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Sherlock Holmes e John Watson disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

E’ qui accanto a me. Mi trovo nel suo salotto, nelle vesti di un ospite inatteso, seduto comodamente in poltrona proprio davanti al camino. Il fuoco che scoppietta non sembra minimamente distrarre il padrone di casa. Seguita a mantenere le sue mani in posizione piramidale all’altezza del viso, leggermente inclinate verso il basso, poco al di sotto del mento. E’ intento a concatenare e dedurre. In altre parole ad analizzarmi. E’ alquanto fastidioso, ma osservando il mio battere sulla tastiera nel mentre mi accingo a comporre il testo che state leggendo, egli parla. Obietta, tenta di distrarre lo scorrere dei miei pensieri necessari per produrre parole, frasi da trascrivere su questo foglio virtuale, ben visibile nell’interezza dello schermo del computer. Ma lui non può vederlo, mantengo infatti il portatile in modo che al suo sguardo sia impedito l’accesso. Non si legge mai un’incompiuta, figuriamoci un testo in divenire. Non può realmente sapere cosa io stia scrivendo, eppure, in quel suo ciarlare, anticipa le mie mosse. Continua ad affermare che sto parlando di lui, che ho iniziato il mio pezzo riportando alla vostra attenzione il fatto che mi trovo nel suo appartamento, che quel teschio posto sulla mensola del camino mi ha colpito con sinistra curiosità e che la sua parlantina sciolta e irrefrenabile non fa che distrarmi. Senza vedere l’articolo che sto componendo lui sa già quale sarà la mia prossima frase. E’ il dono della deduzione, l’arte di Sherlock Holmes. Mi trovo al numero 221B di Baker Street, pronto a dar senso logico alla scorrevolezza delle mie parole per dirvi la mia su “Sherlock”…

Perdonate cotanta aggrovigliata introduzione, ma la mia vuole solo essere una simpatica farneticazione, una fantasticheria sviluppatasi circa una possibile situazione in cui, oltrepassando la breccia apertasi nello spazio-tempo, la realtà viene sempre più amalgamata alla fantasia televisiva, fino a trasportami qui, nell’appartamento sito a Baker Street, tanto da permettermi di trascrivere ciò che desidero dirvi nella stessa stanza in cui si svolgono gran parte delle riprese del telefilm.

Suppongo che sul set di “Sherlock” si avverta costantemente l’atmosfera temporale diversificata rispetto alla storia originale. L’icona del giallo, il detective più abile del mondo, nato dalla penna dello scrittore scozzese Arhur Conan Doyle, è stato come “catturato” dalla forza del tempo. Il personaggio viene così estrapolato dal romanzo di Doyle e catapultato nella nostra realtà contemporanea. Da ciò derivano pregi e difetti della società in cui viviamo, i quali tendono a manifestarsi nell’agire dei personaggi. Sherlock fa ampio uso del proprio cellulare, naviga su Internet, twitta, sfrutta i social network per inglobare, nella sua mente dalla capienza smisurata, altre possibili informazioni inerenti il caso a cui sta lavorando. Watson, il suo fedele assistente, dal canto suo, gestisce un blog, un canale comunicativo, una finestra aperta verso tutti gli appassionati lettori delle imprese di Sherlock Holmes. L’originalità della serie sta proprio nel suo adattarsi alla modernità del tempo, dell’epoca in cui il web e i suoi derivati altro non sono che il fulcro della vita giornaliera di ogni telespettatore. La Londra dei nostri tempi fa da palcoscenico all’interpretazione, in duetto, di Sherlock e John Watson. Stiamo godendo sotto i nostri occhi l’epoca d’oro della televisione, decadi recenti in cui le serie televisive vengono curate e confezionate persino con la superiore cura meticolosa di alcuni prodotti cinematografici. Un paradosso realizzativo ben compreso dai creatori di “Sherlock” che fanno della serie un prodotto cinematografico prestato, con generosità, al piccolo schermo.

Di tanto in tanto, quando interrompo per qualche breve istante la stesura di questo mio brano, continuo a immaginare che Sherlock, qui immortalato con le fattezze dell’attore Benedict Cumberbatch, esterni sempre quella sua irrequietezza caratteriale.

Lo Sherlock di Cumberbatch fa dell’emozione il moto circolatorio del proprio carattere. Sebbene metodista e raziocinante, questo Sherlock Holmes non riesce a reprimere totalmente i propri sentimenti. Sherlock è tipicamente agitato, impaziente, esuberante, si lascia trasportare dalla tensione febbricitante di un nuovo caso, sperando sia più complesso dell’ordinaria routine, in modo che la noia che spesso lo schiavizza nella monotonia della quotidianità tenda a scemare con l’adrenalina del lavoro investigativo. La regia d’alta scuola cerca di riversare sullo spettatore l’inquieto vivere del protagonista e soprattutto l’ansia frastornante della sua mente nella fase in cui agisce pienamente quella sua attività deduttiva. Attraverso schemi delineatisi come parole scritte e impresse sulla “lavagna bianca” dello schermo, mappe di costrutti mentali snocciolatesi nell’interezza della camera, gli spettatori riescono ad adempiere alla comprensione ma soprattutto all’immedesimazione nei confronti del protagonista.

John Watson, a cui presta i suoi lineamenti marcati l’attore Martin Freeman, funge spesso da linea di raccordo, o per meglio dire di congiunzione, tra l’estro geniale di Sherlock e la sua parte più umana. Dall’amicizia con Watson, l’apatico detective comincia ad aprire il suo impenetrabile involucro sentimentale, lasciando defluire all’esterno l’emotività del rispetto, dell’affetto e del sincero attaccamento. Sherlock e John mai come nella serie tv “Sherlock” sono al centro dell’azione nel loro agire eroico e nella loro personalità poliedrica. Ogni puntata combina infatti alla contemporanea indagine investigativa, una ricerca analitica, volta alla comprensione delle volontà psicologiche dei protagonisti. John Watson ama il pericolo e il brivido della caccia, scenari che solo Sherlock Holmes può garantire. Per tale ragione, John accetta di condividere l’appartamento con l’eccentrico detective che, dal canto suo, necessità di compagnia. A dar maggior risalto alla vena solitaria e pertanto sofferente del detective è il fratello Mycroft (Mark Gatiss), che mostra, sin dal principio, di preoccuparsi in merito alla solitudine cui Sherlock è soggetto. Mycroft, anch’esso geniale e con capacità deduttive persino superiori a quelle del fratello minore (che guarda ancora come fosse un bambino), teme il fato del consanguineo, specialmente per via della sua dipendenza dalla droga di cui Sherlock abusa per combattere quel suo insanabile senso di tedio. Mycroft è caratterizzato con una personalità complessa, a tratti severa e austeramente insensibile, in altri momenti bonaria e protettiva.

Nella serie televisiva “Sherlock” si alternano personaggi di notevole spessore scenico e caratteriale, dalla signorile e autoritaria Miss Hudson (Una Stubbs) alla dolce dottoressa Molly Hopper (Louise Brealey) innamorata di Sherlock Holmes, fino al terribile Moriarty, interpretato da un mimicamente nevrotico e disturbante Andrew Scott, nemesi di Sherlock Holmes. La sua aura di malvagità aleggia anche nelle stagioni successive alle prime due, tanto da non far svanire mai del tutto l’alone cruento della sua presenza.  Moriarty per Sherlock è il solo avversario in grado di catalizzare la genialità conosciuta da Sherlock, devota all’astrattezza della giustizia, indirizzandola a favore della criminalità; per tale motivo, egli è il solo a far vacillare le arti geniali di Sherlock Holmes. Moriarty nella serie appare come un portatore di caos insano verso quella che è invece la logica raziocinante del detective londinese.

"Sherlock e Watson" - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Mary, la moglie di John Watson (interpretata da Amanda Abbington), è una donna dai biondi capelli, coraggiosa, ironica e decisa. Sebbene depositaria di un passato oscuro, l’arrivo di Mary coincide con una sorta di “alleggerimento” delle atmosfere della serie che comincia a divenire più propensa al mutamento ironico della “sociopatia” di Sherlock Holmes. La scarsa comprensione delle usanze comuni di Holmes, esaltate nella puntata del matrimonio tra John e Mary, e il suo “fare robotico” non sono più un limite alle interazioni sociali per lui, ma vengono sfruttate dagli autori per rendere, nella sua ingenuità sociale, Sherlock più umano. Sherlock mostra raramente interessi attrattivi nei confronti delle donne. Vi è stata soltanto una figura femminile, “l’unica”, una sola donna in grado di far vacillare la sua integrità razionale: Irene Adler (Lara Pulver), una donna d’indiscussa bellezza e grande fascino che rapì l’attenzione dell’investigatore per essere riuscita, sia pure una sola volta, ad ingannarlo.

Charles Augustus Magnussen fu invece il principale nemico del finale della terza stagione. Estremamente intelligente e dotato di una memoria prodigiosa, è descritto da Sherlock come l’uomo più pericoloso di Londra, poiché a capo di un impero mediatico e conoscitore di segreti oscuri riguardanti le persone più influenti. Concluderei questo estratto dedicato ai personaggi citando Eurus Holmes, la sorella perduta di Sherlock e Mycroft, principale avversaria di Sherlock nella quarta stagione. Eurus è dotata di un’intelligenza superiore a quella dei suoi fratelli, ed è persino in grado di “riprogrammare” le metodologie comportamentali di chi sfortunatamente ode le sue parole. Eurus è un personaggio caricaturato fino allo stremo, e rappresenta la parte peggiore della genialità della famiglia Holmes. Ella è sadica, apparentemente insensibile, incapace di comprendere l’emotività e il sentimentalismo umano. Eurus riceverà comunque la comprensione empatica di Sherlock, che instaurerà con lei un legame comunicativo attuato mediante l’attività del suono dei rispettivi violini, e i due si affideranno al linguaggio universale della musica.

La serie televisiva di “Sherlock” consta di 4 stagioni, ognuna di tre episodi, più un episodio speciale dal titolo “L’abominevole sposa” ambientato nella Londra Vittoriana. In “Sherlock” il montaggio è tutto. I casi che vengono presentati ciclicamente al cospetto di Sherlock Holmes, anche quelli brevemente accennati all’inizio dell’episodio e risolti rapidamente dal detective prima di far posto all’investigazione più importante, vengono rappresentati sequenzialmente mediante un sapiente uso del montaggio narrativo. Per quel che concerne i casi isolati, Sherlock viene a conoscenza dei piccoli dettagli, in genere dai suoi conoscenti all’ufficio di polizia. Attraverso un rapido ragionamento esposto a parole e rivissuto per gli spettatori con le immagini che ricostruiscono l’accaduto, Sherlock svela ciò che sembrava apparentemente impossibile da scoprire. Il più delle volte, i casi estemporanei appaiono come di ragguardevole complicazione risolutiva, e soltanto Sherlock, per altro in pochi minuti, può riuscire a portare alla luce la verità. La serie non fa che esaltare, in maniera costante, la genialità del personaggio, a volte però a discapito della curiosità dello spettatore che non ha il tempo di formulare la propria ipotesi che già viene vagliata, scartata o anticipata dal protagonista.

