessa innocenza con cui un bambino abbraccia il suo orsacchiotto. Charlot si era appisolato proprio lì la sera prima, probabilmente trovando rifugio dal freddo sotto quell’ampio drappo che nascondeva la scultura da occhi indiscreti. La moltitudine emette un grido all’unisono: “Via da lì!”. Il goffo vagabondo si sveglia di soprassalto, e viene scacciato dalla folla inferocita. Così scivola lungo le gambe della dea, apre un passaggio fra le dita e fugge in strada, voltando le spalle ai cittadini inferociti. Dopotutto, Charlot non può trovare riparo nell’accoglienza della società dei tempi moderni che proprio non vuole un tipo come lui. Le persone che “adorano” quella scultura appena “issata” non sono dei “giusti”, bensì dei prepotenti che non esitano a scacciare il debole tramutandolo in reietto, che, pertanto, mai potrà trovare ristoro e uguaglianza dinanzi ad una giustizia terrena che, di fatto, è ingiusta per sua natura.

Vagabondando di qua e di là, Charlot giunge all’angolo di una strada dove incontra una giovane donna che vende dei fiori. La fanciulla gliene offre uno, raccogliendolo dalla sua cesta. Charlot lo accetta, restando ammaliato da quella dolce visione incarnata dalle fattezze della ragazza. Osservandola attentamente, Charlot si accorge che la donna è cieca. Intenerito, il vagabondo vorrebbe acquistare tutti i fiori ma purtroppo possiede a malapena una moneta nelle tasche sdrucite dei suoi pantaloni smisuratamente larghi. La fanciulla lo ringrazia per la sua gentilezza e lo saluta. Ella ha appena scambiato Charlot per un nobiluomo, perché nel momento in cui lo sta salutando sente sbattere la portiera di un’auto di lusso, una Rolls-Royce. L’uomo con la bombetta sul capo se ne rende conto, così, per non deluderla, fa per andarsene di soppiatto. Nei giorni a seguire, il vagabondo incontrerà ancora e ancora la fanciulla e non disdegnerà di farle la corte.

I giorni passano, le serate scorrono, Charlot vive la frenesia della città scoprendone i molteplici aspetti. Dapprima si avvicina alle luci accecanti, sperimentando il furore delle notti brave, in coppia con un improbabile amico conosciuto per caso: un ricco ubriacone che si mostra amichevole solamente quando è sotto effetto dell’alcol. Questi trascina Charlot tra gli sfarzi del suo “palazzo”, mescolandolo fra la creme dei ricchi magnati. Il vagabondo, dopo aver assaporato l’ebrezza del mondo dei privilegiati, fa visita alla fioraia, saggiando l’altro lato della città, l’altra “luce scintillante” di essa. Perlomeno, “scintillante” per chi ha negli occhi la giusta sensibilità per notarla.

Il vagabondo passa così alla piacevolezza, alla quiete, alla serenità, ciò che più si addice al suo animo nobile ma squattrinato. Charlot si sente a suo agio ogniqualvolta incontra la sua innamorata, la fioraia cieca. Soffermandosi accanto a lei, l’uomo con la bombetta sente di avere finalmente trovato il proprio posto nel mondo, all’interno di una società che lo ha sempre ripudiato. Fra tutte le luci della città, Charlot si è invaghito della luce più fioca, tenue, debole: quella emanata da una giovane donna indigente, dolce e gentile.

Un giorno, Charlot ha l’opportunità di scortare la fanciulla fino alla sua dimora. In sella ad un bolide rimediato per caso, il vagabondo accompagna la fioraia sino alla porta di casa, non prima di averle comprato tutti i fiori che reca tre le braccia. Prima che la giovane salga i gradini della scala Charlot la chiama a sé, trattenendole la mano.

Potrò rivederla ancora?” – Domanda il vagabondo, sfiorando con le labbra i dorsi di lei.

Quando vuole, signore.” – Arrossisce la ragazza.

Come un moderno Romeo, Charlot corteggia la sua Giulietta standosene ai piedi della minuscola scalinata, mentre la fanciulla, non di certo una Capuleti ma una povera venditrice di petali profumati, ascolta il suo parlato, versi d’amore improvvisati e, proprio per questo, ancor più veri. La giovane fioraia non può vedere Charlot, può soltanto ascoltarlo. Ella si innamora delle sue parole laconiche, delle frasi che egli le sussurra all’orecchio, mentre se ne resta giù, al primo gradino della rampa. (Potete leggere di più su Romeo e Giulietta cliccando qui.)

Charlot, un po’ come Cyrano di Bergerac, non può contare sulla prestanza del suo fisico per conquistare l’amore della sua amata, può contare a malapena sulla forza delle sue brevi parole, sulla profondità dei suoi gesti e sul valore delle sue azioni. (Il Cyrano vi attende qui.)

Di giorno in giorno, Charlot si reca dalla sua amata. Ella è solita toccargli il braccio quando gli parla. Non potendo vedere, la fanciulla usa il senso del tatto per stabilire un punto d’incontro con il suo amato, per riconoscerlo, per sentirlo vicino. La giovane continua ingenuamente a credere che Charlot sia un nobiluomo, ma non è questo che la attrae. Ella, come confiderà alla nonna, sente che Charlot abbia in sé molto di più del banale denaro: è ciò che è, sono i suoi comportamenti a renderlo tanto speciale. Il vagabondo serba, infatti, un cuore d’oro ed è deciso a fare quanto è in suo potere per curare la cecità della fioraia e sostenerla nella sua vita di stenti.

Dopo una serie di bizzarre peripezie, l’uomo con la bombetta in testa entra in possesso di una grossa somma di denaro che offre alla sua compagna. Grazie a quel sostanzioso bottino, la fanciulla potrà pagare una costosa operazione agli occhi e saldare i debiti dell’affitto. Prima d’andar via, Charlot le promette che un giorno tornerà. Di lì a poco, il vagabondo verrà catturato dalle forze dell’ordine e sbattuto in prigione per un banalissimo equivoco. La circostanza della statua su cui si era addormentato all’inizio del film stava a presagire il destino a cui sarebbe andato incontro il vagabondo: un destino bieco, crudele, ingiusto.

Diversi mesi dopo, Charlot esce di galera e cammina tutto solo per le strade. Un gruppetto di ragazzini maleducati lo infastidisce, schernendolo. Malconcio, Charlot si volta e osserva la vetrina di un negozio. Fra i petali dei fiori, egli scorge un viso: quello della sua amata. Ne resta interdetto. La donna lo osserva meravigliata e attonita. Non lo riconosce, non può riconoscerlo. Charlot le sorride e poi, con sommo stupore, si rende conto che la donna ha acquistato la facoltà di vedere. Charlot è commosso, ma cerca di non mostrarlo. L’uomo con la bombetta fa per andarsene ma la dama, colpita da quell’indugiare di Charlot, esce dal negozio e lo raggiunge, offrendogli un fiore. Si erano conosciuti esattamente così. Un fiore li aveva legati nel buio e adesso un fiore li avvicinava nuovamente nel candido chiarore di uno sguardo ricambiato. Charlot non vuole fermarsi, dunque la giovane gli sfiora il braccio. La stoffa dell’abito del vagabondo viene immediatamente riconosciuta dalla fioraia.

“Sei tu!” – Sussurra.

Charlot annuisce, portandosi la mano alla bocca.

“Puoi vedere, adesso?” – Chiede.

“Sì, posso vederti ora.” – Risponde, quasi in lacrime.

Charlot non sa cosa dire. Non era mai stato bravo con le parole e in quel preciso momento, sopraffatto dalle emozioni, non riusciva a far effluire neppure un fremito sommesso, un alito di voce. Scelse di sorridere. Una singola nota, un verbo esternato dalla bocca sarebbe risultato superfluo. Nessuna frase avrebbe potuto esprimere la gioia di quel nuovo incontro. Charlot tacque. La donna lo guardò, come non era riuscita mai a fare. Contemplò le gote sporche, il baffetto a spazzola, gli occhi profondi. Lì si attardò, come una lettrice che indugia su una frase di un libro tanto bella da rapirla. Cosa fece la ragazza in quell’attimo, in quello sguardo prolungato, tanto intenso da sembrare eterno? Si mise a sfogliare le pagine celate al di là di un velo fatto di bianca epidermide?

No, la fioraia non poteva leggere nella mente di Charlot. Se avesse potuto, sarebbe stata travolta da un amore pronto a sfociare come un fiume in piena, che abbatte ogni argine. Ma non fu necessario. La fioraia, con la sua cecità, era già riuscita a vedere oltre la maschera di Charlot, dietro la sua flebile voce e i suoi gesti buffi e impacciati, arrivando fino al suo cuore e innamorandosene. Charlot aveva fatto lo stesso. Guardandola con i suoi occhi vispi e luminosi, si era innamorato di ciò che ella custodiva nel buio delle sue pupille gravi e spente, che egli avrebbe desiderato accendere sin dall’inizio.

…Quindi no, Lois, nessuno può leggere nel pensiero. Neppure Superman. Si può solamente raggiungere il cuore con la “vista”, sia essa quella di un superuomo, di un vagabondo, di una piccola fioraia cieca.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Stanlio e Ollio" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Senti, la mia filosofia è questa: se non si ha un po' di senso dell'umorismo è meglio essere morti.

Roger aveva ragione. Pienamente ragione. Lo disse una sola volta, con la sua voce squillante, blaterando con quella sua bocca grande e pelosa, sputacchiando qua e là. Disse che ridere è l’unica arma che ci rimane. Già, l’unica. Pronunciò questo suo pensiero quando si trovava in un vecchio locale, rannicchiato all’interno di un nascondiglio umido e angusto, utilizzato molti anni prima dai proprietari, ai tempi del proibizionismo.

Quella espressione – “La risata è l’unica arma che ci rimane” – la proferì con aria sincera. Si vedeva lontano un miglio che Roger credeva in ciò che stava dicendo. Ridere, per lui, era la cosa più bella del mondo. La frase di Roger restò impressa a chi stava ascoltando, anche se questi non lo dette a vedere. Eddie Valiant l’improbabile amico umano di Roger, non era, per così dire, un tipo allegro. Nulla riusciva a penetrare la sua pervicace perplessità. Eddie era triste, costantemente abbattuto. Era un investigatore cinico, depresso, avvilito, annebbiato dall’alcol consumato a fiumi per tentare di annegare un malessere che, purtroppo, aveva il salvagente. In quei frangenti, Roger cercava di aiutarlo a capire: ridi, Eddie. Ridi! Ridere è il solo modo per poter andare avanti.

Come dite? Vi state chiedendo chi è questo Roger? Già, avete ragione, perdonatemi. Stavo procedendo un po’ a ruota libera, dimenticandomi di fare le dovute presentazioni. Roger è un coniglio, ovviamente. Beh, “ovviamente” si fa per dire. Diciamo che si tratta di un cartone animato. Sì, insomma, un cartone con le fattezze di coniglio. E non aveva affatto torto. Proprio per niente.

Ridere è l’unica arma che ci rimane. Quando la vita si fa dura, quando intorno a noi sembra tutto fosco, come se una nube caliginosa fosse calata senza più diradarsi, trovare la forza di sorridere è la sola risorsa di cui disponiamo per sopravvivere. In quella storia fantastica vissuta dal coniglio e dal detective con indosso l’impermeabile, in quel film intitolato “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, ne sono state dette, sì, di frasi belle, argute, profonde, indimenticabili, proprio come quella appena citata. Frasi che potrei utilizzare per parlare di un argomento che ha poco a che fare con l’avventura di Roger Rabbit, ma che ben si presta alla sua riflessione più emblematica: talvolta, la risata è l’unico espediente di cui possiamo beneficiare, l’unica àncora a cui poterci aggrappare!

Una scena di "Chi ha incastrato Roger Rabbit". Potete leggere di più cliccando qui.

Ma come si fa a ridere pienamente? E, soprattutto, come si fa a far ridere? Gran bella domanda. Dovremmo chiedere a un esperto in materia. Chissà cosa avrebbe risposto, a tal proposito, un genio della comicità come Stan Laurel. Qualcuno, invero, ebbe la fortuna di chiederglielo, molti anni fa.

Dunque, come si riesce a strappare un sorriso alle persone? Persino Stan cercò di eludere la domanda. “So solo come far ridere la gente”, così rispondeva quando qualcuno, chiamandolo a ragion veduta “maestro”, gli chiedeva quale fosse il segreto per una sana comicità. Stan non lo sapeva. A dire il vero, ci teneva a precisare di non conoscere neppure lui quale fosse il meccanismo per suscitate una risata copiosa o per scrivere una grande commedia. Già! Ma cos’è una commedia?

Una forma d’arte, questo è certo, ma fin troppo difficile da descrivere o sintetizzare a parole, anche per un genio come il signor Laurel. La commedia, Stan, la sentiva dentro di sé, era parte del suo essere, linfa che scorreva nelle sue vene. Far ridere era un’attitudine della sua persona, un talento che aveva fin da quando aveva messo piede nel mondo, il sesto, nonché il più affinato, dei suoi cinque sensi. In realtà Stan sapeva benissimo cosa fosse la commedia, e in egual misura era ben conscio di cosa fosse il mimo, il comico, l’istrione, la maestria di far ridere il prossimo.

Semplicemente non sapeva come spiegarlo, come tramutarlo in un concetto cristallino. Del resto, come avrebbe potuto? Può forse un artista rivoluzionario o un genio innovativo compendiare in brevi estratti in cosa consista la sua arte, l’estro e l’arguzia che tutti sembrano riconoscergli? Certo che no, farebbe troppa fatica anche solo a tentare. Neppure un pennuto, se potesse parlare, riuscirebbe a dire perché sa volare. Già, volare, ma certo!

Ecco, per Stan Laurel la comicità era come volare per un gabbiano: una prerogativa naturale, appresa sin dalla più tenera età. Ridere per Stan significava spiccare il volo, dispiegare le ali e volteggiare tra il cielo ed il mare. Ogniqualvolta immaginava uno scenario comico materializzarsi nella sua mente, Stan abbandonava la sabbia e si librava oltre le onde che si infrangevano contro gli scogli, per salire sempre più su, riuscendo poi a planare sull’acqua per sfiorarla con la punta dei piedi. Solamente quando la gag era svanita, lo sketch compiuto e la mente si faceva sgombra da fantasie ironiche, Stan piombava giù, atterrando lentamente, proprio su quella spiaggia dove tutto aveva avuto inizio.

