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Nasceva a Kenosha il 6 maggio del 1915 Orson Welles, illustre maestro di teatro e cinema.

Esordisce come attore giovanissimo, a soli 16 anni, al Gate Theatre di Dublino. Nel 1936, con la compagnia del Negro Theatre, avviene il suo debutto alla regia con il Macbeth di William Shakespeare, dimostrando subito un talento provocatorio e innovativo: ambienta infatti la storia ad Haiti e fa dei suoi attori, tutti di colore, i portatori di una cultura arcaica, antica, mossa da riti magici e avvolta da una violenza primordiale. L’anno successivo, cura il riadattamento del testo di “Doctor Faustus”, dirige l’allestimento e ne recita come protagonista. Lo spettacolo ha un comparto scenico essenziale: una semplice scatola nera che grazie agli effetti di luce permette il rapido susseguirsi di apparizioni/sparizioni di immagini.

Proprio in quegli intensi anni, Welles spopolò con un programma radiofonico intitolato “La guerra dei mondi”. In tale adattamento, Welles recitava, con fare terrificante,  su di un presunto attacco degli alieni. L’interpretazione, reputata talmente veritiera dall’essere scambiata come un messaggio d’allarme proferito in radio, scatenò il panico in diverse cittadine americane. Welles si trovò cpsì costretto ad interrompere improvvisamente la trasmissione. Con tale, bizzarro "espediente" artistico, Welles ottenne un’enorme fama e un contratto cinematografico con la RKO. Nel 1941 diresse il suo primo, immenso capolavoro: “Quarto potere” per cui vinse l’Oscar per la miglior sceneggiatura.

Al contempo torna a teatro con "Paura", uno spettacolo colmo di realismo e dichiarato intento di coinvolgere il pubblico nell’azione teatrale. Verso la metà del Novecento approda a Broadway, e inaugura un metodo di lavoro che poi applicherà in molti suoi film: fa procedere le riprese cinematografiche da una messa in scena teatrale della sceneggiatura del film, vagliandone la struttura drammatica e approfondendo la tecnica interpretativa degli attori.  

Tra il 1948, anno in cui uscì la sua personale trasposizione del “Macbeth”, e il 1975 in cui rilasciò “F come falso”, Welles girò delle opere ineguagliabili. Regista maniacale, produsse, interpretò, diresse e scrisse molti dei film recanti la sua inconfondibile firma. Con “L’infernale Quinlan” del 1958 girò una scena d’apertura rimasta impressa nella storia della settima arte: un piano sequenza di oltre tre minuti.  La primissima inquadratura del film ci mostra le mani dell’assassino intento a nascondere una bomba su un’auto, quand’ecco che la camera si sposta e volge il proprio “sguardo” imparziale sui movimenti continui eseguiti dai personaggi in scena, mossi in un percorso continuato, dove è tangibile una costruzione narrativa d’impareggiabile pregevolezza.

Welles fu uno dei più grandi geni del Novecento, un artista capace di destreggiarsi con assoluto spessore dal teatro al cinema, dalla radio alla televisione.

Morì a Los Angeles il 9 ottobre del 1985.

Redazione: CineHunters

Le follie dell’Imperatore” fu una sorta di paradosso progettistico. Vide la luce dopo anni e anni di lavorazione, e soltanto quando il progetto venne totalmente stravolto. “Le follie dell’Imperatore” doveva essere inizialmente un film serio e d’impronta prettamente drammatica, forse un musical a carattere epico. A seguito dell’ennesima riunione in cui il progetto stentava a prender forma concreta e a decollare, probabilmente, si scelse di raccogliere tutte le carte ammassate su una scrivania, in cui vi erano annotate le idee sulla specifica impostazione da dare al film, e gettarle tra le fiamme di un camino e lasciarle bruciare. Si ricominciò da zero, con l’idea precisa di un imperatore e di un lama. Il film venne totalmente riscritto, riadattato, plasmato secondo una nuova elaborazione linguistica. Così, il regista Mark Dindal dipinse sulla sua “tela immacolata”, con colori originali, ma soprattutto impresse pennellate del tutto innovative. Dall’opera seriosa ed eccessivamente riflessiva iniziale si scelse di passare a un’esilarante commedia. Un paradosso progettistico, come dicevo, perché “Le follie dell’Imperatore”, concepito come opera drammatica, nacque, per l’appunto, come commedia.

Quando si decide di virare verso un nuovo orizzonte, di mutare, per così dire, il viaggio e di conseguenza anche la meta, lo si deve fare con assoluta fermezza e decisione. Lo pensarono quasi certamente anche gli autori. Se da principio il musical de “Le follie dell’imperatore” (chiamato Kingdom of the Sun) doveva conservare un carattere storico imponente, ciò mutò, per far posto a un satirico surrealismo, e anche nel disegno questa decisione venne espressamente mantenuta. I personaggi ne “Le follie dell’imperatore” vennero realizzati con forme estremizzate, dall’aspetto goliardico, volutamente fatto per esasperare l’indole comica delle numerosissime gag disseminate a più non posso all’interno della pellicola. Ci imbattiamo così in personaggi slanciati, dalle spalle larghe e dalle articolazioni spigolose. Osserviamo tipi dalle braccia nerborute, e dalle gambe esili, e scrutiamo perplessi volti spiccatamente rotondeggianti contrapposti ad altrettanti allungati a sproposito. Sono personaggi caricaturati al massimo che generano risate ancor prima di compiere un gesto comico sapientemente preparato. Non sono altro che esseri nati dalla matita che dà corpo e forma a idee umoristiche, se non comiche, scaturite probabilmente da un copione scritto per il teatro dell’assurdo. 

Protagonista della storia è l’Imperatore Kuzco, un sovrano Inca, viziato, egoista, egocentrico e insensibile, che viene trasformato erroneamente (perché doveva essere ucciso) in un Lama dalla malvagia consigliera di corte Yzma (doppiata da una splendida Anna Marchesini) che si sostituisce a lui come imperatrice. Kronk, il fido aiutante di Yzma, energumeno, forzuto, di poco cervello, ma di buon cuore dopo una serie di bizzarre peripezie, perde il lama fuori dalla città. Kuzco, trasformato in animale, si imbatterà in Pacha, il capo del villaggio con cui aveva avuto un precedente contrasto in merito alla costruzione di Kuzcotopia, un parco acquatico che sarebbe dovuto sorgere sulla cima di una collina. Pacha accetta di aiutare l’imperatore soltanto se questi scenderà a compromessi e deciderà di costruire Kuzcotopia in un altro luogo. Tra innumerevoli e divertentissime disavventure, Kuzco e Pacha raggiungeranno il palazzo e spodesteranno Yzma dal trono, sventando così i suoi diabolici piani di conquista.

La sceneggiatura del film garantì situazioni di studiata pregevolezza comica, dalla vorticosa discesa ai laboratori di Yzma, passando per le consuete cadute nel vuoto causate da una “seconda leva”, fino ai continui siparietti di Kronk, combattuto tra le direttive crudeli di Yzma e la sua buona coscienza (che materializza sulle sue spalle un consigliere angioletto e un tentatore diavoletto). Scene divertentissime, non soltanto perché basate su un’ottima scrittura, ma anche perché rese naturali da un eccellente impatto scenico dei personaggi. In particolar modo in italiano Yzma poté contare, come già accennato, sul talento straordinario di Anna Marchesini che ne conferì un’aura di sana e contagiante esuberanza.

Tra i personaggi, però, è Kuzco l’assoluto dominatore della scena. La sua prorompente personalità lo rende un protagonista disneyano del tutto particolare: Kuzco è il motore delle vicende, colui che, con le proprie vicissitudini, trascina gli spettatori nella proprie folli avventure. Riesce così ad essere un protagonista ben più che particolare. Arrogante, altezzoso, nonché menefreghista: non è, di fatto, il principe buono e generoso o l’eroe coraggioso e incorruttibile. Questo suo carattere contrassegnato da sfumature negative viene però sfruttato per accentuarne il lato comico del personaggio. Le sue esternazioni dettate da un egocentrismo smisurato diverranno celebri: dal “Hai rotto il ritmo” all’irresistibile “non scendo a patti coi contadini”. In Kuzco procede di pari passo una doppia personalità del protagonista buono, ma anche dell’antagonista indifferente. Nella prima metà, il film gioca proprio su questi aspetti oppositori che vedono contrapposte le figure di Kuzco e Kronc. Quest’ultimo che dovrebbe essere il cattivo aiutante dell’antagonista finisce per essere, in verità, un personaggio teneramente positivo, capace di smorzare ancor di più una tensione narrativa che non prende mai il sopravvento, a discapito di una esposizione sequenziale colma di ilarità. Kuzco, invece, si presenta come un personaggio caratterizzato da una personalità egoistica che via via muterà, permettendogli di scoprire la magnanimità del suo animo.

"Vuoi broccoli?"

