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C’era una volta…”,  basta che si pronunci la piccola formula, e già ci sentiamo nel mondo delle fiabe, con i suoi personaggi misteriosi e benefici, ma anche malvagi, i talismani, le bacchette magiche, i tappeti volanti e le bambinaie che volano senza ricorrere neppure al tappeto, basta solamente un ombrello. Già, come se con gli ombrelli si potesse volare!

Avrete di sicuro capito di chi sto parlando. Già, proprio di lei, di Mary Poppins. La tata più famosa di sempre. Una tata del tutto particolare, di quelle che non se ne vedono tante in giro. Anzi, direi proprio nessuna, perché c’è solo lei. Mary Poppins è unica!

Mary Poppins è diventato un film nel 1964, diretto da Robert Stevenson, tratto da un romanzo di Pamela Lyndon Travers. Walt Disney impiegò vent’anni prima di convincere la Travers a realizzare un film da quel suo romanzo. La sua costanza fu premiata, come dicevo appunto, nel 1964. E fu un successo senza precedenti, benché fino all’ultimo l’autrice rimase alquanto scettica che il film potesse rendere giustizia al suo personaggio particolare.

Il lungometraggio racconta le avventure di una tipica famiglia londinese degli anni Trenta, i Banks, che un giorno assume per i suoi due bambini una straordinaria governante di nome Mary Poppins. Mary all’aspetto è una normale donna. In realtà è un essere straordinario, capace delle più strabilianti magie. La caratteristica del film è proprio la naturalezza con cui l’irrazionale e lo straordinario entrano di soppiatto nel quotidiano.

Contrariamente a quanto possa sembrare i veri protagonisti del film non sono i bambini ma gli adulti. Se ci soffermiamo un attimino a pensare ci accorgiamo che Mary Poppins agendo sul temperamento di Jane e Michel, i due bambini ritenuti irrequieti, in realtà giunge a mutare il modo di pensare e d’agire dei grandi, a modificarli e trasformarli, facendo diventare un po’ più bambino qualcuno e un po’ meno qualcun altro. La morale è talmente chiara ed evidente nel film da non farcene quasi rendere conto. Salta subito agli occhi che per essere felici basta solamente  essere ricchi, amati e baciati dalla fortuna. Non serve altro. In effetti però non è affatto così. E lungo lo scorrere del film questo viene fuori in tutta la sua disarmante verità e presa di coscienza. Occorre dunque cogliere tutte le sfumature della vita che agli occhi dei due piccoli protagonisti neppure esistono e guardare il mondo per quello che realmente è.

Mary Poppins è un bellissimo film musicale, una commedia per tutte le età, e nonostante siano passati parecchi lustri dalla sua prima apparizione sul grande schermo può sempre rappresentare un buon punto di partenza per analizzare il tema dei metodi educativi, il ruolo dei genitori e le aspettative dei figli in seno alla famiglia. La prima scuola di socialità è appunto la famiglia, è il luogo natio, è lo strumento più efficace di umanizzazione perché collabora alla costruzione della società e alla trasmissione dei valori e dei principi.

Il concetto spesso ripetuto da Mary Poppins, e cioè “Non giudicare mai le cose dal loro aspetto” ci pone davanti un quesito filosofico. Con questa frase la bambinaia ci fa correre con la mente al pensiero di Platone e di Schopenhauer, due filosofi che mostravano una spiccata diffidenza verso la sfera dei fenomeni empirici, così come viene immediatamente suggerito dai sensi. Un film, Mary Poppins, che dal lontano 1964 riesce ancora a entusiasmare chi lo guarda. Con il suo racconto lineare, descrive un mondo da sogno, assolutamente fantastico, che, in frangenti razionalmente inverosimili, conduce lo spettatore nel più profondo dei percorsi introspettivi, palesando quanto la fantasia, l’assoluto potere dei sogni, in cui tanto confidava Walt Disney, possa modellare la realtà.