Era questa la commedia per Stan Laurel: uno strumento per librare, per sollevarsi oltre il suolo, un paio di ali da regalare a tutti gli esseri umani. Ali candide, bigie, magari argentee, che permettessero agli uomini e alle donne di volare via, di allontanarsi da quella terra fredda, desolata, pregna di tristezza.

La commedia è una rappresentazione scenica volta a generare il riso, a far dimenticare, sia pure per un attimo, i problemi della quotidianità. Quando si ride, si abbandona la terraferma, si ascende ad una dimensione fatta di piccoli sprazzi di tempo in cui si smarrisce la realtà delle cose, e con essa ogni forma di ansia e di affanno, annullando così il ricordo di tutto ciò che è spiacevole. Una sana risata ci riporta alla mente la letizia, la gioia, ci permette di accarezzare i lieti momenti, che spesso ci appaiono lontani, perché situati al di là di quella immaginaria linea d’orizzonte in cui ogni essere umano ha relegato la propria felicità, per andare a raggiungerla poi con tanta fatica.

La comicità e la farsa per Stan erano questo: il mezzo per volare via dai problemi, lo strumento per sfuggirgli, un espediente per tentare di soggiogare i drammi della vita.

Stan fece ridere il mondo intero durante gran parte della sua esistenza. E non lo fece da solo. Fianco a fianco a lui, ci fu un amico. Un caro amico, ma che dico, un fratello: Oliver Hardy. Con lui, il signor Laurel formò il più celebre duo comico della storia della settima arte.

Durante il periodo di massima popolarità della coppia, l’umorismo di Stan Laurel e Oliver Hardy conquistò l’affetto di milioni di persone sparse per il globo. L’universo comico di Laurel e Hardy era un susseguirsi di fughe rocambolesche, di amene peripezie, argute trovate in cui l’uomo comune, nelle più variegate vesti di marito, di apprendista operaio, di girovago, spesso di indigente, veniva rappresentato in chiave ironico-grottesca. Stanlio e Ollio rappresentavano, in parte, la condizione umana del loro tempo, misera e aspra, il quotidiano spigoloso e arcigno, facendosene beffa, offrendo a tutte le persone che si recavano al cinematografo non sogni e neppure illusioni ma spontanee risate. (Se ti piacciono le grandi pianole, passa da qui. Stanlio e Ollio hanno una consegna speciale per te).

La comicità di Stanlio e Ollio era tanto allora quanto adesso un toccasana, sia pure momentaneo, capace di rilasciare un immediato senso di appagamento, una sorta di panacea temporanea dei mali che attanagliano l’animo umano. Ridere e far ridere, era questo ciò che importava, la sola terapia palliativa per l’animale uomo, condannato ineluttabilmente a soffrire.

Spesso, Stanlio e Ollio riuscivano a far ridere il proprio pubblico semplicemente ridendo essi stessi. Davanti alla cinepresa, cominciavano a sorridere lentamente, stringendo i denti, come a voler, da principio, soffocare quel riso pronto a scaturire con forza prorompente, simile al getto d’acqua di una sorgente tra le rocce d’alta montagna. Inevitabilmente, poi, il riso prendeva il sopravvento. Stan seguitava a ridere in maniera incontrollata, strillando come una pollastra e picchiettando con il gomito sulla spalla di Ollio, richiedendone la partecipazione e coinvolgendo così l’amico in quel vortice di risate. Il pubblico, osservandoli, non poteva che lasciarsi trascinare da quel clima di sana euforia.

Il riso, come lo sbadiglio, innesca un riflesso condizionato che induce chi si trova a stretto contatto a ridere anch’egli, senza un apparente motivo. Il riso è una sorta di virus contagioso, ma è un virus innocuo. Anzi, è il più salutare. L’allegria fa star bene, riconcilia con il mondo circostante, porta a volare alto nel cielo, un po’ come accadeva in “Mary Poppins” quando la “magica” tata, Bert e i piccoli Jane e Michael si lasciavano trasportare dal riso incontrollato dello zio Albert, salendo su, sempre più su, a sorseggiare del buon thè a qualche metro d’altezza dal pavimento del soggiorno. Zio Albert era sempre di buon umore, e per questo motivo sempre fluttuante, perché libero da preoccupazioni, da angosce, da ansie, insomma da tutti gli affanni delle persone comuni, più costrette che avvezze a vivere la propria quotidianità con i piedi ben piantati per terra. (Ah, quasi dimenticavo, Mary Poppins ti aspetta qui. E, sì, anche qui).

  • Ma io sono un cartone e i cartoni esistono per far ridere la gente!

Tutto ebbe inizio cento anni fa, in quel fatidico 1921. Sul set del cortometraggio “Cane fortunato”, Stan Laurel e Oliver Hardy si incontrano per la prima volta. In quel corto, Oliver appariva tanto diverso da come lo conosciamo tutt’oggi. Il suo faccione rubizzo era coperto da uno spesso strato di trucco, che lo imbruttiva fino a conferirgli un’ovale torva e intimidatoria. E non poteva essere altrimenti, in quella commedia Oliver interpretava un vile delinquente di città, aggressivo e tracotante. Stan, dal canto suo, aveva la sua tipica aria stralunata quando gironzolava senza meta in una grande metropoli, in compagnia di un amico a quattro zampe. Stanlio e Ollio in questo film sono appena un accenno, un abbozzo embrionale, anzi neppure esistono. Nessuno, a quel tempo, poteva immaginare ciò che il futuro aveva in serbo per i due istrioni.

Passarono circa sei anni, intervallati da lavori differenti. Oliver seguitò ad interpretare parti da antagonista nelle commedie più disparate. Dopotutto il suo fisico massiccio ben si prestava a ruoli di contorno, per lo più stereotipati, da corpulento prevaricatore. In quegli anni Oliver era questo, un attore caratterista, il cattivo delle comiche, nulla di più. Neppure uno dei tanti registi che diressero Hardy si accorse del potenziale insito nella fisicità dell’attore, capace di emanare tenerezza e tanta amabilità.

Stan Laurel aveva preso parte a svariate produzioni, il più delle volte come protagonista, ma senza ottenere il successo sperato. Oltre che come interprete, Stan si cimentava nella scrittura e nella regia. Nel 1927, Stan e Ollie torneranno a collaborare davanti alla macchina da presa. Il corto “Zuppa d’anatra” segna l’alba di un sodalizio artistico destinato a segnare la storia del cinema. Per tutta la seconda metà degli anni ’20 del Novecento, Laurel e Hardy forgeranno i loro caratteri somatici sul grande schermo con un complesso e minuzioso lavoro artigianale.

Intagliando nel “legno”, limando un po’ qui e un po’ lì, smussando gli angoli, rimuovendone le scaglie e tutti i frammenti, evidenziando i dettagli dei volti e delle personalità, i due comici inventeranno le loro maschere: Stanlio e Ollio.

Si partì dal “costume”. Stan intuì che i due soggetti, per apparire immediatamente riconoscibili, dovevano avere un dettaglio chiaro e bene evidente, che rubasse facilmente l’occhio agli spettatori. La scelta cadde su un paio di bombette quasi identiche. Stan ricordava che i cappelli a bombetta venivano indossati, solitamente, dai personaggi dei fumetti, divenendo tratti simbolici di questi ultimi. L’intenzione del signor Laurel era quella di rendere Stanlio e Ollio due sagome fuoriuscite da un vero e proprio fumetto, o forse, perché no, addirittura da un cartone animato. E il compito di un cartone – Stan ne era ben conscio - è quello di far divertire la gente.

In effetti, le cadute rovinose, le scivolate improvvise, le case distrutte, le liti inaspettate contro energumeni capitati per caso ricalcano un tipo di comicità cartoonesca, scanzonata e genuina, completamente priva del doppio senso, lontana dalla volgarità e per questa ragione una comicità eterna, universale, cristallina. Stanlio e Ollio sono, a tutti gli effetti, due cartoni animati sfuggiti ai contorni di un foglio bianco, ai singoli e precisi tratteggi di una matita o di un pastello colorato. (Fai un salto qui per incontrare un pericoloso bandito e i suoi fidi scagnozzi).

  • Nessuno riesce a incastrarlo Roger Rabbit!

Oliver Hardy prestò il suo fisico imponente e alquanto rubicondo alla maschera di Ollio, un uomo cordiale ma impacciato, dal viso abbondante, paffuto come quello di un bambolotto, con un baffetto a spazzola atto ad arricchire la parte superiore della sua bocca. La “maschera” di Oliver era quella di un adulto dai modi garbati, eleganti, fanciulleschi ma anche prepotenti nei confronti del suo amico fraterno Stanlio, colpevole di metterlo sempre nei pasticci. Di fatto, pur essendo molto tenero, permissivo e pavido, sovente Ollio si rapporta arrogantemente nei confronti di Stanlio, considerando sé stesso come il membro più intelligente della coppia e l’altro un povero sciocco. Così, Ollio è solito camminare fianco a fianco alla sua inseparabile “spalla” con aria tronfia, dandosi, per così dire, delle arie e pretendendo che gli venga data sempre la precedenza, soprattutto quando c’è da varcare una soglia. Ollio assume, pertanto, l’atteggiamento di uno sfrontato, di uno che non si lascia ingannare o incastrare tanto facilmente. Ma la sua è solamente una perenne illusione, destinata a venire continuamente disattesa poiché Ollio finirà per incorrere di continuo in dolorosissimi incidenti a cui Stanlio si sottrarrà con grande fortuna. 

La “maschera” di Oliver è quella del perpetuo perdente, del “vinto” che ingoia, come pasto unico della giornata, il boccone amaro della sconfitta. Ollio ha spesso un’espressione affranta e malinconica, specie quando si rivolge direttamente alla telecamera, abbattendo la quarta parete e ricercando la complicità degli spettatori che assistono, inteneriti ma festanti, alle sue tragicomiche disgrazie. Su quelle gote pienotte, su quel naso gonfio e quegli occhi tristi, Ollio esprime la rassegnazione dell’essere umano, vittima di un fato avverso, talvolta ingiusto, che si accanisce proprio su chi non lo merita.

  • Già! La proposta! Anche mio zio Thumper aveva dei problemi con la sua "proposta", e doveva prendersi delle pillole grosse così e bere tanta acqua.

Per la creazione del suo alter-ego, Stan mise a punto un lavoro sorprendente. Scelse di adattare su di sé, sulla propria inconfondibile fisionomia, una maschera impreziosita da elementi del tutto particolari: Stanlio è apparentemente un allocco perennemente sulle nuvole, un individuo distratto, lento a capire cosa sta realmente accadendo attorno a lui. Un tipo che riuscirebbe facilmente a scambiare la parola “prostata” per “proposta”, mettiamola così.

Una scelta curiosa, considerando che il signor Laurel era un uomo brillante, arguto e intelligente, rapidissimo nell’escogitare una battuta su due piedi e lesto nell’invenzione della gag comica. Stan era anche un tipetto meticoloso, un lavoratore infaticabile, un artista a tutto tondo, capace di ideare, progettare, scrivere, recitare e montare i film della coppia. Dunque, Stan poteva essere descritto come un essere dalle mille risorse, attore profondamente espressivo e comico dalla fantasia smisurata. Perché, quindi, creare per sé un personaggio all’apparenza così candido e ingenuo? Beh, forse perché “Stanlio” incarnava la parte più opposta di “Stan”.

Il signor Laurel scelse per il suo personaggio la maschera contraria a quella che era la sua vera personalità: lui, così intelligente, così sagace creò per sé un personaggio infingardo, smaliziato. Stanlio era una figura leggera, scanzonata, modesta, Stan invece era un perfezionista, maniaco del lavoro. Nella sua maschera comica, Stan trasferì la rilassatezza e la spensieratezza che egli non poté avere nella sua vita reale.

Come il possente Superman, che finge nella vita di tutti i giorni di essere il mansueto e timido giornalista Clark Kent, la maschera umana necessaria per nascondere l’autentica personalità del supereroe, fatta di astuzia e di incredibile audacia, Stan delineò la sua maschera cinematografica come un “costume” che più rimarcasse la differenza con il suo vero “io”. Così, se l’invincibile Superman simula d’essere un uomo comune, insicuro e goffo, il geniale e creativo Stan recita d’essere Stanlio, un personaggio a prima vista lento di comprendonio, pauroso, infantile, e di certo poco lungimirante. (L'ultimo figlio di Krypton sta volando qui, a Metropolis).

Eppure, ogni tanto, Stan lasciò emergere la parte nascosta del suo vero “io”, la sua mente geniale. Talvolta, infatti, nei vari film, Stanlio ha momenti in cui elabora piani articolati, furbi ed effettivamente acuti, salvo poi, solo dopo qualche istante, non riuscire a ricordarli più, tentando di ripeterli a voce alta e confondendo gran parte delle sue idee. Una gag studiata a tavolino, un piccolo sotterfugio, chi lo sa, elaborato proprio dal signor Laurel per lasciare emergere, di tanto in tanto, il suo acume. Un momento di libertà, in cui dalla maschera di “Stanlio” fuoriusciva il volto di “Stan”, un po’ come è solito fare il Superman di Christopher Reeve, in quei rari attimi in cui non viene osservato sul luogo di lavoro, la redazione del Daily Planet, e lancia il suo borsalino sul porta cappelli centrandolo al primo, chirurgico colpo.

  • Nessuno sa incassare le botte come Pippo! Che tempismo! Che tocco! Che genio!

