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"Batman, 1966" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Tutto ebbe inizio nel soggiorno di una grande e lussuosa villa. Il miliardario Bruce Wayne, vestito di tutto punto, se ne sta ritto in piedi, sfogliando un grosso libro. Egli sta intrattenendo i suoi ospiti, disquisendo con essi sul suo desiderio di aiutare le persone più bisognose.

“La fondazione Wayne vi appoggerà, completamente!” – Afferma, con cordialità, il noto magnate. Bruce si mostra più deciso che mai a sostenere la costruzione di alcuni centri per combattere la delinquenza giovanile. Proprio in tale occasione, egli rammenta ai presenti il giuramento che fece quando era solamente un bambino, e assistette all’omicidio dei suoi amati genitori: proteggere e aiutare gli indifesi.

Nel frattempo, in una stanza sita a pochi passi dall’ampio salone, un telefono squilla insistentemente, accendendosi di un rosso infuocato. Il maggiordomo Alfred Pennyworth irrompe nello studio, alza la cornetta e ascolta le parole di chi, dall’altro capo del filo, si rivolge a lui.

Attenda in linea!” – Sussurra il solerte maggiordomo, prima di deporre il “ricevitore” sulla scrivania. Alfred attirerà, così, l’attenzione di Bruce e del giovane Dick Grayson, pupillo del miliardario. Ambedue varcano lo studio, apprendendo che la città di Gotham è in pericolo. Decidono, subito, di entrare in azione: attivato un circuito nascosto, entrambi discendono lungo una pertica, raggiungendo un’accogliente caverna, nascosta dietro un passaggio segreto.

Alan Napier è Alfred Pennyworth

È il 1966: sugli schermi televisivi americani fanno incursione due bislacchi eroi dai costumi improbabili: Batman e Robin. Il primo è un uomo alto, distinto e dai modi garbati, il secondo è invece un ragazzo, ingenuo come ogni adolescente che si rispetti ma pure armato di un certo ardimento. Batman e Robin si palesano dinanzi al loro pubblico, alla loro platea di spettatori, una sera come tante, gettandosi a capofitto in un’avventura destinata ad essere la prima di una lunga serie.

L’episodio pilota della serie televisiva di Batman comincia in tal modo. Il personaggio si manifesta, dapprima, nella sua dimensione “umana”, apparendo nelle vesti di un uomo qualunque che, in gran segreto, conduce una doppia vita. Infatti, ogniqualvolta quel telefono rosso comincia a brillare Bruce, di soppiatto, sgattaiola via dalla sua abitazione, sfrecciando per le strade della metropoli con l’aspetto di un vigilante mascherato.

La serie televisiva di “Batman” fu il primo, ambizioso tentativo di trasporre in carne ed ossa le avventure del celebre supereroe targato DC Comics. I creatori del format scelsero di abbandonare le atmosfere tenebrose del fumetto degli anni ’40 e ‘50, preferendo ricreare un clima scanzonato e prettamente umoristico. Tuttavia, ciò che è importante tenere bene a mente è che questa ironia è velata, resta sottaciuta e mai resa del tutto evidente.

Batman si comporta con dedizione, con assoluta compostezza, e non lascia mai trasparire dal suo volto alcun imbarazzo, alcun sorriso di scherno, alcuna espressione di stupore, neppure davanti alla più inverosimile delle proprie peripezie. La serie di Batman è a tutti gli effetti una “parodia”, ma una parodia unica nel suo genere. Essa, infatti, pur parodiando, all’apparenza, l’universo della sua controparte a fumetti, non lo deride, non lo ridicolizza, tutt’altro, lo trasforma, lo estremizza, lo muta infondendo in esso una verve sarcastica ed una vena surreale.

L’oscurità tipica del personaggio di Batman viene cambiata in una gioviale positività, il suo tormento interiore viene trasfigurato e alterato, divenendo una meccanismo di propulsione che sprona l’eroe a lottare per il bene senza, però, arrecargli quell’angoscia mentale che egli patisce abitualmente nelle storie su carta stampata. Il Batman della serie televisiva degli anni ’60 è, dunque, un eroe ottimista, giocoso che sa perfettamente di rivolgersi ai bambini: egli è, a tutti gli effetti, un educatore, un esempio da seguire, l’aio per eccellenza, in altre parole, un gentiluomo in costume.

La comicità della serie è da ricercarsi nel suo stile spensierato che, però, non viene mai reso plateale. Il produttore esecutivo William Dozier definì il prodotto come una sitcom in cui le sequenze ironiche non sono scandite da alcuna risata di sottofondo. In effetti il riso finto, che echeggia dal fuori campo, avrebbe reso chiara l’assurdità della scena in sé, togliendo uno dei segni più rappresentativi della serie stessa, uno dei suoi paradossi: trattare seriamente un qualcosa che, invero, è palesemente ironico. Pertanto, guardando “Batman” non si ha mai completamente l’impressione di star guardando un programma comico, eppure così è, ed è questa la sua più grande unicità. Talvolta, si ha la sensazione che ciò che si sta osservando sia talmente irragionevole, sconnesso, infantile ed eccentrico da credere che si tratti di un orripilante adattamento, di una versione “demenziale”, di pessimo gusto, tremendamente sbagliata, senza capire che, in realtà, è proprio dietro quei sotterfugi, quelle stravaganze trattate in maniera tanto dignitosa che va ricercata la genialità nonché la peculiarità di questo telefilm. Altri elementi iconici del serial sono i costumi sgargianti e quasi carnevaleschi, i dialoghi sconclusionati, le ingenuità puerili, le gag inverosimili, le trovate ai limiti del no-sense, le mischie e le lotte scandite da diciture onomatopeiche.

"Adam West e la maschera del pipistrello" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

A prestare il proprio volto all’eroe mascherato fu Adam West, primo e storico interprete del Cavaliere Oscuro. Beh, utilizzare questo appellativo per definire il Batman impersonato da Adam West fa un po’ sorridere: di oscuro c’è ben poco nel suo Batman, tuttavia di “cavaliere” c’è molto. Adam West fu, di fatto, un Batman cavalleresco, altruista, generoso e raffinato nelle sue movenze semiserie. Egli conferì a Bruce Wayne un'eleganza inglese, quasi da agente segreto, e a Batman una comicità singolare, kafkiana e volutamente sottintesa.

Sebbene mantenga un carattere vivace e leggero, il Bruce Wayne interpretato da Adam West non è esente da riletture più profonde e articolate che non devono limitarsi a vederlo puramente come un guardiano dal temperamento nobile, dal cuore puro e incorruttibile e, proprio per questo, scontato e stereotipato. Il Bruce Wayne di West incarna, per certi versi, lo spettatore medio americano di quel periodo che agognava, in cuor suo, di vivere i sogni più impavidi e di affrontare le incognite di una vita spericolata. Scivolando lungo quella pertica, occultata nel suo studio e scendendo sempre più giù, fino alla caverna, quel luogo segreto, Bruce rende tangibili le aspirazioni di gloria, vive sulla sua pelle i desideri e le voglie da brivido dell’uomo comune a cui queste possibilità sono precluse dalle limitazioni di una vita normale e priva di accadimenti che richiedono audacia e sprezzo del pericolo. La maschera del pipistrello, in particolare, sdoppia la personalità di Bruce, creando il suo alter-ego e permettendogli di assaporare gli azzardi di un’esistenza temeraria senza il rischio d’essere riconosciuto, senza l’incertezza che la sua sfera privata venga intaccata dall’indiscrezione degli estranei.

"Robin" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La serie televisiva andò in onda per tre stagioni, vantando un totale di 120 episodi. A spalleggiare Batman nelle sue intrepide missioni c’è sempre il fido Robin, il solo, ad eccezione del maggiordomo Alfred, a conoscere la vera identità del supereroe. Il giovane aiutante dell’Uomo Pipistrello, con le sue esternazioni sui generis, funge da divertente spalla del protagonista. A partire dall’ultima stagione, il dinamico duo riceverà l’aiuto dell’avvenente Batgirl.

"Batgirl" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Per il ruolo di Barbara Gordon, figlia del Commissario James Gordon, fu scelta l’attrice Yvonne Craig. Nei panni della timida e astuta bibliotecaria Barbara, Yvonne sfoggiava capelli corti e bruni ed un look fatto di abiti coprenti e colorati. Quando vestiva il costume di Batgirl, Barbara era solita indossare un cappuccio viola e una maschera scura, da cui fuoriusciva una fluente chioma rossastra. Differentemente dal fumetto, Batman e Robin non conoscono l’identità di Batgirl. Barbara ha infatti progettato, tutta da sola, un nascondiglio nel proprio appartamento che le consente di celare i suoi indumenti da supereroina, ed il più delle volte giunge sul luogo del misfatto con la sua scintillante motocicletta, unendosi al dinamico duo d’un tratto e scomparendo dalla loro vista una volta portato a termine il proprio dovere.

Sia Robin che Batgirl costituiscono un punto di raccordo con i telespettatori più piccoli, una sorta di “proiezione”, dei personaggi con cui i bambini e le bambine possono facilmente identificarsi così da poter immaginare di lottare fianco a fianco con il cavaliere senza macchia, calzando il costume del ragazzo meraviglia o della donna pipistrello.

Durante lo scorrere degli episodi, Batman si troverà ad affrontare una galleria di nemici pittoreschi, alcuni come il Maniaco degli Orologi, Mr. Freeze, il Cappellaio Matto sono tratti dai fumetti, altri come Re Tut e Testa d’Uovo (interpretato da un incontenibile Vincent Price) verranno ideati appositamente per il serial, riuscendo a riscuotere un ragguardevole successo tra gli appassionati. I delinquenti più presenti nell’arco delle tre stagioni sono il Joker ed il Pinguino, interpretati rispettivamente da Cesar Romero - il quale non rinunciò a tagliare i suoi inconfondibili baffi, facilmente identificabili sotto il candido trucco - e Burgess Meredith, già famoso sul piccolo schermo per le sue quattro, indimenticabili apparizioni in “The Twilight Zone”. Romero caratterizzò il pagliaccio principe del crimine come un lunatico burlone, donando alla nemesi del personaggio cardine una connotazione capricciosa ed una personalità travolgente e suonata, come se fosse un cattivo balzato fuori da un cartone animato.  

Tutti i villan agiscono con le medesime intenzioni: vogliono a tutti i costi sconfiggere Batman, seminare il disordine nella tranquilla metropoli di Gotham, e portare a termine qualche furtarello. Nessuno dei vari antagonisti del paladino di Gotham si dimostrerà mai realmente “malvagio”. In linea con lo spirito della serie, gli avversari del Crociato Incappucciato assumono il ruolo di criminali scaltri ma al contempo inetti, cartooneschi, intrinsecamente sciocchi. Fra i più, soltanto la Catwoman di Julie Newmar saprà distinguersi e ritagliarsi un’identità particolareggiata, abbattendo i caratteri fanciulleschi della sitcom con la sua prorompente sensualità.

"Catwoman" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Nella serie televisiva Catwoman incarna, infatti, l’inatteso, l’elemento imprevedibile che fa vacillare le ferree certezze dell’eroe mascherato, costantemente ligio al dovere e mai propenso a godere di alcun piacere, sia pure momentaneo. Catwoman non è, infatti, un tradizionale antagonista, un cattivo da strapazzo, facile da decifrare nelle proprie subdole intenzioni e altrettanto semplice da acciuffare, da affrontare in duello o in qualche scazzottata a ritmo da ballo. Tutt’altro!

La donna gatto di Julie Newmar è l’estro, il brio, l’imprevisto. In un fare semiserio come quello tipico del telefilm, in un contesto fanciullesco, ingenuo, volutamente ironico, in un’ambientazione “kitsch”, Catwoman costituisce la sfumatura indistinguibile, il grigio che si insinua tra il bianco del bene e il nero del male, la venatura adulta, la tentazione più pericolosa per il cavaliere di Gotham impersonato dal signorile Adam West. Catwoman è la donna che fa tremare Batman, la “nemica” che è anche sua “amica”, l’avversaria che è altresì la creatura femminile che più lo attrae. Un bel problema per un miliardario tutto d’un pezzo come Bruce Wayne, un bell’impiccio per un vigilante esemplare che tiene sempre a ricordare, a tutti coloro che osservano le sue avventure attraverso l’occhio meccanico di una telecamera, i giusti comportamenti da seguire.

Catwoman è, dunque, la lusinga, il desiderio per un uomo casto e integerrimo come il Batman di Adam West. Pur agendo con la semplicità e la sventatezza che contraddistingue ogni personaggio del programma, ella sa essere maliziosa, provocante nei movimenti, melliflua nel parlato. Julie Newmar, con i suoi folti capelli, il suo vitino di vespa, stretto da una cintura color dell’oro, con i suoi fianchi ben sagomati, le sue gote tonde e rosee, e il colore bruno del suo costume che esalta ogni sua forma, era troppo bella, se non addirittura irresistibile per non elevarsi al di sopra di ogni altro supercriminale della città di Gotham. Catwoman ruberà, in parte, il cuore di Batman che, però, costretto a rispettare i suoi obblighi civili, saprà rinunciare a qualsiasi tentativo di corteggiamento. Entrambi, ad ogni nuovo scontro, reclameranno un bacio che sembrerà non arrivare mai. Tuttavia, in un episodio, i due gusteranno un gelato insieme, molto vicini, a un passo l’uno dall’altra. Ciò che più si avvicinerà ad un appuntamento.