Tale tecnica viene adoperata anche per il caso dell’intero episodio, di certo ben più complesso. Solitamente un particolare insignificante, a cui lo spettatore non dà molto peso, può essere colto nella parte iniziale dell’episodio. A seguire, Sherlock comincerà a svelare i molteplici segreti celati dietro la storia del caso. Gli episodi di Sherlock sono così strutturati come una sorta di matriosca, la cui perpetua apertura della bambola porta al raggiungimento dell’essenza stessa della verità spogliatasi dal mistero. Ma non solo, “Sherlock” usufruisce di un montaggio caotico, che fa volontariamente traspirare un effetto frastornante, in cui lo spettatore fatica a star dietro alle esuberanze deduttive del protagonista. Avanzamenti accelerati e digressioni improvvise sono le chiavi per apprezzare lo sviluppo del montaggio. La serie lascia che i propri spettatori sperimentino la coinvolgente genialità intellettiva del protagonista. E infine, un colpo di scena, che in genere sovverte ciò che si poteva ipotizzare inizialmente o che addirittura cambia le credenze del principio, porta alla risoluzione del caso. Messi sotto esame al termine dell’episodio, i casi di “Sherlock” non sembrano più poi tanto articolati e irrisolvibili, ma è proprio il modo in cui vengono rinarrati a farli apparire in tal modo, rasentando la complessità narrativa. Il ragionamento deduttivo viene perpetrato in un andirivieni studiato ad hoc per mezzo di un montaggio spiccatamente a carattere cinematografico che può contare su una durata di circa un’ora e mezza.

Con un uso a rallenty della ripresa, e una digressione verso i pensieri e le riflessioni dell’investigatore, i quali portano addirittura a una sospensione del tempo scenico, anche la sequenza più insignificante di “Sherlock” riesce ad assumere un valore artistico e riflessivo.

La stessa abitazione di Sherlock fa trasudare la cura minuziosa utilizzata per la creazione della serie. Nel mentre pongo a fine questi miei passi mi sembra di udire il suono melodioso del violino suonato da Holmes, messosi lì in piedi, vicino al camino a intrattenere questo suo immaginario ospite con la tonalità di un armonioso suono. Desidero congedarmi da questo fantastico set affermando, in conclusione, che “Sherlock” è una serie fuori dagli schemi, eccezionale sul piano interpretativo e altrettanto eccelsa per l’impronta registica cui fa affidamento nelle proprie riprese. Un prodotto di prima grandezza che gli appassionati faticano a lasciare andare perché reclamano, a gran voce, sempre nuovi episodi. Io al momento mi trovo costretto a terminare l’articolo, a spegnere il computer e ad alzarmi. Accompagnato dalla musica del violino, accosterei la porta e scenderei le scale, lasciandomi alle spalle quella scritta che recita “221B” a Baker Street…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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“E’ abbastanza difficile scrivere un grande dramma, ma è molto più difficile scrivere una buona commedia, ed è più difficile di tutto scrivere un dramma con la commedia. Che è ciò che è la vita.”

Jack Lemmon (8 febbraio 1925 –27 giugno 2001)
Jack Lemmon è stato, ed è ancora per me, un amico, uno di quelli più cari che richiami e rivedi quando ne senti la mancanza. Un amico che possiede la gentilezza e l’educazione di ripresentarsi tutte le volte, senza mai un ritardo, sotto forma di pellicola cinematografica e con un aspetto o un ruolo, che dir si voglia, diverso tutte le volte. Mi ha strappato sorrisi nei giorni più tristi e altrettante risate nei giorni più allegri. Jack Lemmon era un artista incontenibile e un interprete dai tempi comici innati, ma era soprattutto una persona di buon cuore, così come lo hanno sempre descritto i veri, più cari amici che aveva. Era in tutto e per tutto simile ai suoi stessi personaggi, capaci di ridere e di far ridere e di restare a volte ingenui e speranzosi anche quando si prospettavano le situazioni peggiori. Cedeva alle volte allo sconforto, al malinconico senso di abbandono, pur non mettendo mai da parte quell’ironia raffinata ed elegante, bonaria e sarcastica, e quell’espressione angelica e fiduciosa, capace di offrire dunque, una chiave di lettura per l’intera vita dell’uomo, autorappresentata su camera e scenario.

Per ricordarlo ulteriormente ho scelto questa foto scattata nel 1966, sul set di "Non per soldi...ma per denaro", dove Jack e Walter si incontrarono per la prima volta.

E' vero, entrambi perseguirono anche singolarmente una carriera da assoluti fuoriclasse, quindi per tributare Lemmon sarebbe più opportuno trattare dei film che resse da solo, sulle proprie abilità attoriali, piuttosto che quelli in coppia. Ma credo che per comprendere appieno la grande bontà che entrambi potevano vantare dietro al talento attoriale, bisogna inevitabilmente parlare dell'amicizia che li legava.

Lemmon e Matthau lavorarono insieme davanti alla macchina da presa per altre 9 volte; tra cult assoluti, botteghini sbancati e recensioni lusinghiere. Per essere davvero precisi, bisogna dire che lavorarono insieme undici volte. L'undicesima volta però era diversificata: in quel caso non lavorarono propriamente davanti alla macchina da presa, o per lo meno, solo Matthau si trovava "davanti" la macchina da presa, Lemmon, invece, figurava alla regia, nella sua unica esperienza da cineasta.

Il loro fu un rapporto di profonda amicizia durato più di trent’anni; tre decenni di vita, di cinema, di successi. La loro vicinanza, il rispetto e l'ammirazione che nutrivano l'uno per l'altro furono caratteristiche peculiari per i due mostri sacri dell'Hollywood di quegli anni, cosi come la loro inarrestabile verve comica. Erano soliti infatti battibeccare e prendersi in giro con battute secche e improvvisate ogniqualvolta dialogavano liberamente. Nei momenti più drammatici, quando Matthau era prossimo all'addio, Lemmon gli restò sempre accanto, andandolo a trovare quotidianamente insieme alla propria moglie e alla consorte di Walter, Carol Grace.

Il figlio di Matthau, Charlie, descrisse più volte Jack Lemmon come il miglior amico del padre, e addirittura come un secondo padre per lui stesso.
Esattamente un anno dopo la dipartita di Matthau, Lemmon morì, piegato da un tumore, il 27 giugno del 2001.

Viene da chiedersi se anche lassù, i due amici continuino ironicamente a litigare, su di un piccolo grande palcoscenico posto su una nuvola, intenti a far ridere coloro che richiedono i bis delle loro iconiche scene…

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Aurora e Filippo disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Soffermatevi per qualche istante a immaginare di camminare tra i cunicoli di una grande biblioteca, con centinaia di ripiani su cui riposano migliaia di tomi l’uno affianco all’altro. Negli angoli rimasti vuoti, alcuni volumi sono stati come introdotti per questioni di spazio in maniera caotica, e accatastati l’uno sopra l’altro. E’ la bellezza di questa immaginifica biblioteca, in cui sono custoditi tanti di quei libri riguardanti i racconti popolari, le fiabe più amate, da sembrare quasi infiniti. L’ampiezza delle librerie suddivise in più scaffali, ognuno di essi leggermente piegato dal “peso” della conoscenza, potrà causarvi un effetto claustrofobico. Potrebbe sembrarvi di essere in un labirinto, e per farvi strada dovrete attraversare stretti corridoi. Seguitando ad andare avanti arriverete alla sala grande, rotonda, nel cui centro staglia un leggio che emana una luce intensa, visibilmente dorata, come una bionda ciocca di capelli appartenuta a una principessa delle fiabe. A quel punto dovrete avvicinarvi, e toccare con mano quel libro incantato. La sua copertina è rigida, massiccia come se fosse fatta di un materiale resistente allo scorrere dei secoli, atto a preservare le pagine custodite al suo interno; il tutto appare dorato, con delle pietre simili ad ambre incastonate negli angoli smussati. La scritta centrale recita “Sleeping Beauty”, ed è il libro della bella addormentata nel bosco.

La bellezza del libro con cui il 16esimo classico Disney inizia il suo corso è tanto adamantina da esser meritevole d’attirare le attenzioni di ogni lettore in una fantasiosa biblioteca delle meraviglie. Aperto quel libro, una voce narrante comincerà a colmare le vostre lacune circa il fato della principessa Aurora, figlia del Re Stefano e della Regina Leah…

Per festeggiare la nascita della loro primogenita, Stefano e la sua consorte organizzano una festa dove i loro sudditi potranno portare omaggi alla principessa. All’importante evento giungono anche tre fatine, desiderose di far dono alla piccola di tre magici regali. La fatina Flora, vestita con un abito rosso, benedice la piccola donandole la bellezza, Fauna, che indossa un vestito verde, offre alla bambina il dono del canto. Prima che Serenella, la fatina colorata di blu, possa concederle il proprio dono, arriva a palazzo Malefica, una strega che maledice la piccola con la formulazione di un invalicabile incantesimo: Aurora, il giorno del suo sedicesimo compleanno, si pungerà il dito con il fuso di un arcolaio e morrà. Poco dopo questo terribile presagio, Serenella declama l’ultimo dono per la povera Aurora. La fatina non può impedire che la maledizione si compia ma può sventare, in qualche modo, ciò che la dannazione prevede. Aurora se porrà il suo dito sul fuso dell’arcolaio cadrà in un sonno profondo ed eterno che potrà essere spezzato soltanto se le labbra della fanciulla riceveranno il bacio del vero amore.

Stefano, adirato e impaurito, ordina la distruzione di ogni arcolaio presente nel regno e per impedire che Malefica trovi la figlia, comanda alle tre fatine di portare via Aurora e vegliare su di lei nella casetta di un boscaiolo fino al compimento del suo sedicesimo compleanno. Aurora cresce così tra le amorevoli cure delle tre fatine madrine.

La bella addormentata nel bosco” fu la terza trasposizione della Walt Disney tratta da una fiaba popolare dopo “Biancaneve” e “Cenerentola”. “La bella addormentata nel bosco” è un’opera maestosa, il culmine dell’imponenza artistica votata alla costante ricerca della perfezione tecnica anelata da Walt Disney per tutta la prima parte delle sue produzioni.

L’arte de “La bella addormentata nel bosco” è quella che glorifica i colori. Gli artisti della Disney affondano i loro pennelli su una tavolozza di legno, catturando con ogni atto il colore a tempera prescelto e poi fissato con gesti estremi e precisi sulla tela. Gli sfondi delle ambientazioni prendono forma con tocchi magici e fiabeschi, e persino gotici nella ricostruzione architettonica delle ambientazioni pertinenti a Malefica. Ma come dicevo è l’evocativa potenza di ogni singolo colore a esternarsi e a divenire parte integrante dell’arte filmica. Malefica è vestita di un nero inquietante, proprio come le tenebre, ma la sua aura emana una luminescenza di un verde acceso, dalla parvenza anche sommessamente intermittente, quando si materializza come una sfera avvolta da una fioca luce che attira un’Aurora quasi ipnotizzata. Anche il color viola tende ad essere emanato dal manto iconograficamente demoniaco della strega. Malefica è una delle cattive Disney maggiormente sceniche e angoscianti. Una strega formatasi come spirito maligno tra i meandri agorafobi della fitta foresta, in cui i raggi solari non riescono a trovare neppure un singolo spiraglio tra i fitti sbarramenti creati dai rami acuminati e raccolti a spine. Malefica si manifesta e scompare lasciando sul proprio passaggio un alone tra il verde e il fiammeggiante. Un colore, il suo, che si mostra concretamente per la prima volta quando lei maledice Aurora, avviluppando la futura figura della principessa addormentata con quel medesimo verde che andrà a circondare la sagoma dormiente della bella. Quando Serenella, però, pronunzia il proprio beneficio, Aurora viene circondata da una luce bluastra, o per meglio dire, azzurra come il cielo e la sua figura dormiente appare distesa su un pascolo di nuvole. Vi è quindi una contrapposizione forte tra i colori prediletti, il “verde della dannazione” e il “blu dell’insperata salvezza”.

Malefica è sinistramente teatrale nei suoi movimenti, e volge spesso le braccia verso l’alto per conferire maggiore imponenza al proprio portamento. Ella è un’antagonista che pone valore e significato ad ogni suo gesto. Impostazione vocale e gestuale sono combinate in un medesimo stile espressivo e interpretativo nell’animazione della strega che lascia profondere ad ogni suo passo un carisma che fatica a restare contenuto nella sua intimità segreta.