La comicità di Stanlio e Ollio era genuina, scevra da costrutti ideologici o intenti critici rivolti alla classe dirigente. Era principalmente ciò che appariva: comicità creata con il solo intento di far ridere. Per lo più non vi erano messaggi nascosti, denunce occultate, metafore celate dietro un particolare gesto o una situazione. Stanlio e Ollio erano così come apparivano: autentici, sinceri, incapaci di mentire o di sottintendere. Eppure, dietro molte delle loro storie, al di là delle loro disavventure, era possibile percepire e assaporare un mondo vasto ed eterogeneo, carico di sentimento, di spirito, di riflessioni sociali, talvolta anche involontarie, messe in atto dalla coppia nelle loro opere. A cominciare dalle loro personalità.

Stanlio e Ollio sono due bambini nel corpo di due adulti, creature profondamente altruiste e innocenti, bistrattate e derise dai più. Persone intimamente candide, incapaci di provare disprezzo e di compiere cattiverie. Essi possiedono un animo puerile, ma la loro infinita bontà viene schernita o mai del tutto compresa dagli adulti che incontrano lungo le loro tante peregrinazioni. Spesso e volentieri, Stan e Oliver sono i reietti, i dimenticati, le povere vittime della Grande depressione americana, non hanno un soldo in tasca e faticano terribilmente a integrarsi nella società. Vorrebbero dare il loro contributo con il sudore della fronte, ma è proprio il mondo del lavoro a giudicarli troppo inetti e maldestri. Mossi da un’ignara anima distruttrice, Stanlio e Ollio, ogniqualvolta si apprestano a svolgere un compito, finiscono poi per distruggere del tutto ciò che cercavano di accomodare o di incendiare una stanza che tentavano di rassettare; e così l’attività professionale che faticosamente avevano trovato per mettere del pane sotto i denti naufragherà tragicamente, come, del resto, tutte le loro giornate, trascorse all’insegna di una disavventura, di un contrattempo, di un litigio, di un imprevisto.

La società americana, organizzata secondo ben determinate convenzioni sociali rappresentate dall’avere un buon lavoro, una casa accogliente, una famiglia affiatata, veniva, sovente, osservata con distacco da Stanlio e Ollio, i quali provavano in tutti i modi a farne parte integrante, senza esserne all’altezza, perché troppo inadatti e incapaci di svolgere un qualsiasi impiego o di mantenere un equilibrato rapporto matrimoniale. Già, il matrimonio! Per Stanlio e Ollio era una dannazione.

Immagine tratta da "I figli del deserto". Potete leggere di più cliccando qui.

Con le donne proprio non ci sapevano fare. E allora perché prendevano moglie? Beh, è ovvio: perché finivano per innamorarsi! E per seguire il dettame sociale, convolavano a nozze divenendo mariti di donne risolute, tiranniche, severe e inclini al comando.

A tal proposito, quasi tutte le opere del duo comico sembrano permeate da un’ironica “misoginia”: le donne di Stanlio e Ollio, aggressive e burbere, simboleggiano quella maturità che i due personaggi respingono con tutte le loro forze. Le donne amate da Stan e Oliver sono spesso belle ma isteriche, disperate e impossibilitate a capire l’immaturità dei loro partner. Il mondo femminile, imperscrutabile, viene reinterpretato da Stanlio e Ollio come una dimensione adulta e oppressiva, un qualcosa che tenta di limitare e ingabbiare la loro infantile anarchia.

Stan e Oliver non erano semplici attori ma personaggi veri e propri calati in storie sempre nuove e in contesti diversificati. Andando al cinema, gli spettatori in sala non si aspettavano di vedere Laurel e Hardy in ruoli differenti, d’altronde Stanlio e Ollio erano loro, erano le loro maschere, i loro costumi, le loro personalità. I film erano contorni, costruiti attorno alle loro gag, potremmo dire un qualcosa di superfluo, poiché erano i due interpreti il vero fulcro di tutto il sistema.

Quella di Laurel e Hardy era una comicità classica, basata sul linguaggio del corpo, sull’inciampata rovinosa, sulla circostanza esilarante che vedeva i personaggi coinvolti in disastri da loro stessi generati, una comicità eterna e inscalfibile. Per questa ragione, a distanza di novant’anni, Ollio che scivola su una buccia di banana continua a far ridere, così come continua a strappare un sorriso Stan che batte la testa contro un ostacolo che proprio non aveva fatto in tempo a vedere.

Vi è però un alone drammatico ad avvolgere le commedie di Stanlio e Ollio. Noi spettatori non facciamo che ridere con loro, sequenza dopo sequenza. Ridiamo quando Ollio viene percosso dal prepotente di turno, quando Stan piange perché spaventato da un brutto evento o dal sopraggiungere di un energumeno voglioso di fare a botte. Non facciamo che ridere, incidente dopo incidente, scazzottata dopo scazzottata, sopruso dopo sopruso.

Ebbene è proprio qui che la comicità del duo, oltre a generare il riso, indugia su una riflessione più triste e malinconica. Quando Ollio cade a terra, si fa male. Quando Stan piange, lo fa perché è sconvolto e terrorizzato. Eppure noi sorridiamo, senza accorgerci che stiamo ridendo della sventura di due malcapitati. Stan e Oliver sono vittime di un mondo oscuro, violento, pericoloso, nel quale non c’è spazio per i più deboli. L’esistenza riserva soltanto amarezze alla coppia di amici, percuotendoli giorno per giorno. Nessuno sembra incassare i colpi che la vita ha in serbo come riescono a fare Stanlio e Ollio, con il loro tempismo, il loro inconfondibile tocco, la loro arte innata.

Nel cortometraggio “Sotto zero”, ad esempio, è divertente vedere Ollio farsi picchiare da una donna alta e nerboruta, che manda in frantumi sulla testa del povero sventurato il suo violoncello. Ridiamo di gusto guardando ciò. Ma poi ci ricordiamo che Ollio è uno squattrinato in quel film, senza neppure un tetto sulla testa, e in quel momento suonava per chiedere l’elemosina. Di fatto, abbiamo riso di un uomo a cui è stata tolta in malo modo l’unica possibilità che aveva per guadagnarsi qualche soldo. Osservando la medesima scena, è piacevolissimo assistere alla donna che getta la pianola di Stanlio in mezzo ad una strada innevata, ed è ugualmente divertente guardare come la pianola venga distrutta quando un’auto ci passa sopra. Stanlio piange, sconfortato, e non fa altro che indurci al riso. E’ quello il suo intento. Ma noi ridiamo di un uomo a cui è stato sottratto un oggetto prezioso, e che si dispera per quella perdita. La comicità di Laurel e Hardy è così geniale, sensibile, straordinaria da far ridere di primo acchito ma intenerire subito dopo, quando si osserva il tutto con un occhio più attento, desideroso di cogliere qualche dettaglio in più.

Con Stanlio e Ollio si prova a ridere delle ingiustizie, della sofferenza, della delusione amorosa, del matrimonio fallito, del licenziamento subito, del fallimento esistenziale. Si mette alla berlina la ricchezza ristagnando nella povertà.  

  • Non vi ricordate cos'è successo la volta scorsa? Se non la smettete di ridere, farete la stessa fine di quelle idiote delle vostre cugine, le iene ridens!

Alla società del loro tempo Stanlio e Ollio non offrivano speranze o velleità ma soltanto risate, distrazioni temporanee. Sebbene si rida in maniera spontanea e si creda che le avventure di Laurel e Hardy siano sempre all’insegna del buon umore, esse raramente simboleggiano un inno alla felicità assoluta. Basti notare che i film di Stanlio e Ollio non finiscono mai bene. Il lieto fine è pura utopia.

Vi è sempre un caduta funesta, una lite furibonda, una fuga perniciosa, una minaccia incombente a far calare il sipario sull’avventura di Laurel e Hardy. I due non raggiungono mai alcun successo, non ottengono mai la ricompensa sperata né vengono premiati per i loro meriti o quando si mettono in luce per il loro coraggio. Questo perché le loro comiche erano, allora e lo sono tutt’oggi, fatte di peripezie quotidiane. Il viaggio di Stanlio e Ollio è una marcia senza esito e senza vittoria, priva di speranza e scevra dall’happy ending.

Le loro opere non erano fiabe con un finale allegro, ma racconti in cui si doveva ridere quando si poteva farlo, quando la vita ne concedeva l’opportunità. E bisognava coglierla con destrezza. La gioia, di per sé, è sempre momentanea e non eterna come il “vissero tutti felici e contenti” vuol farci credere. (Segui il Bianconiglio, passa da queste parti per incontrare Alice e visitare il Paese delle Meraviglie).

  • Noi cartoni facciamo gli scemi, ma non siamo mica stupidi!

Eppure, Stanlio e Ollio non sempre disdegnarono il mondo fatato e favolistico. Un tempo finirono addirittura in un villaggio popolato da creature magiche. Quaggiù, le maschere di Stanlio e Ollio assunsero una valenza “incantata”; esse divennero volti di fanciulli catapultati in un contesto fiabesco e sognante. 

La pellicola del 1934 “Nel paese delle meraviglie” inizia con una canzone intonata da Mamma Oca. Alle spalle della donna campeggia un grosso libro, dalla copertina spessa e variopinta, che comincia ad aprirsi. Fra le sue prime pagine, vi è un’immagine in movimento che mostra Stan e Ollie riposare in un soffice letto, addormentati come due bambini.

Una piuma, dondolata dall’aria, scende giù e sta per poggiarsi sui loro volti sereni. Il russare di Ollio rimanda la piuma verso l’alto, che cambia subito direzione e fa per avvicinarsi al viso di Stanlio. Il respiro di quest’ultimo la rimanda ancora una volta su, verso il faccione di Ollio. Il forte ronfare di Oliver scaccia nuovamente la piuma che torna in aria, cercando maggior fortuna da Stanlio. Una danza che continua imperterrita.

Come accade in “Forrest Gump”, pellicola del 1994, anche nel film di Laurel e Hardy, “Nel paese delle meraviglie”, è il volteggiare di una piuma bianca a segnare l’inizio di una storia meravigliosa. In “Forrest Gump”, la piuma, così delicata e lieve, vaga di albero in albero, da un quartiere ad un altro, posandosi, infine, a pochi passi dal protagonista, che la raccoglie e la conserva con cura all’interno della sua valigia. Quella piuma, dall’eterea consistenza, rappresenta la levità, la dolcezza del personaggio principale dell’opera, Forrest per l’appunto, libero come l’aria e tenue come una piuma che viene sospinta dalla fresca brezza.

In egual modo, potrei supporre che - nel film di Laurel e Hardy - quella piccola piuma, fuggita da un cuscino strappato, sembri simboleggiare la leggiadria del duo, la bontà, la delicatezza dei loro spiriti, anch’essi liberi e candidi. Volteggiando di viso in viso, la piuma finisce per essere accidentalmente ingerita da Stanlio, senza che questi ne risenta fin troppo. Egli non si desterà dal suo sonno, ma seguiterà a dormire un po’ stranito.

Il canto di Mamma Oca termina con un ultimo acuto e la camera irrompe fra le pieghe del librone, proiettando gli spettatori nel villaggio incantato.

A Balocchia, Stanlio e Ollio esercitano la professione di costruttori di giocattoli. L’ultima creazione a cui hanno collaborato è davvero meravigliosa: un intero esercito di cento soldati di legno, alti come un essere umano. I soldati indossano un chipì sulla testa e una divisa rossa, adornata da spalline dorate e bottoni tondi come una grande moneta. Essi imbracciano una baionetta color argento, e dietro la schiena sono tutti dotati di un pulsante. Una volta premuto, i soldati “prendono vita”, avanzando fieramente senza mai fermarsi. Quel mattino, Babbo Natale giunge alla fabbrica dei giocattoli per visionare i suoi militi in divisa. Invece della solita guarnigione di soldatini scopre una truppa talmente imponente da restarne stupito. A quel punto, Babbo Natale eccede in una fragorosa risata. “Ma non hai capito niente, Stanlio. Io avevo ordinato 600 soldatini di legno dell’altezza di un piede. Io non posso dare ad un bambino dei soldati così grandi per giuocare”. (A proposito di soldatini. Ce n'è uno, molto coraggioso, quaggiù).

Udendo queste parole Stan e Oliver giacciono di stucco, delusi come al solito dalla loro inettitudinePer il loro errore, i due vengono licenziati in tronco e sbattuti fuori dal costruttore capo, non prima di aver cercato di riporre ogni soldato nella propria custodia. L’intero esercito verrà poi trasferito nel magazzino, e lì resterà a coprirsi di polvere. A fine giornata, Stan e Ollie faranno ritorno alla loro dimora.

I due alloggiano all’interno di una casa a forma di scarpa, insieme alla signora Peep e a sua figlia, la pastorella Bo Peep. La dolce fanciulla è vittima delle attenzioni indesiderate di Barnaba, un impresario avido e malvagio, a cui la signora Peep deve una grossa somma di denaro. Per estinguere il debito, Barnaba propone alla signora Peep di concedere la mano di sua figlia, Bo Peep, innamorata, però, del bel Tom Tom, figlio del Pifferaio Magico. L’anziana donna rifiuta categoricamente, contando sull’aiuto di Stanlio e Ollio.  

L’antagonista di questa fiaba natalizia, Barnaba, cammina ricurvo, appoggiandosi ad un bastone dalla forma contorta, e porta sul capo un cappello a cilindro nero. Barnaba somiglia ad un personaggio nato dalla penna di Charles Dickens. Il mento pronunciato, il naso aquilino, gli abiti lievemente eleganti e scuri e il carattere così avido e malvagio, fanno rassomigliare Barnaba ad Ebenezer Scrooge, il personaggio cardine del celebre “Canto di Natale” dello scrittore britannico. (Scrooge e i suoi fantasmi ti stanno aspettando proprio qui).

A differenza di Scrooge, che avrà la fortuna, al ridosso delle festività natalizie, di ricevere la visita di tre spiriti che gli permetteranno di comprendere gli errori commessi e di redimersi, Barnaba è un personaggio negativo fino in fondo, bramoso e spregevole. Desideroso di mettere le mani sulla bella Bo Peep, Barnaba finirà per escogitare un piano subdolo. Egli farà in modo che Tom Tom venga processato per un crimine non commesso ed esiliato a Bobilandia, una regione situata oltre i confini del regno, in cui vivono mezz’uomini mostruosi e famelici.

