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Recensione e analisi “GLI UCCELLI” di Alfred Hitchcock

“Gli uccelli” inaugurò un nuovo contratto tra Hitchcock e la Universal: il maestro lasciava  così in modo definitivo la Paramount, la casa cinematografica con cui aveva collaborato durante gli anni ’50. “Gli uccelli” è tratto dal romanzo omonimo di Daphne Du. Maurier, la scrittrice inglese a cui il regista si era ispirato anche per la realizzazione dei suoi film “La taverna della Giamaica” e “Rebecca, la prima moglie”. Però del racconto restò solamente l’idea nel film, e cioè l’attacco degli uccelli nei confronti degli uomini, mentre la trama e i personaggi furono inventati di sana pianta.  Anche questa volta il maestro rivolse grande attenzione al lavoro dello sceneggiatore, intervenendo egli stesso sulla stesura delle parti, anche durante le riprese, persino improvvisando sul set; una cosa del tutto inusuale per un tipo preciso come era Hitchcock. Gli ci volle del tempo pure per decidere il finale, e quando lo fece scelse un finale aperto a tutte le possibili interpretazioni e intese che dopo l’ultima sequenza non si leggessero le parolethe end”, ma solamente “a Universal release”.

Il film fu girato per metà in teatro di posa e per metà nella cittadina di Bodega Bay, dove appunto è ambientata la storia, un luogo sulla costa del Pacifico, poco distante da San Francisco. Fu data molta importanza ai costumi degli interpreti così come all’arredamento degli ambienti. Per abbattere i costi della produzione vennero scelti attori poco conosciuti, in quanto a causa degli effetti speciali si rendevano necessarie riprese molto lunghe ed estenuanti, e quindi i compensi da corrispondere ad attori famosi sarebbero stati oltremodo onerosi. Per Tippi Hedren, la protagonista, si trattò della sua prima esperienza cinematografica.

Nel corso degli anni “Gli uccelli” ha destato le interpretazioni più disparate, dalla chiave di lettura esistenzialista a quella religiosa, dall’attribuirgli un veste sociologica a quella psicoanalitica. Ma perché gli uccelli attaccano? Quale ruolo hanno i protagonisti in tutto questo? E qual è quello di Melanie? Si tratta di una rivolta della natura contro le persecuzioni umane, come dice l’ornitologa nel ristorante? O rappresenta una punizione divina per le colpe degli uomini, una specie di flagello biblico che si ripete, come ipotizza l’ubriaco? E poi, perché quel finale? Cosa vuol significare? In verità, Hitchcock non l’ha mai reso noto, non si è mai preso la briga di spiegarci perché gli uccelli arrivano, tranne dirci solamente che “Gli uccelli” e un film sull’autocompiacimento.

Scriveva il critico americano Robin Wood: “Gli uccelli sono l’incarnazione dell’arbitrario e dell’imprevedibile, di ciò che rende la vita e le relazioni umane precarie, un monito alla nostra fragilità e instabilità, che non possono essere ignorate o eluse, e, ancor più, alla possibilità che la vita sia assurda e senza senso”.

  

Ma al di là di ogni possibile significato “Gli uccelli” resta nella mente di ogni spettatore come la fantasia fatta cinema, un brutto sogno materializzato in suoni e immagini, la rappresentazione di paure ataviche, remote, difficili da superare. “Gli uccelli" è un film crudo, pungente, inquietante come solo la realtà sa essere e come solo nei sogni riusciamo a comprendere; ma la mattina dopo ce ne saremo già dimenticati. E’ pur vero, però, che ne “Gli uccelli” il risveglio non c’è, e quindi allo spettatore non porta alcun sollievo. La paura, allora, è paura allo stato puro, non c’è spiegazione né soluzione, né, tantomeno, catarsi.

Hitchcock era un precursore. Avanti decine e decine di anni sulla critica del periodo e sullo stile di regia dell’epoca. In quanto pioniere d’eccellenza del cinema del brivido, aveva bene in mente un dettame imprescindibile: l’arte è dell’artista. Se l’artista desidera non adempiere a un finale, lasciando il pubblico con il dubbio di ciò che avverrà, è una sua specifica volontà. Il pubblico non può far altro che accettare quanto sta vedendo, potendo solamente limitarsi ad esprimere un giudizio positivo o negativo affidandosi al proprio senso estetico, ma mai e poi mai, potrà alzare il dito e definire “inappropriato” ciò che viene effettivamente proposto.

Fermatevi un momento a riflettere sui film moderni, in particolare sugli Horror. Quanti di essi cessano con cliffhanger poco chiari o con un colpo di scena atto a lasciare il dubbio su cosa si vero e cosa non lo sia? E’ un’espediente narrativo oramai ampiamente consolidato. Il pubblico di oggi si aspetta di non avere assoluta chiarezza, e accetta questo astratto contratto vincolante con il regista secondo cui non può esistere una singola, vera certezza. Ma Hitchcock una cosa del genere la perpetrò mezzo secolo prima.


Il finale dell’opera vede i protagonisti, feriti e impauriti, avviarsi verso la macchina con centinaia e centinaia di stormi di uccelli immobili, intenti a guardarli con fare sinistro, come se da un momento all’altro potessero attaccare. La paura che questo possa accadere è tangibile sia per i protagonisti che per noi spettatori. Eppure emerge l’altra faccia della medaglia, quella che vede gli animali impassibili, coscienti di aver già piegato gli uomini, osservare momenti di riposo. Sembrerebbe che gli uccelli consentano misericordiosamente ai protagonisti di prendersi cura di loro stessi per poche ore. Prima della fine.

La natura, implacabile e onnipotente nella sua furia, domina di colpo gli uomini, sovrastando le loro abitazioni in predatoria pazienza. Gli uomini si incamminano nel pericolo che vive e respira a pochi metri, ma non hanno scelta. Gli uccelli, padroni del cielo, scrutano le persone dall’alto, come dei che giocano a un destino raccapricciante, beffandosi delle creature che camminano al suolo. Ma la terra non è più sotto l’autorità dell’uomo, gli uccelli infatti, discendendo dal cielo, rendono loro anche il territorio dove i sopravvissuti si fanno strada, rimanendo appollaiati sulla superficie, fino a formare un fitto sbarramento animale dove non trapela alcun filo di luce. I signori del volo meditano l’attacco finale, e sbattono le ali generando un suono acuto e stridulo, intimidatorio e soffocante ai sensi delle vittime inermi. Che destino potranno mai avere gli uomini contro quest’odio così innaturale? I protagonisti non possono far altro che rassegnarsi, devono raggiungere l’ospedale più vicino, pur sapendo che potrebbero morire da un momento all’altro. La vita è appesa a un filo, stretto tra le zampe dei volatili. 

E’ un finale drammatico, che lascia poco spazio alla speranza ma che sceglie l’incertezza come sbocco. Non possiamo sapere cosa avverrà, il loro destino non è più sotto la nostra attenzione e neppure sotto quella del regista. Il destino è nel volere degli uccelli.

La speranza e la paura vengono rese come due facce della stessa medaglia. Abbiamo lanciato una monetina ma non sapremo mai quale delle due facce il fato ha scelto. E provare due sentimenti al contempo è la differenza tra film comune e opera trascendentale.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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