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Thor è imprigionato dall’altro lato dell’universo senza il suo potente martello e deve lottare contro il tempo per tornare ad Asgard e fermare il Ragnarok — la distruzione del suo mondo e la fine della civiltà asgardiana — per mano di una nuova e onnipotente minaccia, la spietata Hela. Ma prima dovrà sopravvivere a un letale scontro fra gladiatori che lo metterà contro il suo vecchio alleato e compagno nel team degli Avengers: l’Incredibile Hulk.

Thor: Ragnarok verrà distribuito il 25 ottobre 2017 in Italia e il 3 novembre 2017 negli Stati Uniti.

Ecco il nuovissimo trailer in italiano di "Thor: Ragnarok":

Redazione: CineHunters

The Mask disegnato da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Sul fondo del mare, un sommozzatore scorge un antico bauletto incatenato. Quando prova a forzarlo, il bauletto si spezza e libera una maschera lignea di origine scandinava risalente al IV - V secolo, una raffigurazione del dio norvegese della notte, Loki. I racconti della mitologia arcana narrano che Odino bandì dal Valhalla il dio norvegese delle malefatte, in modo che per l’eternità non potesse più mettere piede sul suolo degli dei. Che Loki fosse stato bandito all’interno di quella maschera, se lo domanderà Stanley Ipkiss (Jim Carrey) quando, una notte, rinverrà il reperto.

Un interrogativo che mi ha sempre dato da pensare: come mai quella maschera si trovava in fondo al mare? Era stata abbandonata volutamente da qualcuno, in epoca antica, come una sorta di sepoltura, sperando che nessuno la rinvenisse mai?

Conoscete i Bronzi di Riace? La mia, ovviamente, è una domanda retorica, ma se malauguratamente non doveste essere a conoscenza dei due capolavori dell’arte greca, tenterò di colmare l’eventuale lacuna con una descrizione basica e fin troppo semplicistica per motivi di attinenza al tema del pezzo in questione. I Bronzi di Riace sono due statue bronzee risalenti al V secolo a.C. che ritraggono due guerrieri greci, pervenuti a noi in un eccezionale stato di conservazione. Queste due statue sono state notate la mattina del 16 agosto del 1972 a una profondità di circa 8 metri da un sub romano che nuotava a circa 200 metri dalla riva, nelle acque prospicenti l’abitato di Riace Marina, una ridente località in provincia di Reggio Calabria. Le statue dei due guerrieri sarebbero in seguito divenute famose con l’appellativo Bronzi di Riace. Per più di duemila anni, i guerrieri rimasero adagiati sul fondo del mare, coperti dalla sabbia che in un certo senso ne ha preservato l’usura del tempo e della salsedine. Fu in quella calda mattina che il destino decise di donare al mondo la testimonianza diretta dell’arte scultoria greca. La loro risalita sa di viaggio nel tempo: dalla lontana epopea greca, i Bronzi riemersero in un mondo moderno, anzi contemporaneo. Una delle teorie più fascinose tra quelle formulate, nel tentativo di dare una spiegazione sul perché i Bronzi si trovassero proprio lì e fossero stati abbandonati in mare, narra di una nave che li stava trasportando, e che, prossima all’affondamento, si vide costretta ad alleggerire il proprio carico gettando tra i marosi le due sculture. Da tempo ormai, una teoria del genere non faccio che richiamarla, con le dovute proporzioni e di certo non in maniera irriverente, come metro di paragone per le sequenze introduttive di “The Mask”.

Beh, che sia finzione o no, la maschera subì la medesima sorte dei bronzi, seppur per ragioni di certo differenti. La finta maschera di Loki emana un fascino del tutto particolare, così come la dinamica con cui “The Mask” inizia il proprio percorso narrativo. Quel misterioso ritrovamento in mare richiama alcuni dei rinvenimenti storici più importanti. In un’accezione analitica surreale piuttosto che storica, naturalmente. E’ come se tra le acque si celasse un’antica cultura in grado di rivelare i propri segreti nel mondo contemporaneo. Il fondale marino nasconde tra le sue dune sabbiose i misteri di un passato arcano che, in un racconto fantastico come “The Mask”, vengono racchiusi in un’antica opera dai poteri inimmaginabili. Il mare “offre” al protagonista la possibilità di riscattare un’esistenza scialba, un carattere dimesso e succube delle prepotenze altrui: la maschera libera la volontà dell’uomo che nasconde il proprio viso dietro essa.

“The Mask” è un film del 1994 e trae le proprie origini dal fumetto del 1989 pur discostandosi notevolmente dal tema dark stilizzato dell’opera cartacea. “The Mask” è una splendida commedia che amalgama la prorompente comicità in ascesa di Jim Carrey con la caratura di un film supereroico a carattere fumettistico. Stanley Ipkiss è un timido e riservato bancario, dal carattere generoso e dai modi beneducati, viene però ignorato dalle belle donne, vessato dall’arcigna padrona e vicina di casa, maltrattato dal capoufficio, e trattato con poco rispetto dagli estranei con cui si rivolge. Stanley ha un solo amico, il collega Charlie, e passa gran parte delle sue serate a casa in compagnia dell’adorato cagnolino Milo a guardare cartoni animati di cui è un grande appassionato. Stanley trova la maschera al termine di una serata disastrosa in cui viene respinto per un malinteso dal Coco Bongo, un locale in cui si esibisce Tina (Cameron Diaz al suo debutto cinematografico) una splendida ballerina e cantante di cui Stanley si è invaghito. Quando Stanley prova ad indossare per la prima volta la maschera, essa quasi gli si attacca al viso, terrorizzandolo per qualche istante. La maschera propaga un fascio di luce violaceo, tendente poi a stabilizzarsi su di un verde chiaro, il colore preminente con cui è stata dipinta. Tali avvisaglie luminescenti sembrano attirare l’uomo che, malgrado la paura iniziale, la indossa di nuovo ed essa si modella totalmente al suo viso trasformandolo in The Mask.

The Mask è dotato di poteri soprannaturali, e quando indossa la maschera, Stanley è praticamente invulnerabile, possiede l’abilità di materializzare oggetti dal nulla, di trasformare il proprio aspetto, e di compiere azioni che violano le leggi della fisica. The Mask ha uno stile nel vestire spiccatamente anni ’40, e il costume distintivo con cui il personaggio è entrato nell’immaginario collettivo lo vede indossare una giacca giallo ocra, così come un pantalone e un cappello fedora con una lunga piuma posta sul lato destro. Completa il tutto una cravatta con chiazze nere, somiglianti a macchie d’inchiostro su fondo bianco, da lui stesso definite come una sorta di “test di Rorschach”, legata a una bianca camicia, e un paio di ghette tra il nero e il bianco.