Mary Poppins si rivolge al cuore ma anche alla mente dello spettatore. Questa straordinaria bambinaia piovuta dal cielo, che nel dire le cose le dice cantando, ma che sa all’occorrenza essere anche risoluta e fascinosamente sopra le righe, si farà beffa della caducità della vita con la sua splendida voce, le sue arti magiche, le sue trovate, soprattutto con la sua grande umanità. Mary Poppins è l’icona della fantasia, la personificazione del sogno, la perseveranza di Walt Disney e della bontà del suo profondo progetto. E’ un film bellissimo, senza eguali. Non una scena, non una sequenza, né tantomeno una battuta è messa lì per caso o solo per metterla, per riempire uno spazio, per dar libero sfogo a esigenze di mercato. Ogni frase, ogni dialogo, ogni battuta rende armonioso il disegno originario, completa l’ingegno creativo e ne soddisfa l’intento. E lo dimostrano le tantissime testimonianze che a cinquant’anni dalla sua prima uscita lo vedono ancora protagonista delle serate casalinghe.

Mary Poppins è un cult dal primo soffio del vento dell’Est all’ultimo aquilone che solca l’aria nell’azzurro del cielo. Una scena di pregevole fattura è quella degli aquiloni in cui la spensierata canzone, che da fanciulli resta tale, qui prende significati molto più profondi e intimi che arrivano diritto al cuore dello spettatore.

Il fascino di questo film non sta solamente nei segreti della singolare bambinaia ma in tutto il complesso delle emozioni, degli stati d’animo, delle sensazioni che come un caldo abbraccio ti raggiunge e ti riempie di pacata beatitudine. Che dire poi della vecchina dei piccioni? Arte allo stato puro! Piccole e grandi emozioni capaci di provocare lacrime vere e candidi sorrisi.

Il film vinse cinque Premi Oscar: miglior attrice protagonista, (Julie Andrews), miglior montaggio, migliori effetti speciali, miglior colonna sonora, miglior canzone.

Venne nominato al miglior film, alla miglior regia, alla migliore sceneggiatura non originale, migliore fotografia, migliore scenografia, migliori costumi, miglior sonoro, miglior colonna sonora adattata.

Julie Andrews vinse anche il Golden Globe come miglior attrice.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Il ghigno perenne e la risata terrificante del Joker si palesano finalmente in Injustice 2. E' disponibile online il nuovo trailer in italiano dedicato al personaggio. Joker è come sempre doppiato dal grande Riccardo Peroni, e combatte contro numerosi avversari, da Robin a Superman, mostrando anche la sua devastante mossa finale. Joker combatte coi sue solite armi clownesche che si rivelano sempre più letali.

Gustiamoci insieme il trailer del Joker

Injustice 2 sarà disponibile dal 16 maggio per Playstation 4 e Xbox One.

Redazione: CineHunters

 

Jessica Rabbit disegnata da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Potrà sembrare alquanto peculiare come scelta descrittiva, ma forse proprio per questo, vorrei tentare in qualche modo di paragonare “Chi ha incastrato Roger Rabbit” a un western di stampo classico, contrassegnato dal solito duello tra due “banditi”. L’unica variante, davvero “unica”, se così posso definirla, riguarda i costumi di scena anni ’50 indossati da questi due atipici “contendenti”. Supponete dunque d’intravedere due pistoleri che si dispongono ai poli opposti di un’arena deserta in cui regna un silenzio carico di suspense. Da un lato scrutiamo la sagoma piuttosto tarchiata di un pistolero dalle grandi orecchie a punta che seguita a mantenere un atteggiamento giocoso e una risata stridente stampata su di un volto candido, nascosto da una bandana, che lascia intravedere soltanto i due occhioni azzurri. Dall’altro lato, il rivale, decisamente più alto e pingue, resta cauto e flemmatico, con un’espressione rabbiosa e uno sguardo glaciale, celato da un copricapo grigio che fa pendant con un impermeabile beige. La mano di quest’ultimo tamburella sul fodero della pistola, egli è impaziente di estrarla e premere il grilletto più velocemente dell’altro contendente per colpirlo. Il più “allegro” dei due, però, sfodera una pistola cartoonesca, da cui partono pallottole vive e senzienti, alcune di esse dotate di occhi, labbra e persino baffetti spioventi che si soffermano in aria e cominciano a intonare motivetti lieti e spensierati. Il rivale più tristo, a quel punto, non può che lasciarsi andare a una fragorosa risata, essendosi fatto contagiare da quell’ironia surreale perpetrata dal primo pistolero. I due depongono così le armi, ritrovando probabilmente se stessi in questa sorta di “singolar tenzone”. Il pistolero amareggiato toglie il cappello e rivela il suo vero volto, mentre l’altro slaccia la bandana rivelando il proprio viso da…coniglio. Li ho più volte reinterpretati così, Roger ed Eddie, come due rivali prima ancora che due amici. Come due “pistoleri” in cui confluiscono e inevitabilmente tendono a scontrarsi sentimenti ambivalenti: la gioia di vivere e l’amarezza di sopravvivere. Il primo pistolero, ovvero Roger, contagia con la sua ironia il secondo pistolero, vale a dire Eddie Valiant.