Se consideriamo in un’accezione analitica la protagonista della fiaba, Aurora, ribattezzata dalle sue fatine come Rosaspina, non possiamo che porre a vaglio il suo essere vittima degli eventi. Aurora viene maledetta per un capriccio della strega, e riceve l’odio della fattucchiera quando ancora non è che una bambina, incapace di comprendere cosa sta accadendo intorno a lei. La sua vita appare così indirizzata da un fato avverso a cui non può sottrarsi. Una volta cresciuta, Aurora è sbocciata come una ragazza di una bellezza celestiale, dai lineamenti delicati e dal portamento aggraziato. I due doni delle fatine si concretizzano così nell’aspetto e nel temperamento elegante della giovane, che diviene la testimonianza vivente della magia. Aurora ama passeggiare nel bosco e la sua voce possiede il potere di incantare gli animali che abitano la foresta, i quali la seguono come stregati dalla nenia melodica dei suoi canti. Un giorno, il principe Filippo, promesso sposo di Aurora, che egli ancora non conosce, si avventura nel bosco in sella al suo cavallo. Come Orfeo, così Filippo mira la giovane fanciulla che non può immaginare d’essere in verità proprio Aurora, tanto armoniosa nei movimenti e leggiadra nei passi di danza che abbina alle tonalità del suo canto, da ricordare la ninfa Euridice.  “La bella addormentata nel bosco” fa della sua protagonista una creatura di garbo angelico, una naiade protettrice della natura, tanto da attrarre gli animali e indurli a divenire “attori” e “personaggi” della scena, i quali interagiscono con lei. Aurora sa rendere le piccole bestiole della boscaglia vive, senzienti e dotate di un canto armonioso per il solo volere della protagonista che con essi si rapporta. Filippo, rimasto folgorato dalla visione della dama, la sorprende romanticamente alla spalle, mentre ella protende le sue braccia orizzontalmente. Aurora ricambia lo sguardo dello sconosciuto e i due si innamorano istantaneamente come in un colpo di fulmine.

“La bella addormentata nel bosco” riflette la semplicistica ma sognante visione del periodo e delle fiabe popolari. I suoi personaggi non hanno personalità complesse, anelano solamente all’amore e allo sposalizio. Apparentemente una pecca nella caratterizzazione dei personaggi, ma se considerati come specchio dei racconti fiabeschi del tempo, è facilmente comprensibile come essi si conformino in maniera eccelsa a ciò che devono rappresentare: l’amore cieco.

Cieco nel senso di incondizionato. Come cieco è stato l’odio perpetrato da Malefica nel suo maleficio, nel medesimo modo è “cieco” l’incontro avvenuto tra Aurora e Filippo. Entrambi non conoscono le rispettive identità, eppure, si innamorano l’uno dell’altra. L’amore travalica l’odio di Malefica ancor prima del fatidico bacio. Al principe non importa conoscere l’identità della giovane che crede sia una semplice contadina e nel medesimo modo Aurora non si interroga circa la regale discendenza dell’uomo. Ancora una volta il destino sembra anticipare le mosse di Aurora, questa volta vittima fortunata degli eventi, i quali la portano ad innamorarsi dello stresso uomo a cui, inconsapevolmente, è già promessa ma che conosce in tutt’altre vesti che la spingono a sviluppare un sentimento sorto in una pura naturalezza. La cecità dell’odio di Malefica, quando ella compì il maleficio sulla piccola innocente, si oppone alla cecità con cui l’amore trova il modo di accrescersi. Sembra aleggiare su Aurora una sorta di provvidenza manzoniana, che porterà il fato della giovane alla salvezza a seguito dell’incontro con il principe. Aurora e Filippo cominciano a ballare, in un’immagine splendida i cui i corpi, in un perpetuo movimento danzante, vengono riflessi nello specchio d’acqua di un lago.

Il giorno del suo sedicesimo compleanno, quando Aurora scoprirà la sua vera origine, cadrà in un sonno eterno, perché punta dal fuso di un arcolaio creato dalle arti demoniache di Malefica. Il corpo della principessa giace addormentato e deposto su di un letto nella stanza del castello. A seguito della tragicità del momento, l’intero reame cade in uno sconfortante sonno. Filippo, per salvare Aurora, dovrà affrontare Malefica, nel frattempo tramutatasi in un drago. Le fiamme esacerbate dal drago serpentiforme conservano ancora quel verde fiammeggiante tipico della strega, che infesta i pressi del castello sbarrando la strada al principe con rami fitti e appuntiti. Sono ritratti maestosi quelli riguardanti lo scontro tra il principe e Malefica, che catturano l’epicità cavalleresca del combattimento che terminerà con la morte della strega.

Una volta arginato il passaggio, il principe raggiunge la principessa. Ne deriva una delle immagini più evocative e meravigliose dell’intero film. Aurora ha un volto delicato come fosse fatto di porcellana, le sue mani poggiate senza vitalità alcuna vicino al cuore reggono una rosa rossa e il biondo dei suoi capelli illumina, come una luce ancora pulsante di speranza, il viso della fanciulla cinto della splendida “corona regale” donatale dalla natura. Filippo bacia Aurora che dischiude poco dopo i suoi occhi.

Aurora e Filippo convolano a nozze e riprendono a ballare nella sala grande del castello, dinanzi a tutti gli invitati, in un clima festante. Le fatine, però, scontente in merito al vestito indossato dalla giovane, cominciano con le loro bacchette a mutare il colore dell’abito della principessa, che passa, in un’alternanza sgargiante, più e più volte, dal rosa al blu. Ancora una volta i colori vividi catturano gli sguardi di noi spettatori, rubando le nostre attenzioni visive che si perdono su quei movimenti ballerini nel mentre il libro gira la sua ultima pagina.

“La bella addormentata nel bosco” è un classico la cui bellezza è perdurata nel tempo, dal ritmo compassato ma dal valore universale. Tecnicamente ineccepibile, splendente e prezioso come un libro dorato rimasto d’immutata bellezza come il primo giorno in cui venne sfogliato e letto. Ecco perché credo sia meritevole di restare al centro di una sala grande nella biblioteca di fantasia più importante del regno magico.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Nell'antico Egitto la principessa Ahmanet decide di stringere un patto col malvagio dio Set, per divenire una creatura dai poteri demoniaci. Ahmanet, una volta mutata nell’aspetto, uccide il padre e il fratellastro neonato per succedere di diritto al trono come regina dell’Egitto. Il suo piano sta per concretizzarsi una notte, quando distesa nel proprio letto con l’amante da ella prescelto, sta per trafiggerlo al petto e porre all’interno del suo corpo il germe della vita di Set, che vivrà sulla terra come un dio vivente. Poco prima di adempiere al rituale, Ahmanet viene catturata e sepolta viva nelle profondità del deserto della Mesopotamia. Duemila anni dopo, la sua tomba viene rinvenuta e aperta, restituendo una defunta Ahmanet che prende coscienza di sé come mummia.

  • Il commento

Partirei con qualche intrigante metafora. “La mummia” del 2017 è un buffet ricco di pietanze prelibate che faticano a restare circoscritte nella porzione di spazio di ogni singolo piatto. E’ altresì una collezione da museo di pezzi pregiati, opere iconografiche sempre propense a scatenare in coloro che le guardano emozioni nuove. “La Mummia” è un mosaico con molteplici stili artistici che garantiscono un’impronta armonica votata a un senso estetico per ogni forma diversa dell’arte. In verità, però, vi è presente in tutto questo un valore avversativo grande quanto una piramide: le prelibatezze del banchetto, una volta provate, rilasciano sul palato un retrogusto amaro, già in precedenza provato, da rendersi intollerabile al palato; la collezione del museo in realtà è un’accozzaglia di stili orrifici già visti e le tecniche assemblative del mosaico creano un effetto pigmentato ma confusionario.

“La mummia” è di fatto un film dalla narrazione incoerente, spezzettata, con un assortimento di richiami, immagini, rifacimenti su cose che in qualche modo abbiamo potuto ammirare in film del genere, e che vengono raccolte in una sfilza sequenziale di scene. La manifestazione spiritica del defunto amico del protagonista sembra, ad esempio, strizzare l’occhio al celebre “Un lupo mannaro americano a Londra”, in cui l’amico dello sfortunato licantropo era solito apparirgli come uno spirito putrefatto per avvertirlo circa il suo imminente destino dannato. I corvi che aleggiano come avvoltoi affamati, osservando dall’alto i personaggi prima di attaccarli in volo, ricordano senza un motivo pertinente nel film, gli uccelli di Hitchcock. I ratti, altro simbolo animalesco dell’orrore, che aggrediscono in massa Nick per tentare di divorarlo in uno degli incubi indotti da Ahmanet, fanno la loro comparsa per una singola scena salvo poi scomparire. Russell Crowe si trova ad interpretare un improbabile Dottor Jekyll / Mr Hyde, messo a capo di una società segreta che controlla e ingabbia ogni mostro che calca il suolo terreno dei mortali; una presenza, la sua, che potrà spingere gli spettatori a posare per qualche secondo la confezione di pop-corn che reggevano tra le mani per voltarsi liberamente verso chi gli siede accanto e domandargli: “Ma Dottor Jekyll era davvero funzionale alla trama?” Una carrellata di icone dell’orrore sfilano, a caso, durante il film senza creare alcuna mitologia narrativa.

Fa parte della costruzione filmica che porta il lungometraggio a sembrare formato da una serie di più copioni, scritti con idee differenti da altrettanti sceneggiatori. Tali copioni vengono come inglobati in un unico testo di riferimento e le varie idee delle precedenti stesure prendono vita singolarmente in abbozzi scevri da un appassionante filo logico, all’interno del film. Ne deriva una sceneggiatura incompleta, scarna, da cui fuoriescono parole dal valore espressivo più che mediocre, concretizzate nei dialoghi privi di un vero mordente, elementari e semplicistici da sfiorare la banalità più disarmante. I personaggi risentono di una caratterizzazione infusa dal testo pressoché inesistente, e si muovono come sperduti durante lo scorrere del film.

Nick (Tom Cruise) è un uomo d’azione, più votato al combattimento che alla scoperta, più devoto alla depredazione di tesori che al rinvenimento archeologico. Un protagonista forte ma superficiale, che deve ancora dimostrare il proprio valore. Fa sorridere che un estraniato Tom Cruise, a 55 anni di età, si trovi a interpretare un uomo che deve ancora trovare la propria strada e scorpire il proprio carattere buono e altruista. Uno dei cliché Hollywoodiani più usati trova una triste perpetuazione nel film de “La mummia”, in un maldestro tentativo di narrare il solito, prevedibile sviluppo di un personaggio. Nick divide gli oneri della scena con Annabelle Wallis, che interpreta l’archeologa Jenny Halsey, una co-protagonista dalla caratterizzazione scialba, ridotta ad essere una mera spalla, donzella da salvare e incapace di fare qualcosa di concreto.

“La mummia” è un film d’azione che porge la guancia ai topos stilistici dei film dell’orrore. Alcune sequenze in cui le mummie si destano come non-morti privi di alcuna coscienziosità e devoti al solo volere di Ahmanet, contengono in sé comunque un buon effetto raccapricciante. Le sequenze spettacolari, che vanno dalla caduta vertiginosa dell’aereo alla fuga rocambolesca dei personaggi per scampare alla tempesta di sabbia generata dalla mummia, riescono a divertire e a intrattenere con la sana spensieratezza di un action-movie dal budget produttivo più che imponente. Deludente però il fatto che l’atmosfera egizia, e le ambientazioni similmente riconducibili alle scenografie della terra d’Egitto, sono quasi del tutto assenti, e non permettono di avvertire tangibilmente il clima che un film come “La mummia” dovrebbe assolutamente offrire ai propri spettatori durante il proprio itinerario esoterico.