Ne “Le follie dell’imperatore” l’importanza del viaggio è il fulcro per comprendere l’evoluzione caratteriale del protagonista che lentamente cambierà in positivo, riscoprendo i valori dell’amicizia e della generosità. Kuzco, condannato a muoversi e a parlare come un Lama, elemento dai toni favolisti, trova nella sua trasformazione un’esperienza catartica e purificatrice, che non poteva sortire il medesimo effetto se non ci fosse stato l’incontro col panciuto contadino. Il ricco e il povero, l’animale e l’uomo, il superbo e l’umile, in questo peculiare duo comico, si delinea la morale più importante del film, incarnata naturalmente, nel cambiamento caratteriale di Kuzco la cui trasformazione fisica anticiperà la più significativa trasformazione caratteriale.

“Le follie dell’imperatore” è una commedia a tutto tondo, spassosa, dai tempi comici impeccabili, fondati su di uno stile umoristico surreale che diverte dal primo all’ultimo istante. Un film sottovalutato, che spesso non viene annoverato nella ristretta cerchia dei classici Disney più importanti. E’ la difficile ricezione con cui devono convivere le commedie più raffinate, spesso ritenute prive di un qualsivoglia insegnamento eloquente. In vero, una certa maestria è sita proprio nel saper trattare con elegante sarcasmo un tema profondo e riuscire a renderlo squisitamente allegro. “Le follie dell’Imperatore” non sarà sul podio dei film Disney di maggior impatto narrativo, ma è da considerarsi una delle più riuscite commedie del cinema d’animazione.

Con “Le follie dell’imperatore” si ride con spontanea genuinità, come spesso i film comici non sanno più fare.

Per leggere il nostro articolo dedicato al videogioco de "Le follie dell'Imperatore" clicca qui

Voto: 7,5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“Disney's The Emperor's New Groove” fu un videogioco rilasciato nel 2000 per Playstation, PC e Game Boy Color, da Ubisoft e Sony Computer Entertainment. Il videogame, basato sull’omonimo film Disney “Le follie dell’Imperatore”, permetteva ai giocatori di impersonare il protagonista Kuzco, il viziatissimo sovrano Inca trasformato in un Lama dalla consigliera di corte Yzma. Ai videogiocatori spettava l’arduo, nonché divertentissimo compito di guidare il camelide dal villaggio al palazzo per riconquistare il trono.

L’avventura del quadrupede dall’animo umano venne strutturata in formato 3D a carattere classico, molto simile ai videogiochi di Spyro, con la “sola” differenza che i videogiocatori non avrebbero guidato un draghetto viola ma un Lama con addosso un indumento purpureo simile ad un maglioncino consunto, non avrebbero fatto librare in aria il personaggio ma lo avrebbero fatto caricare a tutta velocità, non avrebbero fatto sputare fuoco incandescente ma… lo avrebbero fatto sputare e basta. Proprio così, una delle caratteristiche peculiari del videogioco era la capacità di esercitare il celere sputo del lama come vera e propria “arma” d’attacco e, in particolar modo, strategica. Una volta raccolti dei chicchi d’uva, Kuzco poteva colpire degli oggetti specifici con tanto di mira assistita, i quali, una volta lambiti dall’attacco del Lama, cedevano giù e potevano essere orientati in base alle direttive del videogiocatore.

“Le follie dell’Imperatore” era, come lo stesso titolo suggeriva, un’avventura videoludica follemente appassionante, basata spesso su delle metodologie di gioco già viste, ma sparse in situazioni sempre incentrare su novità piacevolmente intrattenenti. La sagace ed esilarante comicità del film venne mantenuta anche nel videogioco, spesso spezzettato da filmati introduttivi, estratti direttamente dal lungometraggio di animazione. Il videogioco si apriva con un primo livello ambientato nel villaggio in cui Kuzco dialogava brevemente con alcuni personaggi, dapprima con Pacha e successivamente con i figli del contadino, i quali offrivano le prime delucidazioni sui comandi di gioco. Kuzco durante tutta la sua avventura può raccogliere le monete dei villici che lui reputa ironicamente di sua stessa proprietà. Kuzco può distruggere dei vasi contenenti monete e segreti rotolando su se stesso tramite l’imbeccata del tasto “cerchio”, e può caricare in avanti mediante l’utilizzo del tasto “quadrato”, e ancora può saltare col tasto X. Kuzco può altresì sferrare un attacco più articolato, tramite una specie di mini-combo eseguita col tasto X, e Cerchio per abbattere i nemici più imponenti, saltando e colpendo l’avversario dall’alto verso il basso. Tutte le volte che il personaggio ha sconfitto uno di questi nemici, pronuncia sempre l’espressione “Boom Baby”.

“Le follie dell’imperatore” era strutturato in un totale di 8 livelli, a loro volta suddivisi in capitoli: il villaggio, la giungla di notte, il fiume, la giungla di giorno, la montagna, la città, le catacombe e il laboratorio. Il gioco, per i tempi, risultava piuttosto longevo e dalla media difficoltà (anche se certi punti tendevano ad essere più difficoltosi, considerando la fascia d’età a cui era destinato). All’apertura di ogni livello o capitolo, il giocatore poteva osservare una mappa che seguiva il percorso del personaggio partito dal villaggio con l’obiettivo di raggiungere il palazzo, posto come meta finale dell’illustrazione. I livelli, alquanto vasti, celano spesso dei luoghi segreti in cui il giocatore, individuandoli, può recuperare vari oggetti. Gli elementi scenografici estrapolati dal film non sono soltanto decorativi, ma vengono utilizzati per delle specifiche funzionalità di gioco. La corona di Kuzco serve così a rappresentare “la vita” del personaggio posta centralmente in alto allo schermo. Ad ogni colpo subito dal personaggio, una parte della corona cederà rovinosamente giù lasciando un segno rosso. Kuzco può rinvenire in ogni livello e capitolo una bambola segreta che, una volta trovata, viene stretta dal personaggio in un tenero abbraccio. Kuzco per procedere di livello in livello dovrà raccogliere degli idoli rossi che ne riproducono il profilo che aveva da umano. Tali idoli verranno impressi sulle raffigurazioni poste a fianco di un portale e ne permetteranno l’apertura.

  • Le particolarità del gioco

Diverse fasi del gioco stuzzicano l’intelligenza del giocatore mediante enigmi da risolvere. Spesso Kuzco dovrà regolare il peso di alcune piattaforme facendosi carico di rocce, cestelli o veri e propri totem, che dovranno essere riposizionati su delle statue per aprire alcuni passaggi o superare delle zone prive di uscita. In altre fasi, Kuzco dovrà fare affidamento alla sua grande velocità e completare alcune aree con sfide a tempo, muovendosi su pedane in movimento o che addirittura scompaiono d’improvviso sotto i suoi stessi piedi, pardon…sotto le sue stesse zampe.

Queste particolarità rendono il gioco estremamente fluido, capace sempre di mantenere alta la concentrazione dei videogiocatori. Ad arricchire ancor di più l’esperienza di gioco sono le varie fasi in cui Kuzco verrà trasformato in altri animali: una rana, che potrà muoversi facendo tre balzi in avanti, una tartaruga che ne rallenterà notevolmente i movimenti e un piccolo coniglio. Ogniqualvolta Kuzco ritroverà la pozione di Yzma e riacquisterà le sembianze da consueto quadrupede esclamerà con soddisfazione: “Sono di nuovo un lama”.

Altre situazioni consuete del gioco sono le sfide ad inseguimento tra Kuzco e Kronk, le fughe dall’assalto dei predatori della giungla o le corse ricche di ostacoli in cui Kuzco dovrà raggiungere un fastidioso bambino in sella ad un triciclo che non vuol donargli l’idolo rosso. In altre zone, Kuzco dovrà restare nascosto e muoversi silenziosamente, avanzando senza farsi vedere dalle guardie del palazzo o da altri bizzarri avversari. Se tali nemici lo scorgono, dovrà ricominciare dall’ultimo “Punto di Controllo”.

Nei capitoli iniziali delle catacombe, Kuzco e Pacha saranno alla guida di una sedia mobile che percorre le montagne russe, in una vorticosa discesa verso i laboratori di Yzma, e dovranno attraversare il percorso evitando di cadere. Tali livelli sono stati estrapolati da una delle sequenze più famose della pellicola, quella in cui Yzma e Kronk discendono verso i laboratori. Non potremo però fare come suggeriva Kronk, ed invogliare chi siede accanto a noi ad alzare le braccia per rendere il percorso più divertente: in tali momenti del gioco non ci si potrà assolutamente distrarre, neppure per un solo istante. Saranno infatti dei livelli dal divertimento forsennato in cui il giocatore si troverà costretto ad evitare numerosi ostacoli, procedendo ad una grande velocità e saltando di piattaforma in piattaforma. La parte più difficile arriverà nel momento in cui il percorso roteerà la sedia mobile costringendo i due personaggi a procedere di spalle, e così facendo, il giocatore dovrà “riadattare” i propri comandi al posizionamento di Kuzco, onde evitare gli improvvisi vuoti disseminati lungo il percorso.