Batman – La serie” è nota per il suo tocco “Camp”. Con questo termine, si vuole intendere l’uso intenzionale e sapiente del Kitsch. Al contempo, con il termine Kitsch si definisce uno stile artistico che finisce per scadere nel “cattivo gusto”. Già cinquant’anni fa, il filosofo italiano Umberto Eco aveva posto l’attenzione sul concetto di “Kitsch” e sulla sua introduzione, sempre più insistente, nella cultura di massa. Il cattivo gusto, per Eco, soffre della medesima sorte che Benedetto Croce riconosceva come tipica dell’arte: tutti sanno benissimo cosa sia e non temono di individuarlo, salvo trovarsi imbarazzati nel definirlo. Il Kitsch, in particolare, potrebbe essere illustrato come una forma di menzogna artistica che cerca di generare nello spettatore un particolare effetto. Hermann Broch, citato dallo stesso Eco nella sua opera seminale “Apocalittici e integrati”, avanza l’idea che senza una piccola dose di Kitsch nessun tipo di arte possa esistere.

I creatori della serie televisiva di Batman sembrano aver ghermito questo pensiero, facendo loro il carattere più evidente del “Kitsch” e piegandolo ai propri voleri, tramutandolo in “Camp”. I costumi poveri, sciatti dei due protagonisti, le trame sempliciotte, le battute scontate fanno parte di un uso deliberato e attentamente inscenato, di una forma d’arte satirica volta a generare il riso mediante l’ostentazione taciuta del grottesco.  

Nel 1966, tra la messa in onda della prima e della seconda serie, venne prodotto un lungometraggio: la prima, vera trasposizione di Batman per il grande schermo. Nell’opera filmica, Batman e Robin si trovano ad affrontare una pericolosissima alleanza di super-cattivoni: il Joker (in tal caso ribattezzato “Jolly”), l’Enigmista, il Pinguino e Catwoman hanno stretto un patto per mettere alle corde il vigilante e non lasciargli alcuno scampo.

Tra combattimenti con squali affamati, bombe da disinnescare, fughe rocambolesche e zuffe estremamente coreografiche, Batman dovrà guardarsi bene dal più insidioso dei fatali pericoli: l’amore. Difatti, la donna-gatto (interpretata dall’attrice Lee Meriwether, data la temporanea assenza di Julie Newmar), nelle sue sembianze da donna comune, intreccia con Bruce Wayne un romantico corteggiamento mentre, allo stesso tempo, nei panni di Batman e Catwoman i due continueranno ad essere schierati su fronti opposti. Un elemento che, con le dovute differenze, verrà rimesso in scena da Tim Burton in “Batman - Il ritorno”.

Batman – Il film” raccoglie tutti gli elementi estrosi della serie televisiva, miscelandoli alle caratteristiche stravaganti della stessa, elevando tali prerogative all’ennesima potenza. Il risultato è un susseguirsi di bizzarrie, di sequenze ai limiti del farsesco.

Si resta perplessi, piacevolmente “sconvolti”, si ride di gusto, talvolta a crepapelle, nel mentre si gustano i trucchi clowneschi, le trovare inverosimili, i buffi espedienti narrativi adoperati nell’opera cinematografica. “Batman – Il film” fa del Camp una forma d’espressione sofisticata, genuina, paradossale e divertentissima. 

Anche un sociologo come Arthur Asa Berger rivolse il suo sguardo, attento e scrupoloso, verso la popolare serie televisiva e sul fenomeno che essa generò, la cosiddetta “Batmania”. Il Berger notò come l’impostazione del format fosse decisamente “enfatica”. Tenne a ricordare ciò lo stesso Adam West, in un’intervista concessa a John Stanley. L’attore statunitense confidò che il progetto della serie era quello di rappresentare Batman da un punto di vista satirico. Tuttavia, tale “satira” non era del tipo più comune ma di un tipo del tutto speciale. L’elemento satirico consiste proprio nell’atteggiamento stilistico con cui il tutto si svolge e si sviluppa. Le caricature, le esagerazioni, le ridondanze sono accuratamente preparate e volute, ma non sortirebbero lo stesso effetto se non venissero recitate con totale sincerità.

Il compito di Adam West era quello di restare “serio” davanti al più comico degli equivoci, di rendere “credibile” il più illogico dei colpi di scena, di attenuare l’esagerazione fintanto da renderla sottilissima, fine, arguta.

Arthur Asa Berger bolla il film del 1966 con un giudizio inequivocabile: “orrendo”. Al di là del suo parere piuttosto inclemente, ciò che è più interessante scorgere nelle parole dello studioso americano è lo strano “destino” a cui andò incontro il Batman di Adam West. Come sostenuto dallo stesso Berger, nella mitologia del fumetto, Bruce Wayne, indossando il costume dell’Uomo Pipistrello, diviene una figura spaventosa, mostruosa che deve osteggiare figure altrettanto mostruose e grottesche, molte delle quali possiedono connotazioni animalesche. Il Cavaliere Oscuro è sempre stato un eroe torbido, implacabile, la cui ambientazione tetra e violenta ben si prestava ad una fascia di lettori prettamente maturi. Batman, nella sua prima incarnazione dal “vivo”, finì per essere deriso proprio dagli adulti che avevano letto i suoi racconti, venendo, al contrario, amato incondizionatamente dai bambini, i quali presero per schiette, per giuste, per appassionanti ed eroiche le audaci azioni che il Crociato Incappucciato compiva settimanalmente sui teleschermi delle loro case. Secondo il pensiero del Berger, gli adulti dell’epoca vedevano Batman come l’emblema della cultura Camp: un esempio “vivente” della crisi dell’eroe, il quale, nell’America degli anni ’60, non esisteva più, decaduto completamente come modello simbolico, come mito oramai desueto. Al contempo, per una nuova generazione di bambini quell’eroe spontaneo, premuroso e buono era ancora saldo, robusto, integro e non si era affatto consumato.

Il più grande merito del Batman degli anni ’60 fu quello di formare ed educare milioni di giovanotti sparsi per tutto il mondo, cresciuti con i sani valori dell’onestà e della rettitudine, principi cari allo stesso Adam, che volle, più volte, rapportarsi con l’idea romantica di un gentleman in calzamaglia.

Continua con la seconda parte...

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Montag" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Quegli imbecilli che marciano con il passo dell’oca come lei, dovrebbero leggerli i libri invece di bruciali!” - affermava con fermezza Sean Connery quando, in “Indiana Jones e l’ultima crociata”, vestiva i panni del professore Henry Jones.

Una frase proferita in uno scenario non certo idilliaco, in cui l’oscurantismo promanato dal Terzo Reich era prossimo a prevalere. Il professor Jones, in quel frangente, si rivolgeva ai soldati delle milizie tedesche, colpevoli di ardere intere cataste di libri. Un gesto barbaro, perpetrato per tentare d’estinguere ogni barlume di cultura, ogni anelito di conoscenza.

Le parole scritte inducono i lettori a pensare, a riflettere, a ragionare. Durante l’ultimo conflitto mondiale, secondo il credo totalitario del gerarca nazista, l’erudizione "autonoma" e la stessa istruzione "indipendente" dovevano essere cancellate, avvolte dalle fiamme. Il fuoco serviva, così, per ridurre in cenere i componimenti stampati e con essi annientare la libertà d’espressione, disfare l’intelletto e sopprimere la ragione.

Lo scrittore Raymond Bradbury trasse, in parte, ispirazione dall’orrida pratica nazista per scrivere e pubblicare, nel 1953, il suo capolavoro letterario “Fahrenheit 451”, da cui è tratto l’omonimo adattamento cinematografico di François Truffaut del 1966. La storia si sviluppa in un imprecisato futuro distopico in cui è severamente vietato dalla società dominante leggere o solamente possedere dei libri. Scorrere attentamente con lo sguardo un testo scritto, dunque, è un atto proibito, un autentico crimine. Persino le strisce a fumetti vengono tratteggiate su sfondi bianchi, amorfi, come se fossero anonime sequenze illustrate e prive di dialogo, di un messaggio, di un valore. Sono le grandi antenne che sovrastano la sommità degli edifici e le televisioni che da esse traggono la propria fonte di trasmissione a porre le menti degli uomini sotto un giogo incantatore che seduce, intontisce gli esseri umani sempre più spettatori passivi e sempre meno inclini alla lettura.

In questo scenario angosciante e surreale, i Vigili del fuoco hanno il tassativo compito di individuare  i libri e bruciarli. Che drammatico e inaspettato “rovesciamento di fronte” ha offerto questa società futuristica!

I Vigili del fuoco, gli eroi della realtà d’ogni giorno, nell’opera filmica, vengono "reinterpretati", osservati sotto una veste negativa, sotto un’uniforme antagonistica. I Vigili del fuoco di “Fahrenheit 451” sono rivisitazioni inusuali, generate da un governo indolente. Essi non sono, in effetti, dei “vigili” poiché non vigilano per nulla sugli incendi, non si battono per fronteggiare le fiamme; del resto le abitazioni, come tengono più volte a ricordare gli stessi, sono costruite con materiali ignifughi e dunque i compiti che un tempo essi espletavano quotidianamente sono diventati obsoleti, inutili, sorpassati. Gli incendi non si verificano più in questo mondo distorto che appare, però, così inquietantemente vero.

I pompieri, dunque, non spengono più le vampe ardenti, si prodigano, invece, nel provocarle: utilizzano il fuoco, lo generano loro stessi con l’ausilio di un lanciafiamme che brandiscono con disinvoltura per appiccare roghi sempre più frequenti, in cui consumare i libri rinvenuti nei posti più disparati. La dicitura impressa su alcuni elmetti di questi pompieri, ovvero “451”, induce a ricordare la scala Fahrenheit, una sorta di metafora con cui, di lì a poco, i libri cominceranno a prender fuoco, nell’inesorabile processo di combustione.

Il protagonista di questa storia atipica e spaventosa è il giovane Montag, appunto un pompiere. Montag si è arruolato come volontario, affascinato dalla "divisa" scura, eppure egli sembra non sapere molto circa il trascorso della Caserma in cui ha scelto di prestare servizio, circa il passato del Corpo Ufficiale a cui ha deciso di appartenere, tant’è che quando la sua nuova amica, Clarissa, un’insegnante conosciuta in metropolitana, gli rivela che un tempo i Vigili del fuoco estinguevano gli incedi e salvavano vite umane, egli si mostra alquanto sorpreso da una simile confessione. Montag, come tutti del resto, non si fa troppe domande. Le persone che quotidianamente egli osserva con una mal celata indiscrezione si muovono come automi sommessi, privi d’emozione, esenti da sogni, del tutto sprovvisti di fantasia. Essi sono poco più di un manipolo di anime grette, scialbe, mancanti di immaginazione, di pensiero astratto, spogliate dell’estro sognante che può derivare dalla coinvolgente lettura di un libro.

Montag non è una persona loquace, tutt’altro, è un uomo schivo e introverso. Ma quando Clarissa gli porrà una fatidica domanda, ovvero se lui ha mai sfogliato, se ha mai letto uno dei volumi che ha bruciato, il suo spirito si ridesterà dal torpore. La curiosità prevarrà nel suo cuore e sarà portato ad aprire uno dei tanti tomi capitatigli tra le mani, a decifrare i “segni” e i “simboli” in esso contenuti.

Montag comincerà, allora, a nascondere sempre più libri in casa e a leggerli tutti d’un fiato. Inizierà dapprima con “David Copperfield”, facendo non poca fatica, ripetendo il tutto a voce alta, mantenendo il segno con l’indice della mano destra e carpendo le parole con le dita e con la bocca ancor prima che con lo sguardo. Per Montag sarà un vero e proprio processo di apprendimento: riscoprirà cosa comporta la lettura, saprà quanto la mente potrà aprirsi sollecitata dai lunghi e intensi periodi di una pagina scritta.

Da quel giorno in poi, egli non riuscirà più a fermarsi. La lettura diventerà per il personaggio cardine di quest’avventura un bisogno irrinunciabile, in quanto carburante che muove la sua emozione un tempo abulica, piatta, spenta, ora più viva e accesa che mai.

Invero, nei suoi prolungati silenzi, Montag si era già dimostrato in passato un accanito lettore. Egli non parlava molto perché amava ascoltare, afferrare il pensiero degli altri, scrutare l’interiorità, sondare ciò che si cela oltre la parvenza, “leggere” le anime di tutti coloro che si rivolgevano a lui o che se ne stavano a pochi passi, quieti, afflitti o inanimati.

Montag sceglierà, infine, di ribellarsi, scapperà via e si rifugerà in campagna, divenendo un “uomo-libro”, un custode di memorie, di ricordi, di parole, di ghiribizzi e di sensazioni. Montag redime la sua esistenza, riscatta sé stesso, incarnando nei suoi silenzi, nei suoi laconici momenti e nelle parole dei libri da lui ripetute, la figura eroica con cui identifichiamo, in maniera classica, i veri Vigili del fuoco.

