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Recensione e analisi: “Il delitto perfetto” di Alfred Hitchcock

Al tempo de “Il delitto perfetto” Hitchcock aveva un contratto con la Warner Bros, per la quale aveva già girato diversi film. Dopo aver visionato parecchi soggetti, nessuno dei quali lo aveva interessato particolarmente, il maestro decise di salvaguardarsi con un thriller di grande successo, una commedia di Frederick Knott dal titolo “Dial M for Murder”. Hitchcock lavorò con l’autore alla sceneggiatura e non si distaccò poi tanto dal testo originale. Il pubblico accolse con entusiasmo “Il delitto perfetto”, anche se Hitchcock lo definì sempre un film minore, girato più che altro per esigenze contrattuali e commerciali. In effetti con “Il delitto perfetto” siamo ben lontani dal successo ottenuto dai film “Notorius” e “La finestra sul cortile” ma non per quel che concerne la qualità dell’opera.

Con “Il delitto perfetto”, Hitchcock è ancora una volta attratto da un soggetto che ha al suo interno i dissidi, i malumori e la durezza che sovente si nascondono in un rapporto di coppia.  Al maestro stava a cuore la concentrazione narrativa e strutturale del film, dovuta in parte al lavoro teatrale dal quale è tratto, ma principalmente alla volontà e alla bravura del regista. Nel caso di Hitchcock lo testimoniano numerosi film d’impianto teatrale, girati in un unico ambiente, come per esempio “Nodo alla gola” e “La finestra sul cortile”, ai quali è giusto accomunare anche “Il delitto perfetto”, che praticamente si svolge per intero nel soggiorno dei Wendice. In alcuni metri quadrati Hitchcock è capace di mettere in scena una vicenda fitta e avvincente dal ritmo praticamente perfetto, alla cui realizzazione partecipano un sapiente montaggio, abili movimenti di macchina e un’azzeccatissima colonna sonora, tutti elementi questi di spiccato taglio cinematografico.

Se la caratterizzazione dei personaggi è alquanto sfuggente non è così invece con gli oggetti. A essi, più che ai protagonisti, sono rivolti alcuni suggestivi primi piani: la borsetta, il telefono, il disco dell’apparecchio telefonico con la lettera “M” in risalto, le forbici. Numerosi altri oggetti sono sparsi nel lungometraggio e la loro presenza non è mai casuale: i guanti, i bicchieri ripuliti per togliere le tracce, il cestino da lavoro, il bastone, la calza usata da Awan, il flacone di benzina, le calze di Margot, il vassoio con le tazze, la valigetta blu. Ma l’oggetto più importante rimane indubbiamente la chiave. Con un solo elemento Hitchcock è capace di suscitare ansia, paura e sgomento.

Grande attenzione viene rivolta alle luci, in quanto nella sala dei coniugi Wendice si trovano alcune lampade, le quali contribuiscono a formare l’atmosfera delle varie sequenze, creando così un sinistro gioco di luci e ombre. Le ombre si stagliano sui muri della casa, ma anche i colori fanno la loro parte. I movimenti di macchina avvinghiano i personaggi in una sorta di rete invisibile e li imprigionano all’interno della stanza.

L'ispettore Hubbard, interpretato da John Williams, possiede molti atteggiamenti e adopera metodi investigativi paragonabili a quelli del Tenente Colombo, che sarà interpretato da Peter Falk dal 1968 in poi. Entrambi sono estremamente intelligenti, capiscono dopo un'attenta analisi chi sia il colpevole e lo incastrano con una trappola sapientemente architettata. Il personaggio di Williams finge anch'egli d’essere un tantino smemorato dinanzi al sospettato, fa finta di ricordarsi improvvisamente cosa dover chiedere all'accusato, e quando sta per andare via, torna di colpo indietro. Un tipico atteggiamento utilizzato da Colombo, che ritornando sulla scena esclama “solo un’ultima cosa…

 

Però, in effetti, c’è una sequenza che in modo particolare si erge su tutte le altre per drammaticità interpretativa, ed è quella del tentato omicidio di Margot. Le tenebre, lo squillo ossessivo del telefono, la luce che si accende, Margot che procede in vestaglia al centro del fascio di luce che proviene dalla porta rimasta aperta, il suo volto che rimane per metà in ombra mentre si porta la cornetta all’orecchio; e poi ancora la presa inaspettata e violenta di Swan, il piegarsi all’indietro di lei, la proiezione sul muro delle sagome dei due che si dibattono. E infine la disperata ricerca di qualcosa per liberarsi da quella morsa mortale e le forbici inquadrate in primo piano, così come il successivo ferimento dell’aggressore, e Margot che si adagia sulla scrivania, mentre Swan rovina a terra supino, con il macabro particolare delle forbici che si piantano ancora di più nella sua schiena. In questo Hitchcock è un vero maestro: gira una scena di una tale brutalità senza far vedere nemmeno una goccia di sangue.

Molto probabilmente il delitto perfetto non esiste, di certo però esistono scene perfette come questa!

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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