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FERISCE PIU’ LA PENNA DELLA SPADA – L’INVENTORE DI FAVOLE

“La scrittura è architettura” recita il testo de “Il tempo delle cattedrali” nella splendida versione italiana del musical “Notre Dame de Paris”. L’atto di scrivere può essere elevato a una vera e propria forma d’arte, forte e impenetrabile come la saldezza dell’architettura, plasmata nel tempo, resistente anche allo scorrere delle decadi e ai capricci della natura. Che siano i versi di una poesia, i passi memorabili di un romanzo, i dialoghi sceneggiati di un testo teatrale o la verità manifesta con argute riflessioni nelle pagine di un giornale, la scrittura, più di quanto crediamo, conserva in sé la gloria artistica di dar vita ai pensieri, alle fantasie o ai capricci, più o meno inconfessati. Scrivere è un atto d’amore. Un amore per la creazione. Un processo produttivo che necessita spesso di tempo e pazienza, di idee recondite ma spesso di ispirazioni venute all’improvviso. Ed ecco che un taccuino o un’agenda o addirittura un banale foglio bianco possono diventare alleati preziosi, contenitori in cui l’autore libera i propri pensieri e li fissa su carta, così da poterci tornare di tanto in tanto a rileggerli, e magari arricchirli di nuove sensazioni.

Alcuni scrittori, più di altri, tengono sempre in mano il loro taccuino, e lo scorrono per cercare un angolino tutto libero in cui poter scrivere quell’ultima idea, balenata lì, come si dice, ex abrupto. Il più delle volte, le annotazioni sono riportate con caratteri così strani che difficilmente potrebbero essere riconducibili all’alfabeto, tanta è la fretta d’appuntarsi quel certo particolare per paura di dimenticarlo, e quindi poco importa il modo in cui viene trascritto. Sono i giornalisti in azione coloro che più di altri portano sempre con sé un taccuino, pronto per essere utilizzato. Chi nasce, cresce e vive costantemente alimentato da quella fiammella chiamata passione per la scrittura comprende prima di altri quanto l’onestà comunicativa sia un dettame imprescindibile. Scrivere un articolo richiede una buona dose di responsabilità, qualunque sia il settore giornalistico di competenza. “Verba volant, scripta manent” riporta l’antico detto latino, quasi a ricordarci che la parola scritta ha un potere enorme a cui spesso non diamo il giusto peso. Stephen Glass, giornalista americano del New Republic, verso la fine degli anni ’90 ignorò di fatto il potere del linguaggio scritto. Al suo incauto agire è dedicato il film del 2003: “L’inventore di favole”, titolo italiano di “Shattered Glass”. Proprio il personaggio di Stephen Glass regge in mano un simbolico taccuino in cui appaiono decine e decine di appunti, scritti rigorosamente di proprio pugno, in uno dei tanti scatti promozionali del film.

Il lungometraggio si apre con una ripresa a rallenty, quando una voce fuori campo introduce gli spettatori alle atmosfere dell’opera. Una volta terminata la dissolvenza, la camera inquadra il protagonista intento a scrutare con un furbesco sorriso la redazione giornalistica presso cui lavora, mentre tutto intorno sono in atto dei festeggiamenti. Stephen Glass, a soli 24 anni, è stato assunto come giornalista nel New Republic, una testata dedicata alla politica e alla cultura pubblica statunitense. Glass è amato tanto dai suoi colleghi quanto dal vice-direttore per i suoi modi affabili, per la sua parlantina sciolta e compita, ma soprattutto per la vivezza dei suoi articoli, ora originali e disamanti ora sarcastici e mordaci. Stephen è un giovane sicuro di sé, vive una vita tranquilla lontano dai genitori, i quali però vorrebbero che proseguisse gli studi (temporaneamente abbandonati) presso la facoltà di legge, e invece passa gran parte delle sue giornate sul luogo di lavoro, corteggiando candidamente le sue colleghe, che non esitano mai a dargli una mano e a confrontare con lui i loro pezzi prossimi alla pubblicazione. Stephen è per tutti un ragazzo da ammirare, un nome che sta facendo sempre più parlare di sé tra la stampa americana, tanto da avere perennemente il telefono pronto a squillare, con continue richieste da parte di altri giornali che desiderano la sua collaborazione nella stesura di nuovi articoli. Stephen è per tutti uno scrittore arguto e versatile, una “penna” schietta ed efficace. Il suo status di stella nascente del giornalismo lo porta persino a essere chiamato dalla sua vecchia insegnante di liceo per tenere una lezione agli studenti della sua classe e spiegare loro i segreti di un successo talmente debordante da espandersi a macchia d’olio. Stephen comincia così a narrare al suo giovane pubblico la sua ascesa, mentre resta in piedi dinanzi alla cattedra, il suo momentaneo palcoscenico, fianco a fianco alla sua cara insegnante, che intanto lo scruta con occhio compiaciuto e soddisfatto, come a ricercare qualcuno dei suoi insegnamenti nello sguardo così sicuro e deciso del suo caro, vecchio studente. Il film a quel punto procede su due binari ben distinti: da una parte udiamo ciò che Glass racconta ai suoi ascoltatori, dall’altra vediamo ciò che accadrà in quei mesi burrascosi. Un giorno, il vice-direttore, grande estimatore del protagonista, viene sostituito da Charles Lane, un giornalista facente parte della stessa redazione in cui lavora Stephen. Glass non nasconde ai colleghi la sua antipatia nei confronti del nuovo superiore e ciò, vista la grande influenza che Stephen ha verso i suoi amici, porta anche gli altri giornalisti a sviluppare un senso di lieve avversione verso Lane. Nelle settimane successive, Stephen diviene il giornalista di punta del New Republic.