“Le follie dell’Imperatore” fu un’avventura sviluppata secondo la precisa direttiva di appassionare i videogiocatori, sfruttando al massimo il film da cui ha preso spunto, regalando un’esperienza di gioco corposa, scorrevole, coinvolgente, e  di certo incapace di fare annoiare.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

Il 4 maggio del 1929 nasceva a Bruxelles Audrey Kathleen Ruston, conosciuta dal mondo intero come Audrey Hepburn.

Se Marilyn Monroe ha legato il suo mito a un cliché ben preciso, quello della bionda esplosiva, ma svampita e candida, e se Grace Kelly era stata resa da Hitchcock simbolo di classe e d'incomparabile femminilità, Audrey Hepburn è stata senza dubbio l’emblema dell’eleganza e del fascino più autentico e genuino. Un’icona irrangiungibile di grazia e stile, una diva che non si sentì mai propriamente una diva. La sua straordinaria carriera cinematografica, a partire dal suo primo successo sul grande schermo, quel “Vacanze romane” che le valse l’Oscar nel ’54, fino all’ultima apparizione, nei panni di un angelo di nome Hap, nel film di Spielberg “Always – Per sempre”, del 1988, passando per “Sabrina”, accanto a Humphrey Bogart e William Holden, vicino a Fred Astaire in “Cenerentola a Parigi”, per la regia di Stanley Donen, impersonando la celebre Holly Golightly dell’intramontabile “Colazione da Tiffany”, è stato un crescendo di emozioni e successi a non finire. E questi sono soltanto alcuni dei tanti lungometraggi che l’hanno vista protagonista in più di quarant’anni di carriera, rimanendo sempre sulla cresta dell’onda.

Con i suoi occhioni scuri, il fisico snello, e l’innata classe, uniti a quel dolce sorriso, l’interprete di “Sciarada” ha riscritto i canoni della bellezza femminile, imponendo una moda tutta sua particolare, fatta di sciarpette di seta e scarpe col tacco molto basso. Intelligente, garbata, briosa, apparentemente fragile, ma forte nell’animo e negli atti, l’attrice ha saputo incarnare le aspettative degli adolescenti del suo tempo: giovani donne, un tantino svagate, sempre alla ricerca del buon partito, del bello e bravo ragazzo da sposare per mettere su famiglia.

Audrey Hepburn è stata una stella luminosa posta nel firmamento delle donne più dolci ma al contempo decise del mondo. Una donna bella ed aggrazziata, abile e generosa: una donna vera ma talmente unica da sembrare d'essere stata concepita dall'essenza stessa dell'arte. 

Redazione: CineHunters

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Anno: 1971, nei cinema statunitensi esce “L’uomo che fuggì dal futuro” (in lingua originale THX 1138) la prima pellicola diretta da George Lucas, quella che per prima mostrò le sue attitudini al genere fantascientifico e la sua abilità nel creare un mondo distopico e futuristico, perfettamente plausibile e comprensibile anche agli occhi di chi lo osserva con un certo “distacco emozionale”. Due anni dopo sarà la volta di “American Graffiti” in cui la malinconia per i trascorsi anni '50 e '60 si mischierà in un agglomerato nostalgico, sorretto magistralmente da una colonna sonora indimenticabile. Negli anni '80 proprio George Lucas ideerà il personaggio dell’archeologo Indiana Jones, affidando la regia all’amico Steven Spielberg, in una trilogia (negli anni duemila uscirà anche un quarto episodio) di grande successo. Delle opere del tutto diverse tra loro, eppure, accomunate da una comune origine: essere state partoriti dalla mente di un medesimo autore.
Ma chi è, davvero, George Lucas?

Per parlare appieno della sua figura dobbiamo trattare della sua creatura più complessa e famosa, ma per farlo, dobbiamo fare un balzo all’indietro e tornare al 1977.

“Star Wars” vide la luce anche grazie al successo del precedente “American Graffiti” che indusse i produttori a dar vita al progetto tanto desiderato da Lucas stesso. Il 1977 segnò l’inizio di una Space Opera che accompagnerà Lucas in una lavorazione impegnativa e indimenticabile per quasi trent’anni. A Star Wars (in seguito ribattezzato Episodio IV – Una nuova speranza) seguirono “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” (futuri episodio V e VI). Il culto che si erse attorno a quella che oggi conosciamo con il nome di trilogia classica fu dettato, principalmente, dal potere evocativo e fantastico che l’opera riuscì ad emanare, meravigliando il mondo intero per gli innovativi effetti speciali, per la trama ricca di colpi di scena, e per le tematiche, semplici ma ugualmente complesse, nel mostrare lo scontro tra il bene al male, una ribellione a un’oppressione dittatoriale e il rapporto di rimorso e sofferenza del celebre personaggio di Darth Vader, dapprima antagonista della trilogia, in seguito assoluto protagonista della saga. Con l’enorme successo che ottenne il primo film in ordine di produzione, Lucas divenne milionario grazie soprattutto alle sue spiccate intuizioni di marketing, che gli permisero di fondare la LucasFilm, casa di produzione con cui poté, con i diritti d’autore, ottenere ogni ricavato possibile delle sue successive opere. Con la fondazione della Lucasfilm e della LucasArt, poté inoltre produrre una moltitudine di gadget e videogiochi legati all’universo di Star Wars, che spopolarono tra i collezionisti e gli amanti della saga, ampliando i ricavati dei suoi lavori.

La fine degli anni ‘90 e le migliorie avvenute nel settore degli effetti speciali, spinsero Lucas a riprendere la lavorazione sulla sua opera più celebre, avendo da sempre avuto in mente l’idea di esplorare la mitologia di Guerre Stellari e di mostrare ciò che era accaduto prima di Episodio IV:  gli anni della Repubblica e della sua successiva decadenza, i Jedi nel loro massimo splendore, l’ascesa dell’Imperatore Palpatine e, naturalmente, la caduta di Anakin Skywalker nell’oscurità. Cominciò così a lavorare alla stesura dei copioni che avrebbero formato la cosiddetta Trilogia Prequel, una serie di tre nuovi film che avrebbero delineato la tragedia di Darth Vader nella sua trasformazione. La nuova trilogia verrà interamente diretta da Lucas stesso, potendo vantare effetti speciali all’avanguardia, ben superiori ad ogni altra pellicola del periodo.
Gli episodi I-II e III non otterranno il plauso universale dei vecchi fan (che a mio modesto parere provavano aspettative fin troppo irragionevoli e irraggiungibili) pur creandone di nuovi, ma vanteranno invece enormi incassi ai botteghini, ottenendo anche un significativo apprezzamento de parte della critica per il terzo e, a quel tempo, conclusivo episodio della serie (Star Wars Episodio III - La vendetta dei Sith).

La nuova trilogia emanò, dal canto suo, suggestione visiva e potenza combattiva affascinando molti spettatori con i coreografici e spettacolari duelli con le spade laser. Le articolare dinamiche politiche che porteranno alla caduta della Repubblica e allo scoppio della Guerra dei Cloni saranno dei momenti decisivi per l’evolversi della storia che si riallaccerà, senza particolari incongruenze, alla trilogia classica. Da contrappunto romantico allo scenario battagliero, venne mostrata la tragica storia d’amore tra Anakin (Hayden Christensen) e Padmé (Natalie Portman) che portò allo straziante cambiamento del padre di Luke (Mark Hamill) e Leia (Carrie Fisher). Con la trilogia Prequel, Lucas amplificò la propria mitologia, inventando mondi nuovi, pianeti concepiti con un solo e vasto ecosistema e ricreando creature dall’aspetto variegato.  Al termine di un lavoro cominciato nel 1977 e terminato nel 2005, la storia completa della saga e rappresentata nella sua interezza tramite l’esalogia di Star Wars poté essere ritenuta una delle più emozionanti della storia del cinema.

Le spade laser, il credo religioso dettato dalla celebre frase “che la forza sia con te…”, i Jedi, il lato Oscuro e molto altro, sono caratteristiche peculiari della saga, ampiamente riconoscibili anche dal fan meno esperto; ma la maestria di Lucas e dei suoi collaboratori non si fermò a questo. La saga di Star Wars ebbe il merito di creare, lungo l’arco narrativo dei sei film, un universo capace di abbracciare i campi interpretativi più disparati.

La religione fu uno degli elementi principalmente trattati, alimentata dal credo in una forza unificatrice e rievocata dall’immacolata concezione di Anakin che rivisita la nascita del Cristo, una figura sacra, mistificata come fosse il messia di un ordine che cederà alle tentazioni di un diavolo portatore di morte (l’Imperatore).

La filosofia etica e morale fu un’altra strada che la Space-Opera decise di percorrere: il rapporto uomo – macchina tanto discusso nella figura di Vader, la morte e la resurrezione su Mustafar, il passaggio generazionale tra il padre e il figlio che spesso prenderà le pieghe di un destino comune che sembra gravare sul fato tanto del genitore quanto del discendente.

