Recensione e analisi “Hercules” – La tredicesima fatica sarà trovare il proprio posto nella vita

Il piccolo Hercules disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Giungiamo al 1997 e la Disney decide di basare il trentacinquesimo classico del proprio canone ufficiale per la prima volta sulla mitologia greca.

La Compagnia aveva alle spalle trasposizioni di pregio tratte da antiche fiabe (La bella e la bestia), da favole molto più recenti (Dumbo, Bambi) e ancora da veri capolavori usciti dalla penna di uno, se non il più fertile autore di fiabe (La sirenetta).  Poteva vantare persino rielaborazioni tratte da capolavori letterari (Il gobbo di Notre Dame) o reinterpretazioni di alto spessore (l’arcinoto Sherlock Holmes che diventava il sagace Basil l’investigatopo); tante lavorazioni ispirate a generi diversi che testimoniavano l’invidiabile versatilità degli artisti Disney nel prendere le storie già rinomate e modellarle secondo il proprio inconfondibile stile.

Soltanto la mitologia greca mancava all’appello, e dunque il suo arrivo fu quasi conseguenziale.

La Disney aveva bisogno di un nuovo eroe, badate proprio un guerriero valoroso e non più un principe azzurro.

Gli autori non poterono che focalizzare le loro attenzioni sul più grande eroe di ogni tempo, il più rammentato: Eracle.

Beh, forse il suo nome greco non avrebbe destato la giusta reazione da parte del pubblico. Dopotutto Eracle è maggiormente conosciuto col suo nome latino, Ercole. Si decise così di latinizzare il nome dell’eroe, e iniziò ufficialmente la produzione di “Hercules”.

“Hercules” è una sorta di omaggio benevolo alla mitologia classica, riportata in scena sotto forma di cartone animato e reinterpretata attraverso uno stile avventuroso. “Hercules” non è però un lungometraggio didascalico ed educativo per quel che concerne lo studio della mitologia, è invece una divertentissima e romantica commedia che ha dalla sua il merito di far leva sugli aspetti tipici dei cicli fantastici e leggendari.

La storia di Eracle viene modificata, egli non è più un semidio ma un vero e proprio dio greco, figlio naturale di Zeus ed Era. Tale affermazione potrebbe far sobbalzare dalla sedia chiunque si ritenga un esperto, un divoratore famelico di cultura classica greca, eppure tale “ritocco”, calato in un contesto d’animazione, funziona. Eccome se funziona!

I bambini non erano forse pronti a scoprire l’origine reale di Eracle, nato da una relazione adulterina avuta da Zeus con Alcmena, una mortale ingannata dal volere e dalla smania del dio. E gli stessi infanti non si sarebbero appassionati così tanto al film in questione se avessero saputo che Eracle sceglieva volontariamente di sostenere l’atroce fardello delle dodici fatiche per espiare i propri crimini, atti efferati provocati dalle arti ingannatrici di Era, che avvelenò la mente di Eracle costringendolo ad assassinare l’amata Megara e i figli.

La Disney aggirò l’ostacolo dell’intrattabilità di certe tematiche così crude, snocciolando una storia più semplice, lineare, fatta d’amore, d’affetto materno e paterno, ma anche intrisa di odio famigliare.

Non mancano infatti le interpretazioni più oscure e neanche troppo velate nella storia di “Hercules”.

Il piccolo Ercole è, infatti, odiato da Ade, Signore degli inferi, fratello di Zeus e, pertanto, zio dello stesso Ercole. Il dio dei morti tramuta il nipotino in un bimbo mortale, condannandolo a vivere sulla terra.

Ade aspira ad ottenere il trono di Zeus, e sa che se Ercole, una volta maturato, dovesse combattere, fianco a fianco a suo padre, per lo stesso Ade non ci sarebbe alcuna possibilità di vittoria.

Hercules cresce tra le persone normali, allevato da Anfitrione e Alcmena, prima di venire addestrato da Filottete per divenire l’eroe che non contempla resa.

Hercules anela a tornare all’Olimpo e sa che potrà farlo soltanto se ritroverà la sua indole immortale, solamente se tornerà ad essere un dio.  Per adempiere a questa transizione, egli dovrà portare a fine il più valoroso atto che sia mai stato narrato.