Non riuscendo ad accettare la perdita del proprio innamorato, Bo Peep si dirige di soppiatto a Bobilandia, ricongiungendosi con Tom Tom in una grotta. Felici ma stanchi, i due innamorati cadono addormentati. Qualche ora dopo vengono trovati da Barnaba, che non si lascia sfuggire l'occasione per cercare di prendersi la ragazza. Destatasi dal sonno, Bo-Peep, nel vederlo, lancia un urlo di terrore, svegliando Tom Tom. Il giovane ingaggia una lotta furibonda con Barnaba, stendendolo a terra. La coppia scappa, inseguita dal reo, il quale, accecato dall’ira, chiamerà a sé le misteriose creature che dominano Bobilandia, ponendosi alla testa di un’imponente e furiosa armata che muove verso il villaggio incantato. Toccherà a due improbabili eroi, Stanlio e Ollio, salvare la fanciulla, il suo amato e l’intero paese delle meraviglie.

Così il duo raggiunge Bobilandia, imbattendosi nei mostri che la presiedono. Le creature del film, dall’aspetto di uomini-bestia, dotati di una fitta peluria, fauci larghe e denti aguzzi e che vivono in una terra fatta di buio ed ombre, lontane eppure vicine alla popolazione della “superficie”, somigliano ai Morlock, le creature raccapriccianti presenti nel lungometraggio “L’uomo che visse nel futuro”, opera di fantascienza tratta dal romanzo di H.G. Wells.

In questa pellicola del 1960, il protagonista George Wells inventa una macchina del tempo. Con essa, lo scienziato intraprende tutta una serie di viaggi straordinari, giungendo sino al futuro. In un’epoca lontana e distopica, George trova dinanzi a sé un mondo ridotto in miseria, una realtà post-apocalittica sconvolta dalle guerre. Sulla superficie terrestre vivono dei sopravvissuti, gente divenuta oramai per lo più apatica, analfabeta, indifferente. Sotto la “crosta”, però, vivono esseri ben più inquietanti e spaventosi: i Morlock. Discendenti della razza umana, sconvolti e mutati nell’aspetto, i Morlock sono individui che vivono nel sottosuolo, hanno sviluppato occhi luminosi e si cibano di esseri umani, hanno zanne possenti e una peluria foltissima.

Abitando nell’oscurità, avendo arti affilati, denti ferini e manti densi, i Morlock possono, in un certo senso, essere paragonati agli abitanti che confinano con il paese delle meraviglie della pellicola di Laurel e Hardy, anch’essi orripilanti, pericolosi e animaleschi, minacce respinte e recluse in luoghi tenebrosi che gli uomini si guardano bene dal percorrere.

Barnaba trascinerà le creature sino alle porte del villaggio, invadendolo. Stanlio e Ollio le affronteranno come potranno, fino a che Stan avrà una brillante idea: i due daranno “vita” ai loro soldatini di legno, che avanzeranno con la loro baionetta verso il nemico.

D’un tratto, le porte del magazzino di giocattoli si spalancano: i soldati in testa suonano la carica con le loro trombe dipinte d’oro ed i tamburini percuotono i loro tamburi, scandendo il ritmo della battaglia. Alle loro spalle, i militi con i fucili argentati iniziano la marcia, volgendo, diritti e ordinati, verso il centro del villaggio. La "fanteria" si abbatte sui mostri, spazzandoli via come un’inarrestabile inondazione.

La scena in cui i soldati rossi vengono attivati, e cominciano a muoversi quasi per magia, somiglia all’emozionante scena finale del classico disneyano “Pomi d’ottone e manici di scopa”. In quest’ultima pellicola, la strega Miss Price, con un incantesimo, dà coscienza e movimento ad un esercito di armature.

Gli stendardi vengono sollevati in alto, le bandiere svolazzano, mosse dal tocco del vento, gli scudi brillano sotto il chiaro di luna. Le armature argentate s’innalzano su di una collina verde e sguainano le spade. Ardite e fiere, esse affrontano gli eserciti tedeschi del Terzo Reich, respingendo l’invasione lungo le coste inglesi. Come accade in “Pomi d’ottone e manici di scopa”, anche nel film di Stanlio e Ollio, “Nel paese delle meraviglie”, un semplice tocco di “magia” anima le forze del bene incarnate da combattenti silenti e dormienti, che sconfiggono il male.

Sul finire delle vicende, Stanlio e Ollio vengono accolti come i salvatori del paese delle meraviglie. Una gioia per loro, seppur caduca.

"Due menti senza un singolo pensiero." - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Non erano di certo due inetti, Stanlio e Ollio. Facevano gli sprovveduti ma non erano mica stupidi! Avevano tratto in salvo un intero villaggio, con le loro creazioni. Così come avevano salvato, e continuano ancora oggi a farlo, il mondo intero. Giorno per giorno. Facendolo ridere. Già, proprio così!

La risata, quella strana sensazione, così spontanea e dirompente, spesso è l’unica arma che ci rimane.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters  

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"Hellboy" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters
  • Mostri si nasce?

Cos’è che fa di un mostro quello che è? Cos’è che lo rende tale?

Ad essere del tutto sincero, me l’ero già posta questa domanda… Proprio qui. Ma in quel caso si trattava di un’altra storia. Adesso, beh, la questione è diversa, lievemente più ingarbugliata, mettiamola così.

Di primo acchito, risponderei che un mostro è tale perché è stato creato in quel modo. Egli è un essere soprannaturale, uno spirito fosco, ignoto, che mette spavento a causa del suo aspetto distorto, del suo corpo deforme. Un mostro nasce mostro e non può fare nulla per non esserlo. Del resto, i mostri sono creature obbrobriose, truci, orripilanti, macabre… Mostruose per l’appunto. Le loro sembianze ripugnanti sembrano precedere le loro subdole intenzioni. Un mostro è malvagio perché la sua natura lo spinge ad esserlo. La crudeltà è un istinto per lui - vecchio di secoli e secoli - una peculiarità, l’elemento fondante del suo essere. Almeno, è ciò che crediamo con convinzione.

La crescita e la maturazione, per un mostro, non sono altro che fasi transitorie, necessarie per raggiungere uno status già prestabilito e che non può essere in alcun modo alterato. Egli è un servo del male, è quella la sua unica vocazione. E se così non fosse? Se i mostri non nascessero sempre malvagi come crediamo?

Beh, se fosse realmente così allora i mostri somiglierebbero agli esseri umani ben più di quanto asseriamo. Dopotutto, anche noi uomini non possiamo definirci tutti… Buoni. Anche tra noi si celano i cosiddetti “mostri”, i perfidi, i vili, i violenti, i “diavoli” la cui oscurità se ne resta appartata, occultata da uno strato di linda epidermide e da uno sguardo che, una volta incrociato, non lascia trapelare nulla di anormale.

Ma cos’è che rende un mostro malvagio? E - applicando lo stesso ragionamento potremmo chiederci inoltre - cos’è che rende improbo un essere umano?

I mostri sono sovente descritti come feroci, maligni, orrendi, sozzi, rattrappiti e scheletrici, scavati e informi, viscidi e subdoli. Ma vengono al mondo necessariamente con determinate caratteristiche? Oppure esse si formano pian piano? E, se così fosse, quali fattori influenzerebbero i tratti distintivi del comportamento di un mostro o, nel nostro caso, di una persona come un’altra?

Tante domande a cui è forse difficile dare una risposta. Sarà forse l’ambiente a condizionare l’essere - mostro o uomo che sia - magari l’educazione, l’affetto profuso dai genitori nei riguardi del proprio figlio?  

Chi può mai dirlo! Eppure un mostro, tempo fa, comprovò che si diventa ciò che si sceglie e si cerca di essere, e che la propria indole non potrà mai prevalere sulla propria volontà. (A proposito di creature che scelgono cosa vogliono diventare... Fai un salto da queste parti).

  • Il ragazzo dell’inferno

È l’aprile del 2004: nelle sale di tutto il mondo esce “Hellboy” di Guillermo Del Toro, trasposizione in pellicola del celebre fumetto di Mike Mignola, edito dalla Dark Horse.

La storia ha inizio in una piovosa notte d’autunno. È il 9 ottobre del 1944, sono gli ultimi scampoli del Secondo conflitto mondiale. Hitler sta tentando un’ultima, disperata sortita per volgere l’esito della guerra nuovamente a suo favore. Il Fuhrer ha inviato il suo sicario più fidato e letale, Kroenen, su un’isola della Scozia per prestare supporto allo stregone Rasputin, intento a portare a termine un rischioso rituale. Con le sue arti oscure Rasputin apre un portale, una breccia che dà su un’altra dimensione per evocare un demone che possa guidare le milizie del Terzo Reich al trionfo.

Le forze alleate, intercettato e seguito il plotone tedesco, irrompono sulla scena e impediscono al rituale di compiersi. Nel disordine della battaglia, Kroenen viene trafitto da una lama metallica e apparentemente spira sotto l’incessante lacrimare del cielo. La breccia si chiude e Rasputin viene risucchiato al suo interno. (Rasputin è un cattivone anche... Qui.)

Nel buio della notte è piombato un sottile silenzio. L’unico rumore rimasto nei paraggi è prodotto dall’eco lontana e sempre più affievolita dei colpi di pistola scoccati durante il fragore del combattimento.  Dal portale non è fuoriuscita alcuna entità minacciosa. Perlomeno, così parrebbe.

Tra le forze alleate presenti sul posto quella sera figura un giovane, il professor Trevor Bruttenholm. Questi non è del tutto convinto, crede che il portale sia rimasto schiuso a sufficienza e che qualcosa possa essere venuto fuori. Osservando attentamente il perimetro, scrutando nell’oscurità col favore di una torcia, Trevor nota una fuggevole ombra muoversi fra le macerie di un edificio diroccato. I militari si lasciano prendere dalla paura, uno di essi fa partire una raffica di mitraglietta. Trevor lo ferma di scatto. Vuole vedere di che cosa si tratti.

Lassù, in alto, su di una sporgenza, brilla una macchia rossa. Essa saltella scattante, guizzando fra i ruderi, lasciando intravedere due occhi scintillanti. Trevor comprende immediatamente di avere a che fare con un’entità giunta dall’altro mondo e che essa non è che un cucciolo. Da una delle sue tasche l’uomo tira fuori una merendina, le dà un morso e invita l’esserino a fare lo stesso. Con la mano la creaturina afferra il dolcetto e se lo porta alla bocca, trovandolo di suo gradimento. Si getta poi tra le braccia del professore, il quale lo accoglie come fosse un bambino.

Una volta portato alla luce, il mostriciattolo rivelerà d’essere una sorta di diavoletto, con tanto di corna a spuntargli sulla fronte. Questi si mostra mansueto, adorabile, giocherellone, tant’è che riuscirà a conquistare all’istante le simpatie di tutta la truppa.

I soldati sceglieranno un nome di grande risonanza per il piccino: Hellboy, il ragazzo venuto dall’inferno.

  • Il Portatore di Luce

Ma cos’e che spinse gli alleati a tenere Hellboy con loro e a proteggerlo? Cosa videro in lui? Perché i loro timori iniziali svanirono non appena posarono gli occhi sul piccino?

Per quanto ne sapevano quell’entità era sbucata dal nulla o, per meglio dire, era approdata da una dimensione sconosciuta. Hellboy era un “mostro” - su questo non vi erano dubbi - la sua forma era decisamente inconsueta. Egli rassomigliava ad una creatura diabolica, sinistra. Ciononostante, sembrava un essere capitato lì per errore, un bimbo innocente, sorridente, bisognoso di protezione e ghiotto di dolci. Per tale ragione i soldati lo trassero in salvo, convinti che, crescendo, Hellboy non sarebbe mai diventato un vero “mostro”, parola attraverso la quale, nel linguaggio comune, descriviamo le creature “inaspettate” e, a prima vista, intimidatorie.

I militari, quella notte, misero da parte i loro pregiudizi e non giudicarono il demonietto in base al suo aspetto inusuale. Essi gli diedero fiducia, consapevoli che non può essere la sola origine di un essere a determinare il suo avvenire. Pertanto il diavoletto crebbe tra gli uomini, allevato dal professor Trevor: un padre impreparato per un figlio indesiderato.

I valori trasmessi dal padre adottivo, il credo nelle forze del bene, nei princìpi della religione cristiana, avrebbero lentamente plasmato il carattere di Hellboy. Il diavolo sarebbe stato allevato come un uomo e, un domani, sarebbe asceso al ruolo di salvatore dell’umanità, un guerriero della luce.

Come già detto Hellboy giunse nel nostro mondo da un luogo inesplorato e irraggiungibile. Egli precipitò sulla Terra un po’ come accadde a Lucifero, il diavolo per eccellenza, piombato dal cielo in una notte umida e fittissima. Non appena Lucifero toccò il suolo terreste, una voragine si aprì sotto di lui e lo inghiottì fra le sue fauci. La Terra provava disgusto nei riguardi dell’angelo caduto, non volle farsi lambire dalle sue ali nere, dunque si piegò su sé stessa, generando uno sprofondo ad imbuto attraverso il quale Lucifero colò a picco, raggiungendo, infine, la superficie di un reame tetro e innominabile che da quel momento in poi sarebbe divenuto il suo regno, l’inferno.

Il diavolo - secondo quanto recita uno dei tanti racconti tradizionali - era nato come uno spirito benevolo, un angelo del Paradiso, le cui ali argentee emettevano un barlume raggiante come la Stella del Mattino. Splendido in volto, Lucifero era conosciuto come il Portatore di Luce, il più bello ed il più adorato dei primi figli di Dio. Ben presto il suo cuore cambiò, si fece arido. Egli divenne sempre più superbo, borioso e tracotante. Geloso delle premure che Dio nutriva per la seconda delle sue creazioni più vive e perfette, l’essere umano, Lucifero cominciò a cospirare contro l’Onnipotente. Corruppe altri angeli, trasformò le loro ali candide in appendici nere e insorse contro quello che fu suo Padre e contro gli eserciti celesti.