Una volta indossata la maschera, Stanley viene privato di ogni freno inibitore e scatena le proprie voglie di rivalsa su tutti coloro che hanno minato la sua autostima. The Mask comincia così a vendicarsi di tutti coloro che lo hanno disprezzato con “trucchi” di magia realizzati ad arte, approcci scherzosi e oggetti animati a carattere cartoonesco. Gli amori di Stanley prendono vita attraverso il potere della maschera che infonde in lui la capacità di compiere azioni straordinarie. Se i cartoni rappresentavano per lui la finestra su di un mondo affabulante, colmo di risate e di espressioni ironicamente estremizzate e stilizzate in aspetti caricaturali, così The Mask tramuta su se stesso quelle mimiche. Se Stanley ama il personaggio di Taz, il diavolo della Tasmania dei Looney Tunes, che possiede l’abilità di roteare su se stesso a velocità elevata, così The Mask si muove roteando a volte come una trottola impazzita, altre come un ciclone dal vortice turbinoso e inarrestabile. L’immagine di Taz è uno dei simbolismi del film e appare ben visibile, stampata su di un cuscino del divano della casa del protagonista. Al contempo, in una sequenza del film, Stanley osserva un personaggio dei cartoni che ha l’aspetto di un cane bipede, il quale esprime l’innamoramento verso una bella figura femminile, allungando il muso, abbaiando e battendo forte una sedia su un tavolo coperto da una bianca tovaglia. Così The Mask, quando vedrà nuovamente Tina esibirsi al Coco Bongo, esternerà l’attrazione che nutre per lei, cambiando il proprio viso in un lupo voglioso e scimmiottando il fare ironico di quel personaggio dei cartoni.

The Mask” è una commedia che volge la propria verve satirica al tema della “doppia personalità”. Stanley Ipkiss e The Mask sono una rivisitazione del romanzo “Lo strano caso del Dottor Jekyl e del signor Hyde”, in cui però l’alter-ego del protagonista non è un violento assassino, ma un esilarante dispensatore di umorismo e un incontenibile romantico, mosso da un sentimento d’amore incontrollato e senza remora.

La maschera rappresenta il punto in cui convergono le due personalità di Ipkiss, quella sopita e quella riemersa. La maschera, intesa in senso lato, cela il volto dell’uomo, garantendogli la possibilità di sentirsi libero dalla convenzione sociale comune poiché protetto dall’irriconoscibilità del proprio essere. In “The Mask” questo concetto viene utilizzato e amplificato per la creazione di un personaggio inimitabile. La maschera lascia così emergere le fantasie recondite di Stanley, quelle frenate dalla timidezza e dal timore. Egli così passa dall’essere uno “zero” a un vero e proprio “mito”, scatenandosi con Tina in un ballo senza freni al ritmo di “Hey Pachuco” di Royal Crown Revue, incantando, letteralmente, una sala gremita, e stregando, ancora letteralmente, una platea di musicisti che per lui compongono le arie predilette.

Se Stanley ama i cartoni animati mi è impossibile evitare di paragonare la scena in cui Stanley mira Tina, quando ella canta con indosso un vestito bianco di un argentato riflettente, a una delle più famose sequenze di “Chi ha incastrato Roger Rabbit”. Tina si configura così ai miei occhi in una provocante Jessica Rabbit, formosa e bella da togliere il fiato, e The Mask assume i contorni cartooneschi del goffo Roger, immaginando che in quella suddetta sequenza, ci fosse stato proprio il coniglio invece che il detective Eddie Valiant. The Mask, come Roger Rabbit, non può evitare di mostrare l’amore provato per la donna, quasi lasciando che il battito del suo cuore si materializzi con tale prorompenza da fuoriuscire quasi dal petto e seguitare a battere fin oltre la camicia.

La maschera attrae la donna che alla fine si innamorerà dell’uomo che dietro essa si nasconde. Ma la maschera di Loki non è prerogativa di Stanley: ecco che il film evidenzia la caratteristica più sinistra della maschera, quella che cambia in base all’uomo che la indossa, trasformando l’antagonista del film, Dorian, in un mostro senza scrupoli.

Nel personaggio di The Mask è riscontrabile un profondo senso artistico. The Mask ama esternare la propria verve sarcastica con la magia di un gesto che permette la creazione di un oggetto tanto comico quanto poco pericoloso. The Mask è ciò che poteva essere il Joker se non fosse stato un sadico assassino, è la personalità che il Dottor Bruce Banner avrebbe preferito per se stesso se avesse potuto scegliere la trasformazione caratteriale del proprio alter-ego Hulk, ed è altresì la personificazione di una comicità notevolmente meno volgare e fracassona che avrebbe potuto avere Ace Ventura, l’altro celebre personaggio di Jim Carrey degli anni ’90. The Mask è un Ace Ventura ugualmente senza freni, ma più malinconicamente romantico e artisticamente geniale di quanto sarebbe stato l’acchiappa-animali. Già all’inizio della propria carriera, Carrey aveva trovato con The Mask un ruolo di pregevole e inarrestabile valore nel panorama comico e fantastico.

Perché The Mask possiede il potere di coinvolgere nelle proprie magie tutti coloro che lo osservano e ne scrutano i movimenti, come accadrà ai poliziotti di Kallaway, che si troveranno inconsapevolmente a ballare tra le strade di Central Park a ritmo di “Cuban Pete” in una delle scene più belle dell’intero film. E alla fine il potere di The Mask abbatterà persino i confini della camera da presa, e la sua magia arriverà a conquistare il pubblico e tutti coloro che seguivano le sue gesta sin dall’inizio.

“The Mask” è un film meraviglioso, una delle commedie più belle e originali degli anni ’90. Una trasposizione che conserva il carattere sognante di un fumetto supereroico, da cui trae però soltanto alcuni degli aspetti più classici, aggiungendo ad essi un approccio irriverente. The Mask è arte sequenziale pigmentata e soave, esilarante e dolcissima: un mix praticamente perfetto per un cult “sfumeggiante”.