L’ultima fatica letteraria di Glass è un articolo che sta ricevendo ampi consensi tra i lettori. Il testo tratta con raffinato sarcasmo la storia di un giovane hacker a cui è stato offerto un contratto faraonico per lavorare in una multinazionale, da lui stesso violata poche settimane prima. L’articolo, trattando notizie di carattere informatico, settore di competenza del “Forbes”, viene analizzato attentamente dal reporter Adam Penenberg, rivelando clamorose incertezze sulle fonti citate e grosse incongruenze riportate dallo stesso Glass. Allarmato da queste apparenti scoperte il direttore del Forbes contatta Charles Lane che in un primo momento difende il suo collega. Comincia un’indagine giornalistica che porta il film di Billy Ray ad assurgere ai canoni dell’avvincente cinema d’inchiesta. Contemporaneamente, il regista non smette di spostare la nostra attenzione sul monologo esaustivo che Glass sta tenendo a lezione dai suoi studenti liceali. Il protagonista spiega come il giornalismo politico sia un’arte dedita alla ricerca dell’informazione e dello scoop sensazionale che potrebbe smascherare possibili illeciti. La pubblicazione di un articolo a detta di Glass non è affatto semplice, è un processo costellato da tanti passaggi e da innumerevoli ostacoli da superare. Il giornalista deve recarsi egli stesso sul luogo d’indagine, dev’essere circondato da fonti attendibili che dovrà inevitabilmente citare. Una volta steso, il pezzo dovrà essere corretto e, se del caso, soggetto a riduzioni varie. In seguito, la redazione dovrà verificare la veridicità delle fonti espresse, e solo dopo averne valutato l’attendibilità si potrà mandare l’articolo in stampa, con tanto di firma dell’autore posta in alto al pezzo. Stephen tiene però a precisare che il più delle volte le uniche fonti presenti sono quelle riportate dal giornalista e non possono in alcun modo essere vagliate e verificate. In quel caso la pubblicazione potrà avvenire comunque, purché l’articolo sia coerente e ben scritto e l’autore si prenda le responsabilità delle proprie affermazioni.