Sconfitto, l’angelo venne scacciato dai suoi simili. Con il tempo Lucifero, sempre più corrotto dal male che albergava nel suo cuore, assunse un aspetto demoniaco: i suoi piedi si contorsero sino a diventare caprini, i suoi occhi si fecero rossi, profondi come due pozzi in cui non ristagnava più acqua limpida ma da cui si levavano fiamme ardenti, e sulla sua fronte crebbero due corna imponenti. Lucifero prese il nome di Satana, completando la sua mutazione in mostro.

Ma cosa condusse quell’angelo ad un simile destino?

"L'angelo caduto" - Quadro di Alexandre Cabanel

L’ambiente in cui visse Lucifero era una pianura verde, incontaminata, in cui il bene regnava incontrastato, una brughiera illuminata da un raggio di sole eterno e inestinguibile. Il padre dell’angelo, Dio, si era preso cura di lui, ma non era bastato. Qualcosa di perfido si fece strada nel suo modo di pensare e di agire. Lucifero era propenso a covare indivia, a portare rancore, a coltivare propositi di vendetta. Non tollerava ciò che riteneva essere un tradimento perpetrato da Dio: avere anteposto nelle sue preferenze la razza umana a quella angelica. Il potere affascinava Lucifero, ed egli si volse alle tenebre. Da spirito candido divenne massimo artefice del male.

L’aspetto che nell’immaginario collettivo viene attribuito al diavolo - vale a dire corna affilate, coda oblunga, zoccoli ricoperti di peluria folta e scurissima - viene in parte rievocato dall’aspetto di Hellboy, il protagonista dei racconti avventurosi di Mignola e del lungometraggio di Del Toro.

L’eroe dei fumetti però - pur possedendo le sembianze che comunemente vengono attribuite al Lucifero irretito - risulta essere completamente opposto a quest’ultimo. Hellboy è nato in una dimensione demoniaca, in cui il caos domina come un autentico sovrano. Ma Hellboy fuggì da quel luogo, quasi inconsapevolmente, quando non era che un infante, attratto dal luccichio emesso dal portale; così facendo, la sua mente non è stata condizionata dal male che in quella regione smisurata vi abitava.

Hellboy nasce nel disordine e ha origine direttamente come mostro, eppure sceglie di dedicare la propria vita al bene. Lucifero, al contrario, sboccia come creatura angelica, prolifera in una dimensione paradisiaca, fatta di ordine, ma sceglie paradossalmente di voltarsi al male.

Lucifero odiava gli uomini, li disprezzava, giudicandoli figli deboli, imperfetti, facilmente corruttibili nonché inclini a macchiarsi di svariati peccati. Hellboy, invece, nutre per gli esseri umani una sentita ammirazione, ed è pronto a proteggerli a tutti i costi.

Pur essendo a conoscenza della sua natura, Hellboy - ribattezzato affettuosamente Red dal padre adottivo - non viene mai condizionato da essa. Il suo cuore è sincero, il suo animo nobile.

Ed è questo il punto focale della storia di Hellboy: è l’educazione, l’ambiente familiare in cui si cresce, sono gli insegnamenti positivi che si apprendono nel continuo progredire della vita – come la tolleranza, il rispetto verso il prossimo, l’amore e il perdono - a regolare il credo, la sfera etica e morale di un essere vivente dotato di coscienza e di spiccata intelligenza, non la natura. A tutto questo, va aggiunto un carattere personale propenso alla comprensione dei bisogni altrui, incline alla sensibilità, all’attaccamento, alla bontà.

Hellboy vanta una personalità virtuosa, arricchita dai precetti e dalle nozioni acquisite dal proprio genitore. Lucifero, differentemente, contava su di un carattere ambiguo e collerico, che non poteva essere in alcun modo impreziosito dai concetti formulati da Dio. 

  • L’indagatore dell’incubo

Sono trascorsi poco più di cinquant’anni dall’arrivo di Hellboy sulla Terra. Red ha visto tanti inverni, ma il suo viso non sembra mostrare i segni del tempo. La sua pelle scarlatta invecchia lentamente, e con essa anche la sua mente. Red ha sempre vissuto in segreto, sottratto a sguardi indiscreti, trascorrendo gran parte della sua infanzia nel Nuovo Messico, presso una base dell’esercito degli Stati Uniti.

Una volta cresciuto, il demone ha trovato occupazione come membro del BPRD, l’ufficio per la ricerca e la difesa del paranormale. In questa sede governativa Top Secret, egli non è la sola creatura straordinaria. Oltre a Red vi è, infatti, Abe Sapien, un umanoide anfibio con cui il protagonista ha intessuto una sincera amicizia.

Lavorando a stretto contatto con gli agenti dell’BPRD Red è diventato un agente a sua volta, specializzandosi nella caccia e nella cattura di pericolose entità. Hellboy è una sorta di indagatore dell’incubo, un investigatore dell’occulto, un ossimoro vivente: un diavolo che lotta contro le forze oscure.

Per il mondo esterno Hellboy è una vera e propria leggenda metropolitana, che ha ispirato tutta una serie di fumetti. Nel corso degli anni si è sparsa la voce circa l’esistenza di una creatura che compare di tanto in tanto e scompare con la stessa rapidità di un battito d’ali. Diversi testimoni giurerebbero di aver scorto la silhouette di un demone dal corpo fiammeggiante, avvolto in un cappotto tendente al giallo. Questi presunti avvistamenti del demone rosso sono eventi rari nella Grande mela newyorkese, screditati dai media. Coloro che hanno avuto la fortuna di mirare Hellboy hanno anche provato a immortalarlo, ma con scarsi risultati: quasi tutte le fotografie che testimonierebbero l’esistenza dell’indagatore sono infatti sfocate, poiché la presunta creatura si muoverebbe troppo rapidamente per essere fotografata.

La sagoma di Hellboy ha i caratteri del mito per i meno scettici, coloro i quali credono nella vera esistenza di una creatura dalla foggia minacciosa che si batte per proteggere la razza umana.

Nella prima parte del film, poco dopo la sua apparizione, Hellboy viene chiamato per combattere una terrificante creatura apparsa al museo di New York, Sammael, il seguace della resurrezione. Non è che l’inizio di una serie di eventi che porteranno Red ad imbattersi in Rasputin, lo stregone che lo portò sulla Terra quando era solamente un bambino, e che vuole che il demone ascenda al suo destino. Rasputin è stato riportato alla vita da Kroenen, scampato inaspettatamente alla morte. Il negromante vuole condurre il mondo sull’orlo del baratro: toccherà ad Hellboy fermarlo.

  • Mostri umani

Il film del regista messicano si distingue anzitutto per la sua bellezza estetica: le creature che popolano l’universo di “Hellboy” appaiono vivide, realistiche, perfino plausibili, perfettamente inserite in un mondo variegato fatto tanto di verità quanto di immaginazione. Il mondo che Del Toro crea e modella nel suo lungometraggio è fedele alla poetica del cineasta, vale a dire un cosmo in cui fiaba e realtà si mescolano, coesistendo all’unisono. (Un'altra fiaba di Del Toro ti aspetta qui).

Nella vasta metropoli su cui veglia Hellboy vi sono umani e mostri, sebbene i primi ignorino l’esistenza dei secondi. All’alba e durante le ore diurne, le creature demoniache che minacciano l’armonia del creato così come lo conosciamo se ne stanno isolate, ma una volta che il sole va a morire ad ovest esse riemergono. Hellboy le affronta, agendo col favore della notte, senza mai farsi notare. Egli vigila sul destino dell’uomo come un eroe senza volto. In tutto ciò, l’essere umano comune porta avanti la sua routine completamente ignaro di ciò che lo circonda davvero, dimostrazione di quanto l’uomo, sebbene si ritenga l’animale maggiormente sviluppato nella scala evolutiva, continui ad annaspare nell’inconsapevolezza di ciò che l’universo ha in serbo per lui.

Hellboy” è un romanzo visivo fatto di leggende, folklore, superstizione e di autenticità, una favola dai contorni orrifici attraverso cui il terrore abbraccia il tangibile. La pellicola di Del Toro spicca, altresì, per la cura nel delineare la personalità dei protagonisti, tutti mostri, a loro modo, resi incredibilmente umani, con i loro punti di forza e, soprattutto, con le loro molteplici debolezze.

"Red, Abe e Liz" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Red - il personaggio cardine della vicenda - è tanto eroico, ironico, sprezzante e spavaldo quanto infantile, geloso, insicuro e ancor di più spaventato da un cupo destino che pende su di lui. Dietro la scorza coriacea di Hellboy – oltre l’ironia pungente e irresistibile che gli conferisce l’aria di un eroe solitario ma strafottente e costantemente di buon umore - Red rivela un animo tormentato e, al contempo, intimorito dal suo passato avvolto nel mistero. Red, nel suo intimo, vorrebbe, forse, essere un uomo normale ma non può far nulla per intervenire sulle proprie fattezze o per attenuare il proprio potere. Quindi, non avendo alternative, si accetta così com’è, impiegando le proprie forze per uno scopo superiore.

Tratto distintivo della personalità umana di Hellboy è l’affetto che egli nutre nei confronti del padre. Più volte, Red lascerà venire a galla la sua paura più grande: deludere il papà, a cui è legatissimo. In una particolare scena, il diavolo, non appena vedrà il genitore – appena rincasato - nasconderà dietro la sua schiena il sigaro che è solito fumare quando è in missione o, semplicemente, quando è solo: tenero segno che dimostra come anche un diavolo grande e grosso possa avere paura del rimprovero della persona a lui più cara.

Oltre che per il padre e per l’amico Abe, Red prova un affetto pressoché smisurato per Liz, il grande amore della sua vita. Questo sentimento verrà sfruttato da Del Toro per rimarcare il fatto che anche un mostro può essere in grado di amare incondizionatamente. (Un altro mostro in grado di amare vive nel ventre di un teatro, da queste parti).

Abraham Sapien, uno dei protagonisti della storia, l’uomo anfibio fedele amico di Hellboy, è pacato, compassato, saggio e flemmatico. Anch’egli privo di una esistenza normale e costretto, suo malgrado, a vivere di nascosto, Abraham mostra la parte più umana della propria indole attraverso la sua delicatezza, la sua sensibilità, la sua empatia. Non è un caso che tra le sue facoltà principali ci sia il potere di sentire le sensazioni del prossimo. Poggiando il suo arto su una superficie lambita da un altro essere, o toccando direttamente il corpo di un suo interlocutore, Abe può sentire l’aura di chi ha dinanzi, leggere dentro di lui, comprendere le sue intenzioni o i suoi veri sentimenti. L’umanità di questo “mostro” sta proprio nel suo essere profondamente attento alle emozioni altrui. (Un mostro somigliante ad Abe attende il tuo arrivo proprio qui).

Elizabeth Sherman è una ragazza dotata di un potere tanto grande quanto pericolosissimo. Ella può generare delle fiamme dal suo corpo, ma non sempre è in grado di controllarle. Un tragico incidente avvenuto durante la sua giovinezza l’ha segnata come una ferita mai cicatrizzatasi e che seguita a sanguinare; da allora ella vive nell’angoscia, peregrinando senza una meta o uno scopo, alla costante ricerca del proprio posto nell’ordine delle cose. Hellboy la ama per quella che è, ed è inoltre il solo a non correre alcun pericolo standole vicino: Red è infatti immune al fuoco.

Liz è una donna normale a prima vista, ciononostante l’abilità che ha acquisito è una maledizione, un fardello che ha “deturpato” la sua infanzia condannandola a brancolare nel terrore. L’umanità di Elizabeth è sita nella sua sofferenza, nel modo in cui ella abbraccia il suo dolore senza lasciarsene sopraffare, ma non solo, ella si dimostra una donna altruista, generosa, che non esprime mai giudizi basandosi semplicemente su ciò che vede. Il suo affetto per Abe e il suo amore per Hellboy dimostrano come Liz sia vicina ai mostri, o per meglio dire ai dimenticati, ai solitari, ai reietti e agli ignorati.

  • Il portatore di tenebre

 “Cos'è che fa dell'uomo un uomo?” - Si chiese una volta il professor Trevor. – “Saranno le sue origini? Il modo in cui nasce alla vita?”.

Queste domande che Trevor si pone durante lo scorrere delle prime sequenze del film ricordano, in parte, i quesiti che mi sono posto io stesso all’inizio di questo mio elaborato. Dunque, cos’è che rende un uomo… Un uomo?

Ingenuamente, Hellboy crede che per assomigliare di più ad un essere umano bisogna partire dal proprio aspetto fisico. Per questa ragione, Red è solito accorciare regolarmente la lunghezza delle sue protuberanze ossee frontali. Un maldestro tentativo di adattarsi, d’essere più somigliante alla razza umana con la quale egli cerca disperatamente di entrare in contatto.

L’intera opera di Del Toro ruota attorno al concetto di integrazione. Il riflesso che Hellboy mira quotidianamente allo specchio gli ricorda la sua unicità e, al contempo, il fatto che non potrà mai essere considerato un uomo come un altro. A Red non è concesso il dono di passare inosservato, di confondersi tra la folla, dopotutto egli è un essere stupefacente, alto poco più di due metri e con una mano rocciosa e indistruttibile.

Ma l’integrazione di un essere vivente in una società che da principio non gli appartiene passa inevitabilmente dall’aspetto esteriore? Il desiderio di Hellboy di essere riconosciuto e considerato alla stregua di un uomo dipende dai caratteri somatici? Oppure vi sono altri parametri a stabilire se un mostro può integrarsi e venire reputato pienamente umano dai suoi “simili”?

L’investigazione di Hellboy e la sua strenua caccia allo stregone Rasputin lo portano sino alla gelida Russia, fra le lande innevate di Mosca. Rasputin è deciso a portare a termine il rituale rimasto insoluto e che trascinerà il mondo alla distruzione. Per attirare l’eroe in trappola, l’antagonista cattura Liz.

Tramite la sua magia, lo stregone riesce a soggiogare Hellboy e a trasformarlo in quel demone che, per oltre mezzo secolo, Red non ha fatto che reprimere. Dalla mano destra di Hellboy si sprigiona un incredibile potere e un nuovo portale si materializza davanti agli occhi attoniti dei presenti.