Innanzitutto, l’opera d’animazione “Hercules” poggia gran parte della propria bellezza sull’ottima caratterizzazione dei personaggi.

Megara, la fanciulla protagonista del racconto visivo nonché interesse romantico di Ercole, è una figura bella e sensuale, slanciata e armoniosa, una donna dai folti capelli neri, dalla parlantina sciolta e dal sarcasmo graffiante che nasconde però un’anima triste e affranta. Difatti, Meg non crede più nell’amore ed è prigioniera del volere di Ade, poiché al dio dei morti ella ha venduto se stessa, la propria anima e i propri servigi, pur di salvare l’uomo che amava e che, di tutta risposta, l’ha abbandonata. Da quel giorno Meg e quel sentimento tanto declamato da poeti e cantori procedono come due rette parallele, ed ella è fermamente convinta che l’amore, il vero amore sia una frottola.

Originariamente, nel film “Splash – Una sirena a Manhattan” vi era una sequenza tagliata in cui Madison, la sirena innamorata di un mortale, prima di salire in superficie e incontrare il suo adorato, viene fermata per un breve lasso di tempo da un’antica sirena, dall’aspetto vetusto, sofferente.

Costei ha un’aria consumata, capelli contornati da alghe secche e gusci di conchiglie infranti. Ha il busto e la coda chiazzati di inchiostro scuro, come se un alone funereo venisse emanato dalla sua pelle e dalle sue scaglie un tempo iridescenti, come se fosse perpetuamente a lutto. Ancora, ella ha parti della coda e delle braccia fasciate da reti da pesca nere, che sembrano simboleggiare l’assenza di libertà, la prigionia eterna in cui il suo cuore giace, stritolato in uno scrigno fatto di lenze laceranti, grovigli di fili e palamiti. Questa sirena è stata allontanata dal regno del mare, perché in passato ha concesso se stessa ad un mortale, rivelando la sua natura, convinta che questi l’avrebbe ricambiata completamente. L’uomo, invero, l’ha rifiutata e per tale ragione la sirena è stata punita e vincolata all’esilio. Il suo nome è stato portato via dalla corrente, ora viene conosciuta solo come la Strega del Mare.

Tale “megera” avverte Madison di non lasciare l’acqua, di non confidare al suo innamorato la verità perché certamente andrebbe incontro al medesimo destino. Gli uomini, secondo la Strega, non sono fedeli né sanno amare come le sirene.

La Strega del Mare di “Splash” – concepita ma tragicamente scartata dal montaggio finale del racconto visivo – ricorda caratterialmente Meg, nella sua fase disillusa e rassegnata. Ambedue, tradite e abbandonate, sono state bandite dai rispettivi mondi, e vivono schiave di un presente immutabile. La Strega nuota in un tratto di mare senza pesci né flora, in solitudine, Meg si trascina fra i vivi senza amicizie né affetti, servendo un padrone sinistro e tenebroso. La Strega del Mare non prova più illusioni, speranze… Ella di delusioni ne ha avute troppe, come la nostra Meg, e dunque implora Madison di non raggiungere la terraferma, poiché l’amore non esiste.

Meg è persuasa dello stesso: gli uomini tradiscono, ingannano, non amano davvero. A mano a mano che il suo cuore si schiude ad Ercole, Meg non sa come reagire. Sente d’essere una sprovveduta, una che da tempo meriterebbe un premio per gli ingenui. Vorrebbe quasi reprimere quel sentimento che sta emergendo in lei, ma al cuore, si sa, non si può impartire alcuna direttiva.

Nel finale di “Splash – Una sirena a Manhattan” – in un’altra scena “mozzata” – la Strega del Mare affiora dal fondale e vede, stupita, Madison e Alan nuotare insieme, mano nella mano, e si commuove. L’amore che univa Alan e Madison era tangibile. 

Nel finale di “Hercules”, Meg stringe a sé la sua autentica metà, Ercole. L’amore vero esiste realmente, tutto ha a che fare con la persona giusta al momento giusto.

