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QUELLO CHE PIU’ CI ACCOMUNA – IL MOSTRO DELLA LAGUNA NERA

Anno: 1954, una spedizione archeologica rinviene da uno scavo nei pressi delle sponde del Rio delle Amazzoni, un fossile di straordinario valore. Si tratta di ciò che rimane di un arto superiore appartenuto a una creatura mai classificata dall’uomo. Una scoperta di tale valenza non può non destare grande interesse nel paleontologo David Reed e nella dottoressa Kay Lawrence (Julie Adams), affermati ricercatori di fauna e flora marina, nonché studiosi di anfibi ed esperti dei processi evolutivi che ne hanno permesso l’adattamento delle specie dal mare alla terraferma. Appresa la notizia del ritrovamento, i due, mossi da un avvolgente entusiasmo, si mettono a capo di una seconda spedizione archeologica verso l’Amazzonia per tentare di rinvenire altri reperti così da ricostruire l’essere vivente a cui apparteneva l’arto venuto alla luce tra gli strati rocciosi. Giunti sul sito oggetto dello scavo, gli archeologi s’imbattono in una laguna conosciuta, nelle credenze popolari dei pescatori autoctoni, come un luogo di morte. La laguna veniva, infatti, descritta come un paradiso terreno mai realmente perscrutato, poiché chiunque si sia avventurato in quelle acque non è mai tornato indietro per farne racconto. I ricercatori decidono comunque di mettere una barca in acqua e perlustrare la laguna. Essa si presenta come una zona circoscritta, isolata dal resto del fiume, essendo cinta da una folta vegetazione in cui sembrano essere sopravvissuti diversi esemplari di flora preistorica. La laguna nera, così viene chiamata dai naviganti che spesso risalgono il Rio delle Amazzoni, è un luogo appartato, avulso dalla natura esterna ai propri confini, dove per un inspiegabile destino, quelle acque sono sopravvissute alle ere del mondo, mantenendo le esatte caratteristiche dell’habitat originario. Intanto dagli abissi emerge una creatura che osserva incuriosita l’imbarcazione: è il mostro della laguna nera.

Il mostro, mimetizzandosi tra le grosse piante del fondale lacustre, attende con predatoria pazienza, studiando i movimenti degli incauti invasori giunti a disturbare la quiete della sua dimora. La biologa Kay Lawrence, rimasta sola sul ponte, decide di concedersi una nuotata nelle limpide acque del fiume.

Comincia così la sequenza più famosa dell’opera di Jack Arnold. Kay, con indosso un bianco costume, nuota sulla superficie, spingendosi di tanto in tanto nelle profondità dello specchio lacustre. Il mostro, scrutando i movimenti della ragazza, affiora dal fondale e fa per portarsi verso di lei. La camera si “tuffa” in acqua seguendo il moto della strana creatura che adesso è più che mai intenzionata a dirigersi verso la protagonista. Arrivato in prossimità della donna, il “Gill-man” (così sarà chiamato dopo il successo del film) le si pone poco al di sotto, nuotando quasi in maniera sincronizzata con lei. Il regista procede secondo due inquadrature differenti, tentando di demarcare i confini della terra, intesa come ambiente facilmente visibile, e della laguna, rappresentata invece come un luogo di difficile scernimento. In superficie vediamo Kay nuotare beatamente senza rendersi conto della minaccia che la segue a poca distanza. Contemporaneamente, il cineasta alterna le inquadrature sott’acqua ponendo l’attenzione sull’altro “mondo”, quello della laguna, dove l’insolita creatura scruta la sagoma della donna.  La scena in questione è entrata nell’immaginario collettivo per l’indubbia valenza sensuale, che vede il mostro seguire la donna, mirandola con innato desiderio. Il bianco costume risalta splendidamente nella trasparenza dell’acqua, venendo raggiunto dai raggi solari che ne amplificano la nitidezza in superficie. La creatura, dal basso verso l’alto, ammira le generose forme della donna, una splendida Julie Adams, accentuate a dismisura dalle movenze aggraziate e dai gesti armonici che la ragazza compie immergendosi ripetutamente nello specchio d’acqua. Kay si lascia andare sotto la superficie, ruotando su se stessa e compiendo alcune giravolte, che esaltano i tratti sensuali del suo corpo. Il mostro si avvicina ancor di più alla donna, allungando la mano, quasi a sfiorarle le esili gambe. L’arto della creatura, del tutto simile a quello ritrovato nello scavo, avanza lentamente per poi indietreggiare di scatto, come se volesse lambire la donna senza però lacerare la sua candida epidermide, così fragile e delicata. Kay avverte la sensazione di essere stata toccata da qualcosa, ma crede ingenuamente che si tratti solo di filamenti d’alga o d’innocui corpuscoli trasportati a migliaia dal lento flusso delle correnti lacustri.  I membri dell’equipaggio notano sulla barca l’assenza della collega e quindi la invitano, non appena scorta in acqua, a risalire sulla chiatta. Una volta a bordo, Kay si accorge che le reti immerse in precedenza, sono state strappate con forza. Turbata e impallidita rivolge lo sguardo in direzione della laguna e in quel preciso istante comprende che qualcosa di pericoloso nuota tra quelle acque apparentemente tranquille.