“Chi ha incastrato Roger Rabbit” venne prodotto da Steven Spielberg e diretto da Robert Zemeckis dalla cui collaborazione aveva già visto la luce il primo capitolo della trilogia di “Ritorno al futuro”. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” fu accolto con reazioni entusiastiche, vincendo quattro premi Oscar e entrando di diritto tra i capolavori più rinomati del cinema d’ogni tempo. Il film, girato in tecnica mista, unisce attori in carne ed ossa con cartoni animati, realizzati con l’ausilio di straordinari effetti speciali, il tutto in un clima capace di stuzzicare la fantasia dei più piccoli e soddisfare i desideri degli adulti con una trama accattivante e per nulla prevedibile. La pellicola possiede una comicità esilarante, incarnata nel personaggio di Roger, e un rassegnato cinismo, personificato invece in Eddie Valiant. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è un noir in cui la realtà cruda si mescola con la fantasia più sferzante, in un dualismo tra “uomo” e “creazione artistica” che costituisce il paradigma di base dell’investigazione dei due protagonisti: ancora Eddie e Roger. Eddie (interpretato da Bob Hoskins) è un detective privato irascibile e frustrato. Valiant soffre di un’acuta depressione e tenta inutilmente di soffocare i suoi problemi rifugiandosi nell’alcool. Eddie, vive in una realtà in cui uomini e cartoni coesistono in perfetta armonia. Questi ultimi non vivono solo sullo schermo grazie al volere produttivo dei propri creatori, ma hanno un’identità del tutto autonoma, svolgendo il proprio lavoro come fossero degli attori stipendiati nell’Hollywood della prima metà del Novecento. Eddie è innamorato di Dolores, una bellissima donna della sua stessa età, la quale ricambia i suoi sentimenti. Tuttavia, Eddie continua a non essere pronto per una relazione stabile, poiché tormentato dal passato. Egli non si fida di nessuno e odia i cartoni i quali gli rammentano che proprio uno di essi ha ucciso il fratello. Eddie conserva tuttora il ricordo dello sguardo terrificante e della risata ansiogena dell’assassino. L’incontro con Roger Rabbit, un coniglio simpaticissimo quanto goffo e poco intelligente, segna l’inizio della rinascita di Eddie.

Roger non sembra comprendere la tristezza che attanaglia l’animo dell’uomo, cercando più volte di stemperare la sua tensione con gag improvvisate e battute ben congegnate. Roger è cosciente che i cartoni sono venuti tra noi per far ridere la gente, come se fossero stati investiti sin dalla nascita del peso di portare gioia e spensieratezza nell’animo dell’uomo che li osserva, maggiormente soggetto alla sofferenza e alla perdita degli affetti. I cartoni non possono morire e pertanto non comprendono cosa sia realmente il dolore del distacco. Questo fino al giorno in cui il terribile giudice Morton (un irriconoscibile Christopher Lloyd), sperimenta la salamoia, un miscuglio acido di sua invenzione, su una povera scarpetta viva che si scioglie senza poter avere alcuno scampo. Morton sconvolge Cartoonia, il mondo in cui vivono i cartoni, facendoli piombare in un terrore che nessuno di loro aveva mai provato prima: la paura di morire. Tale terrore però non riesce comunque a minare le intenzioni dei cartoni che proseguono a essere portatori di felicità incondizionata. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” sembra tracciare una linea immaginaria secondo la quale gli uomini sono i depositari del dolore e i cartoni, invece, sono coloro che riescono ad alleviare questa condizione. Roger si prefigge così l’obiettivo di restituire ad Eddie la fiducia nel prossimo e permettergli di ritrovare quel senso di umorismo che sembra essere naufragato nel mare d’alcool che è diventata la sua mente. Tale rapportarsi tra i due protagonisti del lungometraggio permette il superamento del dolore di Eddie e il ritrovamento di una speranza celata da fin troppo tempo nell’oscurità del senso di colpa per non aver salvato il fratello.

