Il duplice inganno della vita e della morte – ROBOCOP 1987 – Trentesimo anniversario

Robocop – Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Le opere di maggior successo di Paul Verhoeven sono ritratti freddi e amari, dove ricorre il tema della violenza, della realtà fantascientifica e dell’erotismo. Se “Basic Instict” è universalmente noto per appartenere all’ultimo dei generi appena citati, “Atto di forza” e “RoboCop” sono, invece, le sue opere di maggior successo legate al filone fantascientifico.

Verhoeven scelse come soggetto per il suo secondo film hollywoodiano una storia dalla duplice dimensione temporale. Ripercorrendo i canoni espositivi del noir anni ’50 riportò in auge la figura del solitario giustiziere, calandolo però in un contesto futuristico e capitalistico.

L’ambientazione prescelta fu quella della città di Detroit, in un imprecisato futuro distopico in cui il progresso tecnologico appare centrale nella vita quotidiana tanto nel contesto casalingo come in quello lavorativo.

Persino l’aspetto urbano della città in cui si consuma la storia di “RoboCop” subisce le innovazioni estetiche del periodo, tanto che Detroit viene divisa in “Vecchia” e “Nuova”.

I due fronti cittadini si presentano demarcati da un confine evidente nell’estetica dell’architettura urbana, sfarzosa e appariscente nella città nuova, malmessa e sorpassata nella vecchia, soverchiata dalla criminalità organizzata, la quale trova così terreno fertile per svilupparsi.

La potentissima multinazionale denominata OCP vuole demolire la “Vecchia Detroit” per edificare Delta City, un’utopistica megalopoli. Tuttavia, per poter dare il via definitivo al progetto è necessario eliminare il crimine debordante della Vecchia Detroit. Per tale ragione, Bob Morton, vicepresidente del Comitato della Sicurezza della OCP, sta lavorando in gran segreto al progetto “RoboCop”, la creazione meccanica di un cyborg infaticabile che possa vegliare in sicurezza sulla città.

“RoboCop” è la tragica storia di Alex Murphy.

Alex è uno sbirro vecchio stampo, metodista nelle scelte, impetuoso nell’agire e ferreo nella sua incorruttibile volontà morale.

Murphy, in un agglomerato sociale orrido e corrotto, è probabilmente il solo personaggio privo di compromessi.

Questi è un uomo integerrimo – con un altissimo senso della morale – discerne il bene dal male ma non riesce a contemplare ombre o grigiori nel proprio disegno etico: non esiste la tentazione per lui, ciò che è criminale viene definito “spazzatura”.

La sua vita imbocca, in una triste mattina, un viale oscuro e decisamente impercorribile. Una via da cui non si può più tornare indietro: la morte.

Nel tentativo di sedare le attività criminali di una banda di efferati assassini, Murphy viene barbaramente ucciso e il suo corpo dilaniato.

I suoi resti inermi vengono trasportati in ospedale. Murphy si sta spegnendo lentamente ma i suoi occhi, sbarrati e immobilizzati nel vuoto, continuano a richiamare alla mente l’immagine della propria morte.

Murphy morirà su quel letto d’ospedale con la costante reminiscenza del suo trapasso e del momento esatto in cui il proiettile del suo carnefice è stato “scoccato” dal grilletto senza alcuna clemenza.

La salma di Alex Murphy non ottiene però degna sepoltura. Egli stesso, prima di arruolarsi, aveva firmato un contratto che concedeva la disposizione del suo corpo alla OCP. Bob Morton decide così di assemblare RoboCop coi resti del poliziotto caduto.

E’ una lunga ripresa in soggettività quella che Paul Verhoeven adopera per immortalare i frangenti in cui RoboCop viene, nel corso dei successivi mesi, costruito; percepiamo la nascita del cyborg attraverso i suoi occhi e viviamo il destino post-morte della coscienza di Alex mediante le sue palpebre dischiuse.

La prima immagine di RoboCop, una volta completato, ci viene fornita da una telecamera che riflette la ripresa su uno schermo posto alla sinistra dell’inquadratura, che mostra la maschera protettrice laminata in Kevlar del cyborg.

Il volto dell’essere si gira meccanicamente e di esso avvertiamo, per un istante, la parvenza, come di un’ombra chiara, non scura, che dardeggia di sfavillii grigi e metallizzati.

