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CAPITAN HARLOCK

  • L’uomo nell’anime: tra amori e doveri

Il personaggio di Capitan Harlock, nato dalla matita del mangaka Leiji Matsumoto, è un eroe romantico prima ancora che un uomo comune, di straordinaria levatura morale, ma pur sempre un uomo soggetto a dubbi e timori, a tentazioni e resistenze nel corso della sua eroica battaglia atta a proteggere la terra da un male che proviene da mondi remoti dello spazio sconfinato. Il tratto erotico, l’impronta tentatrice e la natura inebriante delle Mazoniane, le avversarie di Harlock, sono state tutte caratteristiche sottoposte a svariate censure negli anni Settanta, quando le reti italiane destinavano l’anime di “Capitan Harlock” ad un pubblico spiccatamente giovanile. Ne derivava quindi un ritratto piuttosto approssimativo delle tematiche più profonde sollevate da Matsumoto e Rintaro. La Space – Opera che doveva rappresentare la guerra di Harlock tra le stelle era, ed è tutt’oggi, soltanto la superficie; un pretesto narrativo per mettere in evidenza l’infamia di certi uomini, la superbia dei regnanti, la devastazione a cui, nel silenzio generale, andrà in contro il bene più grande che l’uomo possiede, la terra stessa, in un futuro distopico. Il popolo di Mazone non è descritto come un male assoluto, quanto piuttosto un male necessario, sorto dalla sofferenza di una stirpe priva di una dimora, scevra da un’identità. Harlock, in quanto essere dotato di un'umanità sconfinante, rispetta e comprende nobilmente le disperate richieste dei suoi avversari, privati del loro mondo e desiderosi di insediarsi sulla terra per sopravvivere, ma non può avallarle, pur disprezzando i governi del suo popolo, pur difendendo strenuamente gli ideali che vengono calpestati da coloro che si rifugiano velatamente dietro l’Arcadia a cui danno ugualmente la caccia. La tensione a cui il capitano è continuamente sottoposto si amalgama all’attrazione fatale delle donne Mazoniane, caratteristica unica dell’anime di Matsumoto. Harlock subisce il fascino, la tentazione sinistra delle figure femminili venute dal remoto, a cui si oppone per salvaguardare la propria bandiera. Le donne ritratte da Matsumoto sono figure snelle ma ugualmente formose, apparentemente esili ma comunque forti, slanciate ed eleganti, dai grandi occhi affossanti (celebre l’episodio “Laura dagli occhi scintillanti”) e dai capelli lunghi e folti che ornano il viso fino a destare i larghi fianchi. Più volte il protagonista sarà soggetto all’incanto e alle insidie delle donne che vorrebbero ucciderlo; per il personaggio, ai tormenti per la perdita dell’amata Maya, si sovrappone il desiderio di contatto, tenuto a freno solo dalla forza dell’astratto concetto di giusto e sbagliato.

Le Mazoniane bruciano alla loro morte con un inquietante processo di autocombustione, come a testimoniare che possano essere una maledizione passeggera o un’avviluppante fiamma imperitura che potrà consumare l’eroe se cederà alla passione, o salvarlo se vivrà nella lunga menzione dell’unica donna che abbia mai amato. La censura ai tempi troncò di netto le parti più accattivanti, privando lo spettatore dell’affresco sequenziale che celebrava le connotazioni seduttive delle guerriere. Il momento più emblematico è però lasciato allo scontro finale, dove Harlock e Raflesia, la regina posta alla guida del popolo di Mazone, duellano ricalcando i più celebri aspetti dei combattimenti di cappa e spada. Gli affondi delle lame alternano ferite sanguinose a tagli netti al vestiario, che finiscono per mostrarci da un lato un protagonista ferito ma vittorioso, dall’altro una splendida e perfida avversaria sconfitta ma fieramente regale, reggersi il costume con le mani; costume che mostra i tratti delicati e aggraziati delle forme fisiche e artistiche della donna. Harlock, dinanzi alla regina per la quale ha provato rabbia e rispetto nei due anni di lotte, percepisce comunque l’attrazione, come la stessa regina a sua volta. Due destini diversi, due lotte interminabili, due sentimenti così lontani ma cosi accomunati. Harlock trionferà per la terra, perdendosi nelle profondità dello spazio al termine della sua classica avventura, con ormai la sola presenza femminile a cui anela, quella di Meeme, nell’eterno ricordo dell’amata perduta, perché come per i più grandi eroi tragici a cui Harlock è chiaramente ispirato, l’amore per un’unica donna supera la morte e permane per sempre.