Ebbe una resa d'altrettanto spessore la sfera politica e storica, vivida con le sue molteplici sfaccettature dittatoriali e i passi di una rivoluzione agognata, inseguita e perpetrata da un popolo ribelle e democratico che si oppone al potere tirannico.

L’aspetto fiabesco di base fu quello maggiormente esaltato: l’eterna sfida tra il bene e il male, concetto che, per come verrà trattato, andrà ben oltre la più semplicistica dicotomia non palesando soltanto schieramenti tra due fazioni, ma analizzando il tormento interiore che dilania l’anima di Darth Vader. L’amore, il rimorso, l’affetto, l’attaccamento sono al centro del progetto, e rappresentano il cuore di Star Wars. Se questa saga ha raggiunto e mantenuto un tale successo per anni non dipende solo e certamente dalle battaglie nello spazio, ma sono i personaggi, le loro sofferenze, i loro amori e le loro speranze compiute o drammaticamente fallite, a rendere quest’opera così unica e impareggiabile.

George Lucas ha dedicato gran parte della sua vita all’universo di Star Wars, curando non soltanto l’esalogia cinematografica, ma anche una serie d’animazione in digitale, ben accolta dal pubblico e dalla critica, durata sei stagioni e ambientata tra il secondo e terzo film della serie, in piena guerra dei cloni. L’universo da lui creato non ha mai conosciuto limiti esplorando anche l’arte del fumetto e delle Graphic Novel.

Questo mondo fantascientifico è entrato talmente tanto nell’immaginario collettivo da venir interpretato (erroneamente) come un prodotto del popolo più che del suo creatore. Per anni i fan più morbosi hanno creduto di conoscere la saga di Star Wars meglio di chi l’ha plasmata, affermando di scindere le scelte narrative giuste da quelle sbagliate ben più di Lucas stesso. E’ questo pensiero purista che ha portato a critiche esagerate e ingiustificate impedendo a molti di apprezzare tutto ciò che veniva mostrato per ampliare la mitologia di un universo così vasto, vero e proprio elogio alla fantasia umana. La figura di Lucas da molti è stata sia venerata che offesa, rea di aver creato un mondo così penetrante da indurre i suoi stessi fan a non riuscire a discernere la gratitudine per ciò che possono amare, dall’attaccamento morboso a ciò che rappresenta per loro Guerre stellari. 

Star Wars è da ritenersi una mitologia amalgamata alla realtà intima di ogni singolo fan.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Comincerò in maniera sincera, esternando le mie personalissime difficoltà nel comporre questa recensione: credo sia difficile parlare in maniera definitiva del settimo episodio della saga di Star Wars. Perché è un film costruito a regola d’arte per rendere arduo un giudizio estetico. Il primo capitolo della trilogia sequel è stato realizzato con l’accenno continuo per rievocare l’emozione già vissuta. Ci si incammina su un binario già percorso per la paura di provare un viaggio diverso. Diventa di conseguenza ostica la scelta del metro di giudizio da adoperare, poiché giudicare qualcosa che ti rimanda a vecchie emozioni passate è una furberia mal celata. D’altronde l’originalità può essere soggetta ad apprezzamento o a disprezzo, ma la nostalgia a cosa può essere soggetta?
Lo considero un buon film, se lo si estrapola dal canone degli altri episodi risulta addirittura un gran bel film d’avventura e d’azione sci-fi. Il problema di fondo da analizzare nella stesura di una critica cinematografica a quest’opera è che non si può omettere il sottotitolo “Episodio VII”. Ed è questo il punto!

Ma nonostante il delirante citazionismo al passato e il molesto rimando nostalgico, il comparto tecnico, registico e interpretativo (tranne qualche caso) del film resta di buon livello. Star Wars VII è ancora Star Wars, ma è anche un’occasione persa. Mancata per la troppa paura. Sentimento preponderante che l‘ha reso ai miei occhi un film senza infamia e senza lode. Perché uso questa definizione? Perché credo sia quella più aderente al dato oggettivo. Il lungometraggio pur reggendosi su ritmi adrenalinici, pur intrattenendo lo spettatore e omaggiando il suo essere fan, non propone alcuno scenario innovativo interessante. Si limita allo stretto indispensabile. Non ricerca la lode ma non cade nell’infamia. Ricicla. Ricicla schemi, situazioni e idee già sfruttate; richiama e rimette in scena vecchi espedienti narrativi e in maniera neanche velata: al contrario. Abrams desidera infatti che lo spettatore sobbalzi sulla poltrona e urli: “Guardaaaa! E’ come quando…”. Il cineasta confeziona un pacchetto con una fatiscente carta regalo, che una volta strappata rivela un ulteriore involucro ancora bello e desiderabile, ma, e qui risiede il difficile giudizio da motivare, si tratta di un oggetto che già avevamo nella nostra collezione. Ed è un piccolo oggetto del tutto simile ad una precedente edizione, differendo soltanto in qualche dettaglio. Potrebbe essere il riassunto universale della critica al consumismo. Ma il cinema non è solo prodotto per il Box-Office. Il cinema è un’arte. Star Wars in particolare è pur sempre fantascienza (con una massiccia dose di fantasy), e la fantascienza dev’essere sempre l’esplorazione del mondo ignoto, non deve mai rimasticare il cibo già gustato poco prima.

Ma il film sopporta stoicamente l’epidemia nostalgica e cerca di curarla dosando l’eroismo femminile incarnato in Rey. Lei è il vero assoluto punto di forza del sequel de “Il ritorno dello Jedi”. Abbandonata su un pianeta desertico, nella perenne, rassegnata attesa di un padre e di una madre che non torneranno più. Si imbatte in un droide, che reca con sé un dato segreto: un frammento della mappa che può condurre a Luke Skywalker. Inizia il viaggio della nostra protagonista, l’avventura della nostra nuova compagna che irrimediabilmente dovremo imparare a conoscere in divenire, tra passato e futuro. Ma Rey domina la scena e l’intero film riuscendo a brillare pressoché in ogni fotogramma. Perché Rey riesce ottimamente in qualunque cosa, apparendo alle volte fin troppo perfetta. Ma si è risvegliata. La forza si è risvegliata in lei e la porta all’eccessiva capacità di ribalta.

La regia di Abrams si mantiene ad alti livelli per gran parte dell’opera. I primi cinquanta minuti scorrono con una velocità rispettabile, immergendoci immediatamente in un’atmosfera da film action sci-fi più che da film di Star Wars. Gli inseguimenti stellari a bordo di caccia Tie Fighter e la fantastica fuga di un Falcon abbandonato restano sequenze ad altissimo livello d’intrattenimento, dove la spettacolarizzazione dell’immagine si antepone alla spiegazione socio-politica di ciò che stiamo effettivamente vedendo. Sono passati trent’anni dalla morte dell’Imperatore e dalla caduta dell’Impero. Ma la prima ora non sembra mostrarci alcuna differenza. Né a livello politico né a livello conflittuale.

Ed è qui che si consuma la primissima nota dolente del film. Il conflitto che andremo a seguire e le fazioni per cui andremo a fare infantilmente il tifo riguardano un conflitto già visto. In due minuti netti la Repubblica, rimessa in piedi con il sangue e il sacrificio eroico della Ribellione in tre film, viene polverizzata. Il primo ordine, sorto dalle ceneri dell’Impero, rivitalizza la guerra opponendosi alla Resistenza, esercito risicato della Nuova Repubblica. Pur di farci vivere il medesimo conflitto della trilogia classica, Abrams spazza via ciò che si era compiuto in un finale strappalacrime, per rendere possibile una guerra reinterpretata in ugual modo negli anni 2016, con gli stessi mezzi usati trent’anni prima. E’ ancora Impero contro Alleanza. Sono ancora le medesime guerre stellari. E’ un allucinante copia-incolla. Questo punto fondamentale nega al film qualsivoglia giudizio lodevole per porlo nel girone “dell’ignavo autorevole” che non aggiunge niente di suo. Ed è un peccato. Perché ciò che si vede nell’arco del film poteva e doveva meritarsi un qualcosa di nuovo, in modo da poter ambire a un giudizio solare e incantato. Abrams si affida ad Episodio IV anche per il metodo di narrazione. Non spiega nulla. Non rimarca mai ciò che in trent’anni è successo. E’ così e basta. Ma questo andava bene nel cinema anni '70, dove la magia e la meraviglia soverchiavano la spiegazione razionale. Questo modo di raccontare, disseminando misteri per depistare l’attenzione, non funziona più. Perché la gente oggi è avvezza a questo genere cinematografico consolidato da anni. Il film di Abrams non sta al passo coi tempi, anche per quest’ultimo aspetto si affida alla nostalgia. E non è un caso che i fan, invece di dibattere su ciò che hanno effettivamente visto, abbiano piuttosto cominciato a discutere su ciò che ci si deve aspettare dai prossimi film per ottemperare alle lacune lasciate in sospeso da Abrams stesso, che in un seguito di un film del 1983 non rilascia alcuna spiegazione.