"I libri in fiamme" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Montag personificherà, sul finale, l’essenza di un uomo puro, di un amico, di un eroe in grado di salvaguardare e proteggere, con la propria conoscenza e abnegazione, il destino dell’Umanità. 

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Steve McQueen, interprete del Capitano Mike O'Halloran" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

  • Prometeo, il dio benefattore

L’allegro oscillare di una fiammella così come il divampare di una lunga lingua di fuoco è metafora di un divenire perpetuo. Il divenire è allegoria dell’avanzamento, l’avanzamento dell’evoluzione, l’evoluzione del progresso. Con lo sfregamento di due pietre focaie, l’antenato dell’uomo come oggi è conosciuto ha segnato l’inizio di una nuova era.

Il fuoco è un elemento della natura, eppure la mitologia greca insegna che il fuoco, in principio, era un prodigio ultraterreno, custodito gelosamente sul monte Olimpo, dimora degli dei, i quali mai avrebbero voluto che cadesse preda del genere umano.

Fu il titano Prometeo a far dono ai mortali del fuoco. Egli sottrasse una scintilla a Zeus, la nascose nella cavità di una canna e la portò nel mondo. Fu la vittoria più preziosa ma quella che costò più cara al dio benefattore. Prometeo pagò quel suo gesto con la condanna perenne e la genuflessione alla schiavitù in catene. Ciononostante quel suo nobile atto segnò, secondo i racconti antichi, l’avvento dell’evoluzione. Vi siete mai domandati perché, nei miti arcani, gli dei temevano che l’uomo scoprisse l’esistenza del fuoco?


Prometeo sottrae il fuoco agli dei, quadro di Heinrich Friedrich Füger

Invero, come la fiamma imperitura, che brucia in una progressione senza fine, così l’essere umano, con l’ausilio del fuoco, avrebbe sviluppato in modo pressoché illimitato le proprie inclinazioni nelle arti e nei mestieri, asservendo quella forza rossa a proprio piacimento, sia come mezzo per riscaldarsi durante i freddi inverni sia come fonte d’illuminazione per rischiarare l’oscurità della notte, nonché per la cottura dei cibi e la creazione della metallurgia. Con il fuoco l’uomo progredì, divenne più forte, arguto, indipendente dalla magnanimità degli dei.

Sebbene l’uomo sia in grado di controllare il fuoco, esso è un elemento pericoloso che può sfuggire al suo volere, alla sua gestione. L’uomo sfrutta il fuoco, usufruisce del suo “potere” ma sempre in costante allerta, ne vigila l’utilizzo, a volte l’abuso, poiché il divampare incontrollato di esso può tramutarsi in elemento guizzante e distruttore, e ridurre in cenere tutto ciò che incontra sul proprio cammino.


Prometeo incatenato, quadro di Jean-Louis-César Lair

Per vegliare costantemente sugli incendi esiste il Corpo dei Vigili del fuoco. Spesso paragonati agli eroi dei fumetti, sprovvisti di mantello e costume, i Vigili del fuoco hanno ispirato la cinematografia di tutto il mondo. Se nel racconto mitologico troviamo le prime tracce dell’esistenza e della successiva scoperta del “fiore rosso”, così come era solito definire il fuoco lo scrittore Rudyard Kipling ne “Il libro della giungla”, nel cinema possiamo trovare, immortalate su pellicola, le gesta eroiche di coloro che sorvegliano la potenza e i rischi correlati al fuoco: i pompieri.

Nel cinema italiano, la divisa del pompiere fu “calzata” persino da Antonio De Curtis, in arte “Totò”, che nel 1949 vestì i panni di un ironico vigile del fuoco ne “I pompieri di Viggiù”. La sua appartenenza al Corpo fungeva da pretesto alla narrazione filmica per dare vita a scenette tratte dal teatro di rivista. Il cinema nostrano ha poi continuato a proporre i Vigili del fuoco sotto una lente comica e secondo uno stile scanzonato, tipico delle commedie di stampo goliardico.


Immagine tratta da "Fahrenheit 451"

La figura dei Vigili appare, invece, assai più complessa nel film del cineasta francese François Truffaut “Fahrenheit 451”, un thriller fantascientifico ambientato in un futuro distopico nel quale la fiamma viene utilizzata come uno strumento di annientamento, opportuno per bruciare grandi quantità di libri che, in quanto mezzo di apprendimento, possono condurre un popolo schiacciato dall’apatia alla sovversione.

Nella trasposizione di Truffaut, tratta dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury, il Corpo dei Vigili ha l’ordine tassativo di distruggere i numerosi volumi scampati ai roghi, i tomi che perdurano, fino al momento in cui Montag (Oskar Werner), un pompiere, riscopre il piacere della lettura e la meraviglia della riflessione che essa è in grado di suscitare nella mente di un lettore.

Montag, travolto dalle emozioni prodotte dalla lingua scritta, sviluppa un anelito di ribellione. Questi diventa, in tale contesto, un eroe sospinto da un volere di riconoscimento, da un desiderio di rivalsa che lo porterà a cercare di ristabilire l’ordine in un mondo consumato dal torpore e dall’indifferenza generale e, infine, a fuggire, ad isolarsi da una realtà abulica e opprimente.

Il film “Fuoco assassino”, diretto dal premio Oscar Ron Howard, ha come protagonisti due fratelli vigili del fuoco, Stephen e Brian (rispettivamente Kurt Russel e William Baldwin), alle prese con un’intricata indagine riguardante alcuni incendi dolosi. Ma è forse il cult del 1974 “L’inferno di cristallo” ad essere uno dei titoli più emblematici del genere. Il lungometraggio si avvalse di un cast di prim’ordine, su cui spiccano Paul Newman e Steve McQueen, quest’ultimo interprete del capitano dei Vigili del fuoco Mike O'Halloran. La pellicola, diretta dal cineasta John Guillermin, è interamente ambientata all’interno del grattacielo più alto del globo terrestre.

Steve McQueen, celebre interprete di ruoli da eroe risoluto e spericolato, darà lustro e gloria al ruolo di questo coraggioso ed intrepido “vigilante”, eroe razionale e dal sangue freddo che riuscirà a salvare quante più persone rimaste imprigionate nel colossale edificio, attuando, con la collaborazione di Roberts (Paul Newman), un difficoltoso ma necessario piano per evacuare la zona, martoriata dal divampare dell’incendio. 

Dal racconto mitologico “all’’afoso” cinema “pompieristico”, il simbolismo fatale del fuoco seguita ad essere utilizzato per porre l’uomo al centro della narrazione, sia esso trattato come ricevente di un dono evolutivo, sia esso posto come l’accorto “guardiano” di un pericolo insidioso.


Raffigurazione del Titanic. Potete leggere di più cliccando qui.
  • Il monumento “cristallino”

La prestigiosa compagnia navale britannica White Star Line, quando ultimò la produzione di due transatlantici, realizzò una cartolina promozionale decisamente accattivante. Tale cartolina mostrava ciò che era effettivamente vero ma dava comunque l’impressione d’essere inverosimile. Questo perché quello che essa mostrava, lasciava chiunque di stucco tanto da indurre a credere i più che si trattasse di una esagerazione, di un paragone improprio, di una falsa equiparazione.

L’illustrazione appena citata ostentava, in un’ordinata successione, i palazzi più imponenti della Terra affiancati ai monumenti più antichi e maestosi del mondo. Al centro della cartolina, emergeva la rappresentazione verticale di una colossale nave: il Titanic.

Si trattava di una raffigurazione destinata a destare notevole clamore dal momento in cui ci si rendeva ben conto che quel piroscafo, così dettagliatamente illustrato, aveva una lunghezza superiore a tutte le altre costruzioni sorte sulla terraferma. Il Titanic, transatlantico della classe “Olympic”, appariva come l’oggetto” semovente più grande che fosse mai stato costruito dalla mano dell’uomo. La mastodontica nave, lunga 269 metri, impeccabile gioiello tecnologico, fu soprannominata “l’inaffondabile”, perché secondo le previsioni del periodo, i transatlantici avevano raggiunto delle dimensioni tanto ragguardevoli e un’affidabilità così elevata da rasentare la perfezione.


Un'altra cartolina del Titanic. Potete leggere di più cliccando qui.

Agli uomini d’inizio Novecento, il Titanic dava una fosca e superba sicurezza: quella di aver assoggettato le acque dell’Atlantico al volere dell’essere umano o per meglio dire, in una visione più ampia e di stampo prettamente filosofico, la nave faceva effluire l’idea di aver genuflesso l’intera forza della natura al dominio dell’uomo. L’imprevedibilità dell’accadimento o la tragicità di un inaspettato incidente non erano eventualità contemplate da tutti coloro che, sopraffatti da un’insana sensazione di invincibilità, peccarono di presunzione. L’equipaggio del Titanic, durante il viaggio inaugurale, cadde preda di una strana sicurezza, uno “spettro” astratto ed invisibile che aleggiava lungo tutta la nave e che si impadronì di loro conducendoli, tra la notte del 14 e del 15 aprile del 1912, ad un disastro senza precedenti.

Il Titanic era un colosso d’acciaio, più grande di qualunque altro edificio sorto sul suolo terrestre. La cartolina stampata dalla White Star Line rimarcava questo concetto, palesandolo come una verità assoluta, opportuna per magnetizzare l’attenzione di ogni aspirante passeggero, attratto dalla grandezza del piroscafo. La dimensione del transatlantico avrebbe generato stupore e creato un clima di fiducia nell’impeccabilità stessa della costruzione. Ma la grandezza del Titanic non era realmente sinonimo di affidabilità e d’inaffondabilità.


Il Titanic in navigazione. Potete leggere di più cliccando qui.

L’inferno di cristallo”, opera magna del cinema “pompieristico”, racconta l’inaugurazione del grattacielo più alto del mondo, ideato dall’architetto Doug Roberts. Lo smisurato edificio vantava una capienza di 138 piani e un’altezza approssimativa di 550 metri.

Il “monumento”, che appare bianco, trasparente come un lungo velo cristallino che si erge sino alle nuvole, assume le fattezze di un gigante con il volto proteso verso il cielo, di un “titano” che fa sovvenire alla mente il ricordo della cartolina citata poche righe prima.

Lavorando un po’ di fantasia si potrebbe supporre che, anche nell’immaginario del film, i produttori di questa monumentale costruzione avessero realizzato una speciale cartolina promozionale in cui i più alti edifici del mondo venivano, di colpo, sminuiti dal confronto con la solennità del grattacielo di cristallo.


Il grattacielo dilaniato dalle fiamme

Come accaduto realmente nella tragedia del Titanic, ne “L’inferno di cristallo” lo sfarzo delle ambientazioni e l’imponenza del progetto crearono un’ingannevole patina d’ingenua leggerezza. Alcuni addetti ai lavori ignorarono, infatti, le norme di sicurezza e riciclarono per la sistemazione dell’impianto elettrico materiale di dubbia qualità. Tale mancanza di zelo condurrà gli invitati, giunti sul posto per presenziare all’inaugurazione, ad incorrere in una gravosa emergenza.

Dal sistema elettrico scoppierà un incendio che distruggerà non soltanto quanto di meraviglioso era stato eretto dalle mani degli abili costruttori ma che arrecherà morte e dolore alle innocenti vite umane rimaste prigioniere in quel lussuoso “fabbricato”, tramutatosi in una prigione “fiammeggiante”.

Il grattacielo di cristallo, così grande e, in principio, apparentemente inviolabile, si trasformerà in un fragile gigante, caduto preda di fiamme avviluppanti come fuochi infernali. Data la gravità della situazione, i Vigili del fuoco, guidati dal Capitano Mike O'Halloran, preparano accuratamente un piano per evacuare l’edificio. Grazie al loro supporto, gli innocenti riusciranno a trovare scampo alla catastrofe.

L’inferno di cristallo” è un’ode rivolta al corpo dei Vigili del fuoco, un inno al loro coraggio e al loro pragmatismo. Il Capitano O’Halloran venne interpretato da Steve McQueen, eroe intrepido e risoluto del cinema spericolato qui catturato in una veste più flemmatica, saggia e generosa.

Il personaggio di McQueen agisce dall’esterno, coordinando le operazioni di salvataggio ai piedi di quel grattacielo che osserva quasi con disprezzo, come fosse un'effige color diamante, adusa a esternare la superbia dell’uomo.


"Mike O'Halloran" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Come una splendida nave che riposa, tutt’oggi, sul fondo dell’oceano dopo essere stata flagellata dai marosi, così, nella narrazione filmica, il grattacielo di cristallo collassò su se stesso per il solito, inspiegabile errore umano: quello di sottovalutare i rischi e dimenticare l’importanza della vita, bene prezioso ricordato proprio dal Capitano sul finale. “Nulla è e sarà mai più importante di una vita da salvare.”

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Redazione: CineHunters

"Sam Conrad" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

(Attenzione l’articolo contiene SPOILER sull’episodio “Gente come noi” della serie televisiva “Ai confini della realtà”.)

Sam Conrad partì per lo spazio tanti anni fa, a bordo di una navicella fresca di fabbrica. Essa riluceva di un perlaceo chiaro e aveva la forma di un lungo dardo acuminato. Nessuno seppe mai cosa accadde a quella astronave né al suo equipaggio, smarrito nel cielo plumbeo.