Voto: 8/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Robocop - Illustrazione di Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Le opere di maggior successo di Paul Verhoeven sono ritratti freddi e amari, dove ricorre il tema della violenza, della realtà fantascientifica e dell’erotismo. Se “Basic Instict” è universalmente noto per appartenere all’ultimo dei generi appena citati, “Atto di forza” e “Robocop” sono le sue opere di maggior successo legate invece al filone fantascientifico. Verhoeven scelse come soggetto per il suo secondo film hollywoodiano una storia dalla duplice dimensione temporale. Ripercorrendo i canoni espositivi del noir anni ’50 riportò in auge la figura del solitario giustiziere, calandolo però in un contesto futuristico e capitalista. L’ambientazione prescelta è quella della città di Detroit, in un imprecisato futuro distopico in cui il progresso tecnologico è centrale nella vita quotidiana tanto nel contesto casalingo come in quello lavorativo. Persino l’aspetto urbano della città subisce le innovazioni estetiche del periodo, tanto che Detroit viene divisa in “Vecchia” e “Nuova”. I due fronti cittadini appaiono astrattamente demarcati da un confine evidente nell’estetica dell’architettura urbana, sfarzosa e fatiscente nella città nuova, malmessa e sorpassata nella vecchia, soverchiata dalla criminalità organizzata, la quale trova terreno fertile per svilupparsi. La potentissima multinazionale denominata OCP vuole demolire la "Vecchia Detroit" per edificare Delta City, un’utopistica megalopoli. Tuttavia, per poter dare il via definitivo al progetto è necessario eliminare il crimine debordante della Vecchia Detroit. Per tale ragione, Bob Morton, vicepresidente del Comitato della Sicurezza della OCP, sta lavorando in gran segreto al progetto “Robocop”, la creazione meccanica di un cyborg infaticabile che possa vegliare in sicurezza sulla città.

“Robocop” è la tragica storia di Alex Murphy (Peter Weller). Alex è uno sbirro vecchio stampo, metodista nelle scelte, impetuoso nell’agire e ferreo nella sua incorruttibile volontà morale. Murphy, in un agglomerato sociale orrido e corrotto, è probabilmente il solo personaggio privo di compromessi. Un uomo integerrimo, con un profondo senso di giustizia, che discerne il bene dal male, ma non riesce a contemplare ombre o grigiori nel proprio disegno etico: non esiste la tentazione del male per lui, ciò che è criminale viene definito “spazzatura”. La sua vita imbocca, in una triste mattina, un viale oscuro e decisamente impercorribile. Una via da cui non si può più tornare indietro: la morte. Nel tentativo di sedare le attività criminali di una banda di efferati assassini, Murphy viene barbaramente ucciso. I suoi resti inermi vengono trasportati in ospedale ma i suoi occhi, sbarrati e immobilizzati nel vuoto, continuano a richiamare alla mente l’immagine della propria morte. Murphy si spegnerà su quel letto d’ospedale con la costante reminiscenza del suo trapasso e del momento esatto in cui il proiettile del suo carnefice è stato “scoccato” dal grilletto senza alcuna clemenza.

La salma di Alex Murphy non ottiene però degna sepoltura. Egli stesso, prima di arruolarsi, aveva firmato un contratto che prevedeva la disposizione del suo corpo alla OCP. Bob Morton decide così di assemblare Robocop coi resti del poliziotto caduto. E’ una lunga ripresa in soggettività quella che Paul Verhoeven adopera per immortalare i frangenti in cui Robocop viene, nel corso dei successivi mesi, costruito; percepiamo la nascita del cyborg attraverso i suoi occhi e viviamo il destino post-morte della coscienza di Alex, mediante le sue palpebre dischiuse. La prima immagine di Robocop, una volta completato, ci viene fornita da una telecamera che riflette la ripresa su uno schermo posto alla sinistra dell’inquadratura, che mostra la maschera protettrice laminata in Kevlar del cyborg. Robocop giunge improvvisamente nella stazione di polizia pochi minuti dopo. Un’ombra argentata si dipana dietro una sfilza di vetrate retinate. La sagoma gigantesca di Robocop viene annunciata da alcuni estratti musicali inquietanti, cadenzati dal rumore dei suoi passi, lenti e pesanti, quando poggia gli arti inferiori sul terreno. L’intero reparto di polizia si mobilita per scrutare la figura robotica, nel mentre Robocop, il cui cervello umano è stato integrato con un sistema informatico, espleta i suoi obiettivi:

1) Mantenere l’ordine pubblico totale

2) Proteggere gli innocenti

3) Far rispettare la legge.

Robocop, in poche settimane, comincia a ripulire la vecchia Detroit dal crimine, seminando il panico tra la delinquenza cittadina per i suoi modi risolutivi e spietati. Robocop annienta alcune fonti della criminalità organizzata, e i cittadini cominciano a considerarlo come un eroe.

“Robocop”, specie nella prima parte dell’opera, a prima vista, sembra rivelare solo alcune delle molteplici tematiche che abbiamo imparato a rinvenire nel cinema di fantascienza. Mi riferisco a quegli argomenti nascosti sotto l’involucro superficiale di un tema reso esteriormente preminente. Un’osservazione sommaria ci indurrebbe a pensare che “Robocop” sia una rivisitazione, in chiave fantascientifica, di un vigilante. La figura del supereroe, qui reso sotto-forma di cyborg tecnologico indistruttibile, in effetti è un fondamento alquanto basilare del film. “Robocop” è la storia di un uomo coraggioso trasformato in una macchina giustiziera. Tutto ciò, però, non è che la punta di un iceberg. Occorre dunque immergersi in quelle acque gelide e cristalline per vedere cosa si nasconde sotto il fluttuare dei marosi. Un’osservazione più attenta e approfondita del film ci mostrerà tratti sottili e intriganti delle peculiarità di un Noir del tutto particolare.

“Robocop” è una storia di vita e di morte.  Due antitesi inglobate in un duplice inganno. La lenta e insostenibile agonia di Alex Murphy che conduce alla sua estenuante morte avviene secondo un processo conclusivo di straziante resistenza. Sembrerebbe ai nostri occhi che il protagonista non riesca a morire e perduri a resistere, rimanendo come immobilizzato in un limbo ascetico che si pone tra la vita e la morte. Poco prima di spirare, egli seguita a rimirare il volto della moglie, a rammentare i ricordi del figlio, e gli istanti in cui giocava con lui ai banditi del west, e infine rivive ancora e ancora l’immagine dei suoi assalitori. Quando la camera si pone in soggettività, gli occhi di Murphy si aprono nuovamente al mondo, come in una rinascita; eppure egli non conserva alcun ricordo né un barlume di conoscenza su ciò che è stato.