Roger è sposato con Jessica Rabbit, una famosa cantante che si esibisce nel locale “Inchiostro e tempera”. Ho da sempre creduto che conoscere la parola d’ordine per entrare nel locale “Inchiostro e Tempera” fosse un privilegio. Non certo perché potevo assistere ai per nulla idilliaci spettacoli di Daffy Duck e Paperino, e neppure perché ai tavoli poteva servirmi da bere una Betty Boop ancora priva di colore. Devo confessare però d’essere comunque soggetto al fascino formoso di Betty, dopotutto, il gusto classico possiede una bellezza imperitura. Tuttavia, sorseggiare un whisky on the rocks in quella sala era un privilegio perché quando il sipario si alzava, ed emergeva dal drappo di tessuto Jessica Rabbit, il film mi concedeva la possibilità di rispondere positivamente a un quesito: si, ci si può realmente innamorare di un disegno.

Jessica è di una bellezza estrema, ed è stata concepita come l’archetipo della femme fatale perfetta, dalla vita molto stretta e dei fianchi morbidi e sinuosi. Porta sempre i rossastri capelli sciolti sulla schiena, ha delle labbra carnose, accentuate da un rossetto color rosso acceso; il suo viso di porcellana è caratterizzato da uno sguardo magnetico, reso ancor più vivido dalle forti tonalità del trucco, che va poi ad attenuarsi in prossimità degli occhi. D’intenso colore sono anche i guanti che le coprono le mani e gran parte delle braccia, e l’abito che indossa è sempre di un rosso scarlatto lucente, con un’ampia scollatura sul davanti che lascia intravedere un seno prosperoso. L’ampio spacco su di un lato lascia emergere tutta la sensualità di una gamba perfetta, mentre un’audace scollatura sul di dietro lascia totalmente nuda la schiena. Per tutti, di primo acchito, è sorprendente quanto paradossale che ella sia sposata con il goffo Roger Rabbit.

Una delle citazioni più celebri di Jessica riguarda l’esternazione “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”. Una frase che spesso non viene carpita e compresa con dovizia analitica. Jessica nella realtà fittizia del lungometraggio è stata disegnata con le forme del corpo più provocanti volutamente estremizzate. Essendo disegnata in tal modo, Jessica sa che il suo aspetto fisico predominerà sempre la sua personalità agli occhi di chi la osserva superficialmente. Jessica si trova così costretta a respingere giornalmente le avance invasive dei suoi ammiratori, fino a dover nascondere persino una “trappola” nella scollatura.  La sua relazione con Roger non fa che insospettire tutti, perché sembrerebbe impossibile che una donna del genere sia sposata con un “imbranato” come Roger. Ma Jessica è, in verità, dolce e profondamente innamorata del marito, ed ella dimostra come non ci si dovrebbe mai fermare alle semplici apparenze.

Jessica è un personaggio di certosino spessore estetico e caratteriale.