Tra me e me, di tanto in tanto, mi domando se Sam sia ancora lassù, tra gli ammassi stellari. Le sue tracce si persero non appena il modulo spaziale toccò il suolo del pianeta rosso. Si udì un tremendo boato, poi tutto tacque. Sam e Warren erano scomparsi, inghiottiti dalle stelle. Warren era l’altro astronauta della missione, un uomo di poche parole, freddo e austero. Questi non vedeva l’ora di salire sulla rampa del razzo vettore, azionare i comandi e issarsi in volo. L’attesa del viaggio l’aveva emozionato più del dovuto. Anche di Warren non si seppe più nulla.

Alla vigilia della partenza, Sam nutriva parecchi dubbi sull’esito della loro ardua missione. Non sapeva cosa avrebbe dovuto aspettarsi né se qualcuno se ne stava lì ad attendere lui e il suo compagno. Marte rappresentava l’ignoto, l’inesplorato. Al contrario di Warren, Sam non era, quel che si dice, un uomo d’azione ma uno studioso. Il suo mondo era composto da libri, da diapositive e microscopi.

La navicella sparì parecchie ore dopo aver lasciato la Terra. Alcuni ipotizzarono che le apparecchiature dell’argentea capsula con cui i due avevano percorso le vie del cosmo fossero state messe fuori uso da un violento impatto. Così, in effetti, avvenne, ma questa è una storia che solo pochi raccontano, poiché si è consumata in una dimensione remota che si erge sopra l'oscuro baratro dell'ignoto e sulle vette luminose del sapere; in un luogo che è senza limiti come l’infinito e senza tempo come l'eternità.

Il frastuono prolungato si interruppe bruscamente. Sam si svegliò di soprassalto. Non sapeva cosa fosse successo né se avesse raggiunto la meta. Aveva la testa gonfia e dolorante, la vista annebbiata. Strizzava gli occhi per vedere davanti a sé. Riconobbe la struttura interna della sua astronave, sebbene non riuscisse ancora a metterla a fuoco. Un rivolo di sangue colava giù dalla sua fronte, fino a inzuppargli le mani di un intenso colore scarlatto. La navicella pareva essere stata messa a soqquadro. I tavolini erano rovesciati, i mobili ammaccati, il computer di bordo era esploso, danneggiato nell’urto. Sam iniziò a ricordare. Rammentò d’essere stato balzato via dal sedile di guida, d’essersi scontrato con le pareti, d’aver battuto la testa.

Appeso ad un’asse metallico giaceva il corpo agonizzante di Warren. Pochi attimi e la morte sopraggiunse. Disorientato, Sam si alzò a fatica e fuoriuscì da un boccaporto. Attorno al luogo dell’impatto, vide una moltitudine di gente che lo attendeva. C’erano figure di uomini e di donne, ma non erano né uomini né donne. Erano gli abitanti di Marte, e somigliavano molto ai terrestri. Sam faticò a capire, ma si sentì sollevato nell’apprendere che, almeno in parte, la missione aveva avuto buon esito. L’astronauta aveva la prova che stava cercando: l’esistenza di altre forme di vita presenti nell’universo sconfinato.

Discese dal mezzo e si guardò intorno. Gli “indigeni” del pianeta si mostravano garbati ed ospitali. Si esprimevano in una lingua che Sam riusciva a capire, come se la sua mente l’avesse sempre conosciuta. I suoi occhi roteavano vorticosamente e squadravano le fattezze degli alieni. Sam vide una donna dai lunghi capelli sorridergli compiaciuta e forse intimorita. Sam non poté fare a meno di notare quanto fosse bella.

Toccò il suolo di Marte, e fu accolto, trionfante, dai suoi padroni.

Quella particolare razza aliena, così simile agli esseri umani, condusse il visitatore dentro un edificio che era stato messo su in un batter di ciglia, come fecero intendere subito i marziani. In effetti, lo avevano realizzato solo qualche istante prima dell’arrivo della navicella sul pianeta. Già, come per magia. La struttura dava su di un’ampia vallata semideserta. Sam varcò la soglia dell’abitazione e si ritrovò in un ambiente familiare, arredato di tutto punto. Era una casa, una dimora meravigliosa. I marziani avevano offerto a Sam un rifugio in cui trascorrere la notte, in attesa che la navicella venisse riparata dagli esperti costruttori che erano stati appena convocati.

Sam accettò di buon grado. L’alloggio era costruito su misura per lui: aveva comode poltrone in cui sprofondare liberamente, un letto a due piazze su cui distendersi. Le grandi finestre aperte si affacciavano su lande desolate. Prima d’entrare, Sam lanciò uno sguardo alla donna che gli aveva sorriso. Appariva triste e impietrita. Sam le allungò la mano, chiedendole d’incontrarla l’indomani. L’aliena rimase in silenzio.

Quando la porta d’ingresso si chiuse alle sue spalle, Sam non vide più nessuno. Rimase solo, a contemplare l’interno della costruzione. D’un tratto, l’ampia finestra che dava sulla vallata cominciò a spalancarsi come fosse il sipario di un teatro.  Le vetrate caddero giù, e furono immediatamente sostituite da robuste sbarre di metallo scuro. Sam si avvicinò, tese le mani e sentì il freddo dell’acciaio. La vallata rocciosa non era più deserta ma era piena di gente. Gente che somigliava agli esseri umani ma che non aveva nulla d’umano. Erano ancora i marziani a guardarlo con curiosità sempre crescente. Sam seguitava a non capire. Allora, lesse un cartello che nel frattempo era spuntato come d’incanto, e sul quale si leggeva: “Una creatura terrestre nel suo habitat naturale”. Il sangue che gli fuoriusciva ancora dalla fronte, subito, si raggelò. Sam finalmente capì: era stato messo in mostra come una fauna da studiare, una preda da sfoggiare.

Liberatemi!” – urlò disperato. Ma tutti lo ammiravano come un animale nel suo ambiente più congeniale: una casa. Per i signori di Marte, Sam era a tutti gli effetti una “bestia” misteriosa, un esemplare bipede dal manto fragile e indifeso.

Gridò sempre più forte, poi vide la ragazza a cui aveva stretto la mano. Ella piangeva, dispiaciuta. Allungò poi lo sguardo altrove e fuggì. Sam non ebbe più scampo. Sarebbe rimasto intrappolato lì dentro per tutta l’eternità, in quel carcere provvisto di acqua corrente ed energia elettrica.

Quegli alieni non somigliavano agli esseri umani solo nell’aspetto ma anche nell’agire. Anche loro schiavizzavano chi non conoscevano, rendevano prigionieri gli stranieri, sottomettevano coloro che arrivavano da lontano. I marziani erano esattamente una razza come quella da cui Sam proveniva, avevano la stessa intelligenza e vantavano la medesima pianificazione, l’egual fermezza e crudeltà.

Sam crollò sul pavimento, disperato. Quella “casa” che aveva visto, al principio, gli piaceva così tanto, gli ricordava il suo amato pianeta. Ma essa non era che una cella, la crudele ricostruzione di un ambiente familiare in cui un essere umano poteva sentirsi apparentemente a suo agio. Gli alieni sapevano che gli uomini, al calar della notte, hanno l’abitudine di rintanarsi nei loro spazi privati, nei loro confini, tra le mura amiche di un’abitazione. Così eressero un’alcova finta dove rinchiudere un uomo nel suo habitat ideale.

Mi domando se Sam viva ancora recluso lassù, sperduto tra gli spazi siderali. Mi chiedo se sappia cosa è avvenuto qui sulla Terra, se sia venuto a conoscenza del virus che ha costretto tanti suoi simili ad isolarsi, a rinchiudersi in casa per proteggersi. Anche per i terrestri, la dimora si è tramutata in una sorta di prigione.

Come ogni altro essere vivente, l’essere umano non è fatto per starsene in gabbia. Al contrario, egli è fatto per vivere all’aria aperta, per correre, camminare, per godere dei raggi del sole e per gioire del soffio del vento che gli sferza il viso. La “libertà”, più che un desiderio, è un istinto, una sensazione impossibile da soffocare.

L’odierno essere umano, quello che oggi abita la Terra, potrà quanto prima uscire. Sam no, non potrà più farlo. A volte, credo di sentire la sua voglia di fare ritorno, i suoi lunghi lamenti, trasportati dalla gelida corrente di quell’insolito oceano trapuntato di stelle.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Dall'alto della coffa del nuovo transatlantico della White Star, il Titanic, la vedetta Frederick Fleet scrutava la notte luminosa. L'aria era calma, limpida e terribilmente fredda. Non c'era luna, ma il cielo, senza nubi, brillava di stelle. L'atlantico sembrava un piano di vetro levigato; tutti, in seguito, avrebbero detto di non averlo mai visto così calmo. Era la quinta notte del viaggio inaugurale del Titanic verso New York, ed era ben chiaro ormai che non si trattava della più grande, ma anche della più bella nave del mondo."

E' questo l'incipit con cui Walter Lord cominciò la sua accurata ricostruzione delle ultime ore del Titanic. Il resoconto di Lord, così scrupoloso e ricco di dettagli, è tutt'oggi ritenuto il più fedele, il più veritiero, il più drammatico mai scritto in merito al disastroso naufragio di quella che fu, allora, considerata la nave dei sogni.

108 anni fa, precisamente la notte tra il 14 ed il 15 aprile del 1912, il piroscafo, gioiello dei cantieri Harland and Wolff di Belfast, entrava in rotta di collisione con una montagna di ghiaccio. Due ore dopo, nelle gelide acque dell'Atlantico, la nave si sarebbe inabissata, spezzandosi in due tronconi.

Negli articoli che seguono ripercorriamo il fascino e lo splendore arcano evocati dalla storia del Titanic. A guidarci in questo viaggio a ritroso sarà la trasposizione cinematografica di James Cameron, l'adattamento più famoso dedicato alla maggiore e simbolica tragedia marittima di tutti i tempi.

"Un'anima dell'oceano – L’affondamento del TITANIC tra cinema e realtà". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

“Titanic - 1997 – L’arte è un dono offerto a noi tutti". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

"I simbolismi di Titanic - 1997". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

"Titanic - Negli abissi del tempo". Potete leggere l'articolo cliccando qui.

Redazione: CineHunters

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"Dorothy" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Il Professor Tolkien ci mise tutti in guardia. No, non lo fece ad alta voce. Già, perché declamarlo se poteva scriverlo?

Or dunque, su di un foglio di carta immacolata trascrisse un pensiero indelebile come inchiostro. Beh, più che un pensiero si trattava di un “monito”, di un avvertimento che tutti i suoi lettori avrebbero dovuto tenere bene a mente. Così, per bocca di uno dei suoi personaggi di fantasia, il Professore tenne a ricordarci quanto possa essere pericoloso uscire dalla porta della propria casa. E perché mai sarebbe rischioso, vi starete chiedendo?

La risposta vien da sé. Quando si lascia il proprio alloggio ci s’incammina per un sentiero incerto, verso un orizzonte tutto da scoprire. Ci si mette in strada, per dirla alla buona, e se non si poggiano bene i piedi al suolo non si può mai sapere dove si finisce spazzati via dal vento.

"Bilbo Baggins" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

La casa è uno spazio sicuro, ciò che alberga là fuori, invece, nasconde ben più di quanto possiamo supporre. Quella del Professore non voleva essere, di certo, un’intimidazione, più che altro un invito a restare accorti, vigili sulle insidie del mondo esterno. Le parole di Tolkien riecheggiano forti e cariche di valore in questi tempi bui, nei quali trattenersi in casa, più che un piacere, è un serio dovere da rispettare.

Fu Bilbo Baggins a pronunciare quanto scritto da Tolkien e non per puro caso. Bilbo era uno hobbit scaltro e decisamente coraggioso. Gli hobbit, i mezzuomini concepiti dalla fervida immaginazione dello scrittore inglese, amavano starsene belli comodi a poltrire nei loro accoglienti rifugi. Erano dei tipetti abitudinari, piuttosto “pantofolai” sebbene non portassero né scarpe né alcunché che potesse definirsi tale. Tolkien aveva una certa predilezione per gli hobbit. Il suo stile di vita somigliava molto a quello dei piccoli abitanti della Terra di Mezzo. Anche Tolkien, come Bilbo, adorava trastullarsi in casa, dormire fino a tardi, fumare la pipa sprofondato in una poltrona morbida, guardando dinanzi a sé, rimuginando, riflettendo, immaginando.

Tolkien concepì gli hobbit come creature pigre eppur straordinarie, “figli” a lui molto cari, esseri che avevano gli stessi pregi e “difetti” del loro “padre”. Tutta la gente della Contea sapeva bene che venir fuori da quel caldo e confortevole “buco” scavato nel terreno poteva costituire un pericolo. Gli hobbit non erano soliti andare in cerca di guai, non si allontanavano mai troppo dai dintorni della loro amatissima terra verde. Solo qualcuno, ogni tanto, si dava all’intraprendenza, spinto da una sana e crescente curiosità. Tra questi si distinsero i Tuc e i Baggins, che divennero proverbiali per la loro grande abilità nel cacciarsi in strane storie.