Le tenebre iniziano lentamente a calare, la volta celeste si tinge di rosso. Red raccoglie il crocifisso che era solito portare con sé, esso gli irrita l’epidermide sino ad ustionarlo. La forma della croce cristiana resta impressa nella sua mano come un marchio. Red si è trasformato in un diavolo e il simbolo della sua vecchia fede lo ha appena segnato come un’entità malvagia, da respingere, verso cui il crocifisso si mostra ostile. In quell’attimo, quando il rito sta ormai per compiersi e quando quella croce ha certificato la natura ostile e malvagia di Hellboy, Red rinviene e torna in sé. Le nuvole in cielo iniziano a diradarsi. L’eroe spezza così le corna allungate che svettavano alte sulla sua fronte, segno del suo retaggio demoniaco.

Imbracciata la sua adorata pistola, il Samaritano, Red fronteggia Rasputin e il mostro che, dal corpo putrefatto e distrutto del mago, affiora. Dopo un’ardua battaglia, Hellboy prevale.

Red si ricongiunge con Liz, dopo averla messa in salvo. I due “mostri” si stringono in un abbraccio, scambiandosi un bacio appassionato. Le fiamme scaturite dal corpo di Liz avviluppano i due innamorati, senza mai estinguersi.

"Il diavolo rosso" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Cos’è che fa di un mostro quello che è realmente?

Difficile dirlo, ma una cosa è certa: non sono i suoi connotati e non è neppure la sua origine a costituire l’essenza di un mostro o di un essere umano. Sono le sue scelte, la sua condotta, le sue emozioni, i gesti che compie nel lungo scorrere della sua vita a determinare il suo essere.

Hellboy sarà anche un mostro a vederlo, ma laggiù, oltre il suo granitico involucro, il suo guscio rossastro, proprio lì, al centro del petto, egli serba un cuore da eroe, da combattente, da uomo vero.

Dopotutto, il diavolo non può nascondere la sua coda, può a stento limare le sue corna ma, in fondo, non è realmente brutto come lo si dipinge. Tutt’altro!

Red direbbe di sé stesso di essere bellissimo!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Up" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La prima volta che vidi “Up” rimasi folgorato. Da cosa, vi starete senz’altro chiedendo. La risposta, beh, potrebbe sorprendervi.

Rimasi incantato non solo dalla meravigliosa sequenza che cadenza i primi minuti della pellicola, non soltanto dalla delicatezza del tema trattato o dalla bellezza dell’opera in sé. Restai, ancor prima, interdetto e piacevolmente rapito da un elemento in particolare: un volto. Il volto del protagonista della storia. Mi colpì in un lampo, come una fitta avvertita improvvisamente, uno stupore percepito d’un tratto, similmente al saettare di un fulmine all’orizzonte che appare e svanisce nel breve volgere di un battito di ciglia.

Il faccione di Carl Fredricksen, il protagonista di “Up”, aveva, nel suo insieme, un qualcosa di accattivante, di tremendamente riconoscibile. Carl compare sin da subito, all’echeggiare delle prime note della colonna sonora, al comporsi delle prime immagini animate, non appena il sipario si alza sul palcoscenico cromatico di “Up”, la cui scenografia è composta da palloncini di mille colori e affetti indissolubili.

Carl non è che un bambino nelle sequenze iniziali del lungometraggio, eppure il suo volto che, salvo i segni del tempo, permarrà pressoché identico anche in vecchiaia, aveva catturato il mio sguardo; lo aveva carpito, ghermito con la stessa destrezza di un’aquila di mare quando, in picchiata, plana sull’acqua per afferrare, con i suoi artigli, un pesce che, ignaro, nuota, beato, contro corrente.

I connotati di Carl possedevano una peculiarità quasi evocativa. Quel musone aveva un non so che di familiare. Me ne accorsi immediatamente.

Quella faccia l’ho già vista da qualche parte” - borbottai sotto voce. “Sì, ecco, somiglia a qualcuno che conosco. No, ma che dico, non a qualcuno che conosco davvero ma alle fattezze di una persona che ricordo, che distinguo piuttosto chiaramente, che discerno come se l’avessi vista dal vivo”.

Quel naso prorompente, tondo come un tubero appena portato alla luce, quelle sopracciglia aggrottate, folte come cespugli che necessitavano di una bella potatura, quelle orecchie ampie come due vele spiegate al vento, quei capelli bianchi, corti con un piccolo ciuffo che si elevava sulla fronte, leggermente verso l’alto; quella espressione burbera, seccata, aspra, quei lineamenti ruvidi, quell’ovale teso in un grugnito che sembrava anticipare la pronuncia di un rimprovero, l’esternazione di un ammonimento, erano tutte caratteristiche che mi ricordavano una persona in particolare, che non riuscii a richiamare alla mente in maniera subitanea.

Un momento!” – dissi tra me e me – “Facciamo un rapido elenco: un nasone a patata, una faccia palesemente scocciata, incline a sbuffare per la troppa noia, un’espressività paragonabile alla tenera e costante “brogna” di un simpatico vecchietto ormai spazientito, stanco e scorbutico ventiquattr’ore su ventiquattro. Ci sono, il viso di Carl, e di conseguenza il suo carattere, sono un omaggio a Walter Matthau”.

” - mi ripetei - “Adesso tutto torna” – e proseguii - “I creatori di Up avranno basato la fisionomia di Carl sul grugno inconfondibile di Walter”. Per qualche minuto, ne fui più che convinto. Eppure, mentre continuavo a guardare il film le mie certezze cominciavano a venire meno.

No, Walter aveva un aspetto, in fin dei conti, notevolmente diverso. E’ vero, aveva anch’egli un naso dirompente ma la sua faccia era più allungata, i suoi lineamenti erano alquanto marcati, grezzi, e la sua mascella era cascante come quella di un cagnolone”.

Di punto in bianco, l’eco di un altro dei miei attori prediletti si fece spazio tra i miei pensieri come un riverbero: il faccione di Spencer Tracy. Dopo una mezz’ora passata a spremermi le meningi avevo finalmente fatto centro: Carl doveva essere, per forza di cose, Spencer, quel viso rugoso altro non era che un omaggio ad una delle stelle più luminose del firmamento hollywoodiano dell’età dell’oro.

Ritratto fotografico di Spencer Tracy

Gli occhiali a forma di rettangolo, gli occhi azzurri come un cielo terso, la candida peluria che smussava gli angoli di quella maschera paffuta erano tratti somatici studiati ad arte per modellare la faccia di Carl su quella di Spencer Tracy, così come quest’ultimo appariva sul grande schermo quand’era, oramai, avanti negli anni.

Spencer Tracy è stato uno dei più grandi interpreti della storia della settima arte. Attore versatile, disinvolto, completo, seppe destreggiarsi abilmente tra i generi più disparati conquistando due premi Oscar su nove candidature. Tra i ragguardevoli capolavori della sua filmografia figurano film avventurosi come “Capitani coraggiosi”, commedie argute e raffinate come “Il padre della sposa”, western ritenuti autentici classici come “Giorno maledetto” nonché opere dal profondo significato che inneggiano alla tolleranza e al rispetto del prossimo come “Indovina chi viene a cena?”, l’ultimo lungometraggio girato da Tracy poco prima di spirare in una notte d’inizio giugno.

Oltre alle già citate pellicole, nel corso della sua carriera Tracy ebbe modo di interpretare un ruolo che, come vedremo sul finale di questo mio testo, vanterà alcune assonanze con lo stesso personaggio di Carl Fredricksen.

Or dunque, nelle primissime scene del film “Up” uno “Spencer Tracy” minuto, buffissimo e un tantinello goffo si aggira per le strade di una ridente cittadina. Carl corre di quartiere in quartiere, reggendo in mano un palloncino blu, lo stesso colore che avvolge il cielo ed il mare.

Il piccolo Carl porta in testa un “berretto” e sul nasino un paio di occhialoni da aviatore. Questi corre come un forsennato, superando dirupi immaginari, balzando al di là di canyon concepiti dalla sua fantasia, aggirando montagne che si ergono con le loro punte aguzze solamente nei suoi sogni più sfrenati.

Carl galoppa all’impazzata, fingendo di vivere ardite traversie come il suo mito, l’esploratore Charles Muntz.

Un mattino Carl, sostando davanti ad una casa fatiscente, sente una voce squillante provenire dal suo interno. Incuriosito, il bimbo entra nella casetta dismessa e intravede Ellie, una bambina che gioca, sola soletta, all’interno dell’abitazione. Ellie se ne sta ritta, con un grande sorriso a delimitare le sue gote, al cospetto di una finestra sbarrata da alcune assi di legno sopra le quali vi è appiccicato un disegno. La bimba porta sul capo un caschetto da aeronauta e un paio di occhiali, del tutto simili a quelli di Carl. Sotto gli occhi attoniti del bimbetto, Ellie immagina di “navigare”, di “scivolare” verso un orizzonte lontanissimo ruotando il cerchione di una bici, come se questo fosse il timone di una grossa imbarcazione o, magari, la barra di comando di un velivolo che solca un oceano ammantato di stelle.

Il vento soffia di levante” – Strilla Ellie, frenetica – “Velocità dieci nodi”. Carl si distrae solo per qualche istante, indugiando sui dettagli di quella casa ricoperta da pulviscoli, quando, di colpo, viene notato da Ellie. Non appena la vede da vicino, Carl, sorpreso, schiude la sua mano ed il palloncino azzurro che teneva con sé vola via, lambendo il tetto dell’edificio.

E’ la prima volta in cui Carl incrocia lo sguardo di Ellie, ed ecco che un oggetto attorno a lui spicca il volo: non certo una coincidenza. I due bimbi si sono appena incontrati, eppure una scintilla è scattata, qualcosa è subito avvenuto; un qualcosa di tanto simbolico che non può essere ignorato.

Quel palloncino che Carl lascia libero di volare fino al limite della costruzione, nell’attimo esatto in cui posa gli occhi su Ellie venendo, a sua volta, ricambiato, è una metafora del loro prossimo amore, la testimonianza di una cosa che, nel futuro, accadrà costantemente tra i due; Ellie sarà, per Carl, un’eterna fonte d’ispirazione, una donna che non gli permetterà mai di tenere i piedi ben piantati per terra, ma lo esorterà sempre ad “alzarsi in volo” senza remore e senza paure, verso quel cielo limpido, dipinto con la medesima cromatura del palloncino che Carl teneva con sé il mattino in cui vide Ellie per la prima volta.

Di fatto, Ellie, l’intraprendente ragazzina che Carl ha appena conosciuto, non farà altro che ispirare la vita del nostro caro protagonista e condizionare positivamente il suo avvenire. Restando fianco a fianco ad Ellie, Carl si sentirà sempre leggero come una piuma dondolata dalla fresca brezza, alto come un albero maestro che sfiora, con la sua punta, una nube densa di pioggia senza averne alcun timore, leggiadro come un palloncino sostenuto dalla corrente e che vola verso un orizzonte tutto da scoprire.

Carl ed Ellie si innamorano al primo sguardo, senza neppure accorgersene, senza rendersene propriamente conto, quando non sono altro che dei bambini innocenti, nel periodo in cui non sanno neppure cosa sia l’amore.

Il loro incontro, le loro discussioni (invero sarà, per lo più, Ellie a tenere le redini delle loro conversazioni) i giochi che faranno assieme, le confidenze che si scambieranno da quel momento in avanti saranno semi gettati in un terreno fertile, che germoglieranno con l’alternarsi delle stagioni.

La sera stessa del loro primo, indimenticabile incontro Carl riceve la visita di Ellie, la quale lo raggiunge nella sua cameretta. In quegli attimi, il piccoletto è intento a sfogliare un libro ricco di illustrazioni. Dalla finestra semiaperta irrompe un palloncino blu, lo stesso che Carl aveva smarrito quel mattino, seguito da Ellie che fa irruzione con il suo piglio travolgente.

Ciao, ragazzino!” – Strepita la fanciullina, che tiene con sé un volume molto speciale: “il libro delle avventure”, una sorta di cartella in cui la bimba è decisa a raccogliere le istantanee di tutte le avventure che vivrà in futuro. Quella sera stessa Ellie esorta Carl a sancire una promessa: un giorno, quando saranno grandi, dovranno partire insieme per un lungo viaggio, per realizzare il sogno più grande della piccolina, vale a dire raggiungere le Cascate Paradiso, una terra perduta nel tempo. 

Gli anni fluiscono e Carl ed Ellie crescono, senza mai separarsi. Un flash fotografico interrompe, in un battito d’ali, la loro fanciullezza ed ecco che i due sono divenuti adulti e hanno appena pronunciato la loro promessa d’amore.

La coppia di sposi va dritta alla “spelonca” in cui si erano conosciuti e che giace ancora diroccata, prossima a venir giù. Rimboccandosi le maniche, settimana dopo settimana, Carl ed Ellie la rimettono a nuovo, trasformandola nella loro accogliente e deliziosa “tana”.

Non è che l’inizio di una corposa “carrellata” in cui viene riassunta tutta un’esistenza vissuta in coppia: le gioie e i dolori della quotidianità si intrecciano nell’intenso e toccante vissuto di Carl ed Ellie. Scopriamo così che i due hanno cercato di avere un figlio. Quando Ellie rimase incinta, lei e Carl, colti dalla letizia, prepararono una stanza, nel cui centro era possibile scorgere una culla su cui galleggiavano un paio di dirigibili giocattolo, simbolo della passione di Carl ed Ellie per il volo. Fu soltanto una gioia momentanea, poiché Ellie perse il bambino e scoprì di non poterne avere a causa della sua sterilità.

Distrutta dal dolore, Ellie viene consolata da Carl che le mostra il libro delle avventure, rammentandole il giuramento stabilito da piccini, quello di giungere alle Cascate Paradiso. Questo sogno riportato alla ribalta diviene una “molla”, una spinta per Carl ed Ellie i quali, d’ora in poi, ogniqualvolta ne avranno l’opportunità, metteranno da parte i loro risparmi per finanziare questo viaggio tanto atteso. Tuttavia, i due non riusciranno mai a recarsi alle Cascate Paradiso a causa di continui intoppi e imprevedibili “infortuni” che si verificheranno lungo il loro tortuoso ma splendido percorso condotto all’unisono.