La principessa Ahmanet si erge su tutti quei personaggi similmente trattati come caratteristi, salvando ciò che del film appare meritevole d’essere salvato. Sofia Boutella ci regala una mummia sensuale, di una bellezza dannata e inquietante. La sua interpretazione, senza dubbio la parte vincente del film, riesce a incanalare su di sé l’attrattiva di un male ottenebrato seppur acceso di una luce fioca come l’astro della sera. L’Ahmanet di Sofia Boutella è l’incarnazione di una sofferenza seducente, e sulla sua pelle inchiostrata di geroglifici arcani, ella lascia traspirare il fascino dell’oscurità. Il pregio più che meritevole d’esser reso noto è proprio la sua peculiare caratteristica, quella d’essere una antagonista “nuda” e pertanto “sincera” nella propria folle volontà di conquista, rivestita di bende nelle cui pieghe si insinua il morbo di un odio antichissimo, una essenza che mi ha sedotto come uno sguardo inquieto trasfigurato nei continui flashback onirici che lei attua coi suoi poteri.

“La mummia” non è definibile completamente come un brutto film, ha dalla sua il vantaggio di non annoiare mai, è semplicemente un film senza una propria identità, esorcizzato da un’anima che non riesco affatto a riscontrare, il che potrebbe essere anche peggio. Nel finale però, il film riesce ad evitare un atto conclusivo prevedibile, lasciando uno spiraglio aperto per un sequel che, in base ai pareri critici e al discreto successo al botteghino, parrebbe di difficile realizzazione. Per uccidere un mostro implacabile come Ahmanet, Nick diverrà mostro a sua volta e fuggirà via, tra le dune del deserto.

Vi è però un istante, un momento in cui il film poteva davvero osare e cambiare la direzione, fino a scegliere come meta conclusiva del proprio viaggio un finale che avrebbe perpetrato sgomento nel cuore e nella mente degli spettatori. Mi riferisco alla sequenza in cui Nick, dopo essersi trafitto col pugnale, potrebbe unirsi alla mummia e prendere Ahmanet come compagna di distruzione. Sarebbe stato un colpo di scena inaspettato, e terribilmente spiazzante. L’uomo, il cui percorso presumibilmente avrebbe portato alla redenzione, rivelerebbe d’essere sempre stato uno spirito propenso alla corruzione. Tale scelta per nulla ipotizzabile da principio avrebbe dato maggior risalto alla decisione di Ahmanet, la quale scelse immediatamente il protagonista per governarne l’agire inconscio. Sarebbe stata rovesciata l’aspettativa del pubblico e si sarebbe attuato un colpo di scena dalla forza prorompente di un muro di sabbia erettosi a seguito di una mistica tempesta. Non è accaduto! E' lì che credo che il regista avrebbe potuto osare e mostrare come il suo “La mummia” non nasceva soltanto come la composizione di più arti narrative e scenografiche appartenenti ad horror precedenti, ma avrebbe avuto una caratura tutta sua e particolare. Si è peccato di troppa paura per prendere una decisione così destabilizzante, e alla fine il film si è impantanato nell’anonimato identificativo. “La mummia” è proprio questo: un film affossato nell’anonimia stilistica della mediocrità.

“La mummia” del 2017 resta un’opera di molto inferiore rispetto alle precedenti, le quali conservavano il battito pulsante di un cuore animoso splendidamente unico e indipendente. Ma Sofia Boutella permette comunque a “La mummia” d’essere un film che, se seguito secondo il volere della donna può essere visto come accattivante, per lo meno, per lo spessore estetico e caratteriale della propria antagonista. Ahmanet è infatti la prima mummia della Universal a non agire per amore ma soltanto per un innato senso di malvagità. Una “cattiva” compiuta e dal valore inafferrabile.

Voto: 5/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Per leggere il nostro articolo su "La mummia" del 1932 clicca qui

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Frankenstein sopravvisse. Quando le fiamme dolose appiccate dai villici divamparono e arsero le deboli resistenze murarie del mulino, per bruciare vivo il mostro di Frankenstein, egli riuscì a sopravvivere. Fuggì da una fantomatica uscita sul retro, e cominciò a vagare senza meta. E così camminava, procedeva debolmente, ma con la stoica resistenza di un istinto. Di colpo Frankenstein si fermava, ritornava ad assumere una postura niente affatto dinoccolata. L’espressione primordiale, quel suo comunicare con grugniti animaleschi, era scomparsa del tutto. Frankenstein era uscito di scena, dal suo omonimo film, ed era tornato ad essere l’attore timido e misurato, Boris Karloff.  E Karloff, a quel punto, si recò nel suo camerino, andò a togliersi di dosso quelle vesti consunte da mostro, a “sbullonarsi” il cranio e a rimuovere dal proprio viso quell’intonaco pesante di trucco scenico che rendeva il suo volto simile a quello di un essere abominevole. Karloff si ripuliva, prossimo a indossare i panni di un nuovo mostro per la Universal. Permanendo dinanzi a quello specchio del suo camerino, Karloff scrutava ancora una volta il suo vero volto, poco prima che divenisse nuovamente preda dei truccatori, intenti a trasformarlo ne la mummia.

Lo immagino fantasticamente così questo passaggio artistico nella carriera di Karloff: da Frankenstein a la mummia fu un attimo; un percorso iniziato dalla fuga del mostro e compiuto nel ritorno al proprio camerino, prossimo a ridare vita a un sacerdote vecchio di tremila anni nell’Egitto degli anni ’30.

Karloff portò con sinistra fierezza il manto de la mummia, lasciando riposare su di sé le antiche bendature che preservarono il suo corpo per tutta un’eternità. Con “La mummia”, Karloff consolidò l’astro nascente del proprio successo, proseguì ad essere una stella luminosa nel firmamento delle star, l’emblema di un cinema orrifico in bianco e nero. Karloff modellò su di sé l’immagine di una mummia maledetta, cruenta e malvagia, ma capace di amare a distanza di mille anni, la stessa donna, Anck-Su-Namun, la dama per cui fu maledetto e cui desidera ridar vita in epoca contemporanea. Karloff, sin dalla sua uscita dal sarcofago, fa del mostro un empio ritratto, ergendosi sui pareri di chi lo etichettava come un semplice caratterista, ed elevandosi come attore di punta della scuderia Universal.

“La mummia” è un film dell’orrore in cui vita e morte sono il medesimo portale ascensionale sul piano esistenziale della vita terrena. La mummia di Karloff dalla morte ritrova una non-vita, attraversando, con immutata volontà d’amore verso la sua antica compagna, le epoche del mondo degli uomini. “La mummia” è una pellicola avviluppata da un’atmosfera retrò, e la sua opprimente immagine visiva viene enfatizzata dal bianco e nero che ne valorizza, ad esempio, la sagoma sinistra della creatura nel mentre lei mira il corpo addormentato della reincarnata Anck-Su-Namun.

“La mummia” del 1932 nasce come un film d’amore. Nel suo ritorno alla vita, la mummia di Karloff terrorizza chi si pone sul suo cammino, elimina chi tenta di scongiurare le sue folli pretese, eppure, nella propria crudeltà, Imhotep seguita ad essere mosso da un amore imperituro. Egli crede di aver ritrovato la donna che ha sempre amato, ma non può che rimirare la reminiscenza del suo amore soltanto nell’aspetto della fanciulla. Lei non possiede i ricordi e la coscienza dell’antica figura che il mostro agogna. Così, la mummia decide di compiere un rituale in cui l’anima di Anck-Su-Namun possa reincarnarsi nel corpo della giovane donna. Le sue moleste intenzioni verranno tuttavia sventate in tempo, e la mummia troverà la morte sul finale come punizione divina.

Zita Johann

 

“La mummia” del 1932 è un classico d’epoca, fascinoso, originale per i tempi e appassionante per le dinamiche con cui si dipana la sua storia. Il mostro, nonostante la crudeltà, non lascia che il proprio cuore, celato sotto una sfilza di bende, venga recepito dal pubblico come vuoto e tetro paragonato al tizzone più nero. Il cuore della creatura pulsa di un amore talmente grande che è incapace di tollerare il distacco dalla propria metà senza patire i dolori più atroci; il che porta gli spettatori a comprendere il suo meschino ed egoistico volere, sebbene non possano che deprecarlo. Karloff diede vita a un mostro afflitto da un male oscuro dietro cui era comunque rintracciabile una flebile parvenza di bontà.

Rivisto oggi, “La mummia” può essere descritto come un film che inaugurò un genere, e che fu fonte d’ispirazione per la stesura di un particolare prototipo di cattivo: egoista e implacabile, ma anche altruista e buono nei soli confronti dell’unica persona a lui cara.

“La mummia” scrive le proprie rime seguendo lo schema di una poetica sentimentale calata in un contesto storico e tenebroso. Ne deriva un componimento bellissimo dal gusto arcano. La mummia nella sua personificazione mostruosa rappresenta l’amore imperituro, che visse attraverso la gloria dei secoli, e che non smise mai di mantenere infuocata la fiamma del proprio sentimento, neppure dinanzi alla fine. Un amore trasfigurato nella potenza infuocata delle fiamme accese, simili a quelle da cui Karloff scappò via per divenire Imhotep.

Voto: 7+/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Per leggere il nostro articolo su un altro classico della Universal, "Il mostro della laguna nera" clicca qui

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Rick ed Evelyn - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Se risalgo il fiume dei ricordi, alla fonte, ci trovo sempre un’immagine particolare: il moto circolare di un globo terrestre su cui si forma centralmente una scritta a caratteri cubitali: “Universal”. D’un tratto la scritta svanisce, come minuscoli granelli di sabbia del deserto mossi dal vento freddo della notte, e quella figura di terra azzurrastra si dissolve per sostituirsi all’immagine di un sole cocente. Man mano che la camera arretra lentamente, comincia a stagliarsi la punta di una piramide, e in seguito, la cima di una colossale costruzione egizia somigliante alla Sfinge. E’ l’inizio di uno dei film di maggior successo di fine Novecento. Ogniqualvolta mi sovvengono i primi ricordi cinematografici a me più cari, riscopro sempre la sequenza d’apertura de “La mummia”.

“La mummia” fu un’opera che, come una seducente cleptomane, era riuscita a “rubare” il cuore di un giovane spasimante come il sottoscritto. Un cinefilo alle prime armi, stregato dal blu acceso di una spada laser, dalla discesa vorticosa di un Batplano inquadrato da un giovane Tim Burton, e presto, invaghito della terra d’Egitto.  La locandina fatiscente che vedeva Rick ed Evelyn posti a sinistra dell’immagine con, alle loro spalle, le sabbie del deserto pronte a destare la creatura del film, rappresentava già in quel momento un’immagine accattivante, tanto da invogliarmi alla completa visione di quell’action-movie avventuroso. E’ anche vero che un “libro” non si giudica dalla copertina, bisogna sfiorarle quelle pagine, leggerle con la dovuta attenzione, carpire ogni contenuto delle parole scritte su quei fogli di carta; si, insomma, perdonate la metafora, ma era evidente che per riuscire ad innamorarmi completamente de “La mummia” avrei dovuto vederlo. “La mummia” però aveva dalla sua il vantaggio di contare su un'introduzione ammaliante, una sorta di copertina intrigante, come un libro d’oro massiccio su cui era inciso, ad incastro, l’intaglio di una chiave a stella, necessaria per aprire quel libro, e leggerne i geroglifici in esso contenuti. “La mummia” la immaginavo proprio così, con l’allegoria del libro di Amun-Ra pronto ad aprirsi e a mostrare, tra le sue pagine colme di effigi arcane, l’inizio del film.