Bilbo Baggins, per l’appunto, che si armò di coraggio nell’uscir di casa per accompagnare un drappello di intrepidi nani, era ben conscio dei tranelli e dei rischi che attendono coloro che errano per strade sterrate, verso mete tutt’altro che esplorate. Pertanto volle più volte avvisare il nipote, Frodo. “Stai in allerta, Frodo. E’ pericoloso uscire dalla porta. Controlla bene i tuoi piedi o, spinto dalla brezza, finirai in un luogo lontano”.

Aveva proprio ragione il vecchio hobbit. I venti sanno essere infidi e possono sospingere un’incauta vittima verso una zona molto remota. E’ ciò che, per certi versi, accadde a una bella fanciulla in un racconto molto diverso. Costei si era messa in strada, vogliosa di lasciar la propria casetta. Il vento la ghermì con il suo forte abbraccio e la condusse verso un regno misterioso.

Con l’immaginazione questa giovinetta sognava di viaggiare verso l’orizzonte, oltre l’arcobaleno. Lo agognava con tutta se stessa, lo voleva, eccome se lo voleva!

Prima d’essere afferrata dal soffio dell’aria, Dorothy, questa graziosa damigella dai capelli scarlatti, raccolti in due lunghe e folte code, si sentiva sola, inascoltata. I suoi zii non le davano retta, i suoi amici non le stavano dietro. Solamente Totò, il suo adorato cagnolino, le prestava la dovuta attenzione.

Eppure lei ci provava, ci provava con tutte le sue forze a farsi ascoltare. Ogniqualvolta era lì per lì, decisa a interloquire con Zeke, Hickory e Hunk, i tre contadini che lavoravano presso la sua abitazione, Dorothy si trovava costretta a scontrarsi con la dura realtà. Per quanto buoni e gentili, i suoi amici erano fin troppo ingenui, totalmente incapaci di comprenderla fino in fondo.

Il suo amico Hickory non aveva la sensibilità adatta per far sue le aspettative sommessamente proferite dalla graziosa Dorothy. Ad ogni farfugliamento della fanciulla, Hunk replicava prontamente, rimproverandole, in maniera scherzosa, di avere un batuffolo di paglia al posto del cervello. Zeke, poi, la interrompeva prima che potesse finire di esprimere il suo pensiero, spronandola ad agire, ad avere coraggio nel compiere le sue scelte, sebbene egli stesso non eccellesse per nulla in quella virtù.

La mente di Dorothy viaggiava senza conoscere confini, spaziava con eccessivo vigore da un angolo all’altro, sorvolando luoghi sconfinati e sempre più distanti.

Per certi versi, Dorothy nutriva gli stessi desideri e le stesse frustrazioni della dolce Belle, la protagonista della fiaba disneyana de “La bella e la Bestia”. Entrambe desideravano vivere delle avventure intense, e volevano fuggire da un villaggio di campagna troppo ristretto per contenere le speranze di una donna tanto giovane da somigliare a un bocciolo di rosa prossimo a schiudersi. Sia Belle che Dorothy provavano a instaurare un rapporto sincero con gli abitanti del luogo, ma dovevano cedere dinanzi all’ottusità di chi si poneva loro difronte: nessuno era in grado di decifrare le loro anime.

Se Belle vivrà la più grande delle sue avventure in un castello maledetto che un tempo fu splendente, Dorothy, dal canto suo, vivrà una vicenda del tutto diversa, in un mondo dove il cielo è sempre azzurro, gli alberi sono verdi e le strade costellate di diamanti.

La bizzarra peripezia di Dorothy avrà inizio un bel dì. A seguito dell’ennesimo scontro con la signorina Almira Gulch, una perfida megera che odia il tenero Totò per la sua attitudine a combinare pasticci, la giovane prende finalmente la decisione di andar via. Lungo il sentiero, s’imbatte in un bislacco stregone da quattro soldi, il signor Meraviglia, che la convince a far ritorno alla sua fattoria. Dorothy, ancora adirata, accetta il consiglio del “mago” e inverte la marcia. Durante il cammino di ritorno, Dorothy viene sorpresa da un improvviso temporale, preludio all’arrivo di un rovinoso tornado. La fanciulla fa appena in tempo a rincasare.

Rimasta sola nella sua camera, Dorothy batte la testa e perde i sensi. Il tornado si abbatte con tutta la sua forza distruttrice sulla casetta di legno, risucchiandola all’interno del vortice e trasportandola lontano, alle porte del regno di Oz.

Dorothy era giunta laggiù, oltre l’arcobaleno, nel posto che tanto aveva sognato. Oz era molto diverso dal Kansas, non era un luogo nebbioso, cupo, in cui un grigio perpetuo dominava ogni dove. Tutt’altro, Oz appariva, agli occhi della bella fanciulla appena arrivata, come un mondo sfavillante, dipinto con colpi di pennello pregni di accesi colori. Ma non tutto ciò che sembra bello lo è realmente.

Dorothy intuirà, sin da subito, che Oz nasconde molti pericoli, soprattutto quelli portati dalla malvagia strega dell’Ovest, una fattucchiera dal naso adunco e dalla pelle verde, che vola in sella ad una scopa. Dorothy, spaventata, vuol far ritorno a casa ma non sa cosa fare. Allorché Glinda, una strega buona dal bianco vestito, le indica il cammino da intraprendere: la giovincella dovrà raggiungere la città di Smeraldo, la capitale del regno di Oz, lì dove vive il grande e potente mago, che saprà cosa fare per darle ausilio.

Spronata dai consigli della strega, Dorothy comincia il suo viaggio su di una stradina luccicante d’oro. Lungo il percorso, la fanciulla incontra tre particolarissimi personaggi: uno spaventapasseri, un uomo di latta ed un felino dalla spessa criniera che non ha per nulla un cuor di leone. Tutti e tre diverranno suoi amici e compagni d’avventura.

Più trascorrerà il tempo, più Dorothy sentirà la mancanza della sua casa. “Mi manca il Kansas…” - sussurrerà, dispiaciuta, al suo Totò, il cucciolo che non l’ha mai lasciata. Il distacco dal mondo a cui era sempre appartenuta porta la ragazza a riflettere tra sé e sé. Quel desiderio di voler andar via dalla sua terra è ormai svanito.

Dorothy soffre terribilmente la lontananza dalla sua “abitazione” che giace, semidistrutta, alle appendici del regno. Ella teme di non poter più rivedere la sua casa innalzarsi, bella e solida, nella sua fattoria. Non è, naturalmente, soltanto una semplice “dimora” a mancarle, bensì ciò che quel mucchio di legna reca in sé: gli affetti, le carezze, le voci dei suoi zii, l’odore dei campi, il profumo dei fiori, tutte le cose che, attorno a quell’edificio, ella sentiva giorno per giorno e che ora non sente più. Oz è un mondo radioso, splendente, che seduce ogni sguardo, eppure, con i suoi colori, non è in grado di rubare il cuore di Dorothy, ancora legato alla sua terra natia, ancora devoto a quel mondo reale che, sebbene in bianco e nero, le dona una sensazione di tepore che nessun colore potrà mai sostituire.

Il mago sarà ben disposto ad aiutare la damigella, ma prima vorrà che lei e i suoi simpatici amici annientino la strega dell’Ovest. Con un grande cuore, tanto coraggio e altrettanta astuzia, i quattro riusciranno a sconfiggere la diabolica creatura e torneranno, trionfanti, dal mago. Questi si rivelerà nient’altro che un imbroglione, ciononostante saprà come accontentare Dorothy, desiderosa, più che mai, di far ritorno a casa.

Soltanto quando tutto sarà finito, la protagonista si risveglierà da quel brutto colpo in testa e scorgerà davanti a sé i suoi zii, preoccupati per lei, assieme a Zeke, Hickory e Hunk, i suoi tre amici, e perfino il signor Meraviglia. Ma è stata soltanto un’illusione, un’immagine onirica e nulla di più? Oppure è stata un’avventura vissuta realmente, in un luogo che giace tra il sonno e la veglia e in cui è possibile giungere soltanto se lo si vuole davvero? Esiste davvero quella regione che tutti chiamavano “Oz” e che permane laggiù, al di là del temporale, dove il cielo risplende e l’arcobaleno svetta imponente come un arco su di un portale da oltrepassare? E’ stato tutto vero o solo un sogno?

Dorothy non lo saprà mai. Saprà solo che lei, così come i suoi tre amici, volevano tutti qualcosa che già possedevano. Lo spaventapasseri voleva un cervello ma, senza accorgersene, vantava già una certa sagacia che gli aveva permesso di proteggere la sua Dorothy da tutte le minacce a cui erano andati incontro. L’uomo di latta voleva un cuore, ma lo aveva già sebbene esso non battesse ritmicamente sotto la sua scorza arrugginita. Ci vuole un gran cuore, infatti, per far da scudo ad una dolce giovinetta. Il leone codardo, quel grande e grosso carnivoro che viveva nella foresta e temeva qualunque altro animale, voleva il coraggio. Che ironia. Un felino che ha paura. E che ci sarebbe di strano? Aver coraggio, del resto, non significa non aver mai paura, significa non lasciare che la paura prenda il sopravvento. Il leone non tornò mai indietro, non lasciò mai soli i suoi amici, ebbe il coraggio di restare accanto a loro. Era anche lui un impavido, senza esserne consapevole.

Dorothy, infine, voleva raggiungere un luogo in cui sarebbe stata felice, ma lo aveva già trovato, perché nessun posto era bello come la sua stessa casa. Dorothy lo dedurrà durante il suo tortuoso e impervio viaggio.

"Dorothy, il Leone Codardo, l'Uomo di Latta e lo Spaventapasseri - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

In quei frangenti, ella ricorderà proprio che la parte più bella di ogni viaggio è sempre quella in cui si sta per far ritorno a casa.

Nessun posto è bello come casa mia!” - Lo disse Dorothy e sono certo che Bilbo sarebbe stato d’accordo. Ricordiamolo anche noi, in questi giorni preoccupanti in cui la nostra casa non è altro che il nostro Kansas e la nostra Contea.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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"Vincent Price, l'ultimo uomo della Terra" - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

Ricordo ancora il giorno in cui lessi quella pagina di giornale. Come potrei dimenticarlo. Si trattava di un giorno speciale. Kathy, mia figlia, la mia bambina, compiva gli anni, e le avevo preparato una festicciola di compleanno nel giardino della nostra casa. Sapeste quant’era graziosa! Se ne stava seduta buona buona, davanti ad una tavola imbandita, con tante candeline accese. Sul capo portava un cappellino a punta, guarnito con nastri colorati. Sorrideva, sorrideva per tutto il tempo.

Virginia, mia moglie, era indaffarata, tutta presa a tagliare la torta vicino ai bambini che la circondavano felici. La miravo da lontano. Era tanto bella. Aveva i capelli raccolti su di un lato. Un’acconciatura particolare che sfoggiava giusto per l’occasione. Sapeva che l’avrei ripresa, che avrei immortalato ogni momento con la stessa cinepresa che ero solito tirar fuori dalla confezione nelle ricorrenze più importanti. Lei lo sapeva. Si era fatta bella anche per questo.

Di tanto in tanto, sollevava lo sguardo e lo rivolgeva verso di me. Avvicinava la mano alla bocca e poi la lasciava cader giù. Mi mandava un bacio, ogni qual volta poteva. Ed io, con il volto velato dietro quella vecchia macchinetta da ripresa, ero lieto di riceverlo. Ricordo poi che me ne stavo in disparte, a sfogliare il giornale. Lessi la nota di un rotocalco, ma non diedi troppa importanza a quanto vi era riportato. Ciò che c’era scritto non aveva alcun valore, né fondamento. Era pura teoretica.

La malattia è portata dal vento” – recitavano quei fogli. Come avrei potuto crederci? Ero un uomo di scienza, allora. Confidavo soltanto in ciò che era stato già ampiamente dimostrato. Un germe che viaggiava nell’aria, che si spostava rapido sfruttando il soffio della brezza, non era una verità ma soltanto un’ipotesi, un’approssimazione semplicistica, priva di alcun riscontro scientifico. Ne ero fermamente convinto. Ben presto, però, tutto cambiò.

Venne il freddo, inatteso e subdolo. Il vento soffiava forte dall’Europa, come non aveva mai fatto prima. Gli alberi danzavano senza fermarsi, sollecitati dai soffi sempre più intensi e gelidi. I tronchi si flettevano, tormentati dall’alito malsano di una natura inquieta e malata. Le foglie cadevano, venivano sollevate dai forti refoli e si levavano sino al cielo, ripiombando poi giù, persistenti come una pioggia battente, ancor più veementi di una grandine incessante. Il virus era giunto in città.

Tanti si ammalarono senza neppure accorgersene. Non vi era scampo possibile. Il batterio aleggiava nell’aria, poteva essere dappertutto, così da contagiare chiunque. Era un qualcosa di invisibile, una minaccia non palpabile e, per questo, ancor più temibile.

Quando scoppiò l’epidemia, le persone reagirono nei modi più disparati. Taluni cedettero alle più estreme escandescenze, altri si abbandonarono al panico trincerandosi in casa. Molti, però, minimizzarono la questione, come se il male non fosse mai esistito. Ai loro occhi, il virus non era un nemico tangibile, pertanto si illusero che esso non rappresentasse una minaccia alla salute. Morirono uno dopo l’altro.