E’ l’intero film ad oscillare dal coinvolgimento emotivo verso ciò che di concreto vediamo, al rimando nostalgico che si concretizza in un continuo perpetrarsi di strizzatine d’occhio o battute telefonate. Il richiamo al parsec del Falcon, la scacchiera, i cannoni su cui sedeva Luke, Solo indebitato con alcune fazioni malavitose, la cantina di Maz Kanata che rimanda a quella di Mos Eisley, la stessa Kanata che riprende le parole di Yoda, Kylo Ren che sente Han come Vader risentiva la presenza di Obi-Wan sulla Death Star, il salvataggio della protagonista femminile sulla Morte Nera, la disattivazione degli scudi, l’accenno al compattatore di rifiuti, la distruzione della terza, TERZA Morte Nera che ancora una volta stava per annientare la sede dell’alleanza con Leia al suo interno e che ancora una volta possiede lo stesso punto debole delle precedenti. E quasi dimenticavo il droide con dei file segreti e il pianeta desertico. Davvero troppo! Quando poi persino la trama si sovrappone a quella già vissuta, il tutto diventa un assurdo gioco a chi ricorda più il passato.

Kylo Ren immobilizza e aumenta la tensione nello spettatore durante la prima metà del film, riuscendo a risultare credibilissimo nei panni del nuovo antagonista. La sua dote nella forza, la sua efferatezza si dimostrano caratteristiche intimidatorie e minacciose. Dalla seconda metà, con precisione, dalla scena in cui toglie la maschera, inizia il crollo totale del personaggio. Menziono la scena in questione che probabilmente è l’unica scena che trovo davvero girata male del film. Forse volutamente. Per rendere più incisiva la demarcazione tra il Kylo Ren del lato oscuro e il Ben Solo, ragazzo tormentato e instabile, del lato chiaro. Quando Rey è pronta a vedere il volto di Ren, le inquadrature dovrebbero creare il giusto pathos per una scena culminante come questa. Si limitano invece a due sequenze dove Driver rivela il proprio viso e non può far altro che interpretare la parte senza il minimo aiuto registico e musicale. Non vi è infatti nessun accompagnamento musicale degno di nota a una scena talmente divisoria. Una scena così importante viene lasciata ad un semplice “toglie e via”. Il cattivo non è più così minaccioso. Ma non per demeriti propri, quanto per scelte registiche troppo semplici prive di tensione emotiva. Kylo Ren comincia a inanellare fallimenti clamorosi, rivelando volutamente una natura fragile, isterica e tendente alla dualità schizofrenica. L’antagonista passa così dalla potenza iniziale al dramma del caduto fino a incarnare una patetica emulazione devota soltanto all’ammirazione di una leggenda, mai dimostrando una vocazione propria al lato oscuro, quanto un desiderio di farne parte a tutti i costi. Il nemico si fa compatire fin da subito. Non si porta dietro nessun alone di mistero. Dovrà formarsi, ma in questo film sarà destinato a subire cocenti sconfitte da parte di Rey che lo ferirà al volto dandogli solo in quel momento una degna motivazione per indossare un elmo scenografico (bellissima a tal proposito l’atmosfera del duello nella neve). La scena dove il lato oscuro sembra finalmente abbracciare completamente Ben è girata ottimamente, usufruendo anche di un bellissimo gioco di luci: dapprima chiare durante il dialogo con il padre, successivamente oscure e rosse al momento del parricidio.

La battaglia finale per la distruzione della morte nera è priva di mordente, si svolge in fretta e con una semplicità disarmante. Il motivo per cui è stata inserita questa base come minaccia mi è ancora ignoto. Ma la grande assente del film resta comunque la musica. A parte il bellissimo tema di Rey, udibile per pochi secondi in due ore e dieci di visione, non vi è nessun brano epico e coinvolgente. Gravissima mancanza per una saga che ci ha abituato a colonne sonore come “Duel of fates”, “Across the stars” “Battle of Heroes” e la “Marcia imperiale”. L’opera si regge moltissimo sull’interpretazione semplicistica di Daisy Ridley e su quella di Harrison Ford, non tanto per una indimenticabile performance di quest’ultimo, quanto per il suo rivederlo nei panni dell’adoratissimo Han, che pronunciando la frase “siamo a casa” al fianco di Chewbe, avrà fatto scendere ben più di una lacrima ai fan come me. Ma il suo resta un Han stanco, persino separato dall’amata Leia che al termine della vecchia trilogia era diventata il suo mondo, ormai un pallido ricordo da salutare prima dell’addio. 

Il film mantiene nella sua indipendenza un ottimo equilibrio di azione, avventura, esplorazione e umorismo. Si, una comicità piuttosto banale ma non infantile. Una scelta ideale dato che l’ultimo film della saga uscito al cinema nel 2005 era del tutto privo di ilarità, dovendo affidarsi ai canoni drammatici della trasformazione di Anakin in Vader. L’assenza di personaggi di spessore come Obi-Wan, Yoda e Palpatine si fa sentire, sublimandosi nell’intensa mancanza dell’assoluto cardine della saga: Anakin Skywalker/Lord Vader. I rimandi alla sua figura sono piuttosto evidenti ma non riescono ad attenuare il vuoto procurato dalla sua scomparsa. Il nuovo mito è Luke, l’ultimo degli Jedi. Ma elevare Luke a leggenda è una scelta capibile ma non profonda, poiché Luke stesso era un personaggio piuttosto semplice, il classico buono stereotipato perno della trilogia classica su cui ruotava la vicenda che vedeva comunque al culmine non lui ma ancora Vader. Se Luke viene elevato a Dio è perché forse tutto il resto è minuto.

“Il risveglio della forza” è comunque godibile e divertente. Ma lascia l’amara sensazione dell’occasione sprecata. La paura di osare è evidente e l’escamotage narrativo usato da Abrams dà l’impressione di aggirare l’ostacolo e di prender in giro lo spettatore meno attento. Mr. Fanservice compone una fan-fiction destinata a tenere calmo e sedato il fandom, realizzando un remake di “Una nuova speranza”: puro, semplice e ottimo intrattenimento. Non vi è neanche l’ombra di messaggi profondi o scelte autoriali. L’addio al progetto del creatore George Lucas, si nota inoltre nella totale mancanza di scenari fantastici e di ecosistemi variegati e splendidi. Ammiriamo sostanzialmente tre pianeti che richiamano ad altrettanti già visti. Nessuno stupore e nessuna immagine memorabile. Pecca piattissima considerando la potenza degli effetti visivi del cinema contemporaneo. In conclusione spero che nei prossimi capitoli si volti definitivamente pagina lasciando il passato alle spalle quanto basta.

Il film a livello tecnico resta un punto molto alto raggiunto dalla saga, ma a livello di trama, questo lungometraggio tocca il punto più basso di tutti i film dell’epopea della galassia lontana lontana...

Voto: 6/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un tempo esisteva una sorta di precetto che doveva essere rispettato da chi di cinema e televisione ne faceva il proprio pane quotidiano. Tale dogma era come se fosse stato impresso su una tavola astratta ma concreta, tanto d’essere presa come monito dalla mente e dall’animo di ogni addetto ai lavori: essa prevedeva una costante ricerca dell’originalità. Persino nella pubblicità, l’indagine da compiersi era quella di portare allo scoperto lo stupore estetico, l’impatto sorprendente che uno spot, breve o articolato che fosse, avrebbe potuto avere sulla psiche dei telespettatori, a spingerli ad acquistare un prodotto, non solo per la voglia d’averlo, ma perché “incantati” da ciò che tale promo consigliava. In quegli anni, precisamente nel 1995, un paio di Jeans proponevano eroismo, audacia, spavalderia, sicurezza di sé e successo con le donne: e lo facevano con una certa innovazione. Quanto potere recavano in loro quei calzoni che, se abbinati a un paio di occhiali da sole, trasformavano l’acquirente di turno in un “Mista Lova, Lova”. Permettetemi questo “neologismo molto particolare”, asservito al momento, una piccola licenza linguistica riadattata del ritornello, ma, pur vero, in quegli anni il tormentone era ripetere parole e note “italianizzando” il testo: Mr Lover, Lover” diventava canterellando “Mista Lova, Lova”. E noi amavamo pronuncialo in tal modo, forse proprio perché coscienti di non arrivare mai a cantarla come chi l’ha portato tale ritornello alla ribalta.

Ma andiamo più nel dettaglio: la Levi’s nel 1995 rilasciò uno spot televisivo per promuovere i suoi già celebri Jeans. Tale promo era accompagnato da un brano musicale del cantante giamaicano Shaggy: Boombastic. Una hit indimenticabile, resa immortale da uno stile vocale, quello per l’appunto di Shaggy. Grazie allo straordinario successo dello spot, che spopolò in televisione, il brano raggiunse le prime posizioni in tutta l’Europa. Fu uno dei primissimi esempi di come un semplice promo televisivo potesse ergersi a tormentone, un brano a far salire alla ribalta non soltanto un prodotto pubblicizzato ma tutto un cantante. Da quel momento diverrà infatti una consuetudine che i cantanti prestino i loro brani agli spot televisivi, sperando di farne dei tormentoni. Alcune volte è andata bene, altre le musiche son passate del tutto inosservate, finendo, come spesso succede, nel dimenticatoio. Cosa che non accadde a Boombastic. E come sarebbe potuto succedere? Non era soltanto la musica, e tutto ciò che essa comporta, ad essere predominante nello spot, ma erano le stesse sequenze ad adattarsi perfettamente al ritmo: suoni e immagini venivano amalgamate in un’univoca espressione.