La prima parte dell’indagine del film ruota proprio intorno al presunto adulterio di Jessica, la quale avrebbe tradito il marito con Marvin Acme, titolare della ACME Corporation, mediante il celebre “farfallina”, un innocuo gioco da bambini che per i cartoni equivale a un vero e proprio tradimento. La morte improvvisa di Acme porta Roger a essere ritenuto il principale indiziato dell’omicidio. Così, il coniglio si rifugia in casa di Eddie, famoso per essere stato al tempo un investigatore che più volte scagionò i cartoni da reati di cui erano stati ingiustamente considerati colpevoli. In verità, Jessica, come supposto dal marito, fu costretta a giocare con Acme e farsi così fotografare da Valiant per impedire che Roger venisse licenziato dal feroce R.K. Maroon, impresario e produttore in combutta con il giudice Morton, da cui verrà successivamente tradito e giustiziato. La morte di Acme, a seguito dello scandalo suscitato dalla pubblicazione di tali fotografie, avrebbe fatto inevitabilmente cadere la colpa sul coniglio accecato dalla gelosia e desideroso di vendetta; dunque, Roger sarebbe stato a tutti gli effetti “incastrato”. Come si scoprirà sul finale, l’anziano Acme, poco prima di venire barbaramente ucciso, aveva redatto un testamento in cui lasciava Cartoonia, la sua più grande proprietà, in eredita ai cartoni. Morton, per impedire tale lascito e per impossessarsi egli stesso di Cartoonia, uccise il ricco magnate, non riuscendo tuttavia a trovare il testamento che verrà successivamente rinvenuto dallo stesso Roger. “Chi ha incastrato Roger Rabbit” a discapito della sua fotografia pigmentata è una pellicola cupa e seriosa, dove l’avidità (il progetto avanguardistico del giudice) tenta di calpestare e distruggere la meraviglia dell’immaginazione (Cartoonia).

Il tema dell’amore in “Chi ha incastrato Roger Rabbit” è incentrato sull’attesa della verità e sulla pazienza che le due donne (Dolores e Jessica) nutrono nei confronti dei rispettivi partner. Dolores comprende l’agonia e il rimorso che divora sempre più l’animo di Eddie e continua ad attendere che egli abbandoni un tale fardello per poter cominciare una nuova vita insieme. Jessica, invece, nella prima parte dell’opera è un personaggio piuttosto ambiguo, fin quando non si scoprirà che lei ama in maniera pura e disinteressata il marito, e tutto quello che dovette fare, in perenne alternanza tra verità e inganni, lo fece al solo scopo di proteggere Roger. Da una parte il personaggio di Dolores rappresenta quindi la speranza attendista di un domani migliore, dall’altro quello di Jessica la pazienza che la verità possa, sul finire della vicenda, frantumare il cumulo di menzogne e pregiudizi erroneamente formatisi nel corso della prima parte dell’opera. Le due donne sono figure imprescindibili per i protagonisti. Eddie senza Dolores perderebbe l’unica fonte che alimenta il suo spirito combattuto, e Roger senza Jessica non riuscirebbe a mantenere il suo inconfondibile buonumore. Entrambi sono quindi accomunati dallo stesso legame che li tiene saldamente ancorati, impedendo loro di sperdersi nei meandri della solitudine.

I due sentimenti più grandi trattati dal film, il patimento e l’amore vengono affrontati con la forza della risata. Lo stesso Roger conquista Jessica, una donna all’apparenza fuori dalla sua portata, proprio con la sua simpatia, la fa ridere e intenerire della propria goffaggine e per questo lei lo ama. Incanalare l’ironia e lasciarla defluire all’esterno diviene l’unico sostegno per poter sopportare l’ingiustizia di una vita colma di cattiveria. E così Eddie torna a ridere ma soprattutto torna a far ridere, gigioneggiando in scena con oggetti animati e trucchi clowneschi tipici dei cartoni, facendo ridere a crepapelle le faine e affrontando il giudice Morton, il vero antagonista dell’opera, l’uomo dietro al cartone animato, la maschera umana dietro cui si nasconde il sadico assassino del fratello di Eddie. L’uomo non diviene più soltanto il “custode” del dolore e il portatore dell’odio efferato in quanto soggetto dotato di bramosia, ma anche il “cartone”, nato per divertire la gente, può tramutarsi in un male spietato, poiché anch’esso conservatore di un sentimento più variegato di quel che potrebbe sembrare. La gelosia, l’avidità trascendono l’uomo colpendo persino una creazione così diversa eppure accomunata dalle medesime oscurità. Eddie riesce infine a uccidere Morton per poi soffermarsi a vedere Cartoonia insieme a Roger, Jessica e Dolores.

