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Commento e analisi: “VITA DI PI” – UN ATTO DI FEDE

Lei ha una storia che mi farà credere in Dio”, una frase ripetuta più volte all’inizio del film, volta senza dubbio a incuriosire lo spettatore e a destare in lui l’interesse per ciò che dovrà essere narrato. Beh, i primi venti minuti non si allontanano poi molto da quella che è a tutti gli effetti una lunga indagine sul divino, iniziata da un piccolo bambino che, crescendo, impara a scoprire il mondo con gli occhi della religione e del mito. “Gli dei sono stati i supereroi della mia infanzia”, lo dice un Pi adulto (Irrfan Khan), quando ricorda se stesso da bambino, nascosto sotto le coperte, munito di una torcia, intento ad osservare più che leggere un fumetto, dove Krishna, la divinità di cui sua madre gli parlava, veniva rappresentata nell’atto di spalancare la bocca e mostrare l’intero universo celato al suo interno. Uno dei racconti che più colpirono Pi nel profondo. Ma il padre, cauto e prudente nel campo del mistico, uomo quasi pragmatico e severo a volte, avverte costantemente il figlio: “Non credere ciecamente a ciò che senti” – dice – “la religione è oscurità” – prosegue - indicandola come un percorso poco chiaro e indecifrabile. Pi passa l’intera sua adolescenza a “saltare” da una religione all’altra, documentandosi sulle credenze e su ciò che Dio è, su chi è Gesù e chi è Allah. Dio per Pi diviene una ricerca costante, che deve necessariamente avere un fondo di verità e di comunanza con le diverse religioni del mondo. Il padre lo avverte ancora: passare da una religione ad un’altra vuol dire non avere certezze, bisogna prima incamminarsi nel percorso raziocinante, e solo dopo un’attenta analisi si può scegliere cosa fare e in quale dio credere. Ma ciò che non sapeva Pi è che Dio non aveva affatto finito con lui…

Se la vita per il protagonista è un “continuo atto di separazione”, il film ci presenta quella stessa vita come un costante atto di fede, dove il porre fiducia nell’emozione, in ciò che ha dell’incredibile, nel magico direi, è alla base della nostra salvezza. L’opera pluripremiata di Ang Lee cambia drasticamente tono all’improvviso, come il peggiore dei temporali in mare, quello che si manifesta senza la minima avvisaglia, portandosi via la quiete e la serenità iniziale per far posto alla tempesta e al caos. Pi (Suraj Sharma) perde in pochi, tragici attimi la sua intera famiglia, e assiste inerme all’affondamento della nave merci che lo stava “trascinando” via dall’India, dalla sua casa, lontano dalle fantasie che aveva da bambino e dall’amore per la danzatrice Anandi, che aveva provato da ragazzo. Adesso è solo, l’ultimo superstite di un naufragio, disperso nell’oceano Pacifico con una scialuppa come ultima ancora di salvezza. Dico che è rimasto solo parlando da un punto di vista “umano”, nessun altra persona è con lui; ma Pi non è affatto solo. Ci sono sulla sua stessa scialuppa di salvataggio, sopravvissuti alla tempesta, anche una Zebra con la zampa spezzata, un orango tango, una iena e Richard Parker, la grande tigre del Bengala.