Rinchiuso nel mio studio, in quelle settimane, filosofeggiai. Pensai, sin da subito, che l’impercettibilità era la forza intrinseca di ogni virus o batterio. La sua “infima” dimensione, e di conseguenza la sua invisibilità, rende il virus un pericolo imprevedibile che getta nello sconforto chiunque. L’essere umano ha paura di ciò che non può vedere sin dall’alba dei tempi, da quando si rifugiava nelle caverne per sfuggire alle predazioni dei grandi carnivori che si celavano nelle foreste. Padroneggiando il fuoco, l’uomo poté sostenere gli attacchi degli animali lesti, dei predatori abili a mimetizzarsi nell’ombra. L’uomo, brandendo la fiamma, rese nitida l’immagine del proprio avversario, ed iniziò a vedere. Da ciò che vedi riesci a difenderti ma da ciò che non puoi scorgere non puoi reagire prontamente.

Il virus è un predatore misterioso, occulto, da cui non possiamo scappare perché non ci accorgiamo neppure della sua presenza. Esso è un parassita, un essere che vìola la nostra scorza. E’ questo che lo rende così spaventoso. La malattia rivela se stessa solamente quando è già entrata in noi, quando ha oltrepassato le nostre resistenze, insinuandosi al di là delle nostre difese. Così fece questo batterio. Arrivò attraverso l’aria, penetrò dalle vie respiratorie, infettò tutto il mondo.

Si ammalò anche la mia Kathy. Dapprima, avvertì una stanchezza strana e smise di giocare all’aperto. In seguito, si rintanò nella sua stanza poiché la luce del sole le arrecava dolore. Accadde così che un giorno perse definitivamente le forze e svenne. La raccolsi tra le braccia e si abbandonò alla mia presa, come se stesse dormendo profondamente. La posi a letto e la coprii con un velo bianco, trasparente. Seguitò a giacere tra la veglia e il sonno. Perse la vista e delirò. Virginia era disperata. Continuai a recarmi giorno e notte in laboratorio. Impiegai tutto me stesso per trovare una cura, per sintetizzare un siero che potesse fungere da vaccino. Non ci riuscii.

Centinaia di persone morirono dopo aver accusato i medesimi sintomi provati dalla mia piccina. Alle propaggini della città, fu scavata una gigantesca fossa comune dentro cui un fuoco ardeva perennemente. Non permettevano ai cittadini di seppellire i propri cari. Tutti noi dovevamo consegnare i nostri morti a delle unità di trasporto che, come cortei funebri, procedevano di quartiere in quartiere. Essi conducevano i morti alla rovina, per ridurli in cenere.

Non potei dire addio a Kathy. La presero e la portarono lontano. Non ebbi un luogo in cui poterla piangere. Riflettei su quanto le tombe potessero essere significative e indugiai sulle memorie che vissi da fanciullo, tra i banchi di scuola, quando lessi il carme di un grande poeta italiano, un tal Foscolo, il quale dedicò un toccante tributo all’importanza di un sepolcro. Una tomba, a suo dire, offre riparo ad un corpo la cui anima è volata via, ma dà, in particolar modo, un conforto al vivo, a colui che piange la perdita. Ci pensai continuamente. Io che ero rimasto in vita non avevo un tumulo in cui visitare la mia Kathy. Non potevo recarmi a trovarla, non potevo parlare sommessamente dinanzi alla sua lapide fredda. Fu il più grande tormento che patii.

Quando anche Virginia morì, ignorai l’ordine del Governo. Non la portai alla fossa, in quell’inferno orripilante ma le diedi una degna sepoltura. Le voci dei pochi sopravvissuti vagavano come un'eco per le vie. Si diceva che i morti scampati alle fiamme si destassero dalle loro fosse e tornassero a reclamare i sopravvissuti. Una sera sentii una voce flebile e spettrale chiamarmi fuori, in strada.

La mandata della porta compiva più di un singolo giro sotto il mio sguardo attonito, come se qualcuno stesse cercando di entrare. Chiesi chi fosse ma non ottenni risposta. Furioso, aprii e la vidi. Virginia, cerea di morte, irruppe in casa e cercò di afferrarmi. Fu allora che capii. Il virus non uccideva le persone, le mutava. Le rendeva schiave della notte, di una tenebra sovrannaturale. In molti evitarono le fiamme e caddero nel tempo. Poi si alzarono e vagarono per le strade. Rimasi soltanto io. Non seppi mai il perché. Provai a supporlo, ma non ebbi mai alcuna sicurezza. Il germe non mi infettò mai, rimasi immune.

Sono passati tre anni da allora. Ad ogni sorgere del sole un altro giorno ha inizio, lo stesso.

Il mondo intero, oramai, è una landa desolata e taciturna. Dai viottoli di montagna ai marciapiedi delle vie cittadine, carcasse di vampiri putrefatti campeggiano distese. Il sole è mio alleato, perché mi permette di dar loro la caccia. Quando ne trovo uno ancora “vivo”, nascosto in qualche edificio adibito a cripta, lo trafiggo con un paletto senza provare la benché minima pietà. Da uomo di scienza qual ero, sono divenuto un cacciatore del soprannaturale, di ciò che la scienza ha sempre ignorato. Che buffo scherzo del destino!

Loro sanno chi sono. Mi conoscono. Sono consapevoli che io rappresento l’ultimo uomo sulla Terra. Al calar del sole, si riuniscono nei pressi della mia casa. Mi chiamano. Mi intimano d’uscir fuori. Vogliono uccidermi. Raccolgono legna, armi e quant’altro e cercano di forzare la porta, di entrare attraverso le finestre. Ho rinforzato ogni angolo della mia abitazione per difendermi. Se mi spostassi in un’altra casa sarei al sicuro, non saprebbero dove cercarmi. Eppure, non riesco a spostarmi. Non posso lasciare questa casa. No, non la abbandonerò!

Una casa non è una fredda struttura di malta e mattoni. L’ho sempre sostenuto. E’ un rifugio dove le ansie e i timori non riescono a introdursi, a fare breccia. E’ un luogo sicuro, in cui poter vivere al riparo dai rischi del mondo esterno. Tra le mura di questo mio alloggio, perdurano le voci, le risate di mia moglie e di mia figlia. Nelle camere avverto ancora il loro odore, sento ancora la loro presenza. Questa è casa mia, l’unica cosa che mi è rimasta di una vita perduta. Nessuno potrà mai strapparmi via da qui.

Un altro giorno ancora. Un’altra caccia. Sfreccio per le strade a bordo di un carro nero, trascinando corpi diabolici e innaturali per dar loro una fine nel rosso delle vampe. Ad ogni tramonto, rientro. Rinforzo la porta con collane di aglio e grandi specchi lucenti. I vampiri non riescono a tollerare la loro immagine riflessa, li ripugna. Le superfici riflettenti possono tenerli a debita distanza. Sbarro ogni possibile via di accesso. Mi siedo sul divano e aspetto. La solita marmaglia si raduna e si avvinghia alle pareti esterne. Ragliano e ringhiano, pronunciano il mio nome tra un verso animalesco ed un altro.  Cerco di distrarmi, per quanto possibile.

Riprendo la mia cara cinepresa e guardo vecchie pellicole che ritraggono i miei cari. Scoppio a ridere sonoramente, una risata che si protrae in un ghigno esasperato, che si stende sino a scemare in un pianto lacrimoso e funereo. Nulla potrà mai darmi conforto. Il trambusto, il disordine, il frastuono di quei dannati tortura le mie orecchie stanche. Accendo il giradischi, illudendomi che la musica possa sovrastare il rumore dei vetri che si infrangono, dei legni che cedono. E’ tutto vano.

Un nuovo mattino si presenta all’orizzonte, e per la prima volta porta con sé una novità. Nella mia triste ronda mi imbatto in una figura di donna, mite e sana. Il suo corpo si staglia lontano leggiadro ed elegante. Ella cammina serena su di una collina, ed i raggi solari non le danno disturbo. Non credo a ciò che vedo. Riesco ad avvicinarla, sebbene tema il mio incedere. La porto a casa mia e scopro la verità: celata, in un angolo imprecisato della metropoli, una comunità di infettati ha trovato il modo di tenere a bada la malattia mediante l’assunzione di un farmaco che attenua gli effetti del morbo, ma solo temporaneamente. Per questi cittadini mutati solo in parte, io sono un mito da annientare, un “mostro” da eliminare.

Quale ironia, in questo mondo distorto io, il solo ad aver mantenuto la proprio normalità, sono divenuto, per coloro che dominano questa Terra, un essere anormale. E’ forse stato questo lo scopo della malattia? Distruggere la normalità per crearne una nuova, deforme, deturpata, assurda, impossibile per me da comprendere realmente. La donna è gentile nonostante paventi la mia aggressività. La invito a riposare in una stanza e, durante le ore successive, le somministro un antidoto ottenuto col mio sangue immune al male che ha fiaccato l’umanità intera. Ruth, così ha rivelato costei di chiamarsi, riprende lentamente colore, fisionomia, vivezza. L’antidoto funziona. Vi è un futuro per la razza umana, un futuro che io posso far sì che si adempi. Ruth, d’improvviso, mi intima di scappare. Loro stanno arrivando.

Fuggo via e vengo braccato. Raggiungo la prossimità di una chiesa e guadagno il sagrato. Sono circondato. Urlo la verità: io posso salvarvi tutti! Fermi! Fermi! Non odono le mie parole. Vibrano un colpo verso il mio cuore. Una lama mi trafigge. Cado al suolo con le braccia stese, come Cristo colpito dalla lancia che ha segnato il Suo destino.

Ruth mi raggiunge appena prima che cali il buio. Avrei potuto salvarli, ma non me lo hanno permesso. Non mi davano ascolto, non mi credevano. Non potevano fidarsi di un essere umano. Esso è ingannatore, violento, assassino per natura. Per loro, io ero una leggenda e mi hanno ucciso. Avevano paura di me. Erano loro ad avere paura di me.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

"Kirk Douglas" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

Io e papà ci scherzavamo su, ogni nove di dicembre. A dire il vero, cominciavamo qualche giorno prima. “Il compleanno di Kirk Douglas sta arrivando” – dicevo a mio padre e lui, prontissimo, faceva eco con la solita domanda: “Quanti sono quest’anno? 95, 96?” 

Kirk è del 1916!” – puntualizzavo, di rimando. Papà, allora, accennando un sorriso, annuiva, ricambiando il mio sguardo compiaciuto. Stupore, meraviglia e un muto gongolante “vai, continua così, Kirk!”, trasparivano dalla sua espressione facciale, tutte le volte.

Kirk Douglas era un’autentica leggenda ai nostri occhi. Non solo per la notevole carriera che egli si costruì passo dopo passo, copione dopo copione, ma anche per la sua impressionante longevità. Kirk visse una vita intensa, appassionata, straordinaria.

Nel 1954, l’anno in cui nacque mio padre, Kirk era già una star affermata e di prima grandezza. A quel tempo, si trovava impegnato a navigare a bordo di un legno malconcio, alquanto fragile, ma che riusciva, ancora, a domare la superficie dell’acqua. Il personaggio che Kirk stava interpretando cercava con tutte le sue forze di tornare a casa, nella sua Itaca, dalla sua Penelope. Le onde avverse, l’irrequietezza del mare e la furia di Poseidone ostacolavano il suo intento, impedendogli di esaudire il suo desiderio. Per Kirk, quel viaggio di ritorno si tramutò in un’odissea estenuante, in un’avventura senza fine. E così, nel 1954, quando papà venne al mondo, Kirk Douglas era sbarcato al cinema con l’ultima delle sue fatiche di quell’arco temporale: “Ulisse”.

Kirk Douglas insieme a Silvana Mangano, interprete di Penelope e di Circe

Qualche anno dopo, precisamente nel 1956, Kirk portava una barba rossa ed incolta, indossava abiti sudici e sporchi di pittura e si era, da poco, trasferito a Saint-Rémy. Una sera, questi si sdraiò e rivolse lo sguardo alla volta celeste; per tutta la notte, giacque sveglio, disteso supino, a pancia all’aria come si suole dire, assorto a rimirare le stelle. I suoi occhi si tuffarono tra quelle sinuose dune, s’immersero fra gorghi blu cobalto, tra luci sgargianti, tra i rami di quei cipressi alti e fitti che si stagliavano in cielo, fino a smarrirsi in esso. Kirk, in quel tempo, aveva assunto le sembianze del pittore Vincent Van Gogh, e se ne stava a contemplare il cosmo, a immobilizzare nella sua mente quel “tetto” azzurro intenso, tutto ammantato di corpi celesti rilucenti di vita propria e non. Fu in quei momenti che concepì in sé la sua Notte Stellata, mentre la mano sicura e decisa, seppur tremante, era già pronta a fissarla sulla tela.

Kirk c’era, c’era sempre stato. Che fossero gli anni ’40, ’50, ’60, la sua figura possente seguitava a dominare le sale cinematografiche di mezzo mondo. Immortalato sui nastri di celluloide, l’attore americano vagò da una meta all’altra, da un’epoca datata a quella successiva e poi oltre e oltre ancora, senza mai arrestare il proprio cammino.