I quattro s’incamminano in quella valle illuminata dal sole, dai contorni favolistici, ed io li reinterpreto una volta ancora, immaginando che Eddie e Roger, stretti a braccetto con le rispettive compagne, incrocino gli sguardi un’ultima volta, quasi a rammentare ciò che è stato l’esordio della loro avventura. Potrebbero infine voltarsi a osservare ciò che si sono lasciati alle spalle, quel cappello e quella bandana di cui facevo cenno giusto all’inizio. Oggetti inanimati rimasti inermi sul terreno. La paura di un passato drammatico è stata superata, adesso non resta loro che procedere verso un orizzonte limpido e radioso, tra realtà e fantasia, tra un dolore trascorso e un amore ancora tutto da vivere, ciascuno con la propria amata.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Vogliamo ricordare il grande maestro invitandovi a leggere le recensioni di due film diretti da Alfred Hitchcock.

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Nasceva il 13 agosto del 1899 e il 29 aprile del 1980 ci lasciava il grande maestro Alfred Hitchcock, uno dei più grandi registi della storia del cinema.

Lo avrete certamente visto da qualche parte. Ha un volto conosciuto e un profilo comune. L’avrete senza dubbio incontrato, magari in un bar, dove beveva a pochi passi da voi, per poi volatilizzarsi in un batter di ciglia, o probabilmente lo avrete visto collocarsi di soppiatto, alle vostre spalle, mentre qualcuno stava per scattarvi una foto, per il semplice gusto di rimanere immortalato egli stesso a vostra insaputa. Ma la cosa più divertente è che nel momento in cui il diaframma si apriva per poi richiudersi immediatamente non avevate per nulla notato quella presenza, una sagoma panciuta e sospettosa apparire alle vostre spalle. E’ capitato a molti. Egli infatti adora palesarsi quando meno ce l’aspettiamo.

Vedete, nelle sue opere più famose la sua presenza, seppur non semplice da intravedere, è consueta. Si è sempre ritagliato uno spazio nei modi più disparati: dalla camminata sullo sfondo al breve passaggio nel centro della scena, fino a riproporre, di tanto in tanto, il suo celebre profilo con l’ausilio, fatto ad arte, di luci a intermittenza su un’insegna al neon posta in lontananza. Sembrerebbe che volesse a tutti i costi divertire il pubblico e divertirsi egli stesso; una sorta di testo autografato, un marchio, un sigillo d’appartenenza a quell’opera da lui stesso creata. Quasi come una caccia alla firma, invitava il suo pubblico a cercarlo, a “scovarlo” tra i passanti, dietro una siepe, impresso su un fotogramma. Una sottile “caccia all’uomo”, al divo, al personaggio, al maestro; una caccia arguta e raffinata.

Ma quello che molti faticano a comprendere è che nei suoi film, l’alone della sua presenza, delle tematiche che intendeva trattare, del suo esprimersi diremmo, permea il totale contesto. Hitchcock appare anche quando non è sua intenzione farlo. Perché il pubblico non solo ricerca il suo vero cameo, ma vede i suoi film come una finestra spalancata su una porzione del suo genio creativo. L’apparizione vincente di Alfred è quella di rendere i suoi film indissolubilmente legati alla propria figura: “In un film di Alfred Hitchcock ci può essere un solo regista”. Non vediamo i suoi film per appassionarci alla storia, alla trama, quella è solo la superficie; vediamo i suoi film per entrare nella sua mente, per conoscere, ogni volta di più, Alfred Hitchcock. E questo è senza dubbio il suo più grande cameo: essere dappertutto! Essere l’intero film. Essere il genio che vede la realtà con l’occhio di una camera da presa.

Essere, se riuscite a immaginarlo, anche lì, proprio accanto a voi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Rivolgersi a un pubblico avvezzo alle letture “supereroiche” è certamente più semplice per gli autori di un cinecomic, dopotutto, dovrebbero solamente preoccuparsi di soddisfare le aspettative, sia estetiche che caratteriali, che i lettori riservano ai celebri alter-ego cartacei. Purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista, al cinema giungono anche persone che non hanno mai tenuto in mano un singolo albo a fumetti, tanto meno una graphic-novel. Gli autori devono impressionare anche loro con incisive caratterizzazioni e brevi accenni storici per ogni personaggio che via via si defilerà sul grande schermo pronto ad essere presentato dinanzi agli occhi attenti degli spettatori. Seguendo questi dettami sceglie la via più facile Amanda Waller (Viola Davis), seduta intorno a un tavolo, intenta a cenare con una certa premura, delineando via via, secondo uno schema piuttosto elementare di sequenza d’importanza, i vari protagonisti di questa avventura: i cattivi. Il montaggio è semplice ma intenso; la voce narrante della Waller ci racconta la storia di ognuno di loro e le immagini cinematografiche attingono al passato rimettendo in scena avvenimenti trascorsi, con stacchi rapidi su scene d’azione, alternate ad altre più spiccatamente emotive.