Altri personaggi che rubano la scena in “Hercules” sono Filottete ed Ade.

Filottete nella sua ironia contagiosa nasconde la delusione di essere un “uomo” incompiuto e insoddisfatto della propria vita.

Egli, un addestratore di eroi, non è mai riuscito a donare alla Grecia un combattente valoroso e imbattibile: ha addestrato Perseo, Odisseo, Teseo (un sacco di “seo”) e persino il pelide Achille, ma tutti loro sono stati, infine, sconfitti dal fato o da avversari spietati.

Sia Meg che “Fil” troveranno la giusta realizzazione della propria esistenza in Hercules, e l’eroe la troverà in loro, in un simbolico rapporto di dare e avere: Meg, come già detto, riscoprirà l’amore, Filottete addestrerà finalmente il più inossidabile difensore della Grecia antica. Ercole avrà in Fil un amico, in Meg la donna della sua intera esistenza.

“Hercules” può vantare un antagonista per eccellenza, uno dei più amati, dei più potenti e dei più particolareggiati dei classici Disney: Ade.

Il dio dell’Oltretomba viene delineato come sarcastico, irascibile e stressato.

Ade si infuria spesso, e quando ciò accade i capelli gli si infuocano fino a tingersi di un rosso accesso. La dialettica del dio più fosco fra tutti è arguta e cinica. Anche in Ade è percepibile un’incompiutezza nella vita: egli è odiato dagli altri dei per il suo fare tetro, è condannato a svolgere per tutta la vita un lavoro che nessuno desidera, mentre su, nell’Olimpo, gli altri dei passano gran parte del tempo a banchettare e a oziare. Pur non potendo giustificare le sue malefatte, la motivazione del personaggio è capibile: Ade vorrebbe dare una svolta alla sua esistenza lugubre, quale miglior modo se non detronizzare il fratello?

E per quanto riguarda il protagonista? Il nostro Ercole? Che dire di lui come personaggio?

Ercole è buono, generoso, altruista, è il cuore e l’anima del suo film.

Il suo percorso, da ragazzino mingherlino eppur forzuto, ad eroe coraggioso e mastodontico cela il significato più profondo del cartone.

Ercole è un eroe, un vero eroe.

Ma, anzitutto, cosa vuol dire essere un eroe?

Significa forse essere un uomo d’azione, impavido e sfrontato difronte al pericolo?

Eroe è colui che fa la cosa giusta, che salva una vita, che combatte per ciò in cui crede.

Hercules affronterà tanti e tanti nemici, prevalendo su tutti. Sconfiggerà mostri truculenti, annienterà con la sua forza creature con più teste, gorgoni che pietrificano, tori furiosi provenienti da Creta, Cinghiali inferociti, fiere di qualunque stazza. Eppure, non è così che verrà proclamato eroe. All’inizio, egli non comprenderà. Crederà che la fama, il successo, l’ovazione della folla siano tutte cose che fanno di un uomo un eroe. Ma no, non è così. Quelle sono prerogative di una stella, di un divo, di una persona adorata, invidiata, ma non di un eroe. Ad un certo punto della pellicola, Ercole è una sorta di star del cinema nell’Antica Grecia, anche se il cinema allora non c’era ancora, e viene trattato alla stregua di un idolo, che commercializza il suo marchio, con tutta una serie di prodotti di merchandising che recano la sua firma, il suo nome; egli influenza la gente, è un mito da imitare. Ma non ancora un eroe.

Ma allora cos’è un eroe?

Colui che è pronto a sacrificare se stesso per un bene superiore, colui che ama e proteggere il suo amore.

Ercole deve diventare un eroe e trovare il proprio scopo, la propria dimora nel mondo. Scoprirà che entrambe le cose, per lui, coincideranno.