Alex Murphy risorge come Robocop, e ritorna alla vita in uno stato apatico e “meccanico”. Una sera, quando il cyborg è a riposo, la sua attività cerebrale indugia inaspettatamente nella sfera onirica: Robocop sogna. Materializza nei suoi ricordi il proprio brutale omicidio. Violenti flashback, come dardi acuminati, lo trafiggono al viso, e il cyborg reagisce svegliandosi e tornando prepotentemente in pattuglia, convinto che in qualche posto sperduto della città si stia consumando l’omicidio che ha vissuto. E’ il colpo di genio dell’opera di Paul Verhoeven: l’uomo intrappolato nella macchina. Alex Murphy giace così sospeso in un’incredula dimensione angosciante, nella quale può richiamare i ricordi della sua vita precedente, ma non può comprendere in modo chiaro che siano suoi. Un dramma esistenziale che pone “Robocop” nella cerchia dei film di fantascienza votati all’analisi filosofica del rapporto uomo-macchina e del rapporto vita, morte e resurrezione.

In tutto questo soltanto la giovane Ann Lewis (Nancy Allen), una poliziotta amica e compagna di pattuglie di Murphy, comprende cosa sta accadendo al cyborg. Ella osserva come Robocop, ogni qual volta sta per deporre la sua arma, esegue un gesto istintivo: rotea la pistola più volte. Era il medesimo gesto che Alex faceva per compiacere il figlio. La sfera inconscia tende a manifestarsi nell’agire del cyborg, il quale, lentamente, viene influenzato dai suoi tratti gestuali di umano. Durante una ricognizione, Robocop si imbatte in uno dei suoi carnefici, il quale lo riconosce da un’altra frase ripetuta istintivamente dal cyborg: “vivo o morto tu verrai con me”. A quel punto, l’omicida esterna la propria frustrazione, affermando di conoscere chi si celi sotto la corazzata di Robocop e che non può essere vivo poiché è stato ucciso. Robocop, memorizzando l’identità dell’assalitore, risale agli omicidi per i quali lui e il resto della squadra sono imputati e scopre, per la prima volta, l’identità di Alex Murphy. I ricordi della sua vita precedente continuano a ripresentarsi ciclicamente, soprattutto quando Robocop si reca nella sua abitazione, oramai abbandonata. Percorrendo le varie stanze, egli attinge ai ricordi della sua mente senza tuttavia riuscire a carpirli. E’ un dramma difficilmente comprensibile ma che piega le sicurezze metodologiche della macchina lasciando trasbordare le ansie e le paure dell’uomo che vive sopito al suo interno. Alex si configura così come un personaggio attaccato visceralmente alla vita, ai suoi beni affettivi e ai suoi alti valori, così devoto al bene da riuscire ad aggirare la morte e tornare alla vita, senza trascendere i ricordi emotivi ed effettivi. “Robocop” è un noir traslato in un avvenire distorto, scevro dalla consueta proliferazione delle riflessioni intime del protagonista. La pellicola è bensì un genere rivisitato, la cui investigazione è rivolta alla scoperta della propria identità umana. A questa indagine ne segue una successiva, quella in cui il “guardingo” protagonista si pone alla ricerca del suo acerrimo rivale. Il male in "Robocop" avviluppa anche i tutori della legge. Devastante, a tal proposito, la sequenza in cui le forze di polizia aprono il fuoco su un Robocop schiacciato dai proiettili di quei nemici che un tempo dovevano essere suoi alleati. In quegli istanti si comprende quanto Robocop sia divenuto il solo ad agognare ancora quel senso di giustizia inattaccabile.

“Robocop” è un film crudo, estremamente violento, a tratti sconvolgente, valorizzato da un montaggio eccellente e da scene d’azione nette e incisive. Il lungometraggio è ritmato da sequenze di comicità amara, con un feroce cinismo perpetrato dal regista per estremizzare le fonti di informazione, i mass-media e le pubblicità futuristiche con parodie caricaturali. “Robocop” è un film di fantascienza in cui la giustizia è una fiamma prossima a consumare i resti liquefatti della candela su cui può riuscire ad ardere ancora per poco. Spetterà a Robocop l’arduo compito di eliminare i suoi assassini. “Robocop” è l’ascesa di un punitore, che torna dall’aldilà per vendicare la sua fine: “Robocop” è un dipinto dai caratteri vendicativi.

Il trapasso e la morte vengono onorati nel film tramite un simbolismo religioso velato ma non indifferente. In alcuni momenti la figura di Alex Murphy viene come rivisitata nella figura del Cristo risorto. La dipartita e la conseguente resurrezione del protagonista rimandano ai momenti più evocativi della mistica esistenza di Gesù. In una scena, Robocop sembra che cammini sull’acqua quando si fa strada tra le macerie dell’acciaieria e avanza su di un pantano acquitrinoso. Poco dopo, il cyborg viene trafitto da una lancia, in un rimando alla mitica lancia del destino che secondo le fonti religiose trafisse il costato di Cristo. Religione e fantascienza incrociano i rispettivi sguardi come fossero posti dinanzi a uno schermo i cui volti appaiono sovrapponibili.

Compiuta la sua crudele vendetta e ristabilito l’ordine pubblico, Robocop può ammettere con piena consapevolezza di essere Alex Murphy. L’uomo riprende coscienza di sé e del suo essere pur restando isolato in un corpo cibernetico, non più suo.

E’ il duplice inganno, quello che d’ora in poi Robocop patirà: vivere un’esistenza in cui vita e morte sono allegoria di una medesima menzogna. Una bubbola paragonabile ai suoi ricordi: può sentirli in lui ma non può riviverli.

Voto: 9/10

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Attenderei ancora pazientemente per qualche minuto. Aspetterei nella speranza di poterlo rivedere un’ultima volta, seduto comodamente su di una poltrona con un aspetto sinistro, quasi vampiresco, prossimo a voltarsi lentamente verso la camera e sussurrare con toni di voce inquietanti un flebile: “badate…”. Se avete amato il Bela Lugosi di “Ed Wood” non potete non rammentare questa celebre battuta proferita dal personaggio di Martin Landau. Era il 1994, per la regia di un Tim Burton in piena verve ispiratrice, Martin Landau ritraeva su di sé i lineamenti marcati di Bela Lugosi in un film girato appositamente con la pregevolezza univoca di un vecchio stampo, e con l’approccio stilistico, raffinato e compassato, di una produzione in bianco e nero.