Il Gill-Man si palesa agli uomini nella notte, salendo sull’imbarcazione e terrorizzando gli scienziati.  Kay fugge dalla barca, cercando riparo sulle sponde rocciose, ma il mostro la insegue. Alcuni dei più coraggiosi tentano di fermare la creatura, trovando la morte per mano del mostro che li uccide uno dopo l’altro senza pietà. Raggiunta Kay, il Gill-Man protende verso di lei le sue lunghe braccia mentre la donna, atterrita, si accascia a terra. La creatura sembra non volerle fare del male, e comunque la prende in braccio e la porta con sé. Le urla della ricercatrice attirano però il resto degli uomini che riescono a mettere in fuga l’animale colpendolo con armi da fuoco. E’ il preludio che un conflitto del tutto particolare sta per accendersi tra il mostro e gli uomini di scienza, desiderosi da un lato di catturare una creatura così unica ma dall’altro di proteggere la biologa, oggetto d’attenzione da parte del Gill-Man. Tuttavia, dopo qualche giorno, ormai stanchi e numericamente dimezzati, decidono di abbandonare la laguna.

La creatura riesce, però, a impedire loro di partire, creando una temporanea diga, costituita da materiale di risulta assieme a dei grossi tronchi che ostruisce il passaggio. Con questo stratagemma il mostro riesce ad avere la meglio sulla ragazza la quale viene portata via e trattenuta in una delle tante caverne adiacenti la laguna. Deposta la malcapitata sulla nuda terra, il mostro non fa in tempo neppure a sfiorarla che sopraggiunge David per cercare di sventare quel rapimento che sa d’inverosimile. L’uomo fa fuoco sulla bestia già in precedenza ferita dalle punte acuminate delle fiocine in uno dei tanti combattimenti in acqua. Il Gill-Man viene allora fuori dalla caverna ormai morente, e barcollando, reggendosi a malapena, va a gettarsi nelle acque della laguna.

  • Il commento

L’opera di Jack Arnold è considerata un classico del cinema fanta-horror, e il Gill-Man è ampiamente annoverato tra i grandi mostri della Universal. Alla sua uscita nelle sale, il film venne proiettato in 3D, sfruttando al massimo il formato stereoscopico con cui fu girato. L’affascinante apporto fotografico e le suggestive riprese subacquee risultano ancora oggi di assoluto spessore e contribuirono largamente alla riuscita del film. Gran parte del successo dell’opera è da riscontrarsi nello straordinario lavoro dei costumisti Bud Westmore e Millicent Patrick (disegnatrice) che crearono una sorprendente tuta in calzamaglia di grande effetto e verosimiglianza, a cui solo successivamente furono applicate le squame. Il costume della creatura venne realizzato colorandolo di verde e d’oro. Per la testa si scelse il lattice. Durante le riprese sott’acqua il costume del mostro fu indossato dal nuotatore Rocou Browning che diede al Gill-man dei movimenti nel nuoto spiccatamente umani, mentre per le riprese in barca o sul terreno, il mostro venne impersonato da un mimo che conferì alla creatura delle movenze sapientemente studiate per combinare atteggiamenti sia animaleschi che umani. La testa fu il vero fiore all’occhiello della realizzazione: gli occhi del mostro, così penetranti, erano in grado di esprimere le emozioni dell’anfibio, e il volto risultava essere una miscellanea di tratti e lineamenti comparabili alla fauna marina. Gill-man era a tutti gli effetti concepito per essere una creatura a metà tra l’essere umano e l’animale. Il film oggi può apparire piuttosto semplice nella sua esecuzione, anche fin troppo breve (dura appena 75 minuti), ma continua a mantenere il suo fascino,  la sua carica di cult del genere, grazie alle numerose interazioni tra il mostro e i protagonisti, cosa inusuale e molto impegnativa per quel tempo, e alle spettacolari inquadrature in tutta la laguna.