“Hercules” è il viaggio di un eroe alla scoperta di se stesso, del posto che può occupare nello scorrere della vita. In “Hercules” non si indaga soltanto l’identità d’animo e ciò che un giorno “diventeremo”, come veniva declamato in “Bambi” e ne “Il re leone” con il cosiddetto “cerchio della vita”, in cui dobbiamo imparare a prendere il nostro posto, vivere e generare altra vita, ma si ricerca proprio il “luogo prediletto” per vivere tale vita. “Hercules” pone in evidenza quanto sia importante la realtà che ci avviluppa per plasmare la nostra identità. Il guerriero è imprigionato tra ciò che è sulla Terra e ciò che potrebbe essere nell’Olimpo. Due mondi così distanti, inesplorati, quello del divino e quello dell’uomo, ed Ercole in quanto semidio confina in sé questa dualità uomo/divinità, un dualismo che può essere espanso e compendiare l’opposizione tra esistenza bramata ed esistenza imposta, tra voglia e dovere: Ercole, d’altronde, è diviso tra i suoi compiti di eroe ultraterreno e i suoi desideri di una esistenza come quella che hanno tutti, fatta di amicizie, una famiglia, un amore.

L’intero film è la storia di un pellegrinaggio, una peripezia alla ricerca di una zona in cui mettere radici, potersi realmente riconoscere. Per Ercole, quest’ultima è la fatica più grande da portare a compimento, il culmine delle sue imprese, il tredicesimo gesto del guerriero.

Fin da bambino, Ercole, a causa della sua diversità, è sempre stato bistrattato, evitato dai suoi coetanei. Era uno “stramboide” per i più, uno scherzo della natura. La sua forza sovrumana generava perplessità, sgomento, paura negli altri, ed era altresì fonte di scherno. Ercole non si è mai sentito a casa, mai nel suo elemento, cammina tra le persone comuni come un “alieno” nascosto tra i terrestri, un superuomo che vorrebbe tanto integrarsi.

Il giovane sogna un posto dove sentirsi a casa, dove essere accettato e riconosciuto.

L’Olimpo parrebbe essere la risposta più ovvia. Dopotutto, è quello il suo nido, la tana in cui è venuto al mondo. Ercole è nato fra gli dei, lì tutti lo vedrebbero come un loro pari. Ma no, non è neppure quella la sua vera dimora. Ercole, in fondo, è un figlio naturale del cielo ed un figlio adottato della terra. La sua casa, invero, non è un posto, ma una persona, una donna: Meg, quella femme fatale dapprima doppiogiochista, ma poi sincera e innamorata del suo eroe.

Per salvare Meg, Ercole mette a repentaglio la sua vita. Si tuffa nel fiume di anime pur di raggiungerla, e nuota, nuota sempre più in profondità mentre il tempo accelera sulla sua epidermide, che si fa rugosa, densa di pieghe. Ercole invecchia in pochi attimi, sta per soccombere alla caducità dell’esistenza mortale ma prima che sia troppo tardi afferra la mano di Meg, portando il corpo della fanciulla, inerme, a sé. E’ il gesto d’amore di un vero eroe, di un vero uomo. Ercole è tornato ad essere un dio, e adesso può andare finalmente a casa.

Ma la sua casa è già lì con lui, è Meg.

Hercules, infine dunque, sceglierà la mortalità per amore.

Meg è ciò che Ercole vuole davvero, la meta del suo viaggio, finalmente il suo posto.

Secondo la nostra disegnatrice Erminia Giordano e il nostro scrittore Emilio Giordano, i lineamenti del viso di Ercole ricordano moltissimo quelli del volto del grande attore Kirk Douglas, che potrebbe essere stato dunque colui che ha ispirato i disegnatori della Disney. Oltre al posizionamento delle orecchie e ai dettagli del naso e del sorriso, persino la fossetta sul mento richiama quella del leggendario interprete. Tale possibile somiglianza non viene riportata da nessun articolo dedicato al film, ed è assolutamente di nostra ideazione.

 

L’opera d’animazione “Hercules” è anche una lettera d’amore a tratti parodistica, in altri beffarda e in altri ancora spettacolare rivolta alla mitologia greca.

Le nove muse qui vengono ridotte a cinque e non ispirano più lo scrittore, l’artista o l’uomo stesso nella stesura di un’opera o nel compimento dell’impresa a cui anela: sono le vere e proprie narratrici degli eventi.

Sin dall’inizio, le muse raccontano ciò che avvenne anni or sono, dilettano il pubblico con canti che inneggiano alla fama dell’eroe e aiutano Meg a comprendere i veri sentimenti provati per Ercole.