La Suicide Squad si compone dopo una prima mezz’ora, e i membri di questa squadra suicida scendono in battaglia col futile motivo di affrontare una minaccia, pretesto necessario, anche se poco curato, per perpetrare un’analisi all’animo dei cattivi, probabilmente per insinuare il dubbio negli spettatori: se i cattivi siano veramente cattivi e se i buoni non siano altro che malvagi nascosti da un potere che permette loro di proliferare a discapito di chi probabilmente si macchia degli stessi crimini pur senza le medesime “protezioni”. Il film, sebbene segua un'introduzione lineare, e nonostante offra una caratterizzazione sufficiente e talvolta anche emotivamente d'impatto nei confronti della maggior parte della Suicide Squad, che diventa a tutti gli effetti una famiglia ritrovata per molti dei suoi  appartenenti, la sola occasione per riscattare un’esistenza dedita soltanto al tetro e all’agire oscuro, è confuso e dalla trama fin troppo inverosimile.

I personaggi funzionano e si amalgamano molto bene tra loro. Will Smith nonostante un leggero segno di ripetitività riesce sempre a stare sul pezzo, a cogliere le simpatie degli spettatori e a trascinarli con lui in battaglia. L’interprete di Katana (Karen Fukuhara) è magnetica, l’Incantatrice (Cara Delavigne) è sensuale e sinistra, Boomerang ( Jai Courtney) è testardo quanto basta e Croc ( Adewale Akinnuoye-Agbaje) è mostruoso al punto giusto, aiutato da un trucco (premiato con l'oscar) inquietante e perfetto. Margot Robbie è proprio Harley Quinn, nella sua follia, nella sua indole da schiava d’amore e nella sua espressività disincantata, provocante e svampita. 

i difetti del film purtroppo sono alquanto evidenti. Dove si interrompe la "risata del Joker" dunque? Nei cattivi. O meglio, nei cattivi che fungono da veri cattivi della pellicola, coloro che si contrappongono alla squadra suicida. Apparentemente improvvisati e blandi. Triti e ritriti nei loro modus operandi, con l’ennesima ossessione di conquista e l’ennesimo "potere divino" che viene annientato con l’ausilio di qualche bomba…il tutto risulta troppo facile. Il Joker ride, ma la sua risata si contrae in un ghigno interrotto a metà, perché se Leto lo interpreta ottimamente, ha troppo poco tempo per comunicare qualcosa che non sia un’attenzione smodata nei confronti di Harley. Proprio così, un'attenzione ingiustificata, specie per chi legge i fumetti e sa perfettamente che il Joker sfrutta Harley, e la di lei triste ossessione per lui a proprio vantaggio, che mai e poi mai potrebbe provare un rimorso per lei, né tantomeno lanciarsi a salvarla da morte certa. Sembrerebbe una forzatura per suscitare, quando non si dovrebbe, l’animo romantico di chi vede coppie da ammirare anche quando la suddetta coppia è stata volutamente concepita per mettere in guardia dalle relazioni violente, capaci di indurre alla sudditanza. Nonostante l'indubbia bellezza del suo personaggio, Harley Quinn è stata concepita per essere una figura che mette in guardia, mai che induce all’imitazione o all’apprezzamento. L’altra parte del pubblico, quello meno avvezzo alle letture a fumetti, lo avrà realmente capito da questa visione?

