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Recensione: THE TERMINAL

Viktor Navorsky, cittadino di Krakozhia, un improbabile stato dell’Est europeo, arriva a New York per mantenere una promessa fatta al padre in punto di morte. Ma questo lo sapremo solo alla fine del film. Si tratta di ottenere l’autografo del sassofonista Benny Golson, un mito nel suo genere, per completare una collezione di firme dei grandi del jazz iniziata dal padre oltre quarant’anni prima e che Viktor porta con sé, custodita con cura in una scatola di noccioline. Al controllo dell’aeroporto il suo passaporto non viene accettato in quanto mentre egli si trovava in volo alla volta dell’America, nel suo Paese un colpo di Stato ha rovesciato il governo e il nuovo regime non riconosce nessun governo straniero. Di fatto Viktor Navorsky è diventato improvvisamente apolide, e quindi per gli Stati Uniti d’America è considerato inaccettabile, dato che il suo visto non è più valido. C’è da dire anche che non può neppure fare ritorno in patria perché nel frattempo gli sono stati requisiti i documenti, in attesa che la burocrazia faccia piena luce su tutta l’incresciosa vicenda.

Viene allora invitato dal funzionario Frank Dixon, capo della sicurezza, a restare in aeroporto, libero di spostarsi solo all’interno dell’area di transito internazionale, fino a quando la sua posizione non sarà del tutto chiarita. La guerra però dura ben nove mesi, e Navorsky vive tutto questo tempo in quella realtà, cercando di adattare alle proprie esigenze ciò che un terminal aeroportuale può offrire. Col passare delle settimane impara anche la lingua, si conquista la simpatia del personale, s’innamora di una hostess e arriva pure a trovarsi un impiego. Dixon intanto vorrebbe sbarazzarsi di Viktor, magari anche con l’inganno, e giunge persino a ricattarlo, finendo poi per rendersi conto che nulla può contro il muro di simpatia che si è eretto attorno a lui. Anzi, ricorre perfino al suo aiuto per sbrigare la vicenda di un passeggero russo “colpevole” di viaggiare con dei prodotti farmaceutici destinati al padre gravemente malato. Conclusasi la guerra in Krakozhia, l’integerrimo funzionario della sicurezza vorrebbe subito rimpatriare lo scomodo “viandante”, ma Viktort, è deciso a rompere il divieto d’uscire e quindi si reca in citta a cercare Benny Golson. Adesso che la sua missione è stata portata a compimento può finalmente tornare in Patria.

 

Su questa semplice trama, che si rifà a un episodio reale, il regista mette su un film piacevole e accattivante. Grande attenzione viene rivolta al protagonista così come al suo antagonista, portati sul grande schermo da due bravissimi attori. Frank Dixon, interpretato da Stanley Tucci, è il tipico burocrate, il cui unico scopo è quello di risolvere immediatamente l’incresciosa vicenda, mentre Viktor Navorsky, interpretato da un magistrale Tom Hanks, è  un’anima candida, una persona molto sensibile, con sani principi, ma anche tanto ingenua e quasi sprovveduta. Solo alla fine farà vedere la sua intelligenza e la sua scaltrezza.

La pellicola va vista da varie angolazioni e si presenta come una sorta di fiaba moderna, in quanto in essa si riscontrano tutti gli elementi caratteristici: il protagonista, l’antagonista, i personaggi di contorno e il lieto fine.

Il protagonista è proiettato alla conquista di un “oggetto magico”, rappresentato dall’autografo del famoso sassofonista, e per accaparrarselo deve superare diversi ostacoli che si presentano sul suo cammino. L’antagonista è tutta la burocrazia, che nella fattispecie è incarnata nel rigido funzionario Frank Dixon. I soggetti che ruotano intorno, prima sotto la veste di disturbatori e poi sotto quella di  affettuosi sostenitori della sua missione. Il lieto fine, costituito dall’oggetto finalmente conquistato e dal ritorno trionfante del protagonista a casa.

Il film è la metafora della speranza, fatta persona in Viktor il quale senza indugio porta a compimento la sua missione impossibile. Se vogliamo, in questo lungometraggio c’è anche un rimando all’America del dopo 11 settembre, un’America sempre più chiusa in se stessa, in cui conta solo una pulizia apparente - che trova riscontro nel cameriere indiano fanatico del pavimento ben lavato - mentre sono sovente tralasciati i veri valori.

Spielberg, per narrare la sua vicenda ha scelto un ambiente che Augé definisce come un nonluogo, prodotto della società moderna, ideato come zona di transito in cui la sola cosa da fare è acquistare. Ma si può vivere in un nonluogo? Viktor ci riuscirà, perché con estrema sensibilità e buon gusto creerà attorno a sé una realtà fatta d’amore e d’amicizia, arrivando quindi a rendere un nonluogo in un luogo. In un nonluogo siamo tutti passeggeri che, dopo aver resa nota la nostra identità, ci mescoliamo alla folla anonima, senza alcun rapporto interpersonale, dove ogni cosa si consuma con una velocità impressionante. In The terminal invece accade l’esatto contrario. Vi è rappresentata la gente anonima dell’aerostazione, dove si ripetono ritualmente parole e gesti, e le persone diventano tali solo se non rispettano le regole vigenti in aeroporto. Stessa sorte tocca a Viktor appena sceso dal velivolo ed è omologato tra questi: privo di nazionalità, senza storia, né documenti e senza identità. Rappresenta adesso un caso scomodo e quindi da eliminare immediatamente. Ma giorno dopo giorno, settimana dopo settimana egli riacquista la propria identità e la propria storia, ha ben fisso in mente la promessa fatta al padre e vuole portarla a termine. In quel microcosmo di passaggio la parola chiave invece diventa aspettare.

E’ allora vediamo come, ciascuno per la propria parte, aspetta: il padre di Viktor ha aspettato quarant’anni per completare la sua collezione; Amelia, la hostess di cui Viktor s’innamora, aspetta da vent’anni l’amore della sua vita; lo stesso Viktor per tutta la durata del film non fa altro che aspettare la soluzione del suo problema; tutti i personaggi di contorno aspettano qualcosa o qualcuno. E non è un fatto casuale che la permanenza del protagonista duri nove mesi. C’è da supporre che la si voglia paragonare a una gestazione, da cui verrà fuori l’identità dell’individuo.

Così dalla folla anonima fuoriescono uomini e donne che parlano tra loro, scherzano, amano, ridono e piangono, per giungere poi ad allestire per Viktor e la sua hostess un posto appartato in cui cenare come in un locale di gran lusso.

Qualcuno potrà dire che queste cose succedono solo nei film, ma è pur vero che un fatto analogo è realmente accaduto all’aeroporto de Gaulle di Parigi e che ha visto coinvolto un rifugiato di origine iraniana.

Redazione: CineHunters  

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