Più vanno avanti le ricerche sulla storia redatta da Stephen più l’articolo di Glass perde valore, sgretolandosi come un castello di sabbia all’arrivo dell’alta marea. Non potendo dimostrare ciò che ha scritto, Stephen ammette di essere stato raggirato dalle sue stesse fonti e di aver commesso l’ingenuo errore di essersi fidato ciecamente. Lane nonostante gli attriti con il resto della redazione che difende a spada tratta Glass, si trova costretto a sollevarlo dall’incarico e a sospenderlo per due anni. Una sera, però, Charles scopre che il fratello di Steven vive nella stessa località in cui si trovava una presunta fonte citata da Glass e che lo stesso Lane contattò per avere alcune delucidazioni in merito all’articolo. Charles deduce che il fratello di Stephen e la fonte in questione sono la medesima persona, comprendendo così che l’intera storia è stata totalmente inventata. Poco prima che il Forbes pubblichi un articolo per smentire la veridicità del tema trattato da Glass per il New Republic, Charles licenzia il nostro protagonista. Stephen, in lacrime, chiede un’ultima possibilità, promettendo che non accadrà mai più, ma Charles gli volta le spalle, restando in silenzio. Lane a quel punto viene colto da un atroce timore; raccoglie così tutte le riviste pubblicate nei mesi precedenti e sottopone gli articoli di Glass ad un’attenta lettura, comprendendo tristemente che quasi tutti i pezzi sono in maniera parziale o del tutto frutto della sua fantasia. Il New Republic rischia di sprofondare sotto gli efferati colpi degli altri giornali, i quali, una volta appurata la falsità del primo articolo non esiteranno ad indagare sui precedenti portando così alla luce la verità: la parabola ascendente del giovane Stephen è fondata su un cumulo di menzogne. Una fitta rete di bubbole, avallata, suo malgrado, dallo stesso New Republic. I giornalisti della redazione, dopo qualche ora di smarrimento e dopo aver pesantemente attaccato Charles per aver licenziato Stephen, si rendono conto che il vero giornalista onesto e competente era sempre stato il capo che avevano calunniato, e che l’uomo che seguitavano a difendere era in realtà un manipolatore. L’intera redazione fa trovare sul tavolo di Charles un messaggio firmato di pubbliche scuse ai lettori: Lane capisce così che i suoi giornalisti sono finalmente con lui. Nel frattempo, la tela di bugie tessuta da Stephen si è sgretolata tra le sue stesse mani, mentre egli prosegue imperterrito a parlare del suo splendido lavoro davanti a tutta la classe. Conclusa la lezione, gli alunni si congedano da lui applaudendolo. Lentamente gli studenti si defilano così come il battito di mani perde d’intensità, fino a non sentirsi più e l’aula appare improvvisamente vuota e “rumorosamente silenziosa”. Il protagonista resta lì immobile a fissare il banco e la seggiola su cui sedeva quando era uno dei tanti liceali. Stephen non ha mai parlato con quelle ragazze e quei ragazzi. Era anch’essa una favola dall’aspro finale. Di colpo anche noi spettatori siamo caduti vittime dei suoi racconti per nulla veritieri. L’unico applauso sincero, udibile verso la fine della pellicola, è riservato a Charles Lane e viene scandito dall’intera redazione che lo saluta come un autentico vice-direttore. L’ultima sequenza del film si ricongiunge esattamente con quella iniziale in cui Stephen si muove verso di noi osservando fieramente il luogo di lavoro e ripetendo le medesime parole che aveva proferito inizialmente. Lo scenario però cambia, e i festeggiamenti che stavano avvenendo intorno a lui, fresco vincitore di un Pulitzer, scompaiono senza lasciare alcuna traccia: era quella la sua ultima illusione.

Un ottimo Hayden Christensen dona voce e corpo alla figura di Stephen Glass in questo film biografico diretto da Billy Ray. Christensen accettò la parte quando era già stato scelto da George Lucas come interprete di Anakin Skywalker in “Star Wars”. “L’inventore di favole” venne distribuito nella seconda metà del 2003, quando Christensen era già sbarcato al cinema con l’episodio II della trilogia prequel di “Guerre stellari”. Insieme al ruolo del ragazzo disadattato e schiavo della droga ne “L’ultimo sogno”, performance che gli fruttò una nomination al Golden Globe come miglior attore non protagonista, e naturalmente alla parte del personaggio cardine di “Star Wars” ovvero Anakin Skywalker, questa prova fu la più importante della carriera dell’attore canadese. A tal proposito ne “L’inventore di favole” sembra essere presente un “Easter egg” dedicato all’iconico ruolo interpretato da Christensen. Glass dirà al suo direttore che se dovesse sentire un profondo respiro, agitato e intimidatorio provenire dalla segreteria del numero selezionato inerente la sua fonte, non dovrà preoccuparsi. E’ un chiaro riferimento al celebre respiro ritmato di Darth Vader.

La recitazione dei due protagonisti è studiata minuziosamente per far vedere la diversità caratteriale tra Stpehen Glass e Charles Lane. Il primo è un personaggio logorroico, quasi “piagnucolone” quando tenta di commuovere i suoi interlocutori, abile negli esercizi dialettici, che fa della parola la sua arma in più, del complimento il segreto del suo essere tanto “affabulante”. Il secondo, invece, interpretato da un grande Peter Sarsgaard, è un personaggio taciturno, introverso, che fa delle sue lunghe pause e dei suoi sguardi attenti e riflessivi il suo modo preminente di essere e di rapportarsi con l’ambiente di lavoro.