Stacchi di melodia roboante fanno da preambolo a un’ampia inquadratura, presa dal basso e  rivolta a un Hotel in preda alle fiamme. Una donna rimasta intrappolata sul tetto urla disperatamente verso una folla che nel frattempo si è radunata in prossimità dell’albergo. Si tratta, come riporta l’insegna che si staglia alle spalle della povera fanciulla, dello Schmitt Hotel. Un uomo, con indosso un paio di jeans Levi’s e una canotta bianca, inforcando un paio di occhiali da sole si palesa improvvisamente al centro della scena. E’ in quel preciso istante che inizia il tormentone di Shaggy, con l’esatta pronunzia dell’espressione: “Mr Boombastic”. Come se il nome proferito da Shaggy facesse da chiaro annuncio all’arrivo del protagonista dello spot. E in effetti sarà proprio così! Per tutti quel coraggioso, intraprendente, per certi versi, mordace protagonista diventerà “Mister Lover, lover” o, in alternativa, “Mr Boombastic”.

Salta subito agli occhi, sin dalle prime sequenze, come la pubblicità riesca a calare lo spettatore in una realtà fittizia, surreale, animata artificialmente: un mondo, magari anche  pittoresco, ma fatto di comune plastilina. Lo spot venne realizzato da Deiniol Morris e Michael Mort, i quali utilizzarono la tecnica cinematografica del Claymation, che adopera la plastilina animata. Fu, quella apportata dai due autori, un’innovazione senza precedenti, mai nessuno aveva proposto nulla del genere per una “semplice” pubblicità.

Mr Lover, lover, notando la donna in pericolo e scorgendo a pochi passi da lui una motocicletta della polizia, decide di accaparrarsela. Così, in sella al bolide su due ruote, percorre a tutta velocità una serie di scale da pompiere, già sovrapposte e messe in posizione per montarci sopra, nel tentativo di raggiungere la sommità dell’hotel, non prima d’aver rivolto un sorriso furbetto allo spettatore preoccupato. Neppure un solo istante è sprecato in questo spot, ogni singolo fotogramma è destinato a sorprendere e divertire chi ha l’opportunità di guardarlo. In quell’accenno di sorriso il personaggio racchiude tutta la propria carica d’azione, suggerendoci, con vivacità espressiva, un laconico “non preoccupatevi, ci penso io a lei!”. Raggiunta la donna, dopo aver distrutto la moto contro l’insegna intermittente dell’hotel (che muterà per pochi istanti in un provocatorio “Shit Hot”), l’uomo si appresta a salvare la donna dalle fiamme. E come? Semplicemente togliendosi di dosso i Jeans della Levi’s e poi stendendoli a cavallo del cavo (il che farà avere alla donna un piccolo mancamento, ma giusto qualche attimo). Aggrappatisi entrambi ai calzoni, i due scivoleranno via a tutta velocità lungo la fune, mentre i Jeans per il forte attrito si lasceranno dietro una scia di fuoco, tanto da trasformare due poveri piccioni, accovacciati proprio su quel cavo, in due polli arrosto. La folle corsa infine vedrà i due sfondare i vetri della finestra di una stanza da bagno di un palazzo adiacente, proprio nel momento in cui un ignaro tizio se ne stava comodamente seduto sul suo water. Qui Mr Lover, lover e la donna si lasceranno andare a un intenso bacio, mentre la folla applaude, e l’uomo, che ha compreso ben poco, li osserva attonito. Un finale parodistico di uno spot dal sapore altrettanto burlesco.

Il brano di Shaggy non fu semplicemente un estratto adattato come colonna sonora dello spot, ma fu  parte integrante di esso, nel cadenzare la verve caricaturale dell’azione. Lo spot della Levi’s fu pluripremiato per l’originalità e le innovative tecniche di realizzazione. Più che una pubblicità, la Levis’ propose uno “stile” promozionale, una storia divertente, che non si consuma in un solo minuto sotto i nostri occhi, ma resta ben salda in mente. Fu una sorta di cortometraggio cinematografico prestato alla televisione.

Una pubblicità come questa, oggi, nell’epoca dei social network e dei falsi perbenismi, verrebbe tacciata di maschilismo, di prevaricazione, di razzismo (nello spot non vi è presente neppure un solo personaggio di colore tra la folla), susciterebbe le ire degli animalisti e dividerebbe letteralmente il pubblico tra chi l’adorerebbe e chi ne farebbe motivo di disprezzo. D’altro canto, il video della canzone di Shaggy risulterebbe il più cliccato su Youtube, lo spot verrebbe condiviso su qualunque piattaforma social, e la pubblicità sarebbe in tendenza su Twitter pressoché in pianta stabile, con diversi hashtag.

Vi era, negli anni in cui lo spot fu girato, una realtà ben diversa dall’attuale, molto meno esigente, dove anche un semplice messaggio pubblicitario poteva suscitare curiosità e destare meraviglia. Erano anche gli anni in cui si prendevano le cose con disinteressata ironia, e di sicuro si polemizzava molto meno sulla realtà circostante.

Con “Boombastic” eravamo tutti audaci col ritmo nel sangue, capaci di conquistare la fanciulla in difficoltà dai folti capelli biondi.  Uno spot che aveva fatto a tutti noi un dono molto speciale: farci sentire eroi.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

 

 

 

 

E’ una fredda e umida serata invernale. Proviamo a immaginare di volgere lo sguardo oltre la finestra della nostra stanza, e di vedere la neve che fiocca copiosa, ricoprendo le strade in un candido manto. In alternativa, potremmo sempre fantasticare che stia venendo giù solo della pioggerellina leggera, continua ma insistente, che righi i vetri delle finestre già completamente appannati dalla differenza di temperatura fra l’esterno e il tepore delle abitazioni. Resta comunque il fatto che qualsiasi sia il tempo di quella particolare sera, l’imperativo è immaginare che sia talmente ostile da costringerci a rimanere a casa, davanti al televisore, magari guardando un bel film, tra il caldo abbraccio delle mura domestiche. “First blood” è per me un lungometraggio spiccatamente invernale. Le gelide montagne in cui si svolge gran parte della vicenda e quei boschi dal clima così inclemente assumono un valore ancor più radicale se visti e rivisti in pieno inverno. L’immedesimazione per noi spettatori sarà ancor più coinvolgente. “First blood”, come suggerisce il titolo che letteralmente tradurremmo con “Primo sangue”, non è certamente una pellicola “leggera” né un’opera dai toni affabili e distensivi, per nulla ideale quindi, a far passare una serata tranquilla in tutta rilassatezza; è invece un film visceralmente drammatico. Sono rimasti davvero in pochi oggi a continuare a chiamarlo con il già citato titolo, poiché il primo capitolo della saga, che vede come protagonista la star di Hollywood Sylvester Stallone, è universalmente noto col nome del personaggio centrale della storia narrata: Rambo. Perché allora intestardirsi, e chiamarlo col titolo americano cui faccio riferimento? E’ semplice in verità: perché “First blood” è un prodotto vittima di se stesso e della sua naturale prosecuzione. “Primo sangue” è Rambo, pur non essendo il “Rambo” che nell’immaginario collettivo tutti si aspettano. La figura di questo “guerriero”, di primo acchito e di cui si parla comunemente, è comparata a quella del semplice, nonché famoso, eroe d’azione, del violento ed efferato divo delle pellicole americane auto-celebrative in cui Rambo non rappresenterebbe altro che la gloria e lo strapotere militare statunitense. Il che è anche vero, se non fosse che il primo film si discosti totalmente da quest’interpretazione abituale. Rambo nell’idea consueta del pubblico in linea generale è caduto col tempo vittima dei propri seguiti. Già dal secondo capitolo (un sequel ben riuscito che vira maggiormente sull’intrattenimento pur affrontando il tema dei prigionieri americani “dimenticati” dal loro stesso paese) i canoni profondi e umani del personaggio mutano per scadere nella brutale rozzezza del terzo e del quarto film. Rambo diventò dal sequel uno dei simboli del governo Reaganiano, un’incarnazione furente dell’implacabile avanguardia militare degli Stati Uniti. “First blood” però, concepito come un film di crudo realismo, è un capolavoro intriso di un eloquente alone di denuncia, e va posto su un piedistallo una spanna più alto rispetto ai suoi seguiti. Fatta questa breve ma importante premessa, tornerei volentieri all’intro di questo mia riflessione, disquisendo appunto dell’opera del 1982 che vede l’esordio sul grande schermo del personaggio di John J. Rambo. Quando leggerete queste mie righe, spero che fuori stia nevicando o quanto meno piovendo; in ogni caso sarà bene che vi mettiate a lavorare di fantasia, immaginando come auspicavo inizialmente, poiché, e scusate se mi ripeto, Rambo è algido nell’animo, e così nel freddo va visto e menzionato; perché il sole non può sorgere per chi non esiste.

