Alien – Nello spazio nessuno può sentirti urlare

La paura viene sovente descritta come uno stato d’animo, o più precisamente, un turbamento emotivo scatenato da un istintivo meccanismo di difesa che pone in guardia il soggetto in una condizione di pericolo in un dato momento o in una particolare situazione.

La paura genera inquietudine, angoscia, allerta, sofferenza eppure c’è chi desidera sperimentarla. Saggiarla. Viverla. Come si fa a trasmettere la paura? A dispensarla, a farla proliferare e a diffonderla come un’epidemia?

Il cinema dell’orrore ha più volte saputo dare una risposta a domande alquanto simili. Come già detto, la paura riesce a suscitare un’attrazione nel cuore dell’uomo, il quale tende a volte a ricercarla piuttosto che evitarla. I film dell’orrore fanno parte di un genere nato al solo scopo di affascinare un certo tipo di pubblico, invitandolo a sperimentare diverse forme di terrore, vista la presa che lo sgomento artificioso e irreale può avere.

Hans Ruedi Giger nel 1978 fantasticò su una tensione vivibile, che poteva essere palesata, dimostrata, plasmata, resa tangibile, donando lineamenti e forme a una paura remota, estranea, sconosciuta. Carlo Rambaldi animò questa suddetta paura, imprimendo in essa una presunta coscienza, una meccanica capacità senziente di coordinazione del gesto, del movimento e, conseguentemente, dell’aggressione. Nel 1978 lo sgomento venne incarnato in Alien.

Alien è la materializzazione di un incubo, di un ansiogeno male primordiale.

L’Alien di Ridley Scott fu un’articolata indagine fantascientifica sulla resa scenica del raccapriccio nelle sue forme più tetre e inquietanti.

La forma di vita extraterrestre, adamantina, perfetta nella propria ferocia, libera da alcun vincolo di moralità, empatia, coscienza e rimorso, è al principio dell’opera filmica una minaccia ignota, impalpabile, nascosta tra i cunicoli di un’astronave.

L’infinità dello spazio profondo è il teatro di questa azione drammatica, e la nave spaziale Nostromo il palcoscenico in cui si consuma la tragedia.

Un equipaggio di cinque uomini e due donne – tra cui spicca naturalmente Ellen Ripley interpretata da Sigourney Weaver, colei che solo alla fine rivelerà il suo status di protagonista, in quanto unica a fronteggiare la creatura e a resistere ad essa – viene a contatto con una entità di provenienza sconosciuta.

La nave spaziale assurge a luogo delimitato, una trappola fatta scattare da un violento stratega extraterreste, come fosse un territorio di caccia senza vie di scampo che procede lentamente nello spazio.

Come in una rappresentazione teatrale, l’azione è circoscritta in una porzione di superficie. All’esterno l’immensità del cosmo fa da platea taciturna, incapace di rivolgere alcun applauso all’indirizzo dei personaggi che si muovono sulla scena e che vengono a contatto uno ad uno con l’orrore più cupo e tenebroso.

Quasi tutto il film si svolge all’interno del Nostromo, con i membri dell’equipaggio impegnati ad affrontare un avversario misterioso, dalle metodologie predatorie terrificanti.

In “Alien” il terrore non viene espresso soltanto dalla presenza dello Xenomorfo, ma è lo stesso luogo a esacerbare tale stato di costante apprensione. L’ambientazione claustrofobica che non concede alcun pertugio, alcuno spiraglio di luce e di salvezza opprime tanto i personaggi che gli spettatori.

L’uomo intrappolato con un essere ostile, in un territorio angusto, sbarrato, dispersivo, è una prassi narrativa nota sin dall’alba della mitologia arcana. Basti pensare al mito greco di Teseo e del Minotauro, ambientato tra i meandri imperscrutabili del Labirinto di Dedalo, in cui l’eroe doveva affrontare la bestia senza poter contare su una rapida via di fuga.

L’ansia di cui Alien si fa tristo dispensatore è uno stato emozionale conosciuto dall’uomo e dalle bestie, ma non dall’Alien, che è del tutto incapace d’avvertire emozione e sentimento alcuno. L’Alien è un predatore difficilmente contrastabile, che striscia e corre su quattro zampe. Il cranio della creatura è di forma estremamente oblunga, affusolato verso la schiena. La forma lunga e corposa richiama neanche velatamente un che di fallico. Lo Xenomorfo emana una carica erotica sinistra, ripugnante, spaventosa; esso è una forza che attacca, che “stupra” la sua vittima, violenta la sua carne distruggendola. La creatura extraterrestre possiede una bocca munita di zanne affilatissime e una lingua retrattile, dotata a sua volta di mandibola e mascella dentate. Ha una coda che termina con un’appendice affilata, e una pelle coriacea, impenetrabile come una corazza, di colore nero: di Alien non si riescono a scrutare gli occhi.

Ma quello che terrorizza ancor più del suo aspetto è la tecnica riproduttiva. Alien è un parassita che s’instaura nel corpo di un essere vivente al solo scopo di proliferare. Una volta pronto alla nascita, l’ospite dilania l’umano per venire al mondo. Una straziante metafora del dolore del parto da cui vede la luce un figlio immondo e ripudiato. Ma non solo, il modo violentissimo con cui l’Alien sceglie di impiantare se stesso “nell’intimità” di un ospite per poi farsi strada in lui, sventrandolo e spezzandolo, è una metafora della violenza sessuale, dello stupro, che arreca un dolore fisico alla vittima per un piacere, una voglia, un tornaconto personale.