  • La leggenda nel cinema: tra simboli e bandiere

Per il regista Shinji Aramaki che diresse il lungometraggio in computer grafica dedicato al personaggio, Capitan Harlock era una leggenda inafferrabile, un mito mai pienamente vivibile, una figura avvolta in un’aura intellegibile. Ecco perché sembra porlo sullo sfondo dell’intera vicenda del film, quella che dovrebbe avere il capitano come epicentro. Harlock non è più l’eroe romantico consolidato nella splendida serie classica, non si lascia andare a tristi lamenti suonando l’ocarina né subisce il fascino sinistro di una stirpe, il già citato popolo di Mazone, oramai non più presente in tale adattamento; l’obiettivo cambia drasticamente ed Harlock non è il centro della propria storia. Reca il peso di essere un simbolo, lo stendardo di un ideale. Harlock è un uomo maledetto, vecchio di oltre cento anni, caratteristiche del tutto nuove che elevano il personaggio al non semplice ruolo del “mito” piuttosto che del protagonista. In quel secolo di lotte, in quella vita dannata porta con sé ogni gloria delle proprie vecchie rappresentazioni. Aramaki non riprende la storia classica, non tratta del conflitto contro le Mazoniane, non affronta l’avventura della serie SSX né la cupa atmosfera dell’Endless Odissey. Egli omaggia, riscrive, volge l’attenzione verso la figura simbolica di Harlock, non su Harlock stesso. Lo spettatore vorrebbe stare al fianco del Capitano, combattere con lui, vederlo in prima linea, ma può farlo solo per poco e quando è il momento necessario. Harlock è “un’ebbrezza”, lo si cerca sempre con lo sguardo ma vive lì, riparato nell’oscurità.

Non possiamo concepirlo davvero perché egli altri non è che il simbolo e la personificazione dell’ideale che è stato in passato. Disposto a sacrificare se stesso e l’universo per restituire la terra come noi la conosciamo; la dannazione mista all’eroismo di colui che non si arrenderà mai. La libertà è sacrificio, anche. L’Harlock del film altri non è che una figura avviluppata nel misticismo. Non possiamo stare al suo fianco, noi vecchi fan, perché non è il capitano che conosciamo, è il suo ideale che “cammina”. Solo Meeme, la donna che gli è sempre stata vicina può restare accanto a lui, solo il quarantaduesimo membro dell’Arcadia può conferire con lui. Nessun altro! Il passaggio di consegne finale reca il significato dell’intera opera: Harlock vivrà per sempre. Tale trasposizione cinematografica può venir apprezzata se compresa come un’opera celebrativa del mistero di Harlock, e credo che l’intento finale del lungometraggio sia quello di omaggiare un’icona, non intaccando una storia già vista ma virando su una nuova, complessa, articolata, fin troppo estenuante nel suo svolgimento; devota all’omaggiare un eroe ineffabile, divenuto per l’appunto “leggenda”. La potenza visiva dell’intero film rende merito alla forza evocativa della bandiera di Harlock. E sul finale, quando il Capitano, lasciatosi andare seduto sul suo trono, con accanto la fedele Meeme, sembrerebbe rinunciare, cedere alle sofferenze e piegarsi al dolore dell’animo umano… Invece d’un tratto comanda alla nave di partire, perché ci sarà sempre e comunque un’altra “odissea”.

Che sia uomo puro o leggenda incompresa, Harlock continua ad essere, a più di quarant’anni dalla sua prima apparizione, un eroe capace di convogliare in sé la debolezza umana e la forza mitologica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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1 thought on “CAPITAN HARLOCK

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