Kirk era lì, nell’antica Roma, e assistette alla ribellione dei gladiatori. Li guidò con la sua mano ferma, colma di vigore, contro i loro padroni, quegli schiavisti cruenti e senza scrupoli.

Molti secoli dopo, quando alcune legioni dell’esercito francese scelsero di non fuoriuscire dalle trincee, di restare al sicuro, di non inseguire vacui orizzonti di gloria, che avrebbero condotto i militi alla fine, alla morte su di un terreno zuppo di sangue, Kirk era anche lì, insieme a tutti loro.  Durante la Grande Guerra, fu proprio lui a difendere con i gesti e la dialettica i soldati che appartenevano al suo reggimento, innocenti eppur rei di aver cara la vita, di aver tentato e fallito una manovra militare impossibile da compiere sin dal principio. Kirk si trovò anche laggiù, negli abissi, ventimila leghe sotto la superficie del mare, fianco a fianco all’empio e impassibile capitano Nemo. Kirk attraversò cinquant’anni di cinema americano, mille anni di storia, cento anni di esistenza. 

Era un mito inossidabile, un idolo intoccabile. Per me e per mio padre, ricordare il compleanno di Kirk Douglas era diventata una tradizione spiccatamente natalizia, visto il periodo. Ad ogni inizio di dicembre, il nostro giulivo ricordo di Kirk, che era nato in modo del tutto spontaneo, si presentava come una sorta di beneaugurante appuntamento. “Papà, tra qualche giorno sarà il compleanno di Kirk. Un altro anno è passato”. Ne parlavamo anche negli attimi in cui tiravamo fuori dallo scatolone l’abete per addobbarlo. In quei momenti il nostro pensiero andava ancora al grande Kirk, all’attore, all’uomo, con un grandissimo augurio di Buon Natale.

Stando a una nostra "intuizione", i lineamenti del viso di Ercole, protagonista della pellicola disneyana "Hercules", ricordano moltissimo quelli del grande attore Kirk Douglas. Oltre alla forma delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. I disegnatori di "Hercules" non hanno mai dichiarato di essersi ispirati a qualche "star" in particolare. Tale, possibile, somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film ed è assolutamente di nostra ideazione. Potete leggere di più sul film in questione cliccando qui.

Quest’anno, purtroppo, è stata l’ultima volta che abbiamo avuto la possibilità di parlare del suo compleanno, ma non potevamo di certo saperlo. Ci eravamo illusi, sotto sotto. Per noi, Kirk Douglas era riuscito nell’impossibile: aveva arginato la morte, era riuscito a divincolarsi dalle sue grinfie. Sapevamo che prima o poi l’irreparabile sarebbe arrivato ma, con un pizzico di ingenuità, non volevamo crederci. Kirk Douglas si è spento qualche settimana addietro, alla veneranda età di 103 anni. Un traguardo eccezionale, il suo, raggiunto al termine di una vita dinamica, faticosissima, entusiasmante, impegnata e vissuta sempre a ritmi frenetici.

La mattina in cui seppi della sua morte, decisi di prendermi una pausa. Nel pomeriggio, cominciai a rivedere uno dopo l’altro tutti i suoi film più celebri. In seguito, mi fermai a indugiare sui ricordi e mi chiesi: quando “incontrai”, per la prima volta, Kirk Douglas? La mente vagò rapida e si soffermò, nuovamente, su mio padre.

Era una domenica come tante, e papà mi aveva fatto dono di una vecchia videocassetta. Con tono sfacciato, disse che in quella cassetta vi erano alcuni tra i più grandi attori di tutti i tempi. La guardai. L’immagine stampata sulla custodia mostrava, al centro, un tipo serioso, catturato in una posa eroica. Questi brandiva una fiaccola accesa, agitandola verso l’alto. Si trattava della videocassetta di “Spartacus”, uno dei lungometraggi simbolo della filmografia di Kirk Douglas.

Questo kolossal, diretto da Stanley Kubrick, fu espressamente voluto dallo stesso Douglas, il quale investì una cifra sostanziosa nella produzione della pellicola. Kirk desiderava fortemente recitare nei panni di un eroe d’altri tempi. Precedentemente, aveva cercato in tutti i modi di assicurarsi la parte principale in “Ben-Hur”, ruolo che andrà ad un altro gigante del cinema, Charlton Heston.

Non essendo riuscito ad ottenere quella parte, dunque, Douglas si mise in affari per conto proprio e “commissionò” a Stanley Kubrick il progetto “Spartacus”. Il ruolo del guerriero trace, dello schiavo che si erge e affronta coraggiosamente la Repubblica di Roma, parve cucitogli addosso. Kirk, infatti, anche nella realtà, si dimostrò sempre un uomo audace, indomabile, incorruttibile. Egli non si piegò mai alle regole imposte dallo Star System hollywoodiano, anzi tutt’altro. Le fronteggiò con ardore. Scardinò le limitazioni, i pregiudizi generati dal Maccartismo. Restituì la libertà a chi gli era stata sottratta, si impegnò, con coraggio, rischiando in prima linea, per dare lavoro e dignità a coloro che erano finiti nella lista nera.

Douglas e Jean Simmons in una scena di "Spartacus"

Kirk Douglas si configurò come un gladiatore romano riapparso nel ventesimo secolo, un guerriero, un lottatore che si erse sui vigliacchi e che non si genuflesse mai ai potenti. Un caso emblematico per comprendere ciò avvenne proprio durante la lavorazione di “Spartacus”. Kirk voleva che Dalton Trumbo, noto sceneggiatore escluso dal business per sospette simpatie comuniste, curasse la sceneggiatura del suo film. Douglas non si lasciò intimorire dalle dicerie e prese Trumbo con sé. L’interprete pagò lo scrittore a sua spese e pretese che il nome del suddetto sceneggiatore fosse inserito nei titoli di coda.

Con grinta e impavidità, Kirk Douglas sfidò apertamente le reticenze, le ipocrisie del cinema statunitense, contribuendo a ribaltare tabù e preconcetti limitanti e oppressivi. Se il personaggio di Spartacus sarà destinato a cadere contro l’esercito romano e a morire sulla croce come un messia violento e rivoluzionario, Kirk, al contrario, riuscirà a trionfare, ad estirpare il clima ostile e paranoico vigente nella vecchia Hollywood dell’età dell’oro.

Le somiglianze tra Kirk e le sue controparti sul grande schermo, le similitudini tra la “persona” ed il “personaggio” non riguardano soltanto “Spartacus”. Sono molteplici i soggetti virili, temerari, ma anche pacati e buoni a cui Kirk Douglas conferì vita eterna tra i contorni nitidi di una cinepresa

Kirk somigliava pure ad Ulisse, il celebre eroe omerico che Douglas impersonò con passione e coinvolgimento. La pazienza, la tempra resistente, il carattere energico e la tenacia di Kirk erano proverbiali. Come Ulisse, Douglas non si dava mai per vinto e, come lo stesso Odisseo, il quale, per anni, lottò contro gli oceani ribollenti di collera avendo, come unico conforto, il ricordo della sua sposa, Kirk rimase innamorato della stessa donna per più di cinquant’anni. Douglas sposò Anne Buydens nel 1954, e insieme a lei rimase per tutto il resto della sua vita.

Anne era per Kirk ciò che Penelope fu per Ulisse: una certezza, un’ancora tenace, un porto su cui attraccare senza voler mai ripartire, un richiamo perenne, una meta da raggiungere costantemente. La conobbe sul set di “Atto d’amore”. Ne rimase incantato, ne venne rapito. Anne era una donna attenta e intelligente, una bionda furba e con la risposta sempre pronta. Ella non si lasciò facilmente “abbindolare” e sedurre dal divo di turno. Così, respinse le avance. Il corteggiamento per Kirk fu decisamente spossante, si protrasse per settimane ma, infine, sortì l’effetto sperato. Anne capì che per Douglas non si trattava della solita, fugace avventura di una notte. Acconsentì al loro primo appuntamento, a cui ne seguirono molti altri. In breve tempo, convolarono a nozze. Il loro sarà un matrimonio duraturo, sebbene Kirk, un po’ come lo stesso Ulisse, non esiterà ad essere “infedele”. Del resto, Kirk era un duro di buon cuore ma anche un “infame”, per sua stessa ammissione.

Con la moglie Anne Buydens

Egli era un sognatore, un idealista come il colonnello Dax, il protagonista di “Orizzonti di gloria”. In quest’opera filmica, Douglas impegnò tutto se stesso per portare in scena una tematica scomoda. La tragica battaglia “legale” condotta dal colonnello per salvare la vita a tre commilitoni, condannati alla pena di morte per un “crimine” mai commesso, evoca una critica sprezzante al militarismo, alla guerra che non custodisce, in sé, alcuna gloria.  Idealista fu anche un altro personaggio impersonato da Douglas, ovvero Jack Burns, un cowboy che si allontanò volontariamente dalla modernità per vivere a contatto con la natura, seguendo i dettami, le leggi, il credo di un passato “western”, di un mondo fatto di lealtà ed onore che non esiste più.

Per il ruolo del tormentato pittore olandese, Kirk Douglas vinse un Golden Globe e fu, inoltre, candidato all'Oscar come migliore attore protagonista

Kirk Douglas vantava un carattere infaticabile, una personalità irrequieta, ansiosa di creare, di fare arte in ogni sua forma. Questo lato della sua persona ricordava quello del pittore olandese Vincent Van Gogh a cui Kirk Douglas prestò il suo inconfondibile volto in un’interpretazione straordinaria, e per la quale mancò clamorosamente il premio Oscar.

Le pellicole più importanti della sua carriera costituiscono una fonte da cui attingere informazioni, una sorgente da cui trarre un’indicazione, una verità sull’identità sfaccettata di questo attore che visse per più di cento anni.

In una scena di "Orizzonti di gloria"

Ma forse, il ruolo più interessante e complesso di Kirk Douglas resta quello che, di rado, viene menzionato. Un ruolo profondamente diverso da quelli a cui ci ha abituato, che poco ha a che vedere con la personalità di Kirk Douglas. Come si è soliti affermare: un bravo attore si dimostra tale quando dà vita a un personaggio che è quanto di più distante da se stesso.

Se con i ruoli citati in precedenza, è possibile scandagliare l’animo di questo artista indipendente in virtù delle affinità evidenziate tra persona e personaggio, facendo riferimento a quest’ultima parte, sarà possibile, invece, indagare un’altra caratteristica: il talento, la bravura eccelsa di Douglas nel dare forma, presenza, portamento e voce ad un personaggio corrotto, insensibile, insaziabile e arrivista.

Nel film “L’asso nella manica”, per la regia di Billy Wilder, Kirk Douglas interpretò Charles Tatum, un giornalista arrogante e senza scrupoli, disposto a tutto pur di arrivare allo “scoop”.

Charles ha lavorato per i quotidiani più importanti di New York, venendo poi sistematicamente licenziato da ognuno di essi per cattive abitudini tenute sul luogo di lavoro. L’uomo, poco propenso a cambiare comportamento, rimasto senza un soldo, giunge ad Albuquerque e viene assunto nel piccolo giornale cittadino. Attende più di un anno per trovare una grande “notizia” che possa riportarlo sulla breccia.

Con Walter Matthau, Kirk Douglas girò uno dei suoi film più apprezzati: "Solo sotto le stelle". Potete leggere di più su Walter Matthau cliccando qui.

Un giorno, Charles si imbatte in un evento decisamente particolare: una frana che ha intrappolato all’interno di una montagna un pover’uomo, Leo Minosa. Costui, da svariati giorni, stava saccheggiando tombe indiane in una vecchia caverna. I nativi avevano avvertito il ricercatore circa i pericoli celati in quel massiccio roccioso, su cui aleggia un’oscura maledizione. Fiutando le potenzialità dell’accaduto, Charles si avventura in quei luoghi e incontra l’uomo, rimasto con entrambi gli arti inferiori bloccati sotto un cumulo di grosse pietre. Un corposo masso sbarra la strada e separa il giornalista dal saccheggiatore, e i due riescono ad interagire soltanto attraverso una sottile apertura.

Charles comincia a scrivere il primo articolo sull’incidente. Mescolando elementi reali ad allusioni sovrannaturali riguardanti il presunto anatema che si è compiuto ai danni del “profanatore di tombe”, il giornalista crea una narrazione avvincente che desta l’attenzione di molti lettori.  Charles, giornalista navigato, rammenta come scrivere un “racconto” intrigante e a puntate, conosce i gusti del “pubblico”, sa che la notizia dovrà apparire sensazionale e la “questione” lunga e complessa. Concorda così con lo sceriffo del luogo di ritardare il più possibile i soccorsi. Per giorni, Charles scrive articoli repleti di parole forti, ammiccanti, appassionanti, che descrivono lo stato d’animo, la sofferenza dello sventurato rimasto prigioniero della montagna. I lettori vogliono sempre più particolari e non riescono a smettere di leggere tutti i pezzi che i quotidiani propongono loro. Una folla si raduna nei pressi della catena montuosa, e la tragedia umana finisce per tramutarsi in una forma raccapricciante di spettacolo. Charles trascinerà la sua inerme vittima sino allo sfinimento. Solo allora, distrutto dai sensi di colpa, si renderà conto del suo agire disumano e fraudolento, del suo tradimento compiuto nei riguardi del giornalismo libero e vero.