Il tema strumentale di Jerry Goldsmith “It’s a long road” risuona nel buio dello schermo e dà il via alla sequenza iniziale in cui la camera giace immobile, filmando impassibile, i lontani passi del protagonista, che sopraggiunge a lunghe falcate verso di noi da una stradina di campagna. Sorridendo, l’uomo con indosso una giacca verde su cui campeggia la bandiera americana ricamata sulla destra sta procedendo alla volta di un’abitazione sita a pochi metri dalla riva di un grande lago. Sono rapidi ma intensi i dialoghi che si scambiano i due personaggi inquadrati dalla cinepresa. L’uomo ha davanti una donna di colore e le sta dicendo di chiamarsi John Rambo. Subito dopo le chiede se conosce un certo Delmar Barry, un suo vecchio amico. Rambo si rivolge in maniera gentile alla donna, mostrandole anche una foto che lo ritrae assieme al suo amico Barry, scattata con gli altri ufficiali della squadriglia. L’interlocutrice ascolta pacatamente il proliferare dell’uomo che ricorda affettuosamente quanto Delmar fosse imponente, e che furono costretti a “sistemarlo” dietro tutti loro poiché, in caso contrario, li avrebbe “oscurati” dall’obiettivo della camera fotografica. La donna lo interrompe di colpo, mettendolo di fronte alla triste realtà, e cioè che la persona da lui cercata non c’è più, essendo morta di cancro oramai da sei mesi, malattia contratta in Vietnam per la continua esposizione alle esalazioni di gas nocivi. Negli ultimi mesi di vita era talmente deperito da assomigliare ad uno “scheletro”, in chiara contrapposizione a come ritratto in quella foto che Rambo regge tra le mani. Il protagonista impallidisce e a malapena riesce a congedarsi dalla donna con un sussurrato “mi dispiace”. Come scopriremo più avanti, nello scorrere della pellicola, Rambo è l’ultimo rimasto di un’unità speciale, scelta previo ferreo addestramento denominata “Team B”. Egli spiccava come il più valoroso del suo gruppo, distinguendosi per l’enorme devozione difensiva rivolta ai compagni e per le micidiali sortite offensive sul fronte nemico. Nel novembre del 1971, Rambo venne catturato dai Viet Cong e deportato in un campo di prigionia dove vi rimase fino ad una data imprecisata del 1972, quando riuscì a fuggire. Durante i mesi trascorsi nelle buie e fangose gabbie sotto terra, il soldato americano patì terrificanti torture fisiche e psicologiche che ne debilitarono tremendamente lo spirito e ne compromisero la stabilità mentale. Una volta rientrato in patria, l’uomo si mostra come una persona mite, dall’aspetto piuttosto trascurato, reso evidente dai capelli arruffati e dal modo di vestire, legato ancora ai suoi trascorsi militari. Alla notizia della morte di Delmar, Rambo si rende conto di essere il solo sopravvissuto di quella squadra d’élite. L’uomo sembra inoltre non avere alcuna persona cara ad attenderlo, e pertanto vive in totale solitudine, proprio come un vagabondo senza meta e senza fissa dimora.

Rambo, incamminatosi per miglia e miglia sul ciglio di un’autostrada, arriva fino alle propaggini di Hope, una cittadina dello stato di Washington, desideroso di consumare un frugale pasto in una tavola calda del paese. Varcati i confini della città, il protagonista incrocia una macchina della polizia guidata dallo sceriffo Will Teasle (Brian Dennehy) che, notato il particolare abbigliamento dell’uomo, gli si pone davanti. Teasle domanda a Rambo se è venuto a trovare qualcuno in paese, ma una volta appurato che l’ex soldato non ha alcun legame in quella cittadina, lo invita a salire sulla sua autovettura. Rambo accoglie pazientemente quel comando mascherato da un “cordiale” invito. Lo scambio di battute in macchina è indicativo per comprendere “l’aria” ostile che gli stessi americani nutrono nei confronti dei reduci del Vietnam. Prova ne è che quando Rambo domanda allo sceriffo dove può pranzare Teasle gli consiglia un piccolo locale a trenta miglia fuori dalla città.

  • “C’è qualche legge che mi proibisce di mangiare qui?” - domanda Rambo.
  • “Si, la mia!” - sibilla Teasle.

L’agente accompagna Rambo oltre la frontiera cittadina lasciandolo sul bordo della strada, come se fosse un nomade molesto. John guarda il sentiero che gli si dipana davanti per poi voltarsi ad osservare ciò che, suo malgrado, si è lasciato alle spalle. Rambo sa di aver subito un sopruso e considerando l’atteggiamento avverso dello sceriffo come una grande ingiustizia, decide fieramente di tornare indietro. Teasle nota il cambio di marcia dell’uomo e quindi arretra per sapere dove sia diretto. Non ricevendo alcuna risposta lo sceriffo, abusando del proprio potere, arresta Rambo senza alcun vero capo d’accusa. Teasle porta John alla centrale di polizia, dove dovrà essere schedato per poi passare la notte in cella in attesa del processo che avrà luogo l’indomani mattina. Il volto di Rambo comincia a cambiare e se inizialmente appariva dimesso e malinconico, ora sembra esprimere una sempre maggiore agitazione repressa. Rambo osserva le inferriate che gli ricordano tanto, con violenti flash mentali, le serrate sbarre della gabbia in cui giaceva in Vietnam. Gli agenti di Teasle si dimostrano ben presto persone aspre, ruvide e inospitali, umiliando il prigioniero con aggressioni fisiche alle spalle e con provocazioni verbali. Rambo mantiene la calma fino a quando due di loro minacciano di tagliargli la barba a secco con un rasoio da barbiere. Il reduce di guerra alla vista di quella lama ha come un improvviso flash che gli riporta alla mente l’angoscioso ricordo del pugnale dei Viet Cong con cui erano soliti torturarlo. Quasi impazzito alla vista del rasoio e furioso per le umiliazioni subite, Rambo si divincola, atterrando con guizzi agili e felini gli agenti che seguitavano a minacciarlo. Rambo riesce così a fuggire dalla centrale e dopo aver rubato una moto si dirige verso le fredde montagne che dominano la città. Comincia una vera e propria caccia all’uomo.

John si rifugia tra i boschi, venendo inseguito da un consistente numero di agenti che cercano di rilevare le sue tracce con l’ausilio di cani da caccia. Poco prima di proseguire la ricerca, i poliziotti apprendono tramite un collegamento telefonico con un segretario di istanza alla base, che John Rambo è un reduce del Vietnam, appartenuto alle letali truppe dei “Berretti Verdi”. A rendere ancor più eclatante la scoperta sulla vera identità dell’evaso sono le tante menzioni conseguite dal “fuggiasco”, reputato un eroe di guerra dal Pentagono e insignito della medaglia d’onore del Congresso.

Gli ignari agenti che prima avevano abusato del proprio potere nei confronti di un uomo innocente, capiranno ben presto di aver commesso un grosso errore. Emerge infatti la natura più torbida di Rambo che, sentendosi braccato, meccanicamente reagisce come se fosse sul terreno di guerra. Rambo isola gli uomini neutralizzandoli uno ad uno con sofisticate tecniche di guerriglia e trappole realizzate con materiale che man mano gli si presenta davanti. John fuoriesce da un folto cespuglio, brandendo il suo affilatissimo coltello, con cui minaccia Teasle. Rambo tuttavia risparmia quel tutore della legge che lo aveva schernito concedendogli così la possibilità di rientrare in città e ignorare l’accaduto. Teasle però, una volta disceso dalla montagna, chiama la Polizia di Stato e la Guardia Nazionale, asserragliando i boschi. L'ex comandante di Rambo, il colonnello Samuel Trautman, informato dal governo di quanto sta accadendo a Hope, sopraggiunge al campo base, allestito alle pendici della catena montuosa, esortando la Guardia Nazionale a ritirare le proprie “forze” per lasciare che il suo vecchio cadetto si consegni a lui. Teasle rifiuta e ordina ai suoi uomini di riprendere la caccia. Rambo dopo essere rimasto intrappolato in una vecchia miniera abbandonata a seguito di un ennesimo conflitto a fuoco, ode attraverso la radio trasmittente la voce del colonnello che lo invita a rispondere col walkie talkie in suo possesso. Trautman implora Rambo di arrendersi ma l’uomo non ne vuol sapere, affermando che lo sceriffo ha “versato sangue per primo” deridendolo e maltrattandolo come un reietto della società, e che ciò che è accaduto è soltanto una conseguenza del suo scellerato agire. Ecco a cosa il titolo originario fa riferimento, quel “First blood”, quel “Primo sangue” è la denuncia disperata delle vessazioni subite dai reduci di guerra, oltraggiati dai comuni cittadini come feroci assassini e personificazioni viventi della prima vera sconfitta dell’America in un conflitto che non ha portato altro che disonore e mortificazione per il popolo statunitense. Rambo stava semplicemente passeggiando quando fu “colpito”. Loro hanno “sparato per primi”, come ripete più e più volte, scatenando l’ira dell’ex berretto verde. Trovando finalmente una via di fuga dalle miniere e raggiunta nuovamente la città, Rambo affronta in tarda notte Teasle, nascostosi sul tetto di un’armeria. John riesce ad irrompere nell’edificio e, sparando attraverso il lucernario, ferisce gravemente lo sceriffo. Prima che Rambo uccida l’uomo, sopraggiunge Trautman che tenta di far ragionare il soldato, circondato all’esterno da più di 200 uomini armati…