RoboCop sopraggiunge improvvisamente nella stazione di polizia pochi minuti dopo.

Un colosso argentato si dipana dietro una sfilza di vetrate retinate.

Il capo della polizia interrompe il suo ciarlare, catturato, rapito, sconvolto dall’irruzione di quell’essere enorme che avanza con incedere pesante, come se facesse tremare il pavimento calpestato in maniera inclemente.

La sagoma gigantesca di RoboCop viene annunciata da un estratto musicale inquietante, cadenzato dal rumore dei passi, lenti e affossanti, quando questi poggia gli arti inferiori sul terreno. 

L’intero reparto di polizia si mobilita per scrutare la figura robotica, i più corrono come forsennati per intravederlo nuovamente. Ed ecco che quando il cyborg riappare, al di là di una stanza recintata, la musica torna a far risuonare quelle note sinistre che evidenziano la maestosità e lo sgomento che  RoboCop emana nella sua magnificenza e nella sua unicità.

In quell’attimo, Robocop, il cui cervello umano è stato integrato con un sistema informatico, espone i suoi obiettivi:

1) Mantenere l’ordine pubblico totale.

2) Proteggere gli innocenti.

3) Far rispettare la legge.

RoboCop, in poche settimane, comincia a ripulire la vecchia Detroit dal crimine, seminando il panico tra la delinquenza cittadina per i suoi modi risolutivi e spietati. Trascorrono le settimane e RoboCop annienta alcune fonti della criminalità organizzata; i cittadini cominciano a considerarlo come un eroe.

Il lungometraggio di Verhoeven, specie nella prima parte dell’opera, a prima vista, sembra rivelare solo alcune delle molteplici tematiche che sovente è possibile rinvenire nel cinema di fantascienza.

Faccio riferimento a quegli argomenti nascosti sotto l’involucro superficiale di un tema reso esteriormente preminente. “RoboCop” si presenta come un film d’azione, ma ciò costituisce solamente il principio.

Anzitutto, un’osservazione sommaria ci indurrebbe a pensare che “RoboCop” sia una rivisitazione, in chiave fantascientifica, di un vigilante o di un eroe da fumetto.

La figura del supereroe, qui resa sotto-forma di cyborg tecnologico indistruttibile, in effetti costituisce un elemento alquanto basilare del film.

“RoboCop” è la storia di un uomo coraggioso trasformato in una macchina giustiziera, quindi in un essere speciale, dotato di una forza sovrumana, di invulnerabilità, di poteri per dirla in parole povere.

Ma tutto ciò, però, non è che la punta di un iceberg.

Occorre dunque immergersi in quelle acque gelide e cristalline per vedere cosa si nasconde sotto il fluttuare dei marosi.

Un’osservazione più attenta e approfondita del film porterà alla luce tratti sottili e intriganti di “RoboCop”, un noir del tutto particolare, per non dire eccelso.

“RoboCop” è una storia di vita e di morte.  Due antitesi inglobate in un duplice inganno.

La lenta e insostenibile agonia di Alex Murphy che conduce alla sua morte avviene secondo un processo di straziante resistenza. Sembrerebbe ai nostri occhi di spettatori che il protagonista non riesca a morire e perduri a resistere, rimanendo come immobilizzato in un limbo che si pone tra il mondo dei viventi e quello dei defunti.

Poco prima di spirare egli seguita a rimirare il volto della moglie, a rammentare i ricordi del figlio, e gli istanti in cui giocava con lui ai banditi del west, e infine rivive ancora e ancora l’immagine dei suoi assalitori.

Quando la camera si pone in soggettività, dopo la morte dell’uomo e la venuta del cyborg, gli occhi di Murphy si aprono nuovamente al mondo, come in una rinascita; eppure egli non conserva alcun ricordo né un barlume di conoscenza su ciò che è stato.

Alex Murphy risorge come RoboCop, e ritorna alla vita in uno stato apatico e “meccanico”.

Una sera, nelle ore in cui il cyborg è a riposo, la sua attività cerebrale indugia inaspettatamente nella sfera onirica: RoboCop sogna.