Quella di Landau fu un’interpretazione straordinaria, coinvolgente e decisamente irresistibile. La maschera rugosa, piegata da una estenua sofferenza, di un attore oramai incamminatosi sul viale del tramonto e a maggior ragione oppresso dai ricordi di una gloria passata, viveva con fierezza sul volto di Landau. Ed egli conferiva valore espressivo, quasi tentava di proferire parola astratta e inascoltabile quando imprimeva volontà a una gestualità studiata delle mani, le stesse che con movimenti combinati richiamavano le arti ipnotiche del vampiro nato dalla penna di Bram Stoker.

Martin Landau lo interpretò così Bela Lugosi, come un attore che non riuscì mai a strapparsi di dosso il mantello ottenebrato del Conte. Seguitò per tutta la vita a indossarlo con malinconica fierezza, fornendoci un ritratto tragico ma al contempo adorabilmente grottesco di un’icona del cinema dell’orrore.

Nato a Brooklyn, il 20 giugno del 1928, Landau cominciò la sua carriera nella recitazione nel 1955 quando, insieme a duemila aspiranti, tentò le audizioni per entrare all’Actors studio. Solo due candidati riuscirono a superare le audizioni: lui e un giovane Steve McQueen. Da quel giorno iniziò il viaggio nel mondo della settima arte di Martin Landau. Una carriera che lo vede districarsi tra cinema, televisione e teatro. Una delle sue primissime interpretazioni sul piccolo schermo risale al 1958, quando comparve in un episodio della prima stagione della serie culto “Ai confini della realtà”. Nel 1959, dopo una parte in “38° parallelo: missione compiuta”, ottiene il ruolo di Leonard in uno dei capolavori di Alfred Hitchcock: “Intrigo internazionale”. Nel 1963 è nuovamente coinvolto in una produzione kolossal: “Cleopatra”, film per cui interpreta la parte di Rufio.

In televisione, nel corso dei decenni, sono molteplici le incisive e caratterizzanti prove dell’attore: a tal proposito, vogliamo ricordare un episodio della serie televisiva “Colombo” in cui Martin Landau interpreta due assassini. Due gemelli che mettono in seria difficoltà il geniale tenente, che in un avvincente episodio, dovrà faticare fino alla fine per capire chi dei due sia veramente coinvolto nell’omicidio. In televisione la sua apparizione più famosa resta però quella nel telefilm “Spazio 1999” serie tv di fantascienza a cui prese parte per 48 episodi interpretando il protagonista John Koenig. Landau continuerà sempre a lavorare con discreti ritmi, reciterà nel film di "X-Files", e si dedicherà anche al doppiaggio, tornando nuovamente a lavorare per Tim Burton in "Frankenweenie".

Martin Landau venne candidato per tre volte al premio Oscar: nel 1989 per “Tucker, un uomo e il suo sogno”, nel 1990 per “Crimini e misfatti” e nel 1995 quando lo vinse per “Ed Wood”.

Landau fu altresì un illustre maestro di recitazione. Vantava una maestosa presenza scenica e un'eccezionale mimica facciale.

Oggi, dopo il suo addio, rivedere le scene finali di “Ed Wood” in cui il suo sofferente Bela Lugosi si soffermava qualche istante, una volta fuoriuscito dalla sua dimora, a contemplare la bellezza e la grazia di un fiore sbocciato, risulta ancora più toccante. Dovremmo ricordarlo per sempre così, con quella sua calma e quella sua sensibilità artistica.

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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Alcuni estratti video di "Ed Wood":

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E' stato rilasciato un nuovo trailer in lingua originale di "Blade Runner 2049", il sequel della pellicola cult di fantascienza "Blade Runner".

Protagonisti della pellicola sono Ryan Gosling, che interpreta il ruolo dell'agente K, e naturalmente Harrison Ford, che riprende il ruolo del cacciatore di replicanti Rick Deckard. La regia è di Denis Villeneuve.

"Blade Runner 2049" narra la storia dell'agente K, il quale dopo aver scoperto un importante segreto che potrebbe minare le sorti dell'intera società, gettandola irrimediabilmente nel caos, decide di mettersi alla ricerca di Rick Deckard, un ex blade runner scomparso da oltre trent'anni.

Ecco il trailer del film:

Il film verrà distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi il 6 ottobre 2017, mentre in Italia sarà rilasciato il 5 ottobre dello stesso anno.

Redazione: CineHunters

Il manga e l'anime di Tsukasa Hōjō, "City Hunter", è uno dei prodotti giapponesi più amati in Francia. I francesi lo hanno, a tal proposito, ribatezzato negli anni '80 e '90 con un nuovo nome : "Nicky Larson". E si intitolerà proprio "Nicky Larson" il film francese in live action dedicato a "City Hunter".

Arriverà nel 2018 questo adattamento, e sarà diretto dal regista Philippe Lacheau, che lo ha annunciato con enfasi su Instagram. La sceneggiatura è già pronta ed è stata scritta dallo stesso Philippe Lacheau in collaborazione col fratello Peter Lacheau. Il regista promette di mantenersi fedele all'opera originaria, e di trasporre tutto lo spirito del manga, essendo lui stesso un fan di "City Hunter".

Abbiamo dedicato a "City Hunter" e alla storia di Ryo Saeba un pezzo ricco di immagini tratte dal manga originale, dalla serie, e realizzate dalla nostra artista. Per leggere il nostro articolo su "City Hunter" cliccate qui

Per leggere anche l'altro nostro articolo sul manga di Tsukasa Hōjō, "Occhi di gatto", cliccate qui

Redazione: CineHunters

Le ultime notizie trapelate in merito al Live-Action della Disney riportavano una certa difficoltà nel trovare gli interpreti di Aladdin e Jasmine.

Dopo mesi di attesa, un casting di oltre duemila candidati, finalmente al Disney Expo 23 è stato rivelato il cast della versione live action di Aladdin. E' stato ufficialmente confermato nel ruolo che fu di Robin Williams, ovvero il Genio, Will Smith. La principessa indomita e coraggiosa Jasmine sarà, invece, interpretata dalla giovane Naomi Scott, mentre il ladruncolo dal cuore d'oro avrà il volto dall'attore Mena Massoud.

