Recensione e analisi “The Mask” – L’uomo dietro la maschera

The Mask disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Sul fondo del mare, un sommozzatore scorge un antico bauletto incatenato. Quando prova a forzarlo, tale bauletto si spezza e libera una maschera lignea di origine scandinava risalente al IV – V secolo, una raffigurazione del dio norvegese della notte, Loki.

I racconti della mitologia arcana narrano che Odino bandì dal Valhalla il dio norvegese delle malefatte, così che per l’eternità non potesse più mettere piede sul suolo degli dei.

Forse questo dio dispettoso, Loki, è stato bandito all’interno di quella maschera? I suoi poteri “pestiferi” sono custoditi in quei frammenti di legno?  Stanley Ipkiss si porrà domande alquanto simili quando, una notte, rinverrà questo reperto.

Ma come mai quella maschera si trovava in fondo al mare?

Era stata abbandonata volutamente da qualcuno, in epoca antica, in una tomba acquatica? Si trattava di una sepoltura che doveva restare segreta, perché nessuno mai avrebbe dovuto ritrovare un tale oggetto?

Solamente il mare doveva celarlo?

Conoscete i Bronzi di Riace?

La mia, ovviamente, è una domanda retorica, ma se malauguratamente non doveste essere a conoscenza dei due capolavori dell’arte greca, tenterò di colmare l’eventuale lacuna con una descrizione basica e fin troppo rapida per motivi di attinenza al tema del pezzo in questione.

I Bronzi di Riace sono due statue bronzee risalenti al V secolo a.C. che ritraggono due guerrieri greci, pervenuti a noi in uno stato di conservazione eccezionale. Le statue, di una bellezza mozzafiato, sono state notate la mattina del 16 agosto del 1972 a una profondità di circa 8 metri da un sub romano che nuotava a circa 200 metri dalla riva, nelle acque prospicenti l’abitato di Riace Marina, una ridente località in provincia di Reggio Calabria. I due guerrieri sarebbero in seguito divenuti famosi con l’appellativo Bronzi di Riace, e tutt’oggi possono essere ammirati presso il Museo Archeologico di Reggio. Su tali sculture, considerando la loro antichità, aleggia un certo mistero. Non si conoscono i soggetti ritratti, i nomi dei due combattenti, né la mano che ha scolpito tali magnificenze.

Per più di duemila anni, i guerrieri sono rimasti adagiati sul fondo del mare, coperti dalla sabbia che in un certo senso ne ha preservato l’usura del tempo e della salsedine. Fu in quella calda mattina che il destino decise di donare al mondo la testimonianza diretta dell’arte scultoria greca. La loro risalita “dagli abissi” sino alla terraferma sa di viaggio nel tempo: dalla lontana epoca greca, i Bronzi sono sopravvissuti, riemergendo in un mondo contemporaneo.

Una delle teorie più fascinose tra quelle formulate, nel tentativo di dare una spiegazione sul perché i Bronzi si trovassero proprio lì e fossero stati abbandonati in mare, narra di una nave che li stava trasportando, e che, prossima all’affondamento, si vide costretta ad alleggerire il proprio carico gettando tra i marosi le due sculture.

Insomma i Bronzi hanno atteso, in mare, per duemila anni prima d’essere trovati. E su di loro permane un affascinante enigma. Più o meno come la maschera di The Mask.

Perdonate l’assonanza, volutamente ironica e non certo irriverente, però in un certo senso è così: anche la stessa maschera è un oggetto antico, storico, una testimonianza di un’epopea andata. 

Il mare possiede i suoi segreti, talvolta decide di svelarli, di condividerli con la gente, il popolo della superficie. Talvolta, come accade nella realtà, esso restituisce opere meravigliose, talvolta, come accade nelle opere di fantasie, oggetti soprannaturali e dai poteri arcani.

In “The Mask”, il mare “offre” al protagonista la possibilità di riscattare un’esistenza scialba, di dare vigore e carisma ad un carattere dimesso e succube delle prepotenze altrui: la maschera libera la volontà di Stanley, l’Io represso dell’uomo che nasconde il proprio viso dietro essa. Celando i propri lineamenti, in un certo senso, Stanley è libero d’essere com’è realmente.

“The Mask” è un film del 1994 e trae le proprie origini dal fumetto del 1989, pur discostandosi notevolmente dal tema dark stilizzato dell’opera cartacea.