Altresì, il modo di nascere dell’Alien potrebbe essere interpretabile come l’allegoria di un dolore acutissimo che cresce all’interno, come una malattia incurabile che piega e spezza il corpo di un essere tra atroci spasimi. Alien è pura malvagità, paragonabile a un’incarnazione demoniaca, impietosa, una malattia che giace sopita in noi, prolifera, si accresce senza nutrire alcuna forma di rimorso, compassione.

Il germe dell’horror viene seminato nell’orticello della fantascienza inesplorata, e quello che ne deriverà sarà il più classico gioco del gatto col topo, del predatore che osserva mite e silenzioso le sue prede, celandosi tra le ombre e cacciando non per nutrirsi, ma solamente col preciso intento d’uccidere per arrecare il dolore e non per sopravvivere agli stenti.

L’Alien di Ridley Scott, datato 1979, con le sue luci fioche, le sue scenografie soffocanti, e il suo ritmo alternato da picchi di tensione e momenti più quieti, raccolse un seguito di culto e valse il secondo Oscar per i migliori effetti speciali al genio italiano Carlo Rambaldi. Alien fu un capolavoro rivoluzionario e seminale. L’opera fu una lenta, sconvolgente e ben congegnata sfida carica d’azione e d’agonia, una singolar tenzone dell’uomo contro il mostro. Già, perdonatemi, intendevo dire… della donna contro il mostro. Sigourney Weaver con questa parte poté fregiarsi del titolo d’icona del cinema, un ruolo di certo non semplice da raggiungere nell’Hollywood degli uomini sicuri di sé che salvavano le donzelle in difficoltà.

“Alien” è un racconto visivo in cui l’incubo pervade ogni cosa in un conflitto malsano, accresciuto dagli infausti simbolismi dell’agghiacciante nascita del mostro e della tormentata morte degli uomini. Vita creata e vita sottratta sono i fattori preponderanti dell’opera di Scott, ed essi vengono fagocitati dall’oscura paura cui Alien si fa carico.

Un terrore affrontato da Ellen, tra magnetismo fisico ed erotismo sensuale; celebre, a tal proposito, la scena in cui la donna si spoglia per indossare la tuta spaziale e abbandonare la nave su un’astro-scialuppa di salvataggio dove ucciderà il terribile Alien.

Nella sequenza in cui la protagonista si sveste, prima di indossare la tuta spaziale, la sua figura si staglia bella e colma di significato. Le gambe lisce e vulnerabili, l’intimo tenuto a fatica sui fianchi come se stesse lì per lì per scivolare giù, il seno che prorompe in avanti, a stento trattenuto da una canotta bianca striminzita che proprio non riesce a contenere la bellezza, ma soprattutto la tempra, il coraggio, la femminilità di Ellen, sono tutti dettagli visivi che rivelano il corpo della donna, parzialmente esposto, fragile ad una prima occhiata, ma invero un corpo saldo, resistente, un guscio splendido che preserva una forza indomabile, il vigore di colei che da sola riuscirà ad annientare il predatore considerato perfetto e indistruttibile. La donna, attaccata da quell’organismo imponente, coriaceo, penetrante e invasivo, da quella creatura che ha una testa fallica e agisce con un fare predatorio e “violentatore”, respinge l’assalto e uccide colui che ha tentato di prevalere su di lei, sulla sua volontà, di soggiogarla, di possederla ed eliminarla.

Non è la prima volta che Ellen, nel film, sopravvive ad un attacco che ha, nella sua efferatezza, una matrice simbolicamente sessuale. Era già scampata all’assalto del droide Ash, che aveva tentato di strangolarla arrotolato una rivista, dando ad essa una forma spessa e allungata, e inserendola a forza nella gola della donna. Un gesto che ha una valenza precisa, come se fosse un atto di sesso orale brutale, eseguito per soffocare.

Per tutto il film, la bellezza e l’audacia femminile si ergono al di sopra dell’aberrante mostruosità.

Dinanzi al cosmo, spettatore coinvolto appieno nell’azione dello spettacolo, solo uno ne uscirà vivo.

Nello spazio nessuno può sentirti urlare…” lo avrà sussurrato Ellen all’ammasso carbonizzato dell’Alien, quand’ella sarà l’ultima sopravvissuta del Nostromo.

La paura, fino a quel momento, venne domata.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Commenti

2 risposte a “Alien – Nello spazio nessuno può sentirti urlare”

  1. Bella recensione! Ce n’è di erotismo in Alien, d’altronde H.R. Giger ha sempre giocato con elementi erotici nelle sue creazioni mostruose…

    Qui, se avete voglia, la nostra recensione:

    https://vengonofuoridallefottutepareti.wordpress.com/2018/03/20/alien-a-masterpiece-english/

    1. Avatar cinehunters
      cinehunters

      Certamente, la leggeremo con molto piacere. Grazie 🙂

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