A dirigere il live action sarà il regista Guy Ritchie che tenterà di omaggiare il classico trasferendo all'adattamento in live action il medesimo spirito dell'originale. Il pubblico del web appare però preoccupato. Ciò è facilmente percepibile dai molti commenti che si sono letti in queste ore a seguito dell'annuncio del cast. Molti fan obiettano che questi live action intaccano il ricordo e la bellezza dei classici e che, per quanto buoni prodotti, non potranno reggere il paragone con l'emozione emanata dal cartone originale.

La Disney oramai ha inaugurato, con una certa sicurezza, il "progetto live-action" e intende proseguirlo, soprattutto visti i recenti incassi ottenuti da "Il libro della giungla" e "La bella e la bestia". Il "progetto live-action" per quanto poco originale porta incassi sicuri nonché straordinari, indipendentemente dalle preoccupazioni dei fan più accaniti. Questo basta per mettere in moto il processo di produzione!

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Redazione: CineHunters

Le riprese del film in live-action di Dumbo diretto da Tim Burton sono ufficialmente iniziate a Londra, e condividiamo con voi uno dei primissimi scatti ufficiali che ritraggono il regista Tim Burton sorridente sul set del live action della Disney.

Ad annunciare ufficialmente l'apertura dei battenti del live action di "Dumbo" è stato Sean Bailey della Disney durante il panel alla D23 Expo di Anaheim.

Il cast sarà ricco di stelle: Colin Farrell interpreterà una ex stella del circo veterano di guerra che viene incaricato di prendersi cura del piccolo elefantino dalle grandi orecchie.  Danny DeVito, che torna nuovamente a interpretare un proprietario del circo per Tim Burton (ricordate "Big Fish"?), sarà Max Medici. Michael Keaton, invece, interpreterà l’impresario V.A. Vandevere che insieme all’artista circense Colette Marchant (Eva Green) cercherà di rendere Dumbo una star.

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Redazione: CineHunters

Un annuncio già entrato nella storia della televisione inglese: la tredicesima incarnazione del Dottore ha un nuovo volto. A seguito dell'imminente addio di Peter Capaldi, per la prima volta, il Dottore sarà interpretato da una donna. Il13° Dottore annunciato dalla BBC è Jodie Whittaker!

 Joe Whittaker è famosa per essere stata tra i protagonisti della serie tv "Broadchurch". Whittaker ha lavorato anche nella serie "Black Mirror".

Si tratta di un annuncio importantissimo che è stato accolto con enorme stupore dai fan della serie televisiva. Il pubblico del web, attualmente, appare però diviso tra chi ha reagito a questa notizia con entusiasmo e chi con molte remore. E' innegabile però, l'attuale curiosità che aleggia e unisce l'intero fandom del "Doctor Who". Una curiosità rivolta alla futura stagione della serie per vedere come Jodie interpreterà questa incarnazione, certamente più unica che rara, del Dottore.

Ecco il video di presentazione:

Redazione: CineHunters

Marty e Doc disegnati da Erminia A. Giordano per CineHunters

 

Immagina…uh…che questa linea rappresenti il tempo”: è una citazione estrapolata dalla scena in cui Doc Brown illustra a Marty il paradosso generato dal loro ultimo viaggio nel tempo. La suddetta “linea” viene tracciata dallo scienziato su una lavagna malconcia e impolverata. Ancor più della successiva disamina scientifica sulla mutevolezza dell’arco temporale, mi ha sempre catturato quel suo “uh”, quell’intercalare fonetico con cui “dimezza” l’espressione antecedente e quella successiva. Non saprei dire il perché, ma si tratta di uno di quei piccoli estratti carpiti durante la trilogia e ricordati con piacere. Mi accade sovente coi film che più amo, e mi rivolgo a voi invogliandovi a rammentare quei piccoli elementi sparsi sulla scena e che ricordate con piacere quando ripensate ai vostri film preferiti. Capita anche a voi di ricordare dettagli di contorno? Toni di voce, cadenze strane nel modo di porsi da parte dei personaggi, gestualità particolari e perché no, anche i motivi di alcuni passi della colonna sonora. In quel banalissimo “uh”, Dario Penne, il doppiatore di Christopher Lloyd, riuscì a conferire un significato interpretativo, un atto comunicativo ansioso. Doc in quel frangente stava raccogliendo le energie residue per esplicare a Marty, in una lingua facilmente comprensibile, il cambiamento del tempo. La bellezza della trilogia di “Ritorno al futuro” sta proprio nella semplicità in cui tratta la complessità. Fantasticare su cose scientificamente possibili non è mai stato così piacevole. Merito di una regia, quella di Zemeckis, e di un copione, quello di Bob Gale, in grado di semplificare quello che scientificamente parrebbe impossibile, e di rendere facilmente concepibile la stravaganza paradossale dell’invivibile. Così facendo persino un sospiro può cogliere una valenza traducibile in parole o riconducibile a uno stato d’animo. A seguito di quella frase, Doc imprime l’essenza ineffabile della scorrevolezza del tempo sullo spazio circoscritto di una lavagna. La linea si fa portatrice di alcune date molto importanti: il 1985 reale, il 1985 alternativo in cui la linea viene per l’appunto deviata in una successiva tangente, e il prossimo 2015 da cui cominciò il paradosso del tempo. E’ tutto scritto lì, l’oscillazione tra il passato, il presente e il futuro giace astrattamente, come una semplicistica somma di numeri, su un segmento sottile come la lama di un rasoio. E pensare che la stessa trilogia nacque su di una lavagna…

  • All’origine di “Ritorno al futuro”

Mi domando, a tal proposito, se anche Robert Zemeckis, Steven Spielberg e Bob Gale, ogni qualvolta proponevano le loro ingegnose idee in merito al progetto “Ritorno al futuro” su quella vecchia ardesia, sospirassero, magari proprio con un verso similmente paragonabile a quel “uh”. Gli abbozzi embrionali di “Ritorno al futuro” vennero fuori, come schizzi su di un foglio di carta consunto, con “il metodo della lavagna”. Ogni brillante supposizione dei due artisti veniva fissata sulla bianca parete scrittoria. Erano tanti elementi in trepidante attesa del necessario amalgama. Lo immagino così Robert, intento a proporre l’idea di un Marty tornato indietro nel tempo, ad imbattersi in un padre imbranato e in una madre bella e ribelle. E poco prima di avanzare la successiva intuizione, quel “uh” cadenzava il ritmo di queste menti creative, li aiutava a riordinare il fluire dei loro pensieri, per poi modellare nuovamente la loro immaginifica linea del tempo che sarebbe stata tracciata e avrebbe garantito il passaggio e il ritorno tra il 1955, il 1985, il 1885 e il 2015.