“The Mask” è una splendida commedia che amalgama la prorompente comicità in ascesa di Jim Carrey con lo stile di un film supereroico a carattere fumettistico.

Stanley Ipkiss è un timido e riservato bancario, dal carattere generoso e dai modi beneducati, viene però ignorato dalle belle donne, vessato dall’arcigna padrona e vicina di casa, maltrattato dal capoufficio, e trattato con poco rispetto dagli estranei a cui si rivolge.

Stanley ha un solo amico, il collega Charlie, e passa gran parte delle sue serate a casa in compagnia dell’adorato cagnolino Milo a guardare cartoni animati di cui è un grande appassionato.

Stanley mira la maschera al termine di una serata disastrosa in cui viene respinto per un malinteso dal Coco Bongo, un locale in cui si esibisce Tina (Cameron Diaz al suo debutto cinematografico) una splendida ballerina e cantante di cui Stanley si è invaghito. Quando questi prova ad indossare per la prima volta la maschera, essa quasi gli si attacca al viso, terrorizzandolo per qualche istante. La maschera propaga un fascio di luce violaceo, tendente poi a stabilizzarsi su di un verde chiaro, il colore preminente con cui è stata dipinta. Tali avvisaglie luminescenti sembrano attirare l’uomo che, malgrado la paura iniziale, la indossa di nuovo ed essa si modella totalmente al suo viso trasformandolo in The Mask.

The Mask è dotato di poteri soprannaturali. Quando indossa la maschera, Stanley è praticamente invulnerabile, possiede l’abilità di materializzare oggetti dal nulla, di trasformare il proprio aspetto, e di compiere azioni che violano le leggi della fisica. The Mask ha uno stile nel vestire spiccatamente anni ’40. Il costume distintivo con cui il personaggio è entrato nell’immaginario collettivo è composto in tal modo: una giacca giallo ocra, un pantalone del medesimo colore e un cappello fedora con una lunga piuma posta sul lato destro. Completa il tutto una cravatta con chiazze nere, somiglianti a macchie d’inchiostro su fondo bianco, da lui stesso definite come una sorta di “test di Rorschach”, legata a una bianca camicia, e un paio di ghette tra il nero e il bianco.

Una volta divenuto tutt’uno con la maschera, Stanley viene privato di ogni freno inibitore e scatena le proprie voglie di rivalsa su tutti coloro che hanno minato la sua autostima. The Mask comincia così a vendicarsi di coloro che lo hanno disprezzato con “trucchi” di magia realizzati ad arte, approcci scherzosi e oggetti animati a carattere cartoonesco.

Gli amori di Stanley prendono vita attraverso il potere della maschera che infonde in lui la capacità di compiere azioni straordinarie.

Se i cartoni rappresentavano per lui la finestra su di un mondo fiabesco e senza limiti, vincoli di qualsivoglia genere, regole, colmo di risate e di espressioni ironicamente estremizzate e stilizzate in aspetti caricaturali, così The Mask tramuta su se stesso quelle mimiche. In poche parole Stanley diviene un cartone, romantico, lunatico e pieno di energia.

Stanley ama il personaggio di Taz, il diavolo della Tasmania dei Looney Tunes; infatti in casa possiede un cuscino sul divano che ritrae proprio questo carattere. Taz ha l’abilità di roteare su se stesso a velocità elevata, come un uragano. E, a tal proposito, The Mask si muove roteando a volte come una trottola impazzita, altre come un ciclone dal vortice turbinoso e inarrestabile. La maschera ha fatto emergere l’ammirazione che Stanley ha per Taz, donandogli quel potere.

Ma non solo, altri personaggi dei cartoni vengono presi e plasmati dalla maschera.

In una sequenza del film, Stanley osserva un personaggio dei cartoni che ha l’aspetto di un cane bipede, il quale esprime l’innamoramento verso una bella figura femminile allungando il muso, abbaiando e battendo forte una sedia su un tavolo coperto da una bianca tovaglia. Così The Mask, quando vedrà nuovamente Tina esibirsi al Coco Bongo, esternerà l’attrazione che nutre per lei cambiando il proprio viso in un lupo voglioso e scimmiottando il fare ironico di quel personaggio animato.

The Mask” è una commedia che tratta, a suo modo, il tema della “doppia personalità”. Stanley Ipkiss e The Mask sono una rivisitazione del romanzo “Lo strano caso del Dottor Jekyl e del signor Hyde”, in cui però l’alter-ego del protagonista non è un violento assassino, ma un esilarante dispensatore di umorismo e un incontenibile romantico, mosso da un sentimento d’amore incontrollato e senza remora.