L’introduzione del lungometraggio riusciva a catapultarmi istantaneamente nell’antico Egitto, nel centro cittadino di una Tebe fantasticamente digitalizzata. Accadeva anche a voi? Le imponenti statue egizie, su tutte quella di Anubi, mirabile nella parte finale della carrellata, si ergevano sui cittadini, in scorci fascinosi e giganteschi. In quelle imponenti scenografie, nelle sue ambientazioni spettacolari che trasudano amore per la storia, sebbene di storia “fittizia” si tratti, in quel gusto retrò, dolce, e appesantito, è proprio lì, che ritrovo la prima qualità ammirevole del film. “La mummia” riesce sin dai primi istanti a plasmare uno stile scenico originale, accattivante, che soverchia i confini della camera ed emana un senso estetico attrattivo difficilmente non apprezzabile. Gli interni del palazzo, illuminati da una sfilza di fiaccole infuocate, la balconata da cui scruta la città Imhotep (Arnold Vosloo) a notte fonda, quando un cielo bluastro domina la sommità delle piramidi, trasmettono un senso d’incanto, specialmente per quel colore dorato tanto risaltante da sembrare dipinto sulla “tela” della cinepresa. Tra quei corridoi avanza, con incedere sensuale, Anck – Su- Namun (Patricia Velasquez) quasi completamente nuda. Quel “quasi” merita una descrizione un po’ più accurata: il corpo della giovane donna, nonostante la nudità, appare per così dire “coperto” perché “rivestito” con degli ipnotici tatuaggi inchiostrati con tratteggi artistici sull’epidermide.

“La mummia” del 1999 fu prodotta dalla Universal, come remake dell’omonimo film del 1932 con Boris Karloff, uno dei capisaldi del cinema fanta-horror della prima metà del novecento.  Inizialmente, il riadattamento del 1999 doveva essere maggiormente attinente al classico ma, durante la lavorazione di Stephen Sommers, l’impronta generica mutò notevolmente, e il lungometraggio espanse i propri orizzonti abbracciando i canoni tipici dei film d’azione. In primo luogo “La mummia” funge da viaggio esplorativo alla ricerca del remoto. Tale pellegrinaggio esoterico inizia su una piccola nave trasporto che solca le acque del Nilo e che pone i protagonisti al centro di un’azione sfrenata ma diluita con intenzione. Nel maggio del ’99, quando “La mummia” sbarcò al cinema e raccolse un successo straordinario al botteghino, si presentò infatti come un mix perfetto capace di combinare l’azione adrenalinica con il romanticismo più terso, le tendenze paurose con la comicità della battuta secca e scandita con precisione minuziosa: “La mummia” per struttura, ritmo, divertimento e verve, è il capolavoro di un genere.

“La mummia” è un film d’amore. Potrebbe sembrarvi strana questa mia affermazione, eppure, l’amore domina ogni singola scelta di Imhotep, Anck-Su – Namun, Rick ed Evelyn, quattro personaggi posti su due fronti irrimediabilmente opposti.  Anck-Su–Namun è la promessa sposa di Seti I, ma in segreto, ella è innamorata di Imhotep. L’amore proibito tra la donna e il sacerdote porta i due sfortunati amanti a compiere un gesto scellerato: l’assassinio dell’astro del mattino e della sera. Come accade solitamente nelle opere Shakespeariane, a detta dello stesso Fraser, la morte del faraone, uno dei momenti più intensi e drammatici del film, avviene fuori campo, lontano dall’occhio indiscreto dello spettatore che può soltanto mirare i movimenti violenti delle ombre dei corpi nell’atto di commettere l’assassinio. Una ripresa suggestiva che riesce a mantenere un ritmo teso nonostante la visione sia propriamente distaccata. Una volta catturato, Imhotep, dopo il suicidio della donna amata, viene punito con l’Hom-Dai, la peggiore di tutte le antiche maledizioni egizie, condannato ad essere mummificato vivo e seppellito ad Hamunaptra, la città dei morti. Il destino di Imhotep è dannato: la sua anima sarà costretta a giacere come non-morta alle porte degli inferi per tutta l’eternità. Il prezzo per poter compiere un castigo tanto crudele è la possibilità che l’anima di Imhotep possa essere riportata in vita poiché mai trapassata nell’aldilà. Se ciò dovesse verificarsi, Imhotep tornerà sulla terra scatenando nuovamente sull’Egitto le dieci piaghe perpetrate da Mosè, e appesterà il suolo dei mortali come un morbo che cammina, una pestilenza per l’umanità, un empio mangiatore di carne con la forza dei secoli, il potere delle sabbie e la gloria dell’invincibilità.

L’amore impossibilitato ad affievolirsi tra Imhotep e Anck-Su-Namun porta questi due personaggi a subire una dannazione che va a perdersi nell’infinità del tempo. Tremila anni dopo, l’avventuriero Rick O’Connell (Brendan Fraser nella sua massima ascesa) è a capo di una piccola spedizione con la bibliotecaria Evelyn Carnahan (una bellissima Rachel Weisz) e il fratello Jonathan (un esilarante John Hannah) per ritrovare la necropoli perduta di Hamunaptra. Ciò che li attenderà nell’antica città dei morti è quanto di più terrificante potranno aspettarsi: dal risveglio di Imothep comincerà una corsa contro il tempo in un’avventura mozzafiato.

Tra Rick ed Evelyn sboccia, sin dal loro primo incontro, un legame forte, dissipato da continui bisticci atti a nascondere un affetto crescente. Rick ed Evelyn sono una coppia piuttosto particolare: egli è sfrontato, aitante, apparentemente irrispettoso e diretto; Evelyn è invece timida, introversa, distratta, con il capo sempre chino su quei libri che legge con tale trasporto da sembrare, alle volte, avulsa dalla realtà circostante. Essa in quelle letture probabilmente lascia libera di prender piede la propria immaginazione, fantasticando di vivere lei stessa una di quelle avventure che suo padre, un grande esploratore, visse quando incontrò la madre di Evelyn, egiziana e anch’essa avventuriera.  Evelyn è altresì tanto coraggiosa, un coraggio che colpisce sin da subito O’Connell, il cui sguardo viene catturato, con la stessa rapidità della pronuncia di un bisbiglio, dalla bellezza della donna quando ella indossa per la prima volta un lungo vestito nero, con cui si avvia a vivere la più grande avventura della sua vita. Evelyn si è liberata di quei suoi occhiali, ha sciolto i suoi lunghi capelli neri e mostrato per la prima volta con totale naturalezza, la sua splendida femminilità. Lei gli sorride nascondendo lievemente il viso dietro un velo, un’immagine capace di rapire tanto il personaggio quanto l’autore di questo testo, intento a scrivere questi passi di recensione. E il forte O’Connell corteggia la donna aggraziata con imbarazzo, mostrandosi anch'egli per la prima volta impacciato. Bizzarro da credere, ma un uomo in grado di affrontare un conflitto a fuoco come capitano della legione straniera, balbetta quando consegna un intero set di attrezzi adusi agli scavi archeologici, presi “in prestito” dai suoi confratelli americani, e li dona a una donna che ne sarebbe rimasta colpita in egual modo se le avessero offerto un mazzo di rose rosse. Evelyn per O’Connell diviene una luce accesa che illumina, come un sistema di specchi antichi, la sala tetra e buia che era dapprima la sua vita di lotta e sopravvivenza.

“La mummia” è un film in cui l’amore e le sue due diverse forme di romanticismo hanno un posto preminente nello svolgersi condizionato degli eventi. Basti rammentare che l’agire di Imhotep, dopo più di tremila anni, è ancora devoto alla volontà di riportare in vita la defunta amante. Il vero pregio del film è però quello di riuscire, con ragguardevole abilità, a districarsi tra numerosi generi, senza necessariamente porsi sotto una formale etichetta esplicativa.

Rick, Evelyn e Jonathan costituiscono il nucleo centrale degli eventi. “La mummia” ha il merito di valorizzare i propri protagonisti rendendoli amabili dal pubblico che impara ben presto a conoscere le rispettive sfumature caratteriali e con essi, a empatizzare con le loro gesta. Dal Cairo alla mitologica città decaduta di Hamunaptra procede il viaggio dei nostri protagonisti e con essi, ci troviamo pronti ad affrontare il caldo afoso del deserto, in sella a un gruppo di cammelli. Su quei quadrupedi si avvia una fuga all’alba, quando il sorgere del sole mostrerà la via ai protagonisti e, come un incantesimo o un magico effetto ottico, il sole riuscirà a tracciare la sagoma della città, visibile in lontananza. E’ una corsa liberatoria che avviene sotto un cielo infuocato, e che vede Evelyn procedere a braccetto con Rick per poi sorprenderlo, accelerare con paura ma con quella spensierata voglia di trasporto che da tempo agognava. Dopotutto, l’intero film non è che una fuga rocambolesca tra sequenze monumentali di effetti speciali, piaghe violente e spettacolari che piombano sulla terra d’Egitto come un castigo divino, e disperati tentativi d’assalto a bordo di un aereo dell’aeronautica di sua maestà per scampare a impressionanti mura siffatte di tempeste di sabbia.

Ogni singolo fotogramma lascia traspirare una cura ammirevole verso un cinema in grado di coniugare gli aspetti stilistici del cinema anni ’30 con la spettacolarizzazione dell’azione tipica dei film del nuovo millennio. “La mummia” fu un film moderno calato in una realtà dal gusto antico. “La mummia” si ispira ai canoni avventurosi del cinema di Indiana Jones, sebbene da esso tragga soltanto il ritmo incalzante, il periodo storico e l’affetto immutato per un particolare tipo di archeologia, quella in cui i reperti da rinvenire sono misteriosi e impossibili anche solo da immaginare. “La mummia” ha il merito di non incespicare su tempi morti, essendo strutturato con una perfetta cadenza tra azione adrenalinica e narrazione. Il film lascia emergere un eroe pragmatico nel proprio agire. Rick O’Connell indossando una bandana azzurra legata intorno al collo, una bianca camicia, una fondina a coppia posta sulla schiena con due pistole, un paio di calzoni color marrone chiaro e stivali ai piedi, conquista un trono di rilievo tra i grandi simboli del cinema d’avventura. Il savoir-faire autoironico, l’audacia combattiva e il coraggio smisurato, la tendenza a sdrammatizzare le situazioni più pericolose e quella sana scelta di non prendersi mai troppo sul serio rendono O’Connell un eroe del cinema d’azione, la prima e probabilmente unica vera alternativa ad Indiana Jones. Rick dà valore alla vita, una caratteristica evidente quando egli afferma, con rispetto e una nota d'ammirazione, che gli uomini del deserto danno valore all’acqua non all’oro. O’Connell non è un cacciatore di tesori, ne resta quasi indifferente quando si fa strada tra cumuli d’oro per ritrovare Evelyn, tenuta prigioniera dal mostro. O’Connell è un eroe riluttante ma concreto, che antepone la salvezza della vita della donna amata alla fortuna e alla gloria eterna.

L’apparato scenografico degli interni della defunta Hamunaptra, gli stretti cunicoli delle costruzioni egizie, i tesori splendenti della camera segreta di Seti I sono solo alcune delle ambientazioni che rendono il film fascinoso e dallo spazio limitato ma per questo ancor più valorizzato. Sebbene il film mostri molti altri luoghi tra l’inizio e la parte centrale, Hamunaptra diviene una sorta di palcoscenico a tutto tondo, un luogo unico in cui si muovono gli attori tra giganteschi pannelli scenografici che alternano statue delle divinità Anubi e Horus. Gli spettatori restano seduti su di una platea immaginaria, ammirando paesaggi antichi in cui dei coraggiosi e improvvisati eroi, lottano per non lasciarci la pelle.