Kirk Douglas, col ritratto del suo reporter arrivista, lanciò una critica severa alla spettacolarizzazione del “fatto”, alla cronaca plasmata secondo le regole dell’intrattenimento, del “mito” narrato, il quale mira, sovente, a generare una reazione emotiva piuttosto che a stimolare una coscienza collettiva.

Se con “Spartacus”, “Ulisse”, con “Orizzonti di gloria” e con “Brama di vivere” aveva messo in mostra l’eroismo, la tenacia, l’orgoglio, l’altruismo, la genialità e l’amore per l’esistenza umana, caratteristiche che derivavano dalla sua stessa persona, al contrario, con “L’asso nella manica” Douglas volle ricordare la malvagità, l’opportunismo che può albergare nei cuori delle persone.

Fu questo il compito più importante e simbolico compiuto da Kirk Douglas. Rammentare quanto il sadismo, la crudeltà, e soprattutto l’egoismo umano possano essere corrosivi e pericolosi.

Dall’individualità, dall’egoismo, il cinema, che ha visto Kirk Douglas tra i suoi più grandi rappresentanti, non smette mai di metterci in guardia, educandoci nell’essere persone migliori.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Infine, si è arrivati a mettere in discussione anche Fiorello.

Permaloso” – ha scritto qualcuno.

Pesante” – ha tuonato qualcun altro.

Che primadonna” – hanno sibilato gli indignati.

Fiorello ci è rimasto male. E’ amareggiato, ferito, un pizzico turbato come accadrebbe ad ogni artista su cui è stato riversato un odio inaspettato e quanto mai ingiustificato.

Tutto ha avuto inizio qualche giorno fa. Il “turbolente” antefatto è notorio, ma credo sia doveroso riepilogarlo brevemente. Durante la seconda serata del Festival di Sanremo, Tiziano Ferro è costretto a esibirsi all’una di notte. Il cantante, decisamente infastidito, porta la faccenda all’attenzione di Amadeus. Ferro borbotta quanto segue: “Ama, è l’una, vogliamo fa' qualcosa domani? Hashtag: fiorellostattezitto”. In platea, tutti ridono. Nessuno dei presenti può ancora immaginare i “nefasti” effetti di questo scambio scherzoso.

Tiziano Ferro lascia, ironicamente, intendere che la colpa del “grave” ritardo sulla tabella di marcia e il conseguente slittamento a serata inoltrata della sua esibizione siano da attribuire a Fiorello, ai suoi corposi interventi, i quali, il giorno dopo, verranno definiti da taluni “lunghi sproloqui”.

Basta tornare a rivedere la scena incriminata per accorgersi subito che Tiziano Ferro non ha grosse colpe. Il suo tono è disteso, tranquillo, chiaro, e non lascia spazio ad alcun fraintendimento: egli voleva solamente scherzare, sfogare la tipica frustrazione di chi attende tanto in camerino prima d’essere catapultato sul palcoscenico. Tuttavia, Ferro non sa di aver innescato una scintilla, di aver acceso una miccia esplosiva. Poche ore più tardi, accade qualcosa di inaspettato: il popolo che traffica su internet agguanta l’hashtag, lo fa suo, lo modella alle proprie necessità per poter esprimere un viscerale dissenso, per sfogare una rabbia incontrollabile. Fiorello diviene, così, il bersaglio di una miriade di commenti negativi. Certuni lo bollano come insopportabile, altri come una figura onnipresente ed invasiva, altri ancora scrivono che non fa più ridere da tempo, e che nessuno ha il coraggio di dirglielo.

Su Twitter, molti utenti cinguettano a più riprese contro il bravo showman. In tanti invadono la piattaforma, portando alla ribalta proprio quell’hashtag lanciato, incautamente, da Ferro sul palco più prestigioso d’Italia. L’indomani trasborda la questione al di fuori dei confini di Twitter: Fiorello è in tendenza, tutti ne parlano… male!

Logorroico, noioso, sciocco, pedante – questa è solo una parte degli innumerevoli commenti che è possibile leggere. Centinaia e centinaia di frasi rimbalzano da una parte all’altra, venendo scritte e ritwittate a più riprese dai soliti che, per l’eccessiva fretta di rigurgitare la propria opinione via social, non si curano di ponderare, di pazientare, di dosare il pensiero, le parole che scelgono di utilizzare nei riguardi di un personaggio sulla cresta dell’onda.

Tiziano Ferro non ci aveva pensato, forse non poteva supporre ciò che sarebbe avvenuto. Proferendo quella semplice “battuta”, generando quell’hashtag, egli ha inavvertitamente chiamato a raccolta i suoi fan, che si sono mobilitati in schiere minacciose e aggressive.  E’ questo il potere, o per meglio dire il pericolo celato, insito, nei mezzi di comunicazione contemporanei.

Basta un nulla, un appello sbagliato, una parola fuori luogo, una “proposizione” pronunciata senza la giusta attenzione, a scatenare il gregge. L’hashtag è un artificio potentissimo, esso crea un flusso comunicativo che accoglie il parere di chi vuole esprimersi su di una specifica tematica. Nel caso in cui l’hashtag vuol simboleggiare una presa di posizione, un attacco verbalmente violento verso un individuo, esso si tramuta in un’arma che accumula dardi appuntiti, frecce infuocate che vengono scagliate contro il soggetto posto al centro di quel “discorso”, di quell’hashtag, per l’appunto.

Fiorello, proprio per colpa di un banalissimo hashtag, è divenuto un bersaglio su cui molti si sono sentiti in diritto di sentenziare, di sparare a zero. Perché è anche questa l’efficacia, il potere emanato da ogni hashtag: dare la possibilità a chiunque, persino a chi non è minimamente interessato, di partecipare, di unirsi al movimento, alla rivolta, anche per pure velleità, tanto per farne parte.

Ma la colpa non è certo di Tiziano Ferro. La colpa è di chi usa il web come una valvola di sfogo, uno strumento per dibattere sui difetti fisici, sugli errori, sulle gaffe naturali di chi appare sul piccolo e grande schermo. Sui social e, purtroppo, anche negli infimi quotidiani italiani, si ha, ormai, la fretta di imprimere le proprie parole scevre da alcun ragionamento, da alcuna riflessione lucida.

Le suddette parole, pertanto, non vengono mai dosate, divengono un fiume in piena attraverso cui esternare il proprio astio, la propria sprezzante critica senza il dovuto rispetto, senza badare se ciò che si scrive può ferire il diretto interessato. In fin dei conti, l’autore, sui social, è ben nascosto dietro un cellulare, usufruisce di una banale tastiera e può dire quello che desidera senza conseguenze, senza rischio e alcun rimorso.

Probabilmente, se non ci fosse stato il web, tra Fiorello e Tiziano Ferro non sarebbe accaduto nulla, anzi, il tutto si sarebbe risolto immediatamente con qualche abbraccio e qualche sorriso. I due avrebbero scherzato dal vivo, faccia a faccia, si sarebbero congedati cantando in duetto qualche brano famoso, cosa che, con ogni probabilità, faranno davvero. Magari, per stemperare gli animi, diranno che è stato tutto un buffo scherzo, una lezione da cui imparare sul tema del cyberbullismo.

Che questa vicenda sia del tutto veritiera o no, ciò che è fuor di dubbio è che, per “colpa” di internet, Fiorello si è sentito realmente esposto, vulnerabile, scalfibile da chi ha addirittura paragonato la sua immagine a quella di un comico finito, lui che è sempre stato un mattatore del palcoscenico.

In questo specifico caso, quando gli utenti usano brutti “aggettivi”, definizioni svilenti, insulti aspri e cattivi, si ricordano di chi stanno parlando? Chi è Fiorello?

Un artista completo! Non esistono altre parole più pertinenti per poterlo definire. Presentatore, comico per antonomasia, imitatore, cantante, doppiatore: Fiorello è, dagli anni ’90, lo showman d’eccellenza del panorama italiano. Ma ciò, per i più, non basta, non lo rende esente dalle critiche mortificanti che possono piovere d’improvviso, giungere come un torrente pronto a esondare. Secondo le fredde e distaccate opinioni del web, Fiorello è stato ridotto a macchietta, a spalla scontata del presentatore, ad amico deleterio che rischia di rubare la scena e infastidire. Coloro che criticano così crudelmente l’artista catanese saranno gli stessi che sminuiscono la figura di Roberto Benigni, un vanto della nostra Italia, un premio Oscar, un uomo di sconfinata cultura e talento, anch’egli, oramai, descritto come un monologhista inutile, barboso, persino scocciante.  

Un’opinionista molto famosa che non appartiene soltanto alla realtà del web, ma che, per mestiere, passa il tempo a osservare ciò che fanno gli altri, gli artisti veri, per poterli tacciare, per poterli valutare negativamente, per poterli distruggere con insensibilità, quest’oggi, ha mosso una critica forte a Fiorello, illustrandolo come un uomo che soffre patologicamente del timore di non piacere a tutti, di “floppare”, di fallire. L’articolista strutturava tutto il suo pezzo rimpicciolendo la figura del comico/imitatore, che, a suo dire, non si è mai reinventato negli ultimi trent’anni, peccando di indecisione e di incapacità di reagire alle contestazioni.

Che Fiorello abbia diradato le proprie apparizioni in televisione in tutti questi anni per problemi di ansia e di insicurezza è storia nota.  Lo ha ammesso, spontaneamente, lui stesso. Ma l’umana paura di sbagliare, di non essere all’altezza, non dovrebbe essere una fonte di polemica, quanto di apprezzamento. Fiorello, nonostante l’ansia da prestazione che, a suo dire, lo tortura ad ogni nuovo progetto, ha sempre dimostrato di possedere uno stile unico, di essere un intrattenitore senza eguali, abilissimo nel dominare la scena.

Se persino Fiorello deve essere contestato, ridotto a cabarettista qualunque, vuol dire che, veramente, certi artisti in questo paese non ce li meritiamo.

Nel film di Don Bluth "Anastasia", Fiorello prestò la voce a Dimitri

Ed è fin qui che si spinge la mia conclusione. Non è un problema limitato al web, è un problema più profondo: le persone, e con persone faccio riferimento alla massa, amano osteggiare, offendere, insultare ancor più che apprezzare, che siano i tizi che brandiscono un cellulare e twittano la loro gratuita antipatia, che siano gli opinionisti più scaltri che hanno libero accesso ad un giornale e un account con migliaia di follower da poter influenzare.

La critica severa, opportunista, è un qualcosa che a me non è mai piaciuto.

Nel mio piccolo, quando parlo di cinema, voglio sempre argomentare su un’opera che mi ha incantato per poterne esaltare i pregi e portare avanti le riflessioni che ha suscitato nel mio cuore e nella mia mente. Non mi ha mai divertito discutere e criticare qualcosa che non mi ha colpito nel profondo, a meno che non sia costretto a farlo. Nel giornalismo di oggi, è sempre più raro il commento obiettivo, pacato e elegante, ed è sempre più predominante, invece, la prosa acida, colma di livore: un tipo di giornalismo, quest’ultimo, derivato dalla comunicazione insensibile presente sul web

A Fiorello, personalmente, voglio un gran bene, come se fosse un mio vecchio amico. A lui è legato uno dei ricordi più cari della mia infanzia. Negli anni ’90, ero soltanto un bambino e Fiorello cantava i versi di una delle poesie più belle di Giosuè Carducci, "San Martino", ribattezzata “La nebbia agli irti colli”, poco prima dell’inizio di Flash, su Italia1. Era tutto registrato su di una vecchia videocassetta. Ogniqualvolta la inserivo nel videoregistratore, il nastro riproduceva una puntata del karaoke di Fiorello, che andava in onda poco prima dell’episodio dedicato al velocista scarlatto. Non mandavo mai avanti. Prima di sfrecciare per le strade con Barry Allen, mi piaceva moltissimo canticchiare in compagnia di Fiorello.

A distanza di tanti anni, possiedo ancora quella fantastica videocassetta su cui vi erano registrate pubblicità storiche, di un periodo indimenticabile. Quella VHS era, anzi è tuttora, una finestra spalancata su di un “passato” che sembra essere profondamente lontano, drammaticamente diverso dal nostro presente, il quale appare meno spensierato, più arduo e intollerante.

In queste ultime ore, sembra che nessuno rammenti il talento di Fiorello. Il pubblico snobba la sua presenza, la minimizza, vuol persino evitarla. Stando al rumore, al verbo graffiante del popolo, Fiorello non piace più. Un artista che per svariati decenni è stato in grado di stregare qualunque teatro, un comico che è stato sempre capace di catturare l’attenzione di una sala intera, non è abbastanza. E’ diventato bersaglio di una facile critica, di un attacco “sanguinoso”, vigliacco.

La voce di Dimitri, la voce di “E poi finalmente tu”, l’imitatore simbolo della radio, il re dei sabati sera in cui decideva, generosamente, di pagare lui, non è più importante come una volta.

Che brutti tempi!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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