La maschera rappresenta il punto in cui convergono le due personalità di Ipkiss, quella sopita e quella riemersa.

La maschera, intesa in senso lato, cela il volto dell’uomo, garantendogli la possibilità di sentirsi libero dalla convenzione sociale comune poiché occulta i lineamenti, garantisce la libertà di agire senza essere riconosciuti, identificati e quindi giudicati. La maschera lascia così emergere le fantasie recondite di Stanley, quelle frenate dalla timidezza e dal timore. Stanley non ha più esitazioni, paure di essere osservato e deriso. Diviene spigliato, bravissimo nel cantare e fare piroette. Egli così passa dall’essere uno “zero” a un vero e proprio “mito”, scatenandosi con Tina in un ballo senza freni al ritmo di “Hey Pachuco” di Royal Crown Revue, incantando, letteralmente, una sala gremita, e stregando, ancora letteralmente, una platea di musicisti che per lui compongono le arie predilette.

Considerando l’amore che Stanley nutre per i cartoni animati mi è personalmente impossibile evitare di paragonare la scena in cui Stanley mira Tina, quando ella canta con indosso un vestito bianco di un argentato riflettente, a una delle più famose sequenze di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, per l’appunto un lungometraggio in tecnica mista in cui si amalgamano attori in carne ed ossa con cartoni animati.

Tina si configura così ai miei occhi in una provocante Jessica Rabbit, formosa e bella da togliere il fiato, e The Mask assume i contorni cartooneschi del goffo Roger, immaginando che in quella suddetta sequenza ci fosse stato proprio il coniglio invece che il detective Eddie Valiant.

The Mask, come Roger Rabbit, non può evitare di mostrare l’amore provato per la donna, quasi lascia che il battito del suo cuore si materializzi con tale prorompenza da fuoriuscire dal petto e seguitare a battere fin oltre la camicia.

La maschera attrae la donna che alla fine si innamorerà dell’uomo che dietro essa si nasconde.

Ma l’oggetto in cui è riposto lo spirito burlone e votato al caos di Loki non è prerogativa di Stanley. Ecco che il film evidenzia la caratteristica più sinistra della maschera: essa cambia in base all’uomo che la indossa, trasformando l’antagonista del film, Dorian, in un mostro senza scrupoli.

Nel personaggio di The Mask è riscontrabile un profondo senso artistico. The Mask ama esternare la propria verve sarcastica con la magia di un gesto che permette la creazione di un oggetto tanto comico quanto poco pericoloso. The Mask è ciò che poteva essere il Joker se non fosse stato un sadico assassino, è la personalità che il Dottor Bruce Banner avrebbe preferito per se stesso se avesse potuto scegliere la trasformazione caratteriale del proprio alter-ego Hulk, ed è altresì la personificazione di una comicità notevolmente meno volgare e fracassona che avrebbe potuto avere Ace Ventura, l’altro celebre personaggio di Jim Carrey degli anni ’90. The Mask è un Ace Ventura ugualmente senza freni, ma più malinconicamente romantico e artisticamente geniale di quanto sarebbe stato l’acchiappa-animali. Già all’inizio della propria carriera, Carrey aveva trovato con The Mask un ruolo di pregevole e inarrestabile valore nel panorama comico e fantastico.

The Mask dipinto di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Perché The Mask possiede il potere di coinvolgere nelle proprie magie tutti coloro che lo osservano e ne scrutano i movimenti, come accadrà ai poliziotti di Kallaway, che si troveranno inconsapevolmente a ballare tra le strade di Central Park a ritmo di “Cuban Pete” in una delle scene più belle dell’intero film. E alla fine il potere di The Mask abbatterà persino i confini della camera da presa, e la sua magia arriverà a conquistare il pubblico e tutti coloro che seguono le sue gesta.

“The Mask” è un film meraviglioso, una delle commedie più belle e originali degli anni ’90. Una trasposizione che conserva il carattere sognante di un fumetto supereroico, da cui trae però soltanto alcuni degli aspetti più classici, aggiungendo ad essi un approccio irriverente. The Mask è arte sequenziale pigmentata e soave, esilarante e dolcissima: un mix praticamente perfetto per un cult “sfumeggiante”.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

 

 

 

 

 

 

 

 


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