Materializza nei suoi ricordi il proprio brutale omicidio. Violenti flashback, come dardi acuminati, lo trafiggono al viso, e il cyborg reagisce svegliandosi e tornando prepotentemente in pattuglia, convinto che in qualche posto sperduto della città si stia consumando l’omicidio che ha vissuto.

E’ il colpo di genio dell’opera di Paul Verhoeven: l’uomo intrappolato nella macchina.

Alex Murphy giace così sospeso in una incredula dimensione angosciante, nella quale può richiamare i ricordi della sua vita precedente, ma non può comprendere in modo chiaro che siano suoi. Un dramma esistenziale che pone “RoboCop” nella cerchia dei film di fantascienza votati all’analisi filosofica del rapporto uomo-macchina e del rapporto vita, morte e resurrezione. Alex si è reincarnato in un corpo fatto di “ferro ” e “acciaio” , è rinato ma non sa di aver già vissuto, ha un passato ma non riesce a ghermirlo, ha una coscienza, una memoria, una consapevolezza, delle esperienze, degli affetti che prorompono in lui senza che egli possa rintracciare la fonte, la sorgente da cui provengono.

In tutto questo soltanto la giovane Anne Lewis, una poliziotta amica e compagna di pattuglie di Murphy, comprende cosa sta accadendo al cyborg.

Ella osserva come RoboCop, ogni qual volta sta per deporre la sua arma, esegue un gesto istintivo: rotea la pistola più volte. Era il medesimo gesto che Alex faceva per compiacere il figlio.

La sfera inconscia tende a manifestarsi nell’agire del cyborg, il quale, lentamente, viene influenzato dai suoi tratti gestuali di umano senza neppure rendersene conto.

Durante una ricognizione, RoboCop si imbatte in uno dei suoi carnefici, il quale lo riconosce da un’altra frase ripetuta istintivamente dal cyborg: “Vivo o morto tu verrai con me”.

A quel punto, l’omicida esterna la propria frustrazione, affermando di conoscere chi si celi sotto la corazza di RoboCop e che costui non può essere vivo poiché è stato ucciso. RoboCop, scosso, memorizzando l’identità dell’assalitore, risale agli omicidi per i quali quest’ultimo e il resto della squadra sono imputati e scopre, per la prima volta, l’identità di Alex Murphy.

La macchina osserva la fotografia dell’uomo e prova a ritrovare, a scorgere fra i lineamenti serpeggianti di quel viso qualcosa di sé.

I ricordi della sua vita precedente continuano a ripresentarsi ciclicamente, soprattutto quando RoboCop si reca nella sua abitazione, oramai abbandonata.

Percorrendo le varie stanze, egli attinge ai riverberi della sua mente senza tuttavia riuscire a carpirli. E’ un dramma difficilmente comprensibile ma che piega le sicurezze metodologiche della macchina lasciando trasbordare le ansie e le paure dell’uomo che vive sopito al suo interno.

Alex si configura, così, come un personaggio attaccato visceralmente alla vita, ai suoi beni affettivi e ai suoi alti valori, così devoto al bene da riuscire ad aggirare la morte e tornare alla vita. Alex non è morto perché non riusciva ad abbandonare il mondo dei vivi, vi era rimasto aggrappato con tutto sé stesso, tanta era la forza, la determinazione, la rabbia, il dolore per quella sofferenza inflittagli che egli ha potuto in qualche modo eludere il volere del fato, la sua ineluttabilità, scampare alla presa della Mietitrice.

“RoboCop” è un noir traslato in un avvenire distorto, scevro dalla consueta proliferazione delle riflessioni intime del protagonista. Alex, di fatto, non parla quasi mai, non fa effluire i suoi pensieri, non dà voce alle sue riflessioni intime, non rende partecipi gli spettatori delle sue deduzioni come fanno i tipici detective dei racconti noir.

La pellicola è un genere rivisitato, mutato, distorto, la cui investigazione non verte sulla scoperta di un colpevole, di un assassino, ma la cui investigazione è rivolta alla scoperta della propria identità umana.

A questa indagine ne segue una successiva, quella in cui il protagonista si pone alla ricerca del suo acerrimo rivale, di colui che gli ha sottratto la sua esistenza da essere umano: Clarence Boddicker, il capo della banda di criminali che hanno massacrato Murphy.

Clarence incarna il male nella sua forma più cruenta e sanguinosa.