Il vero Glass, laureatosi in legge dopo essere stato espulso dall’ordine dei giornalisti, definì il film come un viaggio splendidamente eseguito nei meandri imbarazzanti del suo passato. Ma “L’inventore di favole” non si configura soltanto come un film che ripercorre la sfortunata carriera di Glass nel mondo del giornalismo, tanto da offrire una sorta di denuncia all’aspetto fraudolento del suo lavoro, ma desidera anche far traspirare l’amore per il giornalismo in quanto tale e adempiere a monito verso tutti coloro che credono che la realizzazione di un articolo sia un qualcosa di così semplice da poter essere persino creato dal nulla. Non è un caso che “L’inventore di favole” venga spesso trasmesso e pertanto utilizzato nelle scuole di giornalismo statunitense per fornire agli studenti un esempio tangibile di una corretta ma anche scorretta professione giornalistica. Ray carpisce con arguzia le tempistiche e il clima, a volte teso altre volte disteso, che esiste tra i membri di una redazione, cercando di evidenziare come spesso all’interno di un giornale si creino dei veri e propri nuclei familiari in cui poter ricercare un aiuto collaborativo, confidarsi e persino rifugiarsi. Il cineasta non dimentica però quanta responsabilità reca in sé la figura del giornalista, fatto carico del peso di fornire ai lettori una trattazione pertinente e colma di realtà comprovate. Il lettore diviene così il depositario di una confessione pubblica, e può accrescere il proprio bagaglio culturale attraverso la lettura di un argomento che senza le parole scritte dal giornalista non potrebbe altrimenti conoscere. I lettori, a causa dell’operato ingannevole di Glass, si tramutano nelle vere vittime del New Republic. Verità e inganno si amalgamano perfettamente quando seguiamo lo snocciolarsi della storia principale insieme al racconto partorito da Glass nel suo vecchio e sempre caro liceo. Ray vuole che gli spettatori si sentano fuorviati dall’oratoria menzognera di Stephen, quando prenderanno coscienza che ciò che avveniva in quella scuola era, in verità, ancora frutto dell’immaginazione del personaggio centrale del film.

“L’inventore di favole” è un film che volge il suo sguardo verso quell’amore astratto ma pur sempre valente della scrittura. Una scrittura che sin dall’alba dei tempi è e sempre sarà, per l’appunto, “architettura”; e in quanto tale non potrà essere usata come un’arma illusoria, capace solamente di gettare fumo negli occhi di chi guarda. La scrittura su carta di giornale resta tale e possiede il potere di divenire “incancellabile”. Proprio la scrittura, la più grande passione di Glass, si è rivoltata contro di lui. Egli stesso cadde preda delle sue fandonie, perdendo così la possibilità di poter vivere di quelle parole che tanto desiderava far leggere a terzi. La penna ferisce più della spada, perché squarcia l’anima e non la carne. Il ritmo con cui si dipana la storia non è tuttavia calzante e l’investigazione giornalistica non segue certo l’andatura di un poliziesco, ma pur nella sua intensità non eccessiva il film riesce a far scoprire di pari passo la verità tanto ai suoi personaggi quanto al suo stesso pubblico. Come se il montaggio sia costruito seguendo lo stile di un vero articolo di giornale, in cui solo leggendo la successione ordinata delle righe possiamo riuscire a comprendere la realtà celata nella fanfaluca favolistica.

“L’inventore di favole” è un lungometraggio realizzato per chi ama il giornalismo e ciò che concerne tale mestiere, che più di quanto si creda può elevarsi al di sopra della lettura più comune. Pur non potendo vantare un successo paragonabile a titoli come “Quarto potere” o “Tutti gli uomini del presidente”, pietre miliari del cinema dedicato al giornalismo americano, “L’inventore di favole” può senza dubbio essere annoverato di diritto tra le altre pellicole rinomate del settore. “L’inventore di favole” più di molti altri film del genere protende maggiormente all’esaltazione della scrittura in quanto mezzo di comunicazione, una forma espressiva atta ad esortare le menti ad una costante riflessione, un invito a spronare l’aspetto critico e analitico della propria mente su ciò che si sta leggendo. Ma se tale argomento subisce le influenze negative della falsità perché leggerlo? Cosa sarebbe del vero giornalismo se fosse schiavo dell’inventiva dell’uomo? Il giornalismo in quanto tale non potrà che dipendere sempre dall’abilità scrittoria dell’uomo e della veridicità dell’evento, poiché solo attraverso esso si potrà garantire una divulgazione corretta dell’informazione. Da un grande articolo derivano grandi responsabilità. Le responsabilità di chi vede nella scrittura giornalistica l’occasione per rivolgersi a un lettore senza conoscerlo, senza poterlo guardare negli occhi, ma riuscendo comunque a nutrire la sua mente, il suo cuore e l’insaziabile desiderio di sapere che alberga in lui.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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