Il lungometraggio si presenta come un avventurosa storia fantascientifica, ma il lavoro di Arnold riesce a suscitare profonde tematiche dietro la fatiscente confezione di “monster-movie”. I protagonisti dell’opera, David e Kay, hanno incentrato gran parte del loro lavoro su uno studio costante delle teorie evoluzionistiche e dei rimandi ipotetici alla teoria dell’Anello mancante, l’elemento intellegibile per comprendere appieno l’evoluzione dell’uomo. I due sembravano vivere attendendo un avvenimento in grado di offrire una possibilità per carpire una sola risposta alle loro innumerevoli domande: l’accadimento che aspettavano da tempo fu proprio il ritrovamento dell’arto di una creatura appartenente alla specie del Gill-Man. Il mostro si configura perciò come un essere preistorico, sopravvissuto incredibilmente all’estinzione e rifugiatosi tra le acque di quella laguna sperduta. Il Gill-man è l’ultimo esemplare di una specie mai realmente conosciuta dall’uomo, che però sembra avere in qualche modo un legame con esso, esplicato, ad esempio, dall’andatura eretta. Il Gill-Man è il passaggio mancante, probabilmente una forma di vita intrappolata a metà. Durante lo scorrere del film più volte gli scienziati affermano di credere fermamente che l’universo sia popolato da extraterrestri in altrettanti pianeti inesplorati. Si pone l’accento quindi sulla possibilità che nell’ignoto si nasconda la vita. Quella laguna è un ecosistema sconosciuto, e proprio laggiù, nei meandri di quelle terre, sole e abbandonate, alberga una vita mai davvero compresa. Il Gill-Man è ciò che David e Kay stavano attendendo da sempre, una contraddizione vivente che dia una risposta pur suscitando un nuovo interrogativo. Il mostro della laguna nera è un essere schivo e isolato, triste e violento, che non esita a eliminare selvaggiamente chiunque gli si ponga davanti. La natura mostruosa della creatura si scontra però con la predisposizione del suo sentimento, una caratteristica umana che porta il Gill-Man a provare un’attrazione passionale verso Kay, la donna che contempla dalle profondità di quello specchio lacustre.

Come per King Kong, anche il Gill-Man finisce per innamorarsi della bellezza, della grazia, in un afflato di desiderio sensuale. Julie Adams, meravigliosa con indosso il bianco costume, incanta la creatura, assoggettandola alle proprie fattezze. L’indole attrattiva del mostro, a differenza del capolavoro “King Kong”, è però solamente accennata, non è invece il cardine del film gioiello di Arnold, o per lo meno, non sembra esserlo, poiché il regista dedica più spazio alle scene d’azione subacquee che all’amore dell’animale per la donna. L’agire che sospinge la creatura è dettato totalmente dal desiderio di avere Kay, e ciò lo porterà a scontrarsi inevitabilmente con gli uomini. L’amore cruento della creatura per la donna permea quindi l’intero film pur non essendo mostrato in maniera plateale.

Il meccanismo che permette agli spettatori di comprendere l’agire del mostro, pur discostandosi dalla sua violenza, coincide con la solitudine emanata dalla creatura. Il Gill-Man rapisce Kay, perché desidera una compagna con cui condividere la sua esistenza. Il mostro resta però tale perché non riesce ad allontanarsi da ciò che rappresenta la sua stessa essenza: l’incapacità di mostrare alcuna tenerezza nei confronti della donna rapita. Se King Kong sceglieva di morire in modo struggente, con lo sguardo rivolto alla sua Ann sull’Empire state Building, il Gill-Man fa solo in tempo a rimirare una Kay impaurita all’interno della caverna, prima di venire colpito a morte dagli ultimi scienziati accorsi, in una sequenza di sicuro meno evocativa e commovente. La ragazza si mette così in salvo riabbracciando David, mentre il mostro, piegato nel corpo e nello spirito, si lascia cadere in acqua. La scena finale indugia sul Gill-Man, apparentemente senza vita, che scompare nell’oscurità della laguna.

Qual è l’anello mancante tra la creatura mostruosa e noi spettatori? Cos’è che più ci accomuna, dunque? Il sentimento, in poche e semplici espressioni riassuntive: la malinconica idea di un amore tragico sin dal principio!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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