I mesi si accavallano, i decenni si estinguono, le mattine si sovrappongono, le une con le altre: in questi frangenti, la routine di Carl ed Ellie si trasforma in una poesia. L’immagine della donna che, al sorgere di ogni nuovo dì, fa il nodo e stringe una cravatta gialla, poi un’altra rossa, poi un’altra con su disegni e ghirigori, righe o cerchi, al collo di Carl fa rima con l’immagine in cui la stessa Ellie, divenuta anziana, sistema il papillon al marito.

Quelle tante cravatte dai colori e dagli stili più vari e stravaganti, quello stesso papillon, sembrano rappresentare il legame che unisce Carl ed Ellie, solido come un nodo serrato, riordinato, rifatto giorno per giorno. L’amore di Carl ed Ellie, come il nodo di una cravatta, è saldo, non può sciogliersi mai del tutto o strapparsi poiché viene “rammendato” di continuo, accudito come un fiore prezioso dissetato e rinfrescato da una goccia d’acqua.

In quel gesto che Ellie compie tutte le mattine, in quel singolo atto, quando accosta la cravatta al collo del marito, vi è la metafora del loro rapporto: un “nodo” che va curato, accomodato, un nastro che va liberato e ricongiunto continuamente, un laccio che va intrecciato con un altro per restare fisso; esso è un vincolo sempiterno, ed è tale proprio perché viene rinnovato giornalmente. Il nodo alla cravatta di Carl, fatto e rifatto da Ellie, simboleggia l’amore, il matrimonio, la vita coniugale che va nutrita, ricucita, corretta, coltivata, appianata per perdurare e sopravvivere all’inesorabile progredire del tempo.

Va inoltre sottolineato che nella prima, brevissima scena in cui Carl tenta di indossare una cravatta per andare a lavoro, questi non riesce a metterla a posto come dovrebbe. Carl fatica a fare il nodo, e viene interrotto da Ellie, la quale, prontamente, riesce ad accomodare il tutto, a “sbrogliare” il pasticcio fatto da Carl alla sua cravatta e a posizionarla perfettamente, poco al di sotto del mento massiccio e pronunciato del marito. Un atto emblematico che evidenzia come Ellie riesca a sorreggere Carl, ad aiutarlo quando questi perde la pazienza o non riesce a districarsi da un qualsiasi impiccio: Ellie incarna il conforto, la sicurezza, il sostegno di Carl, una perla inestimabile a cui l’uomo, innamorato perdutamente, non riuscirà mai a rinunciare.

Una volta raggiunta l’anzianità, Ellie contrae un brutto male che la conduce rapidamente alla morte. Durante gli ultimi momenti Carl segue Ellie in ospedale, sostando sull’uscio della sua camera e facendo volteggiare verso la sua sposa un palloncino blu, nella cui estremità vi è legato un ramoscello. Lo stesso gesto che la piccola Ellie fece, tanti e tanti anni prima, la sera in cui Carl giaceva nel suo lettino. E’ il principio che abbraccia la fine, l’atto conclusivo dell’amore terreno tra Carl ed Ellie: un amore sbocciato in tenerissima età, capace di elevarsi oltre la gravità, di sopraffare la superficie, il suolo freddo della strada e persino la delicatezza dell’erba.

Ellie rende a Carl il loro libro delle avventure, sfiora la guancia del suo amato e poi gli raddrizza per un’ultima volta il papillon che sormonta il maglioncino indossato dall’uomo. E’ l’ultima carezza di Ellie, l’ultima volta in cui lei potrà prendersi cura del loro legame simboleggiato da quel cravattino a farfalla. 

Rimasto solo, dopo aver perso la sua anima gemella, la compagna con cui ha condiviso un’intera esistenza, l’anziano Spencer… ehm… perdonatemi… l’anziano Carl si trova a dover far fronte alla fase più ardua, tediosa e angosciante della sua vita: svegliarsi ogni mattino senza più una autentica motivazione.

“Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno”.

Questo breve monologo recitato da Frodo durante i passi finali de “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del Re” calza a pennello per descrivere lo stato d’animo a cui va incontro Carl. Come può, per l’appunto, un uomo che ha perduto il bene più caro, la donna amata, il caposaldo di un’esistenza, raccogliere i cocci della propria vita investita, travolta, spezzata e divisa in molteplici pezzi come se essa fosse un vaso di terracotta scagliato contro un muro e per questo scalfito, rotto, infranto, oramai impossibile da riparare?

Come può un essere umano assorbire le forze residue per “tirare a campare” quando il suo cuore serba un dolore tanto grande, un vuoto talmente incolmabile?

Come precisato dallo stesso Frodo, esistono ferite che neppure il progredire degli anni riesce a guarire. Il tempo può, a stento, cicatrizzarle ma esse seguiteranno a farsi sentire, a bruciare, a fare male nei momenti bui, tristi, desolanti, durante gli autunni più malinconici, negli inverni più freddi, persino nel pieno delle primavere più soavi, fiorite e rinfrancanti.

Non vi è un modo per accettare una perdita tanto grande, neppure se essa è avvenuta alla fine di un ciclo vitale pieno di appagamento ed intensità. Non vi è una terapia specifica per elaborare e superare un lutto così profondo. Carl lo sa bene. Ci ripensa al sorgere di un nuovo dì e al crepuscolo di un giorno che sta per andarsene. Ci rimugina su, standosene seduto nel suo soggiorno, sulla sua poltrona rossa.

Lì, bello comodo, allo scadere ritmato di qualche secondo, quasi ossessivamente, Carl getta un’occhiata addolorata all’altra poltrona che si trova laggiù, a pochi passi da lui; una poltrona di tutt’altro tipo, dallo schienale più imponente, totalmente diversa dalla sua: la poltrona sulla quale era solita rilassarsi Ellie, magari tuffandosi in qualche appassionante lettura.

L’aver scelto per il salotto del loro nido due poltrone ben differenti era una precisa scelta di design di Carl ed Ellie, un’inconsueta caratteristica del loro “covo”, una stravaganza tutta loro. Quando guardava quella poltrona tanto diversa eppure tanto unica, Carl non faceva che rammentare quanto la stessa Ellie fosse esattamente così, come appena descritto: una donna rara, introvabile, esclusiva, speciale come nessun’altra potrà mai essere.

Senza Ellie, senza quella creatura femminile straordinaria, dal carattere impavido, inarrestabile, mai fiacca, Carl si sente svuotato. Del resto, Ellie era stata per lui un carburante illimitato, sin dal primo momento in cui i due ebbero modo di avvicinarsi l’uno all’altra. La diversità dei loro caratteri rende Carl ed Ellie una coppia in grado di completarsi a vicenda. Quel timido bambino che faticava a stento a bofonchiare una sola sillaba, travolto e stupito com’era da quella ragazzina per nulla timorosa o introversa, bensì espansiva e incredibilmente socievole, non poteva che diventare un uomo garbato, gentile, dolce, compassato eppur mai domo né arrendevole.

Carl non poté mai cedere a qualche forma di rimpianto o di nostalgia durante lo scorrere di tutta la sua vita poiché aveva Ellie accanto a sé; quella donna che, fin dal loro primo incontro, non smise mai di parlare, di esprimere le proprie emozioni a parole, di approfondire ad alta voce i suoi sogni e le sue aspirazioni. Ellie era un persona estroversa, ottimista, spontanea, solare, la compagna ideale per un uomo taciturno, insicuro, schivo e delicatamente impacciato come Carl. Ellie era incline a sorridere, a rendere la routine di Carl emozionante come la più imprevedibile delle avventure. Soltanto una volta Ellie cedette al dolore, alla tristezza: quando seppe di non poter diventare madre. In quei giorni, spettò a Carl far tesoro del dono più grande che Ellie avesse mai potuto dargli: il dono di tirare su il morale della persona a cui si vuol bene. Fu proprio la stessa Ellie ad usare queste parole: “Sono venuta a tirarti su il morale!” - disse la piccola la sera del loro primo incontro sgattaiolando nella camera di Carl, rimasto a letto con un braccio “ammaccato”.

Ellie era fatta così, riusciva a infondere gioia nel cuore del suo innamorato. Carl seppe fare lo stesso quando, sconvolta dall’impossibilità di mettere al mondo una vita tutta loro, Ellie soffrì come mai le era capitato. Carl riuscì a distrarla, a scacciare via dalla sua mente quel triste pensiero. Le ricordò l’accordo fatto da bambini, di recarsi insieme alle Cascate Paradiso. Da quel giorno, un nuovo obiettivo, una nuova motivazione, una nuova meta da conquistare si dipanò dinanzi ai loro occhi. Questa speranza li accompagnò per tutto il loro matrimonio. Ciononostante, come già detto, entrambi non poterono mai vedere di persona quel luogo tanto agognato. Gli imprevisti della vita: un incidente di qua, un infortunio di là, e le monete messe da parte per intraprendere il fatidico viaggio venivano puntualmente spese per riparare i danni più disparati.

Rimandarono troppo a lungo, fin quando Ellie morì. Carl era rimasto solo, tutto solo in una casa in cui la memoria di Ellie risuonava in ogni angolo, in ogni minimo spazio.

Chi avrebbe mai potuto ridare nuova linfa vitale ad un uomo fiaccato nello spirito ancor più che nel corpo? Cosa avrebbe mai potuto tirarlo su?

La storia riprende qualche mese dopo. La casa di Carl sorge adesso al centro di un cantiere di lavoro, nel quale sta vedendo la luce un nuovo complesso residenziale. Un pomeriggio, alla porta di casa Fredricksen bussa Russell, un bambino di 8 anni che si offre di dare una mano a Carl per poter ottenere il distintivo-scout di "assistenza agli anziani", che gli permetterebbe di completare il suo già invidiabile medagliere.

Il vecchio non è affatto ben disposto nei riguardi del fanciullo, quindi, per scacciarlo, gli racconta una strana “favola” che altri non è che una fanfaluca: a due isolati dalla sua abitazione vive il Beccaccino, uno strano animale dalla forma di uccello, con due occhi simili a degli spilli appuntiti, che, stando al racconto dell’anziano, ogni notte si introdurrebbe nel suo giardino pappandosi le sue povere azalee. Russell, ingenuamente, si propone di aiutare il signor Fredricksen nella caccia al Beccaccino. Animato da una vulcanica vitalità Russell si mette subito alla ricerca del presunto volatile, lasciando Carl “felicemente” in solitudine.

Quello che il signor Fredricksen ancora non sa è che Russell, quel bambino tanto simpatico e pacioccone che con le nocche ha picchiato alla porta dell’alloggio, è il figlio e, al contempo, il nipote che Carl ed Ellie non hanno mai potuto avere, atterrato in un pomeriggio qualunque, portato e lasciato sulla loro veranda da una cicogna… ma che dico… da un “Beccacino” alquanto generoso.

Russell, con il suo entusiasmo fanciullesco e la sua voglia di diventare un esploratore della natura selvaggia, somiglia allo stesso Carl, il quale, da ragazzo, immaginava di sperimentare sulla sua pelle mille e più avventure. Quest’ultimo, oramai, è troppo vecchio per ricordare cosa provava da ragazzo, troppo amareggiato, disilluso, fiaccato dalla perdita di Ellie. La vicinanza di Russell rappresenta l’incontro e lo scontro tra l’età della vecchiaia, rassegnata, e l’età dell’innocenza, colma di fiducia. Restando vicino al piccolo Russell, Carl riscoprirà la gioia di vivere, l’euforia della giovinezza, quello stesso fervore che ha sempre contraddistinto la sua amata Ellie.

Il giorno in cui Carl fa la conoscenza di Russell, un operaio alla guida di un gigantesco e minaccioso bulldozer colpisce involontariamente la cassetta delle lettere di Carl, oggetto a cui il vecchietto è fortemente affezionato, in quanto, su di essa, vi è dipinta l'impronta della mano di Ellie. Uno dei tanti lavoratori lì presenti cerca di ripararla, ma Carl, adirato, lo colpisce alla testa con il suo bastone da passeggio. Accusato di demenza senile, Carl viene obbligato al ricovero in un centro di accoglienza e la sua casa viene aggiunta alla lista delle abitazioni da abbattere.

Carl non ha più scelta: deve fuggire, ma non può far sì che la sua casa, quel nido in cui sembra riposare ancora l’anima di Ellie, venga rasa al suolo. Pertanto, escogita un piano per lasciare quella misera terra e toccare, finalmente, quel cielo che possiede il sapore della libertà.

L’indomani, due operatori del centro anziani vengono a prelevare Carl. Con il pretesto di voler dire addio alla sua casa, il vecchio vi si barrica dentro. Improvvisamente dal tetto dell’abitazione s’innalzano migliaia di palloncini che sollevano la casa, sradicandola dalle sue fondamenta, e la portano in alto, oltre i grattacieli sparsi per tutta la metropoli. Carl orienta il moto della sua casa attraverso l’uso di appositi comandi progettati con mezzi di fortuna, navigando in direzione delle Cascate Paradiso.

L’ultima motivazione della vita del vecchietto si concretizza, quindi, in un viaggio sospeso tra la volta celeste e il grigio della strada, talvolta rallegrato dal verde acceso e vivido di qualche prato che spunta qua e là; un viaggio compiuto librandosi in aria per porre fine ad una questione insoluta, ad una faccenda rimasta in sospeso.

Durante il volo bussa alla porta Russell, rimasto, suo malgrado, “intrappolato” sul portico. Carl, seppur restio, data la situazione d’emergenza, acconsente a farlo entrare e, insieme a lui, approda in Sudamerica. Sul posto, i due incontrano un gigantesco uccello dalle piume sgargianti, che Russell deciderà di chiamare Kevin. Per il bambino, quel gigantesco “struzzo” è proprio il Beccaccino che stavano cercando.