Dopo aver ucciso la zebra e l’orango tango, la iena subisce la medesima sorte, questa volta per “mano” di Richard Parker, che da questo momento, diventa il solo compagno di patimenti di Pi. Il giovane si ritrova così costretto a sopravvivere tra le onde, tenendo a bada una tigre e dovendo affrontare le insidie dell’oceano, la sete e la fame. Richard Parker ci viene presentato come un enorme felino che inizialmente non desidera altro che banchettare con la carne del nostro protagonista. Noi spettatori non possiamo far altro che affidare le nostre emozioni; in Richard Parker percepiamo la furia animalesca, una seria minaccia per la sopravvivenza del nostro eroe. La sceneggiatura inizialmente recitava, per bocca del padre di Pi, che l’unica cosa che possiamo percepire negli occhi di un animale è solo lo specchio delle nostre emozioni, che siano positive o negative.  Agli inizi del nostro viaggio non possiamo che riflettere su Richard Parker emozioni negative, perché lo vediamo come un’ennesima, costante minaccia. Lentamente però la tigre diventa una sfida perpetua per il protagonista Pi che, pur impaurito, resta comunque vigile e mai domo. Comincia infatti a studiare modi per permettere al felino di cibarsi, razionando le provviste dei biscotti e le rimanenze d’acqua per se stesso, tenendosi sempre attivo con “esperimenti” in mare, volti a indebolire l’animale per renderlo, per così dire, più mansueto, sfruttando il movimento delle onde in maniera d’accentuare in lui una sorta di mal di mare. Iniziamo a capire che senza Richard Parker, Pi non riuscirebbe a sopravvivere, perché la solitudine e l’abbandono spezzerebbero il suo spirito ben più degli artigli della tigre stessa. Passano intere settimane e i due, tra scenari fantastici e immagini visive terrificanti, che varranno alla troupe l’oscar per i migliori effetti speciali e per la miglior fotografia, imparano a convivere l’un l’altro. Adesso le nostre emozioni nei confronti di Richard Parker cambiano, comprendiamo che la sua aggressività iniziale era soltanto l’indole della sua natura, e adesso notiamo come l’animale stesso sia una vittima di quel naufragio, esattamente come lo è Pi, e che entrambi, tra innumerevoli difficoltà e sofferenze, stanno cercando di sopravvivere insieme.

Piegati nell’animo, Pi e Richard Parker, al calar della notte, si accasciano sulla barca, mentre la tigre osserva la superficie del mare, come se riuscisse a intravedere qualcosa nel buio delle tenebre. Pi ingenuamente domanda al suo compagno di viaggio cosa veda, prima di affacciarsi lui stesso fuori dall’imbarcazione. Dall’oceano emergono creature degli abissi: calamari giganti, capodogli, fino a trasformarsi negli animali del suo amato zoo, che in un’esplosione di colori si materializzano nel volto di una donna, prima di mostrare anche la nave adagiata sul fondo dell’oceano, là dove hanno trovato la morte la madre, il padre e il fratello. Il nostro protagonista ricorda che negli occhi di krishna alcuni coraggiosi avevano visto l’universo, lui, in quell’oceano, la sua condanna; aveva rivisto la sua intera vita sotto forma di immagini, allegorie e ricordi nebulosi. Pi è ormai allo stremo. I due vengono sorpresi da una nuova tempesta e, come aveva fatto sulla nave, Pi l’accoglie come una testimonianza di Dio, prima di disperarsi nuovamente, quando si rende conto di come Richard Parker sia impaurito dinanzi alla furia delle onde alte come palazzi. Pi urla a Dio ciò che ha passato, gli confida aspramente di aver perso tutto ciò che aveva e domanda che cos’altro vuole quel dio non più misericordioso come lo aveva sempre creduto. Sopravvissuto miracolosamente anche a quest’ennesima avventura, Pi si avvicina alla tigre e riesce finalmente ad accarezzarla. Entrambi appaiono deperiti e ormai prossimi alla fine. Pi questa volta con pacata rassegnazione, comunica a Dio di essere pronto. In questo preciso istante proviamo un forte dispiacere e un’empatia per Pi come per la tigre; quell’animale che inizialmente ci era sembrato soltanto un pericolo persistente, è diventato adesso un compagno di avventura di cui non potremmo fare a meno. E’ il grande stupore, quell’immenso senso di meraviglia che offre la narrazione sequenziale del film, abile a farci cambiare opinione dopo pochi frangenti.