“Hercules” è paragonabile a una “commedia in costume”, un encomio al teatro tragico e comico dell’antica Grecia. La voce narrante che si ode inizialmente non è altro che il Prologo, le muse sono il coro e la storia rinarrata unisce sapientemente “commedia” e “peripezie” estratte e amalgamate dai due stili preminenti del teatro antico.

La macabra presenza delle Parche, la furia violenta dei Titani, dominatori dei quattro elementi, l’amicizia incondizionata del cavallo Pegaso (in verità appartenuto a Perseo e Bellerofonte), Filottete tramutato in una sorta di Satiro sono solo alcuni dei numerosi tributi disseminati nel corso della pellicola ai miti.

I registi Ron Clements, John Musker e proprio la Disney citano perfino se stessi: la pelle del felino che Ercole indossa in una scena costituisce un doppio riferimento al celebre leone di Nemea e a Scar, il crudele fratello di Mufasa, antagonista de “Il re leone”.

Il piccolo Hercules disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

“Hercules” possiede una particolarità pressoché innovativa: i riferimenti, critici o parodistici, alla cultura americana. Sebbene sia ambientato in un’epoca andata, il film strizza l’occhio ad un sacco di tematiche moderne, ironizzando su di esse.

La storia è un mezzo per indagare il passato e così comprendere maggiormente il nostro presente. Il mito – il racconto che dir si voglia – veniva usato per spiegare in maniera mistica l’origine e la natura di molte realtà che circondavano i greci. La Disney sfrutta l’ambientazione “storica” e il racconto mitologico per trasporre aspetti contemporanei in contesti storici antichissimi e farne oggetto di analisi. 

Hercules diventa, come sottolineato,  l’eroe più amato della Grecia, ed essere così famoso, nell’antichità, non è poi tanto diverso dall’essere una sorta di “vip moderno”.

Hercules rilascia autografi a donne che urlano a squarciagola il suo nome, vive con un seguito di artisti che desiderano ritrarlo in tele da vendere ai fan, e con uno stuolo di artigiani e stilisti intenti a produrre giocattoli, pupazzi, action figures, addirittura capi d’abbigliamento firmati e dedicati all’eroe. Ecco che Hercules appone il suo marchio sulla sua “Herculade”, la bevanda ufficiale, ispirata chiaramente alla “Gatorade”, e dà via alla produzione di elegantissimi sandali (come li definirà Pena) chiamati “Air Hercules” (le Air Jordan vi dicono niente?).

Hercules imprime persino le impronte delle sue mani nell’argilla, mimando i gesti degli attori più celebri della nostra contemporaneità. Ercole diventa un vip da ammirare e su cui discutere.

Così facendo, la Disney mette in scena col suo “Hercules” una vera analisi circa il mito del popolo, circa la fama che circonda una celebrità, un eroe in tal caso, divenuto una leggenda dopo essere stato un perfetto sconosciuto. La fama, già, croce e delizia di una star, circondata da tanto affetto, da folle festanti che acclamano, ma sovente… sola. Esattamente come si sente Ercole per gran parte del tempo senza i suoi cari, senza la sua Meg.

Nell’antica Grecia i miti erano gli eroi valorosi e incorruttibili…oggi, invece, chi sono?

Naturalmente i miti di oggi, che la società dei consumi moltiplica e distrugge con estrema facilità, non sono più gli eroi greci raccontati da Omero o fatti rivivere sulla scena dai grandi tragici, si tratta invece di gente che spesso rimane pochissimo sulla cresta dell’onda e scompare con la stessa rapidità con cui è stata creata. Entità effimere, costruite sul nulla, vacue, che oltre l’estetica non possiedono null’altro.

“Hercules” è un film molto ben riuscito, divertentissimo ed emozionante.

Possiede la particolarità di uno sguardo intenso e profondo rivolto alla mitologia classica, e forse proprio per questo, meritevole d’esser amato.

Autore: Emilio Giordano

Per leggere il nostro articolo dedicato al videogioco “Disney’s Hercules” clicca qui

Redazione: CineHunters

 


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