Ma il male in “RoboCop” avviluppa tutti, anche i tutori della legge. Devastante, a tal proposito, la sequenza in cui le forze di polizia aprono il fuoco su RoboCop per eliminarlo, distruggerlo, in quanto unica minaccia per sradicare l’oscurità che avviluppa Detroit. Mentre viene devastato dai proiettili di quei nemici che dovevano essere suoi alleati, RoboCop si trascina al suolo, in cerca di un aiuto, ferito ma mai domo.

In quegli istanti si comprende quanto RoboCop sia il solo ad agognare ancora quel senso di giustizia che gli altri, collusi, non possono neanche immaginare. RoboCop resiste ai colpi di fucile, di mitragliatori, alle scariche delle pallottole lanciate a ripetizione, e trova rifugio fra le braccia di Anne, la sola a restargli fedele. Proprio questa forza smisurata, questa incorruttibilità, questo coraggio che animano lo spirito di Alex gli hanno permesso di vivere oltre la morte, come se in lui confluissero delle caratteristiche speciali, semidivine.

“RoboCop” è un film crudo, estremamente violento, a tratti sconvolgente, valorizzato da un montaggio eccellente e da scene d’azione nette e incisive. Il lungometraggio è ritmato da sequenze di comicità amara, con un feroce cinismo inscenato dal regista per estremizzare le fonti di informazione, i mass-media e le pubblicità futuristiche con parodie caricaturali che rendono gli organi di stampa, di informazione e comunicazione come strumenti in mano ai potenti che plasmano e condizionano le menti dei cittadini influenzabili e oramai assuefatti ad una società amorale e apatica.

“RoboCop” è un film di fantascienza in cui la giustizia non è che una fiamma prossima a consumare i resti liquefatti della candela su cui può riuscire ad ardere ancora per poco. Non vi è apparentemente speranza, futuro, tutto sembra macchiato, corrotto, insozzato. Solamente RoboCop si eleva sul marciume di un mondo oscuro e insalvabile.

“RoboCop” è altresì l’ascesa di un punitore, che torna dall’aldilà per vendicare la sua fine: “RoboCop” è a tutti gli effetti un dipinto dai caratteri vendicativi.

Il trapasso e la morte vengono inoltre rimarcati nel film tramite l’uso di un simbolismo religioso sottile, velato.

In alcuni momenti la figura di Alex Murphy può essere confrontata con la figura del Cristo risorto.

La dipartita e la conseguente resurrezione del protagonista rimandano ai momenti più evocativi della mistica esistenza di Gesù.

In una delle scene conclusive, RoboCop sembra che cammini sull’acqua quando si fa strada tra le macerie dell’acciaieria e avanza su di un pantano acquitrinoso.

Poco dopo, il cyborg viene trafitto da una lancia, in un rimando alla mitica lancia del destino che secondo le fonti religiose trafisse il costato di Cristo.

Alex compie la sua vendetta uccidendo Clarence con una pugnalata. Dal collo del giustiziato zampilla copiosamente del sangue che bagna le acque, le quali, tinte di rosso, rimandano al miracolo delle nozze di Cana con la trasformazione dell’acqua in vino, o ancor di più alle acque tramutate in fiumi di sangue da Mosè come manifestazione del potere divino dinanzi a Ramses.

Religione e fantascienza si incrociano e si sovrappongono mutuamente.

Nella sequenza finale, compiuta la sua crudele vendetta e ristabilito l’ordine pubblico, RoboCop può ammettere con piena consapevolezza di essere Alex Murphy.

L’uomo riprende coscienza di sé e del suo essere pur restando isolato in un corpo cibernetico, non più suo.

E’ il duplice inganno, quello che d’ora in poi RoboCop patirà: vivere un’esistenza in cui vita e morte sono allegoria di una medesima menzogna. Una bubbola paragonabile ai suoi ricordi: può sentirli in lui ma non può riviverli.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Commenti

Una risposta a “Il duplice inganno della vita e della morte – ROBOCOP 1987 – Trentesimo anniversario”

  1. 1 Film Drammatico, camuffato da Action, Peter Weller, Straordinario sotto Armatura, 30 Anni, e non Sentirli, Werhowen, da Vita ad 1 Cult Immortale !

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