“Ritorno al futuro” è rivedibile, metaforicamente, come una lavagna su cui avventura e fantascienza tracciarono una linea illimitata. Il destino viene così delineato con un gesso bianco, mosso dalla mano del fato. E’ però un fato suscettibile al cambiamento quello retto e disegnato dalla mano della fatalità. Su quella linea, infatti, accade l’imprevisto: la comparsa di una DeLorean, una macchina del tempo che scorrazza avanti e indietro tra le ere del mondo. La sbalorditiva invenzione di Doc Brown può aiutare a risolvere uno dei due grandi misteri dell’universo, ma al contempo sarà fonte di grossi pericoli.

  • Personaggi da amare

Personalmente conobbi Marty e Doc quando ero un bambino, e ancora oggi loro sono due dei miei più cari amici…

L’intuizione decisiva alla base del successo della trilogia di “Ritorno al futuro”, le fondamenta solide in grado di reggere il peso di un apprezzamento neppure minimamente scalfito a distanza di più di 25 anni dalla prima visione, sono tutte riscontrabili nella grandezza caratterizzante dei protagonisti. Tra Marty ed Emmett (chiamato proprio dal giovane affettuosamente “Doc”) vige una bizzarra quanto profonda amicizia la cui nascita non viene mai raccontata. Cosa spinge uno studente che coltiva la passione per la musica a passare gran parte delle proprie giornate con un vivace e incontenibile scienziato, isolato dal resto dei cittadini di Hill Valley per i suoi modi eccentrici? Non conosciamo la risposta, ma comprendiamo subito come Marty ammiri l’arguzia di Emmett e che si diverta a condividere il proprio tempo con il suo caro amico e il suo cagnolone Einstein. Marty e Doc hanno personalità diverse, ricche di variegate sfaccettature che impariamo a conoscere e apprezzare come fossero dei nostri amici. Marty è un ragazzo sveglio, intraprendente e coraggioso; Doc è geniale, scaltro, poco avvezzo alle interazioni sociale ma estremamente simpatico nella propria stravaganza. Le interpretazioni trascinanti, coinvolgenti e mitiche di Michael J. Fox e Christopher Lloyd sono il fiore all’occhiello della saga. La mimica facciale di Lloyd e la sua espressività esilarante e apparentemente illimitata resero il personaggio di Doc inimitabile e riconducibile soltanto all’estetica di Christopher e quel suo “Grande Giove”, impronunciabile da nessun altro che non sia, ai nostri occhi, sempre e soltanto lui. Il coraggio di Marty, reso tangibile dalla tenacia di Michael, era così ammirevole da poter dimostrare ancora oggi nella vita reale quanto quei connotati coraggiosi del suo personaggio più famoso, fossero veri e non soltanto fluiti dal talento interpretativo dell’attore, impegnato da anni in una estenua lotta col Morbo di Parkinson. Marty e Doc sono una coppia del cinema che esalta l’importanza dell’amicizia vera, sincera, del rispetto e dell’affetto reciproco.

A Marty e Doc si uniscono personaggi di spessore, amati e scherzosamente odiati in egual misura, dall’adorabile papà George McFly alla bellissima madre Lorraine, dal perfido nemico di ogni epoca Biff Tannen all’irascibile Strickland, dalla dolce Jennifer, la ragazza di Marty, fino ai compagni “canini” di Doc, Copernico e Einstein che fino all’arrivo di Clara, la futura moglie di Emmett, furono per lo scienziato la compagnia più cara.

  • Un intreccio continuo tra storia e fantasia

“Ritorno al futuro” consta di intrecci incessanti, ambientati tutti in un arco temporale alquanto vasto, nella città di Hill Valley. Ogni singola mossa, messa in atto dai protagonisti durante i loro viaggi nel tempo, porterà a una conseguenza. Come in una partita a scacchi, Marty e Doc si trovano ad essere pedoni semoventi su di una scacchiera, le cui mosse determineranno un cambiamento nell’ordine della partita. Sono molteplici i rimandi e le autocitazioni disseminate nel corso della saga. Marty e Doc assistono agli albori della loro amata città e alla cerimonia inaugurale della famosa torre dell’orologio sita nel centro cittadino durante la fine dell’800, rivivono gli anni ’50, il futuristico 2015 e persino l’attimo presente generato da una falla nel continuum tempo spazio. In tutto questo Marty riscopre il passato della propria famiglia e il futuro che lo attende in un intrigante gioco tra storia e fantasia e dove il colpo di scena appare come un deus ex macchina che improvvisamente scioglie il nodo ingarbugliato della situazione.

  • La genialità al servizio della semplicità

La macchina del tempo in “Ritorno al futuro” non ha l’aspetto di una cabina telefonica azzurra nel cui interno lo spazio si dilata, e non è neppure una pittoresca invenzione monoposto di George Wells, bensì è un'automobile. Una bella automobile. La più evocativa delle creazioni di John DeLorean diviene il primo elemento scenografico in cui la meraviglia di “Ritorno al futuro” viene concretizzata in un qualcosa di abitudinario. Viaggiare nel tempo è apparentemente così semplice da poter essere fatto salendo su un’auto e sfrecciando via a tutta velocità. Nulla di esageratamente composito ed eterogeneo: la macchina del tempo è un’auto, una vettura opportunamente modificata, ma niente che non si possa comprendere in qualche minuto grazie alle importanti delucidazioni di Doc. La DeLorean viene (inizialmente) alimentata dal plutonio; al suo interno, si trova luminoso il flusso canalizzatore… intento naturalmente a flussare, il quale permette il viaggio nel tempo. Un sistema computerizzato posto sul cruscotto regolarizza le date che il viaggiatore del tempo desidera visitare. Passato, presente e futuro sono a portata di clic. E’ la genialità, l’arte di “Ritorno al futuro”: l’impossibilità dell’assurdo viene contenuta in piccolo comando computerizzato.

A lezione con Doc...