Il Joker di Leto, è inutile negarlo, era il personaggio più atteso del film, ma chi si aspettava, dunque, un film con un Joker perno imprescindibile dovrà ricredersi.  La sua interpretazione, forse a tratti troppo volta a rimarcare la follia nevrotica del Joker, tecnicamente sarebbe riuscita, ma nonostante ciò non si può certamente affermare che questo Joker abbia brillato. Questo suo nuovo e particolarissimo look abbinato a una caratterizzazione pessimamente scritta per il personaggio, non hanno permesso l'affermazione del Joker in questo film e, per il momento, in questo nuovo universo cinematografico. Indubbiamente sono pochi gli attori, ad oggi, che potrebbero fare meglio di Leto  in questo ruolo. Egli dovrà però attendere ancora prima di far riecheggiare al Joker la risata più grande del nuovo corso DC.

"Suicide Squad" riesce comunque a divertire, pur con qualche remora di troppo. Anche in questo caso si tratta di un "arrivederci" così che la già citata risata, metafora da me utilizzata per indicare l'intero lavoro, mantenga l'opportunità di tornare a scuotere il silenzio del grande schermo, al prossimo incontro. "Suicide Squad" infine invita proprio all’attesa…all’attesa che questa risata accennata torni a riecheggiare a Gotham…al ritorno a casa.

Lo spin-Off su Harley Quinn dal titolo "Gotham City Sirens" sarà l'opportunità per sfruttare appieno il personaggio meglio riuscito del film.

Voto: 6,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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NetherRealm Studios ha pubblicato un nuovo trailer dedicato ad Injustice 2. Il trailer mostra in azione Darkseid il "Tiranno di Apokolips", supercriminale dell'universo DC. Questo personaggio sarà disponibile per tutti coloro che effettueranno il preordine del gioco in uscita il 16 maggio su PlayStation 4 e Xbox One. Nella giornata di ieri invece sono state aperte le pre-registrazioni per la versione mobile.

Godiamoci le nuove immagini!

Redazione: CineHunters

Il regista della trilogia di "Ritorno al futuro" ma anche di numerosi altri cult come "Chi ha incastrato Roger Rabbit", "Cast Away", "La morte ti fa bella" e il pluripremiato "Forrest Gump" sarebbe in trattative per dirigere il film del velocista scarlatto, il primo lungometraggio al cinema dedicato al supereroe DC Comics che sarà interpretato da Ezra Miller.

Assicurarsi la regia di Zemeckis sarebbe, a nostro giudizio, un colpo di grandissimo effetto per il DC Cinematic Universe. Flash ama viaggiare nel tempo, e Robert Zemeckis si trova perfettamente a suo agio con i paradossi temporali. Che Flash possa regalarci un'avventura adrenalinica, dal ritmo indiavolato e dai toni irresistibili come solo i film di Zemeckis possono fare?

Non ci resta che attendere eventuali conferme, sperando davvero che questa trattativa possa andare in porto. Una regia di tale qualità non potrebbe che garantire una trasposizione di sicura affidabilità.

Redazione: CineHunters

Ewan McGregor pare averci preso gusto con i ruoli della Walt Disney. Dopo essere stato Lumière nel live action de "La bella e la bestia", l'attore scozzese si prepara a diventare Christopher Robin, amico di Winnie The Pooh.

Il film sarà diretto da Marc Forster, e porterà sul grande schermo un Robin adulto, dedito solo al lavoro e al denaro. Winnie The Pooh tornerà a trovarlo per aiutarlo a riscoprire ciò che sembra aver dimenticato: i valori della famiglia, dell'amicizia e dell'amore.

La sceneggiatura sarà affidata a Allison Schroeder

Redazione: CineHunters

E' disponibile in rete il nuovo trailer di "Cars 3", il terzo lungometraggio della serie prodotto dalla Pixar e distribuito dalla Walt Disney. Il lungometraggio d'animazione, diretto da Brian Fee vede il protagonista Saetta McQueen, ora un'auto da corsa veterana, costretto a ritirarsi dopo un disastroso incidente. Saetta chiede alla giovane Cruz Ramirez, esperta di auto da corsa, di aiutarlo a tornare in pista e battere i suoi avversari, ma farà una scoperta sconvolgente: l'avversario Jackson Storm, un'auto appartenente alla nuova generazione, ha volutamente sabotato le ruote a McQueen per invidia.

"Cars 3" verrà distribuito il 16 giugno 2017 negli Stati Uniti, anche in 3D, e in Italia il 14 settembre.

Intanto ci gustiamo il trailer insieme

Redazione: CineHunters

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