Interrompo a questo punto il commento relativo alla storia per dedicare qualche riga critica alla lavorazione dell’opera in sé, e per lasciare a dopo la descrizione relativa alla scena finale del film, che meriterà un commento conclusivo ben approfondito. Come ho detto, i decenni trascorsi hanno generato un alone ingannevole attorno alla figura di John Rambo. Se i seguiti hanno travisato il messaggio originario dell’opera, discostandosi da esso, è bene essere consci della diversità che intercorre tra il primo “Rambo” e ciò che ne è derivato, specialmente dal terzo capitolo che per diversi anni fu l’ultimo della saga. Rambo non è nel primo lungometraggio un personaggio che esalta i valori bellici, tutt’altro; li ammattisce, tendando di mostrare sulla propria pelle, sfregiata da dozzine di cicatrici, l’amarezza e il tormento degli strascichi lasciati dalla guerra. Il lungometraggio di Ted Kotcheff è ingannevole per sua stessa volontà sin dal principio. Prendiamo in esame la scena d’apertura, che inizia mostrando un Rambo solitario che osserva un paesaggio solare e accogliente, dove alcuni bambini corrono beatamente tra i prati giocando insieme ad un piccolo cagnolino. Una grande casa in mattoni si affaccia sulle acque di un limpido lago raggiunto dal sole. Rambo sorride. L’uomo che ha visto coi propri occhi gli orrori della guerra si rincuora dinanzi alla tranquillità di una casa posta su un tale sfondo paesaggistico. Ma il senso di appagamento cambierà rapidamente non appena Rambo saprà della morte del caro amico Delmar. Rambo getta via le fotografie che lo immortalano con i suoi amici oramai scomparsi tentando di lasciarsi alle spalle un passato che oramai solo lui può rammentare. La musica che dapprima accompagnava il protagonista con note malinconiche ma tutto sommato “vive” e prorompenti lascia spazio a un estenuante rullo di tamburi, che si unisce a melodie dure e frastornanti, simbolo del dramma imminente che sta per abbattersi su Rambo. La pace e la serenità trasmessa da quel luogo per primo inquadrato era soltanto un “inganno” per Rambo e per tutti noi. Ci attenderà il freddo, il gelo delle montagne, lo stento della fame e della sete tra i boschi di Hope. Rambo viene fermato da Teasle e trattato come un derelitto, come un rifiuto della società. Soltanto il vedere la bandiera americana sulla giacca da reduce provoca in Teasle la reazione istintiva di allontanare Rambo dalla cittadina, come se fosse un fuorilegge. Ecco dove si colloca la profonda denuncia del film nei confronti della società americana, rea di aver “aggredito” i reduci di guerra come “colpevoli” del periodo che l’America stava attraversando. Teasle tratta Rambo con dimostrata sufficienza e con un mal riposto senso di superiorità, definendo lui e i suoi compagni come “tipi da evitare”, vagabondi da scacciare a priori. Notiamo inoltre l’aspetto e le diversità fisica che intercorre tra Teasle e Rambo: il primo appare come uno sceriffo sovrappeso, quasi ad indicare uno stile di vita sedentario e dedito all’ozio e al mangiare smodato, Rambo, invece, nonostante la muscolatura, mostra atteggiamenti ora contenuti ora nevrotici, quasi a incarnare l’idea di un soldato che continua a portare con sé l’interezza di quel vissuto triste e cupo. Cosa innesca la discordia e il dissidio del film? L’ingiustizia, quel senso di intolleranza che Rambo ha già subito in passato. Il soldato viene arrestato e trattato con ostilità malgrado egli cerchi di restare calmo e pacato dinanzi all’arroganza degli agenti. E’ interessante notare come le forze di polizia vengano rappresentate come i veri fautori della violenza perpetrata su un innocente, contrapponendosi quindi al loro dovere primario.

Il tratto psicologico di Rambo si delinea con sempre maggiore cura rivelando sottigliezze emblematiche durante lo svolgersi del film. Le turbe mentali dell’uomo vengono alla luce mostrando come Rambo soffra di disturbi derivanti dal dramma vissuto in Vietnam. Nonostante Rambo venga descritto da Trautman come un assoluto esperto di tecniche di sopravvivenza e come un uomo addestrato a sopportare il dolore fisico e a ignorare il freddo che lo avvinghia, egli mostra un lato profondamente umano e sofferente. Rambo non è una macchina da guerra quanto un essere umano reso dannato dalla guerra stessa. Vorrebbe dimenticare ciò che è stato costretto a fare e il dolore patito ma non può. Nei sogni, quando riposa, ma anche nelle involontarie rievocazioni quando è sveglio, Rambo rivive le terrificanti immagini del Vietnam come incubi implacabili, palesati sotto forma di “folgori acuminate”. I ricordi indesiderati sono la vera condanna che Rambo vive quotidianamente. L’ira che egli riversa sulla polizia è soltanto la superficie, lo specchio di una sceneggiatura che desidera indagare nel profondo, nascondendosi dietro il riflesso dell’azione e della lotta di un uomo oppresso dall’ipocrisia di un’intera società.

…Trautman ordina a Rambo di cedere le armi e arrendersi, ricordandogli che la guerra è finita e che questa battaglia personale che sta affrontando non potrà che esigere la sua vita. Rambo, furente, gli urla che nulla è finito, che tutto questo non è paragonabile a un interruttore che si accende e si spegne. Ciò che ha fatto, ciò che è stato, lo tormenterà per tutta la vita. Vorrebbe togliersi di dosso “i resti” della guerra ma la vita da civile non glielo permette, perché egli non esiste. E’ solo un’ombra. Rambo esprime finalmente il proprio disagio. Egli fatica persino a trovare lavoro poiché non lo concederanno mai a un reduce di guerra. John lancia un grido disperato, urlando al suo Colonnello di aver pilotato elicotteri, carri armati e di aver gestito in guerra materiale dal valore di milioni di dollari, quando adesso non lo assumono neppure come semplice parcheggiatore. Distrutto nell’animo, si getta a terra e comincia a piangere. Quel combattente dalla freddezza imperscrutabile, si commuove luttuosamente come una persona qualunque. Persino il suo mentore si mostra provato e turbato dal pianto liberatorio del suo “discepolo”. Rambo vede in Trautman probabilmente la figura che più si avvicina a quella di un padre per lui, e gli affida il dramma della sua vita. Egli ricorda un altro dei suoi amici, caduto tragicamente proprio sotto i suoi occhi, saltato in aria a causa di un esplosivo celato all’interno di una scatola di lucido per scarpe che un ragazzino aveva lasciato sul campo base dove i due si trovavano. Rambo non poté fare nulla per salvare il commilitone se non stringere a sé i resti dell’amico che seguitava ad affermare di voler tornare a casa prima di esalare l’ultimo respiro. Non riesce in alcun modo a dimenticarlo. La reminiscenza di quell’atroce scenario lo assilla giorno e notte. Rambo continua a dire di sentirsi solo e abbandonato, che la maggior parte delle persone che lo incontrano per strada lo evitano, mentre le restanti lo guardano con disprezzo, e così, di conseguenza, egli non parla con anima viva per intere settimane. In lacrime, Rambo domanda a Trautman cosa deve fare.

Il primo finale lasciava uno spazio praticamente nullo alla speranza poiché Rambo chiedeva al suo colonnello di ucciderlo. Stallone, intuendo il potenziale del personaggio, decise di risparmiarlo girando il finale che oggi tutti noi conosciamo. Resta comunque una conclusione tragica, degna chiusura di un’indiscussa pietra miliare del cinema. John si arrende al proprio destino e, accompagnato da Trautman, si lascia arrestare. E’ una scelta ancor più sofferente di quella iniziale, poiché Rambo sarà condannato a convivere per sempre col proprio dolore, a tollerare quotidianamente il supplizio angoscioso del proprio trascorso. “It’s a long road” riecheggia nuovamente mentre la camera si sofferma su Rambo che riprende a camminare con lo sguardo smarrito nel vuoto.

Autore:  Emilio Giordano

Redazione: CineHunters