 

Ciò che astrattamente immaginavamo in quella linea retta, in cui defluiva il tempo, qui viene inglobato in una semplice tastiera. La fantascienza di “Ritorno al futuro” è questa: stupire con ingenuità, incantare con semplicità. Il pregio vincolante della saga è trattare una trama articolata e renderla così comprensibile e perfetta senza incappare in incongruenze alcune. Il viaggio nel tempo è selezionabile come un numero telefonico ma attenzione, cari viaggiatori, non tutto ciò che appare così scontato è, in verità, immune da difficoltà inimmaginabili. E Marty aiuterà il proprio pubblico a comprendere questa importante lezione, inaugurando, col suo primo viaggio, un’avventura dal ritmo al cardiopalma. “Ritorno al futuro” ci conduce a scuola, in una meravigliosa lezione sull’esaltazione del valore del tempo nella vita dell’uomo.

  • L’analisi del tempo: tra passato, presente e futuro

Nella sequenza introduttiva del primo capitolo, una sfilza di orologi, diversi tra loro per modello e meccanismo, dominano l’ingresso della casa di Emmett. Il loro continuo ticchettio farebbe rabbrividire il povero Capitan Uncino, così impaurito dall’idea di poter sentire costantemente il tempo che scorre via. Ma in “Ritorno al futuro” il suono degli ingranaggi di un orologio è essenziale, e viene quasi esaltato in quanto motore pulsante e testimonianza della presenza di un tempo in continuo mutamento. Lo stesso “Ritorno al futuro” è un grande orologio, i cui meccanismi si intersecano tra loro con precisa minuziosità, fino a permettere alle lancette di muoversi in senso orario e inverso.

Il tempo in “Ritorno al futuro” viene pertanto celebrato in più modi: si guarda al passato con curiosità, eppure non con malinconia. Riflettete, le sequenze in cui Marty vive una incredibile settimana “intrappolato” nel 1955 non contengono alcun accenno nostalgico a un'epoca, precedentemente non vissuta dal protagonista. Il passato viene invece osservato con una certa indiscrezione. Un’invadenza dettata dalla volontà di conoscere lo stile di vita di quegli anni, e che finisce inevitabilmente per coinvolgere gli spettatori nel viaggio di Marty McFly. Una traversata a cui si combina un’analisi in grado di suscitare la curiosità degli spettatori e dell’immagine che loro stessi posseggono dei genitori. In “Ritorno al futuro” Marty riabbraccia nel 1955 i suoi genitori, giovani e molto diversi da come li avrebbe mai immaginati, e tale rappresentazione esalta l’indole curiosa degli ammiratori del film che finiscono per immaginarsi al posto di Marty a scrutare con aria critica com’erano “mamma” e “papà” ai tempi della giovinezza.

“Ritorno al futuro” nasconde, dietro la fatiscente patina di blockbuster, i caratteri della sofisticata commedia fantascientifica, e tributa il tempo passato osservandolo e vivendolo con gli occhi intrigati e lo spirito audace di un giovane eroe che si troverà, suo malgrado, a mutare in positivo alcuni aspetti del nostro tempo.

Il viaggio nel futuro, il 2015 che per noi oggi non è che un passato “vecchio” di due anni, costituiva nel 1985 una meta orientativa, un futuro snocciolatosi trent’anni dopo gli eventi in cui è ambientato il primo film e che potesse essere fantasticamente immaginato come un futuro roseo. Un avvenire particolareggiato, in cui non abbiamo affatto bisogno di strade per muoverci visto che i veicoli sono stati opportunamente aereotrasformati in vetture ad alta quota. Il futuro viene così celebrato nella saga come una destinazione agognata, in cui Marty ripone le sue speranze sulla vita che desidera e su una carriera che potrebbe frantumarsi sul nascere per via di un incidente d’auto. E’ questo il grande monito che analizza “Ritorno al futuro” in merito al credo sull’avvenire: la possibilità che ciò che più aneliamo non possa verificarsi. Occorre però rammentare che il futuro, come il tempo stesso, non è scritto, è in perpetuo mutamento come testimoniano le fotografie o i ricordi materiali che Marty e Doc recuperano tra passato e futuro durante le loro peregrinazioni epocali, e che cambiano non appena il giusto ordine delle cose rinviene e la linea temporale viene ripristinata.

E’ l’insegnamento più caro che Doc tramanda al suo allievo prediletto, Marty, quello che sono le nostre scelte di oggi a plasmare il nostro domani. Ecco che quel titolo assume un valore molto più profondo di quanto si creda: quel “ritorno”, quel completo “ritorno al futuro” non invoca soltanto la necessità di tornare “al futuro” per sfuggire a un passato in cui Marty e Doc restano intrappolati, ma è un’esortazione al “ritorno” a casa, più che al futuro, un ritorno al presente. Il loro presente. Un presente che, ragionando quadrimensionalmente, diviene per l’appunto un “ritorno al futuro”, se i personaggi si trovano nel passato. E’ il momento presente quello che andrebbe realmente vissuto, la bellezza infinitesimale dell’attimo, la meraviglia di un’emozione ciò che rende un secondo eterno.

Il tempo è una finestra su una realtà esistenziale, fonte di pericoli, di paradossi temporali che potrebbero causare la distruzione del continuum-tempo-spazio ma che, alla fine, nel vecchio west, porta Doc a scoprire per la prima volta l’amore e a comprendere che in fin dei conti, la paura che nutriva verso il potere della DeLorean era forse ingiustificata.

E’ questo che lo condurrà a costruire una nuova macchina del tempo, a concludere il suo viaggio con l’amico fraterno Marty nel medesimo modo in cui era cominciato. Ritornando al futuro? No, perché ci è già stato!

Su quella lavagna, nel suo dibattere scientificamente, nel suo parlare amichevolmente e persino in quel suo ciarlare tra sé e sé, Doc ha tenuto la più importante lezione della sua vita: spiegarci come il destino non possa essere già scritto. Possa sì essere cambiato, dal pronto utilizzo di una DeLorean e indirizzato dal nostro io del passato e del futuro, disperso chissà dove tra le ere della storia, ma mai e poi mai potrà essere già predeterminato. Se quella lavagna rappresentasse la quintessenza astratta del fato, e quella retta proprio lo scorrere del tempo, potremmo prendere il gesso e tratteggiarci su i passi della nostra vita e le nostre prossime decisioni, ben consapevoli che a scrivere la nostra storia saremo noi: perché il destino non è affatto già scritto. Casualità e paradossi permettendo!

Autore: Emilio Giordano

Redazione: CineHunters

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