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Humphrey Bogart – Quattro passioni che formano una vita

La vita di Humphrey Bogart potrebbe essere riassunta nella quotidianità inusuale. Per comprendere la sua ascesa e la successiva affermazione del mito, bisogna costatare ciò che Bogart fece nella creazione del proprio essere, nella rappresentazione del proprio personaggio vero, mostrato in scena sotto forma di ruolo cinematografico con movenze e vizi pertinenti, poiché è nell’abitudine perpetua che si plasma l’icona. Nell’assiduità inusuale si scopre Bogart. Perché inusuale? Perché fu innalzato ad idolo nonostante la turbolente vita sentimentale, i capricci deleteri e il carattere brusco. Ma proprio in quell’atteggiamento inconsueto, contrapposto al canone elegante e falsamente signorile dell’Hollywood anni '40, si portava alla luce la vera anima dell’artista.

Bogart fu sempre se stesso, non indossò mai una maschera, neppure quando interpretava uomini ben lontani dal suo carattere. Seguitava comunque a conferir loro quell’espressione corrucciata e quella malinconia romantica assuefatta al bere ossessivo. Bogie era sempre Bogart, anche e soprattutto quando si azzuffava in pubblico con le sue compagne, quando rispondeva a tono a chiunque lo infastidisse sul luogo di lavoro, considerato da Bogart stesso, come l’unica questione maledettamente seria della propria vita. Bogie era un idealista. Sincero, senza alcuna remora quando si trattava di prendere posizione e ribadire la propria opinione. Verosimilmente era il più vincente tra i perdenti. Il solo capace di incassare smacchi e tracolli privati, come l’espulsione dall’università o i tre divorzi rimediati, alternando il trionfo cinematografico, conquistato malgrado quel fisico dimesso che faceva da contrappunto ad una presenza scenica monumentale.

Bogart era il simbolo dell’uomo in lotta per la sopravvivenza nella moderna società, fuori o dentro la legge, più spesso a mezza strada, sconfinando nella nevrosi del ribelle che nutre ancora una salda fiducia nella forza dell’individuo. Non era uomo da compromessi, li soffocava sul nascere con un soffio, supportato da uno dei suoi più fedeli amici: il tabacco. Che recitasse o no, l’alcool e il fumo erano due caratteristiche preminenti del suo essere, quasi due tratti tipici del suo aspetto. Guardavi Bogart e vedevi un’ombra immersa nel fumo, un viso appena scrutabile dal grigiore dell’esalazione, e avvertivi inevitabilmente il forte odore di alcool proveniente dal bicchiere di vetro che reggeva stretto a sé. Ogni genere di intruglio alcolico era il suo secondo, migliore amico. Badate, nonostante il vizio del bere, Bogart non cadde mai davvero nel vortice dell’alcolismo. Riuscì a mantenere sempre e comunque la classe della sua icona e l’integrità del proprio ardore.

Ma l’amore più grande che Bogart nutrì fu quello che provò per Lauren Bacall, la donna che venerò dal primo instante in cui la vide nel 1945. Era reduce da tre matrimoni falliti miseramente. Tre consorti bellissime e dannate, violente e distruttive, pronte più volte a fronteggiarlo spudoratamente. Le amò tutte a suo modo, ma i rapporti familiari, instaurati all’interno delle sue dimore prima dell’incontro con la sua quarta e ultima sposa, furono esiziali e pericolosi. Scrivevo che per comprendere Bogart bisogna constatare ciò che fece nella creazione del proprio essere, e Bogart fece dell’incondizionata e duratura “passione” la propria persona. 
La passione fu la fonte di ogni suo gesto.

La vita del grande attore potrei compendiarla in quattro passioni, una probabilmente più intensa dell’altra. La recitazione fu la linfa vitale che accompagnò ogni suo battito, il suo trasporto emotivo essenziale, quello che cessò nel 1957, quando le altre sue autolesionistiche passioni lo condurranno alla malattia, alla fine. Ma quando deponeva la sigaretta e finiva di bere e quando si toglieva di dosso i panni del duro, Humphrey tornava da Lauren: l’ultima sua passione, quella che si tramutò in amore. Che stesse recitando o no, davanti a una macchina da presa o a un pubblico, quando spegneva la sigaretta e gettava via, lontano, l’ultimo bicchiere della giornata, desiderava soltanto il bacio della sua ultima ma unica, eterna compagna, anch’essa attrice, anch’essa leggenda.

Lauren Bacall fu la sua musa, quella splendida figura di donna che inseguì per tutta una vita e che non lasciò mai partire in aereo, privandosi, al saluto, di ogni barlume di felicità. No, non fece come in “Casablanca”, quella volta fu attento, sposò appieno la realtà: la volle stringere a sé, contemplandola fino all’addio.

Quella volta, partì lui per primo.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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