“La mummia” nell’incarnazione del mostro indaga il senso lato della vita esistenziale. La creatura nella sua rinascita toglie la vita altrui per poterla avere lei stessa. La rigenerazione della mummia avviene attraverso la macabra uccisione degli uomini: dalla morte degli innocenti, Imhotep ritrova la propria vigoria. Persino il suo insano tentativo di ridare la vita all’anima dell’antica amante prevede la morte di Evelyn per la resurrezione di Anck-Su-Namun. Morte e vita si intrecciano in un’indagine orrifica. Se la vita resta intesa come un bene prezioso, la morte funge fantasticamente da punto focale di una successiva traversata. Questo viene certificato in una delle frasi più evocative pronunciante nel film, che vede appunto la creatura, durante il trapasso, recitare ancora una volta un arcano adagio secondo cui la morte non sarebbe altro che il principio.

“La mummia” vanta una colonna sonora stupenda, composta da Jerry Goldsmith, il cui montaggio sonoro venne candidato all’Oscar. Il tema che accompagna i passi d’amore di Rick e Evelyn lega totalmente le loro espressioni e il loro agire alla musica, rendendo quest’ultima immediatamente associabile ai due. La mia parte preferita arriva sul finale, dove la musica oscilla dalla calma iniziale all’aumento improvviso (la scena del bacio), fino quasi a completarsi in un “frastuono”, quel “battito ripetuto” di suoni che accompagna l’inquadratura finale al tramonto, e che sancisce la conclusione delle immagini della pellicola; ma la musica, dopo pochi secondi, riprende ad allietare il triste addio dei titoli di coda, tornando alla “lentezza” e al romanticismo iniziale, riproponendo la classica melodia che è poi la ripetizione fondamentale del passo più famoso del brano. La colonna sonora de “La mummia” è tra le più belle mai realizzate per il cinema. Non vi è neppure una singola scena priva di un qualsivoglia accompagnamento musicale degno di nota. Ogni singola sequenza ha una composizione perfettamente amalgamata alla scena. La musica, alle volte, risulta talmente potente da venire in mente ancor prima della scena, e con essa, renderla completamente impressa nei ricordi.

La parte terminante del film è strutturata con un continuo crescendo, il cui momento apicale si concretizza nella fuga dei protagonisti per scampare alla distruzione completa di Hamunaptra. Con la caduta dei resti di quella città, cala il sipario su quel teatro fantasioso, e l’avventura scenica giunge a conclusione. Il pubblicò dovrà così abbandonare i suoi posti immaginari nella sala e godersi la visione finale di commiato dei protagonisti, verso l’orizzonte immenso. Quel sole caldo e luminoso, con cui il film cominciava il suo scorrere su pellicola, adesso è prossimo a tramontare. Il crepuscolo mostra il sole morire all’orizzonte, negli istanti in cui Rick ed Evelyn si scambiano un intenso bacio, prossimi a salire in sella ai loro cammelli, e avviarsi tra gli ultimi bagliori di un tramonto ammirabile solo nella suggestiva cornice di Hamunaptra.

Questa è l’ultima pagina del libro, e ogni qualvolta mi trovo a rileggere quelle battute finali provo una certa malinconia. E’ triste congedarsi da una simile “lettura”, ma quando il buio dello schermo diviene totale, una certa voglia di “riavvolgere il nastro “nuovamente e tornare al capitolo iniziale, continuo sempre a provarla. Probabilmente gli stessi autori ne furono consapevoli e vollero attenuare il distacco finale, e infatti, quando il buio va in dissolvenza si formano dei titoli di coda alquanto peculiari: su degli sfondi che richiamano di nuovo l’arte egizia, si formano scritte in geroglifici mutevoli, che cambiano per assumere i contorni tipici dei titoli di coda tradizionali. Quella è davvero l’ultima pagina del libro di Amun-Ra, un atto finale che sembra esprimere agli spettatori l'idea che il film non sia davvero arrivato a concludersi ma che voglia ancora riservare qualche altra sorpresa.

Rick ed Evelyn - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Con la nenia finale, osservo gli ultimi simboli, prima di sancire l’addio con l’atto finale di un lavoro, un cult assoluto nel suo genere. Già, qualunque genere esso sia!

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Disegno di Erminia A Giordano per CineHunters

 

Cat's Eye - Occhi di gatto  è un manga di Tsukasa Hojo, insieme a “City Hunter, l’opera maggiormente conosciuta del mangaka giapponese. “Occhi di gatto” venne pubblicato in Giappone dal 1981 al 1985. In Italia, invece,  è stato pubblicato da Star Comics dall'aprile 1999 al settembre 2000 sulla collana Starlight.

Come per la maggior parte dei manga di successo, anche “Occhi di gatto” venne trasposto in una serie televisiva anime di 73 episodi, prodotta da Tokyo Movie Shinsha e trasmessa su Nippon Television dal 1983 al 1985, andata in onda anche in Italia dal settembre 1985 sull'emittente televisiva Italia1. In Italia l’anime raggiunse una notevole fama, soprattutto tra il pubblico femminile che ne apprezzò l’atmosfera ricca di suspense, il carattere delle tre protagonista, e la sigla di Cristina D’Avena divenuta un vero e proprio tormentone col suo ritornello.

  • La storia di “Occhi di gatto”

Protagonista del manga è Hitomi Kisugi (Sheila Tashikel nell'edizione italiana), proprietaria del Bar-Caffè Cat's Eye ("Occhi di gatto").  Sebbene Sheila spicchi su tutte come personaggio centrico della serie, le sorelle Rui (la maggiore) e Ai, rispettivamente Kelly e Tati, rivestono dei ruoli di spessore tanto che il trio viene considerato il fulcro dell’intera serie, allontanando le semplicistiche indicazioni tra chi sia il protagonista e chi il comprimario. Le tre sorelle formano in segreto “Occhi di gatto”, una banda di gatte ladre inafferrabili che rubano esclusivamente opere d'arte appartenute a Michael Heinz, famoso artista degli anni '40, che è il loro amato padre scomparso. Esse desiderano ricostruirne la collezione che era stata loro sottratta dai nazisti, e individuare sufficienti indizi per poterlo ritrovare. Sebbene le giovani ladruncole compiano gesti illegali, il loro agire è dettato da voleri nobili e del tutto comprensibili. Il padre delle ragazza, il cui nome era Michael Heinz, era un pittore di origine tedesca. Egli si trasferì in Giappone e lì vi lavorò a lungo, incontrando al contempo l'amore della sua vita, la giovane e ricca Marie Kisugi, che successivamente lo seguì in Germania, quando Michael, nel 1944, fu costretto a rimpatriare a causa dei loschi intrighi di un suo rivale. Marie e Michael si sposarono ed ebbero tre figlie: Rui (Kelly), Hitomi (Sheila) e Ai (Tati). Poco dopo la nascita della terzogenita, la madre morì e Michael scomparve nel corso di un incendio, appiccato dai suoi stessi allievi, che bramavano di impossessarsi delle sue opere. Heinz durante il secondo conflitto mondiale ha fatto parte di una resistenza contro il movimento dittatoriale nazista.

Sheila è una giovane donna dai folti capelli mori, ha 24 anni ed è la più agile e atletica delle tre, tanto da essere ritenuta il "braccio" della banda.  Shila è molto avvenente e sfrutta le sue abilità per entrare in azione e rubare i reperti agognati dalla banda “Occhi di gatto”.  Shila è fidanzata con Toshio Utsumi (Matthew HismanAma) e lo ama così tanto da esserne gelosissima, specialmente nei confronti della bella Mitsuko Asatani (Alice), collega del detective.   Matthew è, per ironia della sorte, l’investigatore posto a capo delle investigazioni per catturare “Occhi di gatto”.  Matthew è un abile detective anche se non riesce in alcun modo a catturare le giovani ladre che anticipano sempre le sue mosse. Catturare la banda significa molto per il poliziotto anche se, in cuor suo, Matthew rispetta le ragazze perché più volte si dimostrarono leali e dotate di un codice d’onore etico e morale. Il rapporto di Hitomi con Toshio procura a Occhi di gatto complicazioni e vantaggi: Hitomi riesce a estorcere a Toshio informazioni riservate, grazie alle quali la banda riesce sempre a farla franca, fuggendo via dalla scena del crimine con la refurtiva.

Matthew è una figura maschile molto diversa da un altro celebre personaggio creato da Hojo, ovvero Ryo Saeba, il protagonista di City Hunter. Se il primo è molto timido e impacciato con Shila, il suo grande amore, Ryo è invece alquanto sciolto e senza remore alcuna nel corteggiare le belle donne, tanto da essere trattato, ironicamente da loro, come un inquietante maniaco. Se Shila sorride ogni qualvolta Matthew commette qualche azione goffa per l’emozione della presenza della donna, Kaori, il grande amore di Ryo, invece, lo punisce scagliandogli contro dei giganteschi martelli tutte le volte che Ryo non riesce a contenersi dinanzi a una donna avvenente.

La sorella maggiore del trio è Rui. Ella ha 27 anni, è la più matura e costituisce la mente della banda e punto di riferimento imprescindibile per le sorelle minori. Rui è esperta nell'elaborare i piani più ingegnosi. È molto materna ed affettuosa verso Sheila e Tati. E' una donna estremamente bella e femminile, ed è la più appariscente nella sua voluminosità delle forme del corpo rispetto alle tre sorelle. Tati è la sorella minore, ha 16 anni, frequenta ancora il liceo ed è un genio della meccanica. Spesso imprudente, è capace di progettare e costruire qualunque tipo di marchingegno.

L'anime terminava con una conclusione aperta, nella quale le tre sorelle incontrano il fratello gemello del padre, che è colui che lo ha tradito. Non si sa, dunque, se riusciranno davvero a trovare l'amato genitore e, soprattutto, come evolverà la storia tra Sheila e Matthew (e se lui scoprirà la doppia identità di lei).

Il finale del manga, scritto l'anno seguente alla conclusione della serie animata, è a carattere aperto. Hitomi rivela a Toshio di essere una delle ladre e scappa negli Stati Uniti. Toshio riesce a rintracciarla, ma la ragazza afferma di aver perso la memoria a causa di una meningite virale. Hitomi e Toshio tornano di nuovo insieme sebbene ella non rammenti il proprio passato. Tuttavia, alcuni dettagli delle scene finali, come Hitomi che porta al dito l'anello di Toshio, e alcuni suoi discorsi nei capitoli precedenti, fanno supporre che Hitomi non abbia veramente perso la memoria e che sia solo un espediente per potersi riunire a Toshio senza l'ombra del suo passato criminale a minare il loro rapporto.

Nella propria mitologia narrativa, Hojo ha voluto inserire una continuità nelle sue opere. Il bar in cui lavora Falcon, personaggio di “City Hunter”, è lo stesso bar delle tre ragazze, chiamato per l’appunto “Occhi di gatto”. Intuiamo che le vicende di “City Hunter” sono ambientate a seguito delle avventure della banda “Occhi di gatto” e che il bar in cui i protagonisti si incontrano è stato lasciato dalla tre ragazze a seguito della loro fuga. Si tratta di un piacevole easter-egg.

  • Conclusioni

Rispettando il classico stile di Hojo, anche in “Occhi di gatto” la trama continuativa della serie è soltanto la superficie. In ogni singolo albo, gli eventi permettono di comprendere sempre più il carattere delle protagoniste. Hojo sin da “Occhi di gatto” conferma di essere un mangaka in cui la psicologia dei personaggi è ben più importante della storia in sé, ma con essa l'autore crea un filo narrativo appassionante e coinvolgente.

Articolo a cura di Erminia A. Giordano

Redazione: CineHunters

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La storia di “Terminator” comincia la notte del 12 maggio del 1984. Come un’incontrollata scarica elettrica di origine ignota, una sarabanda di luci abbaglia con fulminee intermittenze due zone periferiche di Los Angeles: da questi fasci di luci, due figure dall’aspetto umano giungono dal futuro. Una di esse è un Terminator, modello T-800, un organismo cibernetico d’impareggiabile abilità combattiva. Il Terminator è dotato di innesti di pelle umana, e possiede conseguentemente i connotati fisici di un uomo comune. Ma dietro l’involucro di umana consistenza, il Terminator, in effetti, è una macchina di malvagità, alimentata dalla sola direttiva specifica di “terminare” i propri avversari. Il Terminator ha un endoscheletro metallico invulnerabile ai colpi d’arma da fuoco, e il vero volto del robot ha le sembianze di un teschio d’acciaio su cui risaltano, come fossero rubini incastonati, due folgoranti occhi rossi. Le sembianze umane del Terminator gli permettono di mimetizzarsi con le persone comuni e cominciare la sua missione: scovare e uccidere una giovane donna di nome Sarah Connor.