In quel luogo sperduto e sconosciuto, l’anziano Carl incontrerà l’idolo della sua infanzia, l’esploratore Charles Muntz, il quale si rivelerà essere un astuto e spietato cacciatore di animali rari e in via di estinzione. Muntz sarà l’antagonista della storia e tenterà in ogni modo di ostacolare la missione di Carl. Il signor Fredricksen accetterà di aiutare Russell, riuscendo a salvare il suo “Beccaccino”, strappandolo dalle grinfie del perfido Muntz.

Durante la sua disavventura, Carl avrà modo di sfogliare il libro delle avventure di Ellie. Il tomo, per gran parte delle sue pagine, è tappezzato di fotografie che ritraggono Ellie insieme al marito. Tutti i piccoli momenti della loro vita coniugale sono immortalati in decine e decine di scatti ma, ancor di più, serbati nel cuore e nella mente di Carl. Le ultime pagine appaiono vuote, il libro è ancora incompleto. Su una pagina intonsa, Ellie ha scritto un ultimo messaggio, rivolgendosi direttamente al suo adorato Carl: “Grazie per l'avventura. Ora vai, e vivine un'altra".

Il vecchietto comprende così che quella vissuta con Ellie è stata la più grande avventura della sua vita e che adesso, spronato dallo stesso volere della moglie, dovrà sfruttare il tempo rimastogli per sperimentare una nuova fase del suo arco vitale.

Carl ed Ellie, che fin da bambini sognavano di vivere avventure in luoghi esotici e imperscrutabili, hanno, al contrario, vissuto l’avventura più bella, avvincente, tenera e soddisfacente conducendo una vita mite, tranquilla, nella loro casa scintillante di colori. Quella dimora che i due hanno rimesso a nuovo con le loro mani è stato il loro nido, il loro focolare, ma in essa non vi è confinato lo spirito di Ellie.  Esso è volato via, su in cielo, come un palloncino lasciato andare da un bambino distratto o, perché no, stupito da qualcosa che ha rubato il suo sguardo.

Carl lo ha finalmente compreso: non è in quella casa che vi è conservata l’essenza di Ellie, è nel suo cuore che vi è ancora, e per sempre, custodita l’anima della sua sposa.

Resosi conto di questa verità, Carl riesce a staccarsi da quel luogo, dalla sua casa, quello spazio in cui si è sempre sentito al sicuro e felice. Carl riuscirà, così, a lasciare andare via la sua dimora, la quale scomparirà fra pascoli di nuvole, atterrando lentamente sulla vetta delle Cascate Paradiso, lì dove dormirà in eterno, deliziata dall’incessante scorrere dell’acqua.

Nelle ultime sequenze del film, Carl darà il via al secondo ciclo della sua esistenza, vivendo una nuova giovinezza come un “padre” ed un “nonno” allo stesso tempo, accompagnando il piccolo Russell nelle sue peripezie quotidiane. Le giornate di divertimento vissute con il piccino verranno eternate come immagini fotografiche dallo stesso Carl e aggiunte al libro delle avventure della sua Ellie.

Su, in quella volta celeste adornata da manti candidi e spessi come lana, in quel cielo sgombro ma abbellito dalla luna, quell’astro solitario e rotondo come una moneta luccicante appesa ad un filo sottilissimo, Carl ha ritrovato l’ispirazione per tornare a sorridere, per tornare a vivere.

Quel cielo azzurro, accarezzato dalla sua casa grazie ad una serie di palloncini, è stato per Carl un mare costellato da pianeti e satelliti in cui rimirare il sorriso di Ellie, incastonato su di una stella che brilla in una notte serena.

Spencer Tracy ne "Il vecchio e il mare"

Il volto di Carl - cosi somigliante a quello di Spencer Tracy - ricorda il viso di un altro personaggio, anch’esso vecchio, anch’esso rimasto solo, anch’esso tenuto “sveglio” dalla compagnia di un ragazzino.

Nella pellicola del 1958, “Il vecchio e il mare”, opera filmica basata sul romanzo di Ernest Hemingway, Santiago, l’anziano protagonista della storia, ha i lineamenti affannati e, per tale ragione, ancor più vivi di Spencer Tracy. L’attore americano impersonò il personaggio cardine del racconto in questa omonima trasposizione, donando a Santiago una forza comunicativa senza eguali, una dignità altissima, una sensibilità estrema.

Santiago ha alcuni punti in comune con Carl Fredricksen: entrambi i personaggi vivono soli, all’interno di una casetta, e sono entrambi rimasti vedovi. La moglie di Santiago viene a stento accennata nel romanzo, ma dalle poche righe che Hemingway le dedica, è possibile cogliere il profondo affetto che il vecchio seguita a nutrire per lei.

Una fotografia della sua sposa campeggia su di una mensola nella casa di Santiago. Ad ella, l’uomo dedica i suoi pensieri più affettuosi, quelli celati nella sua intimità e che non vengono confessati neppure al lettore. Il vecchio conduce una vita ritirata, ignorato dai più, additato di essere un pescatore a cui la dea bendata ha voltato le spalle. Egli riceve solamente una visita nel suo contenuto eppur accogliente alloggio, quella di Manolin, un ragazzo che ammira il vecchio per il suo carattere flemmatico che trasmette saggezza, per la sua bontà e per la sua tenacia.

Il vecchio non ha che ricordi per ristorare il proprio animo, esattamente come Carl, ed egli ha nell’oceano, quel luogo vasto, inquieto, talvolta generoso talvolta inflessibile e avaro nell’elargire i suoi doni, l’unica scappatoia per potersi ancora sentire vivo, per mettere alla prova la sua tempra, per poter sognare ancora e ancora.

Ogni volta che pesca, seppur deluso da tante giornate terminate con l’amaro in bocca, Santiago riscopre i propri sogni, la propria immaginazione, il suo desiderio.

Pescare equivale a fantasticare, dopotutto. Si getta la lenza nel manto ondulato senza sapere cosa abboccherà, all’amo, lì sotto. La fantasia resta appesa alla canna e al suo mulinello.

Se per Carl Fredricksen il cielo rappresentò un mezzo per riscoprire sé stesso, per accrescere la fiamma delle sue speranze e per metabolizzare l’addio di Ellie, per Santiago il mare personificò lo strumento per fomentare le aspettative di un domani migliore.

Senza più una compagna ad allietare il loro rientro a casa, Carl e Santiago hanno scovato in una tavola azzurra il proprio angolo di paradiso, che sia una distesa acquosa o una volta celeste.

Santiago, con la sua barca sospinta dalla vela, tiene i suoi sogni ancorati alla furia dei marosi, Carl, al contrario, lascia che volino via sospinti dal vento come aquiloni liberi di spirare più lontano possibile.

I due personaggi, accomunati da un volto unico, affrontano il capitolo finale della loro vita “affogati” nella natura, immersi in un blu dipinto di blu.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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I fantasmi non esistono: è ciò che ci viene insegnato fin da bambini. Gli spettri, quelle impronte sbiadite e trasparenti, echi lontani delle persone che furono un tempo, che possiedono la facoltà di oltrepassare le pareti, di “ingannare” gli oggetti, di scomparire ed apparire a loro piacimento, non sono altro che il residuo di una credenza popolare, di un mito recondito, il prodotto della fantasia, ma anche della paura e della suggestione.

I fantasmi non esistono! Siamo tutti d’accordo, dunque?

E con essi, non esistono neppure i mostri, quelli appartenenti ai generi più disparati: che siano vampiri, lupi mannari, zombie e chi più ne ha più ne metta.

I nostri genitori ce lo ripetevano continuamente quando eravamo piccini e noi, una volta diventati adulti, imitandoli, facciamo lo stesso con i nostri figli per rassicurarli allo scadere di ogni nuovo giorno quando, rimboccando loro le coperte, sussurriamo, con fare rasserenante, che non vi è alcuna bizzarra creatura nascosta sotto il letto. Dopotutto non bisogna avere paura del buio, poiché non vi è nulla nell’oscurità che non sia già presente quando le luci sono ancora accese.

Tuttavia, i bambini raramente credono ciecamente alle nostre parole: essi tendono a lasciarsi trasportare dall’immaginazione ed in tal modo cominciano a vedere sagome spaventose materializzarsi agli angoli della cameretta, a provare timore per un giocattolo qualunque che, nel buio, raggiunto dalle deboli luci della sera provenienti dalla strada, assume una forma bizzarra, distorta, decisamente minacciosa ai loro occhi innocenti. Capita, perciò, che a notte inoltrata i bambini si sveglino di soprassalto e ripetano a gran voce il nome di chi dovrà proteggerli: “Papà! Mamma! Ho paura! C’è qualcosa nella stanza, un brutto mostro”. Dal canto loro i genitori, frastornati dal brusco risveglio, si precipitano come schegge a tranquillizzarli, borbottando la solita frase di circostanza: i mostri non ci sono, le streghe si trovano solamente nei libri di fiabe e i demoni vivono soltanto nei nostri incubi.

Lo ribadiamo ancora e ancora, rammentandolo fino all’età adulta: i fantasmi non esistono, è una filastrocca consueta. Ma… Un momento, che cos’è esattamente un fantasma?

"Il Fantasma così come appare nell'interpretazione di Lon Chaney" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

E’ piuttosto difficile dare una precisa definizione ad un qualcosa che, concretamente, non è palpabile. Ci proverò comunque: in poche parole, un fantasma potrebbe essere paragonato ad un essere che non fa più parte del nostro mondo - quello dei viventi - e che, ciononostante, continua a vagare su questa terra, errando come un’anima invisibile, mai considerata, notata o ascoltata da chicchessia. Un fantasma è un uomo scomparso, una donna dimenticata che sopravvive come un’ombra tuffata nelle tenebre, avulsa dalla società circostante, sola e sconosciuta ai più.

Assecondando questa mia descrizione… Com’è possibile affermare con assoluta fermezza che i fantasmi non esistono?

Invero, i fantasmi esistono eccome. Sono i reietti, gli emarginati, coloro che scelgono di condurre una vita in esilio per pavidità o perché costretti a farlo. Vedete, i fantasmi non sono gli ectoplasmi cui i racconti dell’orrore hanno dato ampia risonanza, non vantano qualità soprannaturali come l’immortalità o la cristallinità del loro manto evanescente. I veri fantasmi non fluttuano nell’aria ma camminano come tutti noi, lambiscono gli oggetti per davvero invece di oltrepassarli. I fantasmi autentici sono ancora vivi, hanno un cuore che batte, sangue che scorre nelle loro vene, una mente sofferente, tumultuosa, ed un’epidermide deturpata da cicatrici visibili e non.

La storia di Erik - il protagonista de “Il Fantasma dell’Opera” - riguarda il vissuto di un uomo “reale”, tangibile, non certo di uno spettro scarnificato sebbene il titolo del romanzo possa indurre a pensare il contrario; un uomo che poteva essere visto, sfiorato, udito nel suo angoscioso lamento. Erik era un essere umano, eppure su di lui aleggiava una maledizione: quella che il fato gli inflisse sin da quando era in fasce. Nato orribile e malfatto, simile ad un pressappoco più che ad un ragazzo, Erik nascose le proprie sembianze per gran parte della sua esistenza, divenendo a tutti gli effetti un “fantasma” su cui nessuna donna ebbe mai l’ardire di puntare il proprio sguardo.

Una delle più emblematiche trasposizioni cinematografiche del romanzo di Gaston Leroux – autore per l’appunto de “Il Fantasma dell’Opera” – risale all’epoca del muto, precisamente al 1925. Nei panni di Erik, il musicista tormentato dalle proprie grottesche parvenze, venne scelto l’attore Lon Chaney, il quale, grazie a questo ruolo, tragico e inquietante al contempo, assurse allo status di icona del cinema dell’orrore.  

Tutto ha inizio a Parigi, nel Grande Teatro dell’Opéra. La stagione è agli albori ed in scena vi è il “Faust” del compositore Charles Gounod. Primadonna del dramma lirico è Carlotta, un soprano dall’indubbio talento.

Fra le platee del teatro una sagoma oscura si aggira, desolata, ascoltando scrupolosamente le voci che echeggiano da ogni singola porzione di spazio del palcoscenico. L’ignota figura, sera dopo sera, osserva la rappresentazione, studiandone i dettagli più minuziosi del suo insieme fino a scorgere la bellezza nonché la melodiosa voce di una corista in particolare: Christine Daaé.

Un mattino i direttori del teatro ricevono una lettera minacciosa, con la quale viene intimato a chi di dovere di promuovere la giovane Christine come cantante solista, sostituendo di conseguenza la già affermata Carlotta. La lettera porta in basso una firma sinistra: il Fantasma.

Il famigerato Fantasma è una leggenda ben nota a tutte le maestranze, i cantanti e gli attori che lavorano quotidianamente presso l’Opéra. Egli infesta la sala al sopraggiungere di ogni crepuscolo e al principio di ogni spettacolo. Nessuno lo ha mai visto in faccia, ma alcuni hanno intravisto la sua allarmante silhouette, immersa e inerte come un impassibile simulacro incastonato nel fosco. 

Temendo gli avvertimenti del Fantasma, nonché costretti dall’assenza di Carlotta (intossicata da una fiala ingerita, creata dallo stesso Fantasma per renderla indisponibile) i proprietari del teatro acconsentono a promuovere Christine a primadonna.

La giovane ragazza, innamorata del buon Raoul de Chagny e da questi ricambiata, ha così modo di abbracciare il calore del pubblico, estasiato dal suo soave canto. Una sera Christine riceve la visita del Fantasma, il quale già da qualche giorno era solito parlare alla fanciulla, standosene ben nascosto dietro uno specchio. Sfruttando la sua voce ammaliante il Fantasma incanta Christine, la quale acconsente a seguirlo alla volta del suo mondo misterioso ma accogliente. Convinta che l’uomo sia una sorta di “maestro” e magari uno spirito benevolo, Christine offre la sua mano al Fantasma. Preda di un sogno, come se fosse catturata da una visione onirica, l’artista sembra quasi perdere i sensi e viene sorretta da Erik, che la accoglie fra le sue braccia.

Questi la conduce giù, nei sotterranei del Grande Teatro, facendola poi montare su di una gondola. Muovendosi dolcemente, solcando il fiume che bagna le sponde sotterranee della capitale parigina, il