Al suo risveglio, Pi si trova “ancorato” alla riva di un’isola galleggiante popolata solo da migliaia di suricati. E’ un paradiso per gli occhi, un luogo interamente formato da vegetazione con alcuni splendidi laghetti artificiali di acqua dolce. Tuttavia ciò che l’isola dava di giorno se lo riprendeva la notte: a causa di un misterioso processo chimico, ogni cosa su quell’isola diventa mortale, persino l’acqua dei laghetti diviene acida uccidendo tutti i pesci che nuotano al suo interno. Pi si accorge della pericolosità del luogo quando scorge un dente umano all'interno di una pianta carnivora: evidentemente il segno di uno sfortunato e ignaro abitatore dell’isola che come il nostro protagonista si era ritrovato solo e sperduto. La regia stacca d’improvviso offrendoci così una grande panoramica dell’isola che ha proprio la forma di un gigantesco corpo umano che giace supino sulla superficie del mare. Pi capisce che non può rimanere sull'isola e, dopo aver fatto raccolta di provviste, riparte con Richard Parker. Dio non lo aveva abbandonato, gli aveva permesso di rendersi conto del nuovo pericolo a cui stava andando incontro: anche quando sembrava averlo lasciato per sempre, in realtà, Dio stava vigilando su di lui. Pi raggiunge finalmente la terraferma, mettendosi in salvo, dopo aver osservato l’animale giungere in prossimità della giungla. Pi si aspettava che la tigre si voltasse per guardarlo un’ultima volta prima di scomparire tra la fitta vegetazione, quasi per ricercare un barlume di emozione nel suo ringhiare, ma non fu così. Richard Parker avanzò deciso e scomparve nella giungla. Dopo tutti questi anni, Pi non riesce ancora ad accettare il fatto che Richard Parker non mostrò alcuna emozione al loro addio. Lo scrittore a cui stava raccontando la sua incredibile avventura mostrò tuttavia una significativa titubanza nell’accettare per “vera” tutta la storia raccontata da Pi, così il ragazzo ormai diventato adulto gli narrò un’altra versione, una seconda storia, che aveva riportato anche ai due inviati giapponesi incaricati di ricostruire l’incidente della nave. Nel secondo racconto, al posto degli animali, ci sono le persone dell'equipaggio della nave, in particolare il cuoco francese (interpretato da un crudele Gerard Depardieu), la madre di Pi e un marinaio giapponese buddista, presentato brevemente durante la cena sulla nave mercantile. In questo racconto la madre rappresenta l'orango, il cuoco la iena, il marinaio la zebra e la tigre la furia vendicativa di Pi. E’ interessante notare come l’intero nuovo racconto di Pi ricostruisca delle parti che noi spettatori abbiamo vissuto dal punto di vista di Pi e Richard Parker. La seconda storia è sanguinaria, priva del tutto di emozione e di quel senso di scoperta e incredulità, poiché lascia solo il posto al lato più crudo e orribile dell’uomo. Come per stessa ammissione dello scrittore anche per gli inviati giapponesi la storia più bella è quella con la tigre. Un Pi adulto sorride allo scrittore che aveva ospitato in casa propria, finendo poi per affermare che la storia con Richard Parker è più veritiera anche per Dio.

A questo punto lo spettatore, specie quello meno abituato agli stravolgimenti finali, si trova un momento frastornato, e sente il bisogno di comprendere quale delle due versioni sia vera ma non può. Può solo credere in una delle due storie. Scrivevo all’inizio di queste mie considerazioni che il film secondo me ci presenta la vita come un continuo atto di fede, di fiducia nel miracolo e in ciò che ha dell’incredibile. Ciò che è avvenuto “sull’arca di Pi” in questa “odissea” non dà certezze, solo fantasie in cui credere. La storia di Pi e Richard Parker è un atto di fede per noi spettatori. Ci siamo talmente emozionati con questa storia che crediamo che sia quella vera perché dev’essere per forza così, pur non avendo alcuna certezza. Ed è ciò che è Dio per Pi, un atto di fiducia capace di sostenerlo e respingere il dubbio. E’ la fede nell’emozione più grande, e la nostra più grande emozione è legata proprio al viaggio di Pi e Richard Parker; perciò la nostra fede è con loro ed è riposta nella loro storia. La vita di Pi ha un lieto fine, coronata dal matrimonio e dalla nascita di due bambini, un maschio e una femmina, a cui viene dato il nome del fratello perduto e dell’amata di un tempo.

Nell’ultima scena anche il regista ci rievoca il rapporto tra Pi e Richard Parker: Pi sorride e la tigre muove per un istante le orecchie; è l’estremo congedo tra Richard Parker e Pi, quello che il giovane non è riuscito a percepire e che mai percepirà. Può soltanto credere in ciò che i due hanno provato. L’ennesimo atto di fede nell’incredibile, la base emozionale dell’intera opera.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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