Nel frattempo, l’altro viaggiatore del tempo, un guerriero umano chiamato Kyle Reese, si mette anch’egli alla disperata ricerca di Sarah mentre apprende che già due donne chiamate col medesimo nome della donna da lui agognata, sono state barbaramente uccise. Il Terminator sta infatti eseguendo una ricerca sistematica suggeritagli da un elenco telefonico. Egli ha infatti rintracciato in ordine alfabetico le residenze delle tre Sarah Connor che vivono a Los Angeles, si è recato nelle loro abitazioni e le ha uccise barbaramente. Kyle possiede una fotografia della giovane Sarah ed è cosciente del fatto che lei è ancora viva, ma sarà solo questione di tempo prima che il Terminator la rintracci.

A tarda notte, Kyle incrocia per strada Sarah e comincia a pedinarla fin quando la donna, notando il fare sospetto del tizio, entra in un locale per trovare riparo a quella che crede essere l’angheria di un maniaco. D’improvviso, il Terminator fa breccia nel locale e inizia a sparare all’impazzata, senza alcuna pietà, nel tentativo di uccidere la donna. Kyle, però, rimasto in continua veglia nei pressi del locale, contrattacca col suo fucile, salvando Sarah e fuggendo via con lei.

Nascostisi in un parcheggio, Kyle confessa a Sarah la verità: egli è un combattente venuto dal futuro per proteggerla dall’assalto del Terminator, anch’esso giunto dal futuro per ucciderla. Kyle spiega inoltre alla donna che quanto prima, una rete di difesa d’intelligenza artificiale nota come  Skynet raggiungerà l'autocoscienza ribellandosi all'umanità e scatenando un olocausto nucleare. John Connor, il futuro figlio di Sarah, raggrupperà i sopravvissuti e li guiderà in una ribellione che assumerà i contorni di una guerra di logoramento e porterà alla dipartita di Skynet. Il Terminator è stato mandato indietro nel tempo per uccidere Sarah prima della nascita di John, come estremo tentativo per evitare la creazione della Resistenza.

Da questo momento comincia una lotta per la sopravvivenza a cui prenderanno parte Kyle e Sarah per sfuggire agli assalti distruttivi del Terminator che non si fermerà davanti a nulla se non prima avrà adempiuto alla propria missione.

James Cameron stese la bozza iniziale del suo progetto “The Terminator” quando viveva in California, a seguito di un incubo. Linda Hamilton venne scelta per interpretare Sarah Connor, Michael Biehn fu chiamato per dare voce e corpo al personaggio di Kyle Reese, e infine, Arnold Schwarzenegger fu scritturato per vestire i panni del Terminator. Il grande successo del film consolidò la carriera dell’attore e fu per lui il grande passo verso il raggiungimento dello status d’icona dei film d’azione. La mimica facciale di Schwarznegger, dalla gamma piuttosto risicata, venne capovolta in un autentico punto di forza e per tale ragione il ruolo del cyborg parve gli fosse stato cucito addosso. La maschera di Schwarznegger fu quella di uno spietato androide, incapace di comunicare alcuna emozione se non la ferma volontà di porre fine alla vita della protagonista.

L’idea di realizzare un film fanta-horror affascinava profondamente Cameron, viste le influenze che il regista John Carpenter col suo remake de “La cosa” ebbe in quegli anni su molti cineasti alle prime armi. Cameron era uno di quelli, un visionario in attesa di plasmare un’idea e renderla visibile. Decise quindi di sperimentare una nuova ricetta, capace d’ingolosire il palato di chi su quella tavola imbandita voleva degustare sapori dal retrogusto variegato e mai assaggiati prima. Mescolò così il genere fantascientifico col thriller di strada, fatto di lunghi inseguimenti e fughe rocambolesche in scorci notturni. Infine, rilasciò nel proprio “calderone” un pizzico di quell’ingrediente segreto carpito dal genere horror. Ma “Terminator” pur senza eccedere in messe in scena orrifiche, predilige il senso d’angoscia al terrore ansiogeno. E’ la paura esagitata dall’istinto di sopravvivenza quella che viene esaminata e vagliata con accuratezza all’interno del film, non lo sgomento di una paura remota e difficilmente comprensibile.

L’aspetto umano del Terminator permette di rapportare questa suddetta paura al nostro più intimo sentimentalismo, perché nell’agire meccanico di questa macchina assassina scorgiamo le fattezze di un uomo. La malvagità del cyborg non permane contenuta nella corazza cibernetica ma tende a manifestarsi anche nell’aspetto esteriore e ciò porta il pubblico a provare timore non soltanto nei riguardi dell’entità robotica, ma paragonando tale entità all’essenza stessa dell’umanità. Con Terminator uomo e macchina vengono posti su due fronti opposti ma al contempo inglobati nell’agire violento del Terminator. Il film spiega come l’aspetto di questo primo T-800 sia stato opportunamente vagliato da Skynet per permettere alle macchine d’infiltrarsi tra gli uomini e ucciderli. Il terrore, così facendo, non è più perfettamente riconoscibile. Per tale ragione la linea di demarcazione che dapprima separava uomini e macchine viene fagocitata. Persino Kyle Reese ammette di non essere riuscito a capire chi fosse il Terminator fin quando non ha tentato di uccidere Sarah. Un costante senso di allerta domina le attenzioni di Kyle quando, scrutando la folla che circonda Sarah, fatica a comprendere chi possa essere il carnefice che l’assalirà.

Oltre questa mia analisi critica, il conflitto che si sviluppa tra Terminator e Kyle erige comunque un duello ben più limpido e cristallino: l’uomo contro la macchina. Tra le periferie di una Los Angeles ottenebrata si consuma un’estenuante corsa per scampare agli attacchi del Terminator. La maggior parte delle riprese sono state girate di notte. Il sole sembra non possa sorgere realmente per non dare la falsa illusione che una luminosa speranza pervada il cielo coi suoi raggi all’alba di un nuovo giorno. Non vi può essere, infatti, speranza alcuna finché il terminator avrà forza di movimento. “Terminator” è un film cupo, nebuloso, in cui l’opprimente immagine di un futuro ancor più buio perdura nell’oscurità di quelle tenebre che avviluppano i protagonisti persino quando si concedono un po’ di riposo.  

Il tema della progressione tecnologica viene perpetuato per la prima volta da Cameron in questo film. Skynet è stato creato dagli uomini, i quali non si sono posti minimamente il problema circa i possibili rischi della costruzione di una macchina dotata d’intelligenza artificiale. La tecnologia senziente che si rivolta all’uomo è uno dei topos narrativi più usati nella fantascienza, ma in “Terminator” assume un valore ancor più inquietante poiché la volontà di annientare viene resa come il principale fulcro vitale degli androidi.

Kyle e Sarah, accomunati da un destino arcano e infinito, trascorrono un’intensa notte d’amore. Dalla loro unione, Sarah resterà incinta di John. Scopriamo così che il destino riesce a farsi strada tra i paradossi del tempo, e che Kyle senza mai venirne davvero a conoscenza è, invero, il padre dell’eroe della ribellione, di quel simbolo di coraggio a cui lui stesso si era ispirato nel futuro da cui proviene.

Lo scontro finale di “Terminator” avviene all’interno di una fabbrica. Il T-800, oramai spogliatosi del suo ingannevole aspetto, e ridotto a muoversi col solo suo supporto scheletrico in metallo, affronta un'ultima volta Kyle, allo stremo delle forze. Kyle riesce a far saltare in aria il cyborg, prima di spirare tra le braccia di Sarah. Ancora una volta però, il Terminator, il cui busto non è stato domato, prosegue inesorabile a strisciare al suolo per afferrare Sarah. Ma la donna lo trascina fino a una pressa idraulica e lascia che il macchinario svolga il suo inconsueto compito: lo distrugge così definitivamente.

Il film si conclude con una ripresa in cui Sarah, incinta, fermatasi nei pressi di una pompa di benzina, memorizza le proprie parole su di un registratore, rivolgendosi al figlio nascituro. Un bambino le scatta una fotografia: sarà la stessa Polaroid che Kyle avrà con sé quando tornerà indietro nel tempo per cercarla. Sarah si avvia in auto verso l’orizzonte, dove si possono intravedere nubi grigie e minacciose. Ancora una volta “l’ambientazione” in “Terminator” sembra anticipare la prosecuzione degli eventi. Se prima le tenebre avvolgevano i nostri protagonisti per mistificare l’opprimente e tetra presenza del “predatore” a caccia delle sue vittime, adesso, quelle nuvole preannunciano la tempesta che si abbatterà sul futuro degli uomini.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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(Articolo del 9 giugno 2017)

Ghostbusters” è stata la prima videocassetta che tenni in mano, quella che vidi quando imparai a cosa servisse un videoregistratore. Avevo poco più di quattro anni. Guardai questo film per ben quattro volte in una sola giornata e, ogni qualvolta apparivano i titoli di coda, riavvolgevo il nastro e ricominciavo. “Ghostbusters” è stato il mio primo, vero approccio con il cinema.

Sono trascorsi 33 anni dalla sua uscita ufficiale nelle sale statunitensi. “Ghostbusters” era un’opera figlia di un decennio probabilmente unico per comicità e stile di realizzazione. Era un simbolo della prima metà degli anni ‘80, un progetto certamente singolare ed esclusivo, difficilmente riadattabile se estrapolato e inserito in un altro contesto che non fosse quello originario. Ma “Ghostbusters”, pur ergendosi ad emblema di un’epoca, non rifiutava e non rifiuta ancora oggi di volgere la propria attenzione al futuro. E infatti, anni ‘80 o no, resta uno di quei cult capaci di far crescere tre generazioni di spettatori, reggendo sulla propria pelle più di trent’anni di proiezioni, portati senza alcuna ruga in viso. “Ghostbusters” non riesce proprio ad invecchiare.

Peter Venkman fu il primo personaggio che imitai da bambino. Sarà per la sfrontatezza, l’ironia sarcastica e mordace, o l’eroismo così riluttante, ma lui fu immediatamente il mio personaggio preferito. Il nucleo originario degli acchiappafantasmi era formato da un trio che, ad oggi, non ha certamente bisogno di presentazioni. Credo che ancor prima di appassionarmi all’aspetto fantascientifico, alla Ecto 1, agli zaini protonici o alla voracità di Slimer, mi piacque, prima di tutto, quel senso di amicizia che legava per l’appunto il trio. 



Peter, Ray e Egon erano sostanzialmente tre ragazzi immaturi ma piuttosto dotti, con l’aspetto di tre uomini adulti. Soprattutto Ray, il personaggio che più mostrava quell’entusiasmo bambinesco quando si trattava di andare alla scoperta di qualcosa di “nuovo”. Era il cuore degli acchiappafantasmi, l’anima viva e pulsante di una squadra. Egon, all’apparenza, era il più serioso, sempre concentrato e perennemente sulle sue. Eppure, dalla sua dipendenza per gli zuccheri e dalla sua incapacità di notare le avance di Janine, veniva fuori una caratteristica quanto mai ingenua e infantile del suo animo, devoto alla conoscenza giocosa, piuttosto che alla vera, sostenuta, serialità scientifica. Lui non poteva che essere la mente del gruppo. Peter, lo si notava di primo acchito, era un uomo allegro, spensierato, abile a trovare la prospettiva irrisoria anche quando si delineavano le situazioni peggiori. Sempre con la battuta pronta e sempre con un’elevata attenzione, scevra da timori sul rompi-ghiaccio, verso le belle donne che finiva per corteggiare assiduamente. Era probabilmente l’unico in grado di adempiere al ruolo di “voce” degli acchiappafantasmi, nel loro aspetto più sociale. Un “tridente” svagato e speranzoso, che mirava al risultato a lungo termine, alla rivelazione e alla classificazione di entità ectoplasmatiche. Un terzetto che aveva bisogno di un elemento più maturo e ben più lontano dal paradossale. Winston arrivò in seguito, ed era ciò di cui avevano bisogno, forse il vero elemento “adulto” di tutta la banda, quello capace di ridare maggiore “realtà” a una "triade" adorabile, che affrontava inizialmente i fantasmi con il solo ausilio di un improvvisato “Pigliala!”. 

