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Recensione e analisi “Gioventù bruciata”

Ci troviamo in America, l’America degli anni Cinquanta, precisamente in una piccola città della California, dove si è da poco trasferito con la famiglia Jim Stark, un ragazzo introverso e pieno di problemi. Le prime sequenze del film ci portano al commissariato del luogo e notiamo subito i tre protagonisti: Jim, appunto, che è lì per ubriachezza molesta, Judy, che è fuggita di casa, e il giovane John Crawford, detto Plato, che ha fatto fuoco contro dei cuccioli, anche lui dopo essere scappato di casa. Una caratteristica comune a tutti e tre i giovani è quella del loro difficile rapporto con la famiglia. Infatti, Jim oppresso da una madre autoritaria e che parla, parla sempre, è invece alla ricerca, senza ottenerlo,  di un dialogo con il padre, fragile e sottomesso. Anche Judy è alla ricerca di affetto e tenerezza, mentre si trova a dover fare i conti con una famiglia attenta solamente alle apparenze, dominata dal padre prepotente e poco sensibile. Plato, abbandonato dai genitori, vive adesso con una governante di colore. Debole e indeciso, è sempre alla ricerca di un padre come punto di riferimento.

Durante il suo primo giorno di scuola, Jim è oggetto d’insulti da parte di alcuni teppisti. Il capo della banda, Buzz, lo sfida alla “corsa del coniglio”. Si tratta, in realtà, di lanciarsi in auto a forte velocità in direzione di una scogliera e saltare fuori solo all’ultimo istante. Jim, pieno di remore, e dopo un’inutile richiesta di consigli al genitore, acconsente. La corsa si consuma in modo tragico, con la morte di Buzz. Jim, inseguito dagli altri componenti della banda, che temono abbia spifferato tutto alla polizia, trova riparo in una villa abbandonata, con Judy e Plato, che nel frattempo si è affezionato a lui e lo vede come il padre che ha tanto desiderato. Ma la gang li rintraccia e quindi assistiamo a delle scene cariche di tensione, mentre anche le forze dell’ordine, chiamate dai familiari dei tre giovani, giungono sul posto. Plato, con la pistola che ha in mano, spara un colpo all’indirizzo di un poliziotto; quindi Jim lo convince ad arrendersi e uscire allo scoperto, ma viene ferito mortalmente. Siamo di fronte a una scena drammatica. Dall’altro canto c’è una conclusione a lieto fine, in quanto Jim e Judy si sono innamorati l’uno dell’altra e vivranno la loro storia d’amore con la benedizione dei genitori, che a quel punto avranno capito d’aver agito in modo sbagliato e adesso sono pronti a cambiare per il bene dei figli.

Il ritmo della storia è concitato, con un alternarsi di sequenze d’azione spiccatamente drammatiche e di scene in cui salta agli occhi il disagio dei protagonisti, e ne viene evidenziato l’aspetto psicologico, mentre la tensione si attenua negli atteggiamenti, a volte amorevoli altre sconfortati, di emotività.

Il film di Nicholas Ray esce nel 1955, in piena febbre da rock’n’roll, e si colloca subito tra quelli che da anni trattavano il fenomeno della delinquenza delle gang giovanili. Gioventù bruciata è divenuto un film di culto ed è da tutti considerato un capolavoro sia per il livello tecnico e artistico sia per il contenuto di testimonianza che assume. E’ indubbio che il regista e lo sceneggiatore dedicarono grande attenzione al lavoro di indagine preliminare, intervistando i giovani, partecipando alle assemblee dei tribunali minorili, sentendo criminologi e psichiatri. La pellicola, si vede subito, sta dalla parte dei giovani e non per puro tornaconto commerciale. La loro insofferenza, che a più di sessant’anni di distanza assume una connotazione che ispirano un senso d’affetto, è comunque del tutto giustificata. Le figure paterne, in particolare, sono lontane, latitanti, vuote, a ribadire la dolorosa differenza generazionale: il padre di Jim è sottomesso alla moglie e alla suocera, quello di Judy tralascia ogni gesto affettuoso, e giunge persino a schiaffeggiare la figlia solo perché gli ha dato un bacio.

Gioventù bruciata, uscito negli Stati Uniti il 27 ottobre 1955, circa un mese dopo la tragica morte di James Dean contribuì alla creazione del suo mito. Anche alcune scene sono entrate prepotentemente nella leggenda, in modo particolare quella della “corsa del coniglio”, sia per l’alta tensione drammatica delle scene, sia per il disagio che evidenzia: la concezione di coraggio in un mondo di valori perversi, l’assenza di punti di riferimento e la solitudine dei giovani.

In questo film la figura del “ribelle” non è altro che una particolare tipologia di antieroe. Appare come un personaggio problematico che non ha precisi intenti e chiari obiettivi da raggiungere. La sua volontà è debole e a stento riesce ad impegnarsi. A malapena riesce a rendersi conto della realtà che lo circonda. E’ inquieto e insofferente e spesso vive più nel mondo dell’immaginazione che in quello della realtà, passando le giornate ad analizzare il suo essere piuttosto che prendere in mano la situazione ed agire di conseguenza.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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