Non è un caso che sin da bambini ci si appassioni tanto agli acchiappafantasmi. Perché sono come noi vorremmo essere da adulti. Uomini capaci di conservare l’entusiasmo della fantasia. I ghostbusters non sono altro che un’amicizia sincera, alimentata da una comicità surreale e da un’avventura paranormale. Tutti noi avremmo voluto essere un acchiappafantasmi. Io per primo avrei voluto essere un acchiappafantasmi! Indossare una divisa, brandire uno zaino protonico e catturare un fantasma, e se fosse finita male avrei avuto i miei amici a fianco, pronti a farsi una risata chiusi in un ascensore con un reattore nucleare non autorizzato sulla schiena, pronti a rivederci “dall’altra parte”.

A “Ghostbusters” va sempre uno dei miei più affettuosi pensieri, perché è stato il mio “numero 1”, il primo vero stupore che provai con il cinema. Non riesco davvero ad immaginare la mia infanzia senza questo film, ed è soprattutto in tali momenti che mi rendo conto di quanto un singolo film possa non essere mai soltanto “un film”. Per ognuno di noi, “quel film” ha il potere di significare qualcosa di profondo: una svolta, una magia, un’illusione stracolma d’emozione. E negli anni quel film che portiamo nel cuore diventa pensiero confortante, si tramuta in ricordo incoraggiante che non fa che ripresentarsi ciclicamente ogni qual volta abbiamo nostalgia di un tempo ormai andato.

L’ultimo pensiero di questo trentatreesimo anniversario vorrei rivolgerlo ad Harold Ramis: è stato un vero piacere lavorare con lei, dottore… Grazie per avermi introdotto nel mondo del cinema. Grazie acchiappafantasmi per essere stati così importanti.
Ancora oggi sono pronto a credere in voi!

Vi invitiamo a leggere il nostro articolo sul videogioco di "Ghostbusters" cliccando qui

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Erminia A. Giordano disegna Gal Gadot come Wonder Woman per CineHunters

 

Bianche sponde, acque salmastre che baciano arenili di sabbia dorata, picchi rocciosi di catene montuose che si ergono alte nel cielo azzurro e su cui sorgono palazzi regali, centri abitativi di antica caratura estetica, terreni cinti e strutturati per l’addestramento e dimore lussureggianti, riflettenti stilisticamente di un gusto arcaico: è Temishira, l’isola del Paradiso, la patria delle Amazzoni. La regista Patty Jenkins ce la presenta così, come una terra incontaminata, calcata soltanto dalle altere andature delle donne guerriere che abitano l’isola. Temishira è un luogo creato dall’esalazione del padre degli dei dell’Olimpo, con l’ultimo soffio vitale di Zeus che ha generato questa terra come ultimo baluardo in cui albergano guerriere dedite a una sola missione: proteggere il mondo dalla furia dello sconfitto e sperduto Ares, il dio della guerra, scampato alla morte ma indebolito nel corpo, che da sempre corrompe gli uomini nati impetuosi e nobili per trasformarli in sanguinolenti assassini. In questo paradiso terso e cristallino nasce Diana, la figlia della regina Ippolita, futura protettrice del genere umano.

Wonder Woman - Dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Diana cresce formandosi come donna e plasmandosi come una guerriera imbattibile, senza mai dimenticare la vocazione di ogni singola amazzone: sconfiggere, se mai dovesse ripresentarsi, Ares. E un giorno, mentre ella ammirava le acque azzurre del mare, scorge un aereo militare nazista precipitare a largo dell’Isola. Diana si tuffa in soccorso del pilota caduto e lo salva da morte certa. L’uomo salvato dall’inclemenza dei marosi è Steve Trevor, una spia al servizio della Resistenza Britannica, infiltratasi tra i nemici della futura Germania di Hitler. E’ un incontro intenso e colmo di meraviglia per entrambi: da una parte Diana scruta con stupore per la prima volta i lineamenti di un uomo, o più precisamente, dell’uomo che amerà per tutta la sua vita immortale, dall’altro Steve riapre i suoi occhi al mondo, mirando il viso della donna per cui metterà a repentaglio la sua vita. Una visione futuristica, uno spartiacque tra la conoscenza passata di Diana e l’avventura futura che coinvolgerà questi due eroi.

Brandendo “l’ammazza-dei” una spada affilata denominata in tal modo perché è da sempre riconosciuta come la sola arma con cui poter trafiggere Ares, indossando l’armatura e legando ad essa il lazo d’oro, Wonder Woman parte alla volta dell’Inghilterra per porre fine alla guerra, secondo il suo credo, generata dal volere di Ares.

“Wonder Woman” è l’audace e spettacolare viaggio di un’eroina indomabile alla scoperta del mondo esterno. Un film che si sviluppa volontariamente in un' appassionata oscillazione crogiolante tra passato e presente, tra mito arcano e realtà storica. L’inizio è di fatto ambientato nella contemporaneità del DC Cinematic Universe, quando Diana Prince, reggendo tra le sue mani la cornice contenente uno scatto fotografico risalente alla guerra che la ritrae con Steve e gli altri tre uomini della sua squadriglia, rievoca un passato che affonda le proprie radici nella storia più triste e buia dell’umanità: quella del conflitto mondiale. Se una storia va raccontata, però, va rinarrata dal principio, da quando una giovane bambina sognava, nella sua fanciullezza innocente e nel suo spontaneo e ingenuo coraggio, di diventare una combattente ineguagliabile. Ecco che si delinea l’altra oscillazione della pellicola, quella dove il passato si mescola al mito che rivive sotto forma di raffigurazioni di stampo greco, dipinti in cui gli dei vengono catturati in pose di una staticità movimentata, nell’atto di combattere valorosamente o soccombere tragicamente e cadere dalle sommità dell’Olimpo durante la guerra tra Zeus e il misterioso Ares. Wonder Woman è un personaggio nato dalle influenze dei racconti mitologici e con essi prosegue fino a insinuarsi con grazia nella realtà costruita del cinema moderno.

Patty Jenkins confeziona un film lineare ed equilibrato, abbandona le atmosfere troppo cupe dei precedenti adattamenti DC Comics, ma non per questo rinuncia all’epicità dell’azione e all’emozione di un fato avverso che riesce a regalare forti emozioni a un pubblico di appassionati. “Wonder Woman” traspone con cura la storia di Diana Prince, sebbene introduca alcune apprezzabili novità che rendono il film adatto per essere scoperto anche da chi di Wonder Woman conosce ogni seducente dettaglio nascosto tra i segreti di una dea guerriera e tra le pieghe dell’armatura dell’eroina adornata da bianche stelle impresse su sfondo azzurro.

“Wonder Woman” coniuga con giusto equilibrio l’azione spettacolare con la spigliata ironia e con l’atroce dramma della guerra, basa l’empatia comunicativa dei propri personaggi sulle valenti interpretazioni degli attori e gran parte dell’imponenza delle scene su di un’ottima colonna sonora che ne scandisce splendidamente i ritmi. “Wonder Woman” pone al centro dell’azione la sua protagonista e la camera la segue mentre lei si palesa per la prima volta dinanzi agli implacabili eserciti nemici, che nulla possono quando ella attacca con vigore, facendosi strada su di un campo di battaglia fangoso e fermando i proiettili con la facilità di una dea giusta, venuta nel mondo degli uomini per far cessare questa follia.

Tra i meriti del film spicca l’allusiva caratterizzazione di Ares, non soltanto personificato ma soprattutto mistificato astrattamente come un demone invisibile, un portatore e generatore di follia guerrafondaia. Ares appare come un tarlo nella mente degli uomini avvezzi allo spirito bellico. Egli come un paranoico pensiero crudele si instaura tra le menti dei potenti ma non li condiziona secondo il potere ipnotico di un male sinistro, più che altro, si “diverte” ad assistere alle loro reazioni. Se Diana crede fermamente che gli uomini siano sottomessi al giogo di Ares, dovrà ricredersi quando scoprirà, come prevedibile, che egli altri non è che un “suggeritore”, una voce fuori dal coro diabolica che pronuncia le proprie parole nel buio di una notte solitaria, un ascetico consigliere che declama guerra ma che non la perpetra egli stesso. Ares indirizza gli uomini che potrebbero, perché governati dal libero arbitrio, ignorarlo, eppure seguono volontariamente l’agire militare e vigliaccamente guerrigliero. Ares in “Wonder Woman” è una rivisitazione del lucifero biblico. Egli è invidioso delle creature giacenti sulla terra e create dal proprio padre, e decide di rivoltarsi ad esso e dimostrare come quei figli inferiori, altri non sono che errori di un dio saggio. Wonder Woman comprendendo questa deprimente verità potrebbe voltare le spalle all’Umanità, poiché gli uomini non meritano le sue gesta eroiche.

Ma ella ci dona la morale più importante di ogni supereroe dei fumetti, quella che alle volte tendiamo a dimenticare nella lettura superficiale di un comune albo a fumetti: quello che domina la ferrea volontà di un eroe non è la meritocrazia universale, gli eroi scelgono di difendere ciò che è giusto perché è quello per cui credono, ed è un volere ineluttabile! Diana ci offre così il suo personale pensiero, il credo di un’amazzone divenuta dea. Ed ella giunge a questa conclusione dopo aver scoperto l’amore, non più soltanto l’amore familiare e disinteressato di una madre, ma quello passionale, e sbocciato inaspettatamente, di una coppia innamorata. A seguito dell’eroico sacrificio di Steve, Diana raccoglie le forze residue e si erge sul dio della guerra in uno spettacolare scontro in cui Diana prevale sulle forze del male: ella era l’ammazza dei, l’ultima figlia di Zeus e testimonianza vivente di una stirpe divina.

La bellezza incantata dell’anima linda della protagonista del film è delineata sulla meraviglia estetica di Gal Gadot. Dicevo che Wonder Woman è una statua non bronzea, ma dalla caratura degli inarrivabili canoni estetici delle opere antiche, una sorta di statua in movimento, concepita secondo gli stili classici e caratterizzata secondo i voleri moderni. Gal Gadot riesce ad andare oltre questa mia descrizione, essendo portatrice di una bellezza calda e avvolgente, materializzatasi specialmente nel sorriso che lei rivolge agli innocenti che ha portato in salvo: in quei frangenti le fossette del viso emanano la grazia di un’eroina eterea e inimmaginabile, una forza protettrice limpida e cristallina, verosimigliante a quelle acque che l’hanno accarezzata quando lei cresceva nella serenità di Temishira. Gal Gadot raccoglie l’eredità di Lynda Carter come Wonder Woman perfetta, vero fiore all’occhiello di un film a lei dedicato e per cui è riuscita a riempire lo schermo con l’incalcolabile prorompenza dei lineamenti del suo volto, in grado di fuoriuscire dallo schermo.

Il lungometraggio termina il proprio viaggio tornando al presente, là dove Diana stagliandosi da un palazzo vola via, pronta a ritornare ancora una volta a essere, Wonder Woman.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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